Sulle classi miste (competizione, variazioni sul tema)


Quando ho iscritto Meryem alla scuola materna ho assunto come dato di fatto che le classi erano composte da bambini di varia età. A dirla tutta, dovevo il mio inserimento proprio a questo. In una classe che si era formata l’anno precedente, casualmente del tutto omogenea, si erano quell’anno liberati tre posti, uno dei quali è toccato a noi. Meryem, con altre due bambine di 3 anni, si è andata quindi ad aggiungere a una classe composta da 23 bambini di 4 anni.

Delle classi miste, fino a quel momento, mi ero fatta un’impressione del tutto positiva. Le associavo a un’impostazione vagamente montessoriana e, nel nostro caso, per Meryem gli stimoli sono arrivati forti e chiari. In poche settimane faceva disegni degni di questo nome e adesso, all’inizio del secondo anno, è capace di scrivere sotto dettatura e qualcosina anche senza dettatura (non fate commenti, vi prego, sulla prima frase che ha scritto autonomamente in modo corretto).

Meryem comunque non si è mai sentita a disagio, mi pare, rispetto ai suoi compagni. Del resto è più alta di molti di loro e ce l’ha fatta tranquillamente a stare al passo con gli altri. Non mi pare che viva pressioni particolari. Giusto ieri mi annunciava che ha finito il libro delle attività dei 4 anni e ha iniziato quello per i 5 anni (sarà vero? Il dubbio non è motivato dalla mia poca fiducia nelle mie capacità, ma dalla mia certezza che non le farebbero mai iniziare un libro che non mi abbiano fatto acquistare PRIMA. Ma non divaghiamo). Quest’anno ci sono stati tre nuovi inserimenti, di bambini di 3 anni. Meryem mi racconta che tocca a lei e a altri più grandi accompagnarli per mano, immagino quando vanno in cortile (si lamenta che le scappano!) e, in generale, fare da tutor ai più piccolini in vari momenti. Mi sembra utile e positivo e certamente questa esperienza la coinvolge. Certo, l’anno prossimo il cambiamento sarà più massiccio, in termini di sproporzione numerica. I nuovi inserimenti saranno un totale di 20 su una classe di 26.

A questo punto, confesso, che mi sono messa a ripensare a questa cosa delle classi miste, anche sollecitata da altre amiche che hanno scelto o subìto la stessa esperienza. C’è qui dice che non funzionano comunque, c’è chi dice che non funzionano se – come pare avvenire – le maestre non sono molto ben preparate a gestirle. Mi segnalano che alla fine i coetanei formano gruppi separati e alla fine la maestra è costretta a lavorare separatamente con ciascun gruppetto. C’è chi, come me, resta possibilista, ma con qualche perplessità di tanto in tanto. Io non ho la sensazione che nella classe di Meryem ci siano gruppi separati, né che la cosa non funzioni, ma sarà ancora così quando Meryem si troverà solo con bambini più piccoli? Mi rifiuto di entrare nel trip “non la prepareranno adeguatamente per le elementari” (cosa che qualche mamma ha già detto), ma il timore che finisca con l’annoiarsi si insinua subdolo nella mia mente.

Voi cosa pensate della classi miste? Qual è la vostra esperienza? La classe mista stimola la competizione positiva? O, come dice qualche mamma, priva i bambini dell’attenzione specifica che ogni età meriterebbe?

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Figlia di un povero genio


Un bel post su Genitori Crescono, scritto dalla mia amica Veronica, ma più ancora un paio di salaci commenti di due mie simili, Barbara e Silvia, mi tirano fuori da un angolino del cervello una riflessione che è più uno scrupolo. E allora credo che mi tocchi affrontarlo, questo tema della competizione, visto che alla fin fine sono stata io stessa a proporlo a Genitori Crescono (e qualcosa vorrà pur dire).

La frase – ironica – di Barbara (“Poi che c’ entra, noi siamo naturalmente una razza superiore, quindi chi se ne frega della competitività che è lo sfogo naturale di quelli che devono faticare per raggiungere la media”) mi ha illuminato. E’ esattamente così che mi hanno cresciuto. Mio padre, in particolare. Sempre ironico, eh? Sempre con il sorriso sulle labbra. Ma lui lo pensava sul serio. Spezziamo una lancia a favore di quel pover uomo. Lui era un genio davvero. E fare il genitore, per un genio, deve essere il compito più difficile della terra. Perché? Perché chi è un genio in una manciata di campi, è per forza insufficiente e goffo in molti altri. E, cosa più grave, degli altri campi in cui non eccelle spesso, in buona fede, non riesce proprio a vedere la rilevanza (se non addirittura l’esistenza).

Mio padre era la persona meno competitiva della terra. Perché in tutto ciò che valutava importante aveva già vinto e stravinto. A 30 anni aveva il lavoro della sua vita, nel posto più prestigioso a cui un ricercatore con le sue idee potesse ambire (ovviamente non dal punto di vista economico. L’insegnamento accademico, che avrebbe potuto avere a Roma con la libera docenza già conseguita, l’ha sempre rifiutato); aveva sposato la donna della sua vita, convinzione che credo non l’abbia abbandonato mai e di cui non faceva mistero (cfr. i mazzi incredibili di rose rosse, uno per ciascun anno passato dal loro fidanzamento, che inondavano casa ogni 8 dicembre); ma, soprattutto, chiunque lui ritenesse stimabile lo stimava senza riserve.  Aveva poco da competere. Aveva le sue mancanze e i suoi limiti, qualcuno lo giudicava anche rilevante. Ma onestamente era un uomo che sfuggiva a qualsiasi media.

Tutte noi figlie, ovviamente, abbiamo dovuto metabolizzare, nel bene e nel male, cotanto padre. Uno che non aveva assolutamente bisogno di essere severo: i suoi giudizi, espressi o inespressi, cascavano nelle nostre vite con la grazia di meteoriti. Nel mio caso erano (per lo più) giudizi positivi, generosi e a dirla tutta spropositati, che si trascinavano dietro, peraltro, tutta la famiglia. Ancora oggi le mie sorelle sono convinte, a dispetto dei disastri da me combinati nei più vari settori della vita pubblica e privata, della mia superiore intelligenza. La stima è qualcosa che non solo non mi è mai mancata, ma di cui ho subito una overdose. “Lo sai che ti apprezzo tanto”, mi dice di tanto in tanto qualcuno. E io, se non mi freno, parto di capoccia. Il meglio che riesco a fare è restare freddina.

Della stima non so che farmene, mi verrebbe da dire. E allora che caspita vuoi? Da liceale avrei detto che volevo essere inclusa nella vita sociale, che volevo essere più bella, che volevo essere considerata   una femmina e una persona. Oggi, con il senno del poi, mi dico che mi sarebbe piaciuto sviluppare le mie potenzialità in modo più equilibrato. Mi sarebbe piaciuto essere incoraggiata a migliorare là dove facevo più acqua (e non parlo di rendimento scolastico, evidentemente). Ho già detto che ringrazio il pattinaggio e, in particolare, la mia allenatrice per avermi insegnato a perdere un po’ meglio di prima. Ma è stato il tempo, più che altro, a darmi l’allenamento necessario. Uscita, con qualche ritrosia e molto poco spontaneamente, dal campo in cui mi ero abituata a vincere facile (e in cui, manco a dirlo, mio padre mi vedeva benissimo), mi sono trovata a fare i conti con tutto il resto, comprese le mie molte incapacità.

Tornando a me, come persona e come genitore: mi sento superiore? Non saprei. Mi sorprendo ancora a incutere inavvertitamente soggezione. Probabilmente un certo atteggiamento spocchioso lungamente praticato all’Università e dintorni, mi è rimasto nel repertorio. Non a caso, mi sono scelta un compagno che sulla mia presunta intelligenza superiore nutre molti (e fondati) dubbi. Per il resto, mi arrangio come posso. Mi consolo pensando che, non essendo un genio come mio padre, forse mia figlia mi troverà meno ingombrante. Ma spero che non mi ami meno per questo.

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Metti che lei capisce tutta un’altra cosa…


… e ti fa subito l’occhietto, recitava un indimenticato verso di Renzo Arbore che mi ha funestato l’adolescenza (non ci crederete, ma io suonavo il clarinetto). In realtà questa giornata è stata un tale crescendo di equivoci e gag fantozziane che si staglia prepotente del panorama delle mie pur di loro peculiari esperienze. Merita una cronaca a caldo.

I presagi non erano buoni. Tata Silvana mi aveva annunciato che doveva accompagnare la di lei madre a una visita cardiologica alle quattro.  Qui io, che ho il viziaccio di pensare e integrare le informazioni parziali, deduco (erroneamente) che la visita avvenisse nello stesso ospedale dove prima di Natale l’arzilla nonna Gentilina aveva fatto l’elettrocardiogramma, a un tiro di schioppo da casa mia. Errore fatale, si vedrà poi. Parto come un treno con il piano alternativo. Assegno a Nizam la ripresa da scuola delle quattro, in considerazione del nuovo turno notturno (che non lo ha esentato, proprio oggi, dall’alzarsi all’alba, tre ore dopo essere andato a letto, ma questo non potevo saperlo, ‘nevvero?). Il padre temporaneamente presente avrebbe poi, alle cinque, depositato la fanciulla alla lezione di yoga, vicino casa. A quel punto il programma prevedeva una fatale variabile: alle cinque, emersa dalla cripta, io avrei chiamato tata Silvana per valutare la durata della visita e la fattibilità della ripresa della Guerrigliera. Solo avuto il suo ok, mi sarei rassegnata alla mia palestra settimanale. Altrimenti con grande gioia avrei marinato l’allenamento per andare a recuperare la progenie. Mi pareva semplice, efficace e lineare. L’unica variabile che la mia fantasia aveva previsto era che Nizam mi si abbioccasse sul più bello, e per questo avevo puntato una sveglia-promemoria per ricordarmi di chiamarlo intorno alle tre e mezzo (la sveglia non ha funzionato e io me ne sono dimenticata, ma questo è stato il meno).

Vado in ufficio, o almeno ci provo. Linea del tram interrotta. Mi affanno con percorsi alternativi che mi portano, sudata e sbuffante, su un autobus pieno come un uovo, incuneata tra due garrule fiorentine che si raccontavano i casi loro, districandosi tra gomiti, borse e ginocchia altrui. Il clima a Roma è migliore, signora mia. Firenze è proprio in una conca. Afoso d’estate e gelido d’inverno. E poi la vita è più cara. Però c’è la coop. Non c’è fiorentino che non vada alla coop. Non lo chiamano neanche supermercato. La coop è la coop. E così, di argomento in argomento, una delle due ne infila uno particolarmente appassionante: la rara e misteriosa malattia di sua figlia ventunenne. Si diffonde ad illustrare sintomi e potenziali rischi, incluse trombosi, atrofie, emorragie devastanti e malformazioni varie. Qui, complice la penuria di ossigeno, rischio seriamente lo svenimento. Per fortuna siamo arrivati (in perfetta simultaneità con il tram, che intanto ha ripreso il servizio. E come sempre se fossi stata capace di starmene ferma e buona ad aspettare mi sarei risparmiata tanti sbattimenti e nausee e sudate).

Piombo in ufficio in nettissimo ritardo sui tempi di marcia. Ho una riunione alle 11 in altra sede, ma prima devo incastrarne un’altra da me e un paio di lavori preparatori alla medesima. Annaspo, annaspo, sto per farcela, quando mi casca l’occhio sull’ordine del giorno della riunione delle 11. Beh, non era alle 11. Era l’11 gennaio, cioè effettivamente oggi. Però alle 9:30. Aaaaargh. Sono le 9:34. In qualche modo mi smaterializzo (non prima di aver giurato e spergiurato di essere di ritorno per le 11 per la nostra riunione) e riappaio a un paio di km di distanza intorno alle 9:49. Dopo di che, discusso quel che dovevo discutere e smadonnato quel che si doveva smadonnare (si parlava degli afgani a Ostiense), riguadagno l’ufficio a grandi falcate.

Qui il lavoro riprende il suo corso in meraviglioso multitasking (con una pausa per ingollare una non molto dietetica polenta ai quattro formaggi al bar degli energumeni), fino alle 16:10, ora in cui mi rendo conto di non aver chiamato Nizam. Donna di poca fede. Il curdo aveva autonomamente provveduto a individuare la giusta scuola, la giusta classe e anche la giusta bambina. Rassicurata, mi rituffo nelle scartoffie sui rifugiati urbani e riemergo alle 17. Chiamo, come da accordi, tata Silvana. Telefono staccato. Vabbè. Fregandomi le mani per la gioia…. oops, volevo dire rammaricandomi tremendamente, mi appresto a cassare la palestra dal mio programma giornaliero. Quand’ecco che mi chiama mia madre per riferirmi che aveva ricevuto apposita telefonata da Silvana, a cui si era scaricato il cellulare: nessun problema, a riprendere Meryem pensa lei. Posso andare in palestra. Ah, ok. Allora vado, eh? Sei sicura mamma? Sicurissima.

Vado in palestra, ne emergo intorno alle 18:20. Sul telefono un numero x di chiamate perse e un messaggio inquietante della maestra di yoga. Alle 18:16 nessuno si è ancora presentato a prendere Meryem. Per interminabili 15 minuti nessuno mi risponde al telefono. Né Silvana, che lo aveva scarico, né la maestra di yoga (scoprirò che nel laboratorio dove fanno lezione non c’è campo). Alla fine un altro sms: “E’ arrivata la nonna (=Silvana). Aveva perso il treno. Tutto a posto”. Il treno??? Per fare 200 m? Mi scapicollo a casa, cercando di recuperare i dieci anni di vita persi e di dominare la furia che mi travolge. Il mistero mi si chiarisce solo all’arrivo. La visita cardiologica non era a Monteverde, ma a Trigoria. Silvana aveva calcolato di tornare con un treno che l’avrebbe lasciata a destinazione in tempo (piuttosto risicato, a dire il vero) per arrivare a prendere Meryem. Se non che la corsa era saltata e aveva tardato, appunto di mezzora. Ovviamente se io avessi saputo l’ubicazione effettiva della visita non sarei mai andata in palestra. Il telefono di Silvana stanotte non si era caricato a dovere. Tutto bene quel che finisce bene. La maestra di yoga, aiutata dalla tecnica e dalla sapienza orientale, non si è scomposta più di tanto e non solo non mi ha denunciato ai carabinieri, ma mi ha detto che, essendo mamma, è successo anche a lei (empatia. Probabilmente mente, ma è stata carina a dirlo).

La bella notizia è che questa giornata volge al termine.

La libertà non è uno spazio libero


Ultimamente incappo spesso e volentieri nella parola “libertà” e negli aggettivi derivati. A un certo punto stavo passeggiando per le stradine del centro di Roma e mi ha colpito un pensiero: il concetto di libertà, per me, negli anni è cambiato in modo radicale e si sta ancora trasformando. Libertà è fare ciò che voglio, quando voglio? E’ avere disponibilità di soldi e tempo per togliermi qualunque sfizio? Una volta avrei visualizzato una persona libera come qualcuno mobile, leggero, con poco bagaglio e pronto a cambiare allegramente direzione. Oggi, pur cogliendo la piacevolezza di tutte queste cose, associo la libertà a qualcosa di diverso, addirittura di opposto. Una persona libera è una persona solida. Una persona sicura di sé, serena, non volatile. Il che non vuol dire risolta, o giunta a un capolinea di certezze o, peggio, di abitudini. Ma certamente in grado di non farsi portare qua e là dal vento delle emozioni effimere.

Libertà di giudizio, libertà di coscienza. Sono obiettivi importanti, potrebbe non bastare una vita a raggiungerli. Certe volte, nelle discussioni sui più disparati argomenti, si parla della libertà come di una caratteristica connaturata a qualunque individuo, di qualunque età. Per cui magari ci si affanna a difenderla alla cieca, molto più che a lavorare insieme perché ciascuno, qualunque sia la sua condizione, possa raggiungerla davvero. Mille volte sbuffo e sbufferò perché da madre non sono più libera di… (vedi anche post precedente). Ma sarei disonesta se non ammettessi che questa dura scuola del diventare genitore, questo esercizio di punti di vista, discernimenti e ripensamenti, non può che concorrere in modo determinante a fare di me una persona più libera.

Frivolezze e levità


In realtà avevo voglia di parlare di svariate cose sostanziose: il discorso del Ministro Andrea Riccardi a cui ho assistito, una lettura significativa fatta da poco. Ma certe volte i programmi bisogna saperli cambiare. Il tempo incalza, le commissioni sono molte e qualcuna mi è anche scappata. Ma in realtà ho una gran voglia di respirare profondamente e rilassarmi un po’. Concedermi qualcosina. Assecondare un po’ di autoindulgenza. Un pochino, eh. Sempre calvinista nell’animo resto. Ma oggi volevo annotare che al minimo di manutenzione indispensabile per Capodanno (per Natale non ce la faccio davvero) ho aggiunto un paio di appuntamenti non indispensabili, tra cui una manicure. E il prossimo 5 gennaio mi godrò 3 ore di hammam e massaggio, un regalo di compleanno che sulle prime mi aveva lasciato interdetta e che invece era perfetto. Perfetto perché questo è uno di quei momenti di parentesi in cui mi va di provare qualcosa di diverso e di godermela.

Lo stesso vale con Meryem. Ieri le ho dato subito il libro di Claudia Porta Giochiamo allo yoga. Non mi andava di aspettare alberi, pacchetti, befane. Ce l’avevo e glielo ho dato. L’ho lasciata stamattina che faceva lezione alla tata, aiutandosi con i disegni e con l’esempio diretto. In questi mesi l’ho portata una volta a settimana (con qualche salto) a una lezione di gioco yoga qui vicino e, nonostante tata Silvana sia un po’ tiepida (ma non me lo dice apertamente), io sono convinta che sia ottima. Meryem è entusiasta, ci tiene a farmi vedere le posizioni e ho notato che ormai (anche perché è un po’ più grande) segue con precisionie le istruzioni (provavo a leggerle dal libro: mani a terra, fronte sul pavimento…). Inoltre ho la sensazione che questi 45 minuti di yoga siano un’apertura alla creatività, alla fantasia, all’immaginazione. Mercoledì scorso li sentivo saltare come ranocchie e trasformarsi in ragni. Ho visualizzato i visi lamentosi delle maestre e ho provato un attimo di sollievo. Lamentarsi è umano, ma se è uno stile di vita è pesante. Per gli altri e per se stessi.

Secondo lo stesso principio dell’impazienza (eppure con Meryem canto spesso la canzoncina dell’Albero Azzurro “Con la pazienza, maturano le mele, finisce il temporale, si gonfiano le veleeee…”) oggi ho visto in una vetrina una gonnellina meravigliosa (a palloncino, color nutella – questo recita l’etichetta – a pois beige chiari). Sono entrata, l’ho comprata, domani gliela metto. Però servivano le scarpe. Uscendo da un’orrida festa da Mc D. (non mi capacito di come si possa pagare per vedere figli propri e altrui chiusi in una specie di pollaio in compagnia di una tizia scostante che vistosamente cerca di farli mangiare in quattro e quattr’otto per passare allo scarta la carta e torta a tempo di record), siamo passate davanti a un rinomato (pare) negozio di scarpe per bambini. Mi avevano messo in guardia. Non è economico. Ma si muore una volta sola. Ci siamo accordate: Meryem poteva scegliere (leggi: l’avrei pilotata un po’, ma mi sarei intromessa il meno possibile). La Guerrigliera ha immediatamente puntato in vetrina delle ballerine di vernice rosa fucsia con fiocchetto. E sia. Domani farà un figurone.

E io? Beh, come detto, il restauro lo rimando a dopo Natale. Ma faccio voto di non paludarmi nei soliti pantaloni neri. E ormai la zeppetta Wonders la sfoggio con assoluta disinvoltura.

P.S. Alle cose serie tornerò presto, abbiate fede. E buon Natale a tutti voi, di tutto cuore.

… e una cucchiaiata di melassa


Annoto qui, per i momenti di scoglionamento acuto da genitore-che-non-è-single-ma-in-pratica-sì; per i momenti in cui vorrei scivolare liquefatta tra le assi del pavimento (che peraltro è di marmo) pur di non giocare l’ennesima partita di “Maialino cerca funghi”; per i momenti in cui mi pare che no, non ce la posso fare….

Ricordo a me stessa che io adoro quando mia figlia dice: “Mi stavo giusto chiedendo…”. Adoro quando sull’autobus gioca a fare la mia amica e dice che mi aiuterà a cucinare la cena, ma poi l’aspetta suo marito “per andare al mare a campeggiare” (facendo scompisciare mezzo tram). Adoro quando il fiore di palloncini scoppia in parte e lei lo trasforma in un pesce rosa. Adoro quando si mette a letto, mormora “Non ho tanto sonno, però dormo lo stesso” e poi dorme davvero.

Guerrigliera, mi stai simpatica.

Promemoria mammesco


In un solo fine settimana Meryem:

– è stata con la nonna svariate ore, godendosi felice la sua compagnia e non massacrandola con capricci o monellerie;

– è venuta con me alla presentazione di un libro, facendo confusione il giusto, ma senza mai diventare lagnosa;

– ha mangiato le polpette di Ikea, con le mani, ma compostamente seduta a tavola e ha giocato una mezzoretta allo Smaland;

– mi ha aiutato a mettere a posto la sua camera senza boicottarmi e anzi rendendosi molto utile; alla fine, quando si era proprio stufata, ha chiesto il permesso e si è messa a fare un disegno con gli acquarelli senza nemmeno sporcare il pavimento;

– ha atteso un congruo tempo in un ristorantino trendy senza devastare l’ambiente circostante, ma persino familiarizzando con un bambino conosciuto là per là e condividendo con lui i giochi;

– ha camminato svariati chilometri senza lamentarsi, ma inventandosi un passatempo dopo l’altro (prima la conta dei rombi, poi la nave pirata con annesso safari fotografico immaginario);

– mi ha chiamato due volte Mamma Sbagliona, senza il minimo tono recriminatorio, ma anzi ridendone con me di cuore;

– quando lo zio gli ha chiesto “perché non sei andata in Turchia con papà” (ma perché gli adulti non riescono ad evitare di fare domande del c***o?), ha risposto “E come faceva la mamma qui da sola? A lei chi ci pensava?”

Guerrigliera, quando è giusto è giusto. Per questo week-end ti meriti un dieci e lode.

Strategie di sopravvivenza


Stamattina si registrano due novità fondamentali: Nizam è schiantato a letto con la febbre a 39 (dal suo letto di dolore ogni cinque minuti si sente bofonchiare “Ma al negozio non c’è nessuno…”) e abbiamo inaugurato il nuovo orario per lo spettacolo del Teatro Verde, alle 11 di domenica mattina. L’ultimo spettacolo a cui avevamo assistito, un po’ per i posti infelici, un po’ per il ritmo non proprio accattivante, ci aveva un po’ deluso – o piuttosto aveva deluso me, Meryem ha russato dall’inizio alla fine. Ma oggi è stata tutta un’altra storia.

Abbiamo assistito a Il pifferaio di Hamelin, una collaudata produzione del Teatro Verde stesso fin dal 1988. Lo spettacolo è degno dei migliori che avevamo visto lo scorso anno (i due migliori sono senz’altro Il sogno di tartaruga e I cavalieri della tavola gioconda): il giusto mix di recitazione, musica (la rock band dei topi è irresistibile), coinvolgimento dei bambini in sala, battute e allusioni per tenere alto il morale dei genitori in sala. La durata è giusta (circa un’ora) e Meryem ha gradito moltissimo.

E così la mattina è andata. Nel pomeriggio ci aspetta un’amichetta per giocare. Siamo arrivati verso la fine di questo weekend un po’ complicato!

 

Colpi di fortuna


Un mio collega, un gesuita sloveno, ogni volta che mi vede (circa due volte l’anno) mi dice immancabilmente: “Ma che bello, tu sei sempre così sorridente, così positiva!”. In effetti ogni volta che lo dice mi scappa da ridere, e così finisco con il confermare involontariamente la sua impressione. Positiva, io? Sono stata una delle adolescenti più ombrose della storia. Anche da adulta, tendo decisamente al ringhioso, con spettacolari scoppi d’ira. Ci sono colleghi poi che giurerebbero che mi porto sfiga da sola, vista l’innata tendenza a considerare “the dark side” di qualunque vicenda (avrei una carriera come avvocato del diavolo).

Ciò premesso, quel che è giusto è giusto: nella sola giornata di ieri mi sono toccati ben due colpi di fortuna. Del primo ho approfittato biecamente. Mentre mi rassegnavo ad andare alla presentazione di un libro con una Meryem decisamente poco incline a collaborare, mi si è presentata inaspettatamente un’occasione d’oro. Si materializza davanti a me Nizam che, ignaro, pensava di stare qualche ora a casa per riposarsi. Prima che se ne rendesse pienamente conto, mi sono data alla fuga (nella fretta ho dimenticato persino la borsa…), dandogli una splendida occasione di godersi la compagnia di sua figlia. Ehm. Lo so, non è stato correttissimo. Ma l’occasione fa la mamma stronza. Credo che mai più il kebabbaro si azzarderà a modificare la sua routine quotidiana. Piuttosto dormirà in macchina nascosto dietro un cassonetto.

La seconda fortuna è stato il libro in cui mi sono imbattuta. Non credo che mi sarei messa a leggere un libro sulla storia di un bimbo nato a 27 settimane se non avessi avuto un’opportunità così palese. Conoscere l’autrice, partecipare a una presentazione brillante, interessante, con un mix di registri davvero avvincente. E il libro, Soldo di cacio di Silvia Mobili, piacevole al tatto e di formato amichevole (comodo da portare in borsa e adatto a una lettura in autobus e a letto), me lo sono divorato in poche ore. Mi sarei persa davvero qualcosa se non l’avessi letto. E’ una storia che fa pensare, da molti punti di vista. Sono sicura che ognuno ci potrà trovare uno spunto particolare. Non è solo un libro di informazione, ma apre comunque mondi inesplorati. Riesce ad essere un’opera “di servizio”, pur essendo prima di tutto una narrazione di respiro universale. Perché universale è l’esperienza che mette l’uomo davanti alla vita e alla morte. Non serve essere mamme per sentirsi interpellati.

E’ molto raro, credo, che chi ha vissuto da protagonista una vicenda così riesca a scriverne con questa lucida sobrietà, che non toglie niente alla sincerità del racconto. Niente toni enfatici, niente punti esclamativi. Quello che più mi ha colpito è probabilmente la capacità di non assolutizzare la propria esperienza, pur così singolare. Tutto il libro parla di rapporti, di natura diversa: con il bambino, con il compagno, ma anche con gli altri genitori, con i medici, con gli infermieri. La mancanza di disperazione in queste pagine non è data soltanto dal lieto fine della vicenda: deriva specialmente dall’apertura che Silvia sembra aver conservato sempre, in quella condivisione nonostante tutto. Anche il libro, uno spazio tanto intimo, ha riservato delle pagine per gli altri, una sezione finale in cui parlano i medici e parlano soprattutto gli altri genitori, che raccontano altre esperienze di bambini prematuri. Persino i ringraziamenti finali sono significativi: mi hanno colpito soprattutto quelli alla pediatra Asl “che fin dall’inizio non ha voluto sentir parlare di ‘prematuro’ ma solo di bimbo”. C’è consapevolezza, c’è speranza, c’è voglia di fare in queste pagine. Si parla anche di una proposta di legge per tutelare queste maternità del tutto speciali. Si danno alcuni sobri, assennati consigli.

“Non dimenticherò mai quanto sono stata fortunata”, scrive Silvia alla fine della sua narrazione. Ecco, io credo che tutti noi dimentichiamo troppo spesso le nostre fortune. Grazie alla mamma di Riccardo/Soldo di Cacio per questo bellissimo promemoria.

Al dunque


E’ una sera in ogni caso importante. Forse non fatale, sicuramente non risolutiva. Io, come ho già scritto a suo tempo, non mi sento di fare trenini. Non mi sento neanche di brindare. Sto a guardare, in attesa. Mi frullano in testa domande a cui non sono in grado di dare risposta. Penso che attraversiamo un momento delicato, complesso.

Però non sono sola. Non lo ero neanche mentre seguivo con la coda dell’occhio le immagini dal Quirinale. Meryem sbircia, chiede. E io rispondo. Ora che lei si addormentata io ripenso a come le ho risposto e mi ritengo soddisfatta di quel che ho detto, che poi è esattamente quel che penso. Parafraso le mie risposte alle sue domande, in una simulazione di narrazione.

Questa persona, che comandava in Italia, oggi va via. Mamma è contenta che vada via, perché non è stato bravo a comandare. Crede che abbia fatto tanti sbagli gravi. Anche le persone lì sono contente che vada via. Sì, alcuni credono che debba andare in prigione. Quindi è giusto che vada via, ma non mi piace il modo. Sai quando si vuole fortemente una cosa bella, magari per un buon motivo? Poi però magari la si ottiene nel modo sbagliato. Il modo giusto di cambiare chi comanda è votare. Sai quando si scrive, si sceglie il nome di chi comanderà? Sì, tanti hanno scritto il suo. Tante persone. Ecco, io avrei preferito che quando era il momento di scegliere, avessero scelto qualcun altro. Perché si sapeva già che non era bravo. E allora perché ora succede così? Ecco, amore, io questo bene bene non lo so. Diciamo che gli altri Paesi hanno detto che o lo mandavamo via o avremmo avuto grossi problemi. Ma anche questo non è che mi piaccia molto. Continua a leggere “Al dunque”