Nemici in autobus


Tornando a casa sull’autobus numero 44 mi sono ritrovata a formulare un pensiero che mi è già noto, perché mi torna in testa ogni volta che assisto a una situazione analoga. Tre ragazzi, seduti in gruppo, chiacchieravano tra loro di qualcosa che riguardava i loro documenti. Non capivo la conversazione, ma l’esperienza mi suggerisce che fossero afgani (presumo diretti a un centro di accoglienza gestito dal Centro Astalli, raggiungibile con quell’autobus). Sui 18-20 anni, uno con i capelli particolarmente strutturati a colpi di gel. Accanto a loro, nella corsia dell’autobus, un gruppetto di tre loro coetanei americani (nel senso di statunitensi). Vestiti in modo abbastanza analogo, anche loro con ciuffi che sfidavano la forza di gravità e, in diversa lingua, gli stessi accenti di scambio normale tra amici. I loro popoli si stanno combattendo da anni. Con un briciolo di forzatura, non sarebbe neanche impossibile pensare che il fratello di un membro dei due gruppi abbia sparato al fratello di uno dell’altro. In questo caso non hanno interagito, forse non si sono neanche notati (o più probabilmente gli afgani hanno notato gli americani, ma non viceversa). Ma in passato mi è successo di avere un simpatico volontario californiano in servizio in un centro di accoglienza pieno di giovani afgani. Lì c’è stata occasione di reciproco, esplicito riconoscimento. Sono sopravvissuti tutti e il volontario mi ha in seguito confessato che è stata un’esperienza che raramente dimenticherà. Non aveva mai pensato al conflitto in Afghanistan dal punto di vista di quei ragazzi, che sotto quelle bombe intelligenti hanno perso case, famiglie, progetti, speranze. Una questione di punteggiatura, si potrebbe dire. Ma una punteggiatura particolarmente drammatica. E quello che visto da una parte sembra “necessario” si svela improvvisamente per quello che è, insensato.

Converrete poi che le migrazioni, forzate e non, rimescolano le carte non poco. I conflitti, anche quelli che ci spacciano come scontri di civiltà, sono più territoriali e contestuali di quanto di creda e certe volte, in un luogo terzo, perdono ogni motivo di esistere. E tuttavia non è così semplice. Restano le reciproche, sia pure indirette, responsabilità. Resta il sano senso di appartenenza, che pure può accendere tante violente fiammate anche fuori tempo e fuori luogo (un po’ come accade con i miei amici ebrei rispetto a quanto accade in Israele). Restano reciproci i pregiudizi, alimentati talora da decenni di educazione a ciò finalizzata. Però vale anche quello che tanto mirabilmente racconta De André ne La guerra di Piero: un ragazzo afgano e un ragazzo californiano, se riescono a guardarsi onestamente negli occhi, si scoprono più simili di quanto non si aspetterebbero. “Lo stesso, identico umore”, le stesse aspirazioni a vivere sereni il proprio presente e il proprio futuro. “Ma la divisa di un altro colore”. Tutto sta a capire quando e quanto riescono a spogliarsi, almeno in parte, della divisa e essere liberi. Liberi nella loro simile, speculare, affascinante diversità.

Condannati


Nel maggio del 2009 scrivevo post che grondavano angoscia e amarezza (qualche esempio: questo, questo, questo). Ma anche senza il blog me li ricorderei quei giorni spaventosi. Il primo, soprattutto. Mattina, ufficio. Il collegamento internet interrotto. Quella telefonata da Malta: “Avete visto? Cosa sapete?”. Non avevamo visto, non sapevamo ancora. Per la prima volta una nave italiana intercettava in mare e riportava in Libia persone in fuga da guerre e persecuzioni, persone che credevano di essere state tratte finalmente in salvo dopo il carcere, la tortura, il deserto. Dopo la Libia, quella Libia di Gheddafi pagata da noi per trattenere, davvero a qualunque costo, chi tentava di arrivare in Europa, rifugiati o no. Maroni se ne vantò in televisione. Uno shock enorme. Una frustrazione inesprimibile (e peraltro in gran parte inespressa, anche perché non sapevamo a chi esprimerla).

In seguito un reportage fortunato di Presa Diretta ci ha mostrato con tutta l’efficacia del video cos’era successo davvero. Ci ha fatto vedere i volti di quei 13 eritrei e 11 somali, un campione piccolo delle migliaia di vittime di quella politica sconsiderata, ma con il pregio di non essere una massa indistinta, ma uomini con nome e cognome. Uomini traditi. Uomini disperati e increduli, quando hanno capito dove venivano portati. Non genericamente politiche scellerate, dunque, ma un crimine preciso (sia pure tante, troppe altre volte replicato in altra e non documentata forma) contro persone precise.

Oggi, finalmente, c’è una sentenza della Corte Europea dei Diritti Umani e una condanna per l’Italia, con relativo risarcimento da pagare a quelle specifiche persone. Non si può rimandare qualcuno dove rischia trattamenti inumani, tortura o ulteriori respingimenti in luoghi dove questi trattamenti avverrebbero. Non si può stabilire che una persona non ha diritto all’asilo senza assicurargli un ricorso effettivo (il che, su una nave della Guardia di Finanza o di chicchessia, è proprio difficile). Non si può respingere in massa gruppi di persone senza curarsi di chi sia ciascuno di loro. Sì, proprio uno per uno. Quindi, va da se, non si possono nemmeno costruire vergognosi muri dove vanno a sbattere masse anonime. Non è vero che abbiamo il diritto di difendere la nostra (presunta) sicurezza a qualunque costo.

Io ricordo benissimo quell’anno e mezzo in cui a Lampedusa non sbarcava più nessuno e si aveva anche il coraggio di rallegrarsene e di vantarsene. Erano i mesi in cui scrivevamo “Terre senza promesse”: le persone che ci raccontavano gli orrori del Corno d’Africa ci parlavano di parenti, di amici, di compagni, la cui fuga è stata tragicamente bloccata dalla nostra politica di respingimenti. “Non si può fare qualcosa?”, ci ripetevano in tutti i modi e con tutti gli accenti. Qualcuno ci ha provato, nel suo piccolo. Una manciata di persone è stata tratta in salvo. Per il resto, solo sospiri e occhi al cielo.

Onore al merito va data ai caparbi avvocati che hanno presentato questo ricorso alla Corte di Strasburgo. Non era ovvio riuscirci. I ricorsi devono essere nominativi, presentati dalle singole persone. Hanno dovuto andarci subito, a Tripoli, per intercettarli. E’ stato un lavoro coraggioso, di principio. E ora?

La sentenza di per sé è importantissima. Storica, dice l’Alto Commissariato dell’ONU per i Rifugiati. Io però ricordo benissimo l’unica manifestazione pubblica organizzata a piazza Navona per protestare a respingimenti in corso: eravamo pochissime persone, una circostanza davvero deprimente. Gli stessi organizzatori avevano un’idea molto vaga del reale significato di quei fatti. E poi, sempre, questa totale indifferenza. Lo sguardo vagamente infastidito negli occhi di chi mi sente parlare di queste “cose tecniche”. Negli anni ho imparato, in molti casi, a non provarci nemmeno a comunicarla questa indignazione. Eppure sbaglio, lo so, e allora oggi ci riprovo.

Il nostro Paese e, in certa misura, tutti noi siamo stati condannati per aver calpestato i diritti umani di persone che dovevano essere da noi protette. Per avere messo a rischio la loro vita e per aver contribuito alla morte di molte altre. E non si tratta solo di una triste pagina di storia contemporanea. Forse, finita la guerra in Libia, stiamo già continuando. Leggete cosa scrive l’UNHCR: “L’Alto Commissariato è inoltre preoccupato che l’Italia abbia riattivato il trattato bilaterale con l’attuale Governo libico senza rinunciare formalmente alla pratica dei respingimenti che è il risultato di tale accordo”. Io non credo che si possa dormire tranquilli, anche senza aver conosciuto personalmente tutti i vari Ali, Arif, Abdi, Michael e Mohamed che ho avuto la fortuna di incontrare io.

Non sembra, ma abbiamo già vinto


“L’Italia non può sorgere a nuova vita se non cerca i semi in se stessa”. Questa tipica frase risorgimentale, scritta a lettere d’oro sopra il palco, dava una singolare chiave di lettura per l’evento di ieri pomeriggio. Di solito i convegni per la presentazione di progetti (realizzati e, ancor di più, da realizzare) sono noiosi. Uno strazio per chi li organizza e una spiacevole incombenza per chi è precettato a parteciparvi. L’incontro-concerto presso l’Istituto Cattaneo non si è limitato a fare eccezione a questa deprimente regola. Si è trasformato in un incanto raro, che mi ha lasciato addosso un groviglio di sensazioni ancora ben annodate. Dipanare un post non è facile, anche a svariate ore di distanza.

Intanto il pubblico. In massima parte studenti, ma non studenti qualsiasi. Molti volti noti, ragazzi rifugiati che anni fa erano ospiti dei centri di accoglienza e aspettavano l’esito della domanda d’asilo. Oggi studiano all’istituto professionale, chi con più scioltezza, chi con più fatica. Tutti con grandi sacrifici, ma questo è implicito. Le ore ai corsi serali se le guadagnano a suon di lavoretti precari e viaggi avventurosi da un capo all’altro di Roma, roba da fare invidia ai tragitti omerici che li hanno portati qui, anni fa. Tutti sorridenti, entusiasti, partecipi. Poi una bella porzione di facce nuove. Sono quelli che oggi frequentano i corsi di lingua italiana del Centro Astalli, i nuovi arrivati. Se possibile, ancora più entusiasti di annusare l’aria di una “scuola vera”. La parola studio suscita, in queste persone, un rispetto profondo: per molti di loro la scuola è stata un sogno irrealizzabile, vivo solo nei racconti di chi, nei loro Paesi, ricorda il tempo remoto di prima della guerra. E infine noi, gli italiani. Quelli che, nonostante le batoste e gli schiaffoni quotidiani della vita, continuiamo a credere che valga la pena di portare un contributo perché qualcosa cambi. Se non oggi, domani. Un pensiero particolare a quest’ultimo gruppo, che tante volte io stessa definisco (includendomici) con l’etichetta poco benevola di “sfigati quanto basta”, che se la cantano e se la suonano tra loro e poco riescono a comunicare ad altri le bizzarrie di cui ancora sono convinti. Ieri, dopo molto tempo, ho sperimentato con chiarezza che, al di là delle apparenze, noi siamo dalla parte dei vincitori. Perché non facciamo altro che sorridere e farci trasportare dall’inevitabile corso della storia. Il futuro ha gli occhi dei ragazzi che ieri erano in sala, di tutti quelli che ho rivisto dopo tanto tempo, di quelli che non conoscevo ma che vedevo scherzare con i loro amici, fregandosene di nazionalità, lingua, classificazioni e titolo di soggiorno. Mi sono sentita fiera di essere lì e felice di esserci con tanti amici. “Ci siamo divertiti come pazzi, vero?”, mi ricordava Massimo, che ha iniziato a fare il volontario alla scuola del Centro Astalli undici anni fa. Ed è vero, potrei citare mille episodi che ancora ci fanno sbellicare dalle risate. Ma divertimento, per me, è un termine riduttivo.  Ieri ho avuto la chiara percezione dell’infinita ricchezza che questi dieci anni ad Astalli sono stati per la mia vita professionale, ma soprattutto personale. Un privilegio, davvero.

Due parole sulla magia della musica, la “mia” Evelina Meghnagi. Canti del popolo ebraico, in esilio per definizione, che esprimevano quello stupefacente equilibrio tra disperazione e allegria, in un’altalena continua tra lingue diverse: dal ladino all’arabo tripolino, dallo yiddisch all’ebraico. In sala gli studenti afghani, turchi, iraniani, camerumensi, palestinesi, egiziani, ivoriani e romani di Roma sono riusciti, in quel mosaico di melodie, a sentire vibrare ciascuno qualcosa di suo. Chi una parola, chi una modulazione della voce, chi un suono di canto di pastori notturni, chi un modo di pizzicare il contrabbasso o semplicemente il ritmo che improvvisamente cresceva, strappando battiti di mani e tamburellamenti di piedi.

Sui piedi bisognerebbe scrivere un capitolo a parte. Perché dopo, levitando già a mezz’aria, sono andata anche a teatro per uno spettacolo di Erri De Luca, che mi ha offerto fasci di pensieri che avrebbero ben potuto sostituire questa mia goffa relazione. Mi piacerebbe tornarci su. Intanto condividerò questo testo, che trovo sempre azzeccatissimo.

Perché reggono l’intero peso.
Perché sanno tenersi su appoggi e appigli minimi.
Perché sanno correre sugli scogli e neanche i cavalli lo sanno fare.
Perché portano via.
Perché sono la parte più prigioniera di un corpo incarcerato. E chi esce dopo molti anni deve imparare di nuovo a camminare in linea retta.
Perché sanno saltare, e non è colpa loro se più in alto nello scheletro non ci sono ali.
Perché sanno piantarsi nel mezzo delle strade come muli e fare una siepe davanti al cancello di una fabbrica.
Perché sanno giocare con la palla e sanno nuotare.
Perché per qualche popolo pratico erano unità di misura.
Perché quelli di donna facevano friggere i versi di Pushkin.
Perché gli antichi li amavano e per prima cura di ospitalità li lavavano al viandante.
Perché sanno pregare dondolandosi davanti a un muro o ripiegati indietro da un inginocchiatoio.
Perché mai capirò come fanno a correre contando su un appoggio solo.
Perché sono allegri e sanno ballare il meraviglioso tango, il croccante tip-tap, la ruffiana tarantella.
Perché non sanno accusare e non impugnano armi.
Perché sono stati crocefissi.
Perché anche quando si vorrebbe assestarli nel sedere di qualcuno, viene scrupolo che il bersaglio non meriti l’appoggio.
Perché, come le capre, amano il sale.
Perché non hanno fretta di nascere, però poi quando arriva il punto di morire scalciano in nome del corpo contro la morte.

Novità e vecchie consuetudini


Stamattina mi sono sinceramente rallegrata scoprendo che il ministro Profumo aveva messo a bando 6 posti di collaboratore nel suo ministero. “Su indicazione del Ministro Profumo, i suddetti incarichi, pur caratterizzati dal rapporto fiduciario intuitu personae, sono per la prima volta conferiti previo avviso pubblico e conseguente valutazione comparativa dei curricula”. Mi sembra una nota confortante e non ovvia. Parliamone, dunque. Notiamo questi segnali.

Tuttavia andando avanti nella giornata mi è toccata una seria delusione. In particolare, un comunicato della Presidenza del Consiglio, di cui vorrei proporvi una lettura commentata. Il motivo è che il contenuto è decisamente non condivisibile, e anche la forma rimanda, ahimè, ad altri assurdi parti letterari che avevamo avuto modo di vedere sullo stesso sito (ricordate, vero, le smentite sui pronostici del campionato e via delirando?).

Una premessa. Lo sapete come funziona l’Otto per mille IRPEF? E’ possibile destinarlo allo Stato (invece che alla Chiesa Cattolica o ad altre confessioni religiose), che lo userà per finanziare progetti di intervento straordinario nell’ambito di alcune precise finalità, e cioè (Legge 20 Maggio 1985 n. 222 art. 48) “per fame nel mondo, calamità naturali, assistenza ai rifugiati, conservazione di beni culturali”. In pratica ogni anno si presentano progetti su questi temi, il governo decide in quale percentuale finanziare ciascuna delle finalità e si procede, in ordine di graduatoria, per attivare gli interventi. Si tratta uno dei pochi casi in cui l’assistenza ai rifugiati, sia pure con carattere di straordinarietà, viene espressamente menzionata tra le finalità di devoluzione del contributo. Qualcuno quindi, in perfetta buona fede, potrebbe credere che piuttosto che andare ad alimentare il generico calderone della Chiesa Cattolica, che oltre agli interventi caritativi prevede tra le finalità “esigenze di culto della popolazione” e “sostentamento del clero”, sia un gesto di impegno civile barrare la casellina “Stato” al momento di decidere la destinazione del nostro 8 per Mille, micragnoso o pingue che sia.

Però, come trovate ben documentato qui, l’ignaro cittadino già in passato si è trovato a finanziare la missione italiana in Iraq, l’abolizione dell’ICI, o addirittura per mettere semplicemente una pezza alle spese ordinarie dello Stato. Il punto mi pare semplice: quei soldi non sono donati allo Stato per farne ciò che meglio crede. L’opzione è espressa nella convinzione di sapere cosa con quei soldi verrà finanziato (anche se non si sa a priori in che misura). Non dovrebbe dunque bastare comunicarmi a posteriori che lo Stato medesimo ha cambiato idea e ci farà altro. Come dirlo meglio? Non si può fare. La legge non lo consente. Eppure, anche quest’anno, si ripete il solito scippo. E la comunicazione che lo annuncia è una vera perla del suo genere.

La Presidenza del Consiglio dei ministri rende noto che per l’anno 2011 non è stato predisposto il decreto di ripartizione della quota relativa all’otto per mille dell’Irpef a diretta gestione statale, prevista dagli articoli 47 e 48 della legge 20 maggio 1985, n.222, secondo il Regolamento di cui al DPR 10 marzo 1998, n. 76, per mancanza di disponibilità finanziaria. Pertanto nessuno dei progetti presentati con scadenza 15 marzo 2011 è stato ammesso a contributo. Amen. La “mancanza di disponibilità finanziaria”, visto che ci si riferisce a soldi incassati, mi è un po’ oscura. Ma non sono un’economista. Andiamo avanti. Si ricorda che le risorse relative alla parte dell’8 per mille che gli italiani destinano alle esigenze dello Stato vengono ripartite tra importanti iniziative di interesse nazionale, quale le calamità naturali, i restauri, l’assistenza ai rifugiati o la fame nel mondo. Ok, fin qui ci siamo. La scelta se effettuare interventi a pioggia o concentrare l’investimento prioritariamente in alcuni dei settori di pubblica utilità sopra indicati viene effettuata in ragione della disponibilità del bilancio e dell’impellenza delle necessità. Mmmm. Dell’importo totale relativo all’otto per mille dell’Irpef a gestione statale per il 2011, pari inizialmente a circa 145 milioni di euro, più della metà del fondo (64 milioni di euro) è stato destinato alla Protezione civile per le esigenze della flotta aerea antincendi durante il precedente GovernoI rimanenti 57 milioni sono stati destinati dall’attuale Esecutivo alle esigenze dell’edilizia carceraria e per il miglioramento delle condizioni di vita nelle prigioni. “I rimanenti”? 145-64 mica fa 57. E il resto? Non sono stati toccati quindi i fondi del Ministero per i Beni culturali. Vabbè, è detta in modo un po’ nebuloso, ma immagino che intendiate che i rimanenti (qui ci vuole) 81 milioni saranno usati per la “conservazione dei beni culturali”. Ma la perla è la frase finale: …né sono state tradite in alcun modo, né da questo né dal precedente Governo, le attese degli Italiani che hanno destinato la quota dell’8 per mille alle esigenze dello Stato: tali sono la Protezione civile e l’edilizia carceraria. Ma vogliamo scherzare? Gli italiani non hanno destinato il loro 8 per mille “alle esigenze dello Stato”. Non è questo che dice la legge, che in tal senso è assolutamente inequivocabile. Certo, la legge è stata ignorata già in passato. Ma non è che la si possa riscrivere a piacimento in un comunicato stampa mal scritto.

Vi propongo ben tre conclusioni:

1. Il cambiamento, la discontinuità nel governo del Paese, più che sull’orientamento politico (che è immutato, sostanzialmente) è lecito aspettarsela sul metodo. Il metodo del ministro Profumo sembrerebbe diversificarsi dalle brutte abitudini del passato. Quello della Presidenza del Consiglio molto meno.

2. Le risorse destinate all’assistenza dei rifugiati, sempre molto esigue, sono state cancellate del tutto con assoluta disinvoltura. Senza nulla togliere all’edilizia carceraria e alle flotte aeree antincendi (per questa seconda esigenza andrebbe anche considerata quanto di recente è stata direttamente finanziata la Protezione Civile), mi pare un sopruso e uno scandalo.

3. E’ sempre una buona idea destinare l’8 per mille ai valdesi. Io personalmente lo faccio da anni.

Te Deum – il giveaway di fine anno


Giusto stamattina, godendomi l’evento più unico che raro di arrivare in orario in ufficio (Meryem dormiva dalla tata), sono stata colta da una folgorazione. Oddio, diciamo da un pensiero, che così mi (e vi) mette meno ansia. Con alcuni dei miei amici/lettori ho condiviso a tratti la stesura, pubblicazione e lancio del nuovo libro del Centro Astalli, la cui copertina vedete qui di fianco, e il cui titolo (estremamente “social”, per come è nato…) è Terre senza promesse (Avagliano editore). E non ve ne regalo nemmeno una copia? Non sia mai.

Questo libro ha segnato alcuni momenti forti e importanti del mio 2011. La visita ad Andrea Camilleri, in compagnia di Ali, che ho raccontato a Zebuk. La presentazione in Campidoglio, praticamente perfetta, alla presenza di padre Lombardi: un’occasione in cui ho potuto parlare a nome del Centro Astalli, ricordando il vero significato dei respingimenti guardando negli occhi svariati prefetti del Ministero dell’Interno, seduti in prima fila. Ma prima ancora, l’avventura di ascoltare, scrivere, condividere delle storie straordinarie. Quella è stata la parte di cui sono davvero più grata. Cercare con Abel su internet le foto di Asmara, guardare incantata Ali che in due ore mima, dialoghi inclusi, tutta la sua vita degli ultimi cinque anni.

Alla fine di questo 2011, nonostante le crisi e le fatiche, mi sento riconoscente (il cielo azzurro perfetto di Roma stamattina aiuta, ovviamente). Questa allora sarà l’impronta di questo giveaway. Se volete partecipare, spiegate qui sotto in un commento (o, se volete allargarvi, linkando un post dedicato) per che cosa, in questi ultimi giorni dell’anno, provate gratitudine. Non deve essere necessariamente la cosa più bella di tutto l’anno, non state a fare graduatorie. Pensate solo a qualcosa che vi ispiri un bel sorriso di allegria, di commozione, di soddisfazione, di sollievo. Più di liste di buoni propositi, per iniziare il 2012 con il giusto sprint, mi piacerebbe leggere ricordi di cose buone. Anche minime. Che se le ammucchiamo tutte insieme faranno un figurone.

Avete tempo, ovviamente, fino alla mezzanotte del 31 dicembre. Se condividete qui e là (Facebook, twitter, blog…) sarà carino da parte vostra. Poi, nei primissimi giorni del nuovo anno, estrarrò il vincitore della copia di Terre senza promesse (che contiene, peraltro, la bellissima poesia di Piattins che ha dato il titolo al volume). E se ce l’avete già? Vuol dire che lo regalerete a qualcuno. Sono certa che non andrà sprecata.

P.S. Trovate maggiori informazioni sul libro qui. Aggiungo che sarebbe bello anche che, se apprezzate lo spirito del libro, metteste un bel “Mi piace” sulla pagina Facebook del Centro Astalli.

Antigone: la solitudine e la bellezza


“Mi trascinano per questo viaggio inevitabile, così, illacrimata, senza amici, senza sposo. Mi tolgono questa luce bella, il sole sacro. Quale pianto umano, quale voce amica gemerà sulla mia sorte?” 

L’Antigone di Sofocle è un testo che ho studiato, amato e rimuginato a lungo all’ultimo anno del liceo. Ma che poi si è riaffacciato, qua e là, in momenti diversissimi della mia vita. Questo è uno di quei momenti. Giorni fa, al lavoro, abbiamo ricevuto una mail. Un ragazzo rifugiato, uno di quelli che probabilmente abbiamo incrociato in uno o più dei nostri servizi, è morto. Lui era solo qui. Rimandare il corpo in patria, a sua madre, sarebbe un gesto minimo di civiltà. Che però costa, molto. La Croce Rossa Internazionale coprirebbe parte dei costi (circa la metà), ma il resto? Gli operatori che l’hanno più seguito e conosciuto chiedono a tutti di contribuire, perché si raccolga la cifra in questione. Io, da quando ho letto questo appello, mi sento combattuta. Da un lato la mente pratica dice: ci sono tanti, troppi vivi, che non hanno neanche l’indispensabile. Spendere qualche migliaio di euro per un morto suona come un tragico lusso. Dall’altro però non posso non vedere l’altro lato della medaglia: una madre che non può seppellire suo figlio perché non può permetterselo. Una forma ulteriore di abbandono, di oblio. La lontananza che si perpetua nel negare, di quel figlio perso, persino una sepoltura. E’ qui che ho pensato a Antigone. Una che per una sepoltura si è fatta seppellire viva. Ne valeva la pena? Beh, risponderebbe qualcuno, magari non è proprio per il cadavere, ma per una questione di principio. La legge, la coscienza… Io lo seppellirò. E poi sarà bello morire. Cara a lui riposerò con lui a me caro. E avrò compiuto un delitto santo. Il tutto per dire che non lo so davvero come la penso, anche su questo. E’ difficile essere pratici in queste cose. Penso a cosa proverei se quella madre fossi io. Ma tanto non lo saprò mai, questo. Un altro esercizio ozioso.

Però Antigone è ricomparsa nella mia vita e con essa il tema che più mi folgorava, al liceo, quando leggevo il testo greco: la solitudine. La solitudine, da adolescente, mi affascinava e mi terrorizzava come un crepaccio cattura lo sguardo di chi soffre di vertigini. Oggi, a tanti anni di distanza, la solitudine ha acquistato tante diverse sfumature e tutte molto distanti dalle mie piagnucolose serate di liceale. Ancora una volta il pensiero corre ad alcuni rifugiati. Quasi tutti loro sono soli, per buona parte della loro esperienza qui. Ricordo un quadernino di un ragazzo curdo di 19 anni che frequentava la scuola di italiano, tanti anni fa: una pagina intera era riempita con la parola yanliziyim, “sono solo”. Però la solitudine si accentua in alcune situazioni estreme. Un ragazzo afgano ha avuto un ictus, è stato in coma, ora si è risvegliato e è in ospedale. Nessuno lo va a trovare, non ha nessuno. Una professoressa del corso serale che frequenta si fa in quattro per andare di tanto in tanto, per informarsi dai medici anche se non potrebbe. Diciotto anni, solo al mondo, qui. Lo stesso è successo a un ragazzo egiziano, l’estate scorsa. Le mie colleghe, che avevano fatto con lui due o tre colloqui di orientamento, erano tra le persone che avevano con lui legami più stretti, qui a Roma. Lo ricordano sperduto in un letto di corsia, confuso e disorientato, completamente perso. Il recupero sarebbe stato difficilissimo. Nessuno gli parlava. Un altro ragazzo, afgano, quella stessa estate non ce l’ha fatta. E’ affogato, incomprensibilmente, su una spiaggia del litorale romano. Roba che se uno pensa a quello a cui era sopravvissuto, più che ad Antigone pensa a Samarcanda.

Del resto la stessa solitudine colpisce, a volte, chi più si spende a fianco di queste persone dimenticate. Penso a uno stimatissimo collega che, ricoverato in ospedale per una malattia grave, è stato di fatto assistito solo dalle colleghe di ufficio. Preso dalla causa, noto a tutti, coordinatore di reti nazionali, non ha una famiglia e, alla fin fine, condivide nei fatti (pur nella diversità delle situazioni) la condizione di coloro per cui tanto si spende.

A conclusione di questo quadro piuttosto fosco, volevo invece parlarvi di un libro che mi ha molto colpita: questo. Un libro che vorrei che mia figlia leggesse, appena sarà in età per farlo (diciamo alle medie, o forse anche agli ultimi anni di elementari). Si parla di lotta alla mafia, ma anche di molto altro. Un passo in particolare mi pare molto efficace. Bregantini usa l’immagine del lupo di Gubbio (la sapete la storia, vero? altrimenti ascoltatevi la canzone di Branduardi, come consiglia lo stesso vescovo) per raccontare ai ragazzi delle scuole la mafia: “Certo, sono necessari degli adattamenti: i mafiosi non uccidono per fame. Però è vero che, oltre ai boss che si spartiscono le grandi ricchezze degli affari illeciti, ci sono i tanti ‘manovali’ della ‘ndrangheta che vivono di briciole […]. Dal vivere ai margini a mettersi consapevolmente ai margini il passo è breve. Per questo l’antimafia non è fatta di eroi solitari. Occorre una comunità – come a Gubbio – per vigilare sul male e prevenirne gli attacchi, ma anche per riconoscere le situazioni in cui il male affonda le proprie radici e per trovare il modo di risanare il terreno. Non basta un prete, un vescovo o un Saviano […] Per combattere la mafia non basta denunciare le negatività – come fanno Saviano e altri autori – che conoscono i fatti in maniera approfondita e fanno benissimo a descriverli con la necessaria crudezza. La loro chiarezza e lucidità ci aiuta a capire. Ma non basta! A noi – Chiesa e società civile, tutti e ciascuno – tocca il compito di andare oltre, di raccontare e valorizzare il positivo che già c’è, di seminare il bene e il bello, altrimenti si rischia di rimanere schiacciati dall’orrore”. Il contrario della solitudine sterile e potenzialmente pericolosa è, sorprendentemente, la bellezza. Sottrarre all’incuria, valorizzare il bello,  insegnare ad apprezzarlo è uno delle vie più efficacia per consolidare la speranza e, con essa, il tessuto sociale. Nelle prime pagine Bregantini parla della cattedrale normanna di S.Maria Assunta Gerace, in cui l’architettura è talmente raffinata che i raggi di luce penetrano nel tempio seguendo percorsi precisi a seconda delle ore del giorno e del calendario liturgico, in modo che il 15 agosto, giorno dell’Assunzione, il sole colpisce esattamente il centro del presbiterio. Un po’ come accadeva in certi templi egiziani, che hanno sempre colpito la mia immaginazione pur non avendoli mai visti. Io a Gerace sono stata più volte, ma questa cosa non la sapevo. Questo credo che sia il punto dell’apprezzamento della bellezza di cui parla Bregantini: non si tratta solo di goderne individualmente, in solitaria contemplazione, ma di condividerla e restituirla al territorio, ridando dignità a tutti coloro che ci vivono. Troppo astratto? Forse. Ma si parla anche di cooperative, di logiche di sviluppo, di idee concrete e tangibili. E’ un libro pieno di affetto e stima per la terra di mia madre, quella Calabria dove alle volte il concetto di destino soffoca ogni possibile cambiamento. E mi commuovono le sottolineature, a matita, di una donna che quella terra l’ha abbandonata a 19 anni, pur senza cessare mai di amarla profondamente. In quei segni sobri la vedo annuire, sospirare, ricordare e anche sperare in quei giovani in cui ha sempre riposto tutta la sua più sincera fiducia.

Vicini di casa


Qualunque cosa accada nel nostro Paese, qualunque strada prendano gli eventi e a prescindere dalle conseguenze che porteranno con sé, noi, discepoli di Gesù, rimarremo solidali di ogni siriano senza guardare alla sua appartenenza politica, religiosa, tribale o linguistica. Ciascuno di noi solidarizzerà con il suo vicino di casa senza scegliere tra vicino e vicino se non per sostenere l’equità e difendere il debole. Prepariamoci dunque a dare rifugio, al momento della prova, al nostro vicino chiunque egli sia, sapendo che nel pericolo non ci darà rifugio nessuno fuorché il nostro vicino, colui con il quale abbiamo spezzato fin dall’infanzia il pane delle gioie e dei dolori.

Paolo Dall’Oglio sj, Appello di Natale 2011

Non so che rapporto voi abbiate con i vicini di casa. Io sono divisa tra il desiderio (teorico) di socializzare e l’incubo di farlo davvero. Però, anche in una grande città come Roma, sento meravigliose storie di vicini di casa che solidarizzano, fanno cose insieme (dalla grigliata di arrosticini alla spesa al GAS), si supportano nella cura di figli e anziani, realizzano persino orti condominiali autogestiti. Mi capita però spesso di pensare a questo paradosso della vicinanza/lontananza. Dell’estraneità a due metri da casa tua.

Anche Nizam, spesso, mi ci fa riflettere. Il vicino di casa, per un musulmano, è una categoria protetta di per sé. Esserci per i propri vicini, a prescindere dalla comunanza di religione o di etnia, è uno dei cardini etici di un buon musulmano, con preciso fondamento coranico (Sura anNisa: “Siate buoni con i genitori, i parenti, gli orfani, i poveri, i vicini vostri parenti e coloro che vi sono estranei, il compagno che vi sta accanto, il viandante e chi è schiavo in vostro possesso”) e abbondanza di aneddoti della vita del Profeta. Sebbene la formulazione della sura sia infinitamente più generica di quella evangelica (nei testi cristiani non ci si limita a raccomandare di trattare bene chi ci è toccato in sorte come vicino, ma persino attivamente a “farsi prossimo”, a prescindere, anche di chi è lontano da noi, fisicamente e spiritualmente) ho la sensazione che questo concetto in molti Paesi a maggioranza musulmana sia preso più sul serio di quanto non avvenga da noi. Nell’esperienza di Nizam questo si traduceva in pasti condivisi, specialmente in occasione delle festività, assistenza in caso di malattia, condivisione di lutti. E’ un fatto anche che, durante la guerra in Libia, Tunisia e Egitto abbiano aperto le frontiere a chi fuggiva, nonostante l’oggettiva delicatezza della situazione dal punto di vista politico e economico. Un precedente importante è stato quello della Siria e della Giordania, che hanno accolto centinaia di migliaia di persone in fuga dall’Iraq (molte delle quali, tra l’altro, di religione cristiana). Trovo quindi intelligente il richiamo di Paolo Dall’Oglio, gesuita e monaco che vive e opera in Siria dagli anni Ottanta: il rischio di una guerra civile devastante c’è, ed è molto concreto. Dall’Oglio (che oggi rischia l’espulsione dal Paese come persona non desiderata) sta facendo appello a tutti i valori condivisi che ancora esistono in quei luoghi, la solidarietà tra vicini in primo luogo. Probabilmente fallirà anche lì, ma non posso fare a meno di pensare che nessuno, in Italia, potrebbe mai pensare di fare leva su questo concetto, oggi. Una volta sì, a giudicare dai racconti dell’epoca della guerra. Mia madre mi parla di persone accolte, nascoste, sfamate, ospitate a prescindere dal credo religioso o politico di chi era accolto e dalla povertà drammatica di chi accoglieva. E quasi ogni narrazione di quel periodo contiene episodi del genere.

Ieri ho partecipato a una conferenza stampa di Medu (Medici per i diritti umani) sui rifugiati che vivono per strada a Roma. Mi sono resa conto che per me si tratta di situazioni note, che sono abituata a considerare e analizzare. Ma così non è per la maggior parte dei miei concittadini. Anche in questo caso si tratta di vicini di casa. Vicinissimi. Penso a i profughi afghani accampati alla Stazione Ostiense. Una storia che dura da molti anni. Se cercate sul web troverete abbondante documentazione. Ma basterebbe aprire gli occhi, quando ci si passa davanti. Si tratta di 100-150 persone accampate a margine di un binario di una delle stazioni più frequentate di Roma. Non è che sia tanto difficile sapere che ci sono. E che tanti, troppi, sono ragazzi di meno di 18, persino bambini, non accompagnati. Da un po’, arrivano anche madri sole con neonati. Stanno lì, messi tra parentesi dalla nostra città. Gli insediamenti “alternativi all’accoglienza”, come li definisce con un favoloso eufemismo un bando del Ministero dell’Interno, sono una questione complicata da risolvere. Tiri un filo e viene fuori un groviglio di problemi, alcuni locali, alcuni nazionali, altri persino europei. Una matassa di leggi, lacune normative, corto circuiti burocratici. Resta un fatto. Lì ci sono un buon numero di nostri vicini di casa, anche se al momento la casa non ce l’hanno. Ho detto, senza alcuna ironia, al Momcamp che mi considero privilegiata perché ho l’opportunità di conoscere alcuni di loro. Sono consapevole di essere sembrata bizzarra, ma vi assicuro che se faceste la stessa esperienza anche voi lo pensereste. Ho visto con i miei occhi signore non più giovani, volontarie della scuola di italiano, andarsi a bere un té in un binario morto invitate dai propri studenti come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Presto però il campo profughi all’Air Terminal non ci sarà più. In pochi mesi aprirà Eataly e la stazione accoglierà i nuovi treni NTV. Una bella notizia, la riqualificazione di un quartiere che certamente merita. Basta con le tendopoli, che offendono la dignità di tutti, rifugiati e cittadini. Ma c’è un piccolo particolare. Le persone da lì, in qualche modo, saranno tolte. Ma le alternative, al momento non esistono. A meno di un miracolo di responsabilità civile congiunta (per cui, a onor del vero, il presidente dell’XI Municipio si sta spendendo per quanto gli è possibile), finirà che gli afgani si accamperanno altrove, un po’ più nascosti. E tutti noi avremo perso una splendida occasione per dimostrarci, una volta tanto, lungimiranti.

Post scriptum. Forse può essere utile un piccolo video illustrativo. Ne trovate vari, in rete.

Storie di famiglie – 2


A. è un paraculo. Faccia da schiaffi, simpatico, solare, estroverso. Una sagoma. Ancora parla malissimo italiano, ma non sta zitto un momento, gesticola, ride, scherza. Sa di essere un bel ragazzo e ci marcia. Non ha soldi neanche per le sigarette, ma non cede alla t-shirt e ai jeans. Ha sempre una certa eleganza, pantaloni con la piega e camicia. Le conversazioni con lui tendono a prendere una piega surreale e, anche se l’argomento è spesso tragico, si finisce per sbottare a ridere insieme. A. è somalo. E anche lui ha una famiglia in perfetto stile somalo. Atipica, sparpagliata su tre nazioni e quattro città, con un portafoglio di sfighe che sarebbe troppo complicato passare in rassegna in modo esaustivo (viste anche le serie difficoltà di comunicazione). La principale, tuttavia, è quella di dovere avere a che fare con l’ambasciata italiana a Nairobi per ottenere i visti per il ricongiungimento familiare.
In sintesi, ha due figli la cui madre è morta e che ora vivono con la nonna in qualche posto della Somalia.  Nel frattempo, in Kenya, si è sposato un’altra donna, somala come lui, (“perché per un uomo una donna è importante!” ci ripete a ogni pié sospinto). Ora che è rifugiato in Italia ambirebbe a fare confluire qui la sposina e i suoi figli. E qui incappiamo nel solito problema. Ai figli (pagando) si può fare il test del DNA, onde verificare la legittimità del ricongiungimento. La moglie però, non essendo la madre dei figli, non può essere sottoposta al test. Dei certificati di matrimonio kenyoti, a quanto pare, l’ambasciata italiana non si fida. Sembra che ne girino molti falsi. Lo stato di famiglia in Somalia, peggio che andar di notte. E quindi? Quindi no, apparentemente non si può fare. Abbiamo incontrato un altro somalo che, visto che non aveva figli, alla fine si è arreso e la moglie l’ha lasciata là e ha chiesto di fare venire la madre, che almeno è consanguinea. Però A., giustamente, non si rassegna. “Ma quante coppie senza figli ci sono qui in Italia?”, ci argomentava (sto traducendo molto liberamente dal suo coloritissimo italo-somalo). “Vi pare che una moglie non è moglie solo perché non ha avuto figli da me, ancora?”. E no che non ci pare. Però… “E allora la risposo!”. Prego? “Loro (l’ambasciata) mi dicono dove la devo sposare e io vado e la sposo. Così a loro va bene”.
Ora, soprassedendo sui costi e sull’irrealizzabilità del matrimonio bis, converrete che A. non ha fatto altro che dare voce a un nostro pensiero ricorrente, che vi vado a formulare qui. Ma insomma, cara ambasciata italiana, questi somali dove volete che si sposino? In Somalia no, perché senza governo l’anagrafe non esiste. In Etiopia no, perché al massimo li fanno sposare in moschea e non lo considerate un matrimonio valido. In Kenya men che meno, perché il certificato poi rischia di essere falso o anche solo di sembrarlo. Certo, un modo per aggirare i problemi ci sarebbe. Andarsene in Kenya, dove tua moglie è parcheggiata in attesa del visto a Nairobi e provvedere non a risposarla, come vorrebbe romanticamente il nostro giovane paraculo, ma a generare un figlio là per là, seduta stante. Così si fa il test del DNA ed è tutto a posto. Ma questo, a parte i tempi comunque un po’ lunghi che la cosa richiede, non ci sentiremmo di consigliarlo, francamente.

Storie di famiglie


Da quando sono mamma e sono on line anche in quanto tale, ho notato che quasi ogni aspetto della maternità si è guadagnata un suo spazio nei media: gravidanza, parto, educazione dei bambini e degli adolescenti, adozioni all’estero, fecondazioni assistite. Ci sono aspetti che hanno più o meno spazio, più o meno popolarità. Varia molto la competenza e l’impostazione di programmi, siti e forum. Ma la genitorialità, in generale, è un tema che interessa a una buona fetta di popolazione – come dimostrano anche il fiorire di proposte commerciali connesse al tema. Già da prima dell’estate vado rimuginando su quanto possa essere diverso per un migrante (e ancor di più per un rifugiato) essere genitore. Un tema dolorosissimo, solitamente velato da omissioni e non detti. Le parole chiave della genitorialità migrante sono infatti, di solito: separazioni obbligate (a volte spaventosamente traumatiche), lontananze protratte e, nel migliore dei casi, ricongiungimento familiare (che però vuol dire, anche: procedure burocratiche estenuanti e surreali; spese esorbitanti; frustrazioni reiterate e incomprensibili per tutti gli interessati…). No, decisamente non è una passeggiata. Neanche quando i ricongiungimenti vanno a buon fine.
Stamattina, nel mio ufficio, sedeva una giovane donna somala, sorridente sotto un velo fucsia sottile ed elegante. E’ una persona molto riservata, non ci ha mai raccontato i dettagli della sua storia e noi, del resto, non glieli abbiamo mai chiesti. Sta cercando di fare arrivare in Italia i suoi tre bambini e suo marito, che adesso sono in Somalia (e qui apro una parentesi: avete presente quale sia l‘attuale situazione in Somalia e nei paesi vicini?). Premettiamo che qualunque madre italica (o europea, o americana…) sarebbe stata in preda all’ansia e al panico. Lei ostentava una sorta di determinata rassegnazione (non so se mi spiego), tipica di chi vive da talmente tanti anni in mezzo agli orrori da aver rinunciato a ogni reazione scomposta. Il colloquio di oggi verteva sui documenti da produrre e qui, da un intoppo burocratico, abbiamo avuto la possibilità di farci un’idea dell’esperenza di questa donna. Sul suo permesso di soggiorno, alla voce “stato civile”, si legge: vedova. Abbiamo quindi dovuto chiederle, necessariamente, di raccontarci un po’ di fatti suoi. Il padre dei suoi bambini è stato ucciso, in Somalia, in circostanze tragiche che non abbiamo approfondito e che l’hanno costretta, a sua volta, a fuggire, lasciando i suoi tre bambini piccoli a sua madre. Quando ha raccontato la sua storia alla commissione per il riconoscimento dello status, le hanno riconosciuto l’asilo ai sensi della Convenzione di Ginevra. In questi anni è successo che sua madre si è ammalata e ha perso la vista. Non era più in grado di badare ai bambini da sola. In mancanza di altri parenti, un vicino di casa si è occupato dei bambini e dell’anziana donna (che probabilmente, vista la vita media e la qualità della vita in Somalia, avrà una cinquantina d’anni…). Li ha presi a vivere con sé e quando una delle bambine si è ammalata e aveva bisogno di essere ricoverata in ospedale, l’ha portata in Etiopia e ha pagato per salvarle la vita. Ha fatto di quelle persone abbandonate al loro destino la sua famiglia. In occasione dell’operazione della bambina, la ragazza che era da noi oggi è riuscita a raggiungere sua figlia a Addis Abeba: il suo passaporto di rifugiata non le consente di tornare al suo Paese, ma in Etiopia è riuscita ad arrivare, grazie al generoso sostegno di amici e connazionali. Lì, ad Addis Abeba, il vicino/nuovo padre dei suoi figli le ha chiesto, con grande semplicità, di sposarlo. Lei ha trovato assolutamente ovvio farlo. Non essendo cittadini etiopi si sono sposati in moschea e poi hanno registrato l’unione anche civilmente (in una forma che speriamo ardentemente che il nostro consolato in Etiopia riconoscerà valida). Forse questa non è una storia romantica. Non almeno nella forma a cui siamo abituati. Io trovo che questa sia una famiglia, eccome. Una famiglia che ora meriterebbe di riunirsi, per la prima volta, in un Paese senza guerra, per continuare a combattere insieme la povertà, la precarietà, l’esclusione che segnerà necessariamente anche la loro storia in Italia.
Riusciranno a farlo? Chissà. Certo ci vorrà tempo ed è anche possibile (noi lo temiamo) che dal ricongiungimento quest’uomo generoso rimanga escluso, perché non si riterrà adeguatamente documentato il loro vincolo matrimoniale (anche perché non è il genitore biologico dei figli). Noi però facciamo il tifo, per loro e per tutti quelli che combattono battaglie simili, nell’indifferenza generale.

Zygmunt, guardaci!


“I rifugiati sono rifiuti umani, senza nessuna funzione utile da svolgere nella terra del loro arrivo e soggiorno temporaneo e nessuna intenzione o prospettiva realistica di assimilazione e inserimento nel nuovo corpo sociale”. Oltretutto, poiché non è fisicamente possibile rimuovere tutti i rifiuti – oppure non è possibile tenerli lontani in modo che noi non li vediamo -, ecco che si fa in modo che vengano sigillati in “contenitori a tenuta stagna”: campi profughi o ghetti che, da provvisori, diventano definitivi cosicché chi li popola non potrà mai più accedere al diritto di piena cittadinanza. 

Cito da una recensione  on line di questo libro, una delle letture più dolorose di questi anni. Ora che ci penso, dovrei rileggerlo. Non mi sono mai riuscita a togliere dalla testa questo parallelo ferocissimo tra migranti e spazzatura, tra discariche e campi profughi. “Il bene primario della società dei consumatori sono i consumatori; i consumatori difettosi sono il suo passivo più irritante e costoso”. Il parallelismo tra smaltimento dei rifiuti e migrazioni regge, eccome se regge.

Forse è anche per questo che quando Marichia, una donna appassionata, determinata, ma anche poetica mi ha parlato di questa fondazione e della sua intenzione di coinvolgere di un gruppo di rifugiati a Roma per realizzarlo anche qui, sono rimasta così colpita. Oggi, a meno di un mese dall’avvio delle attività, grazie a un patchwork di collaborazioni cucito in tempo reale in un paio di giorni alla fine di luglio, questa idea bellissima si è già tradotta in bicchieri, borse, collane, cartoline. Soprattutto, cosa ancora più insperabile, il gruppo di rifugiati esiste. Sono motivati, competenti e agguerriti. Il bigliettino su tutti i prodotti recita: “Questi oggetti artigianali, fatti con materiali di scarto, sono il risultato della creatività di rifugiati coraggiosi che spostandosi per mari e terre alla ricerca di protezione, vogliono contribuire al bene comune, ripulendo l’ambiente e utilizzando rifiuti per trasformarli in doni preziosi. Refugee ScArt è un dono che torna: aiuta chi l’ha creato e aiuta anche te a vivere in un ambiente più pulito”.

Ora che il primo passo è fatto, bisogna immaginare gli altri. Sarà necessario riuscire a dare concretezza e sostenibilità a questa idea. Intanto voi date pure una sbirciatina ai lavori in corso.