Ricordo che una volta il mio professore all’Università raccontava che secondo lui ascoltare le conversazioni in tram era la prova provata che se non si conosce il contesto non c’è possibilità di decifrare alcunché di senso compiuto. La cosa mi è sempre parsa bizzarra, visto che lui di mestiere decifrava epigrafi frammentarie in lingue morte e pressoché sconosciute. Ricordo anche di aver pensato che la mia impressione era piuttosto l’opposto. A me le conversazioni in autobus apparivano il più delle volte autoesplicative, tanto facevano riferimento a situazioni standard che tutti abbiamo ben presente: lui, lei, l’altra, il capo, la madre, il marito, la prof…
Chi aveva ragione? Non saprei. A volte, per quanto possa sembrare insensato, me lo chiedo ancora. Me lo chiedo oggi ancor di più a proposito delle conversazioni sui social network. Non tanto le chat con chi si conosce, ma l’ultima tendenza in cui sono stata travolta, i gruppi segreti (o al limite solo chiusi). Lì la difficoltà di decifrazione è massima, visto che non si conoscono tutti i componenti e talora si ha anche la pretesa di lanciarsi in conversazioni “di sostanza”. Allora serve un atto di fede: da i post da me scritti, letti in un ordine quasi impossibile per me da prevedere, i miei interlocutori riusciranno a seguire il senso di cosa intendevo (e viceversa). Considerando, peraltro, che manca tutto: il contesto, il tono di voce, il body language, spesso persino la conoscenza previa dell’interlocutore.
Mi rendo conto che tutti argomentiamo per allusioni (a letture, a esperienze pregresse, a convinzioni già condivise in passato). E’ certamente vero che con un po’ di prontezza e una media intelligenza si riesce a condurre conversazioni potenzialmente interessanti. Ma, fuori da scambi di informazioni neutre o tecniche e di battute di spirito, il più resta nell’ombra dell’indecifrabile. Magari il mio professore non aveva tutti i torti.
Oggi, alla biglietteria del Palatino, mi è successo un fatto curioso, che mi ha messo – come si suol dire – la pulce nell’orecchio. Chiedevo un biglietto intero per me e uno gratuito, per Meryem (in quanto minore di 18 anni). “Posso vedere un suo documento?” “Suo di chi? Della bambina?” “No, signora. Suo”. “Certo. Posso sapere perché?” (non penserà mica che abbia meno di 18 anni anche io?). “Certo. Devo solo verificare la sua nazionalità”. Vedendomi allibita continua: “I minori entrano gratis solo se sono cittadini dell’Unione Europea”. Sarebbe interessante capire quale nazionalità mi aveva attribuito la signorina (non c’era neanche Nizam). Ma poi le rotelline del mio cervello hanno continuato a girare. E quindi? Un bambino extracomunitario, quale che sia la sua età, paga intero?
Non so se l’intento sia quello di spennare il turista americano e giapponese o, forse, di scoraggiare eccessive marmaglie di ragazzini (ma perché solo gli extracomunitari). Ame il pensiero è andato immediatamente ai tanti cittadini di Paesi terzi che risiedono in Italia senza esserne cittadini. I loro figli vanno a scuola, talora sono nati qui. Perché mai dovrebbero essere discriminati rispetto ai coetanei italiani, proprio nell’accesso ai siti archeologici e ai luoghi di cultura? Mi pareva una discriminazione bella e buona.
Stasera ho approfondito la questione e credo di poter dire che le spiegazioni della signorina in biglietteria erano un po’ sbrigative. Vi offro quindi un piccolo compendio di cosa prescrivono in questo senso i regolamenti dei siti romani (hai visto mai che veniate in gita a Roma con un gruppo di bimbi sudanesi….). Intanto vanno distinti i musei e siti archeologici del Comune da quelli dello Stato. I primi (ad es.: Musei Capitolini, Ara Pacis, Mercati di Traiano, MACRO…) prevedono che sotto i 6 anni tutti entrino gratis e che tra i 6 e i 18 (e sopra i 65) la gratuità sia limitata ai residenti del Comune di Roma. Questa limitazione, a guardar bene, è di fatto più democratica, perché distingue turista occasonale da residente, ma non discrimina in base alla cittadinanza: lo studente delle elementari egiziano usufruirebbe tranquillamente della gratuità. Invece i siti statali (dall’Appia Antica, al Colosseo, dai Fori alla Galleria Borghese…) prevedono appunto la gratuità da 0 a 18 (e sopra i 65) per i cittadini europei. Ma attenzione: la stessa gratuità vale per i cittadini di Paesi non comunitari a “condizione di reciprocità. E che vuol dire? L’allegato del sito Roma Pass comprende solo quattro Paesi che rientrano in tale fattispecie e, precisamente: Svizzera, Norvegia, Liechtenstein e Islanda. Però secondo il sito del Ministero degli Affari Esteri ci sono dei casi in cui non è necessario verificare le condizioni di reciprocità:
In base al Decreto Legislativo 25 luglio 1998, n. 286 [che poi altro non è che il Testo Unico sull’Immigrazione] sono parificati ai cittadini italiani e, dunque, dispensati dalla verifica della condizione di reciprocità:
i cittadini (persone fisiche o giuridiche) degli Stati membri dell’UE nonché i cittadini dei Paesi SEE (Islanda, Liechtenstein e Norvegia); [e fin qui ci siamo]
i cittadini extracomunitari che soggiornino in territorio italiano e siano titolari della carta di soggiorno o di un regolare permesso di soggiorno rilasciato per motivi di lavoro subordinato, di lavoro autonomo, per l’esercizio di un’impresa individuale, per motivi di famiglia, per motivi umanitari e per motivi di studio;
gli apolidi residenti in Italia da almeno 3 anni;
i rifugiati residenti da almeno 3 anni.
A parte la bizzarria della residenza minima di tre anni per i rifugiati, che parrebbe stranamente penalizzarli rispetto ai migranti economici, il mio “problema” – se l’interpretazione fosse questa – parrebbe superato: i figli minori di un cittadino extracomunitario regolarmente residente non dovrebbero avere problemi in biglietteria. Speriamo solo che tutti i bigliettai lo sappiano…
P.S. Che poi queste magari vi sembrano e sono minuzie. Però vi segnalo che oggi e domani (6-7 maggio) ben più clamorosa sarà l’esclusione. Per le elezioni amministrative in molti comuni italiani non tutti possono votare.
Sono i 3.235.497 cittadini stranieri non comunitari, pari al 5,3% della popolazione, che risiedono stabilmente nel nostro paese ma non sono rappresentati nelle giunte locali che governano le città nelle quali vivono, studiano, lavorano contribuendo al loro sviluppo economico e sociale: sono infatti ancora prive del diritto di voto amministrativo. Su questo vi invito a seguire la Campagna nazionale “L’Italia sono anche io”, che ha già presentato in Parlamento una proposta di legge di riforma della cittadinanza supportata da 200 mila firme…
Nell’ultima settimana mi sono trovata invischiata in molti rimuginamenti, miei e altrui, che girano attorno a uno stesso concetto: nella vita ci sono momenti in cui si percepisce la necessità di rimarcare un passaggio, accettandolo oppure, eventualmente, creandone uno dal nulla. Ho sentito parlare e ho parlato di capitoli che si chiudono, di pagine da cambiare – al punto da sospettare, come ho pure letto su Facebook, di dover proprio riporre il libro e iniziarne un altro. Certe volte questi discorsi facevano riferimento all’età, quei forse ingiustamente famosi 40, che certamente non sono più i 20 e che in qualche modo sono qualitativamente diversi anche dai 30. Nel mezzo del cammin di nostra vita, in un certo senso. E ancora, intraprendere strade nuove, raccogliere quelle che si è seminato, e così via, di metafora scontata in metafora scontata.
Una cosa è sicura: da queste parti il dubbio, l’insoddisfazione e l’impazienza si tagliano a fette. Ripenso a un romanzo che mi piace molto, Chocolat, e l’irrequieto vento del nord, che non era mai soddisfatto. “Tuttavia il vento irrequieto del Nord non era ancora soddisfatto.
Il vento parlò a Vianne di paesei ancora da visitare, di amici bisognosi ancora da scoprire, di battaglie ancora da combattere…”. Che poi, a pensarci bene, questo vento che chiudeva fasi c’era anche nel libro magico della mia infanzia, Mary Poppins (libro, libro: molto più ricco, ombroso e misterioso del solare film disneyano). Di quando in quando, nonostante le mie scelte relativamente prudenti e poco coraggiose, mi torna la voglia prepotente di mandare tutto all’aria e provare di nuovo. Come può convivere questo con una figlia? Sarà per questo che Chocolat mi affascina e mi strazia allo stesso tempo? Il vento, che per me è quello esagerato e violento di Tinos, in genere me lo immagino mentre mi sospinge via, sola. Come la mettiamo?
Disclaimer: questo è un post di servizio e un po’ tanto donnesco.
La questione mi era sempre stata posta nei termini sbagliati: anche nei post più dotti e illuminati, come questo, ogni volta che si parlava dell’uso dell’oggettino caliciforme detto coppetta, lo trovavo abbinato ad altri ecologici ammennicoli qualificati come “lavabili”, fossero essi pannolini o assorbenti. Vi confesso che la mia coscienza ecologica cozza violentemente contro la mia a-casalinghitudine. Lavare più di quanto normalmente la sopravvivenza mi costringa già a lavare? No, grazie. La mia abnegazione non solo non arriva a tanto, ma non ci si avvicina nemmeno.
Poi, potenza dei social network, mi sono trovata non so come (cioè, lo so benissimo, ma un po’ mi sono sentita travolta lo stesso) in un gruppo su Facebook in cui i toni erano ben altri. Cioè, va benissimo il verdino della coscienza ecologica. Ma ho trovato una gamma di tinte ben più ampie: dal prugna fashion, al glitterato… Scherzi e futilità a parte, due sono stati gli elementi aggiuntivi che mi hanno portato a considerare per la prima volta la possibilità di convertirmi alla coppetta: il risparmio (mica da ridere) e, soprattutto, la comodità. Insomma, non avevo mai immaginato che questa alternativa potesse essere molto più pratica della tradizionale. Ma quando dico molto, intendo proprio molto. Ora che l’ho provato, posso testimoniarlo direttamente.
Quindi capisco che l’argomento si presti a una certa comicità, come insegna la brava Littizzetto (forse ricorderete un suo storico intervento sul tema) e, più di recente, la mitica Elasti e l’estroso Queen Father. Ridiamoci pure su, possibilmente entro i limiti del buon gusto. Però, donne, non limitatevi a ridacchiare e a fare le spallucce. E’ un’alternativa, caspita se lo è. Tanto da indurmi a fare un pensierino malevolo: perché non l’ho mai vista pubblicizzare? E non ditemi che l’argomento non si presta, perché pannolini, tamponi, assorbenti di ogni forma e dimensione, leggeri come petali e impalpabili come batuffoli ci tengono compagnia costantemente dagli schermi, attraverso le più ardite metafore. Si pubblicizzano i medicinali per la diarrea e le colle per le dentiere, per non parlare della carta igenica (anch’essa solitamente non mostrata nel suo uso più proprio). Sarà mica perché questa costa una ventina di euro e poi non compri più nulla?
Anni fa ho visto uno di quei film che sarebbe rimasto una pietra miliare, pur nella sua leggerezza, per la costruzione delle mie convinzioni di cittadina e operatrice sociale. Si tratta di questa commediola francese, mirabilmente interpretata da Carole Bouquet. Tra una risata e l’altra, il messaggio complessivo è molto saggio: non avere pregiudizi nei confronti degli stranieri non deve mai equivalere a una mitizzazione a prescindere. L’istinto di difendere persone da continui soprusi di cui siamo testimoni, particolarmente spiccato in operatori sociali, attivisti dei diritti umani et similia, nella pratica spesso porta a un parziale obnubilamento del senso critico in soggetti che magari in altri campi brillano per acume di analisi e complessità di ragionamento. Si potrebbe definire “infatuazione professionale da reazione”.
Dato che le grugnate, anche dolorose e drammatiche, in questi casi, si sprecano e in 9 casi su 10 si traducono in reazioni viscerali, generalizzate e estreme (che, viste da lontano, assomigliano molto al più deteriore razzismo), la consapevolezza di questa malattia professionale del cittadino socialmente impegnato è quantomai auspicabile. In estrema sintesi, sebbene ci faccia orrore che le etichette negative siano associate agli stranieri in quanto tali (e su questo non ci piove, ci mancherebbe altro), ci dobbiamo ricordare sempre che può ben darsi che uno straniero si comporti da stronzo, egoista, menefreghista, violento, disonesto, senza che per forza si debbano cercare giustificazioni a misterioso sfondo antropologico per dimostrare che in realtà trattasi di malinteso culturale. Ebbene, il malinteso culturale a volte è presente e certo non aiuta: ma ogni individuo può pur sempre comportarsi da bastardo senza che ciò sia predeterminato dalla sua origine etnica o giustificato da una specifica identità culturale.
E quindi? Diffidare sempre? Certo che no. Io, dall’alto di una consolidata esperienza, consiglio di prendersi tutte le fregature del caso ma non condannarsi alla paranoia. Un po’ (anzi, dosi massicce) di autoironia però aiutano sempre, unite possibilmente a un sereno atteggiamento socratico, ovvero alla consapevolezza che nel rapporto con l’altro (in tutti i casi) le cose che ci sfuggono sono solitamente di gran lunga superiori a quelle che afferriamo, con l’intelletto o con il sentimento.
Più passa il tempo, più mi rendo conto di avere una posizione bizzarra in fatto di religione. Mi pare di avere le idee molto chiare, ma non sono mai riuscite a spiegarle compiutamente, il che mi rende a tratti assai confusa. L’altro giorno ho finito di leggere un libro di un espertissimo di dialogo interreligioso, Brunetto Salvarani, perché dovrò scriverne una breve recensione. Non è che mi abbia folgorato, ma l’ho trovato pieno di buon senso. Di pensiero in pensiero, mi sono trovata a formulare questo: in realtà le religioni sono tutte, in un modo o nell’altro, piene di buon senso. Aaaaah, orrore. Che ho detto, anzi che ho pensato e (poi) che ho scritto. E l’oppressione delle donne, il burqa, i kamikaze, l’inquisizione, le spose bruciate, le caste e chi più ne ha più ne metta (in ordine sparso)? Ok, ok, non dico che in nome delle religioni non si commettano crimini orribili, a tutti i livelli. Datemi un’idea e vi troverò mille estremisti. Ma. C’è un ma.
Vediamo la cosa da un altro punto di vista. Anni fa, in una conferenza particolarmente illuminante, mi fu ben mostrato come gli estremisti, di solito, non siano affatto gli esponenti più tradizionalisti di una specifica religione. Anzi. I fondamentalisti, in genere, si appellano a una riforma di presunto ritorno alle origini che si configura, nei fatti, come un’innovazione più o meno violenta rispetto alla consuetudini. Le tradizioni, religiose e non, hanno tanti limiti, per carità. Ma solitamente, nonostante quello che si crede, sono piuttosto sagge e flessibili. Non nel senso che si modificano, ma piuttosto per la loro tendenza inclusiva a riorganizzare in sé anche ciò che è estraneo e lontanissimo. Se il fondamentalismo esclude, la tradizione ingloba (non senza una certa misura di violenza, a volte. Ma non con le bombe). Guardiamo la tradizione religiosa italiana: in un sapiente mix di paganesimo e cristianesimo, abbiamo rinunciato proprio a poco. Culto dei serpenti incluso. Giusto una ripittatina, qualche santo qui, qualche Madonna là. Però allo stesso tempo ci siamo agganciati in tutto e per tutto al respiro sovralocale e sovranazionale della religione cristiana, creando una marea di equilibri nuovi in gamme assortite, per cui oggi si sentono cristiane persone che ben poco hanno in comune l’una con l’altra.
Lo stesso vale per l’Islam, per l’ebraismo, per il buddhismo, almeno nelle sue manifestazioni tradizionali, storiche, che hanno fatto del compromesso più o meno dichiarato il proprio punto di forza. (Banalizzo, eh? Lo so. Ma è per amore di argomentazione). I problemi vengono quando si cerca la coerenza, la consapevolezza piena del fedele o, in alternativa, la restaurazione consapevole del primitivo/originario. Qui l’ipercorrettismo è pressoché inevitabile. Di più: le religioni rivisitate sono, molto più di prima, ostili le une alle altre. Ciò che una sana pratica tradizionale poteva reinventare in chiave positiva (il film E ora dove andiamo? offre begli spunti, sia pure un po’ paradossali), una religione ripensata e rifondata non può che aborrirlo.
Qui mi spingo un filo più in là. Mi pare che nel cristianesimo, complessivamente, si richieda un sacco di ragionamento, consapevolezza, adesione se non razionale, almeno di sentimento. Questo, in soldoni, mi hanno sempre trasmesso al catechismo. Non dobbiamo ripetere come pecore, dobbiamo starci, capire, riformulare, fare nostro. Bello. Ma si rischia di trasmettere una visione equivoca della religione, secondo me. La religione non è un sistema di credenze per interpretare la realtà. La religione è l’indicazione di un percorso per entrare in rapporto con qualcosa che la nostra mente e la nostra esperienza non può, per definizione, cogliere né definire. Entrare in rapporto non è spiegare. Qui secondo me sta il buon senso delle tradizioni: l’idea che, in fondo, io faccio così, perché così mi hanno fatto di fare e perché molti insieme a me fanno così, e mi affido a questo. Non vado troppo oltre. Questo può essere ottusità, ma anche opportuna modestia.
Chi mi conosce sa che non sopporto il fatto che il politeismo antico venga puntualmente rappresentato come forma collettiva di idiozia di povera gente ignorante. Il fatto che a noi della mitologia greca siano arrivate quasi solo le caricature fatte da chi non ci credeva più, oppure che non siamo in grado di capire granché del complessissimo sistema degli antichi egizi, non ci autorizza a sentirci superiori. Questa stessa gente ha gettato insuperati presupposti della scienza moderna, non è che avesse l’anello al naso. Magari però aveva l’idea che per parlar dell’infinitamente grande il linguaggio della logica terra terra (tipo il principio di non contraddizione, per dirne una) non fosse sufficiente. Magari il linguaggio e le associazioni erano ancora più libere, meno incasellate, più predisposte ad esprimere la complessità straordinaria di ciò che trascende. Per questo noi non lo capiamo (oltre che per il fatto che ci manca quasi tutta la documentazione diretta, ovviamente). Qui concludo con una piccola nota di scetticismo: io diffido sinceramente dei politeismi moderni, rifondati alla luce delle più svariate consapevolezze, siano etniche o di genere. Ho un profondo rispetto per il politeismo che ancora fa parte della nostra storia, che si traveste (appena appena) e ci accompagna, con saggezza millenaria, nei piccoli e grandi eventi della nostra vita: dalla pastiera (di cui ultimamente tanto ho letto, qua e là) alle tarantelle, dalle usanze funerarie e quelle di ogni singolo paese, che carica di senso valli, fonti, crepe di montagne e grotte marine. Non mi pare che abbiamo bisogno di organizzare sistemi religiosi alternativi, basati su studi scientifici (che notoriamente sono ben poco adatti a fondare religioni). Godiamoci i nostri poli-monoteismi con serenità e senza perdere di vista i messaggi centrali che nessuna religione nega e che poi, in buona sostanza, sono le regole di buon senso che dovrebbero ispirare il cittadino del mondo: giustizia, moderazione, compassione.
La mia infanzia è stata funestata da una storiellina piuttosto stupida, che ho la deplorevole tendenza a citare per allusione, guadagnandomi occhiate perplesse e interdette da parte dei miei interlocutori. Eccola qui.
“Cos’è quel tubo nero a strisce gialle che vive nella spina e fa ‘putilup putilup’?” “Non so davvero. Mi arrendo”. “Un’anguilla!” “Vabbè, un’anguilla assomiglia a un tubo nero. Ma le strisce gialle?” “L’ho dipinta io”. “E perché vive nella spina?” “Vive nella corrente e quindi anche nella spina”: “Ok, ma ora non mi vorrai far credere che un’anguilla fa ‘putilup putilup’!” “No, quello lo ho aggiunto io, altrimenti l’indovinello era troppo facile…”
Sono molte le circostanze della mia vita in cui mi trovo a pensare di aver aggiunto un “putilup putilup”, altrimenti era troppo facile. Il fatto che mi renda conto dell’assurdità della cosa non la rende meno assurda. Sospiro, mi tengo le strisce gialle e il pacchetto completo, cercando di convincermi che, sotto sotto, sempre di un’anguilla si tratta.
Uscendo di metafora, a volte anche il contesto mi aiuta in questo processo eterno di complicazione affari semplici. Oggi, vincendo finalmente una comprensibile ritrosia, ho chiamato il Recup regionale per prenotare un esame di routine che non faccio da anni. Sorpresa. Risposta pressoché immediata, operatrice squisitamente gentile, tempi di attesa lunghetti ma che sarebbero stati brevi o minimi se fossi stata disposta a spostarmi di più territorialmente (cosa che, se la cosa fosse stata urgente, avrei certo fatto). Non mi capacitavo. Esamino dunque le due o tre opzioni proposte, quando mi arriva l’informazione aggiuntiva: l’esame deve essere effettuato rigorosamente tra il 5° e il 12° giorno dopo le mestruazioni. Uhm. La mia stupefatta calma si traduce in ansia pura. Sfoglio affannosamente l’agenda. Accenno a conteggi con le dita. La signorina, dall’altro capo del filo, sfodera un’ammirevole pazienza. Io annaspo, esito, azzardo, ritratto. Poi faccio la mia puntata. “Facendo una ragionevole stima, eh?”, mi premuro di precisare. Qui l’impassibilmente cortese operatrice si concede un sano sghignazzo. “Sì, sì, semmai richiama”. Insomma, hanno fatto di tutto per facilitarmi, ma il “putilup putilup” di sottofondo era ben percepibile.
In queste settimane ho guardato più indietro che avanti. In un certo senso, non è nella mia natura. Ci sono però circostanze in cui bisogna concedersi il lusso di deludere se stessi.
Spesso penso che, per fortuna, la vita va avanti a prescindere dalla nostra volontà. Non siamo noi a girare la ruota. Non possiamo farla correre quando siamo pieni di entusiasmo, né fermarla quando vogliamo scendere. C’è qualcosa di bello, di confortante, in questa ineluttabilità.
Vi risparmio i ricordi remoti, quelle Pasque rese interessanti solo dalla nostalgia. Non riesco però a non pensare due consapevolezze di Pasqua, momenti singoli, che sono restati memorabili nella mia esperienza. Una mezzanotte sotto la doccia, a Baghdad. Una sensazione di ingiustizia, un piccolo risentimento che non ho mai smaltito del tutto (e meno male che non porto rancore). Una mattina luminosa, a Kariye (S. Salvatore in Chora), Istanbul. Mi colpisce il fatto che sono stati due momenti di profonda solitudine (a prescindere dalla compagnia in cui mi trovavo), ma una solitudine molto serena.
La solitudine mi attira e mi terrorizza. Oggi la esorcizzo con i social network, che sono un buon compromesso: ti senti in una casa affollata, anche se in realtà sei immerso nel silenzio. Un po’ come i braccioli per chi impara a nuotare: queste diavolerie tecnologiche addomesticano la mia paura.
Da quando ho scoperto anobii, mi sento come se facesse parte di me. Doma il mio disordine. Mi aiuta a tenere traccia delle letture fatte, mi suggerisce idee per nuove esplorazioni libresche, soprattutto attraverso gli scambi, che ho praticato abbastanza nel corso dell’ultimo anno.
Questo periodo lavorativo, pur piuttosto faticoso, mi ha messo voglia di fare anche letture complementari alla mia sfera professionale. Non succedeva da un po’, nel senso che spesso tendo a privilegiare letture di evasione (pur senza riuscire a reprimere i miei interessi, sempre un po’ bizzarri) o, all’estremo opposto, saggi di media pesantezza che a volte mi danno da recensire (ma anche quelli li prendo come uno stimolo a tentare strade nuove, che da sola non avrei preso in considerazione – a volte a ragione, va detto). Oggi vorrei segnalarvi tre di queste mie letture semi-professionali. La premessa, piuttosto bizzarra, è che – a parte forse il secondo dei volumi – nessuna mi ha del tutto appagato. Tuttavia tutte hanno alimentato la voglia di procedere nell’approfondimento dei rispettivi temi, e per questo soprattutto mi va di parlarvene.
Il primo è una raccolta di saggi di Frantz Fanon. E chi era costui, dirà il mio sparuto gruppo di lettori (ad eccezione, forse dei due-tre più secchioni)? Lasciate stare Google, vi soccorro io direttamente da Wikipedia. I “miei” psichiatri lo citano, per comprensibili ragioni, ogni due per tre. Mi sono dunque decisa a comprare questo volume e, per inciso, credo di aver toppato alla grande. Avrei dovuto prendere qualche scritto più significativo, che mi desse la possibilità di confrontarmi con questo autore con un respiro maggiore, meno inquinato da dibattucoli polemici di stampo accademico (l’introduzione ai saggi, scritta dall’autorevole curatore dell’opera, è davvero un caso studio di per sé). Tuttavia, leggendo, un collegamento fortissimo mi è saltato agli occhi: mi ricorda da morire Orientalismo di Said. Da un lato il nesso era fin troppo ovvio, eppure a me era sfuggito, a causa delle diverse sfere professionali che mi hanno portato alla lettura dei due saggi. Colonizzare e decolonizzare: due processi storici di portata spaventosa, che investono prepotentemente e trasversalmente tutti i miei campi di interesse (e forse, più in generale, molti campi del sapere e dell’agire umano). In Fanon come in Said salta all’occhio la rabbia. Una rabbia ferocissima, una reazione intellettuale che si tiene in equilibrio precario sul limite del fanatismo. Nel riflesso della reazione credo che noi oggi abbiamo la possibilità davvero di sperimentare in modo indiretto la violenza coloniale, pur senza averla vissuta. E qui si pone la domanda metodologica: come salvare tutta l’energia rivoluzionaria di queste reazioni per sublimarle, per dir così, in un approccio più equilibrato, capace di riconciliarsi con il passato senza rimuoverlo? Come avviarsi verso una sintesi su questioni tanto brucianti ancora oggi? Ma mi riprometto di andare avanti nella mia finora fugace conoscenza di Fanon. Forse ci tornerò sopra, più specificamente (con vostra profonda gioia, presumo: come non adorarmi quando all’astrusità tento di aggiungere il tecnicismo?). Cambiamo decisamente argomento, come si direbbe in TV. Sono rimasta fedele alla tradizione del’acquisto di impulso di un libro in aeroporto prima di un viaggio. Ho resistito a un libro di ricette di Claudia Roden e ho superato uno dei miei tabù: ho letto il mio primo libro di Tiziano Terzani. Scelta azzeccatissima. Mi ha portato esattamente lì dove volevo andare, nell’atmosfera di incontro tra culture non dominato dall’intellettualismo (pur supportato da lucida e puntuale analisi, ai limiti dell’assurdo), ma guidato in buona parte da una irrazionale curiosità. Ci ho sguazzato. Era come una colonna sonora azzeccata per il mio viaggio a Bangkok. Forse leggerò altro di questo autore, forse no. Ma sono soddisfatta. Alla fine la cosiddetta intercultura, qualsiasi cosa ciò voglia dire, non si fa senza un pizzico di irrazionalità. Quella fiducia immotivata che ti spinge ad assaggiare un piatto che non toccheresti mai, se ne sapessi gli ingredienti. Poi non è detto mica che ti piaccia, sia chiaro. Ma ti sei lasciato trasportare in un viaggio in cui non eri tu con i tuoi pregiudizi a predeterminare la rotta. Se c’è una possibilità di capire qualche cosa è questa: aprire una finestra perché possa entrare qualcosa che nei tuoi schemi mentali ancora non c’è.
Ed eccoci arrivati al terzo libro. Tema: la povertà urbana. Il libro in effetti mi è piovuto tra le mani casualmente. E’ una copia pirata, venduta in fotocopia per le strade di una città indiana. La leggenda narra che l’autrice stessa si sia imbattuta in un venditore delle copie taroccate della sua opera e sia rimasta tra il perplesso e il lusingato. Se la leggenda è vera, io non mi capacito del fatto che una ricerca di sociologia/scienze sociali, pur accattivante, possa essere venduta per strada in copie non autorizzate. Ma che lettori assatanati ci sono in India? Vabbè, prescindendo da ciò, la lettura è interessante, anche se a tratti un po’ faticosa. Nessun pietismo, analisi articolata – storica, sociale, economica – della vita di uno slum indiano, dei suoi punti di forza e delle sue – molto più ovvie – criticità. Ma, ancora una volta, un richiamo a complicare le nostre mappe mentali. Non è solo miseria, non è solo degrado, non basta spazzare via con una ruspa. Bisogna fare la fatica di capire, analizzare, mediare, negoziare con chi ci vive percorsi inediti. La politica, del resto, non è un gioco da ragazzi. Neanche quella locale. Peccato che troppo pochi la prendano seriamente (e chissà se qualcuno di quei pochi vive in Italia).
Lunedì sera ho seguito con attenzione la puntata di Presa Diretta, che trovate qui, se ve la siete persa. Mi ha fatto piacere anche di condividerne la visione con alcune amiche on line. Mi sembra importante e sicuramente positivo che una prima serata della RAI sia stata dedicata ai respingimenti di rifugiati e alla guerra in Libia. Però oggi non è di questo che voglio parlarvi, o forse non solo. Ho dovuto lasciar sedimentare per qualche giorno le sensazioni contrastanti che la trasmissione mi ha lasciato. Perché ho avuto la sensazione, fin da subito, che – nonostante le intenzioni e l’impegno civile e di denuncia, che di per sé sono un valore – ci fosse qualcosa che non funzionava. E non mi riferisco tanto e solo alle inevitabili omissioni, alle forzature necessarie, a questo o quel dettaglio. Alla fine forse ho capito qual è il punto vero. E’ un problema che sta alla base, che non riguarda il lavoro di quella specifica redazione. Il problema sta nel mezzo, il mezzo televisivo.
Mi spiego meglio. Qualunque addetto ai lavori sa, ed è pronto a spiegare, che il format televisivo ha le sue regole, le sue peculiarità. Soprattutto, i suoi tempi. Ecco, a me sembra che questi tempi televisivi non solo non aiutino a veicolare un messaggio sensato di impegno civile e di consapevolezza, ma che anzi necessariamente passino – in certa misura – il messaggio opposto. In un format del genere non si può mai approfondire: troppo lungo, l’attenzione calerebbe. Servono colori, toni forti. Se non lo sono abbastanza, vanno sapientemente calcati. La priorità è catturare l’attenzione, sempre. Il conduttore è sacerdote unico di questa liturgia: ergo, legittimamente, soprattutto interrompe. Gli intervistati, i suoi collaboratori, eventualmente il pubblico. Tiene i tempi.
Faccio un esempio concreto dalla puntata di Iacona. L’intervista ai rifugiati sopravvissuti del barcone è apparta fredda, inutilmente aggressiva, poco rispettosa. Sono certa che il tono sia stato scelto volutamente, per non indulgere a pietismi e comunicare obiettività. Eppure non posso fare a meno di notare che l’interlocutore, in questo efficace (?) scelta stilistica, sparisce. Si riduce a mera macchia di colore, fa atto di presenza. Ma più ancora mi colpiva il modo in cui il giornalista interpellava e poi toglieva subito la parola alla sua collaboratrice in studio, incaricata di riferire i feedback da internet. Sono sfumature, certo (e mi corre l’obbligo di precisare che escludo che il sesso del collaboratore abbia a che fare con questo). Ma certamente, in generale, l’atteggiamento era singolarmente privo di rispetto.
Si arriva alla fine della puntata con l’ansia, la sensazione che tutto fosse troppo complicato o poco pertinente, e soprattutto che noi della trasmissione (autori e pubblico) fossimo davvero troppo impegnati, troppo presi, troppo di fretta per lasciare davvero spazio a qualcosa. Ma è così? Una trasmissione televisiva deve trasmettere l’urgenza di un’operazione chirurgica a cuore aperto? Quale missione superiore ci si impone? Arrivare alla fine del programma? Tenere alta l’audience?
Soprattutto, qual è il messaggio implicito di una trasmissione del genere? In primo luogo, non è certo un’educazione all’ascolto e al rispetto. Quale che sia il tema, quello che lo spettatore coglie (almeno a me pare) è che il conduttore, è lui e solo lui quello che sa. Le sue “fonti”, i testimoni, gli esperti, hanno un ruolo meramente accessorio. Devono parlare e tacere a comando, devono intervenire a sottolineare e avvalorare quello che viene detto. Non si ha mai l’idea di condividere con il pubblico l’opportunità straordinaria di ascoltare qualcosa da chi davvero la sa. [N.B. Questo non è impossibile in televisione, in generale. Mi vengono in mente esempi in cui ciò viene fatto. Ma mai in trasmissioni di questo tipo].
Io sono convinta che per capire qualcosa di rifugiati (o di qualunque altro tema) si necessario, in estrema sintesi: a) non essere superficiali, riflettere, approfondire; b) entrare per quanto possibile in rapporto con le fonti dirette e con i testimoni, senza filtri e senza mediatori (che a volte sono interessati); c) ascoltare con pazienza e umiltà, senza sovrapporre pre-giudizi propri o altrui, disponibili davvero a cambiare opinione o a iniziare a crearsene una. Tutte e tre queste cose, anche con le migliori intenzioni, sono incompatibili con i ritmi di una trasmissione come Presa Diretta, Report o simili. Forse sono incompatibili con i ritmi televisivi in genere.
Dunque? Non lo so. Non sono mai stata contraria alla televisione, che è uno strumento potentissimo e potenzialmente di grande utilità educativa e civile. Mi pare, tuttavia, che forse bisognerebbe ripensare un po’ priorità e obiettivi. Voi che ne dite?