La libertà non è uno spazio libero


Ultimamente incappo spesso e volentieri nella parola “libertà” e negli aggettivi derivati. A un certo punto stavo passeggiando per le stradine del centro di Roma e mi ha colpito un pensiero: il concetto di libertà, per me, negli anni è cambiato in modo radicale e si sta ancora trasformando. Libertà è fare ciò che voglio, quando voglio? E’ avere disponibilità di soldi e tempo per togliermi qualunque sfizio? Una volta avrei visualizzato una persona libera come qualcuno mobile, leggero, con poco bagaglio e pronto a cambiare allegramente direzione. Oggi, pur cogliendo la piacevolezza di tutte queste cose, associo la libertà a qualcosa di diverso, addirittura di opposto. Una persona libera è una persona solida. Una persona sicura di sé, serena, non volatile. Il che non vuol dire risolta, o giunta a un capolinea di certezze o, peggio, di abitudini. Ma certamente in grado di non farsi portare qua e là dal vento delle emozioni effimere.

Libertà di giudizio, libertà di coscienza. Sono obiettivi importanti, potrebbe non bastare una vita a raggiungerli. Certe volte, nelle discussioni sui più disparati argomenti, si parla della libertà come di una caratteristica connaturata a qualunque individuo, di qualunque età. Per cui magari ci si affanna a difenderla alla cieca, molto più che a lavorare insieme perché ciascuno, qualunque sia la sua condizione, possa raggiungerla davvero. Mille volte sbuffo e sbufferò perché da madre non sono più libera di… (vedi anche post precedente). Ma sarei disonesta se non ammettessi che questa dura scuola del diventare genitore, questo esercizio di punti di vista, discernimenti e ripensamenti, non può che concorrere in modo determinante a fare di me una persona più libera.

Grazie, Iunicorn!


Ci sono certe mattine di festa in cui faresti qualunque cosa per tornare momentaneamente indietro di una manciata di anni. Quelli che basterebbero perché non ci fosse una molla saltellante di un metro e spicci a tirarti giù dal letto a prescindere. La sera prima hai fatto la splendida: hai fatto tardi, hai sbevazzato e ti sei abbuffata di ogni sorta di pietanza portata dalle tue ospiti in imbarazzante abbondanza. Ti sei persino un po’ pavoneggiata perché tua figlia era a letto a dormire prima dell’inizio della cena e non si è neanche svegliata, nonostante il casino fatto. Però… chi va a letto presto, si sveglia presto. Prestissimo. All’alba, direi. Mentre lotti per tapparti la testa con quel che resta del piumone, l’immortale verso di De André ti rimbomba nelle orecchie: “Femmina un giorno e poi madre per sempre…”. Con una breve invocazione a S.Erode, le cui gesta vengono celebrate in queste giorni anche dalla liturgia, cerchi l’unica cosa che può ammorbidirti l’impatto con il mondo: un diversivo.

E così, ancora in stato di semi-incoscienza, ho ripensato al pacchetto della Universal. Dora l’Esploratrice fa al caso nostro. Le avventure di Dora nella foresta incantata è un cartone senza troppi fragorosi effetti sonori, in grado di intrattenere piacevolmente la Guerrigliera con quel tanto di interattività che la tiene avvinta (ok, ogni tanto urla “Mappaaaaa!”, ma tutto non si può avere) e ci ha permesso di oliare il nostro ingresso nella mattinata di festa con una piacevole e rilassante visione di un mondo traboccante di fiori e funghetti, dove il candido unicorno (“Iunicorn!”, come dice Meryem) si appresta a diventare re. Mi piacerebbe che il suo corno magico potesse creare uno scudo sotto il quale sonnecchiare un altro pochino…. Zzzzzzz…..

Novità e vecchie consuetudini


Stamattina mi sono sinceramente rallegrata scoprendo che il ministro Profumo aveva messo a bando 6 posti di collaboratore nel suo ministero. “Su indicazione del Ministro Profumo, i suddetti incarichi, pur caratterizzati dal rapporto fiduciario intuitu personae, sono per la prima volta conferiti previo avviso pubblico e conseguente valutazione comparativa dei curricula”. Mi sembra una nota confortante e non ovvia. Parliamone, dunque. Notiamo questi segnali.

Tuttavia andando avanti nella giornata mi è toccata una seria delusione. In particolare, un comunicato della Presidenza del Consiglio, di cui vorrei proporvi una lettura commentata. Il motivo è che il contenuto è decisamente non condivisibile, e anche la forma rimanda, ahimè, ad altri assurdi parti letterari che avevamo avuto modo di vedere sullo stesso sito (ricordate, vero, le smentite sui pronostici del campionato e via delirando?).

Una premessa. Lo sapete come funziona l’Otto per mille IRPEF? E’ possibile destinarlo allo Stato (invece che alla Chiesa Cattolica o ad altre confessioni religiose), che lo userà per finanziare progetti di intervento straordinario nell’ambito di alcune precise finalità, e cioè (Legge 20 Maggio 1985 n. 222 art. 48) “per fame nel mondo, calamità naturali, assistenza ai rifugiati, conservazione di beni culturali”. In pratica ogni anno si presentano progetti su questi temi, il governo decide in quale percentuale finanziare ciascuna delle finalità e si procede, in ordine di graduatoria, per attivare gli interventi. Si tratta uno dei pochi casi in cui l’assistenza ai rifugiati, sia pure con carattere di straordinarietà, viene espressamente menzionata tra le finalità di devoluzione del contributo. Qualcuno quindi, in perfetta buona fede, potrebbe credere che piuttosto che andare ad alimentare il generico calderone della Chiesa Cattolica, che oltre agli interventi caritativi prevede tra le finalità “esigenze di culto della popolazione” e “sostentamento del clero”, sia un gesto di impegno civile barrare la casellina “Stato” al momento di decidere la destinazione del nostro 8 per Mille, micragnoso o pingue che sia.

Però, come trovate ben documentato qui, l’ignaro cittadino già in passato si è trovato a finanziare la missione italiana in Iraq, l’abolizione dell’ICI, o addirittura per mettere semplicemente una pezza alle spese ordinarie dello Stato. Il punto mi pare semplice: quei soldi non sono donati allo Stato per farne ciò che meglio crede. L’opzione è espressa nella convinzione di sapere cosa con quei soldi verrà finanziato (anche se non si sa a priori in che misura). Non dovrebbe dunque bastare comunicarmi a posteriori che lo Stato medesimo ha cambiato idea e ci farà altro. Come dirlo meglio? Non si può fare. La legge non lo consente. Eppure, anche quest’anno, si ripete il solito scippo. E la comunicazione che lo annuncia è una vera perla del suo genere.

La Presidenza del Consiglio dei ministri rende noto che per l’anno 2011 non è stato predisposto il decreto di ripartizione della quota relativa all’otto per mille dell’Irpef a diretta gestione statale, prevista dagli articoli 47 e 48 della legge 20 maggio 1985, n.222, secondo il Regolamento di cui al DPR 10 marzo 1998, n. 76, per mancanza di disponibilità finanziaria. Pertanto nessuno dei progetti presentati con scadenza 15 marzo 2011 è stato ammesso a contributo. Amen. La “mancanza di disponibilità finanziaria”, visto che ci si riferisce a soldi incassati, mi è un po’ oscura. Ma non sono un’economista. Andiamo avanti. Si ricorda che le risorse relative alla parte dell’8 per mille che gli italiani destinano alle esigenze dello Stato vengono ripartite tra importanti iniziative di interesse nazionale, quale le calamità naturali, i restauri, l’assistenza ai rifugiati o la fame nel mondo. Ok, fin qui ci siamo. La scelta se effettuare interventi a pioggia o concentrare l’investimento prioritariamente in alcuni dei settori di pubblica utilità sopra indicati viene effettuata in ragione della disponibilità del bilancio e dell’impellenza delle necessità. Mmmm. Dell’importo totale relativo all’otto per mille dell’Irpef a gestione statale per il 2011, pari inizialmente a circa 145 milioni di euro, più della metà del fondo (64 milioni di euro) è stato destinato alla Protezione civile per le esigenze della flotta aerea antincendi durante il precedente GovernoI rimanenti 57 milioni sono stati destinati dall’attuale Esecutivo alle esigenze dell’edilizia carceraria e per il miglioramento delle condizioni di vita nelle prigioni. “I rimanenti”? 145-64 mica fa 57. E il resto? Non sono stati toccati quindi i fondi del Ministero per i Beni culturali. Vabbè, è detta in modo un po’ nebuloso, ma immagino che intendiate che i rimanenti (qui ci vuole) 81 milioni saranno usati per la “conservazione dei beni culturali”. Ma la perla è la frase finale: …né sono state tradite in alcun modo, né da questo né dal precedente Governo, le attese degli Italiani che hanno destinato la quota dell’8 per mille alle esigenze dello Stato: tali sono la Protezione civile e l’edilizia carceraria. Ma vogliamo scherzare? Gli italiani non hanno destinato il loro 8 per mille “alle esigenze dello Stato”. Non è questo che dice la legge, che in tal senso è assolutamente inequivocabile. Certo, la legge è stata ignorata già in passato. Ma non è che la si possa riscrivere a piacimento in un comunicato stampa mal scritto.

Vi propongo ben tre conclusioni:

1. Il cambiamento, la discontinuità nel governo del Paese, più che sull’orientamento politico (che è immutato, sostanzialmente) è lecito aspettarsela sul metodo. Il metodo del ministro Profumo sembrerebbe diversificarsi dalle brutte abitudini del passato. Quello della Presidenza del Consiglio molto meno.

2. Le risorse destinate all’assistenza dei rifugiati, sempre molto esigue, sono state cancellate del tutto con assoluta disinvoltura. Senza nulla togliere all’edilizia carceraria e alle flotte aeree antincendi (per questa seconda esigenza andrebbe anche considerata quanto di recente è stata direttamente finanziata la Protezione Civile), mi pare un sopruso e uno scandalo.

3. E’ sempre una buona idea destinare l’8 per mille ai valdesi. Io personalmente lo faccio da anni.

In equilibrio


Ogni volta che mi compiaccio per la mia larghezza di vedute, in breve devo ricredermi. No, non c’è davvero alcun merito nei miei tentativi di abbrancare le cose in qualche modo, anche facendo rocamboleschi esercizi di razionalità flessibile. Avete presente quando uno è in punta di piedi e si sporge, ai limiti delle umane possibilità, sperando contro ogni ragionevole previsione di non spiaccicarsi al suolo? Che poi, qualunque cosa tu stia cercando di raggiungere, si può essere certi che ne spunterà un’altra, qualche centimetro più in là. E tu ricominci ad allungarti, dimenticando il trionfo e soprattutto il passeggero sollievo di averla scampata.

Questa ardita metafora mi serve solo a fissare su carta una sensazione improvvisa (ma, se sono del tutto onesta, ricorrente). Certi punti di vista, tipici di un altro luogo, non potrò mai non dico capirli, ma neanche davvero immaginarli. Io predico spesso e volentieri che in fin dei conti ci si trova sempre a rapportarsi con persone, non con mentalità astratte. Il problema, però, consiste nel fatto che anche il luogo in cui quella specifica persona si trova in quel momento stravolge tutto. Io tendevo a pensare: vediamo come la pensa questa persona. E invece no. Forse bisognerebbe capire dove la pensa, la persona suddetta. Non cominciamo con la coerenza, please. La coerenza è una mera astrazione, una categoria della logica che molto raramente si traduce in vita vissuta, se non per intervalli momentanei (e a quel punto è piuttosto coerenza subitanea con qualcosa di esterno da sé, nulla a che vedere con la prolungata non contraddizione interna allo stesso individuo). “Una cosa è qui, una cosa è lì”, ha riassunto ieri notte Nizam al termine di un’esposizione assai complicata e faticosa. Sembra un insegnamento segreto di Vecchio Maestro, che non a caso piace tanto a sua figlia.

Ok. Ma quando si è un po’ qui e un po’ lì? Quando telefono, sms, skype e più ne ha più ne metta continuano a confondere i piani? Niente, ci si tiene in bilico. Molto pericolosamente. Certe volte ho paura di ripensare a questi momenti di parziale illuminazione come a quelli in cui in realtà avevo capito che no, non era proprio possibile. Che era più saggio arrendersi. Ma vivere in barba a ogni ragionevolezza è sempre stata la mia specialità.

And the winner is….


List Randomizer

There were 25 items in your list. Here they are in random order:

  1. Mcomemamma
  2. Pietro
  3. Deborah
  4. Mammamsterdam
  5. Claudia
  6. Lanterna
  7. Francesca
  8. Rosa
  9. My
  10. Elena
  11. Caterina Mariposina
  12. Piattins
  13. Cecilia
  14. Laura Valzy
  15. Caterina M.
  16. Laride
  17. Valewanda
  18. Francesco B.
  19. Giusy Taccetta
  20. Carmen Rossi
  21. Serena GC
  22. Francescabianca
  23. Arianna
  24. Silvia
  25. M di MS

Timestamp: 2012-01-01 08:42:42 UTC

Complimenti a un’altra mia omonima, Mcomemamma! Scrivimi in privato, Chiara, e dimmi a che indirizzo posso mandarti il libro. Tra l’altro Chiara ha scritto un bel post, che mi ha fatto ripensare alla mia vita passata…

Com’è stato il vostro Capodanno? Il mio lo devo ancora elaborare. Tranquillo ai limiti dell’inesistenza, ancora una volta un po’ diverso da come me lo ero immaginato. L’unica cosa davvero buona che avevo cucinato erano le lasagne, anche se io avrei salvato anche i muffin di patate. La cosa più cattiva però l’avevo comprata (il semifreddo al pistacchio) e questo, in un certo senso, è consolante. Sono un po’ insofferente verso quel satanasso di mia figlia, che non mi/ci dà tregua nemmeno per un minuto. Poi mi dico che anche lei è stata un mese senza il suo papà e che dunque è ben determinata a riprendersi per quanto possibile i suoi spazi. Per altro ci riesce molto meglio di me, ammettiamolo. Quindi, nonostante la voglia ricorrente di fuggire in un monastero zen, oppure a fare follie a New York, oppure dovunque sia possibile, anche da sola… penso che alla fine ci siamo stati, noi tre, anche quest’anno. In un modo o nell’altro, tra scossoni e fatiche.

Questo post ha collezionato il più alto numero di interruzioni registrato nella storia del mommyblogging, sapevatelo. Ho superato il record precedente di un’interruzione ogni due parole, raggiungendo anche picchi di più interruzioni per singola parola. Argh. Per fortuna il tempo qui a Roma è, ancora una volta, favoloso. Guardo fuori dalla finestra, vedo il sole e mi faccio coraggio. Buon anno a voi. Fate buon uso del vostro tempo e godetevi i vostri progetti e i vostri desideri.

Sette e sto


Nelle ultime 48 ore, come dicevo a un’amica, mi sono sentita a dir poco spiazzata. Mi ero fatta tutta un film, abbastanza romantico, e invece ho scoperto che davano un altro programma, molto molto diverso. Tipo film horror, o magari una gara di Formula Uno. Là per là non mi è piaciuto – per usare un eufemismo. Per 24 ore abbondanti non sono stata capace di trattenere la mia delusione. Però ho lo stesso dedicato un po’ di tempo ai piaceri superflui che avevo pianificato di concedermi. Ringhiavo, sbuffavo, ma sono andata dal parrucchiere. Poi pian piano le cose si sono aggiustate. Quasi tutte. Stamattina sono riuscita persino a divertirmi, improvvisandomi cicerone turcofono per una giovane fanciulla molto sorridente e fantasiosa, che adesso avrà un’idea assai particolare della storia e dell’arte di Roma. Ieri sera mi sono concessa persino un’oretta di chiacchiere con il kebabbaro (un lusso sfrenato, non devo abituarmici). E oggi, mentre Meryem ronfa sul divano assolutamente fuori orario e io non faccio nulla per impedirlo, mi chiedo cosa ci sia di così diverso dalle mie fosche previsioni di due giorni fa. Intanto il fatto che erano sostanzialmente erronee. Ma soprattutto è svanita la bolla di aspettativa. Mi sono ricordata della realtà così com’è e di perché, il più delle volte, mi piace.

Non amo e non ho mai amato il gioco di Pollyanna. Non ci sono portata. Però devo ammettere che funziona. Quest’anno, dunque, finisce così. Senza radicali cambiamenti, né svolte epocali (a parte il colore delle mie unghie, si intende). Dovrebbero essercene? Chissà, magari a tempo debito. Per ora mi accontento. Qualcuno direbbe che è una brutta parola. Giocavate a sette e mezzo voi, durante le feste? C’è un’arte nell’imparare a “stare”, a fermarsi. Stare con due è un bluff, magari a volte paga, ma farlo più volte è come non giocare. Tanto vale alzarsi e andare ad abbuffarsi di pandoro. Stare con sette è quasi una regola, osare in quel caso è esperienza da concedersi una tantum. Stare con cinque è in assoluta la cosa più odiosa, ti fa rabbia sia farlo che non farlo. Ma la situazione a cui penso ora è a quando hai la matta. Chiami una carta, magari è un cinque. Tu a quel punto stai. Gli altri magari pensano che ti sei accontentato di poco. E invece vale sette e basta che lo sappia tu. Si potrebbe far meglio? Certo. Non sarebbe neanche un rischio esagerato (ma dipende anche da cosa è uscito). Però certe volte c’è una serena tranquillità nel godersi quel sette segreto, consapevoli che non è nemmeno l’ultimo giro.

Mettersi in mezzo e farsi da parte


In questo ultimo periodo mia madre mi ha passato almeno due libri, davvero importanti. Lo fa così, senza parere. Come sempre. Ma queste letture sono state risposte, in un certo senso, a dubbi e perplessità ricorrenti. Del primo libro, quello di Bregantini, vi ho già ampiamente parlato e non ci torno sopra. Il secondo è questo. Da tempo mi chiedo da dove attingere nuove speranze, nuove contenuti, un nuovo stile di pensiero. Mai credevo di guardare così insistentemente ad alcune figure della Chiesa. Intendiamoci: parlo di impegno civile, di costruzione intellettuale, di punti di partenza. Non di fede o, peggio, di catechismo. Non pensierini per addetti ai lavori, per affiliati di parrocchietta. Pensieri veri e propri, strategie per il nostro tempo.

Questo ritratto del cardinal Martini tocca, certo, molti punti importanti per un cattolico. Ma “non puoi rendere Dio cattolico”, afferma il cardinale. Semplice, lineare, ovvio. Eppure non da tutti. Proteggere l’immensità e l’inclusività del divino è più importante di qualunque particolarismo e impulso a piantare bandierine qua e là. E allora, uno sguardo critico e libero attraversa tutti gli aspetti del mondo contemporaneo. Se si vuole utilizzare il cattolicesimo in politica come ramo moderato di qualsivoglia schieramento, lo si deve prima addormentare: non si tratta di pensiero, di per sé, accomodante e remissivo. La comunicazione? “Se l’idea di partenza è quella di vendere, non di dialogare tutto è distorto. Puntando sul sensazionale, calcando sui particolari che suscitano attrazione, disgusto, ribrezzo, pietà, si genera un’inflazione dei sentimenti e nello stesso tempo un accresciuto bisogno di emozioni sempre più grandi”. E’ una “falsa idea del comunicare”: non si intende dire qualcosa all’altro, ma possederlo, soggiogarlo.

“Oggi non ci dobbiamo concentrare su elementi fissi e immutabili: le religioni non sono nei libri, ma nel vissuto della gente di tutto il mondo”. Ed eccoci al famoso “dialogo” tra le religioni, fonte di tanti malintesi, incongrui protagonismi e brusche frenate. Intanto basta teorie, dibattiti sulle nuvole, definizioni a priori. “Fatti invitare a una preghiera dal tuo interlocutore e un giorno portalo con te a messa. Se vuoi entrare in un altro mondo religioso, hai bisogno di un amico che ti accompagni. Non avere paura dello straniero”. Lo stesso vale per la cattedra dei non credenti, con cui non si dialogava chiedendo loro (come fa il papa attuale) di ragionare “come se Dio ci fosse”. Martini metteva credente e non credente sullo stesso piano, sottolineando come entrambi siano caratterizzati sia da certezze che da dubbi. E’ un problema di metodo. Confrontarsi con un’alterità in modo proficuo e credibile presuppone di dare sinceramente alla posizione dell’altro lo stesso valore della propria, senza condiscendenza, paternalismo, simulazione. Pro veritate adversa diligere.

E ancora tanti spunti. “La vita fisica va rispettata e difesa, ma non è il valore supremo e assoluto”. La dignità umana vale di più. Più esplicitamente? “La prosecuzione della vita umana fisica non è di per sé il principio primo e assoluto”. Non so se mi spiego. Niente regolette, davanti a questioni obiettivamente complesse. Solo una grande umiltà e desiderio di intercessione. Inter-cedere, fare un passo in mezzo. Sporcarsi le mani. Anche nei conflitti politici, anche nei drammi come quello della guerra in Terra Santa. “Intercedere vuol dire mettersi là dove il conflitto ha luogo, mettersi tra le due parti in conflitto. Non si tratta quindi solo di articolare un bisogno davanti a Dio (Signore, dacci la pace!), stando al riparo. Si tratta di mettersi in mezzo”. Non si tratta di fare l’arbitro, o il mediatore. Non si tratta di convincere gli altri a cedere qualcosa e a scendere a compromessi. Se si trattasse solo di questo, saremmo ancora nel campo della politica e resteremmo estranei al conflitto, pronti ad andarcene in qualsiasi momento. “Intercedere è un atteggiamento molto più serio, grave e coinvolgente, è qualcosa di molto più pericoloso. Intercedere è stare là, senza muoversi, senza scampo, cercando di mettere la mano sulla spalla di entrambi e accettando il rischio di questa posizione”.

Ho sempre più netta la sensazione che senza volontà di accettare pienamente il rischio, “senza scampo”, ciascuno nelle proprie corde, nulla si potrà smuovere davvero nelle nostre società. Le sfide del presente e del futuro ci vedranno vittime inermi o arditi interpreti? Non so se esiste davvero una via di mezzo. Perché mai uno dovrebbe esporsi, mi chiedo? Mah, qui ciascuno deve fare i conti per se stesso. Fede, ideale, senso del dovere, fantasia, creatività, sete di giustizia, esasperazione, oppure nulla di tutto ciò. Cosa direbbe Martini? “Non credere che spetti a noi risolvere i grandi problemi dei nostri tempi. Lascia spazio allo Spirito Santo, che lavora meglio di noi e più profondamente”. Peccato che per lasciare quello spazio tocchi darsi molto, molto da fare. Standocene fermi a sospirare blocchiamo ogni spiraglio.

Heroicamente


Anche questo Natale in famiglia è andato. Con qualche colpo di scena e qualche falso allarme, meno mugugni del solito e i soliti preparativi irrazionali dell’ultimo minuto. Il cibo fin troppo abbondante, i regali – che pure abbiamo cercato di contenere – debitamente ammucchiati sotto l’albero. Le canzoni in coro, ma nessuna poesia (Meryem si è rifiutata), il pan brioche per far contenta mia madre, ma anche le lasagne (che mia figlia ha definito, facendomi fare la solita figura da madre degenere, “molto, molto più buone di quelle del bar”. Come se la nutrissi a Quattro Salti in Padella al baretto sotto casa). In questo contesto tradizionale si è inserito un nuovo ospite: il cubotto edizione speciale contenente le quattro confezioni di Lego Heroica. Era stato rivestito di carta da regalo e etichettato come “Antibiotico, confezione risparmio” per depistare il destinatario.

Mio nipote (9 anni) ha gradito. I suoi cugini ventenni sbavavano senza ritegno. Uno mi ha confessato che il Natale più felice della sua vita è stato quello in cui gli è stato regalato un castello Lego con torre svettante. Nel raccontarlo gli tremava la voce dall’emozione. Suo fratello, a parziale risarcimento, ha ricevuto questa.

Il giorno dopo però il vincitore della confezione ha preteso di vagliare con attenzione il contenuto del regalo, non senza una certa diffidenza iniziale (“apriamo solo la prima scatola, così se mi fa schifo regalo le altre a qualcun altro”). Ci siamo quindi messi all’opera.

Il test è stato positivo. Heroica ci è piaciuto, anche se l’abbiamo giocato ovviamente nella sua forma più basica per impratichirci. “Fichissimo”, l’ha definito il fiero neoproprietario, che ha anche vinto la prima partita giocata. Sua sorella, definita “l’eroe più pigro del mondo”, si limitava a seguire i nostri omini evitando perigliosi combattimenti. Grazie dunque per averci dato l’opportunità di sperimentare questa nuova versione delle costruzioni più giustamente famose del mondo. Un’unica piccola critica: se in una confezione ci sono solo due eroi, possono partecipare solo due giocatori (almeno, per come abbiamo inteso noi le regole). Noi le avevamo tutte e quattro, quindi abbiamo immediatamente ovviato: giocare in tre è molto più divertente!

Frivolezze e levità


In realtà avevo voglia di parlare di svariate cose sostanziose: il discorso del Ministro Andrea Riccardi a cui ho assistito, una lettura significativa fatta da poco. Ma certe volte i programmi bisogna saperli cambiare. Il tempo incalza, le commissioni sono molte e qualcuna mi è anche scappata. Ma in realtà ho una gran voglia di respirare profondamente e rilassarmi un po’. Concedermi qualcosina. Assecondare un po’ di autoindulgenza. Un pochino, eh. Sempre calvinista nell’animo resto. Ma oggi volevo annotare che al minimo di manutenzione indispensabile per Capodanno (per Natale non ce la faccio davvero) ho aggiunto un paio di appuntamenti non indispensabili, tra cui una manicure. E il prossimo 5 gennaio mi godrò 3 ore di hammam e massaggio, un regalo di compleanno che sulle prime mi aveva lasciato interdetta e che invece era perfetto. Perfetto perché questo è uno di quei momenti di parentesi in cui mi va di provare qualcosa di diverso e di godermela.

Lo stesso vale con Meryem. Ieri le ho dato subito il libro di Claudia Porta Giochiamo allo yoga. Non mi andava di aspettare alberi, pacchetti, befane. Ce l’avevo e glielo ho dato. L’ho lasciata stamattina che faceva lezione alla tata, aiutandosi con i disegni e con l’esempio diretto. In questi mesi l’ho portata una volta a settimana (con qualche salto) a una lezione di gioco yoga qui vicino e, nonostante tata Silvana sia un po’ tiepida (ma non me lo dice apertamente), io sono convinta che sia ottima. Meryem è entusiasta, ci tiene a farmi vedere le posizioni e ho notato che ormai (anche perché è un po’ più grande) segue con precisionie le istruzioni (provavo a leggerle dal libro: mani a terra, fronte sul pavimento…). Inoltre ho la sensazione che questi 45 minuti di yoga siano un’apertura alla creatività, alla fantasia, all’immaginazione. Mercoledì scorso li sentivo saltare come ranocchie e trasformarsi in ragni. Ho visualizzato i visi lamentosi delle maestre e ho provato un attimo di sollievo. Lamentarsi è umano, ma se è uno stile di vita è pesante. Per gli altri e per se stessi.

Secondo lo stesso principio dell’impazienza (eppure con Meryem canto spesso la canzoncina dell’Albero Azzurro “Con la pazienza, maturano le mele, finisce il temporale, si gonfiano le veleeee…”) oggi ho visto in una vetrina una gonnellina meravigliosa (a palloncino, color nutella – questo recita l’etichetta – a pois beige chiari). Sono entrata, l’ho comprata, domani gliela metto. Però servivano le scarpe. Uscendo da un’orrida festa da Mc D. (non mi capacito di come si possa pagare per vedere figli propri e altrui chiusi in una specie di pollaio in compagnia di una tizia scostante che vistosamente cerca di farli mangiare in quattro e quattr’otto per passare allo scarta la carta e torta a tempo di record), siamo passate davanti a un rinomato (pare) negozio di scarpe per bambini. Mi avevano messo in guardia. Non è economico. Ma si muore una volta sola. Ci siamo accordate: Meryem poteva scegliere (leggi: l’avrei pilotata un po’, ma mi sarei intromessa il meno possibile). La Guerrigliera ha immediatamente puntato in vetrina delle ballerine di vernice rosa fucsia con fiocchetto. E sia. Domani farà un figurone.

E io? Beh, come detto, il restauro lo rimando a dopo Natale. Ma faccio voto di non paludarmi nei soliti pantaloni neri. E ormai la zeppetta Wonders la sfoggio con assoluta disinvoltura.

P.S. Alle cose serie tornerò presto, abbiate fede. E buon Natale a tutti voi, di tutto cuore.

Te Deum – il giveaway di fine anno


Giusto stamattina, godendomi l’evento più unico che raro di arrivare in orario in ufficio (Meryem dormiva dalla tata), sono stata colta da una folgorazione. Oddio, diciamo da un pensiero, che così mi (e vi) mette meno ansia. Con alcuni dei miei amici/lettori ho condiviso a tratti la stesura, pubblicazione e lancio del nuovo libro del Centro Astalli, la cui copertina vedete qui di fianco, e il cui titolo (estremamente “social”, per come è nato…) è Terre senza promesse (Avagliano editore). E non ve ne regalo nemmeno una copia? Non sia mai.

Questo libro ha segnato alcuni momenti forti e importanti del mio 2011. La visita ad Andrea Camilleri, in compagnia di Ali, che ho raccontato a Zebuk. La presentazione in Campidoglio, praticamente perfetta, alla presenza di padre Lombardi: un’occasione in cui ho potuto parlare a nome del Centro Astalli, ricordando il vero significato dei respingimenti guardando negli occhi svariati prefetti del Ministero dell’Interno, seduti in prima fila. Ma prima ancora, l’avventura di ascoltare, scrivere, condividere delle storie straordinarie. Quella è stata la parte di cui sono davvero più grata. Cercare con Abel su internet le foto di Asmara, guardare incantata Ali che in due ore mima, dialoghi inclusi, tutta la sua vita degli ultimi cinque anni.

Alla fine di questo 2011, nonostante le crisi e le fatiche, mi sento riconoscente (il cielo azzurro perfetto di Roma stamattina aiuta, ovviamente). Questa allora sarà l’impronta di questo giveaway. Se volete partecipare, spiegate qui sotto in un commento (o, se volete allargarvi, linkando un post dedicato) per che cosa, in questi ultimi giorni dell’anno, provate gratitudine. Non deve essere necessariamente la cosa più bella di tutto l’anno, non state a fare graduatorie. Pensate solo a qualcosa che vi ispiri un bel sorriso di allegria, di commozione, di soddisfazione, di sollievo. Più di liste di buoni propositi, per iniziare il 2012 con il giusto sprint, mi piacerebbe leggere ricordi di cose buone. Anche minime. Che se le ammucchiamo tutte insieme faranno un figurone.

Avete tempo, ovviamente, fino alla mezzanotte del 31 dicembre. Se condividete qui e là (Facebook, twitter, blog…) sarà carino da parte vostra. Poi, nei primissimi giorni del nuovo anno, estrarrò il vincitore della copia di Terre senza promesse (che contiene, peraltro, la bellissima poesia di Piattins che ha dato il titolo al volume). E se ce l’avete già? Vuol dire che lo regalerete a qualcuno. Sono certa che non andrà sprecata.

P.S. Trovate maggiori informazioni sul libro qui. Aggiungo che sarebbe bello anche che, se apprezzate lo spirito del libro, metteste un bel “Mi piace” sulla pagina Facebook del Centro Astalli.