Non proprio una recensione


Scrivere questo post mi è costato molto più fatica di quanto avessi in un primo momento immaginato. Di recensioni, per lavoro o per diletto, ne scrivo un certo numero. Per cui, un po’ ingenuamente, mi ero ripromessa di scrivervi cosa penso del libro L’industria della carità, di Valentina Furlanetto (Chiarelettere). L’input mi era arrivato da un articolo di Vladimiro Polchi, che a mio avviso è uno del pochi giornalisti che si occupa di immigrazione in modo sensato. Mi aveva anche incuriosito (e un po’ indispettito) la reazione di indignazione, a volte preventiva, che leggevo nei siti di comunicazione sociale, Vita in primis. Ed ecco quindi che, zelante, mi sono comprata l’e-book a prezzo pieno, anticipando persino di qualche giorno l’uscita in libreria.

E a quel punto, dopo aver letto, ho constatato che purtroppo sul libro in sé non avrei nulla da aggiungere rispetto agli articoli che avevo letto. A essere gentili e signorili, possiamo definire il volume un’occasione persa. O ancora, con un altro eufemismo, un lavoro scientificamente inconsistente. Insomma, mi è cascata la mascella. E, badate bene, non lo dico mica perché sul no profit, terzo settore e volontariato non ci sarebbe niente da dire. Ci sarebbe un sacco da dire e pregustavo proprio che si cominciasse a dire. Ma certo non così. Mettendo tutto insieme: ong internazionali, piccole onlus locali, Nazioni Unite, cooperazione statale, ambientalismo, adozioni a distanza. Come se tutto fosse la stessa cosa. L’unico filo conduttore pare, a quanto sembra, la tesi dell’autrice: la scarsa trasparenza, se non proprio la corruzione e il nepotismo, di tutte queste diversissime cose. Io a quel punto ci avrei messo anche l’Università, il mio condominio, i partiti politici e il canile municipale.

Badate bene, non è che io mi risenta per la denuncia degli scandali che ci sono e magari abbondano pure (anche se sempre numericamente insignificanti rispetto all’universo esaminato). Ma più interessante mi parrebbe un ragionamento serio sulle motivazioni di certe pecche e sulla valutazione nel merito delle stesse (specialmente se alcune, a guardar bene, non sono neanche tali, mentre altre, potenzialmente assai più problematiche, sono ignorate). La parte di mia competenza di questo volume è assai più piccola di quanto immaginassi. Ma, soprattutto, non c’è un vero ragionamento a cui agganciarmi e contribuire. Mi limito a fare qualche rilievo.

L’unico criterio consigliato dall’autrice per verificare la trasparenza di un’organizzazione è farsi mostrare i bilanci. Io non sono tanto d’accordo. E’ una buona prassi che i bilanci siano pubblici e di fatto spesso, in qualche forma lo sono (oltre a dover essere costantemente prodotti ai finanziatori). Ma perché ogni singolo privato li possa decifrare, essi dovrebbero essere redatti secondo voci chiare, univoche, ben leggibili e uguali per tutti. Peccato che un bilancio di una agenzia delle nazioni unite, quello di una bottega equa e solidale, quello di una cooperativa sociale, quello di un’associazione di volontariato nazionale e quello di un ente pubblico non siano di solito fatti allo stesso modo. Quindi non basta metterli on line e bon. Io, leggendo le argomentazioni dell’autrice sui dati economici in suo possesso, mi sono più volta chiesto se e in quali casi la voce “Progetti” (che lei considera virtuosa, a differenza delle vituperate spese per “tenere in piedi l’organizzazione”) comprenda le spese del personale per i progetti stessi. Immagino che in qualche caso le comprenda e in altri no (o le comprenda parzialmente). Basterebbe questo per invalidare, di fatto, il paragone. “Progetti” non equivale mica a “soldi messi in mano direttamente al beneficiario”. Che poi la cooperazione (o la fornitura di servizi sociali) non vuol dire mica distribuire monetine su larga scala (sebbene la parola “carità” richiami molto questo aspetto), facendoci più o meno la cresta. Sperabilmente, dall’Ottocento a oggi, molte realtà sono un briciolo più evolute di così (anche se in alcune delle trasparentissime Charities USA qui e là questa impostazione di fondo riemerge sempre più spesso: raccogliamo le vostre monetine e le distribuiamo in modo efficiente). A mio avviso una ONG dovrebbe anche lavorare attivamente per eliminare le cause del bisogno su cui opera, attraverso advocacy, policy, lavoro culturale, comunicazione, ricerca (a seconda del campo di intervento). Non serve buon cuore, eroismo, protagonismo. Serve testa, competenza, visione di insieme.

La questione delle emergenze, e della loro eventuale “convenienza”, è importantissima. Ma anche qui ben altra profondità ci vorrebbe. Intanto mi sarei aspettata un bel capitolo sui meccanismi generali di funzionamento dei finanziamenti europei, nazionali e internazionali. Forse un po’ noioso per il lettore, ma non sarebbe fuori luogo almeno dire che una organizzazione che vuole fare interventi di ampio respiro nella maggior parte dei casi deve avere capacità di anticipare in buona parte le spese. Questo in certi casi spiega la pratica di “accumulare” risorse per uno o due anni successivi, nelle forme che sono consentite a ciascuna realtà. Chiedetelo a tutte le piccole ONG “morte di crediti”: ve lo confermeranno.

Interessante anche il fatto del carattere temporaneo degli interventi: se un’emergenza è tale deve iniziare e finire. Sante parole. Peccato che a volte neanche le emergenze vere finiscono (perché chi dovrebbe attivare le risorse ordinarie non lo fa, in genere). Figuriamoci quelle presunte. Resta il fatto che se teorizzassimo (nel migliore dei mondi possibili) che le ONG dovrebbero limitarsi a interventi circoscritti a integrazione di quando dovrebbero fare, che so, gli Stati, poi sarebbe un po’ contraddittorio accusarle di “precarizzare” il personale. Il personale in quel caso dovrebbe lavorare solo per la durata del singolo progetto, poi stop (altrimenti mi fa ad aumentare il budget spero per “mantenere l’organizzazione” e mi fa fare brutta figura….). Come esempio di progetto definito e presto chiudibile magari non avrei scelto l’esempio “istituire un campo profughi” (che non è che una volta istituito uno lo lascia lì e se ne torna a casa), ma questi sono dettagli, se vogliamo, espositivi.

Non mi dilungo oltre. Avrei voluto leggere del processo di “progettizzazione” degli interventi sociali; dei farraginosi meccanismi di gestione dei fondi europei, che rendono di fatto impossibile utilizzarli per le attività a cui sono destinati; delle tante, profonde contraddizioni, in cui questo ormai strutturale “terzo settore” si dibatte in Italia. Non è in questo libro che io possa trovare spunti di rilievo. Purtroppo non mi è stato molto d’aiuto neppure per le mie ricorrenti e tormentate riflessioni sul fundraising e sulla comunicazione. Nel migliore dei casi le spese di comunicazione sono etichettate come inutili e moralmente discutibili, quando non ridotte alla mera marchetta della star bisognosa di pubblicità. Mi preme, nel mio piccolo, precisare che: a) l’adozione di Madonna in Malawi non è proprio un caso tipico di testimonial famoso e mi pare compaia un po’ impropriamente in questo contesto; b) ho avuto il piacere di incontrare molti “famosi” che si mettono davvero al servizio di cause importanti, anche e soprattutto gratis. Ma comunque non era di questo che mi sarebbe interessato parlare.

Conclusione? La raccomandazione di non fare donazione in contanti (specialmente a loschi figuri che vi attaccano bottone per strada o vi vengono a suonare a casa) non posso che condividerla, ma non serviva evidentemente un'”inchiesta” come questa per farvela. Forse chiuderò questo post deluso e deludente con la saggia frase di Stefano Zamagni: “Non dico che tutti siano costretti a conoscere il mondo del non profit, per carità, ma sarebbe bene che almeno chi si mette a scrivere un libro su questo mondo un po’ di cultura sul tema ce l’abbia”.

Campagna elettorale – rimuginamenti


“Politica italiana: non lasciamoci scoraggiare”. Mi casca l’occhio sulla copertina rossa di Aggiornamenti Sociali di questo mese e non posso fare a meno di sfogliarlo. Perché sono scoraggiata, molto scoraggiata. Di più. Vivo con crescente fastidio la campagna elettorale che avanza sui social network. Evito accuratamente telegiornali e dibattiti televisivi. Ad ogni annuncio di candidatura del “mio” mondo (terzo settore e società civile, in genere) provo una fitta allo stomaco. Però sono anche consapevole che così non va mica bene: non è così, perseverando in questo evitamento codardo e snob, che ritengo giusto vivere.

Mi leggo dunque (e esorto anche voi a farlo, se vi interessa il tema) l’editoriale a firma di Giacomo Costa sj, intitolato, giustappunto, “Dov’è il nostro coraggio?”. Non è che sia stata illuminata sulla via di Damasco, intendiamoci. Però ho aggiunto qualche elemento ai vari rimuginamenti contrastanti che mi porto dietro in questi giorni. Provo, soprattutto per fare un po’ d’ordine, a condividere qui qualche punto. Spero che stavolta siate meno timidi del solito e contribuiate nei commenti a chiarirmi le idee.

1. “La nuova frontiera della politica è quella fra democrazia e populismo, che rimpiazza la vecchia opposizione tra destra e sinistra”. Questo mi convince abbastanza, anche se, sotto sotto, mi spaventa un po’. Mi spiego meglio. Costa sostiene che “la politica che sta tornando alla ribalta a questo proposito è probabilmente un po’ più chiara”, etichettando come “posizioni populiste” più o meno quegli stessi movimenti e partiti (vecchi e nuovi) che così definirei anche io. Il che però, francamente, non ci lascia con molte alternative. Se poi si considerano le necessarie coalizioni, la prospettiva futura non è tanto confortante. Il populismo al governo ce lo beccheremo matematicamente. Rispetto poi al venir meno di destra e sinistra, credo sia vero, ma non lo trovo confortante. Rimando alle considerazioni fatte sul Movimento 5 Stelle (confermate, peraltro, dai chiarimenti forniti dal Movimento stesso in base alla polemica relativa alle posizioni di Grillo su Casa Pound). Forse, anzi sicuramente, sono legata a vecchi schemi: ma un consenso basato solo su un programma, magari assai parziale e generico, non mi sembra sufficiente per esprimere una preferenza elettorale. Le scelte di Governo sono molto più complesse dei programmi. Mi piacerebbe sapere a chi sto dando la mia fiducia, al di là del programma che mi presenta. E non parlo di conoscenza dell’individuo: gli individui, ahimé, difficilmente possono essere davvero scelti dagli elettori. Per non parlare del fatto che le persone avranno un mandato non come singoli individui, ma come membri di Partiti e Movimenti. Non mi basta sapere che Tizio o Tizia sono onesti, carini, simpatici, alla mano, ammirevoli per la loro vita privata. Voglio sapere “chi è” l’organizzazione che li candida. In questo le ideologie, consentitemi la rozzezza, un po’ aiutavano. Ora sono un po’ persa.

2. Mi rendo conto che il mio lavoro distorce fortemente la mia valutazione politica. Il che probabilmente, come ogni particolarismo, è un male e non aiuta a non scoraggiarsi. Ho letto (e twittato) i documenti dell’ASGI e dell’UNHCR che richiamano le parti politiche a riforme urgenti in materia di immigrazione e asilo. Valuto positivamente il documento di lavoro del PD in materia. Resto però convinta che tali questioni dovrebbero essere affrontate in maniera trasversale e quindi non essere prerogativa di una o dell’altra parte politica. Eppure il fatto che alcune parti politiche dichiarino, almeno in teoria, di volere affrontare la questione e altre non lo dichiarino può essere un elemento di valutazione. O no?

3. Mi infastidisce moltissimo, da qualunque parte venga, tutta questa enfasi sulle candidature. Come spiegavo prima, questi fari accesi sui singoli non mi paiono utili a capire in che direzione si intende governare il Paese e con quali priorità. In particolare mi viene l’orticaria istantanea a sentire parlare di: candidature di “extracomunitari”; candidature di donne; candidature di personaggi (in quanto) visti in tv. Sono talebana, lo so. In qualche modo si deve pur comunicare, mi obietterete. Ma non trovate che ci sia una scollatura intollerabile tra il messaggio della campagna elettorale, in cui pare che tutto dipenda dal singolo, e la realtà del governo e del Parlamento, dove quelle persone tanto sponsorizzate magari non arrivano neanche o, se pure ci arrivano, hanno poca o nessuna possibilità su decisioni prese da altri e secondo fumosissime altre logiche? E con questo non voglio affatto dire che la politica sia troppo complicata per noi comuni mortali e che debba essere lasciata agli “specialisti”. Voglio proprio e solo dire che è poco trasparente.

Lettere dal mio passato


Ieri mi sono trovata sottomano le non moltissime lettere (6 in tutto) scritte ai miei da Gerusalemme, durante il mio soggiorno di due mesi per il quale usufruivo di una borsa di studio per lo studio dell’ebraico moderno. E’ stato un periodo molto intenso per me, un’esperienza davvero importante, a cui ripenso ancora oggi. Sere fa, con alcune amiche, ne ripercorrevo gli aspetti più comici, che certo non sono mancati. Questo mi ha spinto a ricercare le lettere. Va però detto che, a soli dieci giorni dal mio arrivo, è successo questo: io ero uno dei “summer students” menzionati nell’articolo e viaggiavo sull’autobus successivo della stessa linea, perché avevo trovato pieno il precedente. Le comunicazioni non erano quelle di oggi. Si telefonava con molta difficoltà e anche le lettere non arrivavano rapidamente. Niente web a disposizione, ovviamente.

Nelle lettere ai miei ho ritrovato aspetti di quel soggiorno che avevo dimenticato, o che ricordavo solo parzialmente. La testimonianza schiacciante che, per la prima e credo unica volta, contavo i giorni per tornare a casa. La fatica rispetto alla scomodità della logistica e la costante tensione che avvolgeva le nostre giornate. Il malcelato fastidio per lo stile generale, tutto ideologico, della didattica. A loro lo raccontavo in tono giustamente scanzonato e mi commuove anche il mio ingenuo modo di ringraziare i miei genitori per aver reagito in modo composto alla notizia dell’attentato (il mio fidanzato, appena ha saputo che non rientravo in Italia immediatamente ma continuavo il periodo di studio previsto, non ha più voluto avere contatti con me fino al mio rientro, offeso). Ma traspare anche la mia incertezza in un contesto di cui non sapevo molto, in un momento politico tra i più complicati (in quei giorni si firmavano gli accordi di Oslo 2 tra Arafat e Rabin, a novembre, poco dopo il mio rientro, hanno ucciso Rabin).

Vi racconto questo per dire che no, non vi propinerò l’intero epistolario. Estrapolerò i racconti più ironici e divertenti e forse qualche passo più serio qua e là. Rileggere, oltre ai miei scanzonati temi di prima media, anche queste testimonianze di ventiduenne mi aiuta a far pace con la giovane che sono stata, che non è stata in grado allora di fare alcune scelte che probabilmente avrebbero migliorato molto la sua (e mia) vita. Però faccio presto a dirlo io, disincantata quarantenne. La giovane studiosa un po’ arrogante ha fatto del suo meglio. L’ho rivista girare per il campus in cerca di una chitarra in prestito per ravvivare un po’ l’ambiente, o persino telefonare a perfetti sconosciuti (cosa che mi mette a disagio ancora oggi) anche per aiutare una nuova amica che aveva la prospettiva di rimanere un anno intero in quel luogo infame: e penso che in fondo fosse, a modo suo, molto più generosa di quanto ricordassi.

Ma si sceglie davvero?


Che io possa avere la forza di cambiare le cose che posso cambiare, che io possa avere la pazienza di accettare le cose che non posso cambiare, che io possa avere soprattutto l’intelligenza di saperle distinguere (Tommaso Moro).

In ufficio, dal momento che aleggia la cicogna (due colleghe e un consulente in dolce attesa), mi è capitato di ascoltare, senza esserne parte, una animata conversazione in merito all’opportunità o meno delle vaccinazioni. Confesso che l’argomento, ad oggi, non mi appassiona molto, ma di riflesso mi è sorta spontanea una riflessione che, come ogni rimuginamento che si rispetti (e come il mio giro vita dopo le abbuffate festive), si è allargata in tutte le direzioni.

I neogenitori o futuri genitori spesso si accaniscono rispetto ad alcune scelte che influirebbero gravemente sul futuro dei figli: ad esempio ieri l’enfasi era appunto sulle vaccinazioni e sul battesimo. A prescindere dalle mie scelte in merito, mi colpisce come sempre la convinzione sincera con cui questi futuri genitori argomentano che non sarebbe legittimo fare scelte che condizionano la vita del figlio, che se si può è meglio rimandarle a quando potranno farle autonomamente, etc.  Quello che mi sorprende è che in realtà difficilmente il dibattito e i dubbi esistenziali dei genitori si appuntano su altri elementi, che se vogliamo ben di più condizionano il presente e il futuro dei nostri figli.

Facciamo un esempio? Dove viviamo. Il particolare non è irrilevante. Compulsiamo statistiche tra i presunti legami tra vaccinazioni e autismo e poi magari abitiamo in una delle regioni in cui le percentuali di tumori sono straordinariamente sopra la media (vedi Taranto e dintorni, giusto per fare un esempio). Penseremmo davvero di pianificare un trasferimento dell’intera famiglia su queste basi? Direi che solitamente nessuno ci pensa sul serio. Sarebbe irrealistico, insostenibile nella stragrande maggioranza dei casi. O magari ci facciamo mille problemi su battezzare o meno, su far frequentare l’ora di religione o meno, preoccupati di non influenzare la libera scelta dei nostri figli, e non pensiamo che li influenziamo eccome, con le nostre risposte alle domande (del cavolo o meno) che ci pongono, e più ancora con il nostro comportamento quotidiano. Senza voler sminuire una scelta formale (o, per chi ci crede, un sacramento), mi piacerebbe sapere come immaginiamo che i nostri figli possano svegliarsi un giorno “quando saranno grandi” e fare una scelta propria, indipendente da cosa abbiamo fatto o non fatto noi.

I genitori, si sa, non si scelgono. Lo abbiamo imparato tutti, a nostre spese. E ora che siamo genitori, noi alcune scelte possiamo sì farle (guai se così non fosse), ma tante altre no. Mettere le priorità è un compito non ovvio di ogni giorno, che richiede una visione d’insieme che non sempre abbiamo la lucidità di avere. Credo che l’aforisma con cui ho aperto il post dovrebbe essere incorniciato e dato in omaggio a tutti i genitori fin dal corso pre-parto. Credo che ogni tanto faccia anche bene chiedersi se le scelte che ci paiono tanto vitali da paralizzarci o da farci combattere aspre battaglie lo siano davvero. A volte è davvero così. Tante altre, onestamente, no. O meglio: non è davvero il benessere dei nostri figli a essere in gioco. E’ piuttosto la nostra necessità di tranquillizzarci, di affermarci, di conformarci o di distinguerci, o magari anche solo di provare a noi stessi che stiamo facendo del nostro meglio come genitori. Il che, intendiamoci, non è condannabile: quasi tutti, in un modo o nell’altro, lo facciamo. La domanda da porsi, semmai, è dove sta il confine tra quello di cui abbiamo bisogno noi e quello di cui hanno bisogno loro (e possibilmente anche il resto del mondo).

Ma sto un po’ divagando dall’idea originaria di questo post. A proposito di scelte, si avvicina il momento del voto. Qui sì che si è sopraffatti da una sconfortante sensazione di non poter scegliere. Tale sensazione è acuita dal disagio di vedere, qua e là sul web, le reazioni alle candidature che sono state decise in questi giorni. C’è chi è stato escluso e se ne lamenta, c’è chi è stato inserito, stappa lo spumante e riceve felicitazioni. Certo è che la maggior parte dei giochi per il futuro Parlamento sono stati fatti in questi giorni e dipendono abbastanza marginalmente dal voto degli elettori. Perdonatemi se sono impropria: la politica non è il mio campo, spero che qualcuno possa smentirmi. Ma certo che è questa l’impressione. E non è bello.

Se si volesse rincarare la dose, aggiungerei che nelle reazioni dei candidati (ormai forse fin troppo visibili, vista la presenza nei social) non traspare, come vorrei, il peso e l’urgenza di mettersi a servizio di un Paese che vive un momento delicato e difficile. Non si può fare di tutta l’erba un fascio, intendiamoci. Ma dalla prospettiva di noi modesti operatori del sociale c’è ben poco da stare allegri. In certi casi ci troviamo ad augurarci che candidati, pur abbastanza blindati, non riescano nell’intento, che li strapperebbe a un buon lavoro finora fatto e oggi non meno necessario. In altri, francamente, ci viene solo da sospirare amaramente. Ma forse, anche qui, sbagliamo prospettiva. Difficile non pensare che l’affermazione e, in un certo senso, il tornaconto personale abbiano un peso in alcune nuove candidature. Anche questo, intendiamoci, è legittimo – in un certo senso. Non mi sento davvero di biasimare qualcuno che, dopo una vita passata a sbattersi variamente con scarsa gratificazione, magari provi una via in cui tale sbattimento possa essere messo a profitto con serenità e molto minor fatica. Io stessa, quando ho provato fuori tempo massimo il concorso da ricercatore non sono stata estranea a tali ragionamenti (fatte, si intende, le debite proporzioni).

E anche lì, sono stata io a scegliere virtuosamente di restare una operatrice del sociale un po’ sfigata? No, andiamo, non è stata una scelta mia. Non solo. Un po’, come tutti, ho scelto, un po’ ha scelto il mio inconscio, molto sono state le circostanze a scegliere per me. Per cui, piuttosto che predicare, mi verrebbe da chiedere come posso contribuire, nel mio piccolo, a portare il mio Paese fuori da questo pantano di sconforto.

Impulsi e proponimenti


Un anno iniziato senza veri propositi quasi non sembra nuovo. Eppure di fatto è andata così. Non sentivo alcun bisogno di enfasi o di promesse, nella mia vita attuale. Per certi versi, qualcosa di nuovo c’è. Avverto una pericolosa tendenza a cedere agli impulsi e alle frivolezze. Perciò oggi, armeggiando con le chiavi dell’ufficio, ho individuato per il 2013 alcune ferme intenzioni:

1) Andare a San Siro a vedere il Boss il prossimo 3 giugno. E qui la frittata ormai l’ho fatta: ho già il biglietto (in effetti anche due, ma questo si deve alla mia particolare storditezza dovuta a serata eccessivamente alcolica… rimedieremo). Non ho resistito. Il pensiero corre a una vita fa, alla E Street Band dal vivo al Filaforum da Assago. Io e la mitica Milic (qualcuno segue Radio Rock? Sì, proprio lei). Biglietti eroicamente procurati da mia sorella con lunga fila notturna a piazza Duomo. Entrata ordinata, posti splendidi. E, prima del concerto, un calice di prosecco porto da due sconosciuti. Così. Quelle magie che non si programmano.

2) Un weekend a Torino con Meryem. E’ giunta l’ora di tornare sul luogo dei miei sogni giovanili. Torino è questo per me, la città dei progetti e delle speranze. Anche inverosimili, chiaramente. Ripenso a una gita a Superga, in quei pellegrinaggi non propriamente miei, ma condivisi con sereno cameratismo. A una mansardina vista Mole che era per me la manifestazione tangibile della fortuna. A una caffetteria dove premiarsi con una fetta di torta. E, più di tutto, alle Alpi. Non c’è niente che catalizza i sogni come l’aria tersa delle Alpi.

3) Vacanze in compagnia. Questo è un impegno solenne. Bello godersi l’intimità con mia figlia, ma nel 2013 voglio socializzare. E lo farò, in un modo o nell’altro.

4) Dite che ci andrebbe anche qualche intendimento professionale? Non lo escludo, ma oggi l’unico proposito serio che ho a riguardo è di utilizzare proficuamente tutte le mie ferie. Ma no, in realtà non è del tutto vero. Mi piacerebbe essere così farfallona, ma l’anima della calvinista non muore mai. Per cui…

5) E’ un’idea ancora un po’ fumosa, ma vorrei sfruttare un po’ di più la via vita sui social per la causa dei rifugiati. Mi sembra una tappa abbastanza logica. Insomma, se da grande devo essere una influencer, che sia per una valida ragione. Anche perché se vi aspettate consigli sulle scarpe o sull’arte del ricevere sareste messi davvero male, non ne convenite?

6) In coda butto lì una intenzione che forse avrà bisogno di ancora più tempo per sedimentarsi davvero. Mi piacerebbe scrivere qualcosa e pubblicarlo. Non so ancora bene cosa, a dire il vero. Spero che l’ironia e l’autocritica mi salvino dagli sproloqui inutili e dalle sindromi del genio incompreso. Ma un progetto di scrittura, lo ammetto, mi divertirebbe.

Cartoline


Il sole che si riflette sui sampietrini e il cielo blu, in alto, dietro la colonna Traiana. Un indiano immobile in posizione del loto sopra un bastone, tenuto in mano da un compagno. Un gruppo di musicisti suona un tango che rimbalza argentino per tutti i Fori Imperiali. Biciclette, monopattini, tante ragazze in minigonna che si fanno la foto con il cellulare con lo sfondo del Colosseo. E io. In questa città dove sembra esserci almeno un posticino per tutto e per tutti, mi sento a casa. Penso a quante volte, con il pensiero e con il cuore, mi spingo lontano. Forse troppo lontano? Alla fine la mia vita è ed è sempre stata qui.

Un capodanno tra amici. Resto stupita della velocità con cui il tempo passa. Ripenso ai vari Capodanni in cui le lancette dell’orologio parevano perennemente inchiodate sulle 22:25. E mi dico che la faccio sempre troppo difficile. Non era poi così complicato fare la scema per una sera e smetterla di cercare perfezioni inesistenti. La vita non è perfetta.

E ancora una volta, come mi viene istintivo fare, penso: dove vorrei essere? Forse, alla fine, qui. Al mio posto. Senza correre dietro a nulla e a nessuno. Buon 2013 a me.

Storia delle Religioni – una teoria di genere


Disclaimer: il malumore io lo sfogo anche così. Prendete questo post per quel che è, un divertissement politicamente scorretto.

I betili sono tra le più antiche forme di culto attestate nella storia dell’umanità. Chiunque abbia letto Asterix ne conosce la forma: grosse pietre verticali ben piantate nel terreno (se non le trasporta Obelix, che però le chiama menhir). Lo sapete che vuol dire betilo, secondo l’etimologia? bet-il(i), “casa del dio”. Ora ci si chiederà: che cavolo di casa è un macigno piantato nella terra? Beh, è una casa adattissima allo spirito di un morto, che così resta ben chiuso dentro la terra, riceve tanto rispetto e onore e non rompe troppo le scatole a chi è rimasto vivo. Semplificando molto si può dire che siccome gli antichi spesso dei morti avevano una fifa blu, li veneravano. E così le divinità più antiche spesso erano immaginate come (spiriti di) morti da placare in vario modo.

Questa premessa colta ma non troppo serve a illustrarvi meglio il mio colpo di genio storico-religioso di stamani. Si dice (chissà quanto fondatamente) che le culture mediterranee molto antiche – lo so, è un po’ generico, ma passatemela – venerassero una grande divinità femminile, una sorta di Grande Madre, rappresentata spesso in forma di donna ben fornita di tette, pancia, cosce e sedere. “Ma è logico, è tutto chiaro!”, mi sono detta oggi. Cosa c’è di temibile quanto e più dello spirito di un morto? Una madre mediterranea, è chiaro. Onnipresente, onnipotente, dall’ira terribile e dalle manifestazioni d’affetto altrettanto temibili. Nell’immaginario di un antico uomo mediterraneo una figura simile doveva apparire oscura e minacciosa e non possiamo biasimarlo se attribuiva a lei anche le più disastrose calamità naturali. Una madre è meglio tenersela buona, si sarà detto anche il nostro povero uomo mediterraneo (come dicono del resto ancora oggi molti uomini, mediterranei e non). Se proprio non si può piazzarle un betilo in testa, almeno veneriamola.

Quindi, vedete, i culti della dea madre sono vistosamente il prodotto di una cultura di genere. Ma non testimoniano, come sostengono alcune ottimiste e candide antropologhe americane, un maggior protagonismo delle donne nella religione. Anzi. Oserei dire che rivelano una visione prettamente maschile (pur probabilmente condivisa da più di una nuora mediterranea).

Augh, ho detto.

Chiaroscuri


Il tempo va avanti, inesorabile, che tu sia pronta o meno. Pronta per cosa, poi? Ogni anno che passa ci sono pezzi che si perdono inesorabilmente, irrimediabilmente. Ma ce ne sono altri che ci si trova in mano senza averli cercati e altri ancora che sai che faresti bene a buttare, ma invece restano lì e alla fine non sai bene se rammaricartene o no.

Sempre più chiara è la sensazione, andando avanti, che un quadro preciso per tutti questi pezzi non lo possiedo più. Sono sempre troppi, o troppo pochi, per fermarsi in un incastro.

Si va avanti, comunque. Certe volte il cielo terso si porta via anche le più disperate disperazioni. Altre volte un pomeriggio sereno si schianta contro un malumore che non so e non voglio precisare. Chiari e scuri. Freddo e caldo. Anche quest’anno sta finendo e siamo ancora qui.

Priorità


I blog seri hanno un piano editoriale. Io, manco a dirlo, no. Quindi capita che io immagini di parlarvi di qualcosa e poi si faccia avanti sgomitando qualcos’altro. Oggi vi voglio raccontare una storia.

Immaginate una donna in carriera, interprete e docente universitaria di inglese, abituata a lavorare 12 ore al giorno. Ve la immaginate? Direi di sì. Ora aggiungiamo un particolare. Questa professionista vive a Aleppo, Siria. Chiamiamola Rana, ma non è il suo vero nome. Continua a lavorare, anche oggi, ma molto meno di prima. Le classi di più di cento studenti ne ospitano a malapena trenta. In compenso i campus universitari, così come le scuole di tutto il paese, sono piene di sfollati. Famiglie fuggite dai bombardamenti, dai cecchini, dai conflitti a fuoco. Dietro una parvenza di quotidianità, tutto è cambiato. E qui arriva la parte che mi affascina.

“Le cose sono cambiate. Non potete immaginare quanto. Così sono cambiate anche le mie priorità”. Questa professionista inizia, con un gruppo di amici, a cercare di dare una mano a chi è più in difficoltà. Di conoscenza casuale in conoscenza casuale si crea un gruppo. Ci si inizia a organizzare meglio. Così è nata la Famiglia dei Volontari di Aleppo. Un gruppo di siriani che più diversi non si può. Professionisti, insegnanti, artisti, gente comune, laici e religiosi, cristiani e musulmani. Persone che non hanno neanche la stessa idea politica, ma uniti dall’urgenza e dalla voglia di dare una mano. A volte a rischio della vita, in zone dove le grandi organizzazioni internazionali non riescono a intervenire. Pacco viveri dopo pacco viveri, molti siriani devono a loro la sopravvivenza.

Questa storia, che potete leggere sul sito del JRS (per ora in inglese, presto anche in italiano), mi ha fatto pensare. Rana non era certo una professionista della cooperazione. Nessuno degli altri volontari lo era. E’ che in queste circostanze estreme ad alcuni, per fortuna, scatta qualcosa. “Non mi sono mai sentito più vivo di così”, dichiara uno dei volontari. Perché la vita, la normalità, sotto le bombe bisogna difenderla.

Non riesco a dipanare il groviglio di pensieri che mi si è annodato in testa da quando ho letto questo racconto. Non posso fare a meno di chiedermi: noi italiani in circostanze analoghe faremmo lo stesso? Poi oso rispondere: sì. Perché le energie positive, di genuina solidarietà e di entusiasmo, io ogni tanto le vedo trasparire dal grigiume del generale scetticismo. Forse però la domanda è oziosa. Una cosa è certa: da qui non posso che fare il tifo per tutti loro, che – come affermano loro stessi – vanno d’accordo a causa della loro diversità. Ci vuole coraggio per dire una cosa del genere in mezzo a una guerra civile.

Ci sono sere


Ci sono sere in cui anche la commediola americana su Canale 5 ti sembra straziante.

Ci sono sere in cui friggi le cipolle per dare sapore alla zuppa precotta e riesci solo a ungerla un po’.

Ci sono sere in cui pensi di finire il romanzo che hai iniziato sul Kindle e improvvisamente ti pare straziante anche quello (ma fino all’88% non ti era parso).

Ci sono sere in cui mandi un sms, uno solo, e te ne penti pure.

Ci sono sere in cui vorresti ricordare perché solo ieri ti sentivi entusiasta di molte cose.

Ci sono sere in cui lo sai che sei lamentosa, che al limite sei anche ingiusta, ma non ti importa affatto.

Ci sono sere in cui l’unica cosa che ti distoglierebbe dai cupi pensieri sono tutte le piccole cose che non hai. Che prese una per una non hanno alcuna importanza. Però sono le uniche che importano, adesso.

Ci sono sere che comunque finiscono sotto un piumone, con Meryem che respira tranquilla nella sua camera.

E,anche se adesso ti pare di non averne alcuna voglia, domani è un altro giorno. A quel punto avrai voglia di cancellare questo post e, chissà, magari per la prima volta della tua vita di blogger lo farai pure.