10 anni


Dieci anni fa, anche se sembra passato molto tempo, non ero esattamente una ragazzina. Ventinove anni. Dieci anni fa, nella notte tra il 2 e il 3 giugno, ho perso un amico. Dieci anni fa mi sono trovata bruscamente confrontata con il suicidio. Mille volte, con il pensiero, sono riandata a quella sera. Erano forse le undici, rientravamo con il mio ex marito in macchina verso casa. “Passiamo dai Sardi a salutare Palazzi?” “Ma no, è tardi. Sarà già andato via”. Non avrei mai saputo se lui, Roberto, in quella pizzeria c’era ancora. Probabilmente sì. Fatto sta che, poche ore dopo, si sarebbe seduto nella sua macchina parcheggiata non lontano e si sarebbe tagliato la gola. Non avrei nemmeno mai saputo se sarebbe cambiato qualcosa, se ci fossimo fermati. Non credo proprio. Figuriamoci. Ma mi sono chiesta anche questo, in anni di pensieri senza pace.

Ricordo la telefonata di mia sorella Serena, quell’attimo di incertezza rispetto a chi fosse quel Roberto che non c’era più. E poi una sicurezza assolta, in quelle ore confuse in cui si sospettavano persino omicidi e misteri: era stato lui, per quanto doloroso fosse. Per la prima e unica volta nella mia vita sono scappata dal lavoro, senza neanche una spiegazione. La fontanella di via Mancini, il tentativo inutile di ricompormi mentre gli studenti della scuola di italiano arrivavano. Mesi dopo mia madre mi ha chiesto perché ne fossi stata così sicura. Me lo ha chiesto solo lei, io tra gli amici di Roberto non avevo alcun ruolo di spicco, anche se so di averne avuto uno di sostanza, che metteva su di me il carico della responsabilità di averlo “lasciato solo” (qualunque cosa ciò volesse dire). Non le ho saputo rispondere, ma non ho mai avuto dubbi.  Da allora ho ripensato a lungo a una domenica in cui non mi rispondeva al telefono. Lo avevo chiamato per ore e alla fine ero andata a cercarlo. Mi ero appostata sull’Aurelia, finché non era uscito per andare in rosticceria. Era stato affettuoso come al solito, ma con il senno del poi credo che quella domenica fossi davvero preoccupata, anche se non l’avevo/avevamo esplicitato. Se non sbaglio, quella sera ci eravamo presi una pizza lì, vicino al suo studio/casa, lasciando da parte la busta della rosticceria (o forse era un cinese).

Non mi sono mai riconosciuta nelle dotte disquisizioni sul male di vivere, che richiedono una sensibilità artistica che certamente a me manca. So solo che la morte di Roberto è una delle ferite ancora aperte, una quelle due/tre il cui bruciore non si affievolisce con il tempo. Per tanti versi, oggi sono un’altra persona. Tanto che ho la tentazione di dire che ero giovane, che non potevo rendermi conto. Ma non è vero, non ero tanto giovane e tuttavia anche oggi mi rendo conto molto poco. In un cassetto custodisco l’unico libro di valore che io possegga, suo regalo di non-compleanno (l’unico motivo del dono era la gioia di aver trovato una cosa che io potevo apprezzare). Al muro ho appeso le due pagine di manoscritto di canto gregoriano che mi ha regalato per il mio matrimonio. Dietro il letto ho una vignetta di Asterix che mi aveva fatto incorniciaree che ancora oggi, a distanza di tanto tempo, trovo geniale. C’è più Roberto che me, sulle pareti di questa casa, che pure non ho arredato, non ho pensato, non ho vissuto con consapevolezza.

10 anni e 1000 post. Lui il mio blog non ha fatto in tempo a conoscerlo, ma sono sicura che gli sarebbe assai piaciuto. Curioso com’era, avrebbe avvicinato con discrezione e affetto anche le mie nuove amicizie. Lo immagino affiatato soprattutto con Edoardo e Maddalena, da bravo genevose. L’altra sera ero al Pigneto e per un attimo ho avuto la tentazione, come mi capita ogni tanto in questi anni, di tornare all’Infernotto, da Dario. Non sono mai riuscita a farlo. Dopo dieci anni sarebbe doveroso riprovarci.

Check point L’Aquila


Decisamente non ero preparata. E sì che avevo letto, avevo riflettuto, mi ero lasciata trascinare da Barbara lungo la Statale 17. Ma confesso che quando l’Associazione L’Aquila volta la Carta ci ha invitato a presentare il libro “Terre senza Promesse” da loro, mi ha fatto piacere accettare, ma non mi rendevo conto.

Ieri ho preso la corriera, in compagnia di un giovane dinoccolato somalo (che già c’era stato due volte, a L’Aquila, e quindi sapeva meglio di me a cosa andava incontro), quasi distrattamente. Venivo da una mattinata di fastidi lavorativi, pensavo all’agenda frenetica delle prossime settimane. Non avevo con me neanche una giacca. Il viaggio, da Roma, è fin troppo veloce. Un’ora e mezzo. Pensavo ad altro, per tutto il viaggio. Mi ero ripromessa di scambiare due parole con Osman, di conoscerlo meglio, di accordarci sull’incontro che avremmo dovuto gestire insieme. Ma poi ho rinunciato. Lui si è sentito la musica in cuffia, io ho letto un po’ e fatto una pennica.

Neanche con la nostra ospite, che viaggiava con noi, ho scambiato più di qualche parola di circostanza. Più tardi, sistematici in albergo, Valeria si è offerta di farci fare un giro. Ed ecco che sono iniziati i pugni nello stomaco. Macerie, tubi innocenti. Tutto come tre anni fa. La casa dello studente, o quel che ne resta (nulla). Qui è vuoto, qui è vuoto, questo lo hanno messo in sicurezza ma può essere solo demolito. Collemaggio. Uno schiaffo in pieno viso. Celestino V, proprio lui, se ne sta lì, un po’ disorientato, in mezzo al transetto crollato. Le colonne puntellate iniziano a sgretolarsi. L’unica cosa che sembra resistere impavidamente è il pavimento originale, in un’alternarsi di bianco e rosa che incute rispetto. Certo, tutti i grandi della terra dopo il terremoto hanno adottato un monumento. Ma questa, alla fine, resta la chiesa nostra. Chi la può aggiustare una cosa così? Ho un dubbio, ma me lo tengo. E faccio bene. Scatto qualche foto da turista. Ma poi, niente. Mi si inceppa il dito.

Centro storico. I cazzotti nello stomaco continuano. Una città fantasma, una selva di tubi innocenti. Dopo tre anni bisognerebbe iniziare la manutenzione dei tubi. Ma ti pare normale? No, non mi pare affatto normale. Questi li hanno messi grazie al concerto delle amiche per l’Abruzzo, che Dio le benedica. Ma l’edificio sotto non si poteva salvare allora e certo non si potrà salvare dopo tre anni di abbandono. Valeria mi porta in un vicolo e mi fa sentire l’odore del terremoto. Per quanto incredibile, capisco cosa intende. Dopo tre anni, si respira ancora la polvere.

Poco più avanti, una camionetta di militari. Zona rossa. Check point. Sono basita dell’assurdità del tutto. A cosa serve? Certo non a impedire i furti, in tre anni quello che c’era da rubare è stato rubato. Serve a controllare noi, mi dice un ragazzo con la massima disinvoltura. Più tardi andranno ad avvertire i militari che, a causa della pioggia, avremmo avvicinato una macchina al confine dell’area proibita. I bar hanno riaperto. La sera, specialmente del giovedì, c’è movida, mi dicono, pure eccessiva. Tutto il resto è deserto.

Andiamo a fare la presentazione, in una casetta di legno in mezzo a un parco, con gli alberi e i lampioni in parte ricoperti da pezze multicolore. Per carità, tanto affetto. Abbiamo ricevuto tanta solidarietà, pure troppa. Però “mettiamoci una pezza” non è un messaggio che ci piace. Non vogliamo metterci una pezza, questa è la nostra città. Però hanno dimostrato tutti tanto affetto, possiamo solo ringraziare. Forse il punto è proprio questo. Le tante belle idee, l’arte che si è profusa e si sta profondendo su quel che resta di questa città (foto, performance, teatro, romanzi) non serve a coprire la voragine della mala gestione, del commissariamento, dell’assoluto vuoto di senso di questa inerzia forzata.

Teatri, anfiteatri (troppi? nei posti sbagliati?). Casette di legno, costruite con tanta solidarietà, probabilmente tanti soldi, ma poca pianificazione (questa sta su una strada, vedi? Portava alle case lì dietro. Quindi o quelle case si buttano giù e basta, o si butta giù la casetta. No?). La tenda dell’assemblea, in piazza (c’è sempre qualcuno, una specie di speakers’ corner. Si è tornati a una vita politica molto elementare). E anche tante iniziative culturali, una specie di testarda lotta sui generis. Sarà il check point, sarà il panorama spettrale. Ma bersi un aperitivo sotto i portici suona come un gesto di resistenza civile. Anche se non si sa bene contro cosa.

Sono frastornata, non so neanche bene cosa pensare. Mi trovo nella casetta di legno, sotto una pioggia scrosciante, a parlare di respingimenti, di rifugiati, di CIE. Osman è più a suo agio di me. Parla con la positività dei suoi 23 anni, testimonia sereno le atrocità che ha vissuto e guarda avanti. Io invece scricchiolo. Sento che la mia responsabilità di cittadina sarebbe ben altra. Che il mio impegno sulle migrazioni è solo un tassello di un immenso quadro che necessiterebbe ben altre forze. In questi giorni, in particolare, non resta da augurarsi che in Emilia le amministrazioni locali reggano l’urto del dopo-sisma. Perché da ieri riesco a cacciare  il pensiero che uno Stato che lascia una città e la sua cittadinanza per tre anni nell’abbandono più completo la struttura politica, la rappresentanza, la democrazia l’ha persa da un pezzo. Altro che crisi economica. Dovremmo essere molto più preoccupati.

 

La responsabilità della gioia di vivere


Ieri sera mi sono guardata questo film. Non mi ha rallegrato la serata, ma non mi è dispiaciuto affatto. Fin dalle prime scene, sono rimasta folgorata dalla capacità di rendere immediatamente uno dei temi centrali: la delicatezza di un’età in cui le protagoniste non sono più bambine e non sono ancora donne. La storia, ispirata a fatti realmente accaduti, può apparire paradossale. Ma ben realistico è, invece, il quadro desolante che ne emerge. Non tanto l’ambiente di assoluta inconsistenza di relazioni in cui queste ragazzine annaspano, sempre con una sigaretta in mano e una bottiglia di alcolici nell’altra. Ma la pochezza, l’inadeguatezza degli adulti di riferimento.

In un certo senso questo è un film di denuncia, molto amara. La scena dell’assemblea scolastica, in cui genitori e preside si rimpallano la responsabilità della situazione (“La maggior parte del tempo la passano qui”/ “Io non mi considero responsabile della vita privata delle alunne dell’istituto”), è tragicamente realistica. La riunione del collegio dei docenti, in cui questi adulti si limitano a ripetere posizioni ideologiche che nulla hanno a che vedere con le persone concrete, per il mero gusto di ascoltare la propria voce (“Un tempo essere ragazza madre era una stigma, quindi questo è un progresso”; “Ambire a essere esclusivamente madre di famiglia è una limitazione, quindi è male”; “Questo gesto è un messaggio politico”) è altrettanto desolante e trova la sua corrispondenza nella aperta ribellione delle protagoniste verso questi educatori, che tutto fanno meno che educare. Proprio quelli che pretendono di essere più impegnati sono particolarmente poco credibili (“Lei ha figli?” “Mi preoccupo abbastanza di quelli degli altri”).

E i genitori, in tutto ciò? Emergono poco. La madre di Camille però è una figura che interpella molte di noi, credo. Anche quelle che si sentono – a ragione – attente, impegnate, dialoganti. Madre sola, lavora molto, ora che ha i figli abbastanza adulti crede in buona fede di potersi concedere qualche libertà (“Ti lascio sola? Sì, ti lascio sola. Sei grande, ormai”). Ci immaginiamo la fatica di anni a crescere due bambini, che emerge in quella frase infelice che colpisce al cuore come una coltellata: “Non ho intenzione di ricominciare da capo dopo 18 anni”.

Il motore di tutta la vicenda è il legittimo rifiuto della vita rassegnata, triste, senza speranza, schiacciata dalla fatica e dalla rassegnazione che gli adulti prospettano come unica possibile. “Studiare per un futuro migliore” è l’unica formula che viene opposta contro la “vita di merda”, ma è evidente che nessuno degli adulti che la usa ci crede davvero. Il messaggio implicito è che la vita è quella e che l’unica via è l’accettazione. Però, tragicamente, l’impulso comprensibile delle ragazze non trova alcuno strumento di realizzazione concreta. Queste adolescenti sono, nella loro poetica rivoluzione, del tutto sprovvedute. Per non parlare dei loro coetanei maschi, balbettanti strumenti apparentemente privi di personalità propria.

Non credo che questi genitori, questi insegnanti, siano dipinti come dei mostri. Sono l’immagine, un po’ caricata, di noi quando siamo stanchi, sfiduciati, risucchiati dalle mille legittime incombenze quotidiane. “Deve essere difficile essere una mamma”, mi ha detto un giorno Meryem. E io ho sentito una fitta acuta al cuore. E’ giusto non mentire, è giusto non recitare. Ma dobbiamo stare molto attenti, come genitori, a non trasmettere un messaggio di disperazione. La disperazione è l’unica cosa che proprio non ci possiamo permettere. La vita non è un gioco, insegnare la responsabilità è fondamentale. Ma non dimentichiamoci di insegnare la gioia di vivere e la capacità di sognare. Nell’unico modo possibile: con l’esempio.

Non si può dire


Per festeggiare il suo compleanno, mia sorella Vittoria è andata a Gerusalemme. E dintorni. Mi ha proposto di andare con lei e la tentazione è stata forte. Però non potevo, quindi non sono andata. Gerusalemme, insieme a Istanbul, è stata uno dei posti emotivamente determinanti per la mia vita. Sarebbe lungo spiegare perché. E comunque non è questo l’argomento del post di stasera. Dicevo che Vittoria è tornata dalla Palestina, perché lì – più che in Israele – è andata ed era scossa, esterrefatta, indignata. Mentre raccontava cose che non ho visto (se non in minima parte), ma so benissimo, mi sono sorpresa a cercare di censurare persino il mio ascolto. Non volevo davvero sentirle, quelle cose. Mi ripetevo che sì, certo, figurati se non lo so. Ma la realtà è che cercavo di chiudere le orecchie. Non è difficile capire perché mi mettono a disagio. A denunciare, senza esitazioni, le violazioni dei diritti umani non ho in genere particolari problemi. Ma in questo caso, ecco, sono sulle spine. Ne ho parlato già qui.

Poi ho letto questo romanzo, acquistato da mia sorella d’impulso, letto e promosso a pieni voti da mia madre. Mi sono trovata di fronte, in modo estremamente efficace, quei fatti – pure noti – riflessi in chi li ha vissuti e li vive. Mi sono chiesta come ho fatto, finora, a conservare questa parvenza di equilibrio salomonico. E mi sono risposta che la rimozione costante dell’emotività a scapito dell’intelletto e del raziocinio storico o pseudostorico ha avuto una parte importante in questo. Ho pianto senza ritegno, leggendo questo romanzo. In autobus, al bar, sul divano la sera. Ho pianto come se una maschera di controllo che apparentemente mi appagava mi si fosse infranta, lanciando schegge da tutte le parti.

Non si può accettare ma, apparentemente, non si può neanche dire. Chissà quanti, per rispetto a un grande popolo che tanto ha sofferto e tanto ha dato e dà all’umanità, si comportano come me. Chissà quanti, infastiditi dalla retorica violenta e sguaiata di certi sostenitori della causa palestinese, si comportano come me. Eludendo. “Questa devastazione è al di là di ogni comprensione. Israele non può continuare a nasconderla. Il mondo alla fine saprà tutto. Le cose cambieranno”.

Leggendo questo romanzo ho pensato a Ritorno a Haifa (e poi ho scoperto che a quel racconto straordinario infatti si ispira) e anche a Jasmina Khadra. Nella quarta di copertina si sottolinea che l’autrice non cerca colpevoli, che descrive gli israeliani con pietà, rispetto e consapevolezza. Mi sento di condividere questo giudizio. Le accuse più pesanti sono altre: verso i leader cinici e spietati, verso i media che manipolano la realtà, o semplicemente la ignorano. Però non è un libro imparziale, non vuole esserlo affatto. E dopo averlo letto credo che la giustizia esiga che anche io sia un po’ meno imparziale, in futuro.

Ce ne sono ancora?


Ieri, per superare una serata difficile (oddio, quante difficoltà in questo periodo: mi faccio fatica da sola), con Nizam abbiamo scelto di comune accordo di vederci qualcosa in televisione. Scartate commediole americane che non sono proprio nelle corde del curdo, abbiamo scelto la fiction su Paolo Borsellino di Rai 1. Ci è subito tornato in mente la vigilia della nostra prima vacanza, a Palermo, in cui avevamo visto una replica di quella del 2004 (e Nizam aveva commentato: ma proprio qui mi devi portare?). Prescindendo dalle considerazioni più artistiche, che non ci sono proprie, confermo che un ripassino di storia contemporanea in prima serata è sempre ben accetto.

“Ma secondo te”, ha commentato Nizam alla fine, “ce ne sono ancora di giudici così in Italia?”. Ecco, mi sono sentita in dovere di rispondere di sì. Ho detto che certamente ci sono ancora alcune persone così, in Italia, non necessariamente solo magistrati. Ci sono insegnanti, preti, poliziotti, giornalisti, genitori, nonni che intendono ancora così il loro lavoro: come impegno civile, se necessario anche estremo e coerente fino in fondo. Spesso ne sentiamo parlare troppo tardi. Magari dopo che sono stati uccisi. Quello che però ho aggiunto e che mi ha colpito come un pugno allo stomaco, ieri, è che in 20 anni qualcosa comunque si è perso per strada. La reazione di sincera indignazione e partecipazione di tutti i cittadini, da cui pareva potesse nascere un grande cambiamento, si è infiacchita, affievolita, fino a perdersi nei mille rivoli del solito nulla.

Oggi, ricordando quelle stragi enormi, spropositate, è doveroso chiedersi dove eravamo rimasti. E fare spazio, tra le distrazioni e gli affanni, alle nostre ribellioni civili.

Stamattina, in autobus, leggevo un libro che mi è stato passato da mia madre (come accade per molte mie letture importanti, specialmente in questo momento): Ogni mattina a Jenin, di Susan Abulhawa. Mi si è fermato l’occhio su una frase: “Una settimana dopo il massacro di Sabra e Shatila, la rivista Newsweek decise che l’evento più importante dei sette giorni precedenti era stato la morte della principessa Grace”. L’ho riletta più volte e ho pensato che questo è  ciò che accade oggi, sempre. Invece di pensare, di costruire pensiero collettivo (che dia dignità alla complessità e alle divergenze, che apprenda dall’esperienza, che collettivamente cerchi di cogliere non la verità ma il quadro attendibile che nessun singolo è in grado di registrare) finiamo per spostare l’attenzione di continuo. Nulla si deposita, nulla si costruisce. E’ per questo che, guardandoci indietro, ci rendiamo conto che i 20 anni trascorsi oggi dalla strage di Capaci non hanno aggiunto nulla al nostro percorso di italiani.

Perdersi nel caos e tornare a casa


Che oggi sia una giornata difficile, da affrontare e da spiegare, credo che siamo pronti a dirlo tutti. Proprio per questo, mi sono decisa a condividere gli appunti decisamente disorganici che vi propongo qui di seguito. Mi paiono appropriati, anche se apparentemente riguardano solo insegnanti e educatori (e mi hai detto niente?). Educatori, ci piaccia o no (a me non tanto, a essere sincera, o quanto meno non sempre) siamo tutti. Lo siamo in particolare in questo momento, in cui solo uno spettacolare quanto imprevedibile ritorno al senso civico può farci ritrovare un senso, al di là dello smarrimento che sembra montare da ogni lato.

Ecco qui la mia esperienza di giovedì scorso, quasi unplugged. Magari a qualcuno è utile. Per me, ancora confusamente, lo è di certo.

“Una buona pratica della scuola sono gli insegnanti che si fanno venire i dubbi (su cosa fanno, su perché lo fanno, soprattutto su come lo fanno). Io direi che è una buona pratica di per sé, ma certamente diventa più produttiva quando questi insegnanti e educatori cercano e trovano degli spazi per dare spazio ai dubbi individuali e elaborarli in pensiero collettivo. Cesare Moreno, maestro di strada, fondatore insieme con sua moglie Carla Melazzini, anche lei insegnante e scomparsa nel 2009, del “Progetto Chance” a Napoli, si adopera per dare a molti di questi gruppi informali e compositi la possibilità di fare tesoro dell’esperienza accumulata dal suo gruppo in molti anni di esperienza e di riflessione condivisa.

Giorni fa, a Roma, ho avuto l’opportunità di partecipare a un seminario tenuto da lui, che voleva essere una sorta di preliminare (“un trailer, puro marketing”, ha scherzato lui) a un percorso di 4/5 incontri di formazione (libera e gratuita) e alla costituzione di un gruppo di lavoro territoriale. Anticipo subito che un altro appuntamento di rilievo (e un’altra occasione per potenziali dubbiosi) si terrà a Napoli il prossimo 3 e 4 luglio: si tratta delle Giornate di Studio “La mappa e il territorio. Perdersi e ritrovarsi tra strada e scuola”, in cui saranno toccati temi caldissimi come Riflessività e costruzione di senso nella relazione educativa, La funziona educativa adulta all’epoca dell’evaporazione del padre, e altro.

La solita formazione fumosa, piena di terminologia tecnica e schemi in power point più simili alle istruzioni dell’IKEA che a linguaggio umano? Se così fosse, non saremmo qui a parlarne. L’incontro con Cesare è un’esperienza di per sé. Io mi ci preparavo, indirettamente da anni. Si può dire persino che lo avessi già incontrato in diverse forme, attraverso i racconti (e più ancora le pratiche didattiche) di una cara amica, ma più ancora attraverso il libro di sua moglie Carla, da lui curato, di cui ho già parlato in questo post. Quello che segue è un estratto dai miei appunti di ieri, organizzato secondo gli elementi che mi sono parsi più significativi. Circoleranno dei materiali elaborati sull’incontro di ieri, che potranno essere eventualmente condivisi in un secondo momento. Mi assumo, ovviamente, la responsabilità per ogni eventuale fraintendimento.

Pluralità e altri dilemmi di fondo
La professione dell’insegnamento è solitamente esercitata in modalità individuale. Spesso anzi si stabilisce una relazione biunivoca tra la persona dell’insegnante e una serie di variabili di natura logistica-organizzativa: “la classe è mia”, “la materia è mia”, “l’orario è mio”. Ciascuno persegue individualmente un percorso lineare, in cui la pluralità (eventualmente) è un attributo, un valore aggiunto. Invece la pluralità è un carattere fondante della professione: il soggetto è plurimo (docenti, non docenti, genitori, personale di segreteria…), il compito è plurimo. 

Studenti o persone? Noi non ci occupiamo di studenti, ma di persone. La scuola è nata per gli studenti, la persona a rigore non può entrare nella scuola. Salvo poi pretendere di interessarsi di tutto: dalla sfera sessuale al diritto di cittadinanza, dal bullismo al rapporto con le altre culture. Solo che tutto è trasformato in discipline. L’interdisciplinarietà risolve? Affatto. L’interdisciplinarietà non ricompone l’intero. L’essere umano è irriducibile alle discipline. Il concetto base è l’integrazione o, se si vuole, il rispetto della sacralità della persona, che non può essere scomposta. Se la disciplina deve essere strumento di crescita della persona, dobbiamo sapere come è fatta la persona. E non la persona in generale, ma quella persona specifica. 

La relazione educativa è reciproca? L’incontro tra educatore e ragazzo è di per sé asimmetrico, perché io da educatore sono chiamato ad assumermi la mia responsabilità (vedi sotto, autorità versus autorevolezza…). Però io educatore nell’incontro mi modifico. Tradizionalmente non si intende che la relazione educativa sia reciproca. Nel DNA della scuola non c’è l’incontro, anche se magari c’è nel DNA delle persone. E un altro concetto che manca nel modello tradizionale è il gruppo. L’impressione a volte è che si pensi persino che è meglio quando il gruppo non c’è, come se fosse un elemento di intralcio o di disturbo. E invece quando non c’è il gruppo è un disastro, provare per credere. 

Dichiarazione di servizio
Cosa ci proponiamo di fare con questo percorso? Illustrare una metodologia per trovare la strada di casa dopo che vi sarete persi nel caos irriducibile delle vostre esperienze di didattica. Perché il caos che vi troverete, che vi trovate di fronte è irriducibile: un caos stratificato, un caos multilivello. E nel caos non si può fare altro che perdersi. Allo stesso tempo, questo percorso si pone come un inizio di progettazione partecipata.

Il metodo
Non ci sono formule da insegnare per risolvere le situazioni. Del resto, se ce ne fossero, voi sareste bloccati completamente davanti a una situazione che presenta caratteristiche diverse da quelle previste dalla formula: se la formula non si applicasse, sareste persi, più persi di prima. Invece, applicando un metodo, con cui magari ripetutamente siamo riusciti a capire come si possono sciogliere delle situazioni specifiche, ci può permettere di affrontare con fiducia l’ignoto di ogni giorno. Il metodo ci permette di trovare una soluzione in tempi ragionevoli. Oppure di non trovarla e di sapere che in quel momento non potevamo trovarla. Quando la soluzione non si trova, gli atteggiamenti possibili sono due: o riconosciamo in coscienza che per adesso la soluzione non c’è (e magari potrebbe un giorno potrebbe esserci), oppure pensiamo che ci sia, ma che non siamo in grado di trovarla. Questo secondo atteggiamento, apparentemente più umile, implica però che noi la soluzione smetteremo di cercarla. Anzi, il senso di colpa in certi casi sarà talmente forte che non vorremo più sentirne parlare. In caso contrario, pur riconoscendo il nostro fallimento, resteremo con i sensi allertati per riconsiderare la cosa, se qualche spiraglio si dovesse aprire: manterremo alta l’attenzione. 

Il metodo che noi seguiamo è la riflessione. Facile, direte voi. Tutti riflettiamo. L’uomo è animale pensante e dunque riflettente. Dipende cosa si intende per riflettere. Qui vogliamo dire riflettere sull’esperienza e fare in modo che ciò che ci accade diventi patrimonio di pensiero. Apprendere dall’esperienza non solo non è ovvio, ma è anche particolarmente difficile. Ce lo dice l’esperienza: vediamo ripetersi sempre gli stesso copioni, con insegnanti particolarmente tetragoni nel non cambiare i propri schemi, studenti ancor più tetragoni nel non modificare una virgola degli atteggiamenti. Non è però un caso che sia difficile apprendere dall’esperienza. Ogni volta che apprendo qualcosa, sono costretto a ristrutturare anche le mie conoscenze precedenti, ad abbandonare le mie certezze. E questo mi fa sentire male. Non è solo un problema cognitivo. Immaginate una moglie che torna a casa e scopre il marito in atteggiamento inequivocabile con una bionda: non si tratta solo di acquisire l’informazione “lui ha un’altra”, di sanare una dissonanza cognitiva. Quello che si verifica è  una catastrofe emotiva, relazionale… Aggiungiamoci che apprendere dall’esperienza mentre si sta seduti serenamente a un tavolo è un conto, farlo mentre si è immersi in una situazione caotica che sfugge (parzialmente o del tutto) al nostro controllo è tutta un’altra storia.

La prima cosa da fare è la descrizione dell’esperienza. Si tratta di una descrizione soggettiva, deformata, volutamente non scientifica. In che senso? La scienza si basa su un’ottica disciplinare e le discipline, per funzionare, devono avere dei limiti, sono parziali. La descrizione che ci serve, invece, è a 360°. Si deve soffermare soprattutto sugli aspetti in ombra, sugli aspetti nascosti. La mente addestrata infatti rileva automaticamente ciò che è noto, trascurando i particolari meno noti o disturbanti. Queste osservazioni è meglio farle per iscritto: non solo perché oralmente ci si distrae, ci si perde, ma anche perché il passaggio tra la lingua orale e la lingua scritta non è una semplice fotografia di ciò che ho in mente, ma la trasformazione di ciò che ho in mente. Ciascuno dunque scriverà o esporrà la sua descrizione, la quale sarà, ovviamente, parziale, lacunosa, addirittura faziosa. Noi non abbiamo alcuna fiducia nella capacità del singolo di vedere la realtà nella sua interezza, ma crediamo che il gruppo sia in grado di ricostruire un quadro attendibile. Attenzione, qui non si parla di “vero” o “falso”, che presuppongono che qualcuno dall’esterno valuti. Ci accontentiamo di un quadro che riscuota un ampio consenso.

Un’altra precisazione: noi non parliamo di casi. Parliamo di situazioni. Ad accendere la situazione ci saranno evidentemente uno o più personaggi.

Qui si è fatto un esempio pratico. Alcuni partecipanti hanno descritto una situazione tipica della classe in cui insegnano. Altri hanno aggiunto informazioni alla prima descrizione, altri hanno fatto domande. Sono emersi via via, un po’ spontaneamente, un po’ dietro sollecitazioni, elementi utili a capire meglio le dinamiche. Tutto ciò è stato occasione di approfondire alcuni elementi di interesse generale (vado a mo’ di indice): la modalità cooperativa e il gruppo classe; affrontare dinamiche distruttive/dissipative; il tema della gerarchia e dei diversi modelli di leadership possibili, auto affermati o imposti; vantaggi e limiti di un’organizzazione funzionale del gruppo classe; l’autorità dell’insegnante come assunzione di responsabilità (che non significa autoritarismo); l’esercizio del potere riflessivo; la questione della lingua/delle lingue.

C’è una teoria dietro?
La teoria non sta “dietro”, ma può e deve avere un ruolo. La finalità del gruppo di insegnanti/educatori è costruire un pensiero condiviso, non uniforme (ci sono scambi), ma anche di tentare una condivisione ulteriore. Il ruolo della teoria, di una teoria non libresca, ma che si confronta con la pratica, è quella di far sì che la fatica fatta non vada dispersa, che non si debba ogni volta ripartire da zero. Una buona teoria può contribuire anche a dare sicurezza. Non va disprezzata.

Nella seconda parte abbiamo fatto un esperimento pratico, che consentiva di sperimentare la costruzione di un pensiero condiviso a partire dall’osservazione individuale di ciascuno. Il succo dell’esperimento, arricchito dai racconti degli esiti che la stessa prova aveva avuto in altri gruppi (di educatori, di studenti di età diverse, di genitori…), ha permesso di illustrare il passaggio da pensiero semplice (individuale) a pensiero complesso (condiviso) e, soprattutto, il passaggio da un ottica di giudizio a un’ottica di apprendimento.

Io devo ancora capire che cosa ci faccio, esattamente, in questo gruppo di professori/educatori. Ma nessuno mi ha cacciato, quindi sono ottimista sulle mie chances di essere ulteriormente tollerata come clandestina a bordo. Se effettivamente sarà così, potrei tornare a farvi partecipi.

P.S. Ho messo in grassetto alcune espressioni, che mi paiono di portata più ampia del contesto a cui si applicavano in quel momento. Il compito educativo, anche come genitori, non può essere un’impresa solitaria. Non solo perché supera di gran lunga la capacità del singolo. Ma soprattutto perché educare è scienza sociale. Me lo ripeto a bella posta, proprio in un momento in cui la tentazione di contare solo su noi stessi, come singoli, è in agguato a ogni più sospinto. Quando ci si guarda intorno e ci si vede isolati. Quando non si scorge, nei luoghi che frequentiamo, alcuna consonanza reale. Eppure, per ardua che sia, la via è quella. La costruzione, la ricostruzione, di un pensiero collettivo, di uno spazio di relazioni che esca dalle quattro mura apparentemente rassicuranti che ciascuno di noi si è scelto.

Cosa aggiungere?


Non c’è molto da aggiungere a quello che ha scritto Silvia su GC. Mi lego alla sua frase “non sappiamo difendere i figli e le loro idee”. Disclaimer: le mie considerazioni volano liberamente per associazione di idee, a prescindere dalla selva di ipotesi che si rincorrono (ma anche questo condivido del post citato prima: prima dei mandanti fumosi, arrestiamo il colpevole). Difendere i figli, dicevamo. Ho pensato a una donna israeliana che ho conosciuto e che mi raccontava che ogni mattina mandava i figli a scuola su autobus diversi. Così se uno dei mezzi fosse saltato in aria, non li avrebbe persi tutti e due. Questa osservazione quasi casuale mi è rimasta da allora scolpita nella mente. E’ questo difendere i figli? Non credo proprio. Ho avuto e ancora oggi ho un profondo rispetto per lo strazio quotidiano di questa madre. Ma i suoi figli no, non li difendeva davvero.

Penso ai bambini nei campi profughi (ad esempio palestinesi), penso ai bambini nelle carceri con le loro madri, penso ai bambini di tanti paesi del mondo che muoiono di diarrea (una cosa che non si cura con sofisticati e costosi farmaci, ma con acqua potabile, sale da cucina e zucchero). Davvero sono troppe le circostanze in cui, andando contro ogni naturale istinto, non difendiamo i nostri figli. Certe volte, con tutte le nostre ansie, imprigioniamo, blocchiamo, ma non difendiamo.

Come si difendono i nostri figli, e quelli di tutti gli altri? Io credo che l’unico modo di farlo sia non deporre mai il preciso ideale di rendere il mondo, questo mondo più giusto. Non è una frase vaga, è un progetto preciso, che si persegue con l’educazione, con l’esempio, certe volte con le scelte. Non tutti sono chiamati a scelte eroiche. Per fortuna. Ma certamente tutti hanno la responsabilità precisa di non alzare le spalle perché tanto ormai. Chi si arrende non ha figli, né suoi né di altri.  Chi non si arrende certo non soffre di meno, oggi e tutti i giorni in cui alla vita di un essere umano, e più ancora un bambino, non viene riconosciuto alcun valore.

Non sono una mosca


Lo dico con una certa fierezza, quello che sto per dire. Oggi ho avuto modo di riflettere, grazie a Cesare Moreno, sul fatto che imparare dall’esperienza è cosa assai difficile. Il che spiega benissimo perché la storia non sia affatto, nella pratica, magistra vitae. Di esperienze ne facciamo, eccome. Il problema è cosa poi facciamo delle nostre esperienze. La mosca che sbatte contro il vetro non capisce e continua a risbatterci finché non cade a terra tramortita (a meno che, pigra e volubile, non abbandoni l’impresa, senza comunque capire). La chiamano coazione a ripetere. Tutta questa premessa per dire che io, in abbondante e ottima compagnia, scopro di scivolare sempre negli stessi errori. Però nella giornata lavorativa di oggi (ed eccoci arrivati a spiegare la fierezza), senza averli del tutto evitati, quei soliti errori, sono riuscita comunque a gestire i miei viscerali impulsi e me la sono egregiamente cavata in una situazione difficile.

E allora quella sensazione di amaro in bocca, di crepolino allo stomaco, di orgoglio ferito (ecco, ho confermato il solito stereotipo che gli altri hanno – a ragione – su di me) si è stemperata in una considerazione elementare: oggi sono stata brava. Non sono stata perfetta in ogni passaggio, ci ho lasciato mezzo fegato e una porzione abbondante di cuore. Ma ho trovato il coraggio di non deviare dal mio obiettivo, di confezionare un prodotto eccellente, ma soprattutto (cosa per me assai più ardua) di soprassedere e dribblare provocazioni e occasioni di contrasto. Quello che più mi fa onore è che quest’ultima faticosissima forzatura al mio istinto l’ho praticata non perché sperassi che avrebbe risolto una situazione che avevo (erroneamente) giudicato senza uscita, ma per mera scelta di metodo. Il tutto mentre la sottoscritta era in preda a una comprensibile tempesta emotiva, di complessità e stratificazione impressionante.

Et voila. Come per magia, tutto il problema sembra essersi sciolto come neve al sole. Non sono una mosca. Devo cercare di ricordarmelo. Anche se è meglio, molto meglio che non ripensi a cosa mi è stato detto, o peggio scritto, oggi. Rischio seriamente di rimettermi a prendere a capocciate il vetro.

Parole, parole, parole


Si fa un gran parlare del programma di Fazio e Saviano su La7, la cui serata conclusiva è oggi. Ho fatto del mio meglio per seguirlo, ma confesso che alla fine il mio bottino di telespettatrice è stato scarsino: faccio fatica a restare sveglia, per cui ho assistito solo a tratti. A onor del vero, la cosa non si può imputare del tutto al programma: anche lo spettacolo di Marco Paolini, sempre su La7, che pure mi piace e mi interessa, l’ho visto (e non al 100%) solo perché ho potuto usufruire anche della replica.

Mi sembra che ci sia molta enfasi rispetto a questa trasmissione, al punto che ho pensato fosse il caso di guardarla e, in un certo senso, di capire cosa (finora) ne ho pensato. Vedo che altri, sui social network e sui blog, hanno avvertito la stessa esigenza.

Per semplicità, mi atterrò a una lista di “like” e “dislike”, riservandomi di aggiornarla in futuro (magari anche grazie alle vostre osservazioni).

Mi piace
– il fatto di affrontare alcuni temi forti (la Cecenia, il soccorso in mare, la tratta…) in un format leggero, diretto, facile, fuori dagli schemi delle trasmissioni come Report, Presa Diretta etc (il cui frequente sconfinamento nell’autoflagellazione seleziona il pubblico alla fonte);

– la partecipazione di molti personaggi di livello, di testimoni scelti, di persone che faticherebbero ad essere conosciute al grande pubblico;

– la programmazione in prima serata;

– Elisa;

– Paolo Rumiz… lo so, lo so, non è corretto valutare un solo intervento individuale quando non si sono neanche sentiti tutti gli altri. Ma lui mi piace da morire ed è riuscito a trattare il tema scarpe/piedi/viaggio senza essere banale e senza neanche scimmiottare Erri De Luca.

Non mi piace
– l’enfasi su e di Roberto Saviano. In tutti i sensi. Mi pare un calzante esempio italico in cui chi fa un buon servizio pubblico rischi di essere trasformato/trasformarsi in un carismatico profeta, con sgradevoli protagonismi da predicatore che mettono a tratti in ombra i contenuti;

– la presenza privilegiata di troppi personaggi già presenti nel programma di Fazio su Rai3 (Littizzetto, Gramellini…), che non era veramente necessaria (potevano partecipare nella stessa modalità di tutti gli altri). La messa in onda su La7 è autoesplicativa, non aveva bisogno di essere accentuata, a mio parere (ma magari sottovaluto);

– la sensazione che la buona idea alla base del programma non sia stata lavorata a sufficienza. Forse questa impressione è dovuta anche alla discontinuità della mia visione, ma sono rimasta con l’idea che magari si potesse andare un poco più in là nella costruzione del copione, pensarlo un po’ di più.

Nella sua gigioneria (what’s gigioneria, mi diranno i non romani?), comunque, il giochino delle parole è stimolante. Mi sono chiesta io, in questo momento della vita, che parole sceglierei. Una, in effetti, tempo fa l’ho scelta. Era “interfaccia“. Un’altra, probabilmente, sarebbe “rappresentanza”. Ma per svilupparla mi ci vuole più tempo e ulteriori rimuginamenti.

Sì sì, no no


C’è un poeta che più che ogni altro mi è caro. Si tratta di Konstantinos Kavafis. E’ comparso nella mia vita all’improvviso, misteriosamente come un amico specialissimo che mi ha regalato le sue poesie, prima di sparire in un’altra dimensione. Come lui, ha saputo stabilire con me una vicinanza difficile da razionalizzare. Però siccome le poesie da allora le ho sempre avute con me (a differenza dell’amico), le ho potute usare come lente per leggere alcuni passaggi della mia vita e della vita della mia anima. Mi piace anzi pensare che per questo mi siano state regalate.

Questo è un periodo di dubbi, di scelte e di non scelte. Ieri sera, improvvisamente, mi sono tornati in mente questi versi.

Arriva per taluni un giorno, un’ora
in cui devono dire il grande Sì
o il grande No. Subito appare chi
ha pronto il Sì: lo dice e sale ancora

nella propria certezza e nella stima.
Chi negò non si pente. Ancora no,
se richiesto, direbbe. Eppure il No,
il giusto No, per sempre lo rovina.

Mi fa sempre pensare, questo “giusto No”.  Può essere giusta una scelta che rovina per sempre? Giusta rispetto a cosa? Giusta moralmente? Ma non sembrerebbe neppure questo. Chi sente di essere nel giusto moralmente mi sembra di riconoscerlo nella descrizione di chi dice Sì, forte della “propria certezza” e della “stima” altrui. Oggi, per la prima volta, mi pare di capire che il No non è dettato dalla legge, dalla morale, dal bene più alto. Non è il No di Antigone. E’ piuttosto il No di chi è conscio dei propri limiti, che non riesce nemmeno a spiegarli e che si lascia guidare da altro (non sa nemmeno lui bene cosa). Non se ne pente, ma è indubbiamente una scelta più difficile.