Dodici


Dodici ore, dodici mesi, dodici anni. Penso a una me stessa soddisfatta di ogni dettaglio e convinta di avere il mondo in mano. Penso a una me stessa ancora giovane e sotto sotto convinta di essersi presa una bella rivincita. Penso a me stessa oggi e al pensiero che per tutto il giorno non mi ha lasciato: sarebbe consolante pensare che la reincarnazione esista. Proverei un gran sollievo a pensare che se non sono andata a parare da nessuna parte in particolare, pazienza; ma che il molto di buono che occasionalmente ho avuto possa magari essere messo a frutto in un’altra vita, da qualcuno più saggio, più paziente e più determinato. Lo so, non è esattamente così che funzionerebbe. E, soprattutto: sono così inguaribilmente cattolica in questo bisogno di assoluzione. Non basterebbe forse accontentarsi?

Città


Come scriveva l’architetto Giovanni Michelucci già 25 anni fa in una lettera a Padre Balducci per un convegno a Firenze sulla città, l’ospitalità non nasce solo da un dovere di accoglienza, ma dall’esigenza di un progetto di revisione della città, alla luce delle situazioni d’incontro nuove. L’architetto, partendo da due metafore, la città carcere e la città tenda, scriveva: “La città carcere e la città tenda non sono solo dei luoghi identificabili nello spazio, sono due metafore che stanno ad indicare tutto ciò che nella città esiste come edificio, talvolta perfino di pregevole fattura , senza per questo avere con la città alcun rapporto attivo, rappresentando anzi la negazione della città”. E concludeva il noto architetto: “la sfida che propongo alla città attuale è dunque la sfida di saper accogliere al suo interno i diversi di ogni tipo, non per dovere di ospitalità, ma come speranza progettuale… Il modello di una società civile che accetta dentro di sé il diverso, come ipotesi positiva di cambiamento rappresenta di fatto una cultura superiore rispetto agli equilibri militari che ci sovrastano. La società del sospetto, dell’isolamento con cui sono regolate le nostre città rappresentano purtroppo un’agghiacciante analogia a quegli equilibri”. (G. MICHELUCCI, La città tenda e la città carcere; in: La sfida delle città, Atti Convegno testimonianze, 19-20 dicembre 1987, Firenze, pp. 132-134).

Invitare monsignor Perego, Direttore generale della Fondazione Migrantes, alla presentazione del Rapporto Annuale del Centro Astalli si è rivelata un’ottima idea. Non solo ci ha offerto delle considerazioni importanti e documentate sulle migrazioni forzate in Europa, oggi e nella storia, ma decisamente è riuscito a dare respiro alla riflessione, con spunti come quello che mi interessa oggi. Accogliere “i diversi di ogni tipo” non solo è un’esigenza logistica emergenziale, da dare in gestione alla Protezione Civile o a qualche addetto ai lavori: è una sfida concettuale, è una sollecitazione culturale e politica nel senso più ampio e alto del termine. Questo passo del discorso di Perego, che se siete curiosi trovate qui (purtroppo senza le molte integrazioni e sottolineature che ha aggiunto oralmente, nel corso dell’esposizione), mi ha richiamato un documento molto diverso, letto qualche giorno fa sulla pagina Facebook di alcuni amici palermitani. Sembra che non c’entri nulla, eppure… Si tratta degli Appunti del Laboratorio Zeta sulle prossime amministrative, dal titolo “Ai bordi della palude”. Ve ne propongo qualche passaggio.

“Sparare a zero contro tutto il ceto politico del centro-sinistra palermitano sarebbe sin troppo facile, a tratti anche noioso e sicuramente poco utile, almeno per il momento. Certo è che esistono responsabilità tanto diffuse quanto precise se dopo dieci anni di Cammarata ci si trova ad un mese dalla elezioni in una situazione frammentata, confusa e di debolezza. Questioni che hanno a che fare con vanità personali e ambiguità strategiche, e con la crisi generale della politica intesa come pratica collettiva di partecipazione.

Eppure doveva essere abbastanza semplice costruire un’alternativa credibile dopo anni in cui – è bene ricordarlo – sono stati regalati milioni di euro ai responsabili delle municipalizzate che hanno ridotto Palermo una discarica a cielo aperto, in cui interi nuclei familiari sono stati mandati a vivere nei container, in cui tristi rappresentazioni postcoloniali fatte di mandolini e carretti siciliani sono state spacciate per politiche culturali, per non parlare di inquinamento, viabilità, scomparsa dei sevizi sociali e skipper personalizzati. […]

La categoria del Bene Comune, al di là della sloganistica democratica dell’ultima ora, rappresenta per noi un punto di partenza importante per costruire un piano della partecipazione collettiva fatto del coinvolgimento diretto dei cittadini alla costruzione di nuove istituzioni a tutela del comune. Su questo terreno si gioca ad esempio la battaglia per smantellare gli assetti di potere che governano le municipalizzate e pensare nuove forme partecipate di gestione delle risorse pubbliche. Come anche l’opposizione tra un’idea di città chiusa e segmentata, in cui le linee di sviluppo sono guidate degli interessi proprietari dei piani di confindustria, e un percorso di partecipazione diretta come quello che sta alla base, ad esempio, del movimento I cantieri che vogliamo all’interno dei Cantieri della Zisa. Pensare la città come bene comune vuol dire anche guardarla nella sua complessità, scardinare le retoriche di centro e periferia e pensarla a partire dai flussi locali e globali di cui partecipa.

Vuol dire, infine, guardare in faccia le condizioni di disastrosa diffusione della povertà e di assenza di ogni forma anche minima di garanzie sociali che coinvolge larghissima parte della città. Lavoratori in nero, migranti di prima e seconda generazione, lavoratori informali, disoccupati, precari non sono una parte marginale di Palermo, ma ne rappresentano, tutti insieme, la condizione generale. Una molteplicità che vive il territorio senza avere accesso ai diritti anche minimi di cittadinanza e che con la crisi globale vedrà la propria condizione peggiorare ulteriormente”.

Sospetto, equilibri militari, politica gestita come scontro vacuo di tifoserie, negazione della complessità. Credo che questi siano i nodi più difficili da affrontare davvero, quando si parla di riforme sociali, di bene comune, più in generale di prospettiva per il futuro. E qui si salda un’altra riflessione, che pure apparentemente c’entra poco. Su Genitori Crescono (una delle mie letture quotidiane!) impazza il dibattito sul downshifting (leggete qui e qui, con relativi importanti commenti). Non entro nella pienezza del tema, che ha tante sfaccettature. Ma mi colpisce il titolo di uno dei libri di riferimento dei downshifter di oggi: “Scappo dalla città, manuale pratico di downshifting, decrescita, autoproduzione”. Pausa di riflessione. Io condivido molti splendidi concetti che mi argomentano le mie amiche che già fanno, o sono tentate, da questa esperienza: sobrietà, riciclo, attenzione all’ambiente, uso più consapevole del tempo, ricostituzione di legami. Ma io no, dalla città non scappo.

Il perché credo che sia meravigliosamente espresso dalla lettera di Michelucci, con cui ho iniziato questo post. In questa straordinaria potenzialità della città come catalizzatore del cambiamento continuo io, nonostante tutto, a crederci. Nonostante tutti gli innegabili contro. Sono una fan della rivoluzione urbana, quella che migliaia di anni fa ha dato un corso unico – qui e là nel mondo – alla storia della civiltà umana. Perché, come rilevato bene dalla mostra Homo Sapiens che non mi stancherò di raccomandare, noi siamo frutto di migrazioni e incontri, altrimenti non saremmo uomini. E le città sono da sempre i nodi della rete di incontri, di relazioni, di traffici di cose, persone e idee. Un punto di raccolta di diversità e di sfide che, idealmente, dovrebbe proiettarci con creatività sempre oltre il nostro orizzonte, verso modelli nuovi e rivoluzionati. Decrescere sì, quindi, ma per quanto mi riguarda io decrescerei volentieri in città. Se potessi esprimere il mio ideale in uno slogan, direi “vivere semplice e pensare complesso”. Del pensiero semplice ho profondo timore. Non è per snobismo, non fraintendetemi. Ma quel che è semplice da comunicare, spesso – troppo spesso – fa violenza, se non alle persone, almeno alla verità.

Un pensiero


A un ragazzo giovane, tanto giovane, che ieri è stato ricoverato in ospedale per la seconda volta. Che forse al corpo non ha nulla, ma certamente ha tanto male all’anima. Mi ricordo i suoi occhi seri, quest’estate, quando l’ho incontrato per la prima volta. La determinazione e la costanza. Infine quel sorriso pieno che avevamo immortalato a settembre. Avevamo detto: “Che sollievo”. E invece, come a volte avviene, non era affatto finita.

Ripenso a quando ti ho visto, ieri, accasciato su una sedia. Le facce preoccupare dei tuoi amici. Il racconto della collega che ha temuto il peggio. Ci vorrebbero 24 ore di servizio non stop e i superpoteri per disperazioni come la tua, B. E non è detto che basterebbe. Noi non abbiamo né le prime né tanto meno i secondi. In compenso, certe volte, ci portiamo dentro, con un po’ di vergogna, le nostre disperazioni da principiante. In bocca al lupo.

Non sono ubriachi, sono solo le 9 di mattina


Anche il lavoro che sono venuta a fare a Bangkok merita un post, almeno uno. Sui contenuti tornerò più in là, ma intanto cominciamo dai partecipanti. Una Babele vera. Gente che lavora in continenti diversi, della più varia origine (la polacca lavora in Turchia, l’americana in Cambogia e così via), di diverse religioni e con background variegatissimi. Persino sul look ci sarebbe molto da dire: c’è chi sfoggia loghi di appartenenza su magliette improbabili, chi opta per l’etnico deciso, chi mantiene una relativa sobrietà. Ma una cosa è apparsa subito evidente: siamo gente appassionata e passionale. Molto passionale. La facilitatrice, sudafricana, un po’ se lo aspettava. Più dei principi e della metodologia ignaziana, questo è il nostro vero marchio di fabbrica.

Il mio sottogruppo poi è un gioiellino. Cinque nazioni, tre continenti, cinque teste dure e accomunate da una certa vena polemica. In due giorni di lavoro insieme ci sentiamo davvero una squadra. Ci amiamo follemente. Progettiamo marachelle e blande azioni di boicottaggio al proseguimento dei lavori (salvo poi dare contributi, modestamente, fondamentali).

Oggi lo sparuto gruppo europeo doveva animare la riflessione mattutina di apertura del lavori. Gli asiatici, ieri, ci avevano annichilito con una sorta di meditazione yoga accuratamente pianificata. Noi, ovviamente, abbiamo pianificato per tre minuti ieri sera, dopo un paio di birre. Prima abbiamo accampato tutto il repertorio possibile delle scuse (non sono cattolico, convivo con un musulmano, io invece con un ortodosso). Alla fine, su mia proposta, ci siamo decisi per una lettura. Questa.

Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo.
Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano.
Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere d’esprimersi.
Si trovavano allora in Gerusalemme Giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo.
Venuto quel fragore, la folla si radunò e rimase sbigottita perche ciascuno li sentiva parlare la propria lingua.
Erano stupefatti e fuori di se per lo stupore dicevano: «Costoro che parlano non sono forse tutti Galilei?E com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa?
Siamo Parti, Medi, Elamìti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, stranieri di Roma, Ebrei e prosèliti, Cretesi e Arabi e li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio».
Tutti erano stupiti e perplessi, chiedendosi l’un l’altro: «Che significa questo?». Altri invece li deridevano e dicevano: «Si sono ubriacati di mosto».
Allora Pietro, levatosi in piedi con gli altri Undici, parlò a voce alta così: «Uomini di Giudea, e voi tutti che vi trovate a Gerusalemme, vi sia ben noto questo e fate attenzione alle mie parole: Questi uomini non sono ubriachi come voi sospettate, essendo appena le nove del mattino.Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Accade invece quello che predisse il profeta Gioele: Negli ultimi giorni, dice il Signore, i vostri figli e le vostre figlie profeteranno, i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno dei sogni.»

Ci pareva che rendesse bene lo spirito dei nostri incontri. Sì, è vero, sembriamo ubriachi. Ma in realtà condividiamo visioni e sogni, ciascuno come può.

P.S. La lettura è anche un’esortazione al gruppo a ubriacarsi solo in orari socialmente accettabili. Per questo il JRS ogni sera paga un solo giro di alcolici ai partecipanti.

A Bangkok ho imparato che…


1) No, è inutile che cerchi le strisce pedonali. Nella maggior parte dei casi non esistono. Hai presente quello stradone che sembra un autostrada? Ecco, fai le preghiere del caso (anche più di una religione è ammessa) e lanciati. Ah, non ti avevo ricordato che, sebbene la Thailandia non sia mai stata una colonia inglese, guidano dall’altra parte? Peccato. Se guardavi dalla parte giusta forse avresti visto quel tuk tuk.

2) Prima di un massaggio thai la signorina ti chiede: “Hai qualche dolore?”. L’unica risposta corretta è “Non ancora”. Però il massaggio è un po’ come il parto. Alla fine è tale il sollievo che sia finito che ti senti da Dio.

3) La cucina thai è un po’ come la vita: non sai mai cosa aspettarti. In realtà il fine è farti provare tutto nello stesso piatto: il morbido e il croccante, il piccante e il dolce. Senza risparmiarti davvero nulla. Se poi l’ultimo boccone è un pezzo di peperoncino o un’erba amarissima, pazienza. Puoi sempre ritentare con un’altra porzione, bilanciando meglio. E’ un po’ come il massaggio: l’armonia dell’insieme vale bene un po’ di sofferenza.

4) Ma come, grattacieli e baracche? Skytrain e canoa? Scarpe griffate e piedi nudi? Sei davvero sicuro che sia una contraddizione? Certe volte Bangkok mi ricorda terribilmente Vecchio Maestro. I fan dell’Albero Azzurro capiranno. Mi immagino sempre di leggere da qualche parte un cartello che recita: “Non hai le scarpe? Allora cammina senza”. Forse però sarebbe in thai e non lo capirei. Sta di fatto che questo insieme apparentemente irrazionale in qualche modo funziona e ha una sua efficienza.

Demanding


Così si definisce, solitamente, il lavoro con i rifugiati. Il che è, evidentemente, un eufemismo. Nel bene e nel male. Ci sono dei rari sprazzi in cui ti sembra di fare un lavoro normale. Scrivi articoli, archivi documenti, ordini faldoni. Ma poi accade qualcosa, qualsiasi cosa, e ti devi ricredere. Un’altra definizione classica recita che i rifugiati sono persone ordinarie messe in circostanze straordinarie. E non c’è niente da fare, è quella straordinarietà che non può non toccare anche te, che pure ti limiti, il più delle volte, ad ascoltare. Tempo fa, a un corso di formazione, si parlava della “neutralità” dell’operatore. E il relatore, senza mezzi termini (qui a Astalli la diplomazia non va per la maggiore), disse: magari ci riuscite pure a fare gli operatori di un centro di accoglienza, o gli operatori legali, o gli insegnanti di italiano senza farvi toccare emotivamente dall’esperienza delle persone che incontrate. Ma, ammesso che ci riusciate: che persone siete?

No, non c’è niente da fare, nessuno di noi è neutro. L’altro giorno, in mia assenza, un ragazzo qui in ufficio ha tentato il suicidio. E’ stato salvato dall’interprete, che a sua volta giorni fa ci confidava la sua disperazione. Dopo essere avventurosamente riuscito a fare arrivare dalla Somalia i suoi bambini (per chi ha letto “Terre senza promesse”: è la storia del più fiero di tutti, di quello che non si vergogna a dire il suo nome), dopo aver salvato se stesso, loro, e l’altro giorno anche il suo sventurato connazionale, ora non sa come fare. Guadagna mille euro al mese e ha quattro figli. Medita di tornare in Somalia a morire vicino a sua madre. E noi a questa prospettiva ci sentiamo morire un po’ anche noi. Ricordo i ragazzi incontrati nei campi aperti di Malta, quelli che volevano tornare indietro, dopo aver rischiato la vita tante volte, per poter morire con dignità. E’ tutto sbagliato.

Dall’ufficio accanto al mio arrivano i singhiozzi di una madre che non crede di riuscire a fare arrivare qui i suoi bambini. Probabilmente, in effetti, non ci riuscirà. E stamattina si discuteva in ufficio del tema del ricongiungimento familiare ed era chiaro che ciascuno di noi, nell’avanzare questa o quella riserva a una possibile posizione di advocacy, pensava a volti precisi, a mogli precise, a figli precisi. Quelli che ciascuno di noi incontra e ha incontrato, dopo aver seguito per anni le loro peripezie burocratiche e le beffe del destino, varie ed eventuali.

Non ricordo se vi avevo raccontato di quel padre che, per fare arrivare in Italia le tre figlie minorenni, si è sentito chiedere non solo il certificato di morte di sua moglie, ma anche quello di sepoltura. Ok, alla fine l’ha spuntata. Le sue tre figlie sono qui e sono bellissime. Ma è un po’ poco per parlare di lieto fine, non vi pare? Ora devono trovare il loro equilibrio, la loro strada, una sostenibilità di qualche tipo.

Siamo arrabbiati, siamo stanchi, siamo annichiliti dall’ingiustizia che sembra moltiplicarsi sotto i nostri occhi in un groviglio inestricabile. Siamo anche scoraggiati dal fatto che a nessuno, proprio a nessuno pare interessare granché di queste cose. Avete presente quando cerchi di raccontare a un conoscente (o a un parente) qualche cosa che ti affligge, sia essa una malattia o una disavventura?  E quello/a si sente in dovere di interromperti dopo tre secondi cercando di dimostrarti che quello che è capitato a te, qualunque cosa sia, è molto meno grave di ciò che affligge lui/lei? Ecco, parlare di rifugiati in genere è così. “Eh, ma in questo momento…. Certo, sono problemi di tutti, pensa che mia nipote… Qualche sacrificio dovranno pur farlo… Che, sputano nel piatto dove mangiano? (questa, di tutte le obiezioni, mi è sempre parsa la più incomprensibile)”.

Ma poi, condiviso tutto ciò, c’è sempre qualcuno che dice: “Ma siamo sicuri che non si potrebbe magari provare a…”. E non ci si ferma, perché indietro non si torna e noi, ormai, ci siamo in mezzo.

Un senso


Sabato, come già scrivevo sotto, ho partecipato a una sessione di formazione sulla cura dei migranti forzati vittime di tortura (sì, non ditemelo: qui a Roma il sabato mattina ci si diverte follemente). Sono state dette cose che, nonostante la mia esperienza nel ramo, ancora fatico a elaborare. Nel senso che non so come la penso, non so collocarle nella mia mappa mentale. E qui apro una breve parentesi: sono tanti, troppi, gli iceberg vaganti che sfuggono alla classificazione quando si entra in temi che coinvolgono culture, religioni, convenzioni sociali. Quel che rende tutto più ingannevole è che nessuno di noi ha difficoltà a valutare gli estremi: siamo contro le mutilazioni genitali femminili, ad esempio. Però se si comincia a ripercorrere tutte le sfumature dell’esistente, quelle che pochi conoscono nel dettaglio, la scivolata è inevitabile. E uno si trova perso nel dubbio, senza sapere che pesci pigliare. Dove sono i confini tra quel che accettabile e quel che non lo è in nessun caso? E chi sono io per fissarli? Ma non voglio parlare di mutilazioni genitali, almeno per oggi. Mi fermerò a un particolare estremamente più semplice, in apparenza.

La ginecologa che lavora al Centro Samifo raccontava la sua esperienza con le donne vittime di tortura e violenza intenzionale. Una donna rifugiata può vantare una collezioni di violenze subite da manuale degli orrori: al proprio Paese (ed è spesso la causa della fuga), durante il viaggio (quasi la totalità delle donne che sono passate per la Libia sono vittime di violenze sessuali, anche plurime), spesso e volentieri anche in Italia. Anche svolgere una visita ginecologica di routine richiede una lunga preparazione, mediazione a tonnellate, almeno uno psicologo a portata di mano. E’ un lavoro delicatissimo e meritorio. Ma un particolare mi ha stupito. Raccontava che una delle comunicazioni in assoluto più traumatiche e dolorose da dare a una donna in queste condizioni è quella relativa a un’eventuale infertilità o menopausa precoce. Più di qualunque altra cosa, questa è intollerabile. E, per contro, molte di loro dimostrano una sorta di esigenza impellente a procreare, al punto da farsi mettere incinte quasi dal primo venuto, senza minimamente pensare alla sostenibilità sociale o altro. Innegabilmente, raccontava la dottoressa, partorire nella maggior parte dei casi le cura. Diventano da un giorno all’altro donne diverse. Donne con tanti problemi, certo, ma donne che hanno ritrovato la voglia di vivere e di combattere, donne che riattivano risorse che sembravano perse per sempre.

Mentre guardavo le foto di quelle madri, non potevo che essere divisa e combattuta. Come “social worker” dovrei essere orripilata. La spiegazione data (“queste donne sono abituate a considerarsi utili, degne di esistere, esclusivamente nell’ambito della procreazione e dell’accudimento dei figli”) mi fa rabbrividire. Certo, va da sé che la pratica non può essere incoraggiata (ricordo convinte quanto inefficaci campagne di promozione dell’uso della contraccezione nei nostri centri di accoglienza per famiglie, tanto per dirne una). Ma un dato è abbastanza ovvio: incontro una donna così, le propongo un percorso di riabilitazione e inserimento sociale, magari mi propongo di  emanciparla. Nella maggior parte dei casi quella donna specifica (per carità, almeno non generalizziamo) mi tenterà il suicidio. Questi processi sono lenti, prendono generazioni intere per compiersi (anche senza migrazioni di mezzo). E’ più giusto sacrificare il singolo al principio?

Cosa concludo? Nulla. Non so neanche se sono stata capace di porre la questione nei giusti termini. Però rimugino.

Kony 2012


Non credo di potermi esimere dal parlare di questo esperimento/iniziativa/fenomeno. Sia per l’argomento, che mi tocca molto da vicino, sia per le implicazioni (numerose e interessanti) che ha. I fatti li trovate raccontati qui. In sintesi: Joseph Kony, un signore della guerra ugandese, da più di 25 anni terrorizza, rapisce e stupra impunito. Le sue vittime preferite sono i bambini e le loro terribili storie hanno spinto Jason Russel, fondatore di Invisible Children e autore di questo video, a lanciare una campagna per rendere “famoso” Joseph Kony. Il gruppo sta cercando l’appoggio di personaggi celebri e di politici (Janet Jackson e Rihanna hanno già aderito, Obama ha inviato un centinaio di militari in Uganda) e sta preparando una giornata intera dedicata a Joseph Kony per il prossimo 20 aprile.

I fatti non solo sono assolutamente veri, ma sono ben noti non solo a me, ma a chiunque lavori sul tema dei diritti umani. In ufficio ho incontrato, negli anni, vittime del Lord’s Resistance Army. Mi sembra molto interessante e importante che si sia deciso di rendere social e anche trendy, in qualche modo, questo tema.  La cosa sembra inatti avere un certo successo e non posso che rallegrarmene. E devo anche fare i conti con un cumulo di domande che mi trovo a fare a me stessa (e dunque condivido con voi). Ne estrapolo, nel marasma, tre.

1) Ma come cavolo ci si riesce a fare una cosa così? Perché io, noi, registi amici o animati da analoghe intenzioni, attivisti che dedicano la vita a queste cose (e potrei continuare) non riusciamo mai a attirare l’attenzione in modo significativo? Mi rallegro del fatto che ciò possa accadere, non ci avrei scommesso. Le risposte a queste domande esistono, ovviamente, e qualcuna riesco anche a immaginarla. Ma per ora mi basta pormi il problema.

2) Quanto conta, per la popolarità, il fatto che tutto ciò avvenga altrove? E che l’idea sia, fondamentalmente, di fare pressione perché qualcuno intervenga altrove? Come ci poniamo rispetto al fatto che alcune di queste vittime ugandesi (poche) possano riuscire a bussare alle nostre porte, in Europa (negli Stati Uniti, obbiettivamente, la possibilità è più remota)? Lo contempliamo? Questo cambierebbe la nostra percezione del problema? O, piuttosto, rafforzerebbe la nostra convinzione di sposare la causa?

3) E’ triste, si dice da qualche parte nel video italiano, che così tanti giovani rinuncino a priori a voler cambiare il mondo. Questo è vero, quanto è vero. Almeno a 20 anni ce lo vogliamo avere un po’ di zelo? Che poi avremo tutto il tempo di temperare e raddrizzare con la maturità, come descrive benissimo Barbara/Mammafelice in questo post.

Tutti questi pensieri sono in me più forti dopo aver partecipato a una lezione di un corso di formazione sui migranti forzati, rivolto a giovani medici di base (io assistevo in quanto organizzatrice, non ho il doppio lavoro…). Ancora una volta ho toccato con mano di quanto possa essere sconvolgente l’esperienza di incontrare una vittima di tortura. Ma anche di quante sfide, prospettive, possibilità di crescita questo offra a un professionista scrupoloso come quelli che parlavano stamattina (un medico di base/dermatologo e una ginecologa). Le questioni emerse da quattro ore di tranquilla esposizione (per giunta di sabato mattina) meriterebbero una serie di post dedicata. E allora torno a pensare che ben vengano le campagne come questa se ci aiutano anche ad essere più preparati a incontrare le persone fisiche, concrete. Se ci aiutano a immaginare universi di violenza che non conosciamo (ma anche a riflettere meglio sugli universi di violenza che sono propriamente nostri).

…e una (piccola) donna privata


Donne, differenze, riflessioni, qualche polemica. Oggi va così. Leggo anche di testimonianze familiari di femminile: feste, esperienze, memorie. La mia famiglia di origine era prevalentemente femminile (6/7). Oggi, non vivendola più, ci sono alcuni dettagli “da donne” che mi mancano, primo fra tutti il reciproco saccheggio degli armadi e le prove abito davanti allo specchio intero di camera dei miei genitori, con il parquet che scricchiolava (e scricchiola ancora) e la luce che falsava un po’ i colori, attraverso il lampadario a gocce (ma mai quanto il neon dell’ascensore). E poi, prima di uscire, una spruzzata della colonia di mia madre. Ricordo le chiacchiere mentre si lavavano i piatti, oppure davanti all’asse da stiro (io ero sempre e solo quella che chiacchierava, si intende!). Ricordo le condivisioni del bagno, per ottimizzare i tempi (e poi mi chiedo perché il mio senso della privacy è molto molto evanescente…).

Quando ero incinta ho avuto una sola, unica premonizione, poi rivelatasi esatta (avevo il 50% di probabilità di azzeccarci, del resto): era femmina. E la cosa mi sollevava. Ho sempre avuto la sensazione che a un maschio avrei avuto meno da raccontare. La mia piccola donna privata è stata un privilegio che mi è stato concesso, un’occasione per smetterla, finalmente, di fare il maschiaccio. Lo so, lo so, non si dice maschiaccio. Non si pensa nemmeno, non ci si deve impelagare in questioni di genere. Ma ieri, quando sono andata a prendere Meryem dall’amichetta e siamo uscite di corsa perché le dovevo mostrare una luna piena scintillante di luce morbida, mi sono messa ad ascoltarla mentre mi raccontava di come le piacerebbe sedersi su uno spicchio di luna, quello che ieri mancava a completare il tondo perfetto, e fare l’altalena in mezzo al cielo. Così, alla fine di una giornata in cui annaspavo in dubbi tormentosi quanto inutili (c’è qualcosa di più inutile di chiedersi: “non sarebbe stato meglio se avessi…”?), ho provato un’immensa gratitudine per la mia Guerrigliera e per quella via d’uscita che mi indica quasi sempre, come Arianna nel labirinto.

L’Italia sono anch’io, ma bisogna vedere chi sono gli altri…


Oggi era il giorno della soddisfazione e della festa: sono state depositate le casse con le valanghe di firme a sostegno della riforma del diritto di cittadinanza, promossa dalla campagna “L’Italia sono anch’io“. Nonostante qualche timore dell’ultim’ora, l’obiettivo delle 50mila firme per ciascuna delle due proposte è stato più che raddoppiato: 109268 firme per la riforma della cittadinanza e l’introduzione, almeno parziale, dello ius soli e 106329 per la concessione del diritto di voto amministrativo agli immigrati regolari, secondo quanto avviene da tempo nei principali Paesi europei (chi paga le tasse vota, tanto per intenderci).

Nella conferenza stampa i rappresentanti di quella società civile che si è mobilitata per raggiungere questo risultato hanno espresso soddisfazione e hanno sottolineato la portata culturale di queste proposte. Alcuni concetti importanti meritano di essere sottolineati, secondo me. Da un lato questa campagna ha assunto una forte valenza di reazione, di rivolta, di rivalsa: gli italiani non sono quelli che alcuni messaggi indegni vorrebbero rappresentare, gli italiani non sono così ottusi e ignoranti, gli italiani non si sentono più sicuri se si investono milioni di euro delle loro tasse per costruire muri, reti, sistemi di intercettazione che si propongono l’irrealistico compito di fermare, costi quel che costi, le migrazioni (che sono dalla preistoria ad oggi il motore della storia e della civiltà).

Questo però convive con un altro aspetto della campagna, che pure trapelava forte in conferenza stampa: in fondo basterebbe un po’ di buon senso. Basterebbe guardare all’esperienza quotidiana per capire che è assurdo che la compagna di scuola di mia figlia debba essere esclusa dai viaggi di istruzione all’estero per una questione di sangue. E’ per questo buon senso che non ha ideologia che firme di sostegno sono piovute copiose dalla Lombardia, dal Veneto, dal Piemonte. Attaccarsi a criteri di esclusione incomprensibili e a graziose concessioni di sapore imperiale innesca una bomba a orologeria nei nostri quartieri, nelle nostre scuole, nei nostri luoghi di lavoro. E’ davvero quello che vogliamo?

Ma c’era una nota di ansia che guastava la festa, oggi. Cioè il fatto che ora la palla passa al Parlamento. Come è giusto, per carità. Ma che ha abbondantemente dimostrato di essere lontano mille miglia da queste istanze e soprattutto da questo modo di affrontare il tema. La campagna è stata portata avanti da moltissimi comitati territoriali, in un pluralismo variegatissimo di esperienze, ispirazioni, colori e identità culturali. Basta dare una letta ai componenti del comitato promotore, senza contare le adesioni successive. E’ stato davvero un esempio di collaborazione per un obiettivo chiaro, concreto e comune. Così dovrebbero essere quelli della politica, almeno di quella locale. Ma la politica oggi ragiona così?

E’ il momento di riappropriarsi del significato delle parole, diceva stamattina qualcuno (probabilmente il sindaco Delrio, che invidio di cuore alla città di Reggio Emilia). Fare politica sarebbe esattamente questo: porsi dei problemi e cercare insieme soluzioni per risolverli. Chiedete al politico medio italiano che ne pensa di questo tema: nella migliore delle ipotesi vi dirà che non è una priorità. E magari vi tirerà fuori obiezioni imbarazzanti, che rivelano la sua totale estraneità all’argomento.

L’Italia è più avanti di chi la rappresenta, si ripeteva oggi da più parti. Il che ormai mi pare inevitabile, perché sembra che per qualche perverso meccanismo si possa candidare a rappresentarla solo chi sta indietro. Questo discorso mi ricorda per certi versi quello che si fa sulla televisione e l’immagine delle donne, ad esempio qui (specialmente nei commenti): le donne nude a proposito e a sproposito, alzando sempre il tiro della volgarità, si mettono per alzare o mantenere gli ascolti, ma gli ascolti non li fanno anche le persone normali? Gli italiani sulla rappresentanza politica sembrano rassegnati a un’analoga devastante inadeguatezza. Però vorrei ricordare, in primis a me stessa, che non votare non è una scelta del tutto equivalente a spegnere la tv o non possedere un televisore.