Penso di poter dire, senza tema di errore, che gli scorsi dieci giorni sono stati il periodo a più alta densità di conflitti che io sia in grado di ricordare. Non tutti mi coinvolgevano direttamente, quindi mi è stato possibile fare un tentativo di guardarli anche, per così dire, dall'esterno (oltre a straziarmi le viscere di rabbia, dispiacere e ansia, come è più consono al mio temperamento). Non per nulla sono stata messa a bagno una settimana in terra svedese. Self control, distacco e lunghi silenzi di disapprovazione. Sì, vabbè. Magari in Svezia.
Ricapitolando i vari fronti che hanno attirato la mia attenzione, prendiamo come riferimento temporale il mio recente viaggio. Fin dal pre-Uppsala potevo vantare un bel conflitto familiare sedimentato e strascicato, che ancora oggi giace lì un po' ingarbugliato sotto un tappeto. E per una volta non mi va affatto di affrontarlo. E' grave, dottore?
A Uppsala, in contesto squisitamente professionale, si è sentita un po' la mancanza delle risse che si scatenano due volte l'anno in analoghe riunioni. Stavolta è prevasa una distaccata ironia, accompagnata dalla consapevolezza che su certe questioni l'accordo tra tutti gli uffici europei probabilmente non lo raggiungeremo mai. Abbiamo adottato dunque una soluzione che ci accomuna al Consiglio d'Europa: basso profilo, minimo sindacale e grande enfasi sulle questioni più irrilevanti. Non ho perso la mia fama di "combattente", anche se a dire il vero ho avuto molte distrazioni che mi hanno impedito di essere incisiva e gesticolante come solitamente mi vedono. Qualche scricchiolio si è avvertito dopo la visita al centro di detenzione svedese, che merita una trattazione a parte. Qualcuno ricorderà il mio post vibrante indignazione dopo la visita a Malta, ai primi di ottobre dello scorso anno. Ecco, in quel caso reagire era più facile. Ma davanti a un luogo in cui regnano trasparenza, civiltà, rispetto e persino valorizzazione delle diverse culture, le contraddizioni più profonde del sistema emergono con chiarezza estrema. C'è davvero un modo gentile e umano di rimandare qualcuno in Somalia, in Afghanistan o in un altro Paese di origine per fuggire da quale l'interessato ha rischiato ripetutamente la vita? Una frase mi è rimasta scolpita nella mente: "No, per carità, i bambini in detenzione no. E comunque mai oltre le 72 ore. E no, certo che non li separiamo mai dalla madre, ci mancherebbe. Come facciamo? Beh, compriamo il biglietto aereo in anticipo, così riusciamo a farli partire prima di doverli trattenere". Cioè, in pratica, per non dar loro il trauma di stare 72 ore in un centro meravigliosamente arredato, con ogni genere di attività ricreativa e tv ultimo modello, ci sbrighiamo a rimandare tutta la famigliola in Afghaistan così stanno più tranquilli. E stiamo più tranquilli anche noi. Ora, da un certo punto di vista, gli svedesi non sbagliano formalmente nulla. E si piazzano, da un certo punto di vista, qualche chilometro avanti a noi quanto a civiltà, trasparenza, democrazia. Resta però il fatto che è il sistema in sé, intendo quello mondiale, che è molto lontano dalla giustizia. Non si può che apprezzare il lodevole tentativo di darsi delle regole e di rispettarle tentando in ogni modo di non perdere l'umana dignità in questi passaggi (cosa che certo non si può dire del nostro Paese, tanto per non andare lontani). Ma il conflitto c'è: quello tra i migranti respinti e i cordialissimi e gentilissimi funzionari dell'immigrazione, che sono pronti ad offrire loro qualunque cosa (dalla sala di preghiera all'hoolahop) eccetto la libertà di costruirsi la vita in un Paese civile, sicuro e libero; ma anche quello interiore, molto percepibile, di quelli che operano nella migliore buona fede in questo sistema e devono interpretare due ruoli francamente poco compatibili tra loro, quello del "poliziotto" e quello dell'assistente sociale. E noi, che pensiamo di tutto ciò? Dopo anni che diciamo "ovviamente siamo contrari alla detenzione dei migranti, ma almeno lottiamo per migliorare le condizioni e le modalità", ci siamo trovati davanti quello che per la maggior parte dei nostri Paesi sarebbe un ideale difficilmente raggiungibile. Ma ci piace? Francamente no. Non ci piace affatto. Forse – eresia – ci piace persino di più che il poliziotto non sia gentile e curioso di conoscere la tua cultura, se alla fine ti metterà alla porta. E' maledettamente complicato.
Una mezzora dopo l’altra
Immaginate una sera di ansia. Che probabilmente non sarà nemmeno l'ultima. Che segue una giornata di puro stress, di spiacevoli sorprese, di adrenalina mista a scoramento. Una brutta sera. In primo luogo, sono abbastanza felice di essere impedita in cucina e di avere, come sempre, la dispensa relativamente vuota (non ho neanche il latte per la colazione di domani, per dire). Altrimenti mi sarei già cucinata tutti i confort food dell'universo. Dai tacos al tiramisù. Non ce la faccio a stare a dieta, ma almeno non posso eccedere più che tanto.
Non mi dispiace neanche di non poter uscire, visto che Meryem dorme nel suo lettino. Credo che qui sia il posto più saggio in cui io possa stare, anche se probabilmente non il più utile. Forse sarebbe bene spiaccicarsi davanti alla televisione, visto che ho in lettura un cruento e macabro giallo di ambientazione partenopea che non concilia il rilassamento. Del resto, scartato NCIS, mi resta ben poco di attraente. Il Boss delle Torte? Temo che non funzioni neanche questo.
La mia vita non è noiosa. Spesso mi compiaccio delle sue complicazioni. Ma certe volte, credetemi, desidererei molto una tranquilla routine. Qualcosa di meno esotico, se capite cosa intendo. Una vita in cui la principale preoccupazione sia trovare un buon idraulico (cosa che peraltro rimando da oltre un mese). Non ci credete? Forse fate bene, stasera non sono del tutto attendibile. Al momento in effetti ambisco solo a far passare questo maledetto tempo, una mezzora dopo l'altra.
Prime impressioni dalla terra delle alci. Ovvero: sulla complessa identità europea
Ero partita di malavoglia, ma la Svezia – devo riconoscerlo – ha fatto di tutto per conquistarmi. Mentre atterravamo, la cabina dell'aereo era inondata di una luce dorata e calda che mi ha letteralmente rapito il cuore. La luce è l'equivalente svedese del ponentino malandrino romano.
Quella luce ideale per le foto, quella che accarezza senza esasperare i contrasti e che inventa mille riflessi sui colori autunnali. Il cielo era azzurro assoluto, ti veniva voglia di respirartelo con tutte le nuvole. Insomma, mi ha preso in contropiede. Scendendo dall'aereo, il corridoio era tappezzato di gigantografie di personaggi svedesi famosi, del passato e del presente, con la scritta: "Benvenuti nella città di…". Era il primo dei molti esempi che avrei in seguito avuto di quel "nazionalismo modesto", quell' "orgoglio gentile", che è forse il ricordo più tangibile di questo viaggio. Tornando a Fiumicino ho fatto un casareccio confronto: pubblicità di marche di caffé e campagne per un mondo senza droga (in collaborazione con il governo colombiano).
Altre folgorazioni in ordine sparso. Ho finalmente capito perché da Ikea vendono tante candele. Se ne fa un uso smodato. Ci sono candele nelle vetrine dei negozi, sulle tavole apparecchiate (anche quelle per la colazione), sulle mensole delle sale riunioni, sul comodino della camera da letto. Veniamo al capitolo storia nazionale. Durante un breve tour delle principali attrazioni della città, by night (cioè alle 8 di sera), ho sentito nominare come notissimi personaggi di cui ignoravo l'esistenza, a parte Cristina di Svezia e l'attuale principessa Vittoria, quella sposata al personal trainer… Apriamo una parentesi su quest'ultima. "Certo, è stato uno shock", ha commentato, grave ma comprensivo il gesuita svedese che si è trovato a parlarcene. "Uno shock esattamente per chi?", ho ribattuto io disorientata dalla piega gossip di un discorso che pareva serio. Risposta, meravigliosa: "In primo luogo per il popolo, naturalmente. Ma immaginate per i genitori di lui. Una sera si sono visti portare a casa questa fidanzata, senza sapere nulla prima. Il re? No, lui non era tanto turbato. In fondo lui si era sposato una hostess incontrata alle olimpiadi di Monaco. Però tutti noi ci siamo subito tranquillizzati: il marito di Vittoria è davvero un bravo ragazzo, serio e lavoratore". Non scherzava. Non mi pare che usi molto l'arte di ironizzare sul propri personaggi pubblici. Si scherza, sì. Su altro. Sugli affari interni al massimo si sorride, o si dissente educatamente, cioè facendo silenzio. Il silenzio, ci è stato spiegato, è una delle massime espressioni di disappunto, qui. Che poi vallo a distinguere, il silenzio di disappunto, dal silenzio generale, quello che ciascuno adotta come stile di vita per stroncare sul nascere ogni forma di inquinamento acustico.
Ma, per tornare alla storia. Avevo già notato in Irlanda una certa tendenza a legarsela al dito per eventi della metà del Cinquecento. Per cui la precisazione in merito al fatto che i Vichinghi di origine svedese avrebbero devastato l'Europa meno di quelli danesi, concentrandosi invece su Costantinopoli, non mi ha meravigliato più che tanto. E ho attribuito all'orgoglio gesuita i continui richiami al "furto" delle biblioteche della Compagnia, ora conservate nella biblioteca universitaria di Uppsala Carolina Rediviva. Sono eventi del 1620, ma evidentemente è stato più shoccante del matrionio borghese sella principessa Vittora (anche se, in verità, ho incontrato pochi gesuiti italiani addolorati dalla confisca della biblioteca del Collegio Romano, avvenuta nel 1873. Al massimo gli rode per il palazzo, di cui non possono più disporre completamente). Quello che volevo dire, in questo torrente di divagazioni, è che io non so proprio nulla di storia europea e, a parte vergognarmi della mia personale ignoranza, non ho mai attribuito grande peso a questa lacuna: la storia medievale e moderna per la nostra vita quotidiana mi è sempre parsa abbastanza irrilevante. Forse esagero, ma durante il breve tour con gli altri colleghi europei, mi sono trovata a pensare che forse non è così ovvio per tutti che il passato sia così ininfluente sui nostri atteggiamenti e sui nostri pensieri (e mi riferisco a quello remoto, a quello lontano e, tanto più, a quello recente, come il conflitto in Yugoslavia). Noi italiani abbiamo questa sorta di distacco dalla storia, di disincanto, fondato su una solida base di ignoranza dei fatti, condita dall'ironia dissacratoria che tante volte ci ha salvato dal suicidio collettivo. Però non è mica tanto vero che il nostro atteggiamento sia così comune in Europa. E, udite udite, comincio a credere persino che ci sia di ostacolo, più che di aiuto, nella relazione con le altre culture. Credo che dovrò tornarci sopra. Per l'amor del cielo, mica dico che ora dobbiamo cominciare a scannarci con gli spagnoli per la dominazione borbonica. Ma sentirci superiori del fatto che non ci frega nulla di nulla (includendo eventi relativamente vicini, che hanno coinvolto i nostri nonni o addirittura noi come cittadini, come il periodo coloniale e la guerra in Yugoslavia) rischia di farci fare la figura degli idioti.
Sulle differenze culturali in Europa si potrebbe scrivere un trattato e chissà che un giorno non lo faccia, forte delle mie esperienze di progetti europei che sono, come è noto, occasione preziosa di rafforzamento dei reciproci stereotipi. Certo è che un'irlandese si veste in modo decisamente diverso da come farebbe un'italiana (anche diversa da me) o una svedese, che mi dicono che abbia anche la costante, perenne preoccupazione di non far trasparire una sua eventuale disponibilità economica e quindi si presenterebbe, presumibilmente, in pile da trekking e pantaloni cargo. Il mondo è bello perché è vario. Certo è che c'è stato un episodio che mi ha colpito profondamente. Durante una sessione, una mia collega dell'ufficio europeo è arrivata nella sala riunioni visibilmente sconvolta. E' dovuta uscire più volte dalla sala ed era chiaramente in preda a crisi di pianto incontrollabili. Ciò nonostante ha fatto le presentazioni che doveva fare. A pranzo, visto che ci conosciamo da sei anni, mi sono avvicinata e le ho chiesto se si sentiva meglio e che cosa fosse successo. Lei non è che sia stata sgarbata, ma mi ha solo detto sorridendo: "Niente di professionale". E non ne ha più fatto parola. Né in quel momento, né nei quattro giorni successivi. E poi diciamo che sono le culture più lontante a presentarci modelli di comportamento distanti dai nostri. Certe volte basterebbe guardarci un po' intorno per capire fino a che punto tutti noi siamo irriducibilmente diversi. E, passati gli eventuali rodimenti, rallegrancene sul serio.
Resistenze
I viaggi di lavoro di solito non mi dispiacciono. Certo, si è sempre un po' sacrificati. Io, specialmente, che sono sempre troppo ligia al programma e soprattutto non mi posso/voglio permettere alcun allungamento ludico dei tempi, a causa di questo menage complicatissimo che mi ritrovo. Ma da dopo l'estate faccio davvero una fatica sospetta. Un viaggio, appena mi si è data l'occasione, l'ho cancellato senza pietà. Ed era Madrid. Dove non sono mai stata. Questo che mi aspetta domani, in quel di Uppsala, non mi va né su né giù. Certo, è lungo. Ma non è più lungo di quello che facevo un anno fa a Malta, o due anni fa a Dublino. E' il solito viaggio, che annualmente si ripropone. Né più né meno. Eppure c'è qualcosa che non va. Ho remato contro in ogni modo. Traccheggiato fino all'ultimo sul biglietto. Ancora adesso, a poche ore dalla partenza, non mi decido a fare la valigia. Non mi va di partire. Il piccolo incentivo che mi raccontavo, ovvero il piacere di rivedere un paio di colleghi simpatici, è tristemente venuto meno: non ci saranno. Ma non è che gli altri siano antipatici, poveracci. Il problema è mio. Ve lo devo dire che la Guerrigliera, annusata la mia titubanza, si produce in scene madri in cui preannuncia la tremenda nostalgia di cui sarà vittima (beato chi ci crede)? No, non c'è bisogno che ve lo dica. Colpire i punti molli del genitore è un'istruzione iscritta nel DNA di ogni figlio.
Beata, lei (domani, chissà)
Fino ad oggi mi ero astenuta dal raccontare qui sul blog una vicenda tanto surreale da risultare un po' sopra le righe anche a chi scrive. Mi trattenevano varie ragioni, non ultimo l'adagio popolare "scherza coi fanti ma lascia stare i santi". Avevo affidato alla sola tradizione orale, dunque, la storia che vi vado a raccontare. Ma non potrete che convenire con me, dopo aver letto, che arrivati a certi estremi le cronache scritte sono doverose. Ah, un'ultima cosa. Se dopo questo post sarete tentati di non prendere sul serio neanche una sillaba dei miei visionari post sulle religioni, non saprei darvi torto. Ma la vita è così, a chi tocca non si ingrugna.
Veniamo a noi. Oggi è stata una giornata lavorativamente odiosa. Potevo lavorare mezza giornata, invece una rogna assolutamente imprevista ha mandato all'aria tutti i piani. Ho passato la mattinata fuori ufficio a scoprire l'esatta entità dei problemi da risolvere e sono tornata in ufficio all'una passata, con la coda tra le gambe e l'umore sotto le scarpe. Sulle prime non ho notato una grossa busta che giaceva sulla mia scrivania. L'ho spostata e ho continuato ad armeggiare tra liste e appunti. Io, mi si riconoscerà, ho un certo senso del ridicolo. "Cerca il ridicolo in qualsiasi cosa, e lo troverai", citava l'altro ieri Wonder. Eppure oggi all'ora di pranzo non avevo né voglia né intenzione di cercarlo. E' stato allora che il surreale ha trovato me.
In una pausa tra gli sbuffi e i sospiri, ho ripreso la busta. Il mittente mi ha colpito e mi si è accesa persino una vaga speranza. Il mio oroscopo su Facebook parlava di "opportunità finanziarie". Hai visto mai che la persona in questione… Ma qui urge un passo indietro. Uniamo i puntini, come direbbe Steve Jobs buonanima.
Primo puntino, mesi fa. Un gesuita indiano piuttosto anziano, caro amico di mio padre, mi convoca per offrirmi – parole sue – "un lavoro". Sono andata da lui consapevole che era una sòla (per i non romani: fregatura), ma anche ben disposta a prenderla comunque. Quell'omino minuto e sorridente, che in famiglia eravamo solite chiamare (storpiandone il cognome) "Vedo un gatto", mi era sempre stato simpatico. Anche in quel caso è stato un incontro piacevolissimo. Si trattava di tradurre dall'inglese dei testi un po' particolari. Il padre si è preso un'ora abbondante per parlarmi del processo di canonizzazione della Beata E., che per una strana coincidenza non mi era ignota. L'ultima volta che ero andata da lui, nel gennaio del 2006, avevano appena proclamato Beata questa suora keralese, dai tratti indimenticabili (e che neanche la pia idealizzazione dei santini era riuscita del tutto ad attenuare). Dovevo tradurre gli interrogatori dei testimoni del miracolo che il tribunale per le cause dei santi dovrà vagliare. Non ho resistito alla tentazione, alla curiosità, all'assurdo senza il quale la mia vita forse sarebbe normale ma non sarebbe la mia. Ho accettato, anche affascinata dal fatto che il minuto gesuita al miracolo in questione ci crede eccome. Ci crede perché lui, a sua volta, è stato guarito miracolosamente, sia pure per intercessione di un'altra persona. E' stato affascinante sentirlo raccontare tutto questo e alla fine me ne sono andata con il mio plico sotto il braccio. Quando, alcune settimane dopo, sono andata a consegnare il lavoro, sono stata pagata con una stoffa indiana e la promessa di preghiere alla Beata, che ho accettato con una certa ironica rassegnazione e senza esserne davvero stupita (anche se francamente avrei apprezzato con più entusiasmo un assegno o una bustina).
Secondo puntino. Alcune settimane fa mi chiama un tipo. "Lei ha fatto la traduzione per la causa di …? Sì, vero? Beh, manca il giuramento". "????". Mi spiegano che è una formalità, ma va fatta. Devo andare a giurare che ho tradotto "nella mia piena libertà e indipendenza morale". No, non per fax. Nemmeno per mail. Di persona personalmente. Traccheggio un po', poi mi decido. Prendo un'ora di permesso e vado alla Congregatio de
Causis Sanctorum. Arrivo in un palazzo immenso, attraverso corridoi abbastanza affollati di impiegati (il lavoro non manca, evidentemente). Mi riceve un omino a cui confesso di essere "un po' estranea" ai meccanismi in questione. Oddio, mio padre è stato postulatore di una causa di beatificazione e questo immagino che mi ponga in un campione piuttosto limitato di cittadini. Ma questo al tipo non l'ho detto, perché non ho mai approfondito questo particolare ramo di attività di mio padre. L'impiegato mi guarda un po' impensierito: "Ma lei è cattolica?". Sì, oddio, estranea ma non così estranea. Lui è visibilmente sollevato. "Ma sì, sa, non era mica un problema. E' solo che qui per giurare ho solo i Vangeli". Ah, capisco. Altrimenti ci si organizzava. Resisto alla tentazione di dirgli che appartengo a una setta di animisti che giura sulla testa dei nemici uccisi in battaglia e lo seguo. Mano sui Vangeli in edizione extralusso, giuro. Mi faccio dare una fotocopia del giuramento, pensando che fosse un ricordo bizzarro di questa vicenda. Povera ingenua.
Terzo e ultimo puntino. La busta. Conteneva una scatola di dolcetti indiani e un pacchettino più piccolo. Strabuzzo gli occhi. Trattasi, inequivocabilmente, di un piccolo reliquiario contenente un mucchietto di polvere (ceneri?) e, sullo sfondo, l'immagine ammiccante della Beata, che ho imparato a conoscere. Ripresami dalla sorpresa, vado dal mio capo, che era in ufficio al momento presumibile della consegna. Piccola digressione: il mio capo, pover uomo, solitamente viene da me dipinto come uno che mi mette i bastoni tra le ruote, che smonta la poesia, che tarpa le ali alle iniziative più innovative etc. Ma gli va data un'attenuante fondamentale: lavora da dieci anni con me. Convive con le cose assurde che mi accadono continuamente. Ieri a momenti andava lungo su un paio di Clark grondanti pioggia che avevo abbandonato al centro dell'ufficio. Non più tardi di stamattina mi ha visto arrivare con una busta di soldi (650 euro, per l'esattezza) che mi era stata messa in mano da un signore a me sconosciuto come offerta per le attività del Centro e non ha sindacato sul fatto che nel tragitto tra la mia e la sua scrivania mi sia dimenticata il nome dell'autore dell'offerta, che pure mi è stato detto (mi girava la testa per lo sforzo di non intascarmela io seduta stante; abbiate pazienza, se mi date offerte per il Centro Astalli fate un bonifico e non mi mettete in mano contanti e assegni non intestati. La carne è debole). Insomma, mi sopporta. E a modo suo, nonostante ciò, mi apprezza anche. Non ha fatto una piega quando un paio di settimane fa un corriere della Universal ha preteso che esibissi e usassi il timbro ufficiale dell'Associazione per consegnarmi un Minion di peluche. Ha assistito imperturbabile alla consegna, in ufficio, di un enorme biberon di vetro con scritto sopra il titolo di questo blog. Anche in questo caso, non ha perso il suo tipico sangue freddo partenopeo. Mi racconta che la reliquia gli è stata consegnata dall'autorevole gesuita in persona. Il padre evidentemente presumeva che io avessi abbondantemente condiviso i contenuti della traduzione e parlava della Beata come di una conoscenza comune. Alla vista della scatolina, il mio capo ha pensato per un attimo di essere su Candid Camera. Poi ha ripreso mirabilmente il controllo e ha chiesto: "Ma questa è una reliquia della Santa?". Alla risposta che no, santa non è ancora, ha replicato con la battuta del secolo: "Ah, allora la posso mettere in busta. Grazie mille, padre".
Parlare di trascendente senza trascendere
Oggi è stato pubblicato un guestpost che avevo scritto giorni fa per Genitori Crescono. Confesso che sono un po' perplessa per la piega che ha preso la discussione, tanto che mi sono chiesta come mai questa volta mi pare di non essere riuscita a comunicare quasi per nulla i punti che mi stavano a cuore. Sono stata accusata persino di intolleranza grave e sono sinceramente cascata dalle nuvole, su cui forse mi ero addentrata eccessivamente. Riflettendoci, credo che abbiano giocato due fattori. Da un lato, il tema mi sta a cuore parecchio. Ci ho pensato a più riprese in momenti diversi della mia vita, coinvolge molti miei interessi culturali e emotivi, per cui forse tendo a dare troppe cose per scontate. Dall'altro lato, però, vedo che parlare di religione mette molti genitori a disagio, a prescindere. Notavo, in una discussione collaterale, il commento di un padre: "la religione mi sembra una cosa troppo seria per raccontarla a bambini in età fra 3 e 5 anni due ore alla settimana". Mi ha colpito molto. Mi sono chiesta di quale altro argomento lo penseremmo. Qui ovviamentesi sovrappone la questione scuola, che è tuttaltro che facile e che ha ovviamente messo in crisi anche me (non solo per la religione, a dire il vero): chi è la persona deputata a parlarne ai bambini? come lo fa? lo farà come lo farei io, ovvero rispettando almeno le basi di un'impostazione che ritengo accettabile? Ebbene, questo è un problema eterno della scuola. No, probabilmente no. La delega in questo caso è particolarmente scomoda e la percepiamo addirittura come pericolosa, potenzialmente traviante.
Mi sembra quindi di poter dire, abbastanza serenamente, che noi percepiamo la religione come tema particolarmente sensibile. E questo è tanto più vero quanto più i genitori hanno deciso di rinnegare l'educazione religiosa a suo tempo ricevuta. In un certo senso, questo mi pare ovvio e logico. Però è vero anche l'opposto. Conosco chi, ad esempio, essendo convintamente credente e praticante, "non si fida" di far fare religione a scuola ai figli, per un motivo simile: non poter essere sicuri dell'informazione che viene data, della sua "correttezza" o aderenza alle proprie convinzioni personali. Controllo, mi pare in entrambi casi il concetto base. Timore che i bambini possano essere influenzabili (si parla spesso di "lavaggio del cervello") e quindi avviati in una direzione diversa da quella che abbiamo pensato. Qui in genere si inserisce l'argomento già menzionato: l'importanza, la difficoltà di questo tema.
E' a questo punto del ragionamento che qualcosa non mi torna. Ma la religione è davvero così importante nelle nostre vite? Pensiamo davvero di dedicare più di due ore a settimana a parlare ai nostri figli di questi temi, comunque li si intenda? Non sarà che saremmo più a nostro agio se non se ne parlasse affatto?
Perché a questo punto il problema è più complicato di quello che mi sembrava in un primo momento e mi suscita due riflessioni. La prima è che, comunque la vediamo, noi sentiamo la nostra identità personale fortemente marcata dalla religione, o dalla non religione. Azzarderei a dire più che in passato, forse anche a causa di percorsi personali più o meno dolorosi e incasinati delle persone della mia generazione o giù di lì. Il che, evidentemente, non ci semplifica affatto la vita quando si tratta di rapportarci con gli altrie tanto meno con familiari e figli. Perché questa marchiatura appare tutt'altro che serena, almeno a giudicare dal tenore e dalla natura dei commenti che fanno capolino qua e là quando si toccano questi temi: discriminazione, pericolo, plagio, rischio, sono le parole frequentemente usate.
La seconda riflessione è che mi pare che alcuni ritengano che se ai bambini non parliamo di religione, loro non saranno condizionati e si avvieranno verso un ateismo sereno quanto e più del nostro (nel caso siamo atei, ovviamente). Mi pare una prospettiva utopica e poco realistica. Intanto perché immaginare che nessuno in una società variegata e complicata come quelle in cui viviamo tocchi l'argomento con i nostri figli mi pare un'ingenuità. E poi perché (ma questa è la mia personale impressione) le domande dei bambini spesso ti spingono su un terreno su cui, se vuoi essere sincero, qualche volo pindarico oltre il mero tangibile potresti essere portato a farlo. E se decidi di non farlo è una scelta precisa di disciplina personale. Già sento i mormorii. No, non vi risentite. E' che i bambini sanno essere così concreti e poetici davanti alle domande della vita che a me pare che certe volte rispondere a suon di sola realtà materiale sia riduttivo. Però ok, questo è davvero un problema mio, quindi se avete fatto obiezione la vostra obiezione è accolta.
Forse capire come la pensiamo davvero su questi temi è più impegnativo e potenzialmente frustrante di compiacerci di quanto siamo illuminati in tema di multiculturalità (ma attenzione: da quel discorso le religioni non si possono proprio tenere fuori…) o di omosessualità. Però io credo davvero che se siamo convinti di qualcosa sia quello, e non altro, che dovremmo insegnare ai nostri figli. Parlargli con convinzione della nostra fede (o non fede), per poi lasciare che ascoltino fin da piccoli anche tutte le altre campane. Tutte quelle che la vita porrà loro davanti. Abbiamo paura che sentano qualcosa che li attrae di più, ma che riteniamo sbagliato? Vorrà dire che glielo confuteremo. Come ci comportiamo con la pubblicità che non approviamo? Così faremo (anzi, in questo caso lasciatemi dire "farete") con la religione. E se da piccoli fossero fuorviati, crescendo capiranno meglio come la pensiamo e saranno liberi di relazionarsi con noi e con gli altri. Non fare l'ora di religione a scuola, così come non iscriverli a catechismo, fa parte delle nostre scelte educative. Facciamolo serenamente, se e quando ci pare il caso. L'importante è che ognuno trovi una sua verità davanti a se stesso, per poter essere un genitore onesto. Verità provvisoria, articolata, complessa fino alla contraddizione (come la mia) oppure incrollabile e non negoziabile. Non importa. Ma fare la fatica di definircela temo che rientri nei nostri doveri di genitori. Proprio perché è vero che è una questione importante e che impatta potenzialmente con la vita sociale e relazionale, nostra e dei nostri figli. Ma proprio per questo non deve essere un tabù.
Qualcosa di vecchio, qualcosa di nuovo, qualcosa di regalato…
Ho trovato su Facebook una proposta bizzarra, ma accattivante: adotta una parola (http://adottaunaparola.ladante.it/). Si tratta, in pratica, di scegliere una parola della lingua italiana e di autoproclamarsene "custode", eventualmente anche segnalandone usi impropri sul sito. La cosa più interessante, per me, è stata la scelta della parola. La mia vita, finora, pullula di parole, anche bizzarre. Eppure non ho avuto dubbi: ho scelto il lemma "interfaccia". Più ci penso, più la scelta mi convince. "Interfaccia" è una parola che in questo momento mi interessa più di tante altre. Persino più di uniatismo, di enoteismo o di apolidia 🙂 Giorni dopo, oggi, ho iniziato a focalizzare meglio perché.
Il primo argomento che mi è venuto in mente ha a che fare con la mia vecchia vita. Quegli studi astrusi che, attenuato un po' il dolore della separazione ormai definitiva, tornano a far capolino, più positivamente, in quello che faccio e in quello che penso. In questi giorni ho ricevuto l'ultimo libro del mio maestro Giovanni Garbini. Si intitola "Dio della terra, Dio del cielo" ed è una sorta di summa di anni di conversazioni che abbiamo avuto sulla religione semitica antica. Uno dei concetti più intriganti, senza entrare in particolari noiosi, è che la divinità femminile della luna è stata a un certo punto considerata il "segno" della divinità maschile che risiedeva negli inferi, cioè ciò che di lui era visibile – sia pure a tratti. Una sorta di interfaccia, con cui il fedele poteva relazionarsi. Interfaccia, in questo caso, è un termine utile, che lascia intendere immediatamente un concetto altrimenti complicato da esprimere.
Poi ho iniziato a pensare a me stessa, a come mi sono relazionata e mi relaziono con il mondo esterno. Alla mia interfaccia personale, nelle sue varie manifestazioni, non ho per molto tempo data alcuna importanza. Errore. Il programma più utile e funzionale se appare all'utente poco amichevole, complicato, respingente, resterà inutilizzato. Se ripenso a uno dei periodi più felici della mia vita, mi vedo vestita in modo improbabile, arrampicata su una scala in biblioteca mentre sfoglio voluminosi tomi che grondano polvere sui malcapitati passanti (non mi prendevo neanche il disturbo di tirarli giù). Io ho sempre ricordato l'entusiasmo febbrile di accostare per la prima volta i frammenti dell'Esapla di Origene. La mia amica Alessandra mi ricorda come una tipa strana, visibilmente desiderosa di essere lasciata in pace, senza alcuna curiosità per gli altri. Sono così? Istintivamente direi di no, ma certo in quel momento lo apparivo e dunque un po' lo ero. Ci sono dei grandi piaceri tutti privati, ma se diventano gli unici piaceri c'è qualcosa che non va. Ricacciando indietro il rimpianto per il rimpianto, devo dire onestamente che oggi sono felice in modo più articolato, più sfaccettato, più vario. Magari mi manca quella "gioia purissima" di cui parlavo qui. Ma, a conti fatti, ho tanto di più. Il gusto di rapportarmi con gli altri, anche attraverso il web, è certamente qualcosa di relativamente nuovo nella mia vita, che mi dà anche la possibilità di portare pienamente a coscienza tutto quello che ho seminato e raccolto, in questi anni, nei campi più diversi.
E finiamo con qualcosa di regalato, cioè con qualcosa che ancora non è mio, ma che mi gusto da spettatrice. C'è anche un interfaccia concreto, che ancor di più ho trascurato e trascuro ancora: il look. Non vi preoccupate, non ce la farò mai ad avvicinarmi davvero allo sfavillante mondo del fashion. Ma mi piace guardare, pensare, interagire con chi se ne interessa, nei modi più vari (dalla stilosissima e dolcissima Paola al più scanzonato duo di Trashic). Mi piace pensare che anche l'abito concorre a fare il monaco e che imparare a valorizzarsi è una freccia in più da aggiungere alla propria faretra, insieme alla capacità di parlare in pubblico e a quel minimo di assertività sul lavoro che tento di farmi iniettare, a piccole dosi, dalla mia coach preferita. E poi venitemi a dire che internet non è una risorsa.
Cul de sac
Un'altra manifestazione, un'altra serata di amarezza annunciata. Stavolta non ci avevo neanche pensato, a partecipare. Un po' per le mie perplessità, già più volta espresse, sulla natura un po' "annacquata" di queste manifestazioni. "Era un corteo pacifico, divertente…", commentava poco fa un manifestante. Io non credo che un corteo di massa, in un momento come questo, debba essere – come secondo aggettivo – divertente. Se diventa difficile distinguere una manifestazionedi indignazione dalla Maratona di Roma, c'è comunque qualcosa che non va. Purtroppo, di questi tempi, le manifestazioni si distinguono eccome. Questo è il secondo motivo per cui non ci vado, tanto meno con mia figlia. Il solito manipolo di facinorosi. Puntuale, organizzato, previdente, equipaggiato. Sempre, praticamente sempre impunito. Basta poco per svuotare anche i commenti dopo di qualunque contenuto. Tutti, dopo, sono capaci di condannare quei pochi violenti. Persino di deplorare che una manifestazione così "bella" sia stata rovinata. Ma "bella" in che senso? Come può essere che tutte le parti politiche definiscano "bella" una manifestazione del genere? Può essere perché non vuol dire più nulla. E' una bella passeggiata di tanti cittadini, menzionata sono come contrapposta a ciò che fa notizia: le violenze.
Stasera mi viene da pensare che per cambiare le cose non si può confidare, al momento, nel Parlamento, dove ogni voto ha un prezzo, alla portata di qualunque mascalzone. Non si può confidare nella piazza, perché è evidente che qualcuno sbarra anche quella via. Sarà solo l'incapacità tutta italiana di gestire una protesta? La sistematicità del tutto me ne fa dubitare, ma forse sono vittima della teoria del complotto sempre in agguato in questo Paese. Ma allora, in pratica, cosa resta da fare? Servirebbero davvero una grande furbizia e creatività per scrollarsi di dosso questa cappa. Non sono virtù di massa, ahimè. E la massa, se vogliamo la democrazia, serve. Siamo in un vicolo cieco?
Monteverde, odi et amo
"Ma ci sei nata?". Ecco, già il fatto che quando dici di abitare in un quartiere ti chiedano se sei autoctona, monteverdina doc con il bollo, mi maldispone. Comunque sì, ci sono nata. I miei sbarcarono in quel di via San Calepodio (oscuro martire paleocristiano, la cui unica rappresentazione a me nota è nel mosaico dell'abside di S.Maria in Trastevere. Aveva i piedi belli? Chissà) verso gli inizi degli anni '60 del secolo scorso. Non era una zona particolarmente esclusiva, altrimenti ben difficilmente ci sarebbero sbarcati. Praticamente campagna, separata dalla conca di Donna Olimpia da prati guarniti di pecore. Ma già allora aveva degli estimatori. Pasolini, Rodari… La posizione, in effetti, ci sta: Monteverde se ne sta lì appollaiata a sovrastare Trastevere, facilmente raggiungibile a piedi percorrendo fascinose scalinate. Gli abitanti di "allora" ricordano ancora il profumo che si sentiva salendo su per via Dandolo (molto più tardi immortalata da Nanni Moretti in cerca di casa in Caro Diario). Con l'estendersi dell'asfalto, hanno assunto maggiore importanza le grandi aree verdi: Villa Sciarra, raccolta ed elegante (pur nella parziale decadenza) e Villa Pamphili, uno schiaffo alla miseria per chi si deve accontentare dell'aiolina di quartiere.
Certo che amo il mio quartiere, i ricordi lieti e dolorosi che ne segnano le strade e le fanno anche mie. Mi piace pensare che Meryem ripercorra almeno in parte la mia personalissima geografia d'infanzia, che salti giù dai muretti da cui anche io mi tuffavo. Mentre scrivo questo, il pensiero inevitabilmente corre ai luoghi che invece, con il tempo, hanno perso la loro anima. La libreria Gianicolo, che ha cambiato proprietari. Il bar di via Dezza, dove non si riunisce più, per il pranzo, un gruppo di amici molto eterogenei per età e professione, che si autoconvocava senza impegno (e a volte senza neanche esplicitarlo) e lì, intorno al tavolino, si gustava per un'oretta conversazioni bizzarre e a volte anche vere e proprie avventure. La mia Monteverde della giovinezza ruotava intorno alla libreria antiquaria di Roberto Palazzi, che in realtà in quegli anni era già chiusa. Tuttavia il titolare, come era nel suo stile, continuava a vivere come se ciò non fosse avvenuto. Pranzava a via Dezza, davanti al suo ex negozio, e cenava "dai Sardi", poco più in là. Il fatto che abitasse e lavorasse altrove era un dettaglio di poco conto.
Dopo la magia dell'infanzia e delle cacce al tesoro nei giardini di una scuola che non esiste più, l'era di via Dezza è stato il più tangibile legame tra la persona che stavo diventando e Monteverde. Da un lato, quegli stessi incontri avrebbero potuto accadere benissimo da un'altra parte. Dall'altro no, non è del tutto vero. C'era un tessuto, un humus, fatto di negozianti che si conoscevano e si incrociavano nella pausa pranzo, di vicini e ex vicini di casa, di immediatezza e improvvisazione data, oggettivamente, dal fatto di trovarci tutti lì. E quando poi Roberto ha voluto uscire di scena nella sua macchina parcheggiata ai piedi delle mura di Villa Sciarra, ha segnato allo stesso tempo un epilogo e un vincolo perenne a quelle strade, a quei marciapiedi, a quei punti di ritrovo semicasuali.
C'è una bellezza di Monteverde che apprezzo in silenzio e di cui sono gelosa. Il fascino di pensarlo come l'antico quartiere degli orientali e degli stranieri, come se un pizzico del mio destino mi fosse rimasto attaccato addosso fin da piccola, tra le catacombe ebraiche che non sono mai riuscita a visitare e il tempio siriaco affacciato su via Dandolo. Ci sono le storie belle, sincere, vere di chi ci abita quasi da sempre ed è anche capace di raccontarle (penso soprattutto a Mario Vitali, che oltre a aver scritto varie godibili raccolte di racconti ospita nel suo bar questa iniziativa). C'è soprattutto lo sfondo delle mie lunghe passeggiate solitarie, per un tratto della mia vita in compagnia della nobile Belqis a quattro zampe. I panorami rarefatti, la sagoma del gazometro che sfida le cupole del centro. Le magnolie impareggiabili di Villa Sciarra, il muschio sui volti delle statue. I percorsi silenziosi dei "fortini", abientazione perfetta per gli incontri clandestini e le prove di parcheggio prima dell'esame di scuola guida. Soprattutto una specifica scalinata, che amavo percorrere a piedi già ai tempi del liceo, rimasta indissolubilmente legata (va a capire perché) a una citazione sopravvissuta a una lezione di letteratura greca: "Sublime è impronta di un'anima grande".
Perché vi racconto tutto questo? Perché le pagine di Facebook intotolate a "i VIP di Monteverde" mi fanno un certo orrore. Quando incrocio qualche personaggio noto, faccio finta di nulla. Credo che chiunque apprezzi di non essere importunato. E se invece non lo apprezza, non si merita di essere importunato. Mi infastidiscono i fanatismi e le ostentazioni di chi identifica la vita del quartiere con una disponibilità di soldi pressoché illimitata. Certo, gli alimentari gioielleria e i negozietti pretenziosi contribuiscono ad alimentare questo sentire comune. Ma Dio ci salvi dallo snobismo che si fa strada a colpi di SUV (peraltro molto poco adatti alle note carenze di parcheggio della zona). Monteverde non è un quartiere chic. La sua bellezza consiste nell'essere un quartiere concettualmente di periferia (Pasolini, vi dice niente?), ma vicino e persino ben collegato con il Centro. Travestirsi da Parioli non gli ha mai donato. Quindi se il giornalino di quartiere propone il test "Siete monteverdini o romani comuni?", a me viene da trasferirmi immediatamente a Talenti. Cosa che peraltro ho fatto, sia pur per un periodo limitato della mia vita.
Latitanza creativa
E' qualche giorno che non scrivo qui, perché sono stata travolta dagli eventi. Prima sono incappata nell'Inail, proprio nella settimana della soddisfazione del cliente. Non vi racconto i dettagli, perché temo che aggiungere altri elementi surreali alla storia del mio infortunio al piede minerebbe per sempre la mia credibilità. E, si sa, per un blogger la credibilità è tutto. Colgo solo l'occasione per salutare col pensiero l'infermiere sardo (dubito che mi legga) che, dopo avermi chiesto come era avvenuto l'incidente, mi ha interrotto immediatamente esclamando a gran voce: "NO! Non me lo dica! Davvero non me lo dica, che mi impressiono". Da Oscar.
Poi c'è stato il perverso meccanismo del "visto che stai a casa, perché non…", che mi ha portato pericolosamente vicina all'esaurimento nervoso in pochi giorni. Ringrazio Dio e, in particolare, la Compagnia di Gesù per il modesto impiego che mi consente di essere ubicata fuori da casa, al riparo da idee creative mie e soprattutto altrui.
Ora sono tornata alla scrivania, in pieno trip da preparazione evento. Anzi, eventi. Non sarà mancata occasione per dirvi che il mio lavoro è vario e spesso imprevedibile. Ecco, al momento include la presentazione in Campidoglio di un volume di storie di rifugiati di cui vi si parlerà diffusamente in altra sede (segnalerò al momento opportuno) e una serata concerto a cui mi sono tolta lo sfizio di fare invitare i Radio Dervish. Sono anni che volevo sentirli dal vivo.
Chiudo questo brevissimo aggiornamento con un'osservazione tra me e me. Certo che il blog è un bell'esercizio di scrittura! Non avevo ancora mai pensato a questo risvolto. Ma più ci penso, più mi piace. E' una vita che non scrivo lettere di carta e le mail non sono, decisamente, lo stesso genere letterario. Ma i post di un blog invece si prestano ottimamente ad assecondare quella vena aneddotica che ho ereditato dalla mia famiglia insieme agli occhi azzurri e che è rimasta, negli anni, un po' sacrificata. A questo proposito, mi viene in mente che mi piacerebbe molto ritrovare la serie di lettere che scrissi a mia madre da Gerusalemme, nel lontano 1993. Le mie sorelle ne davano lettura semi pubblica al bar di via Dezza… insomma, un po' riviste sarebbero ottimi post. E questo mi ricorda infine che vi devo ancora un post su Monteverde, che ho abbozzato nella mia mente ma aspetta ancora il momento di venire alla luce. Prossimamente su questi schermi.