Nemici in autobus


Tornando a casa sull’autobus numero 44 mi sono ritrovata a formulare un pensiero che mi è già noto, perché mi torna in testa ogni volta che assisto a una situazione analoga. Tre ragazzi, seduti in gruppo, chiacchieravano tra loro di qualcosa che riguardava i loro documenti. Non capivo la conversazione, ma l’esperienza mi suggerisce che fossero afgani (presumo diretti a un centro di accoglienza gestito dal Centro Astalli, raggiungibile con quell’autobus). Sui 18-20 anni, uno con i capelli particolarmente strutturati a colpi di gel. Accanto a loro, nella corsia dell’autobus, un gruppetto di tre loro coetanei americani (nel senso di statunitensi). Vestiti in modo abbastanza analogo, anche loro con ciuffi che sfidavano la forza di gravità e, in diversa lingua, gli stessi accenti di scambio normale tra amici. I loro popoli si stanno combattendo da anni. Con un briciolo di forzatura, non sarebbe neanche impossibile pensare che il fratello di un membro dei due gruppi abbia sparato al fratello di uno dell’altro. In questo caso non hanno interagito, forse non si sono neanche notati (o più probabilmente gli afgani hanno notato gli americani, ma non viceversa). Ma in passato mi è successo di avere un simpatico volontario californiano in servizio in un centro di accoglienza pieno di giovani afgani. Lì c’è stata occasione di reciproco, esplicito riconoscimento. Sono sopravvissuti tutti e il volontario mi ha in seguito confessato che è stata un’esperienza che raramente dimenticherà. Non aveva mai pensato al conflitto in Afghanistan dal punto di vista di quei ragazzi, che sotto quelle bombe intelligenti hanno perso case, famiglie, progetti, speranze. Una questione di punteggiatura, si potrebbe dire. Ma una punteggiatura particolarmente drammatica. E quello che visto da una parte sembra “necessario” si svela improvvisamente per quello che è, insensato.

Converrete poi che le migrazioni, forzate e non, rimescolano le carte non poco. I conflitti, anche quelli che ci spacciano come scontri di civiltà, sono più territoriali e contestuali di quanto di creda e certe volte, in un luogo terzo, perdono ogni motivo di esistere. E tuttavia non è così semplice. Restano le reciproche, sia pure indirette, responsabilità. Resta il sano senso di appartenenza, che pure può accendere tante violente fiammate anche fuori tempo e fuori luogo (un po’ come accade con i miei amici ebrei rispetto a quanto accade in Israele). Restano reciproci i pregiudizi, alimentati talora da decenni di educazione a ciò finalizzata. Però vale anche quello che tanto mirabilmente racconta De André ne La guerra di Piero: un ragazzo afgano e un ragazzo californiano, se riescono a guardarsi onestamente negli occhi, si scoprono più simili di quanto non si aspetterebbero. “Lo stesso, identico umore”, le stesse aspirazioni a vivere sereni il proprio presente e il proprio futuro. “Ma la divisa di un altro colore”. Tutto sta a capire quando e quanto riescono a spogliarsi, almeno in parte, della divisa e essere liberi. Liberi nella loro simile, speculare, affascinante diversità.

Su un tema molto dibattuto (i miei due centesimi)


Periodicamente, ma con frequenza via via più intensa, spuntano discussioni in merito al mondo dei (ma soprattutto delle) blogger: la relazione con le aziende e con il marketing, la loro capacità di “influenzare”, la loro stessa natura (sono veri/e? sono liberi/e?).

Nel 2004 questo mondo era del tutto nuovo per me. Ho fatto un po’ di esperienza, ho anche avuto una figlia (il che mi ha aperto, in potenza, l’accesso alla categoria di mamma blogger… perché per essere mamma blogger, dicono, basta avere un figlio, mentre ad esempio per essere fashion blogger non basta vestirsi ogni mattina, né per essere foodblogger basta scaldarsi una zuppa al microonde, se ce l’hai, o farti un uovo al tegamino). Ho fatto alcune esperienze, ne farò (spero) altre. Mi sono fatta un’idea, anzi più d’una. Ho cambiato opinione, sia pure non radicalmente, alcune volte.

Per quest’ultima ragione sento l’esigenza di annotare, per me e per le vostre eventuali considerazioni, come la penso in questo momento su alcuni punti. Pronta a ripartire da qui per ampliare le mie prospettive, si intende.

1) Il blog, di per sé, è uno strumento/un contenitore. Usare/Tenere un blog non è necessariamente una missione. Ne consegue che i blogger non hanno, in partenza, un comune denominatore per poter essere definiti tali. Non devono condividere un’idea politica, non devono essere impegnati nel sociale, non devono essere vegetariani o fan di Guerre Stellari. E’ pur vero che nell’uso comune quando si dice “blogger” si intende non chi compila pedissequamente un blog aziendale, ma chi usa il blog per esprimere un po’ di “personalità”, di personal branding anche minimo.

2) E’ ammessa la personalità fittizia? Beh, quella letteraria evidentemente sì. Ogni buon blogger ne ha una. Ma quelli meramente pubblicitari? Anche qui dipende. Est modus in rebus. Un’azienda può realizzare prodotti editoriali interessanti, con la collaborazioni di blogger. La differenza la fa in primis in contenuto e poi lo stile della collaborazione (e del collaboratore/collaboratrice). E’ chiaro comunque che questi prodotti sponsorizzati si pongono manifestamente come cosa distinta da un blog personale.

3) La verità vera che nel web, come nella vita, l’unico metro con cui mi sento di valutare le persone è lo stile e l’educazione. Non amo le sgomitate, gli atteggiamenti aggressivi, l’eccessiva enfasi, le presenze invasive, l’ostentazione, la superficialità, il pressappochismo, l’iper valutazione di contributi (propri o dei propri amici) che di fatto risultano tirati via con poca cura. Non mi sentirei di dire che questi elementi, comunissimi nel mondo professionale di tutti noi, inquinino il meraviglioso mondo dei blog, per il semplice motivo che non mi pare che ne esista uno a prescindere. Ma disturbano me. Questo sono riuscita a mettere a fuoco: non direi mai che la presenza di uno sponsor o di un logo su qualsivoglia blog mi scandalizzi (e, coerentemente, ne uso anche io, se mi capita); ma certamente i/le blogger finiscono per connotarsi anche per come si pongono sul web (inclusa la natura e la qualità delle loro collaborazioni esterne). Se quindi un blogger che lavora “nel settore” (quale che esso sia) e pertanto si espone di più alla mia valutazione di qualità, adotta uno stile che non gradisco, finisco per non leggerlo più. Il che non è una terribile minaccia, evidentemente. Ma era solo per dire che certe volte si discute allo stremo su questioni astratte, filosofiche e di principio, quando poi è lo specifico, più che la regola teorica, a cambiare tutto.

Chi ci ripensa…


Questo fine settimana mi ha dato l’occasione di confrontarmi con altre mamme, più o meno avanti sul percorso scolastico, rispetto allo scoramento e al disincanto che condividevo un paio di post fa (qui). Leggo poi, in serata, questo articolo pieno di ottime intenzioni e forse di quel pizzico di zelo che io devo aver perso tra una riunione e uno scambio di battute con le maestre di mia figlia, mesi fa. Ripensando alla questione, mi sento di poter dire che le madri  che conosco (parlo di Roma, per comodità) sono da tempo rassegnate alle strutture fatiscenti, alle risorse mancanti, anche a quella tipica mancanza di flessibilità che accomuna la gran parte delle scuole pubbliche (e ingrossa le casse delle private). Quello a cui proprio non riusciamo a rassegnarci è l’evidente scadimento delle risorse umane impiegate. E, almeno io, non parlo strettamente di cultura (anche se un minimo di proprietà di linguaggio e la piena padronanza del lessico di base sarebbe sicuramente auspicabile). Fatte salve le molte, moltissime felici eccezioni che tutte voi potrete citarmi per confortarmi, l’esperienza mia e delle mie amiche è piuttosto scoraggiante. Io penso che ci sia anche una questione di dignità del lavoro, di smantellamento di un ruolo.

Non so quanti di voi hanno notato che nel film Pinocchio di Walt Disney, al primo giorno di scuola del burattino Geppetto gli consegna una mela. Ma non per la merenda, come immaginavo io. No, lo dice chiaramente: la mela è “per il maestro”. E’ ovvio che non si può certo auspicare che si torni a avvolgere il maestro di un’aura di superiorità classista che, oltre a essere del tutto fuori luogo al giorno d’oggi, non aveva evidentemente alcuna valenza  didattica di per sé, anzi. Però non posso fare a meno di notare che la maggior parte dei genitori, più o meno implicitamente, guardano i maestri dei loro figli alla luce di due considerazioni: sono persone che guadagnano poco e, nell’opinione comune, lavorano anche poco (o, peggio, perché guadagnano poco valgono poco – quanto lavorano magari non conta affatto). Fare il maestro, o anche il professore, ha perso ogni appeal sociale. E’ considerato un lavoro da sfigati. Sì, lo so, magari esagero. Protestate pure. Ma io ho la sensazione che quest’aura di disistima diffusa, anche se in massima parte non detta, abbia generato una sorta di autoassoluzione collettiva in cui molti di quelli che oggi insegnano si sentono legittimati a sguazzare.

Io la mattina guardo le maestre della scuola di mia figlia e non posso fare a meno di pensare che non mi pare che pretendano molto da loro stesse, professionalmente. Sarà che il livello è basso, sarà che il lavoro è usurante. Certo è che non fanno nulla per non dare l’impressione di stare lì proprio perché non avrebbero potuto ambire a altro. Sarà così? Magari no. Però al momento vedo sprazzi di entusiasmo professionale solo in alcune maestre di sostegno.

Che voglio dire con questo? Non lo so, forse nulla. Mi faceva pensare quello che scriveva Barbara in un commento al suo post: “Se non altro qui [in Olanda] il sistema prevede tante figure professionali”. Sarebbe meglio? Non lo so. Quello che so è che, oltre a tutta la giusta battaglia per le risorse economiche, credo che sia il caso di realizzare che oltre ai tagli abbiamo un problema di sgretolamento delle personalità degli insegnanti. Che magari in potenza sono tutti ottimi e qualificati (voglio pensarlo). Ma che in atto fanno cilecca e spesso non sembrano neanche particolarmente angustiati della cosa: o perché la cosa fa parte della loro tragedia personale di cui non potrebbero più fare a meno, o (spero che sia una sparuta minoranza) perché non se ne rendono proprio conto (come le “doRci” maestre di Meryem), o perché da quel dì hanno rinunciato a un ideale superiore al timbrare il cartellino e attenersi al minimo sindacale visto che il sistema tanto è tutto uno schifo. E intanto in quelle classi ci sono i nostri figli. Non so voi, ma sono angosciata.

Leggete anche questo, che ieri non avevo visto.

Parole, bugie e omissioni


Io con le bugie ho un rapporto ambivalente. Non parlo di quelle grandi e gravi, a cui nessuno di noi ammetterebbe di ricorrere. Penso a quelle piccoline, funzionali, utili a liberarti rapidamente di un collega troppo insistente o di un familiare importuno. Ecco, questo tipo di bugie mi piacerebbe saperle dire, o piuttosto saperle dire meglio di quanto talora non faccia già. Perché mentire per cose futili mi rende esitante. Non posso contare sulla giusta carica di adrenalina necessaria a rafforzare le prestazioni della mia memoria, ad esempio. E poi, maledizione, ora ci sono i social network che complicano tutto. Quando hai declinato un invito accampando solenni e irrimandabili pranzi in famiglia, poi sarà meglio non fare check in al cinema, o postare su FB le foto che ti ritraggono al parco immersa nel dolce far nulla.

Altro capitolo quello delle bugie nelle relazioni. Soprassediamo per rispetto della privacy su quelle che riguardano l’essenza della relazione stessa e eventuali adulteri occasionali o strutturati. Ma voi le “bugie funzionali” in un rapporto di coppia come le considerate? Esempio classico: “Quanto hai pagato quelle scarpe?”. Voi riuscite a fare qualche arrotondamento verso il basso pro bono pacis? O, come me in questa fase della mia vita, sentite l’irrefrenabile impulso di dire precisamente la verità, manco foste Roger Rabbit al tamburellare del bastone del cattivo?

Una risorsa che ho finora sottovalutato sono le omissioni. Con Meryem vi ricorro, talvolta (anche perché di bugie non me ne passerebbe una e, a differenza di me, ha una memoria di ferro). Tuttavia sono poco utilizzabili in caso di domanda diretta a bruciapelo. Piuttosto l’intera strategia della comunicazione andrebbe pensata con una certa sapienza, valorizzando i punti di forza e distogliendo l’attenzione dell’interlocutore da eventuali passaggi critici. Vedo alcuni (e ancor di più alcune) che sono maestri in questo. Per quanto riguarda me, polla sono e polla resto. Fino a prova contraria.

Rabbia


Quando Meryem era piccola mi succedeva una cosa strana. Non mi limitavo a pensare alla possibilità che si verificasse qualche incidente (da quelli più idioti, come una ciotola che si rovescia, a quelli più gravi): li visualizzavo proprio. Mi vedevo davanti scene più o meno raccapriccianti, con frequenza direttamente proporzionale alla mia stanchezza e al mio sconforto. Fortunatamente solo una parte minime di quelle funeste possibilità si sono davvero concretizzate. Il tutto per dire che stasera mi sono sentita esplodere dentro una tale rabbia che, dopo molto tempo, ho avuto di nuovo una visione: me stessa che, armata di oggetto contundente, sfondavo i mobili di casa. Non solo non l’ho fatto, ma sono anche rimasta relativamente composta. Però con la cosa dell’occhio mi guardavo fare in mille pezzi la televisione e un po’ mi meravigliavo anche. In effetti la causa scatenante era infinitesimale rispetto alla reazione che mi stavo immaginando.

Però, a guardarla bene, anche la mia rabbia aveva le sue ragioni. Non certo Meryem che cincischia con il cibo, anche se oggi ha davvero superato ogni immaginazione. No, la frustrazione più grande mi veniva da un’imprevista quando deludente riunione del pomeriggio che, oltre a farmi fare tardi di un’ora e mezza rispetto alla prevista routine, mi ha fatto sbattere il muso con una certa violenza contro l’inamovibile irrazionalità del sistema pubblico italiano, e forse romano in particolare. Quel mix devastante di inconsapevole incompetenza, di arrendevolezza, di impicci e burocrazia che fanno naufragare in grandi sospiri qualunque opportunità. Non ne posso più di sospirare. Non ne posso più dei condizionali. Non ne posso più dei grandi progetti arroganti e presuntuosi che tanto non si devono mai misurare con nessuna operatività.

Ora che la mia altra me ha smesso di frantumare mobili Ikea, mi torna in mente a mo’ di antidoto un incontro di lavoro che risale a qualche giorno fa. Due operatori di uno sportello comunale mi hanno sbalordito per competenza, determinazione, attenzione, spirito di iniziativa. Uno dei due mi teorizzava che qualcosa dalla loro dirigenza l’hanno ottenuta perché “quelli si erano sentiti accerchiati”. Mi era parsa quantomeno bizzarra questa espressione da guerriglia riferita a determine e circolari. Oggi più che mai mi rendo conto che il loro modo di lavorare, che mette a frutto amici, contatti personali, conoscenze, interessi, tempo libero, per dare un senso al loro lavoro nonostante il contesto, è una faticosissima forma di resistenza. Altro che sfondare virtualmente salotti. Quella è fatica, non i sospiri di chi si sente sprecato e invece, sotto sotto, contribuisce attivamente ad alimentare la palude.

Insegnare al principe di Danimarca


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Quando leggo un libro, soprattutto se lo devo recensire, ho l’abitudine di fare una piccola orecchia alla pagina quando qualche frase mi colpisce, mi fa pensare, merita di essere riletta e ripresa. Alla fine della lettura di questo libretto, vedo che le orecchie sono quasi ad ogni pagina e in qualche caso avrei voluto anche farne due. Ho l’urgenza di parlarne qui sul blog, non in forma di recensione strutturata, ma per fare il punto di tutte le riflessioni, intuizioni, a tratti illuminazioni che vi ho trovato dentro. Sul progetto Chance dei Maestri di Strada potete documentarvi altrove. Sono troppe le cose che si dovrebbero scrivere e io non sono persona qualificata per farlo. Qui vi propongo di riguardare insieme qualcuna delle orecchie che ho fatto in lettura. Le ho fatte, soprattutto, pensando al lavoro sociale, che fa parte della mia attuale professione. Se fossi un’insegnante, o un’attivista politica, avrei fatto altrettanto orecchie, probabilmente non le stesse.

“Non dobbiamo presentarci ai ragazzi pieni di idee, aspettative, progetti, altrimenti non abbiamo lo spazio dentro di noi per accogliere quello che ci propongono i ragazzi”. Un gruppo di persone profondamente coinvolte in un progetto significativo e innovativo come Chance spesso trova il suo peggior nemico, paradossalmente, nella propria ferrea motivazione. Che, coinvolgendo del tutto anche la sfera emotiva (necessariamente e a ragion veduta), a un certo punto finisce per appannare la vista e il giudizio. Un primo concetto importante è quello, espresso qua e là, che “dovremmo dare meno noi perché possano dare di più loro”. Ovvero: la reciprocità onesta, quella in cui si crede sul serio. Tutti i progetti sociali grondano reciprocità retorica: impariamo dai rifugiati, addirittura “questo progetto ci dà tanto” (impersonale, rigorosamente). Essere convinti sul serio che ognuna di quelle singole persone che accompagniamo possa insegnare qualcosa a me è tutta un’altra storia. Richiede umiltà, interesse, attenzione e, quel che è cruciale, tempo espressamente dedicato a questo. Tra l’altro non c’è nulla di più pericoloso della reciprocità. Esiste (ed è comunissima) la reciprocità malsana. La pagina 207 dovrebbe essere trascritta integralmente e affissa sulla bacheca di tutte le associazioni di volontariato, grandi e piccole.

“La camera di decompressione può ospitare contemporaneamente tante concomitanti e conflittuali infelicità”. Anche qui fin troppo spesso casca l’asino. E’ fin troppo logico sentire l’esigenza di fare una scelta tra le infelicità presenti, specialmente se una di esse è nostra, e di giudicare di conseguenza. Essere accoglienti rispetto a bisogni legittimi e infelicità che cozzano violentemente tra loro è un esercizio zen, che credo riesca a pochi. Ma già la consapevolezza che sarebbe necessario è un’acquisizione importante. Perché nel lavoro sociale si sceglie continuamente e la scelta contiene un giudizio. Tenere ciascuno di questi singoli giudizi davvero libero è una fatica quasi disumana.

Ultima considerazione per questo post. Tra i parametri per definire se una relazione è “sufficientemente buona” viene citato quello delle parole: “non bisogna usare parole senza significato”. Qui si critica l’uso e abuso della retorica da parte della sinistra, con il conseguente “aver tolto significato alle parole, cioè di dire parole anche buone ma in maniera retorica”. Esempio molto calzante: la terminologia dell'”altro”, del “diverso”. Crea lustro, fa immagine, ma non fa sostanza, non dice la fatica che c’è dietro l’incontro con un diverso. “E guardate che il primo diverso sono i nostri figli, il primo diverso è il nostro vicino di casa…”. Da un lato quindi, non farsi belli di presunte fittizie “differenze”e “multietnicità”. Dall’altro prendere piena consapevolezza che il lavoro serio non può cominciare da una diversità negata, ma deve piuttosto, faticosamente, prendere le mosse da una diversità ammessa, accolta, digerita. “Se io non riesco a prendere atto – e questo è faticoso -della differenza che c’è tra me e lui o lei, primo, non riesco a dargli una mano vera a superare questo abisso invisibile; secondo, non riesco a rendermi conto di quanto sia difficile per lui, e ancor più per lei”.

Non mancano pagine di meravigliosa, anche se amara, ironia. Insuperabile la descrizione della discussione in sala professori (oppure in un ufficio amministrativo della USL), pp. 212-216. Riporto solo la conclusione: “Si nota infine che la maggior parte delle persone qui descritte non sono stupide. L’intelligenza è evaporata per necessità di cose, forse sta conservata da qualche parte in attesa che a qualcuno venga in mente, chissà, che possa servire a qualche cosa”.

Hic sunt leones


Ogni volta che mi capita di dover andare (di solito per lavoro) in un posto dove non sono mai stata, mi scatta la stessa crescente preoccupazione confusa. Sarà che mi muovo con i mezzi, sarà (soprattutto) che le mie mappe cognitive raramente hanno a che fare con quelle topografiche, ma inizio subito a pensare: oddio, ma è lontanissimo. Negli anni ho imparato a riconoscere, non solo in me, ma anche in altre persone, una coloritura del concetto di “lontano” che non ha nulla a che fare con la distanza. Dice piuttosto di estraneità, a volte di disinteresse, altre volte di timore o soggezione. Tra amiche talora ci si rinfaccia scherzosamente le reciproche lontananze (ma lontano rispetto a cosa? qual è il punto che considereremmo il Campidoglio delle nostre relazioni?). Altre volte in quei: “Ma è lontano”, o addirittura “è lontaniiisssiiiimo”, c’è un affettato snobismo.

Questi filosofici pensieri mi hanno tenuto compagnia, tre giorni fa, mentre procedevo verso il Grande Raccordo Anulare, lungo la Tiburtina. Già la notizia che la metropolitana fosse stata riaperta, dopo un guasto, mi ha rinfrancato. Non tanto per il tempo di percorrenza (comunque, tra una cosa e l’altra, un paio d’ore), ma perché riuscivo a ripristinare un punto noto nella confusa nebulosa della via da percorrere: da Rebibbia al punto x il percorso era un mero segmento di strada consolare, con scarse incognite. Mi sono ricordata di quando Nizam mi raccontava di avere imparato a memoria, fin da subito, i nomi delle fermate della metro: Piramide, Circo Massimo, Colosseo, Cavour, Termini… Posso immaginare che questo piccolo escamotage possa fare sentire meglio chi, estraneo alla metropoli, deve percorrere ogni giorno grandi e articolate distanze. Riconoscere un nome noto significa spesso tirare un sospiro di sollievo. Ricordo anche che faticavamo non poco a convincere gli alunni della scuola di italiano che Piramide e Colosseo sono anche monumenti, e non solo fermate della metropolitana.

Mi ricordo un’altra esperienza su una consolare diversa, la Casilina. Due ore di tragitto da Monteverde, da percorrersi tra le 5:30 e le 7:30 del mattino. Era lontano sicuramente, ma per molti mesi la Ferrovia Roma-Pantano mi era diventata familiare, con le vecchiette che salivano a Porta Maggiore e ti chiedevano “Va a Roma?”, riconferendo a quella porta l’originaria funzione di confine urbico persa definitivamente svariati decenni addietro. La cosa buffa è che Ponte Casilino, dove andavo poco tempo prima di sera a frequentare un corso piuttosto inutile, continua ancora oggi a sembrarmi più lontano di Centocelle, sempre in barba alla geografia.

Alla fine alla sede della mia riunione sono arrivata e ho trovato un contesto molto poco estraneo. Addirittura familiare. Quando dovrò tornarci, mi preoccuperò di meno. Ma le quasi quattro ore di tragitto, quelle vanno comunque messe in conto.

Memoria


Io la memoria la vorrei lunga, solida, ma anche inclusiva. Vorrei che fosse più urgente per tutti ricordare ciò che accomuna i grossi scivoloni che l’umanità ha compiuto e compie, per rialzarsi tutti insieme un po’ migliori. Le distinzioni spesso aiutano, ci mancherebbe. Non è onesto fare di tutt’erba un fascio. Ma nemmeno rivendicare classifiche dei dolori o delle colpe. Oggi leggo che Israele ha deciso di rendere legittima la detenzione dei migranti per un periodo di 3 anni. Non importa quale parola vogliamo usare per chiamare questa insensata disumanità, diffusa nelle più civili e insospettabili nazioni del mondo, nelle più varie forme. Soprattutto in quelle che coltivano religiosamente le memorie canoniche, quelle che non disturbano più nessuno. Chi davvero ricorda non si attacca alle parole, non le usa come arma.

Memoria è anche analizzare le responsabilità, quelle che esistono oggi e ci riguardano (omissioni comprese).   Memoria è promuovere l’umanità intera, non un gruppo. Memoria è condividere le pagine più difficili dell’esperienza propria e dei propri cari, con umiltà e desiderio di costruire. La memoria che vorrei non guarda indietro, guarda avanti. Con tutto lo slancio di una lunga rincorsa.

Non sembra, ma abbiamo già vinto


“L’Italia non può sorgere a nuova vita se non cerca i semi in se stessa”. Questa tipica frase risorgimentale, scritta a lettere d’oro sopra il palco, dava una singolare chiave di lettura per l’evento di ieri pomeriggio. Di solito i convegni per la presentazione di progetti (realizzati e, ancor di più, da realizzare) sono noiosi. Uno strazio per chi li organizza e una spiacevole incombenza per chi è precettato a parteciparvi. L’incontro-concerto presso l’Istituto Cattaneo non si è limitato a fare eccezione a questa deprimente regola. Si è trasformato in un incanto raro, che mi ha lasciato addosso un groviglio di sensazioni ancora ben annodate. Dipanare un post non è facile, anche a svariate ore di distanza.

Intanto il pubblico. In massima parte studenti, ma non studenti qualsiasi. Molti volti noti, ragazzi rifugiati che anni fa erano ospiti dei centri di accoglienza e aspettavano l’esito della domanda d’asilo. Oggi studiano all’istituto professionale, chi con più scioltezza, chi con più fatica. Tutti con grandi sacrifici, ma questo è implicito. Le ore ai corsi serali se le guadagnano a suon di lavoretti precari e viaggi avventurosi da un capo all’altro di Roma, roba da fare invidia ai tragitti omerici che li hanno portati qui, anni fa. Tutti sorridenti, entusiasti, partecipi. Poi una bella porzione di facce nuove. Sono quelli che oggi frequentano i corsi di lingua italiana del Centro Astalli, i nuovi arrivati. Se possibile, ancora più entusiasti di annusare l’aria di una “scuola vera”. La parola studio suscita, in queste persone, un rispetto profondo: per molti di loro la scuola è stata un sogno irrealizzabile, vivo solo nei racconti di chi, nei loro Paesi, ricorda il tempo remoto di prima della guerra. E infine noi, gli italiani. Quelli che, nonostante le batoste e gli schiaffoni quotidiani della vita, continuiamo a credere che valga la pena di portare un contributo perché qualcosa cambi. Se non oggi, domani. Un pensiero particolare a quest’ultimo gruppo, che tante volte io stessa definisco (includendomici) con l’etichetta poco benevola di “sfigati quanto basta”, che se la cantano e se la suonano tra loro e poco riescono a comunicare ad altri le bizzarrie di cui ancora sono convinti. Ieri, dopo molto tempo, ho sperimentato con chiarezza che, al di là delle apparenze, noi siamo dalla parte dei vincitori. Perché non facciamo altro che sorridere e farci trasportare dall’inevitabile corso della storia. Il futuro ha gli occhi dei ragazzi che ieri erano in sala, di tutti quelli che ho rivisto dopo tanto tempo, di quelli che non conoscevo ma che vedevo scherzare con i loro amici, fregandosene di nazionalità, lingua, classificazioni e titolo di soggiorno. Mi sono sentita fiera di essere lì e felice di esserci con tanti amici. “Ci siamo divertiti come pazzi, vero?”, mi ricordava Massimo, che ha iniziato a fare il volontario alla scuola del Centro Astalli undici anni fa. Ed è vero, potrei citare mille episodi che ancora ci fanno sbellicare dalle risate. Ma divertimento, per me, è un termine riduttivo.  Ieri ho avuto la chiara percezione dell’infinita ricchezza che questi dieci anni ad Astalli sono stati per la mia vita professionale, ma soprattutto personale. Un privilegio, davvero.

Due parole sulla magia della musica, la “mia” Evelina Meghnagi. Canti del popolo ebraico, in esilio per definizione, che esprimevano quello stupefacente equilibrio tra disperazione e allegria, in un’altalena continua tra lingue diverse: dal ladino all’arabo tripolino, dallo yiddisch all’ebraico. In sala gli studenti afghani, turchi, iraniani, camerumensi, palestinesi, egiziani, ivoriani e romani di Roma sono riusciti, in quel mosaico di melodie, a sentire vibrare ciascuno qualcosa di suo. Chi una parola, chi una modulazione della voce, chi un suono di canto di pastori notturni, chi un modo di pizzicare il contrabbasso o semplicemente il ritmo che improvvisamente cresceva, strappando battiti di mani e tamburellamenti di piedi.

Sui piedi bisognerebbe scrivere un capitolo a parte. Perché dopo, levitando già a mezz’aria, sono andata anche a teatro per uno spettacolo di Erri De Luca, che mi ha offerto fasci di pensieri che avrebbero ben potuto sostituire questa mia goffa relazione. Mi piacerebbe tornarci su. Intanto condividerò questo testo, che trovo sempre azzeccatissimo.

Perché reggono l’intero peso.
Perché sanno tenersi su appoggi e appigli minimi.
Perché sanno correre sugli scogli e neanche i cavalli lo sanno fare.
Perché portano via.
Perché sono la parte più prigioniera di un corpo incarcerato. E chi esce dopo molti anni deve imparare di nuovo a camminare in linea retta.
Perché sanno saltare, e non è colpa loro se più in alto nello scheletro non ci sono ali.
Perché sanno piantarsi nel mezzo delle strade come muli e fare una siepe davanti al cancello di una fabbrica.
Perché sanno giocare con la palla e sanno nuotare.
Perché per qualche popolo pratico erano unità di misura.
Perché quelli di donna facevano friggere i versi di Pushkin.
Perché gli antichi li amavano e per prima cura di ospitalità li lavavano al viandante.
Perché sanno pregare dondolandosi davanti a un muro o ripiegati indietro da un inginocchiatoio.
Perché mai capirò come fanno a correre contando su un appoggio solo.
Perché sono allegri e sanno ballare il meraviglioso tango, il croccante tip-tap, la ruffiana tarantella.
Perché non sanno accusare e non impugnano armi.
Perché sono stati crocefissi.
Perché anche quando si vorrebbe assestarli nel sedere di qualcuno, viene scrupolo che il bersaglio non meriti l’appoggio.
Perché, come le capre, amano il sale.
Perché non hanno fretta di nascere, però poi quando arriva il punto di morire scalciano in nome del corpo contro la morte.

La colonna sonora che mi merito


Quello che vorrei raccontarvi oggi passa attraverso una serie di negazioni: non capisco nulla di musica, non so ballare, non sono ebrea. Come spesso nella mia vita, alle cose più mie sono arrivata per puro caso. E poi uno si racconta delle storie, a volte anche suggestive, per cercare qualche motivazione poetica, o dei frammenti di destino. Perché la cultura ebraica mi appassiona? Perché la musica che amo forse più profondamente si intreccia a quella cultura? Perché gli unici balli che non mi sono vergognata di ballare erano danze israeliane?

Nelle storie immaginate si può andare solo per immagini. La prima mi vede nell’estate successiva alla maturità. Una ragazza sostanzialmente sola, con quindici giorni da impiegare a Londra, in libertà assoluta. Per fortuna, avevo potuto sprecare appena poche ore per incrociare il ragazzo di cui ero perdutamente e infelicemente invaghita (ma l’avrò incrociato davvero, poi? Ho una memoria assolutamente confusa di quell’incontro, focalizzato principalmente sul mio paio di Nike Wimbledon con i lacci rossi. Sarà forse che mi guardavo i piedi. Ma sto divagando). Alcune suggestioni di quelle passeggiate bizzarre mi avrebbero accompagnato a lungo: la casa di Marx (e i figli bambini morti di stenti in nome di un ideale), i rilievi assiri con leonesse ferite di abbagliante bellezza e la sinagoga sefardita. Di lì a pochi mesi, stavo studiando l’arte assira e l’ebraico (Marx no, e forse non è un caso).

Un’altra immagine. Gerusalemme, estate. Un anfiteatro che dà sul deserto più deserto che io abbia mai visto, la strada che scende a Gerico (quella del buon samaritano, per chi frequenta i vangeli) che a un certo punto, dopo un cartello con cui i turisti si fanno fotografare, scende sotto il livello del mare. Io, in jeans e camicia bianca, cantavo. Perché avessi deciso di far parte del coro dell’Ulpan, il corso estivo di lingua ebraica, ancora oggi mi è misterioso. Le canzoni le ricordo ancora, così come ricordo un paio di sere molto diverse dalle altre e un attentato, in cui hanno perso la vita anche alcuni studenti come me. Ricordo anche le canzoni di una cassetta accompagnata da un libricino: poesie di Leah Goldberg e di Rachel, interpretate da Achinoam Nini, aka Noa.

Sfoglio ancora l’album. Questa volta sono a Piazza di Spagna. Indosso sempre una camicia bianca, ampia. E ballo al sole di Roma, nella grande festa della Maratona. Klezmer, debka e melodie yemenite. Groviglio inestricabile, filoni diversi che non ho più smesso di seguire con la mente e con le orecchie. Qualche volta in folta compagnia, come i solari concerti di Noa. Più spesso in gruppi molto più sparuti. Un ricordo per tutti: notte d’estate al teatro romano di Ostia Antica, la voce piena, travolgente, tradizionale e ribelle di Evelina Meghnagi. E ancora la sua voce, al teatro Palladium, che interpreta una traduzione ebraica del Testamento di Tito. Le mie fantasie musicali, partite da ricordi adolescenziali stupidi e poi rimpolpate di pensieri, letture, memorie, hanno spesso trovato imprevisti e imprevedibili connubi.

Cosa ci trovi? Mi è stato a volte chiesto di spiegarlo. E allora mi perdo. Inizio da un capo: il Cantico dei Cantici, il dibbuk, il golem, il microcosmo, Pico della Mirandola, il ladino…. Ma trascuro una parte essenziale, che tiene insieme il tutto. Me. La me che ero a 18 anni, quella che ero a 22. Quella che sono diventata, in decine di estati e di inverni. Le fantasie reali e quelle più evanescenti. Quei passaggi complicati dalla solitudine alle relazioni e ritorno. Decine di volti, di alcuni dei quali ricordo a stento i contorni. La mia colonna sonora più vera e irrazionale. Sì, mi piacerebbe che la mia colonna sonora fosse Bruce Springsteen. Trumps like us, babe we were born to run. Ma quella vera è questa bizzarra accozzaglia di melodie che non hanno molto a che vedere l’una con l’altra, ma che si portano dietro, a mo’ di strascico, una lunga catena di assonanze, associazioni di idee, sapori e odori. E, sotto sotto, Gerusalemme.

 

P.S. Non ce l’avete fatta? L’avete spenta dopo 30 secondi? Peccato, la mia preferita è la seconda canzone. Magari se un giorno avete tempo e pazienza ci tornate.