Dopo tanti anni…


Stasera ho avuto una illuminazione di autoconsapevolezza. Scusate se è poco. Tornavo da un incontro di quelli un po’ curiosi, inaspettati. Uno dei pochissimi lettori del mio libro storico-religioso serio, amico di amici, aveva insistentemente chiesto di conoscermi. Tornavo dunque da una piacevole chiacchierata con lui e sua moglie, a casa di questi amici comuni. Rivedendomi mentalmente in quella conversazione, ho finalmente messo a fuoco – per contrasto – una caratteristica di mia sorella Marina che per molto tempo le ho invidiato e che a tratti, forse per questo, ancora mi infastidisce. Il mio e il suo sono davvero di stili opposti di comunicazione, che ottengono comprensibilmente risultati diversissimi.

Mia sorella, fin da quando ho memoria di lei, seduce. Non fraintendetemi, è una rispettabilissima madre di famiglia. Ma è quello il suo stile. E lo applica praticamente in tutte le circostanze: seduce non solo gli amici, ma anche i negozianti, con cui spesso ha (o cerca) un rapporto privilegiato, i vigili urbani, i postini, i vicini, eccetera. Maschi o femmine che siano (anche se, a mio modesto parere, spesso le riesce meglio con i maschi). Con questo non voglio dire né che sempre ci riesca, né che lo faccia (sempre) intenzionalmente. Ma la disegnano così. E’ il suo stile.

Io non sono mai stata seducente, in nessun modo. Ora che mi sono riconciliata parecchio con me stessa, posso concepire che qualcuno mi trovi interessante, persino affascinante. Ma seducente proprio no. Io, anche e soprattutto quando sono a mio agio (come stasera), solitamente travolgo il povero interlocutore con l’ardore di un fiume in piena. Butto fuori tutto, faccio salti logici spaventosi, mi lancio in decine di argomenti e vorrei continuare all’infinito. Non è un trattamento a cui tutti reggono, evidentemente. Ma soprattutto questa modalità ha un grande difetto: per attivarsi, mi ci devo applicare. E per applicarmici, la persona deve rivestire per me una qualche forma di interesse. Il che, evidentemente, non si dà in tutte le occasioni e tanto meno può verificarsi con interlocutori funzionali come il tabaccaio, l’autista del tram e, ahimé, le attuali maestre di mia figlia. In tutti questi casi io, solitamente, finché posso taccio e basta. Apparendo il più delle volte, posso presumere, scontrosa e scostante.

La prova provata l’ho avuta con i vicini di casa. Abituati a mia sorella, che abitava in questa casa prima di me, credo abbiano avuto un vero e proprio trauma. Io saluto educatamente quando ci si incontra, mi è successo (in tempi abbastanza recenti, quindi dopo almeno otto anni dal mio ingresso in casa) di scambiare qualche chiacchiera su bambini e banalità, ma mi è sempre sfuggito profondamente cosa mai potremmo dirci. E quindi non lo dico. Non è per snobismo. Non sono proprio capace, mi imbarazza.

Al contrario, immagino che chi mi ha conosciuto con i giri “di web” difficilmente mi descriverebbe come una musona taciturna. Credo piuttosto di essere stata inquadrata come soggetto fin troppo loquace. E con questo torniamo alla mia tesi iniziale. Chi scelgo di frequentare, di persona o virtualmente, mi interessa. Chi mi interessa, deve scontarlo sopportando (anche) la mia espansività verbale e argomentativa.

 

Metafora


C’è stato un pomeriggio di molti anni fa in cui sono stata scippata, nella via dove abitavo. Avevo una borsa che si portava in mano, con i manici, che mi piaceva moltissimo. Due persone sono arrivate alle mie spalle in motorino, sul marciapiede, e mi hanno strappato la borsa. Io l’ho tenuta, per un po’. Mi hanno trascinato sull’asfalto.

Quel pomeriggio era un pomeriggio di un periodo particolare. Mia sorella era ricoverata, in coma, all’ospedale di Perugia. Ho suonato alla porta, non avevo più le chiavi. Mi ha aperto mio padre, talmente stravolto che non si è accorto che ero in lacrime, sanguinante e con i pantaloni stracciati. Mia madre era in ospedale da mia sorella. Un’altra delle mie sorelle mi ha aiutato, mi ha accompagnato al pronto soccorso e poi a fare la denuncia. La mattina dopo io e mio padre dovevamo andare a Perugia, a dare il cambio. La medicazione me l’hanno cambiata lì.

Un dettaglio che non so collocare in un luogo preciso, ma che è legato a quella sera è che quando mi hanno medicato mi hanno fatto un male cane. Mi hanno spiegato che dovevano pulire la ferita in profondità e quindi hanno dovuto scartavetrare (non è il termine giusto, ma quello era l’effetto) la crosta che si era già formata.

Un dolore così l’ho provato stasera, guardando il film “Lo spazio bianco“. Non sono in grado di spiegarvi tutte le ragioni. Un po’ per pudore, un po’ perché non le capisco bene e fino in fondo neanche io. Certo è che in qualche modo esulavano dal film e andavano a pescare in qualche parte del mio passato che non dimentico, ma non rispolvero volentieri. Come la storia dello scippo, che pure mi ha lasciato una visibilissima cicatrice sul ginocchio.

Però (domani mi ripijo)


Certi giorni, tipo oggi, mi sento come se si fosse rotto qualcosa nel meccanismo che regola le mie giornate. Non riesco a smaltire le piccole delusioni, i contrattempi, le paturnie di poca importanza. Si accumulano. E con loro si accumulano anche le cose da fare che non riesco a gestire con efficienza. Senza una ragione precisa mi ritrovo a un certo punto ad avere smarrito anche il senso di quello che cerco di fare. Continuo ovviamente a farlo. E’ il mio lavoro. E’ anche il mio lavoro? Forse il problema sta in quell'”anche”. Sono abituata a trovarci di più, nelle mie giornate lavorative. Il di più che non può sempre esserci. Il di più che, obiettivamente, non può interessare a tutti. Il di più che a volte è solo troppo.

In tram, tornando a casa, mi ha assalito una specie di magone, che si è alzato come una nuvola di polvere dai miei passi. Cerco di distrarmi con telefonate “di servizio”. Una di queste evoca alla mente un’immagine precisa. Un uomo di mezza età, occhi chiari, passo deciso. Borbotta sempre tra sé. A volte addirittura impreca. Passa e ripassa, in questi anni, davanti al negozio di Nizam. Una volta, lo ricordo come ora, in piena estate Nizam rovesciava secchiate di acqua (pulita) sull’asfalto davanti all’ingresso per pulirlo e rinfrescarlo. Uno schizzo d’acqua arriva sui pantaloni di lui, che si sta avvicinando come sempre a gran velocità. Scenata violenta, parolacce, bestemmie. Poi si allontana. Ecco, oggi quest’uomo si è tolto la vita.

Torno a pensare che la sofferenza ci sta intorno e ci assedia. I miei amici a volte ritengono che io, per lavoro, ne intercetti di più. Non credo che sia poi così vero. Forse la differenza sta nel fatto che da noi le persone cercano di farsi ascoltare, il più delle volte. Nella vita normale, invece, la sofferenza vera si cerca di non dirla. E tanto meno di ascoltarla.

Un talento naturale (o è tutta questione di registri?)


Oggi riflettevo su alcuni episodi, passati e recenti, della mia biografia e arrivavo a questa conclusione: ci sono persone che hanno un talento naturale, addirittura acrobatico, per farmi saltare i nervi. Questo pensiero è nato, per dir così, “a specchio”: sentivo stamattina mia sorella lamentarsi per una arrabbiatura divenuta per lei, diciamo così, ciclica, ricorrente, ormai da alcuni decenni. E io: “Ma che ti arrabbi a fare?”. Eh, con gli altri siamo bravi tutti.

La verità è che io mi picco di essere equa e giusta nelle mie reazioni, mentre onestamente non lo sono affatto. Ci sono persone per cui passo sopra all’impossibile. Altre che, poverine, spiaccicherei volentieri al muro. Cioè, proprio poverine no: le occasioni ci sono sempre. Però non potrei davvero dire che alcuni comportamenti siano diversi o più gravi di altri.

Il fatto che alcune specifiche azioni ci facciano vedere rosso siamo, credo, tutti pronti ad ammetterlo: chi non ha mai confessato, con una certa fierezza, di non sopportare chi fa il furbo, o chi salta la fila dal droghiere, o chi parcheggia bloccando la macchina altrui? Quello che per me è più duro confessare è che ci sono persone che molto più facilmente di altre mi fanno imbizzarrire. Oggi, vai a capire perché, ripensavo a una “non partecipazione” ricevuta una vita fa. Una coppia di amici andava a convivere”in libero amore” e ne informava parenti e conoscenti in questo modo un po’ alternativo. Ricordo distintamente che la cosa mi ha dato sui nervi. Ma dovessi spiegare perché esattamente, non lo so. Non sono contraria alla convivenza (ho convissuto e convivo tuttora). Forse era perché ciò avveniva poco dopo (o poco prima? chi si ricorda) del mio matrimonio e ho letto una vena polemica in quella non partecipazione spiritosa? Me la sono sempre spiegata così. Più onestamente dovrei dire che il registro di quel gesto (o la percezione che io ne ho avuto) mi irritava.

Il registro di un’azione è un concetto che mi è difficile precisare ed è, va da sé, assolutamente soggettivo. Certe persone, secondo la mia personale teoria, tendono a scegliere registri inappropriati: per mettersi in mostra, per opportunismo, per scientifica o involontaria mancanza di considerazione per la sensibilità altrui. Certo è che l’esperienza empirica dimostra che alcuni soggetti tendono più di altri a scegliere registri per me stonati. Certe volte peraltro si tratta di azioni che non mi riguardano affatto: in quel caso il fastidio fisico che provo è simile al rumore delle unghie su una lavagna che, una volta finito, non lascia strascichi. Con l’eccezione (sperimentata, ahimè, di recente) del caso in cui il registro a me sgradito sia eternato nello scritto. A allora il rodimento – ingiustificato – si rinnovella a ogni lettura.

Altre volte, a torto o a ragione, mi sento chiamata direttamente in causa. E allora sono cavoli. “Ma perché te la prendi tanto?”, mi dirà allora qualcuno. E il cerchio si chiude, fino allo scricchiolio successivo.

Avanti, in qualche modo


“Finirà questo 2012? Io conto i giorni!”. Scherza, Isabella, e sorride. Ieri finalmente ci siamo incontrate. Dopo la bizzarra iniziativa “Roma dei rifugiati“, del cui sceltissimo e esclusivo pubblico faceva parte, ha iniziato a fare volontariato al Centro Astalli. A mensa, nel mezzo del casino. Vederla, bionda e sorridente, in quel marasma mi è parso un miracolo. Non posso dire che mi abbia sorpreso. Ma insomma, era un bel vedere.

Che anno sia stato per Isabella questo (preceduto, a dirla tutta, da vari anni precedenti) potete leggerlo sul suo blog, di cui però voglio linkarvi questo ultimo post, che mi pare la dipinga tutta. Che dipinga, specialmente, la sua positiva voglia di reagire, di prendersi cura di sé aprendosi agli altri. Quello stesso atteggiamento potentissimo e straordinario che ho ritrovato, tempo fa, nella lettura del libro “Soldo di cacio” di Silvia Mobili.

Assorbo queste testimonianze, rimugino, ma soprattutto sono grata per aver la fortuna di incrociarle. Penso a quanta sofferenza si nasconda dietro il far finta di nulla di tanti, me per prima. Penso alle amiche lontane, a cui non riesco a stare vicina in nessun modo. Penso a tutti quelli, anche strettamente legati a me, a cui non mi viene neanche in mente di stare vicino. Sarebbe bello riuscire a trasformare il dolore in energia, che ci faccia camminare e, perché no, anche far qualcosa per gli altri. Alcuni ci riescono.

Il dilemma del fundraising


Non sono mai stata granché brava a chiedere soldi, neanche quando mi sono dovuti. Al memento i miei crediti non riscossi superano di gran lunga le mie entrate mensili. Negli anni mi sono resa conto che, oltre al mio fallimentare senso degli affari (al punto che è quasi un’eresia accostare a me questo concetto), ho proprio un problema specifico: vengo da un ambiente “culturale”in cui di soldi non si parla, non sta bene, non fa fino. Il concetto è ben esemplificato da un triste aneddoto accademico. Lavoravo già al Centro Astalli quando mi è stata offerta una docenza a un master che comportava un impegno di tempo tale che avrei dovuto come minimo chiedere un part-time, se non lasciare proprio il lavoro (cosa che chi mi proponeva la cosa dava per scontata, peraltro). Facendo una violenza a me stessa e al tenore della conversazione ho chiesto quanto mi avrebbero pagato. 1000 euro lordi annui. Sì, avete capito bene. A quel punto ho spiegato con tutta la cortesia che ero lusingata, ma che proprio non si poteva fare. Il proponente ha detto di capire, ma poi mi ha raccomandato più volte di non dire a nessuno che rifiutavo per i soldi. Meglio inventarsi altre nebulose e più accademiche motivazioni (tipo: “temo di fare uno sgarbo a…”). Quando ho realizzato che all’estero anche i ricercatori delle mie materie si ponevano in modo del tutto diverso (ad esempio chiedendo, al colloquio per l’assegnazione di una borsa di studio, quali fossero gli eventuali benefit aggiuntivi all’importo, considerato evidentemente dal candidato olandese piuttosto micragnoso) è stata una rivelazione vera.

Perché vi racconto tutto ciò? Solo per dire che ogni volta che al Centro Astalli emerge il tema del fundraising sento un brivido corrermi lungo la schiena. E non sono la sola, nel mio ufficio. Ci pare brutto. Visualizziamo subito le invasive campagne con uso sfacciato di occhioni di bimbi africani, che sono lontane mille miglia dalla nostra sensibilità e della nostra identità. Come ho già detto, abbiamo costatato che il rifugiato presente in Italia è difficile da “vendere”. Sostenere a distanza è di gran lunga più rassicurante. Ma è anche vero che il nostro stile di fundraising è timido fino all’inesistente: sul nostro sito il “sostienici” è inguattato in basso a destra, quasi invisibile. Mandiamo bollettini per le donazioni in allegato al nostro bollettino non più di una volta l’anno. Agli eventi che organizziamo non chiediamo mai alcun genere di offerte. I progetti che facciamo nelle scuole sono del tutto gratuiti. Quando abbiamo pubblicato il libro “La notte della fuga” abbiamo quasi litigato con l’editore per abbassare il prezzo di copertina e, non contenti, acquistiamo noi molte copie per poterlo rivendere a un prezzo inferiore (e non percependo quindi neanche i diritti d’autore).

Una collega un po’ pragmatica ci ha fatto notare che probabilmente la convinzione generale è che il Centro Astalli sia ricco, che non abbia alcun bisogno di offerte. Questi gesuiti, si sa. Il che, evidentemente, non ha nulla a che vedere con la realtà. Ogni mese arranchiamo e se avessimo più soldi potremmo aiutare molte più persone nelle loro spese vive (affitti, occhiali, tutori, medicine, corsi, eccetera).

E’ per questa ottima ragione che, ancora una volta, abbiamo stabilito di riconsiderare la nostra politica di fundraising. La settimana prossima faremo una riunione per formulare idee, proposte, colpi di genio. Il fronte degli innovatori dovrà essere assai convincente, perché le scetticismo è molto. Io, con il bipolarismo che mi contraddistingue, saltello con disinvoltura tra le due posizioni. Diciamo che ho maturato uno scettico entusiasmo. Volete partecipare al nostro brainstorming dandomi qui qualche dritta?

Tono minore


Parigi val bene una messa, lo sanno tutti. Quello che non mi aspettavo era che la messa, domattina, ricorderà un bambino di due o tre anni venuto a mancare la notte scorsa. E’ il figlio di un collega, che oggi avrebbe dovuto essere qui con noi. Invece, non sappiamo bene come, è successa questa spaventosa tragedia che lui ha comunicato per mail stamattina, senza altri dettagli. Per il resto posso solo osservare che il tempo è passato su di noi, su tutti noi. Dopo sei anni di questi incontri, mi pare che in molti prevalga un po’ di disincanto.

E’ uno strano gruppo, questo. Ci si incontra due volte l’anno, si finisce per condividere qualcosa, almeno del ritmo generale della propria vita. Ci si conosce, sia pure limitatamente ad alcuni settori precisi. C’è il madrelingua inglese che nessuno capisce davvero cosa dica (oggi ho teorizzato che è perché non pronuncia la punteggiatura, neanche i punti interrogativi), ci sono le solite sottili vene polemiche che serpeggiano tra tedeschi e europei del sud, c’è il gesuita che sfoggia una fede nuziale d’argento perché si considera sposato a una comunità di rifugiati che ha lasciato in Nepal anni fa.

Oggi pensavo alla mia prima esperienza con loro, in Portogallo, nel 2006. Una spiaggia lunga, le onde dell’oceano. Due hanno osato fare il bagno, sebbene fosse ottobre e le onde non scherzassero affatto: uno è il padre del bambino di cui parlavo prima, l’altro si è preso un periodo di riposo, “a tutela della sua salute” ci è stato detto. Li rivedo davanti a miei occhi, ora, mentre scherzavano tra gli schizzi e penso a quanto tempo è passato. A quanta strada ho percorso. A quante cose sul lavoro non sono più nuove, ed è un peccato. Mi rivedo entusiasta, convinta, battagliera. Ero più ingenua, ma mi piacevo di più di oggi. Qualche ora fa, mio malgrado, ho contribuito con scrupolo alla formulazione più corretta di una posizione di advocacy. In Portogallo non avrei saputo farlo. Ma la voce mi tremava ancora di emozione e indignazione quando si trattava di stabilire priorità, obiettivi, strategie. Ora ho stampato sulle labbra un sorrisetto antipatico, di scetticismo amaro. No, non mi piaccio.

La bauxite, l’ora di religione e i confini della mente


“Ma secondo lei”, mi fa un giovane californiano del gruppetto di universitari a cui ieri parlavo di rifugiati a Roma “questa storia dei confini degli Stati sempre più impenetrabili è in qualche modo collegata alle nostre mentalità sempre più ristrette e impaurite della diversità?”. Oddio, magari non l’ha detto proprio con queste parole, ma l’idea era quella. Ecco, in quel momento ho pensato che tutta la mia lezioncina, gli aneddoti scelti ormai anche con un po’ con mestiere, compreso il ricordo sempre vivo di quando da adolescenti ci parlavano dell’Europa senza frontiere (interne) e nessuno ci raccontava che razza di blindatura invece stavano mettendo in piedi su quelle esterne, qualche effetto lo aveva sortito. Io ieri proprio quello volevo dire. Che ci farà il californiano nella sua vita non lo so, ma io su questo argomento ci rimuginavo anche per tutto il can can nato dalle dichiarazioni del ministro Profumo sulla riforma dei programmi scolastici e, in particolare, dell’ora di religione.

In Italia, si sa, “ora di religione” è una di quelle cose che non si può nominare senza suscitare immediatamente una fastidiosissima ondata di polemiche (avete presente quel film in cui il protagonista ha una specie di crisi di nervi tutte le volte che sente pronunciare “donna delle pulizie”? Ecco una roba del genere). Allora mi tolgo il pensiero e dico subito le cose ovvie: quell’ora dovrebbe essere pienamente parte del programma scolastico, non facoltativa, insegnata da insegnanti reclutati con lo stesso identico sistema di tutti gli altri e senza patenti e imprimatur di autorità religiose, quali che siano. Ma cosa si dovrebbe insegnare in questa materia? Qui casca l’asino. Solitamente il fronte laici/liberi pensatori/persone evolute-moderne-civili qui risponde “storia delle religioni”. Così, di default, avrei forse risposto così anche io. Ma in questi giorni mi rendo conto che è una risposta che a sua volta non sta in piedi. Storia delle religioni? E cioè, di preciso? Il pensiero corre al mondo accademico e all’omonimo dipartimento. Siamo sicuri che è questo che serve, nelle scuole? Una disciplina che vive ancora oggi in perenne crisi di identità, persino nel chiuso ambiente della ricerca universitaria, notoriamente poco incline a considerare la propria utilità educativa? Nei migliori dei casi a me noti (e parlo per aver vissuto ancora in qualche modo il riflesso della famosa scuola romana di gloriosa e meritata fama) la storia delle religioni è un’affascinante scienza storica, tesa a sviscerare attraverso articolate ipotesi (e spesso impantanandosi in esse) uno o più aspetti della tradizione culturale delle società, specialmente antiche. Comparativisti versus fenomenologi, con le tribù esquimesi sempre dietro l’angolo perché utilissime per essere usate come raffronto (sufficientemente ignoto ai più) per suffragare qualunque teoria. Non fraintendetemi, io amo la storia delle religioni. Sono persino convinta che entro certi limiti possa essere una cosa seria. Ma onestamente non mi pare ci interessi per dare contenuti sensati a una materia scolastica.

Ma no, mi direte voi: noi con storia delle religioni intendiamo la conoscenza delle varie religioni del mondo. Ah. Ma siete sicuri? A parte che spesso, in un certo qual modo qualcosa del genere durante l’ora di religione si finisce per farlo, è questo che ci serve? Studiare presentazioni pseudo oggettive del buddhismo, dell’induismo, dell’ebraismo e dell’islam? E a che pro? Qui si insinuano le voci a favore dell’ora di religione così com’è (considero solo quelle in potenziale buona fede): ma come si fa apprezzare l’arte, la letteratura la tradizione di un Paese largamente cattolico se i nostri ragazzi non sanno nulla manco di cristianesimo? Posso testimoniare per esperienza diretta che, in effetti, un mio compagno del liceo, quando gli fu chiesto dalla professoressa di storia dell’arte di descrivere il Battesimo di Cristo di Piero della Francesca si soffermò con grande afflato a precisare quanto fosse centrale nella composizione “il grosso gabbiano” sopra la testa del soggetto principale. E non era un caso isolato. Tuttavia, pur riconoscendo a questo argomento una punta di verità, non sono disposta a sostenere che l’ora di religione così com’è serva a qualcosa, tanto meno a capire meglio la Divina Commedia o i cicli pittorici dell’arte antica. Salvo lodevoli eccezioni determinate da sforzo individuale e autogestito di insegnanti particolari, durante l’ora di religione ci si dà alle varie ed eventuali, combattuti tra la necessità di astenersi dal catechismo e l’incertezza sostanziale di cosa insegnare di preciso. Io solitamente vedevo film, per dire. Oppure parlavo di educazione sessuale (avevo una giovane insegnante di religione molto aperta e entusiasta, ma un po’ ondivaga e molto poco presa sul serio da noi studenti).

Credo che, per una volta, la chiave stia nelle parole del ministro. Il discorso in effetti si riferiva in modo ampio alla riforma di programmi scolastici che ormai non sono più adeguati alla società plurale, multiculturale, multietnica in cui vivono i nostri figli. E non si tratta della stantia spruzzatina di intercultura facilona che ogni tanto riaffiora qua e là tra le proposte didattiche di questo o quel territorio. E’ proprio questione di affrontare responsabilmente un’urgenza culturale. Se leggete questo articolo, davvero notevole, di Ilvo Diamanti capirete meglio cosa intendo.

Per formulare proposte su come riformare l’ora di religione, il discorso deve partire dall’ora di geografia. Anche qui i miei ricordi scolastici sono emblematici. A parte confuse memorie appiccicaticce di nomi di catene montuose della Germania, la geografia per me si collega mentalmente alla bauxite. Compariva tra le risorse minerarie di molti paesi (addirittura a un certo punto mi pareva che non ci fosse luogo al mondo privo di un giacimento di bauxite) e, a tutt’oggi, non so come sia fatta. A cosa serva. Ora sarebbe facile, cercherei su Google. Ma quello che più mi sorprende, oggi, è che in tanti anni non me lo sono mai chiesto. Il che la dice lunga su quanto mi abbia dato la materia in termini di stimoli intellettuali. Ed ecco che il ministro Profumo nota un’ovvietà: oggi gli studenti la geografia potrebbero impararla, molto più efficacemente, dal compagno di banco. Certo, detta così è un po’ troppo facile. Ma certamente oggi l’esigenza più evidente è quella di orientarsi meglio tra luoghi, relazioni economiche e politiche, lingue. Avere le coordinate per spiccare il volo in un mondo di opportunità. Ma, prima ancora, di condividere, di incontrarsi con gli altri con la consapevolezza di dove si è, e possibilmente di chi siamo e chi stiamo diventando (o, ancor più interessante, chi potremmo diventare). Cogliere le possibilità infinite del tessere relazioni, imparare a farlo con gli strumenti più utili.

E qui veniamo all’ora di religione. Facciamo per un attimo finta di essere un Paese normale? Ci scordiamo per un momento di vescovi, concordati e radici cristiane dell’Europa (almeno nell’accezione restrittiva del termine)? Io credo che l’ora di religione potrebbe utilmente essere trasformata in qualcosa che, chissà perché, mi viene da definire in inglese: (Multi)Cultural Awareness. In soldoni? Dare agli studenti le conoscenze indispensabili per rapportarsi in modo costruttivo con la diversità. Alla base ovviamente dovrebbero esserci elementi di decostruzione del pregiudizio e di gestione del conflitto. Ma poi ci vanno, a complemento, anche molte nozioni pertinenti. Il capitolo sull’identità religiosa potrebbe essere lungo, ad esempio. Ma non importerebbe tanto fare la storia dell’espansione dell’islam o della diffusione del buddhismo in Cina. Piuttosto mi piacerebbe si affrontassero le questioni che più facilmente possono portare a fraintendimenti e incomprensioni, grandi e piccole (salta agli occhi la questione delle rappresentazioni sacre, ma anche le norme alimentari, su cui ho un gustoso aneddoto che racconterò come bonus a chi ha il coraggio di arrivare fino in fondo al post). I temi che ancora devono essere oggetto di riflessione, anche normativa, perché non del tutto metabolizzati dalla società.

Ma ovviamente la religione è solo un aspetto di questa materia di supporto per la gestione della pluralità. In questa ora troverebbero ottimamente spazio approfondimenti a prevenzione di tutte le più comuni forme di discriminazione: un lavoro sulle questioni di genere, a partire dallo smontare criticamente gli stereotipi sulle donne; un approfondimento sulle identità sessuali e su tutte le questioni connesse alle libertà fondamentali; un percorso documentato sull’antiziganismo in Europa (così magari la piantiamo di essere convinti tutti che le zingare rubano i bambini)…. Vi pare che ci sia abbastanza carne al fuoco? Direi di sì. La bella domanda, evidentemente, è dove pescare insegnanti di una materia che non c’è (oltre che come fare eventualmente inghiottire Oltretevere il rospo multi-identitario). Non vi preoccupate troppo. Ora potete riaprire gli occhi. Siete in Italia, ricordate? Il problema (ahimè) probabilmente non si porrà mai.

P.S. Ah, l’aneddoto esemplificativo che vi avevo promesso, ma che se lo infilavo prima mi faceva perdere il filo dell’argomentazione. Dunque, mi trovavo a fare una lezione sull’ebraismo a una classe di un istituto superiore di un paese dei Castelli Romani. Si parlava di norme alimentari e, in particolare, del divieto di mischiare in un pasto derivati da carne con derivati da latte, da cui consegue la divisione piuttosto frequente nei piccoli ristoranti e locali tra quelli che servono cibi a base di carne e quelli (solitamente bar e pasticcerie) che servono latticini. Qui una ragazza ha un’illuminazione: “Ah, ma allora era per questo!”. E mi racconta che alcune settimane prima lei e la sua famiglia erano capitati a mangiare in un ristorante kasher (“molto buono, tra l’altro!”), ma che a un certo punto il fratello piccolo aveva iniziato un capriccio per avere un gelato. Appurato che nel locale non se ne vendevano, il padre si era alzato e aveva comprato un cono alla vicina gelateria. A quel punto però i proprietari del locale li avevano pregati con garbo di non sedersi nuovamente a tavola con il gelato, ma di consumarlo su una panchina di fronte. La richiesta, motivata da banali regole tecniche (a partire dal necessario rispetto dell’osservanza degli altri clienti, a garanzia della quale il rabbinato certifica peraltro l’idoneità o meno dei locali), era apparsa alla famiglia digiuna di ebraismo assolutamente incomprensibile e persino sgradevole. “Abbiamo pensato che fosse per ripicca per il fatto che non lo avevamo comprato da loro. E dire che avevamo mangiato in cinque, quindi ci pareva proprio una meschinità”. Da qui all’ebreo avaro (con naso adunco) voi capite che il passo è breve. Eppure basterebbe fornire un po’ di banali informazioni quantomeno per decifrarsi gli uni con gli altri (il che, ovviamente, lascia chiunque libero di pensare che le norme alimentari e le religioni in genere siano enormi fesserie: ma almeno sgombra il campo da infondate ipotesi interpretative, che hanno peraltro la ben attestata tendenza a estendersi a macchia d’olio a popolazioni intere).

Incerte rivoluzioni


Ieri, come molti sul web, assistevo sbalordita alle manifestazioni di Madrid. Su Twitter le battute si sprecavano: “siamo i più forti a retwittare le proteste degli altri”; “verrà qualcuno a scalzarci dai nostri divani?”. Io, frastornata e perplessa, retwittavo. Come volevasi dimostrare.

Frattanto, su Facebook, mia sorella mi chattava la sua solita domanda: “Ma possibile che non ci sia proprio nulla di decente in giro in cui poter partecipare politicamente, muoversi insieme a altri per cambiare qualcosa?”. Passati in rassegna alcuni improbabili nuovi contenitori di idee – o come caspita li definiscono – ci siamo ritrovate con un ben magro bottino. Un nuovo giornale, Pubblico, da seguire con un qualche interesse (“Ma Luca Telese era alunno di mamma?” No, almeno lui no. Però era monteverdino, da bambino, e frequentava casa di miei amici di infanzia. Che ai miei occhi questo pedigree da monteverdino e le remote pascolanze comuni a Villa Sciarra con la babysitter Maristella – se non erro – non sono necessariamente un punto a favore. Ma non divaghiamo, prego). E poi? Poi niente, nulla di nulla, nisba, zero.

Stamattina un’amica esprimeva perplessità, sempre su Twitter, rispetto all’entusiasmo captato in rete per i fatti di Madrid. Cito la cara Silvia Mobili: “Non capisco chi evidenzia con foga le proteste in Spagna. Dobbiamo picchiarci e sfasciare i negozi anche noi? Questa la strada anti-crisi?”. No, rispondevo io, ma questa nostra immobilità indifferente è tutt’altro che non violenta. Non reagire significa sostanzialmente fare violenza a chi è più debole di noi e più pesantemente subisce. Silvia obiettava a questo punto che bisogna costruire il cambiamento da noi, dalle piccole cose di tutti i giorni. Concordo, ci mancherebbe. Ma basta che le piccole cose di tutti i giorni non sano esclusivamente i fattarelli nostri. Mi sembra che sia il “noi”, il senso di comunità che si stia perdendo. Vedendo dall’esterno – ma dall’esterno notoriamente è difficile farsi un’idea realistica – le manifestazioni di Madrid a noi appaiono sorprendenti perché sembrano animate da un senso di comunanza che qui è merce rara. Avevo già parlato, in altra circostanza, delle manifestazioni di qui che ormai paiono eventi, happening, con musica sparata e giocolerie varie. Belle, artistiche (entro certi limiti), ma del tutto depotenziate rispetto ai contenuti e al senso ultimo. Però magari parlo di cose non paragonabili.

Si ritorna sempre lì: indignati individualmente direi che siamo tutti, per un motivo o per l’altro. Ma è pensabile in Italia, oggi, essere indignati collettivamente, possibilmente in modo costruttivo? Sono profondamente toccata da questo dubbio, perché mai come ora noto con allarme che sulle mie convinzioni, i miei entusiasmi più sinceri sembra depositarsi una sorta di opacità, di polvere. Stanchezza, disillusione, cinismo. E se mollo sulle due tre cose in cui credo davvero, con quale energia posso andare avanti? Perché non credo di essere pronta a lasciarmi vivere (e, anche fosse, a Meryem che racconterei?).

La rete può essere una risposta? Il modello del pigrattivista qui descritto mi convince fino a un certo punto. Però credo molto nella forza catalizzatrice del web, nella sua capacità di moltiplicare esponenzialmente quei casi della vita che ti fanno incontrare la persona giusta, l’alleato giusto, l’occasione a cui non pensavi neanche.

Alla fine la cosa che più serve, in questo momento, è la creatività. E non intendo, ovviamente, una qualche forma di estro artistico autoreferenziale (oggi, alla Social Media Week di Torino l’assessore all’innovazione del Comune di Milano ha associato per ben due volte in un intervento di pochi minuti il concetto di politica con quello di autoreferenzialità – mi è parso emblematico). Si tratta proprio di capacità di pensare al di fuori degli schemi tradizionali, che ricordano  degli stampi consunti (matrici stanche? ricordo vagamente qualche articolo di argomento archeologico…) che producono oggetti apparentemente nuovi ma già inservibili.

E, con questo concludo, veniamo al blog, ai blog, che per me sono stati e sono ancora luogo privilegiato di argomentazione e scambio di idee. Il fatto che i blog possano essere molto altro (fornitura di servizi, strumento di marketing, vetrina professionale, aggregatori di community e chi più ne ha più ne metta) non dovrebbe indurre noi blogger cani sciolti a rinunciare a una straordinaria possibilità di condivisione (sì, Anna, dico a te). Persino nei più piccoli progetti aziendali, ormai da soli non si va da nessuna parte. Figuriamoci per fare le rivoluzioni.

L’acqua in pillole


Ricordo un po’ confusamente un cartone animato dei tempi miei (avevo scritto antichi, per la cronaca), ambientato alla corte di Re Artù. In uno degli episodi Merlino arrivava trionfante dal sovrano, esclamando: “Sire, ho fatto una scoperta straordinaria! La nostra salvezza in caso di assedio! L’acqua in pillole”. “Interessante, Merlino” rispondeva il re. “E come funziona?” “Basta sciogliere una pillola in mezzo bicchiere d’acqua!”.

Quando, già un paio di anni fa, ho iniziato a leggere nei bandi del Fondo Europeo per i Rifugiati che si sarebbero finanziati studi di fattibilità e poi anche interventi diretti di supporto alla creazione di impresa da parte di titolari di protezione internazionale, eventualmente appartenenti alle cosiddette categorie vulnerabili (vittime di violenza estrema e di tortura, nuclei monoparentali, donne in stato di gravidanza, anziani, disabili), mi è tornata prepotentemente alla mente quella vignetta. Senza negare a priori che ci possano essere progetti altamente sperimentali con una buona percentuale di successo (non credo però a Roma, francamente), mi è parso di vedere dietro questa soluzione il tentativo di risolvere un problema limitandosi a spostarlo un po’ più in là. Chi ha difficoltà enormi ad inserirsi nel mercato del lavoro, specialmente in questa congiuntura economica, difficilmente sarà un brillante imprenditore. Non tutti gli stranieri, per il solo fatto di essere tali, sono geneticamente predisposti a gestire qualche lucroso import-export. I migranti forzati, poi, non possono contare di solito neanche su una solida comunità di riferimento. Hanno un bel dire, i sociologi, che nella storia lo straniero è mercante e il mercante straniero (si legge anche questo, nelle ricerche di riferimento). Mica parliamo dei fenici dei sussidiari. Altre sono le persone e soprattutto ben altro è il contesto economico. Per cui quando ti arriva una volenterosa signora ivoriana convinta di aprire un ristorante a Roma perché le piace cucinare (e alla domanda “che fornitori useresti?” risponde “andrei a fare la spesa a Piazza Vittorio”) hai il forte sospetto che non sia assolutamente il caso di incoraggiarla.

Un pensiero analogo mi veniva oggi mentre seguivo con la coda dell’occhio – in streaming – la Social Media Week di Torino, panel “SocialMom, Mamme in rete”. Durante il dibattito finale è serpeggiata la domanda fin troppo consueta che viene rivolta alle mamme blogger di chiara fama: “Quand’è che [bloggare] diventa redditizio?”. In filigrana si coglie un intero esercito di donne che con la maternità ha lasciato o perso il lavoro e che dunque vede nel web la possibilità di inventarsi un lavoro più conciliabile con la propria dimensione. Tutto è possibile, ma ho sempre pensato (e sono in questo confortata da un’autorità come Barbara Damiano) che mettersi in proprio non è affatto un ripiego comodo a un lavoro impiegatizio scomodo. Può essere certamente una via alternativa, ma solo per chi – passatemi la definizione un po’ approssimativa – ha la possibilità di scegliere. Poi chiaramente tra la blogger per mero diletto e l’imprenditrice del web ci sono le mille sfumature del lavoro free-lance, che può utilmente servirsi del blog come vetrina. Questa variante può essere in effetti una risposta all’assenza di reale conciliazione nel nostro Paese (non è una forma di conciliazione in sé, però). A una condizione: non avere un disperato bisogno di guadagnare. Quindi, a quanto ho potuto vedere, reinventarsi professionalmente attraverso il mommyblogging è possibile, ma non è un ammortizzatore sociale, un sostegno al reddito delle fasce più deboli. Può aiutare qualche professionista rimasta al palo a sperimentare vie nuove. Però non è la via della redenzione per tutte le donne che non trovano un lavoro o non hanno la possibilità di mantenerlo.

Insomma, guadagnare attraverso il blog per una mamma è come una pillola di acqua in pillole, da sciogliere in mezzo bicchiere d’acqua. Mandata giù così rischia di strozzare il volenteroso ingoiatore (o, più facilmente, la volenterosa ingoiatrice).

Ovviamente poi bloggare è altro e offre moltissimo. Potenzialità di sperimentare, di catalizzare idee, di esprimersi, di socializzare. Io adoro il mio blog e non credo potrei più rinunciarci. Però difficilmente rimpinguerà il mio conto in banca – e non mi sono mai aspettata che lo facesse.