Non sanno quello che fanno


E’ tutto il giorno che rimugino su come possa essere un modo semplice e efficace per far capire a tutti, anche ai non addetti ai lavori, cosa stia decidendo l’Europa rispetto alla cosiddetta “crisi dei rifugiati” e quali conseguenze abbiano, in parole povere, tali decisioni. Ricordo che questi bei provvedimenti sono anche nostri, nel senso che sono frutto dell’accordo dei capi dei governi democraticamente eletti da tutti noi che abbiamo diritto di voto in Europa. Nessuno si senta escluso.

Sarebbe lungo entrare nei dettagli e questo è il mio blog, per cui sarò esplicita e selettiva.

  1. Arrivano troppe persone in Europa. Quindi, tanto per cominciare, paghiamo tre miliardi di euro alla Turchia perché si tengano lì il maggior numero possibile di rifugiati. Tre. Miliardi. Esatto. Così, sull’unghia. Incidentalmente, la Turchia al momento ha già più di due milioni di rifugiati presenti sul suo territorio, ovvero circa il doppio di quelli che arrivano in tutta Europa. Ammassarne un altro milione e mezzo lì è proprio la soluzione più logica, sì sì. E poi a noi il governo turco ispira tanta, tanta fiducia. Ma lo facciamo per loro, eh? Qui proprio non abbiamo le condizioni per accoglierli, non ce lo possiamo permettere, c’è la crisi (per questo paghiamo tre miliardi a scatola chiusa). Un bel campo profughi in Anatolia è più che adatto. E poi insomma, ci facciano un po’ quel che vogliono. L’importante è che non arrivino qui.
  2. Abbiamo messo a punto un sistema [delirante] di smistamento dei richiedenti asilo (ma non tutti, mi raccomando, solo quelli di serie A, quelli che si vendono meglio all’opinione pubblica) dall’Italia e dalla Grecia. Ma, surprise surprise, non funziona. Strano. Sarà forse perché era illogico, costoso e inefficace come ci dicevano dall’inizio alcuni enti di tutela? Ma no! E’ solo che i rifugiati non collaborano. In Italia, ad esempio, non arrivano quelli della nazionalità giusta. Abbiamo detto siriani ed eritrei e invece niente, arrivano afgani, congolesi, nigeriani, avoriani, camerunensi… Sono rifugiati anche loro, dite? Ma noi avevamo detto chiaramente che volevamo i rifugiati che abbiamo visto in tv, quelle belle famiglie siriane con i bambini con gli occhioni. E in Grecia? Al danno si unisce la beffa. Arrivano i siriani, i rifugiati buoni, i rifugiati vendibili e preferiscono decidere loro in che paese andare. Non capiscono che è molto più conveniente essere bloccati mesi all’addiaccio in attesa che i molti funzionari europei pagati per questo decidano se potranno accedere o no a un Paese a sorpresa, preso a caso tra tutti gli Stati membri, da cui poi non potranno più spostarsi pena la detenzione. Strano che non capiscano che splendida opportunità l’Europa ha predisposto per loro.
  3. E allora? Allora ci serve l’esercito. Una milizia europea a difesa dei confini. Perché la libertà di circolazione (nostra) è irrinunciabile e può essere garantita solo se riusciamo a tenere ben chiuse le frontiere esterne. Se gli Stati di frontiera si ostinano a non interpretare fino in fondo il loro ruolo di gendarmi, sarà Bruxelles a mandare una polizia apposita. Costi quel che costi (moltissimo, naturalmente).

Sì, sono arrabbiata. Sono arrabbiatissima. Continuano ad affogare bambini, ogni giorno. E i nostri capi di governo continuano a parlare di ingressi irregolari, come se ignorassero da cosa queste persone fuggono. Continuano a spendere cifre astronomiche per tenerli lontani dal nostro territorio, perché poi se entrano avrebbero diritto alla protezione. Non ci possiamo permettere di accoglierli, ma ci possiamo permettere costose misure per lasciarli morire (ingrossando le casse delle organizzazioni criminali, peraltro).

Io voglio credere che i nostri leader siano momentaneamente incapaci di intendere e di volere. Che non sappiano quello che fanno. Che non si rendano conto fino in fondo. Parlano di detenzione, misure coercitive, dissuasione. Parlano di strategie militari per combattere giovani disperati, donne sole, bambini. Facciamo parlare all’ONU una giovane donna sequestrata dall’ISIS e poi respingiamo in frontiera tutte le altre vittime dello stesso terrorismo.

Un esempio? La Nigeria. Secondo Amnesty International almeno 5500 civili uccisi sono stati uccisi da Boko Haram soltanto dall’inizio del 2014; altri 1500 i morti del 2015 in almeno 70 attacchi in villaggi e città del nord-est del paese. 2000 è il numero stimato delle donne e delle bambine rapite dall’inizio del 2014. Oltre 300 sono stati i raid e gli attacchi contro i civili dall’inizio del 2014. 3700 le strutture danneggiate o distrutte nella base militare Mnjtf (Multinational joint Task Force) di Baga e di 16 villaggi limitrofi, durante l’eccidio jihadista di circa 2000 civili tra il 3 e il 7 gennaio 2015, come documentato da immagini satellitari. 5900 sono le strutture, compreso un ospedale, danneggiate o distrutte a Bama nel marzo 2015 (il 70% dell’intera città), quando fu perpetrata anche la strage di decine di “spose schiave”. Ma i nigeriani, si sa, sono migranti economici. “Gli attentati li fanno pure da noi, che c’entra”, pare abbia commentato non una ragazzina al bar, ma una funzionaria che ha responsabilità in materia di asilo.

Ma a voi sta bene? Sapete? Vi rendete conto?

Per approfondire
Chi è oggi Erode?
Commento del Centro Astalli al vertice UE del 17 e 18 dicembre

 

Impostori, fino a prova contraria


In questi giorni cerco freneticamente di aggiornarmi e prepararmi sui rapidi cambiamenti che riguardano i rifugiati che sbarcano sulle nostre coste. Studio documenti ufficiali, ricevo aggiornamenti da amici e colleghi. Non mi diffondo in tecnicismi tediosi. Ma una cosa salta all’occhio, da tutti i documenti ufficiali: l’ossessione collettiva è quella del migrante-truffatore. Quello che simula di essere un rifugiato, ma in realtà è solo “un migrante in posizione irregolare”e che va etichettatato come tale tempestivamente. Subito. Già sulla barca che lo ha salvato dalle onde del Mediterraneo.

In queste settimane ho avuto modo di parlare di questo tema con persone interessate a titolo diverso da me. Esperti, consulenti, funzionari, persino un ministro. Ciascuno di loro descriveva i rifugiati come informati e scaltri, pronti ad attaccarsi a cavilli legali per prolungare indebitamente il loro soggiorno. Li si descriveva come poliglotti, sempre connessi a internet, con una meta già in mente. Un nemico furbo, contro cui è necessario mettere in campo procedure altrettanto “furbe”.

Io penso che una persona che si è messa in mare per disperazione, è sopravvissuta per miracolo e magari ha da poche ore gettato in mare il cadavere di suo figlio, su quella barca che la soccorre non pensi a come imbrogliare chicchessia. Con addosso ancora i vestiti bagnati, durante l’epilogo di un viaggio attraverso ogni genere di violenza e di abuso, davvero è onesto sottoporlo a un interrogatorio frettoloso da cui dipende la sua sorte? Io credo che Jacopo, uno studente di Milano, abbia capito meglio di tutti questi funzionari cosa passa per la testa di un migrante salvato da una motovedetta della Guardia di Finanza nel Canale di Sicilia. Lo ha scritto in un bel racconto, diventato video.

Ma voi, come vi sentireste, se i vigili del fuoco che vi hanno appena salvato da un edificio in fiamme in cui avete visto morire i vostri familiari, prima ancora di portarvi in ospedale a curare le ustioni vi sottoponessero a un interrogatorio? Forse vi verrebbe da dire: “Ok, ma prima lasciatemi realizzare che sono ancora vivo. Lasciatemi piangere. Lasciatemi ringraziare o maledire il mio dio. Lasciatemi il tempo per ritornare in me. Non pensate che i vostri moduli a risposta multipla possano aspettare?”.

Ma noi siamo noi, non è vero? Noi abbiamo il diritto di essere traumatizzati dopo un incidente, grave o non grave. Abbiamo diritto a capire e, se non capiamo, a farlo presente. A protestare, se qualcuno si permette di calpestare i diritti previsti dalla legge. Nessuno può trattenerci in strutture chiuse che ufficialmente ancora non esistono neanche. Queste cose accadono in Africa, non è vero? Non a Pozzallo, Sicilia.

Vale la pena?


Come si nota anche dal ritmo di pubblicazione dei post di questo blog, sono leggermente travolta. Il tempi del lavoro si dilatano, sgomitano, assumono forme anomale. Provvidenzialmente mi è stato regalato un tempo di pausa non riempito da tutto il resto, un fine settimana tra le montagne di Trento a fare “una cosa gesuita”, come ha detto uno dei partecipanti. Se avessi saputo di cosa si trattava sicuramente non sarei andata. L’avrei considerato un lusso che non potevo permettermi. Invece mi serviva proprio. Ne sono uscita un po’ scossa e in qualche modo riconciliata, soprattutto rispetto alla domanda che mi sono posta negli ultimi mesi: “Ma cosa ci sto a fare? Ne vale la pena? Magari è giunto il momento di cambiare strada? E’ arrivato il vento del nord di Mary Poppins?”.

In estrema sintesi, ne sono uscita rafforzata nella convinzione che vale la pena di fare il mio lavoro, oggi più che mai. Vale la pena perché c’è bisogno di capire, di pensare, di spiegare, di provare cose nuove e raccogliere nuove idee. Non sono ovviamente le uniche cose che faccio al lavoro, ma faccio anche questo. E’ innegabilmente un momento entusiasmante. Cambiano le carte in tavola, continuamente. Ci sono più che mai motivi di indignazione e di denuncia. In Italia in queste settimane si stanno verificando cose gravissime. Ieri sera un operatore umanitario in collegamento dal porto di Pozzallo ci raccontava di come la sua organizzazione, addetta al triage sanitario allo sbarco, può segnalare donne incinte anche ai primi mesi, persone con patologie varie che possono essere risparmiate dal respingimento immediato. A un certo punto ha parlato anche di un istituto religioso dove avevano proposto di ospitare per qualche giorno uno dei migranti colpiti da questi provvedimenti dati un po’ a casaccio. Il pensiero è corso agli ospedali che ricoveravano gli ebrei al tempo del rastrellamento nazista a Roma, ai conventi che nascondevano i bambini.

Fa impressione pensare che una similitudine che da tempo era venuta in mente ad alcuni (leggetevi questo bellissimo post di Anna di più di due anni fa) oggi sia ancora più calzante.

“Così muore la civiltà europea”. Muoiono innocenti, ogni giorno, e sembra che ci siamo abituati. Per questo, nonostante qualche fatica e qualche insoddisfazione, continuo a credere che questa sia la mia frontiera. A tratti, la mia trincea. Sono davvero grata a tutti quelli che si trovano qui con me. Alcuni per un pezzetto di strada, altri da 15 anni. Grazie per tutte le risate liberatorie che ci aiutano ad andare avanti, testardi e resilienti.

Ma perché tutti questi… ehm… africani?


Sono settimane che, immancabilmente, chi viene a visitare la mensa del Centro Astalli mi rivolge, in forma più o meno velata, questa domanda. Che poi si potrebbe tradurre in forma più esplicita in questi termini: dove sono le famiglie siriane? Le donne, i bambini, in fuga dal Medio Oriente? Insomma, tutti quei rifugiati-rifugiati che i media di tutto il mondo raccontano, fotografano, seguono, descrivono? Gli ingegneri, gli avvocati, gli attivisti dei diritti umani, i giornalisti, i professori in fuga dalle bombe e dall’ISIS?

Bene, ve lo rivelo. Nel 2015 in Italia ne sono arrivati proprio pochi. Dal 1 gennaio al 10 ottobre appena 7.147 su un totale di 136.432 persone sbarcate. (l’anno scorso ne erano sbarcati 42.323, proseguendo poi quasi tutti verso il nord Europa). Perché? Perché per i siriani adesso la rotta praticabile è quella del Mediterraneo Orientale: Grecia e poi, via terra, verso l’Europa continentale, attraverso i Balcani.

Altra peculiarità italiana: tra i richiedenti asilo nel nostro Paese, già nel 2014, la percentuale di donne e bambini era ridottissima rispetto al dato di altri Paesi europei: appena il 7,6% le prime, il 6,8% i secondi. Per darvi un termine di paragone, in Germania sono rispettivamente il 34,6% e il 31,6% del totale. In Francia il 38,2% e il 21,7%.

Quindi, con buona pace dei media e delle aspettative da loro ingenerate, di famiglie rifugiate – specialmente siriane – in Italia al momento ne arrivano pochine. Il “nostro” flusso arriva soprattutto da sud: Eritrea, Nigeria, Somalia, Sudan e tanti altri Paesi africani, a cui aggiungiamo l’Afghanistan e il Pakistan, sempre ben rappresentati.

Quindi i nostri sono meno rifugiati di quelli che vediamo nelle foto d’agenzia dai Balcani? Non direi proprio. Fate mente locale su cosa accade nei Paesi che vi ho nominato e lo capirete da soli. Il fatto che siano giovani uomini e non famiglie non li rende meno titolati alla protezione, né tanto meno all’accoglienza e alla solidarietà.

P.S. Ieri è stato pubblicato un rapporto sull’accoglienza di migranti e rifugiati in Italia, commissionato dal Ministero dell’Interno. E’ una risorsa utile e importante. Dateci un’occhiata: Rapporto accoglienza PDF

Utopia e visioni. Conversazioni in un casale


Mai come in questo periodo sono coinvolta in corsi di formazione, in colloqui con visitatori, ricercatori, gruppi di ogni forma e dimensione. Forse troppo. Confesso che giorni fa, davanti all’ennesima sessione per i ragazzi del servizio civile, avrei preferito darmi alla macchia. Ho deciso di curare questa saturazione con l’omeopatia. Ieri, alla Città dell’Utopia, ho deciso di parlare di rifugiati come piace a me. Quasi senza limite di tempo, senza vincoli, senza contraddittorio. Lusso puro. C’era solo ci voleva, nessun registro e nessuna firma di presenza. Si è chiacchierato. Soprattutto io ho chiacchierato, a dirla tutta. Perché ne avevo bisogno.

Avevo bisogno di dire a me stessa che la questione rifugiati è complicata, ma che si può spiegare, un passaggio alla volta. Capire certo non cambia le cose, non subito almeno. Ma non capirle può facilmente peggiorarle.

Molti anni fa, quando mi sono iscritta all’Università, ho bruscamente cambiato programma e invece di iscrivermi a matematica ho deciso di studiare Vicino Oriente antico. La leggenda familiare narra che, al telefono con i miei ancora in vacanza, davanti al loro comprensibile stupore io abbia risposto: “Ma è praticamente la stessa cosa”. Probabilmente mi riferivo a quello sforzo di far lavorare il cervello verso quello che ancora non è noto, in quel misto a percentuale variabile di paziente applicazione di modelli, apporto di nuovi punti di vista e botte di culo. Ieri la mia amica Caterina, tra il serio e il faceto, mi faceva notare che la decifrazione dei sistemi di accoglienza in Italia richiama pericolosamente il livello di complessità della filologia biblica (preconcetti ideologici inclusi). Alla fine scoprirò che, nonostante le apparenze, da decenni continuo a fare la stessa cosa.

Un elemento comune a tutto resta certamente l’utopia. Utopico era il progetto degli Orientalisti, utopia pura era capirci qualcosa della storia della religione di Israele, utopia è certamente immaginare un cambiamento sensato per i rifugiati nel mondo. Al limite, utopia è anche la promozione della giustizia. Poi però ripenso a un libro letto un paio di anni fa e mi correggo: quelle mie attuali non sono utopie, devono essere visioni. No, non è la stessa cosa.

Alti e bassi


Giorni fa ero in fila al supermercato. La cassa si blocca, qualcuno spiritosamente commenta: “Tutta colpa di Marino!”. Altri fanno eco. Si sorride insieme, si apprezza l’ironia dei romani, ci congratuliamo con noi stessi perché, nonostante l’ora e la fretta, riusciamo a non prendercela. Condivido su Facebook la battuta, che viene giustamente apprezzata.

Però su Facebook ho peccato di omissione. Perché in quello stesso clima di spiritosa condivisione, un signore della fila allarga il discorso. E spiega alla signora dietro di lui (e giusto davanti a me) che i migranti che arrivano fanno parte di una precisa strategia per invadere l’Europa e separarci dalle nostre radici culturali. Che non è vero che muoiono di fame, sono tutti ben nutriti e con il cellulare. E soprattutto che lì, ai Paesi loro, in realtà tutti vivono benissimo, senza il minimo problema. Insomma, bisogna aprire gli occhi e tornare padroni in casa nostra. “Io con mia figlia faccio proprio un lavoro, sa? Mi accerto che fin da adesso che la bambina apprenda i valori corretti”.

Ora non è che a me in genere manchino le parole. In quel caso, vi assicuro, non mi mancava neanche l’indignazione e il raccapriccio per tante assurdità e falsità infilate nello stesso discorso. Con l’aggravante dell’impatto sulle future generazioni (non voglio neanche pensare a quali valori, esattamente, questo zelante padre si impegni a trasmettere). Ma in questi casi, in realtà, io mi trasformo di colpo in un’altra persona. Non argomento, non contesto, non arringo le folle. Mi viene da piangere. Letteralmente. Mi sento una tale tenaglia di sconforto e disperazione stringermi la gola che per un bel pezzo sono tecnicamente incapace di reagire.

Alla fine la cassa ha chiuso e le file si sono redistribuite tra le casse rimaste aperte. Io ho evitato accuratamente la fila scelta dal difensore delle radici culturali e mi sono accodata alla signora a cui il discorso di prima era stato rivolto. Solo allora, mentre aspettavamo ancora, mi sono sentita di dire a lei, garbatamente, che le migrazioni verso l’Europa non funzionano come le era stato appena spiegato. Che di tante cose non so nulla, ma di questa sì. Lei mi ha sorriso e mi ha detto che lo sospettava anche lei e che le mie parole la rafforzavano nella sua convinzione.

Non una prestazione di sensibilizzazione particolarmente eroica, lo confesso. Potevo magari risparmiarmela e basta.

“Ok, i bassi li abbiamo capiti. Ma gli alti?” si chiederanno a questo punto i miei lettori. Gli alti arrivano tutte le volte che mi rendo conto di quante persone, con entusiasmo, si stiano rimboccando le maniche per cambiare il volto di questa Europa tutta ripiegata in se stessa. Di quante piccole rivoluzioni succedano tutti i giorni. Gli alti arrivano quando qualcuno di voi che mi leggete, mi conoscete o comunque siete in contatto con me in qualche modo, sente la voglia di raccontarmele, quelle rivoluzioni. E allora da ieri penso alle donne ghanesi che battono le mani nell’appartamento che ha allestito per loro un parroco in Monferrato (ma spero comunque – Paola Maria non me ne voglia – che la bambina che nascerà presto non la chiamino davvero “Arancia”). Questa immagine batte cento file di supermercato.

Facciamo che…


Avete presente quei giochi di simulazione dei bambini tutti coniugati all’imperfetto? “Facciamo che io ero la maestra e che tu eri la mamma….”. Certe volte, quando cerco di spiegare l’irrazionalità delle misure europee di queste settimane la tentazione è di provare a illustrare così, in parole facili facili.

Facciamo che dobbiamo attraversare un grosso fiume e siamo tanti. Le barche più vicine alla riva sono piccole e un po’ malandate. Se le si attraversa a balzelloni, si può arrivare in altre tre o quattro barche dall’aria decisamente più comoda. Però così è un casino. Tutti saltano, spingono e si rischia di finire tutti in acqua. Tra l’altro, qualche decina di metri più in là, ci sono attraccate un’altra decina di barche, alcune più belle, altre un po’ meno attraenti, ma comunque barche.

Chi volesse prendere in mano la cosa e evitare incidenti arriverebbe alla logica conclusione che la gente va distribuita tra le barche disponibili ordinatamente, in ragione della loro capienza.

I proprietari delle barche decidono di procedere così: si decide di trasferire nelle altre barche un certo numero di persone che vanno traghettate.  Ma non le prime che capitano, in ordine di arrivo. No, si decide di scegliere solo passeggeri con alcuni specifici requisiti (diciamo tutti quelli più alti di 1 m e 75).

Nascono così diversi problemi pratici:

  1. Queste persone vanno trovate, via via che arrivano, perché non sono già sulle barchette vicine alla riva.
  2. Quando arriva va spiegato a loro, ma specialmente agli altri, che devono smettere di saltare e aspettare che li si trasferisca.
  3. Il numero stabilito non è comunque sufficiente a dividere equamente il carico tra le barche: la gente continua ad arrivare e non tutti sono così alti, anzi.
  4. In attesa di effettuare questa macchinosa distinzione di gruppi, tutti dovrebbero restare fermi sulle barchette vicino alla riva. Tutti. Guai a chi salta.

L’unica cosa certa e prevedibile quindi è che le barche vicino alla riva prima o poi affonderanno e un sacco di gente sarà portata via dalla corrente. E intanto i proprietari delle altre barche continuano a congratularsi l’uno con l’altro per la magnifica idea che hanno avuto per gestire la situazione.

Non così in fretta


Un post telegrafico per condividere emozioni contraddittorie.

I rifugiati in Europa, in Italia, sono IL tema. L’accoglienza diffusa, da quando ne ha parlato il Papa domenica scorsa, anche di più. Improvvisamente, sempre più, chi mi conosce fa due più due. “Ah, ma tu eri quella che…”. Sì, ero quella che parlava di rifugiati, ne parla ancora e spera che se ne continui a parlare quando sarà passata questa ubriacatura collettiva. Che è una sbornia bella, gioiosa, in cui tutti noi cerchiamo di esorcizzare le amarezze e le paure del futuro. Godiamocela tutta, questa sbornia di abbracci, canti di Inni alla Gioia, parole alte e solenni che parlano di Europa e di memoria.

Però questa bella energia, questa pianta di sguardo alternativo che pare farsi strada contro ogni previsione, per attecchire deve saldarsi con un pensiero. Le esperienze sono belle, ma vanno lette e rilette. Il cambiamento va costruito, altrimenti domani è già finito.

Ancora una volta mi trovo divisa tra due sentimenti. Se penso per quanti anni queste cose che accadevano (belle, brutte, cruciali, drammatiche, significative) sono state un racconto tra pochi e per pochi, da mettere nella rubrica “Solidarietà” forse una volta al mese che poi il lettore si stufa, oggi non credo ai miei occhi e alle mie orecchie. La questione rifugiati stamattina è stata definita a Strasburgo “prima di tutto una questione di umanità e dignità umana. E per l’Europa anche una questione di giustizia storica”. Nessuno di noi ci avrebbe mai scommesso, anche se questo è vero da anni.

Però poi mi rendo conto che oggi che tanti parlano e anzi si aggiudicano primati, della complessità e della portata vera della questione capiscono pochissimo. Vabbè, direte voi, pazienza. L’importante è che se ne parli.

Sì e no. L’importante è che ci si renda conto. E l’emotività non basta, anche se è un motore potente. Serve anche l’umiltà, l’intelligenza, la pazienza, la purezza delle intenzioni.

Mi fermo qui, per oggi. Mi fermo dicendovi che davvero vorrei contribuire di più e meglio a questa ondata di cambiamento straordinaria. Vorrei dire che mai come adesso bisogna chiamare a raccolta tutte le risorse che abbiamo, materiali, umane, intellettuali, di memoria e di creatività. Vorrei capire come.

Non amo gli angeli


In questi momenti in cui i media spalancano, tutti insieme, gli occhi sulla sofferenza immane nel mondo, bambini inclusi, il linguaggio ha una brusca sterzata natalizia.

Sono angeli i bambini morti che condividiamo sulla bacheca di Facebook. Però, da vivi, ai loro genitori nessuno ha rilasciato un visto. Non gli erano ancora spuntate le alucce.

Sono Madonne le madri che sostano straziate in frontiera, con i bambini in braccio. Ma questa aura di divinità non assicura loro quasi nulla. E comunque le Madonne continuiamo a preferirle chiare di pelle, come i pittori rinascimentali.

Sono angeli molti, moltissimi cittadini (volontari o operatori che siano, senza distinzione) che portano da mangiare e da bere. Sono angeli perché sono buoni. Ma io continuo a pensare che il dovere di ciascun essere umano in quanto tale abbia poco a vedere con la bontà.

Troppi sospiri, troppo sdegno teorico. Difficile però capire cosa davvero sia utile fare in questo frangente. Difficile persino capire cosa proporre.

Butto lì un paio di idee.

  1. Contribuire alla pulizia delle nostre menti e delle conversazioni. Il razzismo, implicito o esplicito, fa da padrone. Cerchiamo di non parlare senza pensare e di non lasciarci guidare solo dalla pancia. Se una conversazione a cui partecipiamo prende una piega che non ci piace, troviamo il coraggio di dire, con garbo e fermezza, che non la pensiamo così. E’ dolorosissimo, lo dico per esperienza.
  2. Facciamo la prova dell’empatia: davvero, in tutta onestà, consideriamo queste persone di cui si parla davvero pari a noi? Probabilmente no. Allora cerchiamo di fare dei progressi e di aiutare chi conosciamo a farne. Io temo che il modo sia solo uno: incontrare persone fisiche e tangibili. Farci degli amici rifugiati e cercare di vedere il mondo attraverso i loro occhi. Mettiamoci nei loro panni, come proviamo a fare con la nostra amica che ha perso il lavoro o con nostro fratello che si è lasciato con la moglie. Difficile, difficilissimo. Lo so.
  3. Non è una situazione facile. Coltiviamo la nostra intelligenza e ammettiamo che non sappiamo tutto. Vi pare poco? Non lo è, vi assicuro. Non vi accontentate degli slogan e delle teorie precostituite.
  4. Non ci arrendiamo allo scoramento generale, “tanto non ci si può fare niente, tanto vale…”. Non è vero. Ciascuno può fare qualcosa. Se non crediamo questo, restiamo intangibili e inscalfibili, anche se ci spunta la lacrimuccia davanti al cadavere sulla spiaggia.

Se angeli dobbiamo proprio essere, vorrei che riscoprissimo l’etimologia del nostro ruolo e lo prendessimo sul serio. Facciamoci “messaggeri” di questa umanità che patisce. Nel nostro piccolo, cerchiamo il modo di ascoltare con attenzione queste persone e raccontiamo quello che ci dicono, a chiunque ci ascolta. Attenzione però: un buon messaggero non inventa quello che deve dire in base alle sue, pur lodevoli, sensazioni. Prima deve ascoltare. Le foto, anche le più belle, si possono osservare e basta.

Di rifugiati, morti e vivi


Ho seguito un po’ su Facebook dibattiti, anche animati, in merito a fotografie – molto crude – che sono circolate sui social e che ritraggono alcune delle numerose vittime delle frontiere europee. Io non le ho condivise e mi piacerebbe spiegare perché. E vorrei spiegarlo bene, passaggio per passaggio.

  1. Non credo che nessun cittadino europeo con facoltà di voto abbia il “diritto di non vedere” queste immagini. Questo voglio chiarirlo subito. Non si tratta di vittime di un incidente stradale o di una calamità naturale. Queste vittime sono una diretta conseguenza delle scelte politiche dei nostri governi democraticamente eletti e quindi ne siamo in una certa misura responsabili. Non è l’Europa (entità impersonale e imperscrutabile) che decide di costruire muri, di mettere mine, di chiudere i superstiti di un naufragio in un centro di detenzione libico o, semplicemente, di non adoperarsi in nessun modo per far viaggiare vittime innocenti della guerra in forma legale e sicura. Sono i legittimi governanti dei singoli Stati e le alternative esistono.
  2. Ciò detto, un po’ di delicatezza nell’uso delle immagini non guasterebbe. Ad esempio basterebbe avere cura di non rendere riconoscibili i lineamenti, come si pare normale di faccia con i minori (se sono figli nostri).
  3. Ma non è tanto questo il punto. Il motivo per cui non mi piace condividere foto e storie di rifugiati morti, sebbene non creda che sia inutile né illegittimo, è che preferirei condividere foto e storie di rifugiati vivi. Meglio ancora, mi piacerebbe che sempre più persone incontrassero e conoscessero dei rifugiati nella vita di ogni giorno. Credo che servirebbe di più, sebbene sia molto più complicato. E ora cercherò di chiarire meglio questo concetto.

Quello che più mi sconvolge, nei discorsi e dibattiti di questi mesi, ancor più dello straordinario sfoggio di ignoranza e utilizzo di falsità da parte di chi è in malafede, è il fatto che anche chi è in buona fede sembra aver interiorizzato come normale che a queste persone non vengano mai applicati standard che noi troveremmo accettabili o anche solo tollerabili. Un paio di spot di Save the Children hanno provato a lavorare su questo messaggio: penso ad esempio a questo, o anche a questo. Gente che mi ha criticato anche pesantemente per aver portato mia figlia in vacanza in Turchia per il pericolo a cui la avrei esposta, argomenta con la massima sicumera che Paesi come Nigeria, Ghana, Guinea o Pakistan sarebbero assolutamente sicuri e che chi arriva da lì non sta fuggendo ma “ci sta provando”.

Altro filone, comunissimo, è quello di chi si scandalizza perché i rifugiati protestano per condizioni di accoglienza inadeguate o, scandalo massimo, per il cibo di cattiva qualità o non consono alle norme della loro religione. Ma come? Pretendono pure qualcosa? Accampano pretese? Ma allora non sono rifugiati veri! Altrimenti si accontenterebbero.

Questo tipo di argomentazioni dimostra, semplicemente, che queste persone non sono considerate al nostro livello. Voi, dopo che avete venduto tutto quello che avete per mettere in salvo i vostri figli da morte certa – certa al punto di rischiare di perderla, quella vita, in viaggi inimmaginabili – vi accontentereste di vederli parcheggiati in casermoni per mesi i mesi senza alcuna prospettiva di futuro? Non vi aspettereste aiuto, supporto, comprensione o almeno simpatia?

Ma non è nemmeno di questo che volevo parlare. Voglio solo farvi capire che le uniche persone per cui davvero riusciamo ad indignarci sono quelle che sentiamo equivalenti a noi, ai nostri figli, ai nostri cari. Se, come è evidente, l’appartenenza alla comune razza umana non ci è sufficiente, l’unica strada possibile è che almeno alcune di queste persone ci stiano a cuore, personalmente, con il loro nome e il loro vissuto. Che diventino nostri amici.

A quel punto, ve lo assicuro, l’empatia ci viene più facile. E cominceremo a capire di cosa si parla. La foto di un cadavere non può parlare. Può scioccarci, ma non può creare con noi nessun legame. Ci possiamo proiettare sopra nostre fantasie, più o meno fondate. Ma non ci può raccontare la sua storia, non ci possiamo ridere, non ci possiamo discutere e nemmeno litigare. Alla fine sospetto che ci lascerà indifferenti, tanto quanto i numeri delle statistiche. Per questo oggi non le condivido. Anche se non credo che chi lo faccia sbagli.