Un lusso


Come lo dice bene, Barbara: anche l’indicibile fatica del quotidiano merita di essere raccontata. Io, a differenza di lei, la racconto pure troppo. Sono abbastanza lamentosa, trovo. Certo che “i momenti più neri, più bui, quelli che cambiano per sempre una vita” alla fine non li racconto nemmeno io. Qualcuno ce l’ho nelle bozze, ma scelgo sempre di non postarlo. Ma non divaghiamo.

Poi oggi ho letto un altro post, questo. C’entra molto con il regalo, il lusso, che ho deciso di concedermi domani. Contro l’indicibile fatica del quotidiano, contro la routine che a volte mi fa dimenticare che, di fondo, credo nel mio lavoro e lo amo, domani mi sono presa una giornata per raccontare a un gruppo di amiche cosa significa per me (e per altri, qui a Roma) l’impegno per i rifugiati. A prescindere da come andrà (vi racconterò anche questo, poi), volevo intanto dirvi che sono tanto felice che abbiano accettato il mio invito. Ho rimuginato per molti mesi sull’opportunità di farlo, un invito così. Ci penso dal Momcamp 2011 di Milano, quando per la prima volta avevo provato a raccontare perché mi pare importante, anche per un genitore, prendere confidenza con esperienze di impegno sociale, chiamiamole così. Pensa che ti pensa, pondera che ti pondera, a un certo punto mi sono decisa e, non senza una certa sorpresa, ho trovato un certo numero di persone disposte a regalare un sabato (merce rara e preziosa per chi lavora!) a me e alla mia idea.

Potrei scrivere molto altro, che mi riporterebbe alla gratitudine che provo per queste relazioni in rete, che sono tutto meno che virtuali e che prendono vie e intrecci inaspettati e mi fanno respirare anche quando mi  pare che manchi l’aria. Certe volte mi rammarico del fatto che la mia vita sia così riluttante rispetto all’incanalarsi su un binario tranquillo, prevedibile, sicuro. Ma per giustizia devo dire che mi dà anche tanto, questa mia vita strampalata. Ad esempio l’opportunità di una giornata come quella di domani.

Ci credo?


Quest’estate ho dedicato alcune settimane a lavorare intensamente per produrre dei materiali didattici di approfondimento per questo progetto, un percorso per studenti delle scuole sulle diverse identità religiose presenti nel nostro Paese. Avevo poco tempo (e a dirla tutta qualche piccola incrinatura nella motivazione), ma vi dico senza falsa modestia che ho fatto un ottimo lavoro, secondo me (presto sarà on-line e giudicherete voi stessi).

Credo molto nell’importanza di questa azione di prima alfabetizzazione sulle religioni. Non per puro gusto accademico (anche se ovviamente il tema mi interessa anche intellettualmente, per dir così), ma perché nella mia esperienza ho provato che i fraintendimenti più grossolani, evitabili e, ahimé, spesso davvero capaci di compromettere un rapporto finiscono per dipendere da questioni legate magari non alla religione in senso stretto, ma all’identità religiosa sì. Mi rendo conto che affrontare un tema così, oggi, dopo quello che è successo in Libia e altrove, è più difficile che mai. Eppure credo che fatti del genere non siano solo, come pure viene giustamente rilevato, indice della barbarie del fanatismo (di tutti i fanatismi, si intende: anche di quello del cowboy bruciaCorani). Penso che questa storia, ancora piuttosto ingarbugliata e poco chiara nei suoi mandanti, ci insegni soprattutto che il senso di crescente estraneità tra le identità religiose nel mondo viene oggi sfruttato come arma di distruzione di massa. Quindi chi ha cuore la pace e la giustizia dovrebbe interrogarsi a fondo su cosa si possa fare per cambiare le carte in tavola.

Non sono di quelli della scuola irenica che sostiene che “in fondo crediamo tutti nelle stesse cose, chiamate con nomi diversi”. Balle. Cioè, a livello di meri valori magari ci sono più consonanze di quanto si creda (giustizia, solidarietà, fratellanza, etc etc). Ma ciò che si crede alla fin fine è parte relativamente piccola di ciò che entra in gioco quando ci si incontra (e ci si scontra). Ciò che alla fine conta è ciò che si fa, o si riterrebbe importante fare, ogni giorno e quanto questo potenzialmente urti la sensibilità non solo religiosa, ma più ampiamente valoriale di chi mi vive accanto. Secoli di convivenza avevano creato delicati equilibri di maggioranze e minoranze, di osservanze e di trasgressioni tacitamente sdoganate, di compromessi creativi che però possono essere spazzati via in trenta minuti netti da un predicatore smaliziato, da un fatto di cronaca sapientemente raccontato (o addirittura creato ad arte), da un improvviso variare di condizioni anche apparentemente estranee ai fatti in sé. Guardatevi E ora dove andiamo? e vedrete un’esemplificazione efficace di questo processo di sfaldamento di convivenze, purtroppo ormai quasi generalizzato.

In questa ultima parte di storia dell’Occidente che si fa bello, a proposito e a sproposito, della propria laicità, mi pare si assista – contrariamente a quel che spesso sento affermare – non a una relativizzazione dei valori, ma piuttosto alla loro assolutizzazione. Laici e credenti, o almeno una fetta importante dei due gruppi, sembrano accomunati da una analoga certezza di avere le risposte giuste (dalla ricetta della democrazia ai requisiti di una coppia accettabile). Alla luce di queste risposte, fioriscono processi, giudizi, etichettature di massa in buoni e cattivi. Le sfumature vanno di moda solo nei polpettoni editoriali, pare.

Che c’entra questo con le religioni? C’entra. E qui torniamo al progetto nelle scuole, che dopo vari anni quest’anno, almeno per certi aspetti, è ritornato in mano mia tipo boomerang e quindi, ancora una volta, mi toccherà cercare di spiegare perché lo ritengo importante e utile (finora non sono stata molto convincente, almeno con i colleghi). Non voglio che i ragazzi delle scuole assistano a una parata di prodotti diversi per scegliere il migliore. Neanche che capiscano o imparino qualcosa di un’altra o di altre religioni. Mi basterebbe che si tolgano dalla testa qualche certezza sulla religione altrui e diano una chance a chi quella religione la vive di presentarsi per ciò che è, senza essere a priori chiuso in un cassettino a chiusura ermetica. Gli equilibri sono arte delicata: ci vuole molto tempo e ingegno a costruirli e basta un pizzico di stupidità (o di malizia) a infrangerli. Eppure cos’è il vivere civile se non una ricerca attiva di equilibri tra le diversità che compongono le nostre società? Ma soprattutto: non trovate che cogliere la complessità possa essere entusiasmante? E’ il primo passo verso quella libertà di pensiero che predichiamo molto, ma pratichiamo sempre meno, abbrancati alle sicurezze dei nostri schemini mentali. Speriamo che le generazioni che vengono dopo di noi siano un po’ più spericolate. La libertà reale di pensiero (e non la libertà di tifare per una parte o per l’altra con qualunque mezzo) è forse la prima forma di educazione civica. (Bum. Forse questo è troppo. Ok, cancellate mentalmente l’ultima frase, se vi pare pretenziosa).

Ci credo, dunque, nonostante tutte le delusioni del passato e del futuro? Ci credo. E quindi tra le tante cause perse a cui sono votata continuo a sposare anche questa, a cui non riesco neppure a dare un nome.

Aggiornamento: adesso sono on-line. Li trovate qui.

Quel che è giusto è giusto


Qualche post fa raccontavo della didattica della storia che avevamo provato a Ribe, in Danimarca e mi chiedevo perché non si praticasse qualcosa di analogo qui in Italia. Mi correggo: iniziative di analoga serietà e impostazione esistono anche in Italia. Solo che sono occasionali, che faticano a trovare gli spazi per esprimersi e che, quando ci sono, sono ben poco pubblicizzate, in fin dei conti.  Fino a domani è in corso a Roma, nello scenario del Parco Regionale dell’Appia Antica (un gioiello di archeologia e natura che io, da romana, mi godo incredibilmente poco), la terza edizione del festival Ludi Romani.

Domenica scorsa io e Meryem siamo andate all’anteprima, al mausoleo di Priscilla. C’erano poche attività, ma era tutto più raccolto e ci siamo godute a pieno il laboratorio sul formaggio di Pino Pulitani, che in seguito ho scoperto essere uno dei massimi esperti in Italia di archeologia sperimentale oltre che maestro artigiano. Spendo due parole su questo incontro che mi ha folgorato: ho visto poche persone capaci come lui di coinvolgere i bambini in un’attività didattica, anche un po’ lunga e complessa, trasmettendo moltissime informazioni senza mai averne l’aria. Oggi invece siamo andati alla sede maggiore, la monumentale Villa di Massenzio. Le attività proposte erano moltissime, anche se forse la cornice, pur bellissima, risultava forse un po’ dispersiva.

Nelle associazioni di appassionati che animavano l’evento ho trovato entusiasmo, convinzione e competenza. Quelle stesse che descrive Giorgia in questo post su Ribe. I combattimenti dei gladiatori erano ad esempio introdotti da un’arringa che alternava toni da commentatore sportivo a spiegazioni molto tecniche, ma comunque chiarissime, sull’equipaggiamento e la tecnica di combattimento dei vari gladiatori. Quando poi il commentatore ha deposto il microfono per assumere la sua identità di reziario, il suo trasporto ha trovato il degno coronamento. Mi ha davvero colpito questo strano connubio di tifoseria e rigore filologico, che non può esprimersi ovviamente nelle parate mastodontiche del Natale di Roma, quando il Circo Massimo è invaso di figuranti molto pittoreschi, ma nessuno ha la possibilità di parlare (tranne chi farebbe miglior figura a stare zitto).

C’è dunque anche qui da noi chi coltiva la passione per una storia imparata, trasmessa e vissuta in un modo diverso dagli stereotipi dei film americani. Oggi ho sentito accenti di tutta Italia: i gruppi venivano da Rovigo, da Bergamo, da Siracusa. Alcuni di loro girano l’Europa in manifestazioni analoghe e quindi, posso immaginare, respirano anche un’aria diversa, vedono che in molti Paesi (e non solo quelli nordici dove ci sono solo prati e boschi: mi parlavano dell’anfiteatro di Tarragona, in Spagna) la riluttanza italica a concedere siti archeologici per attività di intrattenimento a stampo didattico non esiste. Anzi. Osservavamo oggi che non si esita a concedere il Colosseo per eventi che poco hanno a che fare con la sua reale valorizzazione come patrimonio comune (dalla Via Crucis alla sfilata dello stilista di turno), ma mai e poi mai si autorizzerebbe un torneo di gladiatura internazionale con queste caratteristiche.

Bisognerebbe fare più spazio a questo patrimonio di risorse umane che esiste nel nostro Paese e che può ridare vita ai nostri siti unici, ma troppo spesso poco fruibili e quindi anche poco attraenti. Piuttosto che tentare di spennare il turista giapponese ai Fori Romani con tariffe truffaldine, si potrebbero offrire esperienze come quella di oggi non solo eccezionalmente, ma in modo più sistematico. Italiani e turisti pagherebbero volentieri un biglietto onesto e tutti noi respireremmo un po’ più di cultura, che male non fa a nessuno.

P.S. Se volete guardare qualche  foto di questi due giorni ai Ludi Romani, le trovate qui.

Primo giorno di scuola: un pensiero, un segno


Oggi è il primo giorno di scuola per molti bambini. Leggo sui blog e sui social network l’emozione di molte mamme che accompagnano per la prima volta i propri figli, cartella in spalla, a un’esperienza che, nel bene e nel male, plasmerà una parte importante della loro vita (e della nostra). Ieri si è discusso di inserimenti, nei prossimi giorni si parlerà di tante altre questioni urgenti che ci si presentano ogni anno, a partire dalla sicurezza degli edifici scolastici.

Oggi però, mentre iniziavo il mio lavoro di ogni giorno, mi ha colpito una frase, che voglio condividere con voi. “A Homs, in Siria, alcuni bambini non frequentano la scuola da più di un anno”. Magari in una tragedia di quelle dimensioni, di cui mi fa piacere si cominci a parlare di più anche sul web, questa normalmente non sembra la cosa più grave. Lo stesso articolo che stavo traducendo parlava di bombe, di decina di migliaia di famiglie senza casa né cibo, accampate alla meglio negli edifici scolastici e nei parchi pubblici, di persone isolate a causa dell’insicurezza delle strade e che non hanno alcuna possibilità di essere raggiunte dagli aiuti. Ma oggi questo particolare mi ha colpito fortemente. Chi ha vissuto, più o meno da vicino, l’esperienza di un trauma forte come il terremoto sa bene che i bambini, proprio in queste circostanze, non devono essere lasciati soli. Che ai danni materiali, incalcolabili e inarrestabili, si aggiungono le ferite invisibili, più profonde nei più piccoli.

Ma oggi mi veniva in mente anche un’altra cosa. Siamo sicuri che l’istruzione dei bambini non sia una priorità “in questo momento” (i “momenti”, quando si tratta di crisi di rifugiati e di conflitti, possono durare anni, decenni, o persino alcune generazioni)? Non posso fare a meno di pensare a quanta legittima preoccupazione riserviamo a ogni dettaglio dell’istruzione dei nostri figli, a quanta importanza attribuiamo anche a quelle che sono semplicemente opzioni (“passi la materna, ma con una scelta infelice delle elementari li roviniamo proprio”, è capitato anche a me di dire e di pensare). E se mia figlia da oggi a tempo indeterminato non potesse frequentare una scuola? Siamo sicuri che la cosa non mi strazierebbe quanto la preoccupazione di darle da mangiare ogni giorno? La scuola è il futuro. E’ quello che contribuirà a definire il suo percorso, anche e soprattutto quello che potrà fare indipendentemente da me. Io credo che proprio quando una madre e un padre non potrebbero scommettere sulla propria sopravvivenza immediata si preoccuperebbero che ai loro figli non venga negato il futuro.

Tutte questi pensieri mi venivano alla mente oggi, traducendo gli aggiornamenti sulle attività del JRS in Siria e in Giordania. In questi giorni sono molte le sollecitazioni che arrivano a contribuire alla causa dei siriani in fuga e ne sono felice. Serve davvero il contributo di tutti e ciascun ente, grande o piccolo che sia, può fare la differenza. Mi scuserete se io vi parlo di chi conosco personalmente. Lo faccio per solidarietà personale, ma anche perché tra i loro servizi di emergenza sono comprese attività didattiche e psicosociali per 800 bambini a Homs, per 67 bambini a Damasco e per tanti altri che vivono nelle scuole di Aleppo o si sono rifugiati con i loro genitori ad Amman.

Vi riporto qui sotto i costi delle principali attività svolte dal JRS in Siria. Per le informazioni su come contribuire concretamente vi rimando al sito del JRS, dove troverete anche notizie e aggiornamenti.

L’inverno si avvicina e il JRS si prepara a fornire il supporto necessario, specialmente vestiario e articoli per la casa, alle famiglie di sfollati. La temperatura media in Siria scende fino a 10°, con piogge e forti venti. Molte famiglie hanno perso tutto e hanno solo vestiti adatti ai mesi estivi. Vista la gravità della situazione, il JRS spera di attrezzare una seconda cucina da campo a Aleppo, con il vostro sostegno.

70 euro: 100 litri di olio per il riscaldamento (per l’inverno)
80 euro: kit base per una famiglia: un materasso, due lenzuola, un cuscino, due coperte invernali e due asciugamani
100 euro: una fornitura mensile di generi alimentari per una famiglia di cinque persone
120 euro: vestiti invernali per una famiglia (maglione, giacca, pantaloni, scarpe)
160 euro: affitto di un appartamento per un mese per una famiglia di sfollati
4.000 euro: supporto per un giorno per le famiglie ospitate nelle scuole di Aleppo
4.000 euro: costo di una fornitura di cibo giornaliera per 10mila persone
8.000 euro: costo dell’installazione della cucina da campo.

Suoni e silenzio


Tra le molte, moltissime cose che vorrei raccontarvi ancora sul nostro soggiorno danese, ce n’è un’ultima che non posso proprio omettere, anche se forse ormai ne avrete avuto abbastanza. Si tratta della diversa gestione del suono che, evidentemente, si usa da quelle parti.

Appena sbarcati in aeroporto a Billund, la mia prima reazione è stata di profondo disagio. Oddio, come siamo rumorosi. Si sente solo la nostra voce. Tra un po’ tutti ci inizieranno a guardare, ci sgrideranno e ci faranno pure una multa (questo è ovviamente frutto della mia paranoia, ma avete capito). Eravamo certamente fonte di inquinamento acustico. Ho tentato di contrastare la tendenza a suon di “shhhhh!”. Meryem non ha gradito molto.
Arrivati alla nostra casetta, adiacente a moltissime altre analoghe e ben ricolme di famiglie con bambini, mi sono illusa che il livello di decibel salisse, mimetizzando meglio il nostro. Ebbene no. Il silenzio era assordante. Il vento soffiava sull’erba: quello era il suono più intenso. Aggiungo che la prima sera, essendoci dimenticati lo zucchero, ho iniziato a bussare alle porte finestre di tutti i vicini con una tazza in mano per elemosinarne un po’. Erano quasi tutti a cena (tavolate di minimo 6 persone), apparentemente in silenzio (neonati compresi). E nessuno aveva zucchero in casa, ma questa è un’altra storia. (Mi sono a lungo chiesta: era vero, o solo non si usa rompere le palle ai vicini? Mi sono parsi tutti assai gentili, ma certo che 7 famiglie con bambini non abbiano zucchero in casa mi pare statisticamente bizzarro).
Veniamo a Legoland. Leggera musichina solo in biglietteria. Niente jingle, niente musica assordante. Di più. Ciascuna attrazione utilizza il suono come parte dell’esperienza proposta: lungo il percorso in canoa i lupi ululano e gli uccelli cantano; qua e là pappagalli di lego fanno sentire il proprio chiacchiericcio; il percorso in macchinina attraverso una sorta di zoo safari (di lego) è comprensivo di adeguati effetti acustici per simulare i versi degli animali. Tutto ciò sarebbe impossibile da fruire se il livello di rumore fosse quello dello Zoomarine o di Gardaland.
Anche al parco del castello di Egeskov il bellissimo percorso su ponti sospesi tra gli alberi del parco (a altezza vertiginosa!) a ogni tappa aveva un pulsante da schiacciare con un diverso verso di uccello. Anche in questo caso, niente urla incontrollate dal parco giochi sottostante.

Ultimo tocco al quadro: il resort di Lalandia, con le sue mille attrazioni. Anche in questo caso, sia pure più presente, la musica è molto meno invasiva di quanto sarebbe in un luogo analogo in Italia. C’è persino una animazione, con jingle e minidisco. Però… dura 30 minuti al giorno (!) ed è circoscritta a uno spazio molto specifico. Come dire: se proprio la vuoi, ci vai. Altrimenti non la subisci.

Ci dicevamo l’altra sera con un’amica, che ha fatto le vacanze in Sardegna a stretto contatto con due famiglie tedesche: ma è solo la nostra sensazione, o i bambini dei Paesi del nord fanno meno rumore dei nostri? Certo, vivere in un ambiente meno assordante aiuta a registrarsi su toni accettabili. Mi sono ricordata anche Uppsala e il suo leggero fruscio di biciclette, unico indizio della presenza di studenti in una città universitaria. Ma c’è anche un’educazione specifica in tal senso? E che valenza ha? Forse qualche residente delle terre del nord può illuminarci.

Imparare e divertirsi nella terra dei Vichinghi


Mentre Meryem saltellava qui e là vestita da principessa medievale, intenta a guidare un gruppo di bimbi nell’impresa di liberare una sirenetta sua coetanea dalla stiva della nave dei pirati, io mi sono concessa una chiacchierata con la direttrice del luogo di meraviglie dove abbiamo passato buona parte del nostro soggiorno a Odense, città di Andersen: il Børnekulturhuset Fyrtøjet. Che cos’è? Un sito lo definisce “spazio culturale interattivo per famiglie con bambini al seguito”. Io ho qualche difficoltà a riportarlo a una definizione, perché non ero mai capitata in una struttura simile. L’ingresso richiama un po’ quello di una biblioteca, da cui si accede a un ambiente molto ampio, chiamato “La grande stanza delle favole”. L’effetto è quello di trovarsi in un grandissimo palcoscenico teatrale, con tanto di luci e scenografie, ispirato alla favola della Sirenetta: c’è il palazzo marino, la nave, le conchiglie, la carcassa di una balena, l’antro della strega. Tutto a grandezza naturale e perfettamente arredato. L’idea è che i
bambini, ma volendo anche i genitori, possano giocare liberamente, unicamente sull’ispirazione delle suggestioni dei luoghi fantastici lì ricreati e dei costumi e accessori che si possono utilizzare a proprio piacimento. La struttura continua poi in altri ambienti e al piano superiore, con ulteriori angoli di gioco e esplorazione: la simulazione di un molo di pescatori e di un faro del secolo scorso (con dentro telegrafo e macchina da scrivere, veri e utilizzabili liberamente), un sottomarino, una cucina… Tutto a disposizione dei bambini, per il gioco libero. Ci sono infine delle stanze laboratorio, con colori, fogli, tele e supporti di ogni genere per il disegno, la pittura e quant’altro e una specie di sala guardaroba, con abiti di scena di tutte le taglie, dove a determinate ore le animatrici del centro animano l’invenzione e
recitazione di favole, con la partecipazione di bambini e genitori. Un po’ complicato da descrivere, ma vi assicuro che noi ci siamo divertiti infinitamente a esplorare, insieme e singolarmente, questo luogo pieno di semplici meraviglie della fantasia e a dare il nostro contributo alla messa in scena di una delle favole più strampalate che si siano mai sentite.

Vi dicevo della chiacchierata con la direttrice. Ho da lei saputo che il centro è basato sul noto approccio Reggio Emilia, di cui ho appreso l’esistenza… da lei (acc, che figuraccia). Ci siamo poi trovate a parlare della differenza tra Legoland e altri parchi tematici e lei, con la competenza che a me manca, ha confermato la mia impressione. Il fulcro nella discussione era il ruolo “attivo” o “passivo”, passatemi i termini rozzi,  del bambino rispetto alle attrazioni.
Legoland, lo dicevo anche nel post precedente, è praticamente un inno alla creatività. Non è come farsi una foto con Topolino, per intenderci. Lego è un brand, ci mancherebbe, ma il bambino è continuamente stimolato a partecipare, intervenire, fare esperienze. A Legoland, ad esempio, siamo diventati una squadra di vigili del fuoco e, con il nostro mezzo, abbiamo partecipato a una gara per spegnere un incendio (imparando, in parte a nostre spese, quanto può pesare l’attrezzatura di un pompiere e quanto sia essenziale per il risultato “fare squadra”), abbiamo setacciato la sabbia un un ruscello alla ricerca di minuscole pepite d’oro, abbiamo cotto il nostro panino al fuoco dei Pellerossa. Persino le ricostruzioni di Miniland sono quasi tutte dotate di pulsanti che i bambini possono premere per vedere l’effetto (sonoro, di movimento o altro) che il loro piccolo contributo può portare al quadro generale. Un quadro intero di Miniland è dedicato alla spiegazione concreta delle energie alternative e appositi contatori misurano l’energia prodotta dal sole o dall’attivazione di turbine e mulinelli vari da parte dei visitatori, grandi e piccoli.
E qui passiamo a un ultimo punto. Oltre a divertirsi, dunque, anche in un contesto così si può avere la pretesa di introdurre elementi di apprendimento senza risultare pedanti? La risposta è certamente sì. Questa, onestamente, non è una novità: posso pensare a molti esempi di intrattenimento didattico anche qui in Italia (semmai cambia, a tratti, lo stile: ma di questo, forse, parleremo nel prossimo post). Però anche in questo caso la visita al Vikinge Center di Ribe è stata per me una novità assoluta. Si tratta di una ricostruzione, in spazio aperto di una certa ampiezza, di un villaggio vichingo comprensivo di figuranti e animali. Non è un sito archeologico, non è un museo. Però non è neanche una pagliacciata. La ricostruzione appare abbastanza rigorosa. L’idea è che i visitatori assistano, e in certa misura partecipino, alle attività del villaggio e possano conversare e fare domande agli “abitanti” per ottenere maggiori informazioni. Noi ad esempio abbiamo assistito alla lavorazione del vetro e siamo stati informati dalla vichinga sulle importazioni, per commercio o per razzia, delle materie prime. Meryem è rimasta entusiasta della possibilità di piallare un bastoncino con il falegname del paese, molto meno della possibilità di imparare a combattere (lo scudo, a suo dire, era troppo pesante e la pioggia e il freddo avevano probabilmente avuto la meglio sul suo spirito, già fiaccato dalla vita cittadina).

Personalmente ho trovato estremamente affascinante questo approccio alla “cultura”. Mi sono chiesta se si potrebbe fare anche da noi. E non parlo, ovviamente, dai beceroni vestiti da gladiatori che ammiccano alle turiste per farsi fare una foto a pagamento. Ho avuto su questo uno scambio abbastanza vivace con la mia amica Alessandra, archeologa e esperta di visite guidate per bambini. Lei sostiene, in estrema sintesi, che no, da noi non si potrebbe fare. E che, mi pare di capire, lei non condivide neanche del tutto l’uso del “finto” (e dell’ipotetico, evidentemente) per rendere fruibile il “vero”. Io, che paradossalmente al “vero” sito e al museo Meryem neanche ce l’ho portata, obiettavo – estremizzando – che alla fine non è il manufatto o il muro a essere importante, ma l’occasione di familiarizzare con qualcosa, attraverso l’esperienza. Non abbiamo avuto tempo di approfondire la discussione. Voi che dite? Immaginereste una ricostruzione di borgo rinascimentale, con figuranti ben formati, a cui accedere a pagamento per provare l’ebbrezza della vita quotidiana al tempo della famiglia de’ Medici?

Settembre


Maestro, fa che io non cerchi tanto:
Ad esser consolato, quanto a consolare
Ad essere compreso, quanto a comprendere
Ad essere amato, quanto ad amare.

Lo so, voi aspettate curiosi un bel mucchietto di post sulla Danimarca, che vi ho promesso e che scriverò, presto. Ma questa sera del rientro a casa, permettetemi di essere un po’ lavativa e di soffermarmi sull’esperienza appena conclusa: la prima vacanza sola con Meryem. Anche su questi giorni vi farò divertire, se avrò tempo e ispirazione, con aneddoti degni di Gatto Silvestro in ferie. Ma oggi sono stanca e appunto solo un pensiero e un’immagine.

Il pensiero lo trovate citato nell’incipit. Forse per me, in questo momento della mia vita, il nodo è tutto qui, in questi versi erroneamente attribuiti a San Francesco (lo sospettavo e lo conferma Wikipedia). Ci provo per quanto posso e mi pare che in questo essenzialmente consista il mio tentare di essere adulta e genitore.

Veniamo all’immagine. Io e Meryem che torniamo a casa, a San Foca, per una strada buia, sorseggiando a turno una Fanta. Io cannuccia rosa lei cannuccia gialla. In silenzio, passandoci la lattina ad ogni sorso. Queste due settimane non sono state un idillio, ma sono state importanti per conoscere mia figlia e di farmi conoscere da lei, un po’ meglio di prima. Quindi, anche solo per questo, valeva la pena di viverle.

A caldo


La prima impressione è una marea di gente, silenziosa, che si stringeva intorno al mio amico. Io, in un primo momento, non ho avuto il coraggio. Me ne sono stata lì, dall’altra parte del marciapiede, a guardarlo abbracciare e farsi abbracciare e, per la prima di molte volte, in questo pomeriggio, ho pensato: “Ma come fa”.

Durante la messa funebre mi sono detta che in momenti come questo, in cui la razionalità non serve a nulla, le religioni dimostrano tutta la loro funzione sociale. Ripetere tutti insieme parole che si sanno a memoria, che non c’è bisogno di formulare col pensiero. Ha un che di confortante ed è una fortuna per chi riesce a condividere questa grammatica. La fede, certo, magari è un’altra cosa. Mi dicevo tra me, sentendo i discorsi fatti oggi, che onestamente l’impalcatura teorica di queste credenze post-mortem cristiane lascia trapelare non poche contraddizioni. Mi immaginavo Meryem che mi chiede: ma insomma, dormono o risorgono?  stanno sedute a banchetto nella Gerusalemme Celeste, sono accolte nella “compagine dei defunti”(qualunque cosa ciò voglia dire) o riposano in pace? Diventano angeli ora, come pure è stato detto, o torneremo ad abbracciarci l’ultimo giorno? Se mai dovesse succedere, deposte le spiegazioni a sfondo filologico e storico religioso sulle stratificazioni culturali della cultura giudeocristiana, credo le risponderei onestamente: chi può dirlo. Non saremo noi a darci una spiegazione di queste cose, e non credo neanche che questa sia la mission delle religioni. Le religioni non spiegano, ma danno la spinta per riuscire a vivere senza capire. Sulla fiducia. Non è questa, alla fine, la fede?

Qualche parola con persone che non vedevo da anni, abbastanza per apprendere qualche altro particolare sulla vita di questa famiglia, ora tragicamente dimezzata. Come ha accennato anche il prete durante la predica, questa coppia aveva anche perso una terza figlia, giusto il giorno prima di quando sarebbe dovuta nascere. “Se c’è uno che può sopportare anche questa è lui”, mi ha sussurrato un altro conoscente. In qualche modo, potrebbe essere vero. Abbracciandolo ho incrociato di nuovo, dopo tanti anni, i suoi occhi chiari e, nonostante tutto, ci ho visto dentro una scintilla. Quel che è certo, pensavo allontanandomi, è che non è solo. Credo sia abbastanza evidente che erano molto amati in quartiere, in parrocchia.

Inevitabilmente allora mi chiedo perché mai io, ma anche altri di noi, ci siamo condannati alla solitudine. Forse siamo stati più arroganti? Più distratti? Più pigri? Un altro amico ricordava che Mimmo, una settimana dopo essersi messo con Laura, aveva dichiarato: “Questa è la donna della mia vita”. Immagino quanto sarà stato preso in giro per questa pretenziosa affermazione. Che peraltro si è rivelata assolutamente vera. E non certo per fortuna, ma per scelta, per impegno, per fatica fedele e reciproca, che non è mai venuta meno neanche davanti a prove dure. Oggi, io come altri, siamo andati a questo funerale per offrire conforto. Paradossalmente, ne abbiamo ricevuto. Sono grata, quindi, a questo amico che non frequentavo da tanto tempo e spero che continui ad avere la forza che ha dimostrato, persino oggi.

Il dolore degli altri


Certe volte arrivano, inaspettate come frustate alle spalle, delle notizie che non si possono neanche commentare. Con tutta l’empatia del mondo, non riuscirei comunque a immaginare come si senta la persona a cui è capitata quella cosa spaventosa che un’amica comune, stamattina, mi ha raccontato. Per analogia, imbambolata dall’incredulità, pensavo ad altre analoghe notizie arrivate nelle scorse settimane. Non riguardano familiari e neanche amici intimi, ma persone che conosco abbastanza bene e che vivono una vita simile alla mia.

Allora penso alla situazione classica: io che cerco di sfogarmi con un’amica (o un amico, o un familiare) riguardo a qualcosa che mi affligge. Chiunque reagisce a questa immersione di angoscia condividendo esperienze proprie, più o meno analoghe. Lo faccio sempre anche io. Eppure, tutte le volte che mi è capitato di essere dalla parte del confortando, pur apprezzando la buona volontà del mio interlocutore, provavo la sgradevole sensazione che no, non è la stessa cosa. Quello che l’altro prova o ha provato è distante mille miglia dal mio dolore. E non per le centinaia di piccole o grandi differenze che, consciamente o inconsciamente, ci affanniamo a individuare in questi casi. E’ solo che quel dolore non è il mio. E il mio, va da sé, è tutta un’altra cosa.

Da stamattina penso, stupidamente, che il mio amico non se la meritava una cosa così. Un pensiero idiota per almeno due buone ragioni. In primo luogo perché nessuno se la merita una cosa così. Ma, più ancora, per il motivo per cui secondo me non se la merita. Perché ha sposato la sua fidanzata dei tempi del liceo, perché ha costruito e mantenuto nel tempo una bella famiglia e non ha fatto tutti i casini e gli scivoloni che hanno caratterizzato la mia, di vita. E quindi, ancora una volta, invece di pensare davvero a lui, sto pensando a me. Incredibile la spudoratezza con cui, nonostante l’evidenza, riesca a trovare spunti per compatire me stessa. Ancora una volta, come mi succede un po’ troppo spesso in questi giorni, mi vergogno.

Così lontano


Su tutti i giornali si leggono aggiornamenti sulla Siria, che è diventata (e magari resterà per un po’) LA notizia dagli esteri. L’altra sera, benedicendo le webcam e chi le ha inventate, ho potuto seguire un lungo e toccante incontro pubblico organizzato presso l’Auditorium di San Fedele. Come sempre, le parole di chi vive direttamente l’esperienza della guerra, di questa folle e crudele guerra che fa a pezzi anche i bambini, hanno poco a che fare con i titoli giornalistici confezionati in redazioni lontane mille miglia, fisicamente e spiritualmente, dai fatti. Mi ha fatto particolarmente impressione pensare che noi ora assistiamo a qualcosa (una reazione contro un regime di oppressione) che passerà alla storia come qualcos’altro (una guerra civile a sfondo etnico e religioso) perché in effetti si sta trasformando, o forse è stata già trasformata, in qualcos’altro. Possiamo quasi toccare con mano come questo stia avvenendo, nonostante la resistenza eroica e commovente di alcuni.

Solo ieri, vergognandomi un po’, ho mandato una mail insulsa a un collega siriano conosciuto a Bangkok. Non so se mi vergogno di più per non averlo fatto prima o per averlo fatto ora, mettendo insieme quattro parole imbarazzate che in fondo volevano solo significare “Non capisco nulla, non posso sapere cosa stai passando, ma ti penso”.

Ho ripensato a una delle nostre conversazioni davanti al caffè thailandese, accompagnato da dolci di forma e colore improbabili. Gli dicevo che, stupidamente, durante gli anni dell’università, pur avendone la possibilità, non ero mai andata in Siria. Che un’altra volta ero stata quasi convinta di andarci, al punto da rifare il passaporto, per andare a vedere con i miei occhi l’esperienza di Deir Mar Musa, fondata da quel Paolo Dall’Oglio che oggi non può essere più lì. Ma che alla fine non mi ero mai decisa e ora mi dispiaceva. Lui mi ha guardato con il suo sorriso ampio e riflessivo e mi ha detto: “Vieni a trovarci. Abbiamo un piccolo appartamento dove puoi stare quanto vuoi”. Ma poi, con un guizzo di dolore negli occhi, ha aggiunto: “Magari non adesso”. Era ancora marzo.

Ripenso alle parole di un siriano che l’altra sera, parlava del centro storico di Homs, che lui era fiero di far visitare agli amici stranieri che venivano a trovarlo. Una testimonianza unica di convivenza tra popoli, lingue e religioni diverse, fin da prima dell’avvento dell’Islam. Ora, diceva, non potrò mostrare più nulla. Sono rimaste solo macerie. E cadaveri di bambini. Ho ripensato ai racconti di Nizam, che un mese fa mi chiamava da Mardin, in Turchia, non lontano dal confine. “Penso che ti piacerebbe”, mi diceva. E si riferiva anche lui a quell’intreccio antico di convivenza tra cristiani e musulmani, a quell’atmosfera unica, ricca e straordinaria di raffinatezza, di ricchezza, di cultura. Mentre parlavamo al telefono si vedevano i carri armati sul confine.

Continuo a seguire il filo dei pensieri e ripenso a una conferenza di Dan Madigan, un gesuita che stimo moltissimo, che ho trovato illuminante rispetto al concetto di fondamentalismo. Tendenzialmente bisogna tener presente che il fondamentalismo è il contrario del tradizionalismo. La tradizione culturale e religiosa può sicuramente essere opprimente e soffocante per l’individuo (specialmente per alcuni individui, ad esempio le donne), ma la tradizione cerca (e spesso trova) l’equilibrio e, almeno nei luoghi in cui sono presenti altre comunità, la stabilità di una convivenza sostanzialmente pacifica. I fondamentalismi di oggi, per “restaurare” qualcosa (la fede originaria, l’osservanza corretta, la purezza dei tempi antichi, l’interpretazione ortodossa), di fatto innovano violentemente, rompono programmaticamente gli equilibri costruiti dalla tradizione (spesso non senza secondi fini e strumentalizzazioni). Questa faccia delle religioni deve fare paura, oggi.

Penso a quante volte, da giovani studiosi – filologi, archeologi, biblisti, storici delle religioni – ci siamo compiaciuti ingenuamente e abbiamo tratto soddisfazione intellettuale dalla millenaria storia della Siria, da Ebla a Edessa, dai poemi ugaritici a Luciano di Samosata. Ora questa nostra egoistica consapevolezza di bellezza ci serve ben poco per capire cosa accade. Come spesso avviene, infatti, alla fine sarà accaduto quello che qualche potente deciderà che sarà opportuno che sia accaduto. Pochi, troppo pochi, sono gli strumenti che oggi abbiamo in mano per rendere giustizia alla verità e ai troppi che, in queste ore, stanno perdendo tutto: la patria, la casa, le persone care, la vita, spesso anche la dignità di quello in cui credono.