Luoghi comuni


Oggi ho indugiato nelle solite frasi che si dicono. Non so quante volte ho annuito vigorosamente, non so quante volte ho detto “gli uomini, si sa”. Eppure mi assolvo volentieri da queste frasucce veniali, da questa specie di pantomima della solidarietà femminile che ho voluto recitare. Perché lo so, lo so davvero che “gli uomini”, e in particolare certi uomini, alla fine chi li conosce? Esistono? O sono solo delle controfigure nelle nostre chiacchiere?

Se fossero state giornate normali, mi dispiacerebbe di aver indugiato alla superficialità. Forse me ne vergognerei. Ma non lo erano e poco male se, per esorcizzare la tensione, ci si aggrappa alle piccole meschinità di genere. A un certo punto, in forma di battuta, ho detto una cosa che in fondo in fondo penso davvero. Lo penso più per scaramanzia, in realtà. Ma lo penso. Alla fine si può contare davvero solo sulle proprie forze. Im lo ani li, mi li?, si direbbe in ebraico. E’ ingeneroso, forse un po’ pessimista. Sicuramente un luogo comune. Ma che ci volete fare, oggi è giornata. Una giornata comunque soddisfacente e fortunata, non dimentichiamolo.

Sulle classi miste (competizione, variazioni sul tema)


Quando ho iscritto Meryem alla scuola materna ho assunto come dato di fatto che le classi erano composte da bambini di varia età. A dirla tutta, dovevo il mio inserimento proprio a questo. In una classe che si era formata l’anno precedente, casualmente del tutto omogenea, si erano quell’anno liberati tre posti, uno dei quali è toccato a noi. Meryem, con altre due bambine di 3 anni, si è andata quindi ad aggiungere a una classe composta da 23 bambini di 4 anni.

Delle classi miste, fino a quel momento, mi ero fatta un’impressione del tutto positiva. Le associavo a un’impostazione vagamente montessoriana e, nel nostro caso, per Meryem gli stimoli sono arrivati forti e chiari. In poche settimane faceva disegni degni di questo nome e adesso, all’inizio del secondo anno, è capace di scrivere sotto dettatura e qualcosina anche senza dettatura (non fate commenti, vi prego, sulla prima frase che ha scritto autonomamente in modo corretto).

Meryem comunque non si è mai sentita a disagio, mi pare, rispetto ai suoi compagni. Del resto è più alta di molti di loro e ce l’ha fatta tranquillamente a stare al passo con gli altri. Non mi pare che viva pressioni particolari. Giusto ieri mi annunciava che ha finito il libro delle attività dei 4 anni e ha iniziato quello per i 5 anni (sarà vero? Il dubbio non è motivato dalla mia poca fiducia nelle mie capacità, ma dalla mia certezza che non le farebbero mai iniziare un libro che non mi abbiano fatto acquistare PRIMA. Ma non divaghiamo). Quest’anno ci sono stati tre nuovi inserimenti, di bambini di 3 anni. Meryem mi racconta che tocca a lei e a altri più grandi accompagnarli per mano, immagino quando vanno in cortile (si lamenta che le scappano!) e, in generale, fare da tutor ai più piccolini in vari momenti. Mi sembra utile e positivo e certamente questa esperienza la coinvolge. Certo, l’anno prossimo il cambiamento sarà più massiccio, in termini di sproporzione numerica. I nuovi inserimenti saranno un totale di 20 su una classe di 26.

A questo punto, confesso, che mi sono messa a ripensare a questa cosa delle classi miste, anche sollecitata da altre amiche che hanno scelto o subìto la stessa esperienza. C’è qui dice che non funzionano comunque, c’è chi dice che non funzionano se – come pare avvenire – le maestre non sono molto ben preparate a gestirle. Mi segnalano che alla fine i coetanei formano gruppi separati e alla fine la maestra è costretta a lavorare separatamente con ciascun gruppetto. C’è chi, come me, resta possibilista, ma con qualche perplessità di tanto in tanto. Io non ho la sensazione che nella classe di Meryem ci siano gruppi separati, né che la cosa non funzioni, ma sarà ancora così quando Meryem si troverà solo con bambini più piccoli? Mi rifiuto di entrare nel trip “non la prepareranno adeguatamente per le elementari” (cosa che qualche mamma ha già detto), ma il timore che finisca con l’annoiarsi si insinua subdolo nella mia mente.

Voi cosa pensate della classi miste? Qual è la vostra esperienza? La classe mista stimola la competizione positiva? O, come dice qualche mamma, priva i bambini dell’attenzione specifica che ogni età meriterebbe?

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Figlia di un povero genio


Un bel post su Genitori Crescono, scritto dalla mia amica Veronica, ma più ancora un paio di salaci commenti di due mie simili, Barbara e Silvia, mi tirano fuori da un angolino del cervello una riflessione che è più uno scrupolo. E allora credo che mi tocchi affrontarlo, questo tema della competizione, visto che alla fin fine sono stata io stessa a proporlo a Genitori Crescono (e qualcosa vorrà pur dire).

La frase – ironica – di Barbara (“Poi che c’ entra, noi siamo naturalmente una razza superiore, quindi chi se ne frega della competitività che è lo sfogo naturale di quelli che devono faticare per raggiungere la media”) mi ha illuminato. E’ esattamente così che mi hanno cresciuto. Mio padre, in particolare. Sempre ironico, eh? Sempre con il sorriso sulle labbra. Ma lui lo pensava sul serio. Spezziamo una lancia a favore di quel pover uomo. Lui era un genio davvero. E fare il genitore, per un genio, deve essere il compito più difficile della terra. Perché? Perché chi è un genio in una manciata di campi, è per forza insufficiente e goffo in molti altri. E, cosa più grave, degli altri campi in cui non eccelle spesso, in buona fede, non riesce proprio a vedere la rilevanza (se non addirittura l’esistenza).

Mio padre era la persona meno competitiva della terra. Perché in tutto ciò che valutava importante aveva già vinto e stravinto. A 30 anni aveva il lavoro della sua vita, nel posto più prestigioso a cui un ricercatore con le sue idee potesse ambire (ovviamente non dal punto di vista economico. L’insegnamento accademico, che avrebbe potuto avere a Roma con la libera docenza già conseguita, l’ha sempre rifiutato); aveva sposato la donna della sua vita, convinzione che credo non l’abbia abbandonato mai e di cui non faceva mistero (cfr. i mazzi incredibili di rose rosse, uno per ciascun anno passato dal loro fidanzamento, che inondavano casa ogni 8 dicembre); ma, soprattutto, chiunque lui ritenesse stimabile lo stimava senza riserve.  Aveva poco da competere. Aveva le sue mancanze e i suoi limiti, qualcuno lo giudicava anche rilevante. Ma onestamente era un uomo che sfuggiva a qualsiasi media.

Tutte noi figlie, ovviamente, abbiamo dovuto metabolizzare, nel bene e nel male, cotanto padre. Uno che non aveva assolutamente bisogno di essere severo: i suoi giudizi, espressi o inespressi, cascavano nelle nostre vite con la grazia di meteoriti. Nel mio caso erano (per lo più) giudizi positivi, generosi e a dirla tutta spropositati, che si trascinavano dietro, peraltro, tutta la famiglia. Ancora oggi le mie sorelle sono convinte, a dispetto dei disastri da me combinati nei più vari settori della vita pubblica e privata, della mia superiore intelligenza. La stima è qualcosa che non solo non mi è mai mancata, ma di cui ho subito una overdose. “Lo sai che ti apprezzo tanto”, mi dice di tanto in tanto qualcuno. E io, se non mi freno, parto di capoccia. Il meglio che riesco a fare è restare freddina.

Della stima non so che farmene, mi verrebbe da dire. E allora che caspita vuoi? Da liceale avrei detto che volevo essere inclusa nella vita sociale, che volevo essere più bella, che volevo essere considerata   una femmina e una persona. Oggi, con il senno del poi, mi dico che mi sarebbe piaciuto sviluppare le mie potenzialità in modo più equilibrato. Mi sarebbe piaciuto essere incoraggiata a migliorare là dove facevo più acqua (e non parlo di rendimento scolastico, evidentemente). Ho già detto che ringrazio il pattinaggio e, in particolare, la mia allenatrice per avermi insegnato a perdere un po’ meglio di prima. Ma è stato il tempo, più che altro, a darmi l’allenamento necessario. Uscita, con qualche ritrosia e molto poco spontaneamente, dal campo in cui mi ero abituata a vincere facile (e in cui, manco a dirlo, mio padre mi vedeva benissimo), mi sono trovata a fare i conti con tutto il resto, comprese le mie molte incapacità.

Tornando a me, come persona e come genitore: mi sento superiore? Non saprei. Mi sorprendo ancora a incutere inavvertitamente soggezione. Probabilmente un certo atteggiamento spocchioso lungamente praticato all’Università e dintorni, mi è rimasto nel repertorio. Non a caso, mi sono scelta un compagno che sulla mia presunta intelligenza superiore nutre molti (e fondati) dubbi. Per il resto, mi arrangio come posso. Mi consolo pensando che, non essendo un genio come mio padre, forse mia figlia mi troverà meno ingombrante. Ma spero che non mi ami meno per questo.

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Certo che sei tu


Non è così strano che io ti abbia riconosciuto subito, appena ti ho visto entrare sul tram e trovarti un posto in piedi accanto alle porte. In tutti questi sette anni in cui non ci siamo visti, ho avuto spesso tue foto davanti agli occhi. Poi non dimentichiamo che per due anni ci siamo visti cinque volte a settimana, puntualmente, dalle 14 alle 16. E infatti anche tu, Alassane, mi hai riconosciuta immediatamente. Perché ho tante foto che ti ritraggono? Te lo spiego io. Ogni volta che un volontario si armava di macchina fotografica per immortalare  la scuola di italiano del Centro Astalli, che allora era nei pressi di Piazzale Flaminio, finiva per inquadrare te. Sei sempre stato il più bello degli studenti, troppo bello per essere vero. Altissimo, decisamente attraente, sempre sorridente, elegante e, soprattutto, sempre lì, puntualissimo.

Arrivavi ogni giorno, un po’ prima degli altri. Con il caldo, con il freddo. Quando eri malato, raffreddatissimo e con la febbre, venivi lo stesso. Anche a digiuno, quando era ramadan. La prima volta che ti abbiamo visto arrivare, temevi che ti mandassimo via. Con qualche ragione, intendiamoci. La scuola era per i rifugiati, e tu non lo eri. Il permesso di soggiorno non lo avevi nemmeno. Con altri senegalesi come te vendevi borse e simili nel piazzale davanti alla stazione ferroviaria. Ci hai spiegato bene che tu altre possibilità di imparare la lingua non ne avevi. La nostra scuola era vicina, comoda da raggiungere portandoti dietro tutta la merce. Sì, perché tu “la bancarella” non la potevi lasciare incustodita. Però potevi sempre ripiegare il telo, riempire due o tre borsoni, caricarti tutto e venire a imparare lì, a due passi. Temevi che ti mandassimo via, ma non hai cercato di intrufolarti alla chetichella. Hai subito chiesto un colloquio al direttore della scuola, un burbero e strampalato gesuita che capivamo in pochi, e a me, giovane “segretaria”. Ti eri vestito con più cura del solito e hai esposto le tue motivazioni dettagliatamente, in un francese piacevolissimo. Visto che lavoravi nel commercio, ci dicevi, la lingua era un investimento decisivo. Se ti avessimo consentito di frequentare i corsi, lo avresti fatto con il massimo impegno. E ce ne saresti stato sempre riconoscente. Hai avuto il permesso e tu sei sempre stato di parola. Lasciavi i borsoni all’ingresso, io te li sorvegliavo durante le lezioni.

Era preziosa, la merce. Andavi ogni settimana a Napoli a comprarla. Il “referente” napoletano passava ogni giorno a piazzale Flaminio, a controllare l’incasso e a prendersi la sua percentuale. Se arrivavano i vigili o la Finanza a sequestrarti tutto però la perdita era solo tua. E dei rischi, ovviamente, rispondevi solo tu. Non eri fiero di quella vita. Non ti piaceva affatto essere costretto a violare le leggi, tu che a scuola non hai mai trasgredito nemmeno la più piccola regola. Appena hai potuto, hai trovato il modo di regolarizzarti. Non dimenticherò mai il giorno in cui sei arrivato a farci vedere il tuo permesso di soggiorno. Tu, sempre così solare, quel giorno sfolgoravi di emozione e di fierezza. Tanto di cappello, abbiamo pensato in simultanea io e il gesuita burbero. Se c’è qualcuno che si è guadagnato la regolarità, quello sei tu.

Oggi mi hai chiesto subito come sta il “Padre”, quell’ormai ex direttore misantropo che oggi vive nella solitudine in un pensionato, invecchiato e annebbiato. Te ne sei sinceramente rammaricato, come me. Lavori come pizzaiolo in un locale di via della Lungaretta. Un pizzaiolo senegalese. Abiti lontanuccio, sulla Prenestina. Ma ti mantieni con dignità e sei abbastanza contento. Hai chiesto la Carta di Soggiorno, il permesso a tempo indeterminato, e per farlo hai sostenuto e superato brillantemente un esame di lingua. Tu non ti lamenteresti mai, e infatti non lo fai. Sorridi come sempre, e per te il tempo sembra non sia passato (vorrei poter dire lo stesso).

Ma non mi abbandona la sensazione che chi ha fatto l’affare peggiore siamo noi, gli italiani. Tu eri e sei giovane, brillante, motivato, determinato. Parli ormai perfettamente tre lingue. Prima di partire avevi studiato, non ricordo se eri già iscritto all’università. Avresti potuto contribuire ben di più al nostro Paese, se solo ne avessi avuto la possibilità. Non è che fare il pizzaiolo non vada bene, ci mancherebbe. Ma ti vedevo bene, benissimo, a fare altro. Non è detto che tu un giorno non lo faccia, intendiamoci. Non mi stupirebbe che, messi i soldi da parte, tu diventi uno dei tanti imprenditori stranieri che danno lavoro a centinaia di connazionali e di italiani. Ma quanti anni ti ha fatto sprecare questo Paese incapace di gestire il capitale umano che con tanta generosità l’Africa continua a regalargli?

 

La libertà non è uno spazio libero


Ultimamente incappo spesso e volentieri nella parola “libertà” e negli aggettivi derivati. A un certo punto stavo passeggiando per le stradine del centro di Roma e mi ha colpito un pensiero: il concetto di libertà, per me, negli anni è cambiato in modo radicale e si sta ancora trasformando. Libertà è fare ciò che voglio, quando voglio? E’ avere disponibilità di soldi e tempo per togliermi qualunque sfizio? Una volta avrei visualizzato una persona libera come qualcuno mobile, leggero, con poco bagaglio e pronto a cambiare allegramente direzione. Oggi, pur cogliendo la piacevolezza di tutte queste cose, associo la libertà a qualcosa di diverso, addirittura di opposto. Una persona libera è una persona solida. Una persona sicura di sé, serena, non volatile. Il che non vuol dire risolta, o giunta a un capolinea di certezze o, peggio, di abitudini. Ma certamente in grado di non farsi portare qua e là dal vento delle emozioni effimere.

Libertà di giudizio, libertà di coscienza. Sono obiettivi importanti, potrebbe non bastare una vita a raggiungerli. Certe volte, nelle discussioni sui più disparati argomenti, si parla della libertà come di una caratteristica connaturata a qualunque individuo, di qualunque età. Per cui magari ci si affanna a difenderla alla cieca, molto più che a lavorare insieme perché ciascuno, qualunque sia la sua condizione, possa raggiungerla davvero. Mille volte sbuffo e sbufferò perché da madre non sono più libera di… (vedi anche post precedente). Ma sarei disonesta se non ammettessi che questa dura scuola del diventare genitore, questo esercizio di punti di vista, discernimenti e ripensamenti, non può che concorrere in modo determinante a fare di me una persona più libera.

In equilibrio


Ogni volta che mi compiaccio per la mia larghezza di vedute, in breve devo ricredermi. No, non c’è davvero alcun merito nei miei tentativi di abbrancare le cose in qualche modo, anche facendo rocamboleschi esercizi di razionalità flessibile. Avete presente quando uno è in punta di piedi e si sporge, ai limiti delle umane possibilità, sperando contro ogni ragionevole previsione di non spiaccicarsi al suolo? Che poi, qualunque cosa tu stia cercando di raggiungere, si può essere certi che ne spunterà un’altra, qualche centimetro più in là. E tu ricominci ad allungarti, dimenticando il trionfo e soprattutto il passeggero sollievo di averla scampata.

Questa ardita metafora mi serve solo a fissare su carta una sensazione improvvisa (ma, se sono del tutto onesta, ricorrente). Certi punti di vista, tipici di un altro luogo, non potrò mai non dico capirli, ma neanche davvero immaginarli. Io predico spesso e volentieri che in fin dei conti ci si trova sempre a rapportarsi con persone, non con mentalità astratte. Il problema, però, consiste nel fatto che anche il luogo in cui quella specifica persona si trova in quel momento stravolge tutto. Io tendevo a pensare: vediamo come la pensa questa persona. E invece no. Forse bisognerebbe capire dove la pensa, la persona suddetta. Non cominciamo con la coerenza, please. La coerenza è una mera astrazione, una categoria della logica che molto raramente si traduce in vita vissuta, se non per intervalli momentanei (e a quel punto è piuttosto coerenza subitanea con qualcosa di esterno da sé, nulla a che vedere con la prolungata non contraddizione interna allo stesso individuo). “Una cosa è qui, una cosa è lì”, ha riassunto ieri notte Nizam al termine di un’esposizione assai complicata e faticosa. Sembra un insegnamento segreto di Vecchio Maestro, che non a caso piace tanto a sua figlia.

Ok. Ma quando si è un po’ qui e un po’ lì? Quando telefono, sms, skype e più ne ha più ne metta continuano a confondere i piani? Niente, ci si tiene in bilico. Molto pericolosamente. Certe volte ho paura di ripensare a questi momenti di parziale illuminazione come a quelli in cui in realtà avevo capito che no, non era proprio possibile. Che era più saggio arrendersi. Ma vivere in barba a ogni ragionevolezza è sempre stata la mia specialità.

Mettersi in mezzo e farsi da parte


In questo ultimo periodo mia madre mi ha passato almeno due libri, davvero importanti. Lo fa così, senza parere. Come sempre. Ma queste letture sono state risposte, in un certo senso, a dubbi e perplessità ricorrenti. Del primo libro, quello di Bregantini, vi ho già ampiamente parlato e non ci torno sopra. Il secondo è questo. Da tempo mi chiedo da dove attingere nuove speranze, nuove contenuti, un nuovo stile di pensiero. Mai credevo di guardare così insistentemente ad alcune figure della Chiesa. Intendiamoci: parlo di impegno civile, di costruzione intellettuale, di punti di partenza. Non di fede o, peggio, di catechismo. Non pensierini per addetti ai lavori, per affiliati di parrocchietta. Pensieri veri e propri, strategie per il nostro tempo.

Questo ritratto del cardinal Martini tocca, certo, molti punti importanti per un cattolico. Ma “non puoi rendere Dio cattolico”, afferma il cardinale. Semplice, lineare, ovvio. Eppure non da tutti. Proteggere l’immensità e l’inclusività del divino è più importante di qualunque particolarismo e impulso a piantare bandierine qua e là. E allora, uno sguardo critico e libero attraversa tutti gli aspetti del mondo contemporaneo. Se si vuole utilizzare il cattolicesimo in politica come ramo moderato di qualsivoglia schieramento, lo si deve prima addormentare: non si tratta di pensiero, di per sé, accomodante e remissivo. La comunicazione? “Se l’idea di partenza è quella di vendere, non di dialogare tutto è distorto. Puntando sul sensazionale, calcando sui particolari che suscitano attrazione, disgusto, ribrezzo, pietà, si genera un’inflazione dei sentimenti e nello stesso tempo un accresciuto bisogno di emozioni sempre più grandi”. E’ una “falsa idea del comunicare”: non si intende dire qualcosa all’altro, ma possederlo, soggiogarlo.

“Oggi non ci dobbiamo concentrare su elementi fissi e immutabili: le religioni non sono nei libri, ma nel vissuto della gente di tutto il mondo”. Ed eccoci al famoso “dialogo” tra le religioni, fonte di tanti malintesi, incongrui protagonismi e brusche frenate. Intanto basta teorie, dibattiti sulle nuvole, definizioni a priori. “Fatti invitare a una preghiera dal tuo interlocutore e un giorno portalo con te a messa. Se vuoi entrare in un altro mondo religioso, hai bisogno di un amico che ti accompagni. Non avere paura dello straniero”. Lo stesso vale per la cattedra dei non credenti, con cui non si dialogava chiedendo loro (come fa il papa attuale) di ragionare “come se Dio ci fosse”. Martini metteva credente e non credente sullo stesso piano, sottolineando come entrambi siano caratterizzati sia da certezze che da dubbi. E’ un problema di metodo. Confrontarsi con un’alterità in modo proficuo e credibile presuppone di dare sinceramente alla posizione dell’altro lo stesso valore della propria, senza condiscendenza, paternalismo, simulazione. Pro veritate adversa diligere.

E ancora tanti spunti. “La vita fisica va rispettata e difesa, ma non è il valore supremo e assoluto”. La dignità umana vale di più. Più esplicitamente? “La prosecuzione della vita umana fisica non è di per sé il principio primo e assoluto”. Non so se mi spiego. Niente regolette, davanti a questioni obiettivamente complesse. Solo una grande umiltà e desiderio di intercessione. Inter-cedere, fare un passo in mezzo. Sporcarsi le mani. Anche nei conflitti politici, anche nei drammi come quello della guerra in Terra Santa. “Intercedere vuol dire mettersi là dove il conflitto ha luogo, mettersi tra le due parti in conflitto. Non si tratta quindi solo di articolare un bisogno davanti a Dio (Signore, dacci la pace!), stando al riparo. Si tratta di mettersi in mezzo”. Non si tratta di fare l’arbitro, o il mediatore. Non si tratta di convincere gli altri a cedere qualcosa e a scendere a compromessi. Se si trattasse solo di questo, saremmo ancora nel campo della politica e resteremmo estranei al conflitto, pronti ad andarcene in qualsiasi momento. “Intercedere è un atteggiamento molto più serio, grave e coinvolgente, è qualcosa di molto più pericoloso. Intercedere è stare là, senza muoversi, senza scampo, cercando di mettere la mano sulla spalla di entrambi e accettando il rischio di questa posizione”.

Ho sempre più netta la sensazione che senza volontà di accettare pienamente il rischio, “senza scampo”, ciascuno nelle proprie corde, nulla si potrà smuovere davvero nelle nostre società. Le sfide del presente e del futuro ci vedranno vittime inermi o arditi interpreti? Non so se esiste davvero una via di mezzo. Perché mai uno dovrebbe esporsi, mi chiedo? Mah, qui ciascuno deve fare i conti per se stesso. Fede, ideale, senso del dovere, fantasia, creatività, sete di giustizia, esasperazione, oppure nulla di tutto ciò. Cosa direbbe Martini? “Non credere che spetti a noi risolvere i grandi problemi dei nostri tempi. Lascia spazio allo Spirito Santo, che lavora meglio di noi e più profondamente”. Peccato che per lasciare quello spazio tocchi darsi molto, molto da fare. Standocene fermi a sospirare blocchiamo ogni spiraglio.

A distanza


Oggi, poco dopo le 8, il treno su cui viaggiavo è sfrecciato, senza fermarsi, attraverso la stazione di Rovigo. Ho subito mandato una mail di saluto alla mia amica Betti, che vive lì. Nel farlo mi sono ricordata che avevo già avuto lo stesso impulso spontaneo, molti anni fa, mentre viaggiavo su un treno diretto a Gorizia (o di ritorno da Gorizia? vatti a ricordare). Questa volta lei, notoriamente più assennata di me, mi ha telefonato e ci siamo salutate a voce. La nostra amicizia è iniziata poco più di dieci anni fa ed è andata a balzelloni significativi, nel senso che non ci siamo viste o sentite molto spesso, ma ogni volta è stata, a suo modo, memorabile. Le sono ancora profondamente grata, e oggi lo voglio dire pubblicamente, per aver voluto trascorrere insieme a me uno dei Capodanni più difficili della mia vita, senza mai farmi pesare quanto fosse moscia la mia compagnia, nonché il contesto di festeggiamento che le offrivo (ricordo di aver dormito davanti a Shrek in attesa della mezzanotte). So che legge questo blog e che mi segue, con affetto, a distanza. Anche se commenta poco, la sento vicina e non è poco. Poi finisce che non la chiamo, che non le scrivo. Ma ogni volta che il mio treno attraversa Rovigo, mi faccio viva. Magari un giorno scendo.

Oggi mordo


“Sembri la vignetta di Mafalda”, mi faceva notare la mia collega stamattina. Vero, verissimo. E non solo per i capelli, che pure di per sé giustificherebbero l’accostamento. Eppure stamattina non era partita male. Poi sono passata da scuola e ho avuto un colloquio poco edificante con una delle maestre di mia figlia. Cioè, neanche un colloquio. Piuttosto la negazione di ogni possibile colloquio passato, presente e futuro. Le amiche sagge, su Facebook, mi esortano a non prendermela e anzi a gioirne: nei colloqui con le maestre vince chi fugge. Se sono loro stesse a chiederlo, che voglio di più?

Sarà che quella frase me ne ha richiamata un’altra, molto più antica. Quando ho iniziato il dottorato a Torino, carica di aspettative, mi venne detto: “Più ve ne state a casa vostra, più siamo contenti”. Anche lì si intendeva come una facilitazione, probabilmente, per noi dottorandi. O almeno come tale la si vendeva. Non vi state a preoccupare di venire qui, basterà una firmetta due volte l’anno. Voi vi fate il vostro lavoro in pace, vi prendete la vostra borsa di studio. Noi (professori) non ci troviamo nella sgradevole situazione di doverci ricordare continuamente che esistete. Una win win situation, la definirebbe qualcuno. Per noi, giovani entusiasti, è stata una delusione. Non è che a risparmiarmi di fare qualcosa mi fai necessariamente un favore, ecco. Può essere anche che io abbia la sensazione che per te non conto niente. Insomma, se anche e così, dovresti preoccuparti di non sbattermelo in faccia così esplicitamente. O no?

Comunque, come spesso mi capita per quei corridoi di scuola comunale, mi sono innervosita, ma non ho voluto obiettare in nessun modo. Ho la precisa sensazione che sia inutile e anzi dannoso. Poi per strada ho continuato a rimuginare e, come spesso avviene, a quella recriminazione non detta se ne sono aggiunte un altro paio, per affinità. Stavo lì sul tram, leggevo un libro che mi piace, ma allo stesso tempo pensavo a queste tre cose che mi infastidiscono e, più di tutto, a perché non riesco mai a tirarle fuori nel modo giusto con chi potrebbe farci qualcosa.

E di nuovo il punto è lo stesso. Perché in fondo non penso che le cose possano cambiare. Non ho fiducia in chi potrebbe cambiarle, o al limite, ritengo impossibile il cambiamento di per sé. “Tanto vale farsele piacere, queste situazioni”, mi dicevo più tardi nella mattinata. Invece no, questo so bene che è impossibile. A nessuno piace l’incuria, la trascuratezza, l’indifferenza. Dunque? Forse ho bisogno di rimettere le cose in fila, ancora una volta. Di capire se c’è qualcosa che merita di essere cambiato davvero. E se pure dovrò mettermi l’anima in pace, di farlo sul serio per me stessa e non per assecondare le aspettative di qualcun altro.

Commuoviamoci correggiamoci


Stimo troppo Barbara Summa per fischiettare davanti a un suo preciso invito. Però, lo confesso, davanti a questo invito mi sento particolarmente impreparata, per più di una ragione. Una, dovuta a mera deformazione professionale: l’espressione “buone prassi” mi fa rizzare il pelo istantaneamente. Credo di capire, amici e amiche, cosa intendete, ma io le uniche buone prassi che ho frequentato erano della roba posticcia appiccicata da qualcuno in fondo a un report. Nella di utile, nulla di reale e tanto meno di nato dal basso. Prescindo dunque dalle buone prassi e, in particolar modo, da quelle al femminile. Una conversazione a pranzo, oggi, mi ricordava piuttosto svariate pessime prassi che, senza essere squisitamente e esclusivamente femminili, trovano in alcune donne dei veri vertici di perversa raffinatezza. E allora perché non mi sto zitta, mi direte giustamente voi? Perché alla fine, se ho capito il nocciolo della questione (ma non è che ne sia sicura, intendiamoci) è che magari un primo passo per cambiare tutte le cose che ci stringono il cuore in questo momento come donne, come genitori, come cittadini forse anche io posso contribuire ad individuarlo. Ancora una volta cito l’ultimo libro che ho letto (non sono sponsorizzata Piemme, vi assicuro): “In fondo la mafia cos’è? Rispondere agli interessi della propria famiglia più che a quelli della comunità: il ‘familismo amorale’, com’è stato definito da autorevoli osservatori e sociologi come Alberto Alesina e Andrea Ichino nel volume L’Italia fatta in casa“. Io penso che, come genitori italiani, si viva sempre sul crinale di questo familismo amorale. Quando l’egocentrismo diventa familicentrismo, raddoppia o triplica di potenzialità negativa. Mio figlio, se non proprio io, certamente merita di passare avanti in una lista d’attesa di ospedale. Mio figlio, se non proprio io, ovviamente è moralmente giustificato se si avvale di una raccomandazione. E’ tanto un bravo ragazzo. E poi in questo schifo di Paese altrimenti nessuno si sarebbe potuto accorgere di quanto vale. I nostri figli diventano la misura, sballata, di tutte le cose. Qualunque piccolo o grande illecito o abuso che facciamo entrare nelle nostre vite, ci pare molto più accettabile o persino lodevole se fatto per i figli, per assicurare loro un futuro migliore. E’ davvero un confine delicatissimo, pericoloso, scivoloso, a tratti invisibile nelle nebbie del nostro zelo genitoriale, a volte anche sincero. Il primo passo che noi, madri e padri, potremmo fare è non mollare mai, neanche per una cosuccia infinitesima, nella difesa di questo confine. Difenderlo contro le pressioni dei nonni, dei mariti, delle mogli, di chiunque. Spiegarlo, raccontarlo quel confine, anche quando certamente si rischia di passare per fessi o, peggio, per rinunciatari o per perdenti. La comunità è un concetto astratto. Eppure è solo smettendo di calpestarla con le nostre scelte grandi o piccole che potremo dare di nuovo sostanza al concetto di bene comune, che sembra ormai tanto desueto. Ma “ormai”, come dice sempre Bregantini, è la parolaccia più grave. “E’ una parola talmente radicata che anche quando la cancelli rimane sotto il segno… Ma io ci scrivo sopra – con decisione – ancora“. Dobbiamo ancora fare un tentativo per cambiare la realtà.