Non c’è niente di meglio di un funerale all’inizio di settembre per riprendere le fila delle grandi questioni irrisolte della propria vita, non trovate? Scherzi a parte, oggi mi trovavo a partecipare a una delle occasioni, sempre meno rare, ahimè, in cui avevo l’opportunità di salutare un altro pezzo della mia giovinezza che se ne è andato. E per me giovinezza significa ricerca, Vicino Oriente antico e tutto un pezzo di passione ancora bruciante, più volta seppellita eppure ancora lì che si riaccende sotto la cenere ogni volta che ci guardo da vicino.
Però davvero vorrei dire a me stessa che il tempo non passa invano (perché davvero ne è passato un sacco) e che con un po’ di distacco ormai posso aggiungere qualche commento e prospettiva nuova a quel miscuglio di strazio e di nostalgia che simili occasioni non mancano di lasciarmi addosso.
Precisamente, sento il bisogno di condividere una riflessione. A noi ex giovani i nostri maestri hanno dato un sacco di cose, alcune oggettivamente impagabili. Ciascuno a suo modo, nelle loro diversità, ci hanno reso in qualche misura partecipi di qualcosa di speciale, che definire professionale sarebbe riduttivo e a tratti improprio (anche perché spesso e volentieri non era e non è pagato). Credo di parlare per molti dei miei coetanei o giù di lì quando dico che quello che abbiamo avuto (nel mio caso specialmente da Garbini, ma non solo) è stata parte costitutiva di quello che siamo.
Però mi sento di aggiungere che un pezzo avremmo dovuto mettercelo noi e, almeno per quanto mi riguarda, non mi pare di esserci riuscita. Forse non ho avuto modo di farlo, forse non ero capace. Non importa. Ma certo una cosa loro non ce l’hanno data, se non in casi rarissimi: la capacità di apprezzarci senza competizione, di valorizzare ciascuno senza sentirsi sminuiti, di collaborare felici di farlo e senza dietrologie. Non ce l’hanno data perché loro per primi forse non l’avevano, o l’avevano smarrita strada facendo, per la natura stessa dell’ambiente in cui operavano.
Non che non fossero sinceramente amici, a volte. Ma questo nella maggior parte dei casi non si è tradotto in veri partenariati, gruppi di lavoro, situazioni propizie a coltivare e fare maturare i più giovani.
E noi? Forse nessuno di noi si è trovato davvero nella posizione di fare la differenza. Io, per dire, non c’entro proprio più nulla e come me tanti altri. Ma nel piccolo, abbiamo promosso sul serio un atteggiamento diverso?
Ci abbiamo provato, a tratti. Con l’associazione degli Orientalisti e i convegno autogestiti, per esempio. Ma io per prima ho sprecato troppa energia in recriminazioni amare e non mi sono preoccupata di coltivare il bello che c’era nelle nostre relazioni umane e, entro certi limiti, professionali.
Mi piacerebbe pensare che magari troverò un modo di rimediare e di restituire, in una forma creativa che ora non metto a fuoco del tutto, qualcosa di quello che ho ricevuto.