Antigone: la solitudine e la bellezza


“Mi trascinano per questo viaggio inevitabile, così, illacrimata, senza amici, senza sposo. Mi tolgono questa luce bella, il sole sacro. Quale pianto umano, quale voce amica gemerà sulla mia sorte?” 

L’Antigone di Sofocle è un testo che ho studiato, amato e rimuginato a lungo all’ultimo anno del liceo. Ma che poi si è riaffacciato, qua e là, in momenti diversissimi della mia vita. Questo è uno di quei momenti. Giorni fa, al lavoro, abbiamo ricevuto una mail. Un ragazzo rifugiato, uno di quelli che probabilmente abbiamo incrociato in uno o più dei nostri servizi, è morto. Lui era solo qui. Rimandare il corpo in patria, a sua madre, sarebbe un gesto minimo di civiltà. Che però costa, molto. La Croce Rossa Internazionale coprirebbe parte dei costi (circa la metà), ma il resto? Gli operatori che l’hanno più seguito e conosciuto chiedono a tutti di contribuire, perché si raccolga la cifra in questione. Io, da quando ho letto questo appello, mi sento combattuta. Da un lato la mente pratica dice: ci sono tanti, troppi vivi, che non hanno neanche l’indispensabile. Spendere qualche migliaio di euro per un morto suona come un tragico lusso. Dall’altro però non posso non vedere l’altro lato della medaglia: una madre che non può seppellire suo figlio perché non può permetterselo. Una forma ulteriore di abbandono, di oblio. La lontananza che si perpetua nel negare, di quel figlio perso, persino una sepoltura. E’ qui che ho pensato a Antigone. Una che per una sepoltura si è fatta seppellire viva. Ne valeva la pena? Beh, risponderebbe qualcuno, magari non è proprio per il cadavere, ma per una questione di principio. La legge, la coscienza… Io lo seppellirò. E poi sarà bello morire. Cara a lui riposerò con lui a me caro. E avrò compiuto un delitto santo. Il tutto per dire che non lo so davvero come la penso, anche su questo. E’ difficile essere pratici in queste cose. Penso a cosa proverei se quella madre fossi io. Ma tanto non lo saprò mai, questo. Un altro esercizio ozioso.

Però Antigone è ricomparsa nella mia vita e con essa il tema che più mi folgorava, al liceo, quando leggevo il testo greco: la solitudine. La solitudine, da adolescente, mi affascinava e mi terrorizzava come un crepaccio cattura lo sguardo di chi soffre di vertigini. Oggi, a tanti anni di distanza, la solitudine ha acquistato tante diverse sfumature e tutte molto distanti dalle mie piagnucolose serate di liceale. Ancora una volta il pensiero corre ad alcuni rifugiati. Quasi tutti loro sono soli, per buona parte della loro esperienza qui. Ricordo un quadernino di un ragazzo curdo di 19 anni che frequentava la scuola di italiano, tanti anni fa: una pagina intera era riempita con la parola yanliziyim, “sono solo”. Però la solitudine si accentua in alcune situazioni estreme. Un ragazzo afgano ha avuto un ictus, è stato in coma, ora si è risvegliato e è in ospedale. Nessuno lo va a trovare, non ha nessuno. Una professoressa del corso serale che frequenta si fa in quattro per andare di tanto in tanto, per informarsi dai medici anche se non potrebbe. Diciotto anni, solo al mondo, qui. Lo stesso è successo a un ragazzo egiziano, l’estate scorsa. Le mie colleghe, che avevano fatto con lui due o tre colloqui di orientamento, erano tra le persone che avevano con lui legami più stretti, qui a Roma. Lo ricordano sperduto in un letto di corsia, confuso e disorientato, completamente perso. Il recupero sarebbe stato difficilissimo. Nessuno gli parlava. Un altro ragazzo, afgano, quella stessa estate non ce l’ha fatta. E’ affogato, incomprensibilmente, su una spiaggia del litorale romano. Roba che se uno pensa a quello a cui era sopravvissuto, più che ad Antigone pensa a Samarcanda.

Del resto la stessa solitudine colpisce, a volte, chi più si spende a fianco di queste persone dimenticate. Penso a uno stimatissimo collega che, ricoverato in ospedale per una malattia grave, è stato di fatto assistito solo dalle colleghe di ufficio. Preso dalla causa, noto a tutti, coordinatore di reti nazionali, non ha una famiglia e, alla fin fine, condivide nei fatti (pur nella diversità delle situazioni) la condizione di coloro per cui tanto si spende.

A conclusione di questo quadro piuttosto fosco, volevo invece parlarvi di un libro che mi ha molto colpita: questo. Un libro che vorrei che mia figlia leggesse, appena sarà in età per farlo (diciamo alle medie, o forse anche agli ultimi anni di elementari). Si parla di lotta alla mafia, ma anche di molto altro. Un passo in particolare mi pare molto efficace. Bregantini usa l’immagine del lupo di Gubbio (la sapete la storia, vero? altrimenti ascoltatevi la canzone di Branduardi, come consiglia lo stesso vescovo) per raccontare ai ragazzi delle scuole la mafia: “Certo, sono necessari degli adattamenti: i mafiosi non uccidono per fame. Però è vero che, oltre ai boss che si spartiscono le grandi ricchezze degli affari illeciti, ci sono i tanti ‘manovali’ della ‘ndrangheta che vivono di briciole […]. Dal vivere ai margini a mettersi consapevolmente ai margini il passo è breve. Per questo l’antimafia non è fatta di eroi solitari. Occorre una comunità – come a Gubbio – per vigilare sul male e prevenirne gli attacchi, ma anche per riconoscere le situazioni in cui il male affonda le proprie radici e per trovare il modo di risanare il terreno. Non basta un prete, un vescovo o un Saviano […] Per combattere la mafia non basta denunciare le negatività – come fanno Saviano e altri autori – che conoscono i fatti in maniera approfondita e fanno benissimo a descriverli con la necessaria crudezza. La loro chiarezza e lucidità ci aiuta a capire. Ma non basta! A noi – Chiesa e società civile, tutti e ciascuno – tocca il compito di andare oltre, di raccontare e valorizzare il positivo che già c’è, di seminare il bene e il bello, altrimenti si rischia di rimanere schiacciati dall’orrore”. Il contrario della solitudine sterile e potenzialmente pericolosa è, sorprendentemente, la bellezza. Sottrarre all’incuria, valorizzare il bello,  insegnare ad apprezzarlo è uno delle vie più efficacia per consolidare la speranza e, con essa, il tessuto sociale. Nelle prime pagine Bregantini parla della cattedrale normanna di S.Maria Assunta Gerace, in cui l’architettura è talmente raffinata che i raggi di luce penetrano nel tempio seguendo percorsi precisi a seconda delle ore del giorno e del calendario liturgico, in modo che il 15 agosto, giorno dell’Assunzione, il sole colpisce esattamente il centro del presbiterio. Un po’ come accadeva in certi templi egiziani, che hanno sempre colpito la mia immaginazione pur non avendoli mai visti. Io a Gerace sono stata più volte, ma questa cosa non la sapevo. Questo credo che sia il punto dell’apprezzamento della bellezza di cui parla Bregantini: non si tratta solo di goderne individualmente, in solitaria contemplazione, ma di condividerla e restituirla al territorio, ridando dignità a tutti coloro che ci vivono. Troppo astratto? Forse. Ma si parla anche di cooperative, di logiche di sviluppo, di idee concrete e tangibili. E’ un libro pieno di affetto e stima per la terra di mia madre, quella Calabria dove alle volte il concetto di destino soffoca ogni possibile cambiamento. E mi commuovono le sottolineature, a matita, di una donna che quella terra l’ha abbandonata a 19 anni, pur senza cessare mai di amarla profondamente. In quei segni sobri la vedo annuire, sospirare, ricordare e anche sperare in quei giovani in cui ha sempre riposto tutta la sua più sincera fiducia.

Vicini di casa


Qualunque cosa accada nel nostro Paese, qualunque strada prendano gli eventi e a prescindere dalle conseguenze che porteranno con sé, noi, discepoli di Gesù, rimarremo solidali di ogni siriano senza guardare alla sua appartenenza politica, religiosa, tribale o linguistica. Ciascuno di noi solidarizzerà con il suo vicino di casa senza scegliere tra vicino e vicino se non per sostenere l’equità e difendere il debole. Prepariamoci dunque a dare rifugio, al momento della prova, al nostro vicino chiunque egli sia, sapendo che nel pericolo non ci darà rifugio nessuno fuorché il nostro vicino, colui con il quale abbiamo spezzato fin dall’infanzia il pane delle gioie e dei dolori.

Paolo Dall’Oglio sj, Appello di Natale 2011

Non so che rapporto voi abbiate con i vicini di casa. Io sono divisa tra il desiderio (teorico) di socializzare e l’incubo di farlo davvero. Però, anche in una grande città come Roma, sento meravigliose storie di vicini di casa che solidarizzano, fanno cose insieme (dalla grigliata di arrosticini alla spesa al GAS), si supportano nella cura di figli e anziani, realizzano persino orti condominiali autogestiti. Mi capita però spesso di pensare a questo paradosso della vicinanza/lontananza. Dell’estraneità a due metri da casa tua.

Anche Nizam, spesso, mi ci fa riflettere. Il vicino di casa, per un musulmano, è una categoria protetta di per sé. Esserci per i propri vicini, a prescindere dalla comunanza di religione o di etnia, è uno dei cardini etici di un buon musulmano, con preciso fondamento coranico (Sura anNisa: “Siate buoni con i genitori, i parenti, gli orfani, i poveri, i vicini vostri parenti e coloro che vi sono estranei, il compagno che vi sta accanto, il viandante e chi è schiavo in vostro possesso”) e abbondanza di aneddoti della vita del Profeta. Sebbene la formulazione della sura sia infinitamente più generica di quella evangelica (nei testi cristiani non ci si limita a raccomandare di trattare bene chi ci è toccato in sorte come vicino, ma persino attivamente a “farsi prossimo”, a prescindere, anche di chi è lontano da noi, fisicamente e spiritualmente) ho la sensazione che questo concetto in molti Paesi a maggioranza musulmana sia preso più sul serio di quanto non avvenga da noi. Nell’esperienza di Nizam questo si traduceva in pasti condivisi, specialmente in occasione delle festività, assistenza in caso di malattia, condivisione di lutti. E’ un fatto anche che, durante la guerra in Libia, Tunisia e Egitto abbiano aperto le frontiere a chi fuggiva, nonostante l’oggettiva delicatezza della situazione dal punto di vista politico e economico. Un precedente importante è stato quello della Siria e della Giordania, che hanno accolto centinaia di migliaia di persone in fuga dall’Iraq (molte delle quali, tra l’altro, di religione cristiana). Trovo quindi intelligente il richiamo di Paolo Dall’Oglio, gesuita e monaco che vive e opera in Siria dagli anni Ottanta: il rischio di una guerra civile devastante c’è, ed è molto concreto. Dall’Oglio (che oggi rischia l’espulsione dal Paese come persona non desiderata) sta facendo appello a tutti i valori condivisi che ancora esistono in quei luoghi, la solidarietà tra vicini in primo luogo. Probabilmente fallirà anche lì, ma non posso fare a meno di pensare che nessuno, in Italia, potrebbe mai pensare di fare leva su questo concetto, oggi. Una volta sì, a giudicare dai racconti dell’epoca della guerra. Mia madre mi parla di persone accolte, nascoste, sfamate, ospitate a prescindere dal credo religioso o politico di chi era accolto e dalla povertà drammatica di chi accoglieva. E quasi ogni narrazione di quel periodo contiene episodi del genere.

Ieri ho partecipato a una conferenza stampa di Medu (Medici per i diritti umani) sui rifugiati che vivono per strada a Roma. Mi sono resa conto che per me si tratta di situazioni note, che sono abituata a considerare e analizzare. Ma così non è per la maggior parte dei miei concittadini. Anche in questo caso si tratta di vicini di casa. Vicinissimi. Penso a i profughi afghani accampati alla Stazione Ostiense. Una storia che dura da molti anni. Se cercate sul web troverete abbondante documentazione. Ma basterebbe aprire gli occhi, quando ci si passa davanti. Si tratta di 100-150 persone accampate a margine di un binario di una delle stazioni più frequentate di Roma. Non è che sia tanto difficile sapere che ci sono. E che tanti, troppi, sono ragazzi di meno di 18, persino bambini, non accompagnati. Da un po’, arrivano anche madri sole con neonati. Stanno lì, messi tra parentesi dalla nostra città. Gli insediamenti “alternativi all’accoglienza”, come li definisce con un favoloso eufemismo un bando del Ministero dell’Interno, sono una questione complicata da risolvere. Tiri un filo e viene fuori un groviglio di problemi, alcuni locali, alcuni nazionali, altri persino europei. Una matassa di leggi, lacune normative, corto circuiti burocratici. Resta un fatto. Lì ci sono un buon numero di nostri vicini di casa, anche se al momento la casa non ce l’hanno. Ho detto, senza alcuna ironia, al Momcamp che mi considero privilegiata perché ho l’opportunità di conoscere alcuni di loro. Sono consapevole di essere sembrata bizzarra, ma vi assicuro che se faceste la stessa esperienza anche voi lo pensereste. Ho visto con i miei occhi signore non più giovani, volontarie della scuola di italiano, andarsi a bere un té in un binario morto invitate dai propri studenti come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Presto però il campo profughi all’Air Terminal non ci sarà più. In pochi mesi aprirà Eataly e la stazione accoglierà i nuovi treni NTV. Una bella notizia, la riqualificazione di un quartiere che certamente merita. Basta con le tendopoli, che offendono la dignità di tutti, rifugiati e cittadini. Ma c’è un piccolo particolare. Le persone da lì, in qualche modo, saranno tolte. Ma le alternative, al momento non esistono. A meno di un miracolo di responsabilità civile congiunta (per cui, a onor del vero, il presidente dell’XI Municipio si sta spendendo per quanto gli è possibile), finirà che gli afgani si accamperanno altrove, un po’ più nascosti. E tutti noi avremo perso una splendida occasione per dimostrarci, una volta tanto, lungimiranti.

Post scriptum. Forse può essere utile un piccolo video illustrativo. Ne trovate vari, in rete.

Agenda


Le agende sono una cosa seria. Giusto oggi realizzavo che sto cercando di appuntarmi in qualche modo gli impegni nel 2012 facendo crocette sul calendario sintetico in fondo alla mia Quo Vadis. E non va, non mi trovo. Temo di perdermi qualcosa per strada. Le agende andrebbero comprate adesso (o meglio alla fine di ottobre) e iniziare dagli ultimi mesi dell’anno precedente. Era così la favolosa agendina acquistata in Irlanda, in una biblioteca che conoscevo perché dava nome a papiri celebri ma che mai credevo fosse a Dublino – è stata una delle scoperte più stranamente emozionanti dei miei viaggi di lavoro: io che strabuzzavo gli occhi guardando la cartina della città, tutti gli altri che, in vari idiomi europei, pensavano: “Chester Beatty, ok. Embè?”. L’agendina di piccolo formato, ma dalla copertina vezzosissima (un manoscritto persiano medievale, nella fattispecie) non capita tutti i giorni, diciamocelo. Allora sopperisco con la routine, con le sane abitudini. Individuato un formato che mi si confà (settimanale, con spazio note abbondante ma non eccessivo), mi attengo a quello, senza ulteriori guizzi. Certo, quando vado all’estero, come mi capita in genere nel mese di ottobre, lancio un’occhiata speranzosa ai bookshop di musei e biblioteche. Ma la Carolina Rediviva di Uppsala mi ha deluso: cartoline, blocchi, ma niente agende. Sospiro. Quando sarò abbastanza organizzata, mi rifornirò da qualche shop online britannico. Tipo British Museum, per intenderci. Devo ricordarmi di appuntarmelo, sulla prossima agendina.

Mi sono chiesta se sostituirei il mio cartaceo con un’agenda elettronica. Non credo di essere pronta, sinceramente. Ho ancora troppo vivo il ricordo di quando, matita alla mano, facevo il conto sul planner delle settimane della mia gravidanza e immaginavo quel mese di giugno, che mi appariva tanto remoto, con quel divertito sogghigno che mi derivava dal fatto che nessuno dei miei colleghi ancora immaginava minimamente il significato di quelle crocette. E mi mancherebbe troppo il gesto dell’arrivo in ufficio, la mattina, quando mi preparo alla riunione quotidiana afferrando agendina e blocchetto e mi sento efficiente. Datemi un’agenda e vi solleverò il mondo. O, se non ci riesco, possiamo fissare un appuntamento per parlarne.

E voi? Che agenda usate?

Riscaldamento


Hanno acceso di nuovo i termosifoni. E’ la stagione dei panni messi ad asciugare in emergenza la sera prima, che qualche ora dopo sembrano un cartoncino bristol, ma si possono anche indossare. E’ anche la stagione della tosse, degli aerosol, degli interrogativi sui termometri digitali. Con Meryem non abbiamo ancora iniziato, ma ci ha pensato il kebabbaro a farci fare un po’ di allenamento in questi giorni. Si comincia a vedere in lontananza il Natale, con i suoi festeggiamenti un po’ rapidi e quasi imbarazzati a cui la mia famiglia è abituata da tempo. Anche di quello abbiamo fatto una specie di prova generale, sabato scorso. Sabato mattina, per salutare i miei zii calabresi, nel salone di casa di mia madre si era spontaneamente radunata una buona parte degli invitati del 24 dicembre (sorelle, mariti, l’altra zia). E il discorso è caduto sui Natali di tanto tempo fa, che erano segnati dall’arrivo dei cugini di Reggio e dalle visite culturali a cui mio zio ci costringeva, ma anche dal mercante in fiera a cui non potevo partecipare perché troppo piccola (e morivo di rabbia). Ricordi, i soliti ricordi abituali, che non mi sorprendono più di tanto.

Domani Nizam parte per la Turchia, allora. Alla fine, onestamente, il mio ritmo non cambierà più che tanto, nelle ore diurne. Ho già detto che mi pesa e non ci torno su, almeno per ora. Oggi mi sono ripromessa di abituarmi all’idea. Un altro paio di cose mi sono ripromessa, ma il momento dei buoni propositi lo riserviamo per il compleanno. Tra poco inizierà il mio ultimo anno prima dei quaranta, quello che devo utilizzare al meglio per arrivare preparata e ben disposta a questa quarta cifra tonda della mia vita. Consigli? Dài, su, datemi dei consigli per il mio anno del -1. Che ci siate già arrivati o no, è un buon momento per un brainstorming di saggezza.

Al dunque


E’ una sera in ogni caso importante. Forse non fatale, sicuramente non risolutiva. Io, come ho già scritto a suo tempo, non mi sento di fare trenini. Non mi sento neanche di brindare. Sto a guardare, in attesa. Mi frullano in testa domande a cui non sono in grado di dare risposta. Penso che attraversiamo un momento delicato, complesso.

Però non sono sola. Non lo ero neanche mentre seguivo con la coda dell’occhio le immagini dal Quirinale. Meryem sbircia, chiede. E io rispondo. Ora che lei si addormentata io ripenso a come le ho risposto e mi ritengo soddisfatta di quel che ho detto, che poi è esattamente quel che penso. Parafraso le mie risposte alle sue domande, in una simulazione di narrazione.

Questa persona, che comandava in Italia, oggi va via. Mamma è contenta che vada via, perché non è stato bravo a comandare. Crede che abbia fatto tanti sbagli gravi. Anche le persone lì sono contente che vada via. Sì, alcuni credono che debba andare in prigione. Quindi è giusto che vada via, ma non mi piace il modo. Sai quando si vuole fortemente una cosa bella, magari per un buon motivo? Poi però magari la si ottiene nel modo sbagliato. Il modo giusto di cambiare chi comanda è votare. Sai quando si scrive, si sceglie il nome di chi comanderà? Sì, tanti hanno scritto il suo. Tante persone. Ecco, io avrei preferito che quando era il momento di scegliere, avessero scelto qualcun altro. Perché si sapeva già che non era bravo. E allora perché ora succede così? Ecco, amore, io questo bene bene non lo so. Diciamo che gli altri Paesi hanno detto che o lo mandavamo via o avremmo avuto grossi problemi. Ma anche questo non è che mi piaccia molto. Continua a leggere “Al dunque”

La rabbia più grande


Non so se questo post valga o meno, per il blogstorming di GenitoriCrescono. Perché, onestamente, la Guerrigliera si arrabbia, urla strepita, fa i capricci. Ma la rabbia, quella vera, è tutta mia. Se guardo indietro mi pare che la rabbia sia stata mia fedele compagna da sempre. Da piccola, quando mi raccontano che quando mi arrabbiavo varamente riuscivo anche svenire. Da ragazza, quando mi mordevo le mani quasi a sangue (a volte lo faccio ancora). E, devo ammetterlo, anche da adulta: con stupore ripenso ai mille episodi in cui, specialmente con i familiari, ho perso il lume della ragione. Ho urlato per ore, ho vomitato veleno qua e là, cercando di dimostrare che no, calmarsi non era possibile. Ieri sera però notavo un fatto. Da quando mi arrabbio con mia figlia, sono costretta ad affrontare la cosa in modo del tutto diverso. Le volte che con lei ho perso il controllo (ce ne sono state), mi sono talmente spaventata che adesso, istintivamente, cerco di controllarmi. Arrabbiata, furiosa quanto prima: ma cerco di non urlare, di non trascendere, di prendermi una pausa anche io prima che sia troppo tardi. Sarà questo allenamento, o forse l'età che avanza, che mi ha portato a modificare molto anche il mio atteggiamento con gli adulti, persino con i familiari. Non è che mi arrabbi meno, anzi. Ma cerco di esternarlo in modo più controllato. Al limite di evitare lo scontro. E' meglio? Non lo so. La rabbia di prima, certo, spaventava gli altri. Era inadeguata, imbarazzante, completamente ingiustificabile. Ma era liberatoria. Dopo una sfuriata riuscivo a non avere nessun rancore, davvero. Magari poi i rapporti si rompevano lo stesso e passavo giorni oscillando tra il rimorso e la paura. Ma non lasciava altri strascichi in me. Finite le urla, per me la questione era chiusa. Ora davvero non potrei dire che sia così. La rabbia trattenuta si trasforma in tristezza, e la tristezza in risentimento. Ho la sensazione che questa rabbia stemperata in evitamenti e in distanze sia molto più pericolosa dei miei sanguigni scoppi giovanili. Avete presente il duello tra Maga Magò e Mago Merlino ne La spada nella roccia? Non più draghi che sputano fuoco, ma piccoli microbi, molto più letali.

Questo post partecipa al blogstorming

Che dire?


Poi dicono che la gente non legge più i giornali. Quando uno degli argomenti è la telefonata in cui il Sottosegretario alla Difesa parla di un certo "testa di c." e un altro è la rivendicazione del medesimo Sottosegretario, che non si scusa perché lui parla così e usa tale affettuoso epiteto quotidianamente per chiamare suo figlio… Siamo oltre l'incredibile, o piuttosto sotto qualunque livello di credibilità e accettabilità. Ma perché non si dimette? si chiedono in molti, riferendosi all'attuale premier. Ma perché non si dimettono tutti, in massa? mi chiedo invece io. Come si può tollerare di continuare a sedere in un Parlamento che è decisamente parte in causa dello sfascio di questo Paese? Come si può tollerare di andare avanti come se nulla fosse, conteggiando voti di qua e di là, inventando soluzioni creative per mantenere lo status quo? Ci sarebbe davvero un gran bisogno di qualche gesto serio di dignità. L'Italia le risorse umane le ha, le avrebbe. Bisogna uscire da questo pantano. Come? Se io fossi un politico, di qualsivoglia parte politica, sentirei su di me, personalmente, l'onere di dimostrare che la democrazia ancora esiste, da qualche parte nel mondo, e che invece di esportarla a colpi di bombe forse è giunta l'ora di importarne un pochino. Dignità, serietà, professionalità. Ripeto, in questo Paese esiste tutto. Perché continuare a ignorarlo? Non ci credo più, non ci credo affatto alla responsabilità di uno solo. Credo però in tante responsabilità individuali, pesantissime, anche di chi non sarà mai chiamato a darne conto. E ora? Ora davvero non saprei. Speriamo che quanto di giusto esiste in Italia riesca a reggere a questa ennesima inondazione di vergogna. E a tutte le conseguenze, anche economiche, che ciò comporterà. 

Il conflitto è bello perché è vario


Penso di poter dire, senza tema di errore, che gli scorsi dieci giorni sono stati il periodo a più alta densità di conflitti che io sia in grado di ricordare. Non tutti mi coinvolgevano direttamente, quindi mi è stato possibile fare un tentativo di guardarli anche, per così dire, dall'esterno (oltre a straziarmi le viscere di rabbia, dispiacere e ansia, come è più consono al mio temperamento). Non per nulla sono stata messa a bagno una settimana in terra svedese. Self control, distacco e lunghi silenzi di disapprovazione. Sì, vabbè. Magari in Svezia. 
Ricapitolando i vari fronti che hanno attirato la mia attenzione, prendiamo come riferimento temporale il mio recente viaggio. Fin dal pre-Uppsala potevo vantare un bel conflitto familiare sedimentato e strascicato, che ancora oggi giace lì un po' ingarbugliato sotto un tappeto. E per una volta non mi va affatto di affrontarlo. E' grave, dottore?
A Uppsala, in contesto squisitamente professionale, si è sentita un po' la mancanza delle risse che si scatenano due volte l'anno in analoghe riunioni. Stavolta è prevasa una distaccata ironia, accompagnata dalla consapevolezza che su certe questioni l'accordo tra tutti gli uffici europei probabilmente non lo raggiungeremo mai. Abbiamo adottato dunque una soluzione che ci accomuna al Consiglio d'Europa: basso profilo, minimo sindacale e grande enfasi sulle questioni più irrilevanti. Non ho perso la mia fama di "combattente", anche se a dire il vero ho avuto molte distrazioni che mi hanno impedito di essere incisiva e gesticolante come solitamente mi vedono. Qualche scricchiolio si è avvertito dopo la visita al centro di detenzione svedese, che merita una trattazione a parte. Qualcuno ricorderà il mio post vibrante indignazione dopo la visita a Malta, ai primi di ottobre dello scorso anno. Ecco, in quel caso reagire era più facile. Ma davanti a un luogo in cui regnano trasparenza, civiltà, rispetto e persino valorizzazione delle diverse culture, le contraddizioni più profonde del sistema emergono con chiarezza estrema. C'è davvero un modo gentile e umano di rimandare qualcuno in Somalia, in Afghanistan o in un altro Paese di origine per fuggire da quale l'interessato ha rischiato ripetutamente la vita? Una frase mi è rimasta scolpita nella mente: "No, per carità, i bambini in detenzione no. E comunque mai oltre le 72 ore. E no, certo che non li separiamo mai dalla madre, ci mancherebbe. Come facciamo? Beh, compriamo il biglietto aereo in anticipo, così riusciamo a farli partire prima di doverli trattenere". Cioè, in pratica, per non dar loro il trauma di stare 72 ore in un centro meravigliosamente arredato, con ogni genere di attività ricreativa e tv ultimo modello, ci sbrighiamo a rimandare tutta la famigliola in Afghaistan così stanno più tranquilli. E stiamo più tranquilli anche noi. Ora, da un certo punto di vista, gli svedesi non sbagliano formalmente nulla. E si piazzano, da un certo punto di vista, qualche chilometro avanti a noi quanto a civiltà, trasparenza, democrazia. Resta però il fatto che è il sistema in sé, intendo quello mondiale, che è molto lontano dalla giustizia. Non si può che apprezzare il lodevole tentativo di darsi delle regole e di rispettarle tentando in ogni modo di non perdere l'umana dignità in questi passaggi (cosa che certo non si può dire del nostro Paese, tanto per non andare lontani). Ma il conflitto c'è: quello tra i migranti respinti e i cordialissimi e gentilissimi funzionari dell'immigrazione, che sono pronti ad offrire loro qualunque cosa (dalla sala di preghiera all'hoolahop) eccetto la libertà di costruirsi la vita in un Paese civile, sicuro e libero; ma anche quello interiore, molto percepibile, di quelli che operano nella migliore buona fede in questo sistema e devono interpretare due ruoli francamente poco compatibili tra loro, quello del "poliziotto" e quello dell'assistente sociale. E noi, che pensiamo di tutto ciò? Dopo anni che diciamo "ovviamente siamo contrari alla detenzione dei migranti, ma almeno lottiamo per migliorare le condizioni e le modalità", ci siamo trovati davanti quello che per la maggior parte dei nostri Paesi sarebbe un ideale difficilmente raggiungibile. Ma ci piace? Francamente no. Non ci piace affatto. Forse – eresia – ci piace persino di più che il poliziotto non sia gentile e curioso di conoscere la tua cultura, se alla fine ti metterà alla porta. E' maledettamente complicato. 

Una mezzora dopo l’altra


Immaginate una sera di ansia. Che probabilmente non sarà nemmeno l'ultima. Che segue una giornata di puro stress, di spiacevoli sorprese, di adrenalina mista a scoramento. Una brutta sera. In primo luogo, sono abbastanza felice di essere impedita in cucina e di avere, come sempre, la dispensa relativamente vuota (non ho neanche il latte per la colazione di domani, per dire). Altrimenti mi sarei già cucinata tutti i confort food dell'universo. Dai tacos al tiramisù. Non ce la faccio a stare a dieta, ma almeno non posso eccedere più che tanto.
Non mi dispiace neanche di non poter uscire, visto che Meryem dorme nel suo lettino. Credo che qui sia il posto più saggio in cui io possa stare, anche se probabilmente non il più utile. Forse sarebbe bene spiaccicarsi davanti alla televisione, visto che ho in lettura un cruento e macabro giallo di ambientazione partenopea che non concilia il rilassamento. Del resto, scartato NCIS, mi resta ben poco di attraente. Il Boss delle Torte? Temo che non funzioni neanche questo.
La mia vita non è noiosa. Spesso mi compiaccio delle sue complicazioni. Ma certe volte, credetemi, desidererei molto una tranquilla routine. Qualcosa di meno esotico, se capite cosa intendo. Una vita in cui la principale preoccupazione sia trovare un buon idraulico (cosa che peraltro rimando da oltre un mese). Non ci credete? Forse fate bene, stasera non sono del tutto attendibile. Al momento in effetti ambisco solo a far passare questo maledetto tempo, una mezzora dopo l'altra.

Prime impressioni dalla terra delle alci. Ovvero: sulla complessa identità europea


Ero partita di malavoglia, ma la Svezia – devo riconoscerlo – ha fatto di tutto per conquistarmi. Mentre atterravamo, la cabina dell'aereo era inondata di una luce dorata e calda che mi ha letteralmente rapito il cuore. La luce è l'equivalente svedese del ponentino malandrino romano. Autunno svedeseQuella luce ideale per le foto, quella che accarezza senza esasperare i contrasti e che inventa mille riflessi sui colori autunnali. Il cielo era azzurro assoluto, ti veniva voglia di respirartelo con tutte le nuvole. Insomma, mi ha preso in contropiede. Scendendo dall'aereo, il corridoio era tappezzato di gigantografie di personaggi svedesi famosi, del passato e del presente, con la scritta: "Benvenuti nella città di…". Era il primo dei molti esempi che avrei in seguito avuto di quel "nazionalismo modesto", quell' "orgoglio gentile", che è forse il ricordo più tangibile di questo viaggio. Tornando a Fiumicino ho fatto un casareccio confronto: pubblicità di marche di caffé e campagne per un mondo senza droga (in collaborazione con il governo colombiano).
Vetrina svedese Altre folgorazioni in ordine sparso. Ho finalmente capito perché da Ikea vendono tante candele. Se ne fa un uso smodato. Ci sono candele nelle vetrine dei negozi, sulle tavole apparecchiate (anche quelle per la colazione), sulle mensole delle sale riunioni, sul comodino della camera da letto. Veniamo al capitolo storia nazionale. Durante un breve tour delle principali attrazioni della città, by night (cioè alle 8 di sera), ho sentito nominare come notissimi personaggi di cui ignoravo l'esistenza, a parte Cristina di Svezia e l'attuale principessa Vittoria, quella sposata al personal trainer… Apriamo una parentesi su quest'ultima. "Certo, è stato uno shock", ha commentato, grave ma comprensivo il gesuita svedese che si è trovato a parlarcene. "Uno shock esattamente per chi?", ho ribattuto io disorientata dalla piega gossip di un discorso che pareva serio. Risposta, meravigliosa: "In primo luogo per il popolo, naturalmente. Ma immaginate per i genitori di lui. Una sera si sono visti portare a casa questa fidanzata, senza sapere nulla prima. Il re? No, lui non era tanto turbato. In fondo lui si era sposato una hostess incontrata alle olimpiadi di Monaco. Però tutti noi ci siamo subito tranquillizzati: il marito di Vittoria è davvero un bravo ragazzo, serio e lavoratore". Non scherzava. Non mi pare che usi molto l'arte di ironizzare sul propri personaggi pubblici. Si scherza, sì. Su altro. Sugli affari interni al massimo si sorride, o si dissente educatamente, cioè facendo silenzio. Il silenzio, ci è stato spiegato, è una delle massime espressioni di disappunto, qui. Che poi vallo a distinguere, il silenzio di disappunto, dal silenzio generale, quello che ciascuno adotta come stile di vita per stroncare sul nascere ogni forma di inquinamento acustico. Fiume svedese Ma, per tornare alla storia. Avevo già notato in Irlanda una certa tendenza a legarsela al dito per eventi della metà del Cinquecento. Per cui la precisazione in merito al fatto che i Vichinghi di origine svedese avrebbero devastato l'Europa meno di quelli danesi, concentrandosi invece su Costantinopoli, non mi ha meravigliato più che tanto. E ho attribuito all'orgoglio gesuita i continui richiami al "furto" delle biblioteche della Compagnia, ora conservate nella biblioteca universitaria di Uppsala Carolina Rediviva. Sono eventi del 1620, ma evidentemente è stato più shoccante del matrionio borghese sella principessa Vittora (anche se, in verità, ho incontrato pochi gesuiti italiani addolorati dalla confisca della biblioteca del Collegio Romano, avvenuta nel 1873. Al massimo gli rode per il palazzo, di cui non possono più disporre completamente). Quello che volevo dire, in questo torrente di divagazioni, è che io non so proprio nulla di storia europea e, a parte vergognarmi della mia personale ignoranza, non ho mai attribuito grande peso a questa lacuna: la storia medievale e moderna per la nostra vita quotidiana mi è sempre parsa abbastanza irrilevante. Forse esagero, ma durante il breve tour con gli altri colleghi europei, mi sono trovata a pensare che forse non è così ovvio per tutti che il passato sia così ininfluente sui nostri atteggiamenti e sui nostri pensieri (e mi riferisco a quello remoto, a quello lontano e, tanto più, a quello recente, come il conflitto in Yugoslavia). Noi italiani abbiamo questa sorta di distacco dalla storia, di disincanto, fondato su una solida base di ignoranza dei fatti, condita dall'ironia dissacratoria che tante volte ci ha salvato dal suicidio collettivo. Però non è mica tanto vero che il nostro atteggiamento sia così comune in Europa. E, udite udite, comincio a credere persino che ci sia di ostacolo, più che di aiuto, nella relazione con le altre culture. Credo che dovrò tornarci sopra. Per l'amor del cielo, mica dico che ora dobbiamo cominciare a scannarci con gli spagnoli per la dominazione borbonica. Ma sentirci superiori del fatto che non ci frega nulla di nulla (includendo eventi relativamente vicini, che hanno coinvolto i nostri nonni o addirittura noi come cittadini, come il periodo coloniale e la guerra in Yugoslavia) rischia di farci fare la figura degli idioti.
Sulle differenze culturali in Europa si potrebbe scrivere un trattato e chissà che un giorno non lo faccia, forte delle mie esperienze di progetti europei che sono, come è noto, occasione preziosa di rafforzamento dei reciproci stereotipi. Certo è che un'irlandese si veste in modo decisamente diverso da come farebbe un'italiana (anche diversa da me) o una svedese, che mi dicono che abbia anche la costante, perenne preoccupazione di non far trasparire una sua eventuale disponibilità economica e quindi si presenterebbe, presumibilmente, in pile da trekking e pantaloni cargo. Il mondo è bello perché è vario. Certo è che c'è stato un episodio che mi ha colpito profondamente. Durante una sessione, una mia collega dell'ufficio europeo è arrivata nella sala riunioni visibilmente sconvolta. E' dovuta uscire più volte dalla sala ed era chiaramente in preda a crisi di pianto incontrollabili. Ciò nonostante ha fatto le presentazioni che doveva fare. A pranzo, visto che ci conosciamo da sei anni, mi sono avvicinata e le ho chiesto se si sentiva meglio e che cosa fosse successo. Lei non è che sia stata sgarbata, ma mi ha solo detto sorridendo: "Niente di professionale". E non ne ha più fatto parola. Né in quel momento, né nei quattro giorni successivi. E poi diciamo che sono le culture più lontante a presentarci modelli di comportamento distanti dai nostri. Certe volte basterebbe guardarci un po' intorno per capire fino a che punto tutti noi siamo irriducibilmente diversi. E, passati gli eventuali rodimenti, rallegrancene sul serio.