Vicini di casa


Qualunque cosa accada nel nostro Paese, qualunque strada prendano gli eventi e a prescindere dalle conseguenze che porteranno con sé, noi, discepoli di Gesù, rimarremo solidali di ogni siriano senza guardare alla sua appartenenza politica, religiosa, tribale o linguistica. Ciascuno di noi solidarizzerà con il suo vicino di casa senza scegliere tra vicino e vicino se non per sostenere l’equità e difendere il debole. Prepariamoci dunque a dare rifugio, al momento della prova, al nostro vicino chiunque egli sia, sapendo che nel pericolo non ci darà rifugio nessuno fuorché il nostro vicino, colui con il quale abbiamo spezzato fin dall’infanzia il pane delle gioie e dei dolori.

Paolo Dall’Oglio sj, Appello di Natale 2011

Non so che rapporto voi abbiate con i vicini di casa. Io sono divisa tra il desiderio (teorico) di socializzare e l’incubo di farlo davvero. Però, anche in una grande città come Roma, sento meravigliose storie di vicini di casa che solidarizzano, fanno cose insieme (dalla grigliata di arrosticini alla spesa al GAS), si supportano nella cura di figli e anziani, realizzano persino orti condominiali autogestiti. Mi capita però spesso di pensare a questo paradosso della vicinanza/lontananza. Dell’estraneità a due metri da casa tua.

Anche Nizam, spesso, mi ci fa riflettere. Il vicino di casa, per un musulmano, è una categoria protetta di per sé. Esserci per i propri vicini, a prescindere dalla comunanza di religione o di etnia, è uno dei cardini etici di un buon musulmano, con preciso fondamento coranico (Sura anNisa: “Siate buoni con i genitori, i parenti, gli orfani, i poveri, i vicini vostri parenti e coloro che vi sono estranei, il compagno che vi sta accanto, il viandante e chi è schiavo in vostro possesso”) e abbondanza di aneddoti della vita del Profeta. Sebbene la formulazione della sura sia infinitamente più generica di quella evangelica (nei testi cristiani non ci si limita a raccomandare di trattare bene chi ci è toccato in sorte come vicino, ma persino attivamente a “farsi prossimo”, a prescindere, anche di chi è lontano da noi, fisicamente e spiritualmente) ho la sensazione che questo concetto in molti Paesi a maggioranza musulmana sia preso più sul serio di quanto non avvenga da noi. Nell’esperienza di Nizam questo si traduceva in pasti condivisi, specialmente in occasione delle festività, assistenza in caso di malattia, condivisione di lutti. E’ un fatto anche che, durante la guerra in Libia, Tunisia e Egitto abbiano aperto le frontiere a chi fuggiva, nonostante l’oggettiva delicatezza della situazione dal punto di vista politico e economico. Un precedente importante è stato quello della Siria e della Giordania, che hanno accolto centinaia di migliaia di persone in fuga dall’Iraq (molte delle quali, tra l’altro, di religione cristiana). Trovo quindi intelligente il richiamo di Paolo Dall’Oglio, gesuita e monaco che vive e opera in Siria dagli anni Ottanta: il rischio di una guerra civile devastante c’è, ed è molto concreto. Dall’Oglio (che oggi rischia l’espulsione dal Paese come persona non desiderata) sta facendo appello a tutti i valori condivisi che ancora esistono in quei luoghi, la solidarietà tra vicini in primo luogo. Probabilmente fallirà anche lì, ma non posso fare a meno di pensare che nessuno, in Italia, potrebbe mai pensare di fare leva su questo concetto, oggi. Una volta sì, a giudicare dai racconti dell’epoca della guerra. Mia madre mi parla di persone accolte, nascoste, sfamate, ospitate a prescindere dal credo religioso o politico di chi era accolto e dalla povertà drammatica di chi accoglieva. E quasi ogni narrazione di quel periodo contiene episodi del genere.

Ieri ho partecipato a una conferenza stampa di Medu (Medici per i diritti umani) sui rifugiati che vivono per strada a Roma. Mi sono resa conto che per me si tratta di situazioni note, che sono abituata a considerare e analizzare. Ma così non è per la maggior parte dei miei concittadini. Anche in questo caso si tratta di vicini di casa. Vicinissimi. Penso a i profughi afghani accampati alla Stazione Ostiense. Una storia che dura da molti anni. Se cercate sul web troverete abbondante documentazione. Ma basterebbe aprire gli occhi, quando ci si passa davanti. Si tratta di 100-150 persone accampate a margine di un binario di una delle stazioni più frequentate di Roma. Non è che sia tanto difficile sapere che ci sono. E che tanti, troppi, sono ragazzi di meno di 18, persino bambini, non accompagnati. Da un po’, arrivano anche madri sole con neonati. Stanno lì, messi tra parentesi dalla nostra città. Gli insediamenti “alternativi all’accoglienza”, come li definisce con un favoloso eufemismo un bando del Ministero dell’Interno, sono una questione complicata da risolvere. Tiri un filo e viene fuori un groviglio di problemi, alcuni locali, alcuni nazionali, altri persino europei. Una matassa di leggi, lacune normative, corto circuiti burocratici. Resta un fatto. Lì ci sono un buon numero di nostri vicini di casa, anche se al momento la casa non ce l’hanno. Ho detto, senza alcuna ironia, al Momcamp che mi considero privilegiata perché ho l’opportunità di conoscere alcuni di loro. Sono consapevole di essere sembrata bizzarra, ma vi assicuro che se faceste la stessa esperienza anche voi lo pensereste. Ho visto con i miei occhi signore non più giovani, volontarie della scuola di italiano, andarsi a bere un té in un binario morto invitate dai propri studenti come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Presto però il campo profughi all’Air Terminal non ci sarà più. In pochi mesi aprirà Eataly e la stazione accoglierà i nuovi treni NTV. Una bella notizia, la riqualificazione di un quartiere che certamente merita. Basta con le tendopoli, che offendono la dignità di tutti, rifugiati e cittadini. Ma c’è un piccolo particolare. Le persone da lì, in qualche modo, saranno tolte. Ma le alternative, al momento non esistono. A meno di un miracolo di responsabilità civile congiunta (per cui, a onor del vero, il presidente dell’XI Municipio si sta spendendo per quanto gli è possibile), finirà che gli afgani si accamperanno altrove, un po’ più nascosti. E tutti noi avremo perso una splendida occasione per dimostrarci, una volta tanto, lungimiranti.

Post scriptum. Forse può essere utile un piccolo video illustrativo. Ne trovate vari, in rete.

Improvvisazioni


Immaginate una serata che davate per morta e sepolta, dopo che tutti i vostri programmi erano andati a farsi benedire (dico io, si può comprare un voucher Groupon a maggio e lasciarlo scadere perché si era letta male la data di validità? sì, si può). Immaginate però un moto di ribellione interiore, che innesta una piccola controreazione di fortuna che riequilibra un po’ la sfiga. [Più che interiore, esteriore: l’acquisto pressoché subitaneo di ben due paia di scarpe. In realtà, non contemporaneo, ma in rapida successione. Siete mai rientrati in un negozio dopo 50 secondi che ne eravate usciti, dicendo: “Senta, ho cambiato idea. Mi dia anche le altre. Alla faccia di chi non vuole”? No, vero? Per poi spiegare pietosamente alla commessa che non è il marito che non vuole, come uno potrebbe legittimamente pensare. Sono io stessa che mi boicotto e che ero disposta a lasciare lì delle scarpe che mi piacciono solo perché non ne avevo un disperato bisogno]. E allora, dimenticati i programmi e anche i programmi alternativi e tutti i ripieghi, scopri che si può ancora accodarsi a un aperitivo birresco di convegnisti, questa volta con la leggerezza di chi non ha nulla da dire, da argomentare o da commentare. Birra, solo birra (con un vago sentore di incenso) e patatine alla paprika.  “Do you know Chiara Peri?”. No, grazie a Dio. Solo un’amica. Una turista. Una passante. Nice to meet you.

Poi, per una strana alchimia dimenticata, dopo che ridere di nuovo dei soliti vecchi aneddoti per una volta non ti è parso uno squallido rituale, ma ti sei dimostrata ancora indulgente verso te stessa e te lo sei concessa senza stare a pensarci su, ti ritrovi per le strade di Roma. Non è piazza dell’Orologio, è il Monte di Pietà. Dietro l’angolo, Campo de’ Fiori. E un’altra ispirazione subitanea, il cinema Farnese. Ci hai visto Frida, una vita fa. Probabilmente anche altro (Rosa Luxembourg?), ma non ti viene in mente. “E’ iniziato lo spettacolo?”. No, inizia adesso. Via, dentro. Così, a casaccio. Tutti ne parlano un gran bene.

This must be the place. Però se il posto è questo, forse io ho sbagliato momento. Per carità. Poetico. Originale. Sean Penn bravo, anche bello, a modo suo. Ma non mi basta, non mi basta affatto. Come dicevamo con Marta, se al cinema ormai vado solo in caso di assoluta eccezionalità, io pretendo di ridere, o di sognare. Al limite, al limite, di pensare. Ma uscire con l’esclusiva consapevolezza che il regista è capace, ma che evidentemente non si è premurato di andare al di là del luogo comune, in fatto di contenuti (che non sono tanto importanti i contenuti, quando si è così geniali), non mi basta più. So di essere impopolare, ma a questo bel film non gliela posso dare la sufficienza. E’ intelligente, ma non si applica. Vietato, vietatissimo, specialmente in tempi di carestia.

Agenda


Le agende sono una cosa seria. Giusto oggi realizzavo che sto cercando di appuntarmi in qualche modo gli impegni nel 2012 facendo crocette sul calendario sintetico in fondo alla mia Quo Vadis. E non va, non mi trovo. Temo di perdermi qualcosa per strada. Le agende andrebbero comprate adesso (o meglio alla fine di ottobre) e iniziare dagli ultimi mesi dell’anno precedente. Era così la favolosa agendina acquistata in Irlanda, in una biblioteca che conoscevo perché dava nome a papiri celebri ma che mai credevo fosse a Dublino – è stata una delle scoperte più stranamente emozionanti dei miei viaggi di lavoro: io che strabuzzavo gli occhi guardando la cartina della città, tutti gli altri che, in vari idiomi europei, pensavano: “Chester Beatty, ok. Embè?”. L’agendina di piccolo formato, ma dalla copertina vezzosissima (un manoscritto persiano medievale, nella fattispecie) non capita tutti i giorni, diciamocelo. Allora sopperisco con la routine, con le sane abitudini. Individuato un formato che mi si confà (settimanale, con spazio note abbondante ma non eccessivo), mi attengo a quello, senza ulteriori guizzi. Certo, quando vado all’estero, come mi capita in genere nel mese di ottobre, lancio un’occhiata speranzosa ai bookshop di musei e biblioteche. Ma la Carolina Rediviva di Uppsala mi ha deluso: cartoline, blocchi, ma niente agende. Sospiro. Quando sarò abbastanza organizzata, mi rifornirò da qualche shop online britannico. Tipo British Museum, per intenderci. Devo ricordarmi di appuntarmelo, sulla prossima agendina.

Mi sono chiesta se sostituirei il mio cartaceo con un’agenda elettronica. Non credo di essere pronta, sinceramente. Ho ancora troppo vivo il ricordo di quando, matita alla mano, facevo il conto sul planner delle settimane della mia gravidanza e immaginavo quel mese di giugno, che mi appariva tanto remoto, con quel divertito sogghigno che mi derivava dal fatto che nessuno dei miei colleghi ancora immaginava minimamente il significato di quelle crocette. E mi mancherebbe troppo il gesto dell’arrivo in ufficio, la mattina, quando mi preparo alla riunione quotidiana afferrando agendina e blocchetto e mi sento efficiente. Datemi un’agenda e vi solleverò il mondo. O, se non ci riesco, possiamo fissare un appuntamento per parlarne.

E voi? Che agenda usate?

Tradizioni e dipendenze


Approfittando di una domenica meravigliosa, con il cielo perfetto e un generoso sole d’autunno, abbiamo fatto una passeggiata a piazza Navona. Non ho mai amato particolarmente le bancarelle, ormai decisamente dozzinali. Ma oggi c’era poca gente, la temperatura era ideale, l’aria frizzante. Persino le più stantie tradizioni della piazza mi sono parse più piacevoli. Inclusa, ovviamente, l’antica giostra tedesca, che chissà poi se è antica veramente.

Ogni volta mi riprometto di risparmiarmi le decine di scatti alle fontane. Foto ovvie, viste e riviste, con nulla di straordinario. Poi arrivo lì con una macchina fotografica e tutti i miei buoni propositi vanno a farsi benedire. Il sole, il marmo, l’acqua. Lo so, ci sono in qualunque cartolina. Eppure sul momento ti pare che ci sia qualcosa di imperdibile, di originale, da catturare almeno con l’obiettivo, se non puoi portartelo proprio a casa in tasca. Quando si dice i classici… Per quanto si sia prevenuti, distaccati, cinici, alla fine hai sempre la sensazione che stiano parlando a te, precisamente a te, in questo preciso momento.


Alla fine, dopo una tappa alla libreria Altroquando a sbavare sui più fantasmagorici libri pop-pop che la mente umana abbia mai concepito, abbiamo raggiunto la vera meta della nostra gita, il mercatino dell’Avvento della chiesa tedesca di S.Maria dell’Anima.

Mi immaginavo una cosetta arrangiata, con qualche vecchietta sferruzzante e qualche ciambellone. Abbiamo trovato una gioiosa macchina da guerra: giovani e efficienti pretini gestivano un flusso di visitatori decisamente imponente. Solo un guizzo di rara prontezza di riflessi mi ha consentito di aggiudicarmi l’ultima corona disponibile (non ho avuto il coraggio di corredarla di candele… io sono riuscita a dare fuoco alla cucina con una semplice padella).

Poi, acquistato, con qualche esitazione, un buono consumazione da 10 euro (di lì a poco avremmo raddoppiato il budget), ci siamo accomodati sui tavoli di legno in allegra condivisione con molti altri. Dopo ordinata fila, abbiamo diligentemente consumato panini con wurstel, vin brulé e torte fatte in casa. Per una buona causa, si intende: non credo di aver mai posseduto una decorazione più autenticamente natalizia di questa.

Riprende il reality


Eccoci qui. Mi sembra quasi che il tempo non sia passato. Solito stress della sera prima, solito mezzo litigio, solita delusione, solita fatica nell’accettare quello che credevo di aver digerito da quel dì. Nizam sta volando verso la Turchia, io fin da ieri mi sento un rinoceronte sull’esofago. Che poi mi rendo conto che è più l’idea che il danno in sé. Ciò nonostante il pensiero mi stanca. Questo mese di novembre finisce e mi sento pienamente immersa in una pozza fangosa di malinconie e forse, chissà, persino di rimpianti.

E invece il tempo è tutt’altro che fangoso, il cielo è azzurro intenso come piace a me, il nasino di Meryem ha sempre la stessa burrosa curva all’insù che mi fa venire voglia di addentarlo. Il tempo scorre veloce e scorrerà anche questa solitudine ulteriore, prima che me ne renda conto. Il mio problema, forse, è non poter contare i giorni, questa volta. Contare è sempre un conforto. Tracciare confini, mettere limiti, difendere il nostro ordine fisico e mentale dal caos primigenio che l’Oroscopo di Internazionale mi esorta a schivare. O, più precisamente, mi esorta non crogiolarmici dentro.

Ripensandoci però questo è un mero post di crogiolamento. Me lo passate lo stesso? Insomma, i pat pat sono ben accetti.

Riscaldamento


Hanno acceso di nuovo i termosifoni. E’ la stagione dei panni messi ad asciugare in emergenza la sera prima, che qualche ora dopo sembrano un cartoncino bristol, ma si possono anche indossare. E’ anche la stagione della tosse, degli aerosol, degli interrogativi sui termometri digitali. Con Meryem non abbiamo ancora iniziato, ma ci ha pensato il kebabbaro a farci fare un po’ di allenamento in questi giorni. Si comincia a vedere in lontananza il Natale, con i suoi festeggiamenti un po’ rapidi e quasi imbarazzati a cui la mia famiglia è abituata da tempo. Anche di quello abbiamo fatto una specie di prova generale, sabato scorso. Sabato mattina, per salutare i miei zii calabresi, nel salone di casa di mia madre si era spontaneamente radunata una buona parte degli invitati del 24 dicembre (sorelle, mariti, l’altra zia). E il discorso è caduto sui Natali di tanto tempo fa, che erano segnati dall’arrivo dei cugini di Reggio e dalle visite culturali a cui mio zio ci costringeva, ma anche dal mercante in fiera a cui non potevo partecipare perché troppo piccola (e morivo di rabbia). Ricordi, i soliti ricordi abituali, che non mi sorprendono più di tanto.

Domani Nizam parte per la Turchia, allora. Alla fine, onestamente, il mio ritmo non cambierà più che tanto, nelle ore diurne. Ho già detto che mi pesa e non ci torno su, almeno per ora. Oggi mi sono ripromessa di abituarmi all’idea. Un altro paio di cose mi sono ripromessa, ma il momento dei buoni propositi lo riserviamo per il compleanno. Tra poco inizierà il mio ultimo anno prima dei quaranta, quello che devo utilizzare al meglio per arrivare preparata e ben disposta a questa quarta cifra tonda della mia vita. Consigli? Dài, su, datemi dei consigli per il mio anno del -1. Che ci siate già arrivati o no, è un buon momento per un brainstorming di saggezza.

Vedendo facendo


Caminante, no hay camino 
se hace camino al andar (Antonio Machado)

Non riesco a disgiungere questa citazione dalla persona da cui l’ho sentita la prima volta, uno psichiatra molto impegnato nella riabilitazione delle vittime di tortura, una persona solare, brillante, spiritosa e appassionata. Sono molto affezionata a Giancarlo e gli sono grata per questo verso, che ha il potere, ogni volta che lo sento, di farmi riflettere come la prima volta.

Io sarei un tipo piuttosto ansioso, amante della pianificazione. Da quando è nata Meryem ho fatto, a periodi, della routine la mia religione. Però, allo stesso tempo, sono anche un tipo che sbuffa delle costrizioni che si autoimpone. Che sognerebbe la botta di matto, l’improvvisazione. Una delle esperienze che ricordo più piacevolmente è un viaggio in macchina (con il mio ex) che, più tardi, avremmo titolato “viaggio del già che ci siamo”. Eravamo in Trentino, pioveva. Siamo andati a bere una birra a Monaco. E, già che ci siamo, siamo finiti in Svizzera. E poi in Lussemburgo. E poi sulla Costa Azzurra. Un’ammazzata, a dire il vero, di cui ricordo immagini confuse, benzinai immersi in panorami di prati verdi e le lussuose vetrine di San Gallo in una silenziosa domenica d’agosto. Ma ricordo anche la piacevolezza di aver deposto il mio fardello preferito, il programma.

“Non c’è cammino, il cammino si fa camminando”. Provo sensazioni ambivalenti, leggendo queste parole. Da un lato mi viene l’ansia e, forse, un po’ di fastidio. Mi passano davanti le immagini dell’improvvisazione approssimativa che troppo spesso caratterizza il lavoro sociale e molti altri lavori. Il reinventarsi sempre da zero, più per mancanza di metodo che per vero estro. Ma penso anche all’inadeguatezza dei metodi, delle procedure, davanti alla varietà infinita della vita. Penso a quanto è difficile immaginare un questionario a risposte chiuse che non tradisca la realtà che si ha di fronte. Con tutta la pianificazione e la fantasia dei pianificatori, al primo test ci saranno almeno due o tre elementi che non si incasellano. Penso al fatto che, come mi diceva oggi Giulia, quando si cerca una cosa la si cerca già secondo un proprio schema mentale. E che sul web ci pensa il motore di ricerca, qualche volta, a rimescolare le carte. Quando studiavo, ci pensava il caso. Fatte le mie ricerche bibliografiche, lasciavo sempre un tempo per girare per gli scaffali, sfogliando a caso libri e riviste. Gli spunti di ricerca più interessanti mi sono arrivati così.

Anche nella vita sociale il caso mi regala molto più della programmazione. Non finisco mai di sorprendermi di quanto l’imprevisto sia più godibile dell’organizzato. Fosse solo perché non me lo rovino con le mie impietose aspettative. Se il cammino si fa camminando, non resta che andare. Da qualche parte si arriva sicuramente. Da tempo ho rinunciato ad arrivare dove credevo di volere arrivare. Ora cerco di godermi il sentiero, con gli occhi aperti. Vedendo facendo, dice mia madre calabrese. E magari anche facendo vedendo.

Strategie di sopravvivenza


Stamattina si registrano due novità fondamentali: Nizam è schiantato a letto con la febbre a 39 (dal suo letto di dolore ogni cinque minuti si sente bofonchiare “Ma al negozio non c’è nessuno…”) e abbiamo inaugurato il nuovo orario per lo spettacolo del Teatro Verde, alle 11 di domenica mattina. L’ultimo spettacolo a cui avevamo assistito, un po’ per i posti infelici, un po’ per il ritmo non proprio accattivante, ci aveva un po’ deluso – o piuttosto aveva deluso me, Meryem ha russato dall’inizio alla fine. Ma oggi è stata tutta un’altra storia.

Abbiamo assistito a Il pifferaio di Hamelin, una collaudata produzione del Teatro Verde stesso fin dal 1988. Lo spettacolo è degno dei migliori che avevamo visto lo scorso anno (i due migliori sono senz’altro Il sogno di tartaruga e I cavalieri della tavola gioconda): il giusto mix di recitazione, musica (la rock band dei topi è irresistibile), coinvolgimento dei bambini in sala, battute e allusioni per tenere alto il morale dei genitori in sala. La durata è giusta (circa un’ora) e Meryem ha gradito moltissimo.

E così la mattina è andata. Nel pomeriggio ci aspetta un’amichetta per giocare. Siamo arrivati verso la fine di questo weekend un po’ complicato!

 

Con effetto immediato


Prima o poi doveva toccarci. Nizam non è mai stato molto assiduo nelle visite in patria (si registrano 2 viaggi in 10 anni), ma ci sono dei limiti che neanche lui si sente di superare. Non è che andare a trovare i suoi non gli faccia piacere. Ma, superati gli ostacoli burocratici, è sempre stato incapace di staccare dal lavoro. Figuriamoci ora che il lavoro è il suo negozio. C’è un tratto che ho imparato a riconoscere come caratteristico del suo carattere. Se decisione deve essere, che sia repentina. Ricorderò sempre un pomeriggio (vivevamo insieme da poco) in cui mi si presentò a casa un po’ prima del solito dicendo: “Me ne vado in Germania per sempre. No, scherzo. Vado solo a Bolzano”. E, ciò detto, ha preso la porta ed è uscito. Per i successivi tre giorni mi sono chiesta se il “per sempre” facesse parte dello scherzo o no. Programmare non è da lui. E, aggiungiamolo, non è che lo si possa accusare di ipercomunicazione.

Ieri sera quindi non mi sono stupita più di tanto quando mi ha chiesto di comprargli, seduta stante, un biglietto di sola andata per la Turchia. Cioè, come sempre mi sono passati per la testa tutti i pensieri possibili, a partire da “Mio Dio, mio Dio, ci sta abbandonando per sempre”. Ma in sette anni con lui ho imparato almeno a non rendermi eccessivamente ridicola e a tenermi per me una buona parte delle mie pippe mentali. Parte la prossima settimana e torna… Boh. Torna, torna. Sostiene che non vuole fissare una data perché spera di anticiparla. Mah. Mi pare chiaro che non ci sarà per il mio compleanno. E vabbè, prossimamente su questi schermi ricomincia il reality. “Ma noi come facciamo senza papà?”, mi chiede la Guerrigliera. Non ha un tono lagnoso o recriminatorio. Mi pare che esprima pura e semplice curiosità. Non saprei, tesoro. Ma ce la caveremo anche stavolta.

Da un momento all’altro


Come l’erba sono i giorni dell’uomo, come il fiore del campo, così egli fiorisce. Lo investe il vento e più non esiste e il suo posto non lo riconosce (Salmo 102:15-16)

Ieri sera Nizam mi raccontava che un signore egiziano, titolare di un negozio di kebab, l’altra sera è morto in un incidente. 48 anni. Tornava a casa in motorino con  la moglie. E la sua vita è finita così, senza appello. E’ il secondo tragico incidente di cui ho notizia, questa settimana. Cercavamo su internet la notizia e abbiamo realizzato, in quelle righe e righe del motore di ricerca, quante persone perdono la vita così, in un momento, ogni giorno. Quante persone si lasciano dietro. Quanti progetti, piani, programmi restano appesi lì, senza più senso.

In questi giorni sto leggendo un giallo, uno di una serie che mi affascina oltre misura. Si tratta dei libri di Maurizio De Giovanni, ambientati nella Napoli fascista. Il protagonista, il commissario Ricciardi, ha una strana peculiarità. Vede i morti e, più precisamente, i morti di morte violenta. Ma non ci può conversare, come Bruce Willis ne Il sesto senso. Sarebbe troppo facile, visto il suo mestiere. Li vede fermi nel momento in cui sono morti e riesce a sentire l’ultimo pensiero che hanno formulato. Solo quello. Tipo lo scaricatore di porto travolto dalla cassa che pensa “Ancora una e poi vado a casa”. Trovo incredibilmente azzeccata questa trovata letteraria. Coglie pienamente quello che io e Nizam ci siamo detti ieri: è incredibile a volte pensare quanto siamo e restiamo fragili, precari, facili da falciare via. Indipendentemente dalle sicurezze che pensiamo (o meno) di esserci costruiti.

 

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