Ci sono sere


Ci sono sere in cui anche la commediola americana su Canale 5 ti sembra straziante.

Ci sono sere in cui friggi le cipolle per dare sapore alla zuppa precotta e riesci solo a ungerla un po’.

Ci sono sere in cui pensi di finire il romanzo che hai iniziato sul Kindle e improvvisamente ti pare straziante anche quello (ma fino all’88% non ti era parso).

Ci sono sere in cui mandi un sms, uno solo, e te ne penti pure.

Ci sono sere in cui vorresti ricordare perché solo ieri ti sentivi entusiasta di molte cose.

Ci sono sere in cui lo sai che sei lamentosa, che al limite sei anche ingiusta, ma non ti importa affatto.

Ci sono sere in cui l’unica cosa che ti distoglierebbe dai cupi pensieri sono tutte le piccole cose che non hai. Che prese una per una non hanno alcuna importanza. Però sono le uniche che importano, adesso.

Ci sono sere che comunque finiscono sotto un piumone, con Meryem che respira tranquilla nella sua camera.

E,anche se adesso ti pare di non averne alcuna voglia, domani è un altro giorno. A quel punto avrai voglia di cancellare questo post e, chissà, magari per la prima volta della tua vita di blogger lo farai pure.

Se fossi te


“Che vuoi fare da grande, Meryem?” “La pop star”. Siamo in macchina su nel nord e mia figlia con questa risposta mi ricorda che prima di partire abbiamo guardato insieme un altro dei DVD inviatici dalla Universal e, precisamente, Barbie: la principessa e la popstar. Mi era passato di mente, lo confesso. Non sono una appassionata dei film di Barbie, che invece Meryem guarda sempre volentieri. Questo, in particolare, racconta la storia di Barbie-principessa e del suo idolo, la popstar Kiera (Ghira, nella personale versione di mia figlia). Le due si invidiano reciprocamente e, con un tocco di magia di cui entrambe sono provvidenzialmente dotate, si scambiano l’identità per un giorno. E poi tutti cantarono, felici e contenti. In estrema sintesi.

Poi, come vi dicevo nell’altro post, ho comprato a Meryem questo libro, che curiosamente racconta una storia in qualche modo simile: la principessa Bianca, sempre in disordine e monella, scappa e viene molto apprezzata dal re dei draghi; contemporaneamente la draghetta, sgridata dai suoi perché sempre troppo pulita e incipriata, viene accolta con giubilo alla corte umana. Salvo poi realizzare che ciascuno sta meglio a casa sua, per il semplice fatto che comunque alle due figlie manca il proprio papà criticone (e viceversa). La forma in questo caso mi piace di più, rime e disegni rispondenti al mio gusto. Ma il tema è lo stesso, come anche Meryem ha notato (anche se qui la situazione è resa paradossale dalla vistosa differenza, anche di specie, tra le due: “Ma come fa una draga a vivere con gli uomini?”, mi chiedeva Meryem).

Tra i quaranta anni e la fine dell’anno, i bilanci si sprecano. E allora, pensando questo post, mi sono trovata a fare questo gioco: vorrei essere qualcun altro/a, almeno per un giorno? Ricordo che all’università ho desiderato di essere una mia amica più giovane, di nome Francesca, che ai miei occhi incarnava il successo professionale e personale. Recentemente, su Facebook, sono tornata in contatto con una mia compagna di classe delle medie, che era molto graziosa e corteggiata: non dico che all’epoca avrei voluto essere lei, ma certamente, almeno per un po’, avrei voluto non essere proprio me stessa. Anche oggi, a tratti, mi sfiora il pensiero che vorrei essere come qualcuna delle mie splendide amicizie bloggarole. Per non finire male come Paride buonanima, non ne nominerò nessuna in particolare, ma ne ho in mente certamente almeno due o tre (ma anche quattro o cinque). Poi però ci penso meglio e mi rendo conto che davvero ciascuna di noi ha le sue croci, i suoi pesi, i suoi punti di forza e i suoi cedimenti. Che le “fortune” sono frutto di scelte e, perché no, anche di rinunce e che in questa vita niente è gratis. Poi ci si mette anche Facebook, a ricordarmi che questo che sta finendo – che istintivamente avrei definito un anno davvero tosto e amaro – in realtà è stato anche un periodo pieno di belle sorprese, di incontri, di viaggi e di sorrisi. Allora, vi dirò, forse per un giorno mi scambierei solo con mia figlia, per la curiosità di vedere il mondo con i suoi occhi.

E voi? Con chi vi sareste cambiati la vita, per un giorno? E adesso?

Quella strana (cioè io): impressioni sulle Primarie


Ieri sera mi sono immersa, con un certo gusto, nel multitasking: tv accesa sul confronto delle primarie, pc connesso con finestre aperte su twitter e Facebook. Non direi che si senta il bisogno della mia valutazione politica dello spettacolo di ieri. Però oggi, ripensandoci, mi è venuta una considerazione, per dir così, autobiografica.

Per l’intera durata del dibattito stavo con l’orecchio teso per carpire un qualsivoglia riferimento ai “miei” temi: immigrazione, asilo, cittadinanza. Non solo cose che mi stanno a cuore, ma anche argomenti di cui ormai qualcosa, anche “tecnicamente”, capisco. Bersani qualcosa ha detto, espressamente sollecitato in una domanda breve (formulata peraltro proprio male): in sintesi una critica generica all’impianto della Bossi Fini e una menzione della vergogna delle stragi nel Mediterraneo. Ha aggiunto, come iniziativa urgente del proprio eventuale governo, la riforma della legge per la cittadinanza per i figli dei migranti nati in Italia o arrivati da bambini. Meglio di Renzi, decisamente, che ha individuato come radice del problema mediorientale l’Iran che non permette alle ragazze di andare a ballare (quasi testuale) e che della Bossi Fini vede solo le scocciature burocratiche nell’assunzione di un designer o di uno stilista extracomunitario (che, per carità, esistono certamente: ma le priorità di quest’uomo sono incredibili).

Beh, qualcuno qualcosa ha detto, ho pensato con moderata soddisfazione. E poi ho avuto un flash back. Dei tempi in cui studiavo con passione cose che il 99% della popolazione ignora serenamente: eblaita, ugaritico, copto, cuneiforme. Quando capitava che in tv, o più spesso su una rivista, venisse citato qualcosa che vagamente richiamasse l’astruso ambito dei miei studi, c’era sempre qualcuno che si affrettava a segnalarmelo. E io sorridevo compiaciuta. Certo, in genere le notizie così riportate per il “grande pubblico” (per quanto potesse essere grande il pubblico di Archeologia Viva), erano nella migliore delle ipotesi generiche e lacunose. Non era nemmeno raro che fossero delle fresconate pure e semplici. Ma vabbè, insomma, qualcuno (oltre a noi dieci all’università) ne aveva PARLATO. Non so se mi spiego.

Ecco, ieri in realtà ho riprovato quella stessa sensazione. Peccato che l’immigrazione e la cittadinanza siano temi essenziali per il governo di una nazione moderna e che ieri non trasmettessero “Misteri”, ma il dibattito tra due potenziali futuri premier. Dunque il mio bottino è piuttosto magro, in definitiva. Prendo atto che non è inconcepibile che si candidi a governare il Paese, con buone chance, una persona come Renzi, che dimostra evidentemente di non avere idea di cosa si parli rispetto a questo argomento. Eppure, da sindaco, Renzi si è trovato più volte a confrontarsi con la questione dell’immigrazione: pensiamo tra tutti al tristissimo episodio dell’omicidio di Samb Modou e Diop Mor e anche alla delicata e complessa questione dei rifugiati che dormono per strada e dei relativi problematici sgomberi (cito questo comunicato solo per descrivere il fatto, consapevole della parzialità della fonte). Ma mi pare altrettanto chiaro che comunque i “miei” temi non solo non sono una priorità e la cosa mi pare discutibile, visto anche il peso economico dell’immigrazione in termini di produzione di ricchezza, arricchimento demografico, pagamento delle pensioni, etc. Consiglio di leggere “Cento milioni di americani in più” e “La mia maratona tra le etnie” in Occidente Estremo di Federico Rampini.

Studiare filologia semitica all’università è stata una scelta bizzarra. Ma stavolta non sono io quella strana.

Cose da femmina


Questo post di Claudia e la notizia del catalogo svedese di giocattoli gender neutral, letta ieri, arrivano assolutamente opportuni in un momento in cui si sta combattendo l’ennesima piccola battaglia (soft e in realtà neanche espressamente dichiarata) tra me e la mitica tata Silvana. Oggetto del contendere: un meraviglioso giubbotto color melanzana, ereditato da una mia cara amica e diventato giusto in questi giorni di grande attualità, con l’arrivo (ancora un po’ incerto) dei primi freddi.

Qual è il problema? E’ da maschio, afferma la tata. “L’altro giorno non l’ho preso perché credevo che l’avesse dimenticato un amichetto”, ha buttato là una sera. E ancora: “Ma quelle toppe sono state messe a coprire dei buchi? Perché altrimenti potrei toglierle e la situazione migliorerebbe…”. Ora. Premetto che io non sono una fanatica del contrasto delle caratterizzazioni di genere. Sono ferrata sul tema, grazie anche alla capillare azione informativa e formativa di Genitori Crescono. Non mi convincono affatto alcune manifestazioni molto spinte, tipo quello di cui si parla qui, ma anche qui. Insomma, sarei portata a tenere sul tema un certo equilibrio, aiutata probabilmente dal fatto che con una bambina è più facile: se la vesti un po’ da maschiaccio di tanto in tanto non è oggetto di discussione quanto vestire un bambino da principessa o da ballerina. O almeno così credevo.

La giacca in questione è effettivamente appartenuta a un maschio. Eppure la ex proprietaria e io abbiamo concordato che a Meryem sarebbe stata benissimo. E infatti a lei piace. Le toppe incriminate come eccessivamente maschie hanno scritti sopra numeri e la parola “Rugby”. A parte che escludo che qualcuno vada a leggere esattamente le scritte, chi dice che una donna non possa giocare a rugby, o tifare per una squadra di rugby (per non parlare del fatto che a cinque anni spesso non sanno neanche che gioco è)? Però anche fuori casa la questione inizia a porsi. A casa di un amichetto che frequentiamo ho notato, ad esempio, che le definizioni “da maschio” e “da femmina” sono nette e usatissime.

Mi sembrerebbe un controsenso negare a Meryem la gioia di pavoneggiarsi con accessori e vestitini: oggi ha indossato i suoi primi stivali ed era eccitatissima. Domenica ha strappato al padre il suo primo “rossetto fucsia” (in realtà un lucidalabbra un po’ brilluccicoso). A Meryem peraltro tutte le mille sfumature di rosa/fucsia/viola donano molto (e per fortuna: per quanto uno si ingegni, finiscono per avere una parte preponderante nel guardaroba di una figlia). Ma ovviamente a scuola si va in tuta e scarpe da ginnastica (a parte oggi, che abbiamo dovuto mettere gli stivali nuovi!) e la giacca con le toppe continuerò a proporgliela.

In conclusione, cerco di tenermi neutrale sulla questione. Di assecondare, per quanto possibile, la libertà e il gusto di mia figlia, senza imbrigliarla troppo in canali prefissati, in un senso o nell’altro. Sono convinta che proprio su questi aspetti apparentemente più banali, ma delicati, noi genitori dobbiamo fare maggiormente attenzione a non sovrapporci troppo. L’altro giorno Meryem giocava con un amichetto e lo ha truccato. Prima di rimandare l’amichetto in questione a casa, è stato debitamente ripulito (non so come la pensi la sua mamma sul tema). Ma nessuno di noi ha fatto battute stupide, risatine o commenti inappropriati. E’ proprio dalla risatina sciocca dell’adulto che iniziano tante questioni, ne sono convintissima. Se crediamo che non ci sia da ridere, se vogliamo (davvero) che i nostri figli non facciano proprie etichette discutibili e tutti i conseguenti pregiudizi, non ridacchiamo. Punto. Una risatina inappropriata fa molto più danni alle questioni di genere (e non solo) di un tutù di tulle rosa indossato di tanto in tanto.

E voi, che ne pensate? Siete gender neutral o credete nei percorsi/colori/giochi differenziati?

Aggiornamento: Quando la tata si apprestava a togliere le toppe dello scandalo, è stata fermata da una Guerrigliera indignata: “Perché le togli? Le femmine non possono giocare a palla a volo? Io sono una ragazza SPORTIVA!”. E la cosa è finita così.

L’ebbrezza della fuga


Ricordo distintamente un gesto della mia giovinezza: ho infilato l’anello del portachiavi con le mie chiavi di casa al tergicristallo della sua macchina parcheggiata. Poi ho raccolto da terra qualche busta di plastica e ho camminato verso il capolinea dell’autobus. Da piccoli sogniamo spesso di fuggire di casa. Magari ci proviamo pure, una volta o due. Ma io l’unica volta che sono fuggita da casa avevo 27 anni e ricordo ogni minuto di quella mattina d’estate. Mi sono sentita forte e fiera, anche se non ne avevo alcun motivo (e purtroppo il seguito della storia lo ha dimostrato abbondantemente). Ma alle mie chiavi rosse e blu che scintillavano al sole, incastrate al tergicristallo, ho ripensato mille volte nei tredici anni che sono seguiti a quel giorno.

Perché penso a questo, oggi? Perché non sono una persona coraggiosa e quel gesto è rimasto quasi unico nel mio curriculum. Ma, più ancora, perché in tutti gli altri giorni della vita – tranne quei due o tre che rimangono nella propria mitologia personale – non ci si può permettere di fuggire. Si finisce una giornata come quella di oggi, sbagliata senza un vero motivo. Si ingoiano due lacrime d’ufficio, per mera coerenza rispetto alle proprie paturnie. E poi si va a letto per svegliarsi di nuovo, sapendo che domani probabilmente non sarà cambiato nulla, ma sapremo di nuovo guardare nella direzione più costruttiva: in avanti.

Il diritto di essere bambini


Avevo scritto prima un post che grondava così tanto moralismo che l’ho cancellato. Anche se non sembra, talora mi rileggo prima di pubblicare. Provo a riformulare.

Quando parliamo di diritti, oggi ad esempio di quelli dei bambini, tendiamo a pensare subito a quelle situazioni in cui essi sono palesemente violati. E, altrettanto palesemente, non da noi. Bambini soldato, bambini sotto i razzi, bambini sotto le bombe. E via così, di orrore in orrore.

C’è uno dei diritti del bambini che mi fa correre un brivido lungo la schiena. Perché sono io, o almeno anche io, che dovrei renderlo effettivo.

“I genitori (o i tutori legali) devono curare l’educazione e lo sviluppo del bambino. Lo Stato li deve aiutare rendendo più facile il loro compito”. E, ancora: “L’educazione del bambino deve: sviluppare tutte le sue capacità; rispettare i diritti umani e le libertà; rispettare i genitori, la lingua e la cultura del Paese in cui egli vive; preparare il bambino ad andare d’accordo con tutti; rispettare l’ambiente naturale”.

Scusate se è poco. Non basta mica mandarli a scuola (quello è un altro articolo – e anche un’altra storia). Se dovessi riassumere in una frase quello che è e sarà sempre la mia principale responsabilità, forse direi che io cerco di curare l’educazione e lo sviluppo di mia figlia soprattutto prendendola sul serio. E voi, cosa direste?

San Saba


La sera, la porta verde, il tè nei bicchieri di plastica. I colloqui nella stanza del volontario, seduti su una branda. San Saba. Il primo centro di accoglienza del Centro Astalli a Roma (ma la parola giusta, allora, era dormitorio), il mio lavoro serale per molti anni. Penso alle mie relazioni mandate per fax a un ufficio dove probabilmente non le leggeva nessuno. Molti nomi, molte storie. Qualche emergenza. Io ero sempre in seconda linea, ero l’unica donna, quella che arrivava per parlare e poco altro. Mi fa impressione che molti nomi mi sono ormai sfuggiti e che ogni giorno mi pare di perdere un pezzo di quei ricordi. Se il mio ormai ex collega ex Riccardo fosse qui, saprebbe aiutarmi.

Issa, l’afgano arrabbiato dai grandi occhi chiari. Non voleva imparare una parola di italiano finché non fosse stato sicuro di restare qui. Stanco di essere mandato come un pacco su e giù per l’Europa. “Io l’ho imparato, il norvegese”, mi diceva attraverso l’interprete “e per uno che non è mai andato a scuola mica è uno scherzo. Dopo due anni, mi spediscono qui. Dovrei ricominciare da capo, dici? E se poi mi mandano da un’altra parte?” Gli è passata presto, l’arrabbiatura. Di Issa ricordo soprattutto i sorrisi.

Un giovane ivoriano di cui mi sfugge il nome. Un puledro nervoso. Giocava a calcio, sognava (come molti ragazzi) di sfondare diventando un professionista del pallone, una star. Ogni tanto esplodeva, urlava, spintonava qualcuno. Ma con due pacche sulla spalla di Riccardo si è sempre ricomposto.

Un kossovaro di mezza età. Muratore al nero, lavoratore instancabile. Silenzioso, rispettoso. Una sera ci ha detto che era il suo compleanno e che finalmente aveva raccolto abbastanza soldi per ricostruire la casa e il negozio che la guerra gli aveva distrutto. Tornava a casa. Ci ha fatto vedere le foto della moglie e dei figli. Ci ha ringraziato. Il giorno dopo è ripartito. E un altro kossovaro (neanche di lui ricordo il nome), giovane, bellissimo. Anche lui sempre in cantiere. Ha preso la TBC. E’ stata la prima volta che ho realizzato che quella malattia così demodé, che sembra uscita da un romanzo dell’Ottocento, è tornata d’attualità da tempo, a Roma.

Il velocista congolese, che aveva chiesto asilo durante i mondiali di atletica a Catania. Il ragazzino palestinese, mascotte del centro dal primo giorno: sveglio, vivace, curioso, saltellante come un cucciolo. Il giovane iracheno che voleva lasciarsi morire di fame: non ho mai visto occhi tanto sofferenti. Un giorno è ripartito per l’Iraq e non ne abbiamo saputo più nulla. Ho sempre davanti agli occhi il suo sorriso triste e la preoccupazione sui visi dei sui compagni, di ogni lingua, razza e religione.

Padri di famiglia, studenti, giovanotti fieri della forma fisica, poeti, religiosi ferventi di varie fedi. Le camerate spoglie di San Saba erano per tutti. Io più che un’operatrice ero un’ospite, una o due sere a settimana. Mi preparavano il tè, caldissimo e zuccherato. Si parlava. A volte formalmente, per quanto formale fosse lo spazio arrangiato di quella stanzetta in cima alle scale. Più spesso si chiacchierava seduti sulla soglia, si incrociavano lamentele e speranze, confidenze e battute.

Dopo tanti anni, San Saba è stato rimesso a nuovo. Tra una settimana vedrò cosa è diventato. Diverse sono le persone che ci lavorano, diverso (spero migliore) sarà lo spazio a disposizione degli ospiti. Simili, ma tutte diverse, sono le storie di chi ci vive e ci vivrà. A due passi da Piramide, proprio dietro la FAO: vicinissime, eppure ignote ai più. In gran parte, e di questo mi rammarico doppiamente, persino a me.

Perché non mi convince il Movimento 5 Stelle


Ho avuto l’opportunità di incontrare Patrizia, blogger e ora convinta sostenitrice e attivista del Movimento 5 Stelle a Brescia. Pochi giorni fa, sul suo blog, patrizia ha dedicato un post di risposta alle critiche aspre mosse da Gad Lerner a Grillo sulla rivista Vanity Fair.

Non conosco a fondo Patrizia, ma la stimo per il suo impegno sincero e serio, per la sua palese buona fede e per la voglia, dimostrata più volte e anche in questa occasione, di non sottrarsi al dibattito. Per questo motivo credo che non me ne vorrà se traggo spunto dal suo post, ma soprattutto dalla discussione nata nei commenti, per mettere a fuoco cos’è che non mi convince affatto di un Movimento che può vantare certamente molte adesioni di valore sui territori.

Io non ho mai fatto mistero di non condividere affatto molti dei messaggi di Grillo, sia nei toni che nei contenuti. Ovviamente, facendo il mestiere che faccio, trovai particolarmente irritante nella sua arroganza il post sul suo blog in cui si argomentava lapidariamente che “La cittadinanza a chi nasce in Italia, anche se i genitori non ne dispongono, è senza senso. O meglio, un senso lo ha. Distrarre gli italiani dai problemi reali” (a commento della campagna L’Italia sono anch’io e della proposta di riforma della legge della cittadinanza, sottoscritta da centinaia di migliaia di cittadini). Ma più ancora non mi convince il livore come metodo di cambiamento. La violenza, che comincia dal linguaggio. Le parole sono importanti (me lo ricordava giusto oggi questa bellissima campagna di comunicazione).

Che ha a che fare questo con l’impegno di tante persone come Patrizia? “Le sparate di Grillo spesso ci mettono in difficoltà”, scrive anche lei. “Ma, con molta concretezza, ti dico e vi dico: è davvero fondamentale spaccarci adesso? O possiamo restare uniti per l’obiettivo comune? Stiamo provando una missione quasi impossibile….portare cittadini onesti nelle istituzioni. Possiamo focalizzarci sull’obiettivo? E’ più importante avere ragione e imporre la propria visione delle cose o raggiungere l’obiettivo?”

E, più precisamente: “se non fosse per Grillo che ci ha incoraggiato e dato uno strumento, il M5S non esisterebbe. Tanti consiglieri onesti non starebbero portando trasparenza nelle istituzioni. Nessuno avrebbe pensato a introdurre una legge che taglia fuori dal Parlamento i condannati. Io non amo i suoi modi. Non me ne sento affatto suddita. Ma sto nel suo Movimento, che lui ha finanziato e reso possibile, e di cui si è fatto garante”. E, a chi suggeriva che i movimenti di rappresentanza dei cittadini che sono nati su tanti territori dovrebbero iniziare a emanciparsi da un personaggio così ingombrante, risponde con un sano pragmatismo: “Bene. Lo paghi tu un portale di discussione da centinaia di milioni? Lo finanzi tu lo staff? Vai tu a fare gli spettacoli? Riempi tu le piazze? Va bene le proposte alternative, però concrete…”.

Ringrazio di cuore Patrizia, perché ha ragione. Credo che sia vero che nessuno degli esistenti partiti avrebbe dato la possibilità ai cittadini di esprimersi in una partecipazione diretta e attiva come quella del Movimento. Purtroppo. Eppure non riesco a non trovare molto pericolosa la dinamica per cui si è leali al buon padrone/mecenate, anche se non si condivide del tutto cosa dice e come lo dice, perché comunque permette di fare una bella e significativa esperienza politica. Siamo davvero sicuri che l’intento sia solo, puramente, lasciar spazio all’impegno spontaneo di cittadini che non trovavano adeguata rappresentanza? Io, istintivamente, diffido. E non perché difenda a spada tratta l’apparato esistente, che mi pare continui a fare una ben misera figura rispetto alle esigenze di governo di un Paese come l’Italia. Ma piuttosto perché non mi sembra che le scorciatoie possano davvero pagare. Se si deve ripartire dal basso, lo si dovrebbe fare con sobrietà, senza dipendere da un finanziatore privato unico. “Ma così non si partecipa nemmeno”, mi si dirà. Possibile. Ma io temo la fretta di costruire un partito di largo consenso senza un ragionamento serio sui contenuti condivisi, sul terreno comune positivo che aggrega le persone. Positivo, si badi bene: “questa politica ci fa schifo” è un contenuto efficace, ma non sufficiente.

Io l’argomento che quel che Grillo dice non è tanto rilevante lo accetto fino a un certo punto, finché è lui a pagare tutto. Specialmente se poi è soprattutto lui, il suo carisma, i suoi mezzi, a “riempire le piazze”. “A me più che la libertà degli individui di fare sempre e comunque quel cavolo che gli pare, preoccupano le figure di cacca che fa il Movimento e la perdita di consensi ogni volta che qualche pollo si fa lapidare in diretta”, aggiunge Patrizia a proposito del discusso caso della Salsi in tv. Io credo che sia normale che il Movimento possa peccare di ingenuità, proprio perché la costruzione di contenuti e competenze è stata, a mio avviso, forzatamente accelerata. Perché non costruire prima una competenza solida di politica amministrativa locale e solo poi lanciarsi nell’arena politica nazionale? Spero di sbagliarmi, ma non vorrei scoprire, di qui a qualche anno, che si è strumentalizzato l’impegno e la professionalità di tanti seri cittadini per finalità meramente personalistiche.

Lezioni di educazione civica (il tassista serio e la preside sopraffatta)


Stamattina per seguire la mia tabella di marcia mi servivano i superpoteri e, in particolare, il teletrasporto. Non essendo un candidato delle primarie del PD, ho optato per un taxi [OT: vi prego, siete ancora in tempo per dirmi che la home del Partito Democratico è opera di un hacker burlone]. Non è molto da me, ma c’è qualcosa nella faccia del giovane tassista che mi ispira e attacco bottone sull’argomento per eccellenza: funzionamento e disservizi del 3570, questione delle nuove licenze e l’eterno mistero: come mai ora che ci sono più taxi è quasi impossibile trovarne uno, quando ti serve? Il mio interlocutore dirotta il discorso su un tema lievemente diversa: l’etica professionale del bravo tassinaro.

Si parte da una banalità. “Io in effetti il supplemento per le corse in partenza da Stazione Termini non lo faccio mai pagare. Ma le sembra logico? Uno sta lì, in fila ad aspettare, e poi dovrebbe anche pagare di più? Io mi vergogno. E i bagagli? Posso stare lì col metro a misurarli? Per la seconda valigia si dovrebbe far pagare il supplemento, ma io non lo faccio. Dove dovrebbe lasciarla, la seconda valigia, il cliente? Alla stazione? Su, è ridicolo. Ma a dirla tutta, io a Termini mica ci vado volentieri. Non mi piacciono i colleghi che sgomitano per fregarti la corsa più ghiotta. Per non parlare degli abusivi. Io non sono un prepotente. Ma sono dell’idea che quello che ti tocca ti tocca: la corsa da 5 euro o quella da 40. Ci sono delle regole, vanno rispettate. E poi”, aggiunge in un sussurro, “la sa che ieri, che c’era il derby, tanti colleghi hanno aspettato la fine della partita per iniziare a lavorare? Io no, non lo trovo mica giusto. Se uno sta sotto padrone può forse dire ‘Arrivo tra due ore che prima c’è la partita?’. Molti dicono che il lavoro è roba nostra, ma mica è vero: le licenze sono una concessione del comune, noi siamo un servizio della città. Mica possiamo fare come ci pare. Quindi io ieri ho sofferto, ma il derby non l’ho seguito. No, neanche alla radio. Io sono contrario a tenere la radio accesa in macchina. Magari al cliente dà fastidio: durante il viaggio vuole starsene in pace, farsi le sue telefonate. Il cliente prima di tutto. Quindi, tra una corsa e l’altra, accendevo un minutino. Che poi, per come è andata, non valeva manco la pena…”.

Sono rimasta colpita dalla serietà di questo giovane, subentrato a un parente prematuramente scomparso, con due figli e una moglie a carico (“Quando non ci hanno preso il bambino all’asilo, lei è rimasta a casa. Aveva un lavoro precario, guadagnava quanto la retta del nido privato. Non valeva la pena. Certo, se avesse avuto un posto fisso era tutta un’altra storia…”). All’arrivo gli ho detto: “Grazie e buon lavoro. Certe volte mi pare di essere l’unica fessa che lavora con scrupolo, e invece…”. Lui ha sorriso: “No, no. Bisogna vivere da persone serie”. Vero, quanto è vero.

Dopo una lezione a giovani virgulti, futuri assistenti sociali (ancora lontani mille miglia dal percepire in che razza di trincea sanguinosa stanno per sprofondare, se lavoreranno), ho attraversato la città per andare a proporre un partenariato in un progetto a una dirigente scolastica di fresca nomina. Me l’avevano descritta come “un po’ burocratica”, severa e rigida. Quando l’ho vista sulla soglia, un po’ rannicchiata su se stessa, il body language suggeriva in effetti una certa ritrosia e diffidenza. Mi ci è voluto pochissimo per solidarizzare con lei. Mi ha dipinto un accorpamento di istituti scolastici al di là di ogni immaginazione. Lei è di fatto diventata imperatrice di una galassia surreale di istituti disparati, sparpagliata sul territorio, che include anche il carcere minorile e la prigione storica di Roma, Regina Coeli. “Sono arrivata il 1 settembre: non sono neanche riuscita fisicamente a leggere le circolari. Non amo dare il mio numero di cellulare, ma con due linee soltanto chi mi cerca non mi troverebbe mai. Non riusciamo neanche a renderci conto della consistenza patrimoniale di questo nuovo agglomerato di istituti, a chiudere il bilancio. Sto cercando di capire meglio cosa si è fatto e cosa fa, ma prima di poter delegare devo anche sapere chi sono i miei collaboratori, conoscerli, fidarmi”. E poi parte con una descrizione vividissima del lavoro nelle carceri, una roba che fa impallidire persino quello con i rifugiati. Passi il carcere minorile, dove si mantiene una parvenza di decenza: aule ampie, adeguate, persino colorate. Ma l’altro. L’altro non si immagina. “Ho un organico di quattro docenti, ne posso far lavorare due perché non ci sono fisicamente gli spazi per fare scuola. Non abbiamo aule, ci danno dei buchi, sporchi oltre ogni dire. Più di otto persone non ci vanno dentro. Ogni tanto ce ne tolgono uno, perché devono arrangiarci dentro una cella, con il sovraffollamento che c’è. E le misure di sicurezza, una follia, un’esasperazione. Sanno che la situazione è esplosiva, quindi reagiscono in modo isterico. Anche portare dentro un libro è un problema. Per non parlare di un computer. Ma che senso ha?”.

Già, che senso ha? Eppure questa donna, come tanti altri, come il tassista di stamattina, ce la mette tutta. Fa del suo meglio. Peccato che fare quel lavoro, con quei numeri e quelle condizioni, sia comunque impossibile. Andandocene, con il collega della Caritas ci siamo guardati e ci siamo detti: “Per quanto incredibile, a noi va meglio”. Pur nella stessa povertà di risorse, almeno siamo circondati di gente motivata, decisa, pronta a resistere. A scuola non è mica detto. E nelle carceri deve essere anche più dura. Però non si può cedere allo scoraggiamento e lavarsene le mani. Bisogna vivere da persone serie.

Che fine hanno fatto i morti?


Piove. La pista di pattinaggio è bagnata. Così decade l’ultimo baluardo che avevo eretto per declinare inviti a merende in stile “dolcetto o scherzetto” (“Sai, preferisco che non salti lo sport, ora che si va verso l’inverno…”). Non ho simpatia per Halloween. Tuttavia ci siamo dentro, la scuola di Meryem pullula di zucche di cartapesta e improbabili pipisterelli cosparsi di porporina. Stamattina, con l’arte dell’improvvisazione che caratterizza le madri sgarrupate, ho estratto dall’armadio una specie di mantello nero spiegazzato, ricavato l’anno scorso da una mia gonna a ruota. Il cappello non c’era, ma ho convinto Meryem che sarebbe stata una favolosa strega anche così. Ho rincarato la dose con un pipistrello disegnato sulla guancia e una passata di colore blu sulle labbra.

Per carità, non è che le rivisitazioni della festa in chiave cristiana fondamentalista (“travestitevi da santi”) mi stiano più simpatiche di streghe, vampiri e zombie. Se possibile mi fanno ancora più orrore. Sapete cosa mi manca, in questa festa? I morti. Quelli veri. Le memorie, il legame misterioso e anche un po’ pagano. Oggi, quando ho letto questo bel post di Veronica sono riuscita a mettere meglio a fuoco il fastidio che provo.

Secondo me non sarebbe affatto male rispolverare le molte tradizioni italiane della festa dei morti. Ricordo un bellissimo libretto comprato a Napoli, che illustrava le usanze locali, centrate sul concetto di nutrire i defunti. Ma anche e soprattutto questo bel volume, da cui si può scoprire e imparare moltissimo. Credo che sarebbe molto istruttivo, per i nostri bambini, ritornare al contenuto originario, ormai talmente trasfigurato da risultare irriconoscibile. Questa festa di passaggio in cui i morti tornano a visitare i vivi, o almeno i vivi vanno a visitare i morti, racconta di un senso di continuità tra passato e futuro. Accostare i più piccoli al mistero della morte, anche attraverso colori e sapori, era un’usanza piena di saggezza. La paura, inevitabile, si imparava a gestirla, a esorcizzarla di persona e collettivamente. Magari anche il dolore e la malinconia. Tutti questi valori educativi vengono meno, se ricorriamo direttamente al vampiro di gomma e al sangue finto. E poi ci troviamo in grandissima difficoltà davanti al primo funerale. Mi pare che per molti genitori la morte provochi più imbarazzo del sesso. Non è un argomento facile, evidentemente. Ma una festa istituzionalizzata dava una bella cornice, poetica, consolatoria e persino gioiosa, in cui affrontare, implicitamente o esplicitamente l’argomento.

Ho paura che cercare di riportare i morti veri nella festa sia una battaglia persa, purtroppo. Di questi tempi temo non siano molte le persone convinte del valore di una tradizione “paganeggiante” (più facile infatti è vedere parrocchie e oratori tentare di contrastare la tendenza con anatemi vari o con gli artifici di dubbio gusto a cui si faceva riferimento prima). Peccato. Però non posso che condividere la speranza di Veronica: “Ma sì, arriverà poi il giorno in cui ce ne andremo tutti insieme nella nebbia della Bassa, a mangiarci un piatto di cappelletti fumanti”. O il torrone dei morti a Napoli. O qualunque altra squisita ricetta si adatti ai luoghi stupendi di cui è ancora pieno questo nostro Paese bistrattato.

P.S. Se a qualcuno va di raccontare tradizioni a riguardo che ha vissuto o che conosce, mi fa molto piacere.