Se


Mi ricordo che molti anni fa mio padre mi chiamò in camera sua e mi chiese di comprargli in libreria un libro di poesie di Kipling con il testo a fronte. Lui non parlava l’inglese, ma mi spiegò che una poesia l’aveva colpito in modo particolare e quindi voleva trovarne anche l’originale. Comprai per lui un Oscar Mondadori. La poesia era questa, famosissima.

Mio padre mi ha dato pochi insegnamenti espliciti. Un tipo tanto professorale e potente nei giudizi, eppure sempre assai restio a codificare a noi figlie qualcosa, a rendere in parole chiare e univoche ciò che voleva che cogliessimo di quello che credeva importante. Scherzava sul fatto che se uno è intelligente capisce tutto quello che deve capire da quando ha cinque anni (oddio, Meryem ne ha cinque e mezzo); quindi è inutile perdere tempo a insegnare tanto. Ma sto divagando.

Quella lettura di “Se” sul lettone, accanto a lui, mi è rimasta scolpita nell’anima come una cosa fondamentale, che prima o poi mi sarebbe tornata utile. Forse questo momento è arrivato. Non casualmente, qualche giorno fa, dovendo scegliere una citazione per una pubblicazione del Centro Astalli, mi sono tornati alla mente quei versi.

Se riesci a tenere la testa a posto quando tutti intorno a te
L’hanno persa e danno la colpa a te,
Se puoi avere fiducia in te stesso quando tutti dubitano di te,
Ma prendi in considerazione anche i loro dubbi.
Se sai aspettare senza stancarti dell’attesa,
O essendo calunniato, non ricambiare con calunnie,
O essendo odiato, non dare spazio all’odio,
Senza tuttavia sembrare troppo buono, né parlare troppo da saggio….

Ieri pomeriggio le parole di Kipling sono risuonate forti in me e ho pensato che mi stavo comportando in modo del tutto diverso. In un modo che non mi faceva bene e non mi faceva onore.

Ma stasera non posso fare a meno di pensare che dovrei declamare questa poesia, a voce alta, a intervalli regolari.

Se riesci a sopportare di sentire la verità che hai detto
Distorta da furfanti per ingannare gli sciocchi,
O guardare le cose per le quali hai dato la vita, distrutte,
E piegarti a ricostruirle con strumenti logori…

Mi torna in mente un’altra sera con mio padre. Tornavo da una delle mie prime esperienze da scrutatrice. Lui mi aspettava guardando la tv sul divano del salone. Io ero sconvolta per la prima vittoria di Berlusconi. Non ricordo cosa ci siamo detti. Mi ricordo però che in quel momento ho ripensato a un’altra sera, prima di un esame, in cui mi sentivo male e lui mi aveva fatto bere un sorso di Cointreau e mi aveva fatto sdraiare con lui sul divano, sotto la sua coperta. Ecco, la sera di quello scrutinio ho desiderato che facesse la stessa cosa, che mi consolasse.

Se puoi fare un solo mucchio di tutte le tue fortune
E rischiarlo in un unico lancio a testa e croce,
E perdere, e ricominciare dal principio
e non dire mai una parola sulla tua perdita.
Se sai costringere il tuo cuore, tendini e nervi
A servire al tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,
E a tenere duro quando in te non c’è più nulla

Tranne la Volontà che dice loro: “Tenete duro!”

Cavolo, se ho perso tutto, nella mia vita. Almeno quattro volte, forse un po’ di più. Ma so costringere il mio cuore, i miei tendini e i miei nervi a tenere duro? No, in questo non sono tanto brava. Né per le cose piccole, né per quelle grandi. Il mio massimo successo è seppellire, tenere a bada, in un angolo oscuro del mio cuore.

Se non possono ferirti né i nemici né gli amici affettuosi,
Se per te ogni persona conta, ma nessuno troppo….

Ecco, stasera questo è il verso più difficile. Sono pluriferita. E, ciò nonostante, credo profondamente che si debba “riempire ogni inesorabile minuto / Dando valore ad ognuno dei sessanta secondi”. Forse questa è l’indicazione buona per trovare la strada in questo sconforto.

Che dire?


Ieri ho scritto una decina di bozze di post di commento di questi risultati elettorali. Stanotte meditavo di spostare il discorso su un altro tema, più alto (Dio solo sa quanto bisogno di altezza sento in questi giorni). Però sono anche arrivata alla conclusione che io oggi sono troppo …. (non saprei, completate voi: arrabbiata? depressa? delusa? ci vorrebbe una parola molto più forte, che le comprenda tutte) per pensare e scrivere qualcosa di alto.

E allora me la cavo con una citazione lunga. E’ un testo del 1995. L’ho leggermente sintetizzato, eliminando qualche passaggio tecnico. Ovviamente, essendo un documento di gesuiti per gesuiti, non lo condivido al 100% in alcuni passaggi. Ma se ci fosse un partito che ha questo testo come programma, lo voterei con molti meno sospiri di quanto non abbia fatto domenica scorsa.

Buona lettura.

La lotta per la giustizia ha un carattere storico progressivo, che si manifesta gradualmente nell’impatto con i bisogni mutevoli di culture, epoche e popoli particolari. Le Congregazioni precedenti hanno richiamato l’attenzione sulla necessità di lavorare per il cambiamento delle strutture in campo socioeconomico e politico , quale dimensione importante della promozione della giustizia. Esse ci hanno inoltre impegnati a lavorare per la pace e per la riconciliazione attraverso la non violenza; a lavorare per abolire ogni discriminazione contro le persone, basata sulla razza, la religione, il sesso, l’appartenenza etnica o la classe sociale; a lavorare contro la povertà e la fame crescenti, mentre la prosperità materiale si concentra sempre più nelle mani di pochi

In tempi recenti ci siamo resi sempre più conto di altre dimensioni della lotta per la giustizia . Il rispetto per la dignità della persona umana sta al fondo della crescente presa di coscienza internazionale dell’ampia gamma dei diritti umani. Questi includono: diritti economici e sociali, quanto alle necessità di base per una vita in condizioni degne; diritti personali, quali la libertà di coscienza e di espressione, e il diritto di praticare e di condividere la propria fede; diritti civili e politici a partecipare pienamente e in libertà al processo della vita nella società; diritti allo sviluppo, alla pace e a un ambiente naturale sano. Essendo le persone e le comunità strettamente in rapporto tra loro , importanti analogie sussistono tra i diritti delle persone e quelli che vengono talvolta chiamati i “diritti dei popoli”, come l’integrità e la salvaguardia culturale, il controllo del proprio destino e delle proprie risorse.

Nel nostro tempo vi è una crescente coscienza della interdipendenza di tutti i popoli circa una comune eredità. La globalizzazione dell’economia mondiale e della società avanza a grandi passi, alimentata dagli sviluppi tecnologici, dalle comunicazioni e dagli affari. Benché tale fatto possa apportare molti benefici, può comportare però anche un massiccio accrescimento di ingiustizie. Per esempio: programmi di aggiustamenti economici e forze di mercato che non si curano affatto delle loro ripercussioni sociali, soprattutto sui più poveri; la “modernizzazione” omogenea di culture in modi che distruggono queste e i valori tradizionali; una disuguaglianza crescente tra nazioni e, nelle stesse nazioni, tra ricchi e poveri, tra potenti e marginalizzati. Con giustizia, noi dobbiamo contrastare tutto ciò, lavorando alla costruzione di un ordine mondiale di vera solidarietà, in cui tutti possano avere, come è loro diritto, un posto al banchetto del Regno .

La vita umana, dono di Dio, deve essere rispettata dai suoi inizi sino alla propria fine naturale. Noi ci troviamo sempre più di fronte ad una “cultura di morte”, che spinge all’aborto, al suicidio e all’eutanasia, alla guerra e al terrorismo, alla violenza e alla pena capitale come vie per risolvere i problemi, alla consumazione di droghe, prescindendo poi dal dramma umano della fame, dell’aids e della povertà. Dobbiamo invece incoraggiare una “cultura di vita”. Questo, se davvero ci si prova a farlo, comporta: promuovere soluzioni alternative – realistiche e moralmente accettabili – all’aborto e all’eutanasia; sviluppare con attenzione un contesto etico per la sperimentazione medica e l’ingegneria genetica; lavorare per distogliere le risorse dalla guerra e dal traffico internazionale di armi, a favore dei bisogni dei poveri; creare possibilità che aprano la vita delle persone alla significatività e alla capacità di impegno, anziché all’anomia e alla disperazione.

Il desiderio di preservare l’integrità della creazione è implicito nell’attenzione sempre maggiore verso l’ambiente naturale . L’equilibrio ecologico e un impiego ragionevole ed equo delle risorse del mondo sono elementi importanti di giustizia a favore di tutte le comunità del nostro “villaggio globale” odierno e concernono anche le generazioni future, che erediteranno quanto abbiamo loro lasciato. Lo sfruttamento senza scrupoli delle risorse naturali e dell’ambiente naturale degrada la qualità della vita, distrugge le culture e sprofonda i poveri nella miseria. È necessario, da parte nostra, promuovere atteggiamenti e linee di condotta che generino relazioni responsabili con l’ambiente naturale in cui viviamo e del quale non siamo che gli amministratori.

La nostra esperienza degli ultimi decenni ci ha dimostrato che il cambiamento sociale non consiste soltanto nella trasformazione delle strutture economiche e politiche, dato che tali strutture sono esse stesse radicate in valori e atteggiamenti socio-culturali. La piena liberazione umana, per il povero e per tutti noi, suppone lo sviluppo di comunità di solidarietà – sia di base e a livello non-governativo, sia a livello politico – in cui tutti si possa lavorare insieme per uno sviluppo umano integrale ; tutto ciò nel dinamismo di un accettabile e rispettoso rapporto tra i diversi popoli, le differenti culture, l’ambiente naturale e il Dio che vive in mezzo a noi.

Situazioni urgenti
La marginalizzazione dell’Africa nel “nuovo ordine mondiale” fa di questo intero continente il paradigma di tutti gli emarginati della terra. Trenta dei Paesi più poveri del mondo si trovano in Africa. I due terzi dei rifugiati del pianeta sono africani. La schiavitù, la colonizzazione e il neo-colonialismo, i problemi interni di rivalità etniche e la corruzione hanno creato in questo continente un “oceano di sventure”. C’è però anche molta vitalità e grande coraggio nel popolo africano, che lotta insieme per preparare un avvenire a coloro che arriveranno dopo.

La caduta recente dei sistemi totalitari nell’Europa dell’Est ha lasciato dietro di sé rovine in tutti i campi della vita umana e sociale. La gente è messa di fronte a compiti difficili di ricostruzione di un ordine sociale che permetta a tutti di vivere in una comunità autentica, lavorando per il bene comune e rendendosi responsabili del proprio destino. Nel passato, molte persone hanno dato una notevole testimonianza di solidarietà, fedeltà e resistenza. Ora essi hanno bisogno della cooperazione e dell’assistenza fraterna della comunità internazionale nella loro lotta per un avvenire di sicurezza e di pace. 

I popoli indigeni, in molte parti del mondo, isolati e relegati a ruoli marginali, vedono la loro identità, la loro eredità culturale e il loro ambiente naturale di vita minacciati. Altri gruppi sociali – come ad esempio i Dalits, considerati “intoccabili” in alcune zone dell’Asia meridionale – soffrono di una pesante discriminazione sociale, nella società civile e anche ecclesiale. 

In molte parti del mondo, anche nei Paesi più sviluppati, forze economiche e sociali escludono milioni di persone dai benefici della società. Disoccupati in permanenza, giovani senza alcuna possibilità di impiego, fanciulli sfruttati e abbandonati nelle strade, vecchi soli e senza protezione sociale, ex-carcerati, tossicomani e malati di AIDS: tutti costoro sono condannati a una vita di desolante povertà, marginalizzazione sociale e precarietà culturale. 

Al momento attuale ci sono nel nostro mondo più di 45 milioni di rifugiati e di profughi, di cui l’80% sono donne e bambini. Ospitati spesso nei paesi più poveri, essi devono affrontare un impoverimento crescente, la perdita del senso della vita e della cultura, con il venir meno della speranza, anzi, con la disperazione che ne consegue.

Così vicino


Un meeting come ne ho visti molti: brainstorming, fogli appesi alle pareti, proposte di formulazione e dibattiti, parole chiave, obiettivi generali e specifici. Però io non riuscivo a staccare lo sguardo dalle mani del mio collega siriano. Dita lunghe, controllate, ordinatamente intrecciate sulla superficie del tavolo. E non smettevo di pensare: io starei gesticolando ininterrottamente da ore. Ma come cavolo fa.

Anche la voce è tranquilla. Spiega paziente, cartina alla mano, la complessa geografia siriana. Parla della tragedia quotidiana di tutti loro, lui compreso. Anche chi non è (ancora) stato costretto a lasciare la propria casa è comunque privo degli standard minimi: mancano pane, acqua, elettricità. Il gasolio e la benzina scarseggiano, si trovano solo al mercato nero al 1000% del loro prezzo. La moneta si è svalutata del 100% rispetto al dollaro. Le medicine sono introvabili: l’80% dei medicinali era prodotta nazionalmente, da fabbriche da tempo distrutte o comunque chiuse. In tutta la Siria settentrionale i medicinali per il cancro sono finiti. Non si trovano più neanche le medicine per la leishmaniosi cutanea: tipica di Aleppo, se non è trattata subito mangia la pelle, soprattutto del viso. E’ grave oggi che fa freddo, non si può immaginare che sarà con l’arrivo dell’estate e il parassita al massimo della diffusione.

E poi c’è tutto il resto. I combattimenti, l’odio che cresce, la sete di giustizia che diventa sete di vendetta, il collasso assoluto di qualunque forma di vita civile organizzata. “Abbiamo smesso di contare i morti”. Si scalda appena, Elias, quando ripete, più e più volte, che quello a cui i siriani non si rassegnano è l’indifferenza e il silenzio della comunità internazionale. Quando l’Università è stata bombardata il primo giorno di esami, uccidendo centinaia di studenti, i media del mondo non hanno ritenuto che fosse una notizia significativa.

Ma poi si ricompone. I rapporti delle Nazioni Unite parlano di crimini di guerra da una parte e dall’altra, puntualizza il corrispondente da Ginevra. “Certo. Tutti sono figli di questo regime. Tutti hanno torturato, tutti hanno ucciso. Ma la situazione è molto più complicata di come la dipingono questi rapporti”. “E’ bene”, sostiene Elias, “che l’opposizione sia diversificata: non vogliamo passare da una dittatura all’altra. Una Siria plurale e democratica, questo è il nostro sogno”. Il sogno di tante, tantissime persone, che rischiano la vita ogni giorno per resistere alla violenza.

“Non sottovalutateci”. I civili devono essere sostenuti, ma fanno già moltissimo. E ci parla ancora una volta dei loro team di volontari che arrivano dove le grandi organizzazioni non riescono a arrivare. E lo possono fare perché sono squadre miste, composte da siriani di ogni etnia e religione, divisi persino dalle idee politiche: sostenitori di Bashar al-Assad, attivisti convinti dell’opposizione. Parla dell’impegno di molti direttori della Mezzaluna Rossa locali, che non si tirano indietro, anche se il rischio è continuo. Ogni giorno tutti loro mediano, attraversano le linee, si conquistano con i fatti il rispetto delle due parti combattenti e la possibilità concreta di dare assistenza a tutti. “Anche la semplice distribuzione di un pacco di viveri può essere fatta in modo da contribuire a ricostruire un tessuto sociale di pace e riconciliazione”.

Ma la notte sembra ancora lunga, infinita. La rivoluzione è iniziata il 15 marzo 2011 e per sei mesi è stata assolutamente pacifica. I media, oggi, quando parlano di Siria, lasciano spazio solo agli estremisti. “Il mio popolo è così… semplice. Prima i conflitti si risolvevano con baci e abbracci. Davvero. Non si usava neanche tanto il tribunale. I capi famiglia si incontravano, si abbracciavano, si baciavano e finiva tutto lì”. Cosa servirebbe? Serve tutto, per carità. Aiuti, meglio se non strumentalizzati e partigiani. Prudenza e responsabilità nel descrivere quello che sta accadendo. Ma più di tutto servirebbe che finisca la guerra. Mentre ascoltiamo arriva la notizia di una bomba caduta nei pressi dell’ufficio del JRS a Damasco. “Stanno tutti bene”, commenta telegrafico il direttore internazionale.

Io continuo a guardare le dita di Elias e mi chiedo come si debba sentire a spiegare la sua vita come se fosse una semplice relazione di lavoro. Scegliere le parole in inglese, rispondere a obiezioni che forse suonano persino offensive. A volte, presa dal lavoro qui in Italia, tendo a dimenticare che essere con i rifugiati significa, di solito, vivere in mezzo alla guerra. E, più ancora, dimentico che non solo nei film si è chiamati a scelte di coraggio, decisive. Elias ha avuto con molta difficoltà il visto per venire qui in Europa. Neanche per un momento sembra aver pensato alla possibilità di restarsene qui al sicuro. Da un lato è ovvio. Ma poi ci ripenso e mi dico che non è ovvio. Affatto.

Dublinati


Al liceo, Dublino significava principalmente U2, Guinness e sogni adolescenziali. All’università la moda dell’Irlanda non faceva che crescere (ma ho anche sentito parlare per la prima volta della Grande Carestia) e ho persino azzardato qualche passo di danza. La città, quella vera, l’ho visitata solo molti anni dopo (scoprendola peraltro dimora stabile di famosi papiri). Ma intanto la parola nella mia mente si era sdoppiata: non più solo un luogo, ma anche un verbo. Dublino, io dublino, tu sei dublinato.

Il Regolamento Dublino II, già convenzione dell’Unione Europea, determina lo stato competente per l’esame delle domande d’asilo nell’UE e poi smista opportunamente i richiedenti stessi da un Paese all’altro, per prevenire la malaugurata ipotesi che questi ultimi possano avere una qualche voce in capitolo in merito alla terra a cui chiedere protezione. Sia mai che incappino in un luogo dove hanno qualche amico, parente o familiare. Sia mai che trovino uno stato di cui parlano la lingua o si sentano meno persi. Ti impacchetto, che tu lo voglia o no, e ti rimando al mittente. Anche varie volte di seguito, se necessario. Una regola così ottusa potrebbe trovare una qualche giustificazione in un’Unione Europea che presenti una assoluta uniformità rispetto a procedure d’asilo, esiti delle stesse e misure sociali previste. Nel marasma attuale, non posso immaginare che qualcuno, in buona fede, possa continuare a sostenerne la validità. Eppure.

I rifugiati più disperati e arrabbiati che io abbia mai conosciuto erano tutti dublinati (o dublinandi). Penso a Issa, che dopo due anni e mezzo in Norvegia si trovava sbattuto su una brandina a San Saba. A tanti ragazzi giovani, afghani anche loro, rimasti anni interi sospesi in un’attesa burocratica e incomprensibile: un “Dublino” stampato sul permesso di soggiorno e la spada di Damocle di essere rispediti in Grecia. Nizam stesso, a 19 anni, è stato trasportato in manette sull’aereo tra Amburgo e Roma, guardato poi a vista per tutto il viaggio da due poliziotti armati: il timore che un ragazzino si potesse opporre al Regolamento richiedeva evidentemente misure eccezionalmente severe. Laddove non c’è logica, ragionevolezza e senso, non si può che moltiplicare la forza. Per non parlare dei rifugiati incontrati a Malta, che cercano strenuamente di scappare da una protezione internazionale che ricorda un ergastolo: nel loro caso il Regolamento di Dublino è una condanna a vita che continua a colpire, come un pugile ottuso, anche quando l’avversario è ormai a terra. Penso anche a una famiglia che non ho mai incontrato, che ha preferito scappare alla cieca, di notte, in pieno inverno, con una bambina piccola e senza medicinali necessari, piuttosto che subire un altro trasferimento forzato.

Non mi stupisce molto che l’Unità Dublino in Italia non abbia un front office e che, anzi, il più delle volte dia l’impressione di essere del tutto deserta, visto la mancanza cronica di risposte a qualunque messaggio, ufficiale e ufficioso. Difficile rispondere, difficile rendere conto. Meglio l’anonimato di un meccanismo assurdo. Meglio non esaminare caso per caso tanta disperazione.

Domani questa perla della legislazione europea compie 10 anni. Giusto la settimana scorsa, a Fiumicino, una ragazzo ivoriano di 19 anni si è dato fuoco. Amsterdam ce l’aveva “dublinato”, noi – regolamenti alla mano – lo stavamo diligentemente rispedendo in patria. Intanto, in Germania, la Corte Europea dei Diritti Umani ha sospeso un altro reinvio ai sensi del regolamento di Dublino dalla Germania all’Italia: questa volta si tratta di una famiglia con tre bambini (uno di 2 anni e due gemelli di 10 mesi). I genitori hanno riferito che al loro arrivo a Lampedusa con il primogenito di pochi mesi sono stati alloggiati in un campo sprovvisto di cure sanitarie e alimenti per il neonato. Per giunta dopo circa un anno la famiglia è stata dimessa per scadenza dei termini, nonostante la signora si trovasse al settimo mese di gravidanza dei gemelli. Vista la situazione, si sono trasferiti in Germania, dove i bambini sono poi nati. Ora la Germania non vede motivo di non rimandare la famiglia in Italia: non riconosce loro alcuna particolare vulnerabilità, obietta che le condizioni di accoglienza dipendono da Paese a Paese e comunque non considera credibili i racconti degli interessati. Quindi, via, via. Applicare il regolamento. Per ora la Corte Europea è intervenuta. Ma come andrà a finire?

Intermezzo influenzale


Sarà la febbre che non mi scende e lo stomaco che si spappola a furia di Tachipirina 1000. Sarà la frustrazione di aver dovuto rinunciare, una ad una, a ben tre cose che facevo volentieri. Sarà lo sconforto della madre che si va convincendo che da questa maledettissima influenza non usciremo mai. Insomma, non la faccio lunga, ma oggi sono proprio negativa.

E, come sempre avviene in questi casi, il pensiero corre alle cose, recenti e antiche, di cui non vado affatto fiera. Oggi davvero non mi sento di ballare. Anzi, vi dirò. Guardo il flash mob di S. Francisco e non ce la faccio neanche da lontano a immedesimarmi. Ma il tema, attenzione, è importante. Importantissimo.

Ieri stavo per scrivere qualcosa sulla mia personale esperienza, poi per fortuna non l’ho fatto. Ho letto cose scritte magistralmente da altri e mi sono censurata. Vi basti solo, a mo’ di chiosa al bel post di Chiara, che non succede mica solo a quelle carine come lei. Mica solo alle ragazzine popolari alle medie. Anzi. Se non sei nemmeno questo granché, ci si aspetta doppiamente che le avances siano accolte con gratitudine. L’umiliazione è doppia.

Poi leggo le paure di Silvietta e mi dico che nonostante tutto non le condivido. Da un lato mi auguro che Meryem sa ragazzina e da adolescente sia molto diversa da sua madre. Dall’altro spero che aver così tanto sofferto e sbagliato, come donna, mi aiuti ad accettarla sempre per la creatura meravigliosa che è.

Una cosa nuova


Confesso che le dimissioni di papa Ratzinger mi hanno colpito. Vista l’immensa risonanza mediatica della notizia, sarebbe inutile aggiungere il mio postarello, se non fosse per un motivo, squisitamente personale: voglio fissare questo momento e anche aggiungere un paio di commenti, nell’immenso bailamme mediatico che si sta inevitabilmente generando.

Non sono mai stata una fan sfegatata di questo Pontefice e non ne ho mai fatto mistero, anche di recente su questo blog. Non essendo neanche morto, trovo fuori luogo le glorificazioni a posteriori. Trovo però altrettanto fuori luogo alcuni commenti che leggo in queste ore sui social network. La battuta di spirito ci sta, ci mancherebbe. Alcune erano molto divertenti, peraltro. Ma mi pare puerile ridurre tutto a “chi aveva bisogno di uno così?”.

La Chiesa Cattolica Romana è una grande istituzione della storia dell’Occidente. Dico grande in senso di “rilevante”, evidentemente, senza valutazioni morali o religiose di sorta. Una istituzione proverbialmente restia al cambiamento, anche minimo. Registro dunque con interesse la posizione, già espressa da Benedetto XVI in un libro intervista, sulla legittimità e anzi doverosità delle dimissioni del Papa. Non sappiamo granché, ad oggi, delle motivazioni. Se ci siano o no oscure trame dietro questa scelta. Per oggi vorrei credere di no e pensare che il cambiamento e la trasformazione di questo mondo possa trovare spazio proprio dove uno meno se la aspetterebbe.

Aggiungerei che la modalità del gesto richiama fortemente alla dimensione del servizio, più che a quella (solitamente fin troppo presente in quel contesto) del potere e dell’autorità. Se il Papa non serve più come dovrebbe, si dimette. Il messaggio mi pare importante e pertinente, assai pertinente, anche per la politica.

Senza dunque recedere dalle molte critiche che, da credente (ogni tanto mi pare il caso di precisarlo: ancora ieri qualcuno mi confessava di non aver ben capito se io sia atea o cosa) e da cittadina, formulerei anche oggi nei confronti della Chiesa Cattolica Romana, mi pare giusto che la notizia di oggi non sia sminuita, né drammatizzata. E’ una cosa nuova. Anche la conferenza stampa di padre Lombardi, che ha seguito l’annuncio, è certamente esempio di uno stile di comunicazione più serio e trasparente, probabilmente più credibile, rispetto alle pietose “influenze del Papa” a cui tanto eravamo avvezzi durante il Pontificato precedente.

Altro mi pare prematuro e inutile aggiungere.

Il meno peggio (sempre peggio è)


Ancora una riunione, ancora una presentazione di una scuola nuova e noto con un filo di preoccupazione che ormai sono completamente in balia dello scetticismo e del disincanto. Due ore di religione e un’ora di inglese a settimana (e, forse, un’ora di ginnastica, ma la palestra è in comune con altri istituti e non sempre disponibile). Per le uscite, una volta sì, ora chissà. Si fa quel che si può. La continuità didattica è un ideale a cui tendere. Il primo step è ottenere che la scuola abbia dei recapiti telefonici effettivi. Sapete com’è, ci hanno accorpato. Questo, più che un istituto comprensivo, è un conglomerato eterogeneo di scuole, di edifici, di persone. Un giorno, magari, troveremo anche un senso. Oggi, sinceramente, si fa fatica.

La presentazione è abbastanza onesta, il pubblico si scalda sulle solite questioni, che non sono comunque all’ordine del giorno: l’insegnamento della religione (quantità e contenuti), l’alternativa (organizzata, come si può, caso per caso e anno per anno), l’insegnamento abbastanza improvvisato della lingua straniera, compiti sì compiti no, il partito del modulo contro il partito del tempo pieno. L’informatica come metodologia, solo per chi la sceglie e se la sostiene tutto da solo.

Io mantengo un certo distacco. Mi sono rassegnata. Religione per due ore a settimana sarà. Inglese, evidentemente, non sarà (e toccherà trovare qualche alternativa). Maestre di ruolo, chissà. Che altro posso inventarmi? L’entusiasmo eroico della prima infanzia di Meryem, quando sarei stata (in teoria) disposta a lanciarmi in nidi all’avanguardia alle pendici del Gianicolo, sembra più lontano che mai. Per fortuna non ci hanno mai preso, in quei luoghi meravigliosi. A stento sono sopravvissuta così, ottimizzando orari e spostamenti e convivendo con l’ansia perenne di fare tardi, di non riuscire, di non potere.

Soprattutto mi sono convinta dell’inutilità di ogni sforzo. Alla fine, dovunque mi volti, l’incertezza regna sovrana. Ammiro chi riesce a fare scelte convinte, consapevoli. Io da tempo mi sono persa dietro le chiacchiere incrociate del “dicono che” e ho alzato bandiera bianca. Facciamo che sono diventata fatalista. La mia anima razionale ha avuto solo un sussulto, quando ci è stato spiegato che la valutazione è in voti, in decimi “e ovviamente si parte da 6”. Perché ovviamente? “Ma ti pare che non si mette almeno sei? A un bambino di prima elementare?”, rincalza una mamma seduta accanto a me. Beh, ma la scala della valutazione è importante. Se parti da 6, 7 è un voto di cui preoccuparsi. Poi ritorno sulla terra. E non obietto nulla, mi limito a annuire distrattamente.

Sarà la stanchezza. Sarà che ogni volta che malauguratamente si ha bisogno di un servizio qualsiasi, è uno stillicidio di tentativi andati a vuoto e di rimandi infiniti. Mi sono fatta rifare due impegnative per visite specialistiche per Meryem: da settembre non sono riuscita a prenotarle. Il CUP non disponibile, il servizio non attivo, ma forse lì è meglio di no, aspetta che ti consiglio io. E poi si ricomincia il giro. Mi hanno clonato il bancomat, devo farmi rimborsare 250 euro. La carta è stato facile bloccarla, ma tutti gli altri numerosi passaggi sono faticosissimi. La denuncia oggi no, c’è un fermato. In banca c’è l’assemblea sindacale. La funzionaria si deve operare e la collega non conosce la pratica. Magari è meglio aspettare. “Tanto la cosa importante è bloccare la carta”, mi fa il poliziotto, per la terza volta in una settimana. Sì, ok. Ma prima o poi mi piacerebbe anche rivedere i miei soldi. La pediatra, dopo lunghi agguati telefonici, di fatto mi rimbalza. E’ una febbre virale, aspettiamo, passerà, vedrà che scende, ci risentiamo lunedì.

Non c’è niente di davvero tragico, in tutto ciò, ma giorno per giorno mi monta una strisciante esasperazione che mi corrode, dalle fondamenta, ogni fiducia. Non è bello. E, oserei dire, con questa stessa sensazione guardo l’avvicinarsi della data delle elezioni. Andrò a votare come sono andata al cosiddetto open day delle elementari, certa che non c’è nulla di cui entusiasmarsi. “La situazione sui territori è al collasso“, scrivono oggi ANCI, UPPI e Conferenza delle Regioni e Province Autonome. Si parla dell’Emergenza Nord Africa, ma vale per molte, troppe altre cose.

Non mi piace accontentarmi del meno peggio. Ma ho momentaneamente smarrito gli elementi utili a scegliere le mie battaglie. Quindi per ora non combatto e aspetto umori migliori.

Pozzanghere


Arrivando in ufficio, oggi, ho scattato distrattamente questa foto. Più la guardo e più mi ci ritrovo. Già una volta, anni fa, ho scritto su questo blog che lo scoraggiamento assomiglia a quando ti si bagnano le scarpe e l’umidità inizia a risalirti attraverso le ossa. Per quanto tu ti copra, il danno è fatto. Stamattina già me la sentivo, quell’umidità metaforica nelle ossa. E gli eventi della giornata, inclusi i piccoli e simpatici virus di stagione, non hanno fatto che acuire quella sensazione.

Nessuno è mai morto per aver messo il piede in una pozzanghera, ne sono consapevole. Adesso mi ficco in un bagno caldo reale, aromatizzato con un campioncino che mi ricorda l’intenso ma soddisfacente weekend appena trascorso. Però continuo ad avere un gran bisogno di un bagno caldo metaforico, di un paio di calzini che mi coccolino i piedi nelle mattine di pioggia e possibilmente, prima o poi, di un bel paio di stivali robusti che mi corazzino meglio dall’umidità dell’anima.

555


Fatico più del solito a raccontarvi questa storia. Si potrebbe partire da una barca, carica fino all’inverosimile. Il solito barcone in viaggio dalla Libia a Lampedusa. Si potrebbe cominciare da prima, da un Paese, il Niger, di cui non so praticamente nulla. Come pure nulla so di quelli che M. definisce, laconico, “problemi”. Problemi tali che lo hanno costretto a partire per non tornare mai più, lasciandosi alle spalle un pezzo di se stesso, la sua famiglia, di cui da allora (6 anni e mezzo) non ha più notizie. Ma si potrebbe anche partire da due giovani che fino a 15 mesi fa non avevano quasi nulla in comune. A. viene dalla Somalia, è spigliato e disinvolto, ha la mimica di un attore professionista e anche lui è fuggito senza guardarsi indietro. M. invece è composto, ha occhi profondi e pensosi, un atteggiamento riservato e un sorriso raro ma luminoso. Da 15 mesi il destino li ha uniti. “Noi due, una barca”.

Che domande stupide che facciamo noi, quando l’imbarazzo ci rende tecnici. “Quante persone viaggiavano in quel barcone?”. M. ci guarda con una certa incredulità. Non le ha contate, ci dice. Tante, troppe. Tutte pigiate sul fondo, senza poter respirare. C’erano degli uomini che battevano con dei bastoni chi cercava di salire a prendere aria. Il suo amico, partito con lui dal Niger, è morto così. Soffocato, accanto a lui. Poi qualcuno lo ha aiutato a tirarsi su e a respirare quell’ossigeno che fa la differenza tra la vita e la morte. M. a Lampedusa ci è arrivato. Su quella stessa barca viaggiava A., ma si incontreranno solo dopo, quando tutti i sopravvissuti a quella traversata saranno trasferiti, con una nave militare, da Lampedusa a un centro a Civitavecchia.

E qui inizia la parte della storia che mi fa davvero indignare. E’ sempre la stessa storia, che raccontavo qui e qui. Però applicata a M. e A. forse è di più immediata comprensione, nella sua crudezza. I due, prima da richiedenti asilo e poi da rifugiati, sono stati parcheggiati prima 3 mesi a Civitavecchia e poi, a seguire, in un analogo casermone alla periferia di Roma, dove potranno stare fino al prossimo marzo. Fortunati, direte voi. Almeno non sono finiti per strada. Non sono morti carbonizzati in un sottopassaggio, come è toccato a due rifugiati somali qualche giorno fa. Insomma, dico io. Perché si dà il caso che in tutti questi mesi (circa 15) i nostri amici non abbiamo potuto fare altro che mangiare, dormire e passare il tempo ammassati in una sala comune. Ma come?, abbiamo chiesto noi. E l’orientamento legale? Lo screening medico?Il supporto psicologico? E, più prosaicamente: i corsi di lingua? Le informazioni minime per orientarsi in un Paese in cui sono destinati a restare a tempo indeterminato?

A. mi guarda, sorride, poi prende un foglietto. Scrive un numero: 5 -5- 5. “Loro sono 3, ragazzi. Gentili, eh? Ma noi siamo 555. Che vuoi che facciano?”. M. e A. un corso di italiano, quello del Centro Astalli, se lo sono trovato da soli, alla fine dello scorso ottobre. Ne hanno sentito parlare da un ragazzo del Mali, a Stazione Termini. Arrivare è un viaggio (si parla di ore), loro non hanno neanche il biglietto dell’autobus. Ma da allora, dal lunedì al venerdì, tutti i giorni vengono a lezione per un’ora e mezza. Non mancano mai e i risultati, anche in così poco tempo (la scuola è stata anche chiusa per la vacanze di Natale) si vedono eccome.

Ma io sono sempre indignata. Perché? Intanto perché 555 moltiplicato per la diaria che viene corrisposta all’ente gestore del centro in questione è una bella cifra, che si suppone che sia stata spesa per mettere queste persone nella possibilità concreta di essere autonome sul territorio alla fine di marzo (è stata concessa un’ultima proroga rispetto alla scadenza del 31 dicembre perché fa freddo e allo stato attuale tutti i rifugiati sono destinati a finire sotto i ponti, letteralmente). La scuola che oggi frequentano è del Centro Astalli e non riceve alcun finanziamento: si basa sull’impegno dei volontari e sulle (relativamente poche) risorse che l’associazione investe per il tutor, l’affitto delle aule e la cancelleria. Pensate a che spreco di soldi: enti vengono lautamente pagati per offrire tutti i servizi necessari e si limitano a creare casermoni dormitorio, disattendendo a tutti i loro obblighi. Ma la cosa più grave, più ancora dell’uso dissennato di fondi pubblici in questo tempo di crisi, è il torto spaventoso fatto a M., a A. e a tutte le migliaia di persone come loro. Sono giovani, desiderosi di imparare, di lavorare, di impegnarsi. E fino a questo corso di italiano trovato per caso nessuno in Italia aveva dato loro mezza possibilità.

Anche così non basta, evidentemente. “Cosa farete quando dovrete lasciare il centro?”. M. e A. ci guardano per qualche istante in silenzio. E’ stato qui che il mio collega ha provato a domandare se tornare al Paese, o il Libia dove lavoravano, non sarebbe in qualche modo preferibile. M., con poche parole, spiega che l’alternativa non esiste. “Qui non ho paura”. In Libia aveva soldi, ma viveva nell’incubo quotidiano di essere imprigionato e rimandato in Niger, il che per lui equivale a una condanna a morte. M. ha ottenuto lo status di rifugiato dall’Italia perché ha bisogno di protezione. Indietro non si torna. E dunque? “Speriamo andrà bene. Inshallah. Io posso lavorare. Solo mi manca la lingua. Ma ora impariamo. Inshallah”. E ci sarebbe anche una gamba da curare, visto che qui nessuno ancora ha ancora risolto la cosa (non ho osato chiedere se ci è andato, da un medico). Ma per M. questi, rispetto alla possibilità di vivere, sono ancora dettagli. “Però…. la mia famiglia. Mi manca la mia famiglia.  Quando non ho niente da fare penso. Penso troppo”.

Di storie come questa, per lavoro, ne sento molte. Eppure ogni volta è diverso. Questa per me è più difficile da digerire. Specialmente perché sento i pochi che hanno responsabilità diretta di questi sperperi immorali insinuare anche che “certe popolazioni, si sa, non hanno voglia di integrarsi, non lavorano, sono tutti alcolizzati”. Immaginate vostro figlio, di 19 o 20 anni, in tutte le fasi della vicenda che vi ho descritto. E poi mangiatevi il fegato, come faccio io oggi.

Non capisco


Quarantotto eravamo, e sono uscita viva soltanto io. Molte di loro le ho viste morire, di altre so che fine hanno fatto. Come raccontare a una madre, a un padre, che la loro figlia di vent’anni è morta di cancrena per le botte ricevute da una Kapò? Come descrivere la pazzia di alcune di quelle ragazze a coloro che le amavano? Adesso molti dei genitori, dei fratelli, dei mariti, non ci sono più; le ferite non sono più così fresche. A quelli che restano spero di non fare troppo male. Ma adesso devo mantenere la promessa che ho fatto a quarantasette ragazze che sono morte ad Auschwitz, le mie compagne di lavoro. E a tutti gli altri milioni di morti dei Lager nazisti.

(Settimia Spizzichino, Gli anni rubati)

Ieri sono andata al Teatro Palladium, per uno spettacolo in occasione della Giornata della Memoria. Era dedicato al ricordo di Shlomo Venezia, scomparso pochi mesi fa. Sono stati letti alcuni brani tratti da questo libro, che penso che mi procurerò. Per i primi venti minuti, corrispondenti più o meno all’introduzione degli organizzatori o poco più, mi sono trovata a fare i conti con un pensiero che non mi è del tutto nuovo. Aveva a che fare con la testimonianza, e specificamente con la testimonianza dell'”indicibile”. Non posso fare a meno di pensare alle persone che arrivano, oggi, ora, in questo momento nella mia città e sono sopravvissuti alla tortura. Non a traumi, a violenze, a difficoltà, a violazioni dei diritti umani. Proprio alla tortura strutturata, organizzata, quella che fa riferimento a metodi specifici in tutto il mondo. Non posso fare a meno di pensare che ci sia un nesso tra queste testimonianze: quelle, ormai poche, della Shoah e quelle, per lo più non raccolte né ascoltate, di un numero piccolo ma non insignificante di uomini e donne delle più varie origini.

Un nesso ovviamente non vuol dire precisa corrispondenza o equivalenza. Già mi sento risuonare in mente le proteste, non necessarie, sull’unicità della Shoah e sulla sua irriducibilità a qualunque altra esperienza, sia essa personale o storica. E tuttavia mi colpiscono le parole della moglie di Shlomo Venezia, Marika, riguardo allo straordinario e devastante dolore che a suo marito dava quella testimonianza, necessaria. Il senso di colpa del sopravvissuto. L’immagine del campo che non ti lascia mai, in ogni istante della vita successiva. E visualizzo altri volti, molto diversi tra loro e da quello di Shlomo Venezia.

Credo che il lavoro sulla memoria della Shoah fatto in molte scuole italiane sia eccellente. Mi colpisce la volontà sincera di “passare il testimone” alle generazioni future, perché ciò che è accaduto non diventi mai un fatto storico qualunque, remoto, risolto, come le guerre puniche. Tuttavia credo anche che sarebbe importante riflettere su cosa rende profondamente urgente e importante fare questo. Non  solo l’esigenza di contrastare e arginare chi nega che ciò sia stato. Soprattutto, io credo, si tratta di spiegare a chi non l’ha vissuto che quello che è successo ha una valenza universale. Che riguarda ciascun uomo, in ogni periodo storico e in ogni luogo. E forse il modo più efficace per farlo sarebbe allungare lo sguardo anche alle vittime di oggi. Ai genocidi che non hanno una cultura millenaria capace di tradurne l’assurdo in parole, poesia, musica, danza. Ai familiari che non sono confortati da nessuno nel loro sostegno improbo a chi non è in grado di raccontare cosa gli è stato fatto da altri esseri umani. Intenzionalmente. Scientificamente.

Ma cos’è che non capisci, mi direte a questo punto voi? Non capisco come Evelina Meghnagi e l’Ashira Ensemble non siano in cima alle classifiche musicali di tutti i Paesi del mondo. Non capisco e non mi capacito del fatto che mi sia ancora possibile assistere ai loro spettacoli facilmente, a due passi da casa e spesso pure gratis, quando sarei disposta a comprare il biglietto su internet sei mesi prima. Non capisco perché chi mi sente nominarli pensa che sia la solita roba da nicchiona, non fruibile per i più.

Dicevo che gli aggrovigliati pensieri di questo post li ho fatti nei primi venti minuti. Per tutto il resto del tempo la musica mi ha portato via, fuori dalla sfera delle parole. Sentitela, la voce di Evelina. Sentite la luce che sprigiona, fatevi portare attraverso la pienezza e la complessità della vita nelle sue minime sfumature. Ma non cliccate su un video qualunque. Andateci, di persona. E poi ne riparliamo.