Tu non cambi mai


Fine di una giornata di lavoro, particolarmente noiosa e deprimente. La mia soddisfazione professionale è ai minimi storici. Esco dalla cripta, mi avvio verso il tram (dopo una piccola sosta al supermercato per comprare dei crackers di riso al chili). Sto ancora ruminando assorta, leccandomi le dita di tanto in tanto, quando arrivo in vista del capolinea del tram. Ed ecco, ti vedo tra la folla. Tu vedi me. In decenni di reciproca conoscenza, il più delle volte finisce che ci si scambia un fugace segno di saluto (tu spesso sei al cellulare, in superiori questioni assorto). Eppure c’è stato un tempo strano in cui ci siamo assiduamente frequentati, in cui nel tuo salotto spettacolarmente tappezzato di libri si parlava di Alessandro Magno, di labirinti, del tempio di Gerusalemme e chissà quali altre diavolerie. Ci sei stato a un memorabile festeggiamento di conclusione del mio dottorato di ricerca e un caro amico non vedente che ti presentavo per la prima volta ti ha riconosciuto dalla voce, perché ti sentiva alla radio. Proprio pochi giorni fa mi è cascato l’occhio sulla borsa di stoffa (“Too many books, too little time”) che mi hai regalato in quell’occasione.

Poi è venuto meno il nostro tramite, l’amico comune che ci teneva insieme. E ora non so mai se devo scambiare con te qualche parola o no, se deve essere di circostanza o no. Non faccio in tempo a farli, questi pensieri, né ce ne sarebbe bisogno perché tanto li so a memoria e non è più utile farli.

Ti fermi, parli. Convenevoli. Che fai qui? Torno a casa, lavoro qui. Che lavoro fai? Buffo, non  lo sai neanche. Magari non casualmente, tu i dati poco interessanti non li trattieni. Esaurito lo scambio parli tu, tu che stai andando a un incontro con un uomo potente, che forse avrai un incarico più stimolante e più prestigioso che ti consentirà di lasciare quello che hai (che molti considererebbero l’inarrivabile apice di una carriera). Tu che sabato consegnerai l’introduzione di un altro libro (Pessoa?). Tu, tu, tu. Non so perché, cerco di inserirmi di forza nel monologo. Mi stupisco, non è da me. Mentre parlo mi rendo conto che tutto ciò è abbastanza patetico. Mi levi di imbarazzo, soffocando di banalità qualunque spunto: quanti anni ha tua figlia, loro crescono, noi invecchiamo. Tento ancora una volta di dirti qualcosa, ma ormai sto parlando da sola anche io. Nel farlo mi rendo conto che ti ho liberato a mia volta dall’imbarazzo di giustificarmi un mancato appuntamento che mi avevi ventilato, per mail, un mesetto fa. Avevi iniziato a dire qualcosa, ma ti interrompi e lì finisce. Sei già oltre. Ti stai chiedendo perché ti sei fermato. Guardo il tram. Prosegui, proseguo.

Che tristezza, questo incontro. Nei tuoi occhi distratti rivedo sempre, cristallizzato e immutabile, il giudizio un po’ stantio di quelli che pensano di me: “che peccato, eppure era così promettente”. Ma forse mi sopravvaluto. Probabilmente non hai mai pensato neanche questo, è tutto un complesso mio. Salgo sul tram.

Sbuffare non basta


Qualche ora fa mi sono trovata a leggere una nota sulla bacheca di Facebook di Amedeo Piva, una persona che conosco – sia pur non a fondo, ma da tempo – e che apprezzo. ““Ma perché continui a dedicare tempo e testa alla politica e al partito? Tanto ti ascoltano poco lo stesso!”.  Vi assicuro che faccio sempre più fatica a trovare una risposta sincera ed convincente a questa ricorrente domanda che mi rivolgono gli amici”, scrive Amedeo. Poi ricorda impegno e passione di operatori e volontari dediti a varie iniziative sociali (tra cui il Centro Astalli, per cui lavoro) e conclude: “Vorrei essere il ponte tra loro e  il mondo della politica. Molti obiettivi -insieme a loro- sono stati raggiunti, altri possiamo e dobbiamo raggiungerli. Ecco, è questa la risposta sincera e spero convincente del perché non resterò in vacanza ma continuerò a battermi per la politica”. A questo punto confesso (non me ne voglia Amedeo) che ho sbuffato. Per poi dirmi, subito dopo, che il mio sbuffare non era solo ingeneroso, ma anche un po’ incoerente. Perché, alla fin fine, io sono profondamente scettica rispetto al fatto che questa politica, questo partito delle cui posizioni continuamente altalenanti Amedeo si lamenta nella sua nota (il PD, se non vado errata) o anche altri attualmente presenti sulla scialba scena italica, possano davvero avere degli obiettivi in comune con me (o, lavorativamente parlando, con noi)? Questo devo cercare di capire. Sbuffare non basta.

Mi sono ricordata una conversazione di qualche mese fa, avvenuta proprio al Centro Astalli con padre Materazzo, attuale direttore del Centro di Formazione Politica Pedro Arrupe di Palermo e alcuni operatori del Centro Astalli in Sicilia. Si parlava, mi pare, del fermento che si registrava già dalla primavera a Palermo, dai tanti esperimenti di partecipazione cittadina e dall’impulso positivo di varie iniziative sociali, in particolare di quelle contro le mafie. Ricordo di aver detto che, a mio parere, si tratta di cose molto positive, ma che non portano immediatamente e necessariamente a una riqualificazione della politica. La possibilità di partecipazione effettiva nel sociale esiste. Nella politica, obiettivamente, meno. Si ha la sensazione di essere trattati come quei condomini pigri chiamati a firmare deleghe in bianco affinché l’assemblea, che non interessa più di tanto a nessuno, raggiunga il numero legale e si possano prendere, senza troppe discussioni, le solite decisioni nel solito stile. Questo sostenevo ad aprile e questo in effetti penso ancora. Tuttavia non è sufficiente nemmeno fermarsi qui. Approfondiamo ancora.

Un primo problema che individuerei è la questione della leadership. Non si tratta solo della banale mancanza di leader adeguati, qualunque cosa ciò voglia dire. La sensazione è piuttosto che si sia un po’ perso di vista cosa ci si aspetta da un leader. Ricordo una questione tragicamente analoga all’università: chi aveva l’autorevolezza e la competenza specifica non sapeva coordinare un team; chi aveva flessibilità e idee innovative non aveva   autorità; chi conosceva a fondo i processi non sapeva comunicare. E così via, di disastro in disastro, di personalismo in personalismo, fino alla dissoluzione di quasi tutto il patrimonio di sapere e di prestigio di una scuola di studi unica nel Mediterraneo. Un’altra questione cruciale è la trasparenza. Alla luce della mia esperienza, in ambiti diversi, quella tende sempre a mancare. C’è sempre, magari è fisiologico, una cerchia ristretta (talora ristrettissima) che prende le decisioni, in qualunque esperienza collettiva che si vuole dinamica e fattiva. Non lo trovo scandaloso, di per sé. Il problema è che il più delle volte si ha la sensazione che questo “cerchio magico” (lo so, lo so, non è l’espressione corretta: passatemela) si formi più per inerzia che per vera scelta strategica. Chi c’è da tanto, chi si conosce, chi è affine, chi dedica più tempo. E poi si cristallizza e si alimenta per contatto, per “bazzicamento”, più che per processi governati. Non è necessariamente nepotismo, ma certo che è l’anticamera della fumosità. Si può fare diversamente? Non saprei. Io, nell’unica esperienza associativa che ho avuto, non ci sono riuscita.

C’è poi l’immensa questione della comunicazione. Se ne fa un gran parlare, si millantano competenze e professionalità specifiche. Ma alla base di una buona comunicazione non può che esserci trasparenza, coerenza e credibilità. Non bastano, certo. Tutto si può e si deve rafforzare con tecniche specifiche. Ma se le basi mancano, puntare sulla comunicazione equivale a vendere fumo e a sprecare continuamente risorse nella difficile quanto vana arte di mettere pezze e arrampicarsi sugli specchi. Perché poi, alla fine, la vera domanda è: qual è il messaggio di fondo? Ce n’è uno? E’ interessante, è convincente, è credibile? Qualcuno ci ha pensato e ci pensa? Chi, esattamente? Un’enorme mancanza di visione, di prospettiva. Questo mi pare di vedere in tutte queste altalenanti prese di posizione effimere e assai poco edificanti.

Alle ideologie non crediamo più, sia pure. Ma quali sono i fondamenti del nostro ipotetico agire comune?  Qui casca l’asino. Un’azione nel sociale di questo punto fa la sua forza. L’obiettivo, le strategie, la mission. Sono in genere elementi semplici, facilmente comunicabili, tangibili e capaci di creare immediatamente comunanza tra persone molto diverse. L’obiettivo della politica dovrebbe essere il bene comune, se non fosse che il concetto sembra ormai aver perso qualunque significato e profondità. In una nota, diversi mesi fa, Gianni Del Bufalo (altro amico del giro di Amedeo e assiduo lettore di questo blog) osservava che la politica non è fatta di “cosa”, è fatta di “come”. Il “cosa” generico (maggiore equità, più sviluppo, più innovazione….) conta poco. E’ il processo, le priorità, i metodi che fanno la differenza. E di questi, di solito, in campagna elettorale non si parla (rinunciando quindi ad ogni credibilità in merito a un cambiamento possibile). Aggiungo io che le priorità non si determinano volta per volta, a seconda della circostanza, dell’alleanza eventuale, del calcolo. I criteri di scelta dovrebbero essere trasparenti in quanto noti, ragionati, esplicitati in una visione culturale condivisa e dinamicamente costruita. Troppo? Forse è già troppo. Ma proviamo a spiegare meglio.

Devo averlo già scritto. Se c’è qualcosa che mi irrita, quando i politici di qualsivoglia schieramento partecipano a un dibattito televisivo, è il continuo richiamo alla necessità di “parlare semplice altrimenti il pubblico a casa non capisce”. Un parlare semplice che non è mai parlare chiaro, badate bene. Non dati, non esempi, non parabole. Sono frasi generiche da conclusione di tema di terza media, quelle frasi intercambiabili che vanno bene per il tema sulla droga come per quello sulla globalizzazione. Non ho mai visto un politico contribuire, attraverso il pubblico dibattito, all’educazione della cittadinanza. Sorridete, eh? Eppure in questa perversa dinamica tra l’oratore che assume che il pubblico non sappia nulla e non sia in grado di recepire nulla (e quindi si autoassolve per il fatto di non dire nulla o di dire corbellerie, in nome della facilità) e l’arroganza furbesca di noi pubblico che crediamo di sapere già tutto si gioca la nostra crassa ignoranza, esponenzialmente crescente e compiaciuta di se stessa. Il fatto che gli orizzonti siano così ristretti (entro i confini nazionali, a brevissimo raggio temporale e con un occhio attento al pettegolezzo) non contribuisce ad innescare alcuna dinamica positiva. L’effetto baretto di provincia è assicurato.

La politica, intesa come espressione di gruppi di sapere collettivo, dovrebbe ovviamente educare la cittadinanza, nello spirito di accrescere la consapevolezza di ciascun cittadino. A prescindere dalla preferenza che in alcuni momenti il cittadino in questione deve esprimere, evidentemente. Perché mandato della politica non è “farsi eleggere” (nessun metodo potrebbe infatti essere maggiormente efficace della compravendita dei voti, se ci limitassimo a questo), ma costruire il bene comune – e prima ancora capire quale sia, questo bene comune. Ora io ho la sensazione che in quanto a sapere collettivo (e individuale) e a orizzonti interpretativi si sia molto contestato e smontato, ma poco o nulla costruito. Anche su questo non ho le idee chiare. Forse bisognerebbe ripartire dai testi di chi una volta pensava e da quelli dei pochi che tuttora pensano. Studiare. Passare al vaglio della critica e dell’esperienza. Sperimentare sintesi tutt’altro che banali tra teoria e prassi. Riaccendere i cervelli, dare modo di esprimersi a quelli che magari già lo fanno, ma non hanno occasione e energia di fare sintesi. Qui il partito, il movimento o quel che è dovrebbe farsi laboratorio, o piuttosto laboratori. Ispirarsi di esperienze (penso a quella, educativa, dei Maestri di Strada, con tutti gli spunti metodologici che comporta), avvalersi di competenze. Si dice sempre che la politica deve avvicinarsi al territorio. Forse si tratta piuttosto di tornare a farne parte, con umiltà e creatività. La prima urgenza che vedo è quella di riaccendere l’entusiasmo. Non per “la politica”, ma almeno per qualcosa. Per un’idea, per uno spunto di cambiamento. Credo che di entusiasmo in giro ce ne sia molto, ma che sia singolarmente poco alimentato. E manca specialmente dove più dovrebbe essere: nei luoghi di educazione dei bambini e dei giovani. Ma su questo magari mi dilungherò un’altra volta.

Due parole conclusive sull’indignazione. Una volta credevo che fosse una leva potente. Ma mi rendo conto che, per quanto apparentemente facile da usare, non è uno strumento così valido. A indignarci siamo buoni tutti, per un minuto. Suscitare indignazione è una delle arti più facili che esistano. Io stessa, spesso e volentieri, mi lancio in calorose invettive. Oggi ho letto questo post della mia amica Cristiana, che pur non essendo direttamente connesso al tema mi fa pensare. Contrapporsi non è costruire. Magari può dare la sensazione di creare identità, ma alla fine non è l’essere contro che contribuisce a farci capire dove vogliamo andare e come. Decostruire dà soddisfazione. Ricordo gli studi sulla storia dell’Israele antico: a furia di decostruire si arrivava a un dottissimo e sofisticatissimo nulla, che non aveva nessuna utilità, né epistemologica né tanto meno storica. Al limite una manciata di autocompiacimento. Ma serve ben altro per riprendere in mano le sorti di un Paese.

Un momento di transizione


Lo è per Isabel, che abbiamo imparato a conoscere e apprezzare da tanti anni. Vorrei che lo fosse anche per me, perché sempre più spesso mi manca l’aria (e non c’entrano Caronte e Minosse). Questo video, realizzato da Famiglia Cristiana nel mio ufficio, stamattina mi commuove più del normale. Ci vedo dentro riflesse tante altre storie che ho incrociato in questi anni e, come in un caleidoscopio, anche la mia.

A volte mi chiedo cosa sarebbe cambiato se, tanti anni fa, avessi avuto l’assegno di ricerca che tutti si aspettavano che ottenessi. Se il mio ex marito avesse potuto firmare il prestigioso contratto di lavoro su cui contava quando ci siamo sposati. Se fossi partita per un viaggio a Vienna, anch’esso remoto nel tempo, a cui magari, chissà, potevano seguire molti altri eventi. So che sono domande oziose. Che l’esito di ciascuno di questi bivi (e dei tanti altri, nella vita di tutti noi) è stato determinato da un mix di mie valutazioni, di scelte altrui, di destino, forse di Provvidenza. Che dunque non è davvero il caso di concentrarsi sui treni passati, sulle occasioni perse, sui percorsi che magari si sarebbero rivelati vicoli ciechi.

Una cosa è molto probabile: storie come questa non sarebbero state parte della mia quotidianità. Nel bene e nel male, ho spalancato la mia vita alle assurdità e alle meraviglie del mondo. Per questo, condividendo con voi questo video, voglio ricordare a me stessa che non me ne pento.

Ringhiare


Sono giorni che ringhio. Non è che ignori le motivazioni profonde di questa specie di maldisposizione verso il mondo, però è ugualmente affascinante vedere che forma prende. O piuttosto, la varietà infinita di forme. Provo a enuclearne alcune.

1. Manifestazione psicosomatica. Da ieri ho un costante bruciore alla bocca dello stomaco. Dite che sono stati gli anacardi donati dalla suorina keralese? Mistero. Però il fastidio è costante e quasi mi ci crogiolo.

2. Rabbia a sfondo sociale. Ho già scritto cosa penso dell’estate e quale feroce invidia provi verso chi può godersela senza impazzire appresso a improbabili e costosissimi centri estivi. Se poi mi metto a teorizzare, apriti cielo. Di passaggio in passaggio mi ritrovo in un battere di ciglia a mugugnare contro gran parte delle istituzioni di questo paese. Se continuo queste analisi, suffragate magari di qualche notizia dalla stampa, la logica lascerà posto al turpiloquio generalizzato e a qualche atto vandalico.

3. Disincanto lavorativo. Oggi mi sono sorpresa ad argomentare al mio capo l’inutilità di gran parte della nostra attività lavorativa. Lui mi ha guardato perplesso per un attimo e io ne ho approfittato per chiudere la boccaccia e andarmene a pranzo. Meno male che mi conosce da dieci anni.

4. Fantasie. Sfrenate e un po’ rabbiose. Le più ricorrenti sono quelle di fuga, definitiva o temporanea. Ho immaginato trasferimenti in varie improbabili location (compresa Milano, per dire), vacanze in monasteri dell’India meridionale durante la stagione dei monsoni e weekend in pieno inverno a Berlino. Noto in me una punta di masochismo.

5. Irrazionalità allo stato puro. Continuo ad essere tentata da acquisti inutili quanto inopportuni. Quando proprio non riesco a contenermi, cerco di arginare il danno. Oggi ho speso 10 euro per tre libri di seconda mano. Ma quando mi vedrete brandire gadget tipo la ghiaccioliera istantanea sarà la prova che il cedimento inizia a diventare irreversibile.

Ultimo giorno di scuola


Scuola dell’infanzia, finisce il secondo anno di Meryem. Un anno, per certi versi, misterioso. Non so davvero dare una valutazione, mi mancano quasi tutti gli elementi. La saggezza delle altre madri più smaliziate di me mi suggerisce di smettere di cercarli, questi elementi di valutazione. Eppure non riesco a ricacciare del tutto una vaga inquietudine.

Meryem è decisamente cresciuta, ma dipende più da un fattore cronologico che da sofisticati programmi educativi, mi pare. Va a scuola serenamente. Questo è certamente un punto che non devo trascurare. Non ne ha mai fatto un dramma, ma quest’anno mi ha risparmiato anche in buona parte le continue sottolineature riguardo al fatto che avrebbe preferito non andarci. Da quel che posso giudicare, ha stretto rapporti sereni e equilibrati con i compagni. Non ha amichetti del cuore, anche se poi magari fuori scuola ne frequenta maggiormente un paio, non manifesta particolari antipatie. Alle feste, finalmente, mi pare ben integrata e socievole. Le è rimasta una predilezione per un amichetto del nido, suo fidanzato ufficiale (almeno secondo lei. “Sai mamma, io mi sposerò con A.” “Ma lui è d’accordo?” “Beh, adesso non lo sa, ma sarà d’accordo certamente”).

E allora, mi direte voi? Non sei soddisfatta? No, io no. Il rapporto con le maestre è stato molto frustrante. E’ vero, ho poco tempo. Ma da loro non ho mai ricevuto alcun feedback degno di questo nome. Meryem (anzi, Meriem: a differenza dei compagni loro non sembrano prestare attenzione alla grafia, per cui il suo nome è scritto male sia sull’armadietto che sulla maggior parte dei disegni. A voce, per ovviare all’insormontabile esotismo, la chiamano Mery) è dolce (“doRce”, per l’esattezza), non crea problemi e tant’è. Ai colloqui individuali non mi ci hanno neanche voluta, perché “non c’è bisogno”. Torto mio, forse dovevo andarci comunque. O forse no. Mah. Meryem ha imparato tutte le lettere in stampatello e scrive autonomamente alcune cose (pur saltando qua e là qualche vocale). Ho visto gli esercizi di prescrittura e per il poco che capisco mi paiono adeguati. Disegnano come dannati, non sempre con particolare costrutto (ma forse non ho elementi per giudicare).

So che durante l’anno ci sono state grosse difficoltà in classe. Una bambina, addirittura, ha chiesto e ottenuto di cambiare classe perché aveva paura di andare a scuola. Dicono le madri. Perché ufficialmente non ci è stato detto alcunché. So vagamente che è stata chiesta un’osservazione da parte di uno psicologo per rischi di bullismo, ma non so come sia finita (alla seconda e ultima riunione non sono potuta andare, ma non sono certa che se ne sia davvero parlato e comunque nessuno ha fatto verbale, come da consolidata prassi). Le maestre si limitano a sorridere e dire che va tutto bene, ma a volte ho la sgradevole sensazione che la classe sia in una sorta di regime di autogestione. Sbaglierò.

Una difficoltà seria che ho incontrato è stato inserirmi io. Un po’ certo è colpa del tempo che posso dedicare ai rapporti sociali, inferiore alla media degli altri genitori. Un po’ sono io che evidentemente appaio scostante e respingente agli altri genitori (questo può ben essere). Ma è anche vero che ho la sgradevole sensazione di chiacchiere senza costrutto, molti pettegolezzi e poca collaborazione effettiva. Nelle poche occasioni che sono capitate mi sono sorbita persino qualche predica non richiesta sulle madri che lavorano facendo il male dei figli (!) o, addirittuta, divorziano (chissà che idea si sono fatte del mio articolato – ma manco tanto – ménage familiare).

Non è stato un anno prodigo di soddisfazioni per me come genitore, dal punto di vista scolastico. Ma mi viene un dubbio: la soddisfazione del genitore forse non dovrebbe avere particolare importanza. Inizio a sentire un certo nervosismo rispetto alla qualità dell’educazione scolastica, ma mi sono imposta di non farmi troppe paranoie fino alle elementari. Mi riprometto quindi di tenere a bada la vocina che mi dice che siamo sull’orlo del baratro cognitivo. E mi compiaccio dei progressi di Meryem, cercando di pensare che non siano avvenuti nonostante la sua frequentazione della scuola.

 

Irrazionale


C’è una cosa che in fondo mi piace di me: sono spesso schiava del mio cervello, ma ogni tanto credo profondamente nell’irrazionale. Non sono superstiziosa, se non per scherzo. Ma credo seriamente che, di tanto in tanto, degli spiragli di non spiegabile entrino prepotentemente nella nostra vita. Chiamiamoli miracoli. Ma non clamorosi. Piccoli, quotidiani. Mia madre mi faceva leggere, da ragazzina, i bellissimi racconti di Ezio Franceschini. Non mi ricordo in quale delle tre raccolte (una, Cocci, mi pare non si trovi più) c’era la storia di una ragazza che faceva un esame universitario scritto e, subito dopo la consegna, si accorgeva di un grave errore commesso. Da quell’esame, però, per la ragazza dipendevano molte cose che andavano ben oltre la normale trafila degli studi. Per quello andava a confidarsi e sfogarsi con il suo professore (che poi è l’alter ego dell’autore). Lui le spiegava che non si poteva fare nulla, ma poi durante la notte un angelo arrivava a fare una piccola correzione sul foglio del compito…. Una confessione poetica del professore stesso, che impietosito era andato a falsificare i fogli della prova? Forse. E forse no. Se vi trovate a leggere quei racconti (Parole come sabbia e La valle più bella del mondo, sono le altre due raccolte) capirete che lo spazio per il miracolo vero c’è sempre, nei racconti di Franceschini. Io sono cresciuta così, per questo ogni tanto sono convinta che delle finestrelle di aprano, fosse solo perché qualcuno lassù ama prendersi gioco della nostra smania di controllo e dal’arroganza della nostra razionalità.

Questa lunga premessa serve a spiegarvi il fatto che, oggi, ho la sensazione di aver ricevuto un aiutino. Per motivi lunghi da spiegare e che soprattutto preferisco tenermi per me, già da diverso tempo sono molto combattuta su una serie di potenziali decisioni da prendere. Più che decisioni, forse, si tratta di capire come voglio andare avanti. Insomma, sono molto incerta e dubbiosa. Ecco, in un contesto assolutamente insospettabile, è stata letto un brano, che io sentivo per la seconda volta e che oggi, improvvisamente, mi è sembrato rivolto precisamente a me. Il che chiaramente non è vero. Chi l’ha scritto non aveva affatto questa intenzione. Ma oggi sì, serviva a illuminarmi almeno un po’. Voi mi direte che è una coincidenza, una semplice ispirazione, che poteva succedermi in qualunque momento, anche solo leggendo una pagina di romanzo o sentendo un brano alla radio. Sì, certo. Succede anche questo. Ma oggi è stato diverso. Perché chi ha scritto, nel 2010, quelle parole è una persona per me speciale. E mi conforta sapere che, anche se non è più con noi (o forse proprio per quello) capisce con il suo acume sorridente anche quello che non le ho mai raccontato  trova il modo di farmi sapere cosa ne pensa.

Un motivo di più


Alla fine, curiosamente, gli argomenti sono sempre quelli: donne penalizzate sul lavoro, asili nido insufficienti, assistenza di anziani e disabili che pesano soprattutto sulle madri di famiglia. Ma non sono a un altro Momcamp, questi sono gesuiti. Seduto a un tavolo rotondo che sembra provenire da un salotto qualunque, davanti a una platea variegata ma non troppo, sta parlando padre Casalone, provinciale d’Italia. Perché mai la Compagnia di Gesù investe risorse per fare ricerche (di livello notevole, peraltro) su modelli di sviluppo, politiche territoriali, liveas (livelli essenziali di assistenza) e via discorrendo, senza dimenticare la questione meridionale e la questione di genere? Padre Casalone lo spiega in modo lineare e cristallino. “Una fede che non è capace di essere lievito e fermento per una società più giusta è una fede irrilevante”. E ancora: “La fede non è solo un fatto privato, che si gioca nella coscienza del singolo. Comporta la promozione della giustizia nella collettività”. Ma attenzione alle modalità: intervenire nella sfera pubblica comporta la capacità di articolare la dimensione del credente con quella della laicità. La giustizia è, per eccellenza, terreno di mediazione. Si tratta di porsi quelle domande a cui tutti sono chiamati a rispondere, con un linguaggio e un’azione il più possibile condivisa. Detto in altri termini: la priorità del cristiano sono gli squilibri, le ingiustizie della società (gli orfani, le vedove, gli stranieri, per usare un linguaggio biblico). Ma si deve intervenire nel pubblico con motivazioni universalmente comunicabili e argomentabili e non immediatamente tradotte dal linguaggio specifico della fede, che non è di tutti i cittadini. Contribuire al bene comune, dunque, magari con motivazioni di fede, ma con azioni valide e condivisibili anche dagli atei e dai credenti delle altre religioni. Il contrario di ciò che avviene, praticamente, e di cui mi lamentavo non più tardi di un post fa. Credenti che intervengono nella politica alta, senza marcare il territorio, ma mettendosi a servizio della comunità civile. Come lo dice bene, Casalone (che è pure un bell’uomo, si potrà dire?). E’ questo alla fine che mi piace dell’apostolato sociale dei gesuiti: che non cerca di piantare bandierine e di suscitare papa boys, ma piuttosto di costruire una società più giusta e di formare cittadini. Per questo mi sono sentita dire, non troppo tempo fa, da un sedicente “esperto”, che Pedro Arrupe è stato il Generale che ha rovinato la Compagnia di Gesù, che una volta sì che aveva il potere, quello vero. Motivo di più per lavorare in un ente fondato proprio da Pedro Arrupe (scusate il link in inglese, quello in italiano è decisamente troppo scarno).

“E’ dal modo in cui ci abituiamo a trattare chi non è in grado di far valere i suoi diritti che si vede quanto ci pieghiamo alla logica clientelare, per cui il cittadino non ha più diritti e deve piuttosto chiedere favori. Una logica che è alla base dei sistemi mafiosi”. La risposta alle questioni sociali non può che essere collettiva e partecipata, altrimenti si rischia di far peggio. Rispondere all’esigenza di sicurezza a livello individuale vuol dire mettere una porta blindata alla mia casa, un sistema di allarme alla mia villa. Rispondere in modo collettivo e partecipato vuol dire ricostruire tessuto sociale, creare partecipazione, costruire un’azione corale che cambi completamente il volto dei luoghi. Utopia? Non direi. La teoria è stata inframezzata dalla testimonianza sincera e appassionata di Carmela, fondatrice di Figli in famiglia. Foto alla mano, ci ha dimostrato che le cose che sembrano più immutabili possono cambiare. Che può anche accadere, dopo anni di intervento sincero, entusiasta, gratuito e generoso, che alla consegna di un immobile sequestrato alla mafia da riadattare a asilo nido, chi abitava prima l’appartamento venga a portare il caffè ai nuovi occupanti dicendo: “Meno male che l’hanno dato a voi e non a uno qualunque”.

Sono le persone che contano. I profitti sono mezzi per lo sviluppo dell’esperienza umana e così dovrebbero tornare ad essere considerati. Non è il benessere economico a dare coesione sociale, ma la coesione sociale è presupposto indispensabile di qualsiasi sviluppo economico. Ora è il momento di investire nelle persone, di assumere responsabilità, di ricostruire dignità, legalità, significato. Ubi societas ibi ius. E quando si dice società, comunità (com-munitas, vivere insieme la vita, un dono che si fa compito), non ci si riferisce certo alla parrocchietta. In alcune frasi dell’assemblea del JSN, per strano che possa sembrare, mi pareva di sentire echeggiare alcuni discorsi di Barbara Mammafelice sulla felicità, sulla vita, anche in comune, sul valore delle persone. Ma, allo stesso tempo, l’indignazione di Barbara Mammamsterdam per le schifezze post terremoto dell’Aquila e tanti altri bei discorsi fatti da e con blogger sull’educazione, sulla partecipazione, sull’informazione. Chissà, magari sono io che ho le traveggole e mi vedo apparire blogger e gesuiti ovunque e tento pure di trovare un collegamento.

Morire di speranza


Solo lo scorso anno, circa 2.000 persone hanno perso la vita durante la traversata del Mar Mediterraneo e i confini europei sono diventati vetrine di tragedie umane.
Uno di questi viaggi, conclusosi in un disastro, è stato ben documentato. Si trattava di un piccolo gommone partito da Tripoli, il 25 marzo 2011, con 72 persone a bordo, di cui 50 uomini, 20 donne e 2 neonati. Quindici giorni dopo, è stato costretto a tornare sulle coste della Libia con solo nove sopravvissuti. Avrebbero potuto essere portati in salvo tutti…. se solo i testimoni di questo triste evento avessero rispettato i propri obblighi. Invero, il mondo è rimasto a guardare.
Ripercorriamo i fatti: dopo un giorno e mezzo dall’inizio di quel viaggio, un sacerdote in Italia fu avvertito con un telefono satellitare del dramma in corso. Immediatamente, egli informò la Guardia Costieraitaliana che rintracciò la posizione dell’imbarcazione e allertò le navi della zona affinché avvistassero il gommone. Entro poche ore, un elicottero militare si avvicinò alla barca e una volta riforniti i passeggeri di acqua e biscotti, fece segno che sarebbe tornato. Ma non fu così. L’imbarcazione incontrò almeno due navi da pesca, nessuna delle quali prestò soccorso. Il gommone andò alla deriva per molti giorni, senza acqua né cibo, mentre la gente iniziava a morire. Al decimo giorno di viaggio, quando già metà dei passeggeri erano morti, una portaerei o una portaelicotteri di grandi dimensioni si avvicinò. I sopravvissuti ricordano i marinai a bordo che li guardavano con i binocoli e scattavano foto. Nonostante l’evidente stato di emergenza umanitaria, la nave militare si allontanò. Cinque giorni dopo, il piccolo gommone ritornò in Libia.

Sembra un reportage, e invece è un’omelia. Un brano dell’omelia del Cardinale Antonio Maria Vegliò all’annuale preghiera ecumenica ”Morire di Speranza”, in memoria delle vittime (migranti e rifugiati) dei viaggi verso l”Europa, nella Basilica di S. Maria in Trastevere.

Per l’ennesima volta mi chiedo: ma perché il parere della Chiesa, che tanta, troppa, troppissima influenza ha su alcune note e dolenti questioni della politica italiana, su questo tema specifico sembra non spostare una virgola? Perché una leggera allusione sul diritto alla vita ha il potere di stravolgere alcune proposte di legge e la denuncia di una strage continua passa sotto silenzio chiunque la faccia? Non è vita anche quella di tutta questa gente?

Confusamente


Ci ho scherzato su, ma l’intervento di Luigi Centenaro a Mammacheblog mi ha messo la famosa pulce nell’orecchio. No, non sto cercando banner pubblicitari. Ci mancherebbe. Però mi sono interrogata per l’ennesima volta sul motivo per cui ho aperto un blog. Non questo, che doveva essere solo una prova non pubblica. Quello su cui volevo puntare davvero, che si chiamava Rifugiati e che, essendo su Splinder, oggi è stato inghiottito dall’oblio informatico definitivo.

Con molto pudore parlo di rifugiati, che sono oggi certamente l’argomento su cui ho più consolidate conoscenze e esperienze. Ieri ho scritto un guestpost sul tema per le amiche di Zebuk e, come sempre quando tocco questo argomento, ben pochi commentano. Giorni fa ho scritto uno dei post più documentati e ponderati della mia modesta carriera di blogger, quello della politica di Israele sui rifugiati africani. E qui trovo un commento di Nex, che mi ha riempito di pensieri e di dubbi. Non su quello che sostengo nel post, ci mancherebbe. Ma sulla mia capacità di fare informazione su questo tema. Poi mi dico: vero, io sono limitata e insufficiente. Ma non sarà che subisco la concorrenza sleale di tonnellate di informazione scorretta sul tema, talmente generalizzata da entrare come tale anche nella valutazione delle persone più intelligenti e equilibrate? Come si fa a urlare che non è vero, che le cose non stanno così, senza passare per un’estremista invasata e puerile? Ricordo che già in un’altra occasione avevo cercato di spiegarvi quanto è umiliante e spiazzante vedere un Paese intero (per tacere degli altri, che non necessariamente brillano) che sembra farsi beffe di leggi, procedure, dati statistici, competenze. Quanto fa rabbia vedere che tutti ti spiegano con aria paziente e paternalistica come ovvietà delle cose che sono solo e semplicemente non vere. E tu lo sai, i tuoi dieci colleghi lo fanno, ma cosa conta? Non ci andiamo mica noi in televisione. Come ho detto in un’altra occasione, nessun giornalista sportivo potrebbe confondere un calcio di rigore con un calcio d’angolo senza perdere per sempre la propria credibilità. Sull’immigrazione (como in amore e in guerra) tutto è concesso, perché si sa che sono cose complicate e che poi in fondo non interessano nessuno (a parte qualche milionata di persone).

Che c’entra il povero Luigi Centenaro in tutto ciò? C’entra perché mi ha messo in testa la domanda: “Io che problema risolvo?”. Beh, con questo blog direi nessuno. Ma anche con il mio lavoro di problemi ne risolvo piuttosto pochi. Però una cosa mi piacerebbe farla. Mi piacerebbe organizzare un incontro (con Chiara parlammo, a suo tempo e chissà perché, di un eremo) con un po’ di persone interessanti e potenzialmente interessabili che ho conosciuto in rete in questi anni e poter finalmente spiegarvi per bene cosa non mi va già della questione dei rifugiati in Italia (e anche altrove). Poter rispondere alle vostre obiezioni e alle vostre domande. Capire da voi dove sbaglio, perché dopo tanti anni mi viene il dubbio di non essere in grado di comunicare granché. A qualcuno fregherebbe qualcosa?

Tra il serio e il faceto. Animiamoli


Dovresti farci un post. Ogni volta che qualcuno me lo dice, difficilmente resisto. Se poi a dirmelo è un’amica con cui ho appena condiviso un’esperienza a dir poco imbarazzante… parliamone, dunque: l’animazione per i nostri pargoli.

Premessa. Ogni madre intellettuale che si rispetti esordirà dicendo: mia figlia/mio figlio odia l’animazione. Ciò talora corrisponde alla realtà (ancora rammento le favolose feste con la Guerrigliera appiccicata al collo a mo’ di ventosa, che non si scollava neanche per un instante). Ogni madre intellettuale che si rispetti si spingerà però oltre, affermando che lei, lei stessa, l’animazione non la sopporta. Anche questo, in certe circostanze, corrisponde senz’altro al vero (come dimenticare l’animatrice che prendeva nome da un famoso latticino che travestiva bambini di 5 anni con reggiseni imbottiti e mutande in testa). Purtuttavia, alzi la mano chi non ha desiderato almeno una volta di vedere il sangue del proprio sangue scodinzolare ubbidiente dietro l’animatore di turno, lasciandoci quella mezzora di rifiato che non è sufficiente da sola a farci superare la depressione di trovarci a una festa di ragazzini urlanti, ma insomma, aiuta.

Due anni di feste di compleanno (a cui si aggiungono eventi extra) sono un’esperienza sufficiente a azzardare qualche ragionamento più articolato. Ecco quindi le conclusioni a cui sono giunta. L’animazione intesa come prestazione professionale di persone più o meno retribuite che intrattengono i bambini facendo sì che si divertano e dunque non riversino sui poveri genitori gli effetti devastanti della loro noia è certamente un servizio utile, persino auspicabile. Non inevitabile, ne convengo. Ma indubbiamente comodo. Dov’è che mi/ci scatta l’orticaria? Nelle modalità di molte di queste animazioni: sciocche, infarcite di stereotipi (di genere e non solo), ammiccanti quando non addirittura sguaiate (per strappare la risata facile, attingendo al repertorio puzza, cacca, caccole e scoregge), talora infarcite di battutine volte più a strappare il sorrisino agli adulti che a far divertire i bambini, che non le colgono. Secondo elemento indubbiamente fastidioso è quando l’animazione prende le mosse di una lezione di balli di gruppo: su le mani, urlate, saltate, ancheggiate (…segui il tuo Capitano!).

Perché comunemente le animazioni prendono una di queste due derive (nei casi più fortunati, entrambe)? Semplice. Secondo me perché così “funzionano”. I bambini (se sono della giusta fascia di età e in condizioni emotive standard) non si distraggono, restano appiccicati per il tempo dovuto, non si attaccano alle gonne dei genitori (vabbè, diciamo delle madri, per questa particolare immagine). Se la valutazione dell’efficacia dell’animazione si basa su questi indicatori, non mi sorprende che si ricorra a piene mani a questi “trucchi”. Di solito, i bambini al termine del pomeriggio non avranno alcuna particolare memoria dei giochi fatti o degli “spettacoli” a cui hanno assistito. Ma si è svoltato il pomeriggio, e tanto basta.

E’ possibile che l’animazione sia fatta diversamente? Certo che sì. Si possono fare giochi vari, raccontare storie, incoraggiare i bambini a fare piccoli laboratori creativi, proporre spettacoli non del tutto demenziali (burattini, giocolerie, giochi di prestigio, etc). Tuttavia l’esito di questo stile più sobrio e meno standard è, ovviamente, molto meno prevedibile. I bambini non reagiranno tutti allo stesso modo alle attività proposte. Probabilmente non si vedrà la compattezza della lezione di acquagym. In altre parole, l’animatore sarà meno certo di garantire quello che è il vero intento della maggior parte dei genitori: fare in modo che il bambino non lo cerchi (o quanto meno non lo cerchi troppo). Ergo, in un mercato abbastanza competitivo, l’animatore pensante e creativo rischia seriamente di ricevere quotazioni più basse e di essere meno funzionale alla richiesta del committente.

Non faccio nemmeno finta di essere così snob da schifare l’animazione. Mi sembra anzi che, con l’età, Meryem sia più disponibile alle proposte di terzi e maggiormente in grado di partecipare a attività di gruppo. Mi pare positivo. Gradirei, tuttavia, non dovere ingoiare continuamente messaggi che non condivido (anche se, onestamente, sono abbastanza certa che vista la futilità del tutto, ben difficilmente farebbero presa). Oggi, davanti a un’animazione standard e generalmente ben quotata, io e la mia omonima amica ci siamo lanciate diverse occhiate di sconforto. Ci era soprattutto palese che gli animatori erano poco credibili, non erano interessati ai bambini come individui. Applicavano la loro tecnica, procedevano sul solito canovaccio, con non pochi scivoloni. I bambini si sono divertiti? Sì, direi di sì. E allora che volete, direte voi? Insomma, anche l’animazione è una delega. Sarebbe bello poter delegare a persone capaci di giocare con i nostri figli senza perdere del tutto di vista il filo del buon gusto, del buon senso, della consistenza. Senza arrivare – Dio ce ne scampi – all’edutainment (non resisto, questo termine appena appreso me lo devo sparare), ci piacerebbe che anche la dignità del gioco trovi il suo spazio in questi “servizi”. Soprattutto, sarebbe bello delegare a chi ha voglia di giocare per un po’ con i nostri figli (e al limite anche con noi), offrendo loro qualcosa con onestà e fantasia. Troppo ambizioso?