Tornando a casa sull’autobus numero 44 mi sono ritrovata a formulare un pensiero che mi è già noto, perché mi torna in testa ogni volta che assisto a una situazione analoga. Tre ragazzi, seduti in gruppo, chiacchieravano tra loro di qualcosa che riguardava i loro documenti. Non capivo la conversazione, ma l’esperienza mi suggerisce che fossero afgani (presumo diretti a un centro di accoglienza gestito dal Centro Astalli, raggiungibile con quell’autobus). Sui 18-20 anni, uno con i capelli particolarmente strutturati a colpi di gel. Accanto a loro, nella corsia dell’autobus, un gruppetto di tre loro coetanei americani (nel senso di statunitensi). Vestiti in modo abbastanza analogo, anche loro con ciuffi che sfidavano la forza di gravità e, in diversa lingua, gli stessi accenti di scambio normale tra amici. I loro popoli si stanno combattendo da anni. Con un briciolo di forzatura, non sarebbe neanche impossibile pensare che il fratello di un membro dei due gruppi abbia sparato al fratello di uno dell’altro. In questo caso non hanno interagito, forse non si sono neanche notati (o più probabilmente gli afgani hanno notato gli americani, ma non viceversa). Ma in passato mi è successo di avere un simpatico volontario californiano in servizio in un centro di accoglienza pieno di giovani afgani. Lì c’è stata occasione di reciproco, esplicito riconoscimento. Sono sopravvissuti tutti e il volontario mi ha in seguito confessato che è stata un’esperienza che raramente dimenticherà. Non aveva mai pensato al conflitto in Afghanistan dal punto di vista di quei ragazzi, che sotto quelle bombe intelligenti hanno perso case, famiglie, progetti, speranze. Una questione di punteggiatura, si potrebbe dire. Ma una punteggiatura particolarmente drammatica. E quello che visto da una parte sembra “necessario” si svela improvvisamente per quello che è, insensato.
Converrete poi che le migrazioni, forzate e non, rimescolano le carte non poco. I conflitti, anche quelli che ci spacciano come scontri di civiltà, sono più territoriali e contestuali di quanto di creda e certe volte, in un luogo terzo, perdono ogni motivo di esistere. E tuttavia non è così semplice. Restano le reciproche, sia pure indirette, responsabilità. Resta il sano senso di appartenenza, che pure può accendere tante violente fiammate anche fuori tempo e fuori luogo (un po’ come accade con i miei amici ebrei rispetto a quanto accade in Israele). Restano reciproci i pregiudizi, alimentati talora da decenni di educazione a ciò finalizzata. Però vale anche quello che tanto mirabilmente racconta De André ne La guerra di Piero: un ragazzo afgano e un ragazzo californiano, se riescono a guardarsi onestamente negli occhi, si scoprono più simili di quanto non si aspetterebbero. “Lo stesso, identico umore”, le stesse aspirazioni a vivere sereni il proprio presente e il proprio futuro. “Ma la divisa di un altro colore”. Tutto sta a capire quando e quanto riescono a spogliarsi, almeno in parte, della divisa e essere liberi. Liberi nella loro simile, speculare, affascinante diversità.