A. è un paraculo. Faccia da schiaffi, simpatico, solare, estroverso. Una sagoma. Ancora parla malissimo italiano, ma non sta zitto un momento, gesticola, ride, scherza. Sa di essere un bel ragazzo e ci marcia. Non ha soldi neanche per le sigarette, ma non cede alla t-shirt e ai jeans. Ha sempre una certa eleganza, pantaloni con la piega e camicia. Le conversazioni con lui tendono a prendere una piega surreale e, anche se l’argomento è spesso tragico, si finisce per sbottare a ridere insieme. A. è somalo. E anche lui ha una famiglia in perfetto stile somalo. Atipica, sparpagliata su tre nazioni e quattro città, con un portafoglio di sfighe che sarebbe troppo complicato passare in rassegna in modo esaustivo (viste anche le serie difficoltà di comunicazione). La principale, tuttavia, è quella di dovere avere a che fare con l’ambasciata italiana a Nairobi per ottenere i visti per il ricongiungimento familiare.
In sintesi, ha due figli la cui madre è morta e che ora vivono con la nonna in qualche posto della Somalia. Nel frattempo, in Kenya, si è sposato un’altra donna, somala come lui, (“perché per un uomo una donna è importante!” ci ripete a ogni pié sospinto). Ora che è rifugiato in Italia ambirebbe a fare confluire qui la sposina e i suoi figli. E qui incappiamo nel solito problema. Ai figli (pagando) si può fare il test del DNA, onde verificare la legittimità del ricongiungimento. La moglie però, non essendo la madre dei figli, non può essere sottoposta al test. Dei certificati di matrimonio kenyoti, a quanto pare, l’ambasciata italiana non si fida. Sembra che ne girino molti falsi. Lo stato di famiglia in Somalia, peggio che andar di notte. E quindi? Quindi no, apparentemente non si può fare. Abbiamo incontrato un altro somalo che, visto che non aveva figli, alla fine si è arreso e la moglie l’ha lasciata là e ha chiesto di fare venire la madre, che almeno è consanguinea. Però A., giustamente, non si rassegna. “Ma quante coppie senza figli ci sono qui in Italia?”, ci argomentava (sto traducendo molto liberamente dal suo coloritissimo italo-somalo). “Vi pare che una moglie non è moglie solo perché non ha avuto figli da me, ancora?”. E no che non ci pare. Però… “E allora la risposo!”. Prego? “Loro (l’ambasciata) mi dicono dove la devo sposare e io vado e la sposo. Così a loro va bene”.
Ora, soprassedendo sui costi e sull’irrealizzabilità del matrimonio bis, converrete che A. non ha fatto altro che dare voce a un nostro pensiero ricorrente, che vi vado a formulare qui. Ma insomma, cara ambasciata italiana, questi somali dove volete che si sposino? In Somalia no, perché senza governo l’anagrafe non esiste. In Etiopia no, perché al massimo li fanno sposare in moschea e non lo considerate un matrimonio valido. In Kenya men che meno, perché il certificato poi rischia di essere falso o anche solo di sembrarlo. Certo, un modo per aggirare i problemi ci sarebbe. Andarsene in Kenya, dove tua moglie è parcheggiata in attesa del visto a Nairobi e provvedere non a risposarla, come vorrebbe romanticamente il nostro giovane paraculo, ma a generare un figlio là per là, seduta stante. Così si fa il test del DNA ed è tutto a posto. Ma questo, a parte i tempi comunque un po’ lunghi che la cosa richiede, non ci sentiremmo di consigliarlo, francamente.
Storie di famiglie
Da quando sono mamma e sono on line anche in quanto tale, ho notato che quasi ogni aspetto della maternità si è guadagnata un suo spazio nei media: gravidanza, parto, educazione dei bambini e degli adolescenti, adozioni all’estero, fecondazioni assistite. Ci sono aspetti che hanno più o meno spazio, più o meno popolarità. Varia molto la competenza e l’impostazione di programmi, siti e forum. Ma la genitorialità, in generale, è un tema che interessa a una buona fetta di popolazione – come dimostrano anche il fiorire di proposte commerciali connesse al tema. Già da prima dell’estate vado rimuginando su quanto possa essere diverso per un migrante (e ancor di più per un rifugiato) essere genitore. Un tema dolorosissimo, solitamente velato da omissioni e non detti. Le parole chiave della genitorialità migrante sono infatti, di solito: separazioni obbligate (a volte spaventosamente traumatiche), lontananze protratte e, nel migliore dei casi, ricongiungimento familiare (che però vuol dire, anche: procedure burocratiche estenuanti e surreali; spese esorbitanti; frustrazioni reiterate e incomprensibili per tutti gli interessati…). No, decisamente non è una passeggiata. Neanche quando i ricongiungimenti vanno a buon fine.
Stamattina, nel mio ufficio, sedeva una giovane donna somala, sorridente sotto un velo fucsia sottile ed elegante. E’ una persona molto riservata, non ci ha mai raccontato i dettagli della sua storia e noi, del resto, non glieli abbiamo mai chiesti. Sta cercando di fare arrivare in Italia i suoi tre bambini e suo marito, che adesso sono in Somalia (e qui apro una parentesi: avete presente quale sia l‘attuale situazione in Somalia e nei paesi vicini?). Premettiamo che qualunque madre italica (o europea, o americana…) sarebbe stata in preda all’ansia e al panico. Lei ostentava una sorta di determinata rassegnazione (non so se mi spiego), tipica di chi vive da talmente tanti anni in mezzo agli orrori da aver rinunciato a ogni reazione scomposta. Il colloquio di oggi verteva sui documenti da produrre e qui, da un intoppo burocratico, abbiamo avuto la possibilità di farci un’idea dell’esperenza di questa donna. Sul suo permesso di soggiorno, alla voce “stato civile”, si legge: vedova. Abbiamo quindi dovuto chiederle, necessariamente, di raccontarci un po’ di fatti suoi. Il padre dei suoi bambini è stato ucciso, in Somalia, in circostanze tragiche che non abbiamo approfondito e che l’hanno costretta, a sua volta, a fuggire, lasciando i suoi tre bambini piccoli a sua madre. Quando ha raccontato la sua storia alla commissione per il riconoscimento dello status, le hanno riconosciuto l’asilo ai sensi della Convenzione di Ginevra. In questi anni è successo che sua madre si è ammalata e ha perso la vista. Non era più in grado di badare ai bambini da sola. In mancanza di altri parenti, un vicino di casa si è occupato dei bambini e dell’anziana donna (che probabilmente, vista la vita media e la qualità della vita in Somalia, avrà una cinquantina d’anni…). Li ha presi a vivere con sé e quando una delle bambine si è ammalata e aveva bisogno di essere ricoverata in ospedale, l’ha portata in Etiopia e ha pagato per salvarle la vita. Ha fatto di quelle persone abbandonate al loro destino la sua famiglia. In occasione dell’operazione della bambina, la ragazza che era da noi oggi è riuscita a raggiungere sua figlia a Addis Abeba: il suo passaporto di rifugiata non le consente di tornare al suo Paese, ma in Etiopia è riuscita ad arrivare, grazie al generoso sostegno di amici e connazionali. Lì, ad Addis Abeba, il vicino/nuovo padre dei suoi figli le ha chiesto, con grande semplicità, di sposarlo. Lei ha trovato assolutamente ovvio farlo. Non essendo cittadini etiopi si sono sposati in moschea e poi hanno registrato l’unione anche civilmente (in una forma che speriamo ardentemente che il nostro consolato in Etiopia riconoscerà valida). Forse questa non è una storia romantica. Non almeno nella forma a cui siamo abituati. Io trovo che questa sia una famiglia, eccome. Una famiglia che ora meriterebbe di riunirsi, per la prima volta, in un Paese senza guerra, per continuare a combattere insieme la povertà, la precarietà, l’esclusione che segnerà necessariamente anche la loro storia in Italia.
Riusciranno a farlo? Chissà. Certo ci vorrà tempo ed è anche possibile (noi lo temiamo) che dal ricongiungimento quest’uomo generoso rimanga escluso, perché non si riterrà adeguatamente documentato il loro vincolo matrimoniale (anche perché non è il genitore biologico dei figli). Noi però facciamo il tifo, per loro e per tutti quelli che combattono battaglie simili, nell’indifferenza generale.
Zygmunt, guardaci!
“I rifugiati sono rifiuti umani, senza nessuna funzione utile da svolgere nella terra del loro arrivo e soggiorno temporaneo e nessuna intenzione o prospettiva realistica di assimilazione e inserimento nel nuovo corpo sociale”. Oltretutto, poiché non è fisicamente possibile rimuovere tutti i rifiuti – oppure non è possibile tenerli lontani in modo che noi non li vediamo -, ecco che si fa in modo che vengano sigillati in “contenitori a tenuta stagna”: campi profughi o ghetti che, da provvisori, diventano definitivi cosicché chi li popola non potrà mai più accedere al diritto di piena cittadinanza.
Cito da una recensione on line di questo libro, una delle letture più dolorose di questi anni. Ora che ci penso, dovrei rileggerlo. Non mi sono mai riuscita a togliere dalla testa questo parallelo ferocissimo tra migranti e spazzatura, tra discariche e campi profughi. “Il bene primario della società dei consumatori sono i consumatori; i consumatori difettosi sono il suo passivo più irritante e costoso”. Il parallelismo tra smaltimento dei rifiuti e migrazioni regge, eccome se regge.
Forse è anche per questo che quando Marichia, una donna appassionata, determinata, ma anche poetica mi ha parlato di questa fondazione e della sua intenzione di coinvolgere di un gruppo di rifugiati a Roma per realizzarlo anche qui, sono rimasta così colpita. Oggi, a meno di un mese dall’avvio delle attività, grazie a un patchwork di collaborazioni cucito in tempo reale in un paio di giorni alla fine di luglio, questa idea bellissima si è già tradotta in bicchieri, borse, collane, cartoline. Soprattutto, cosa ancora più insperabile, il gruppo di rifugiati esiste. Sono motivati, competenti e agguerriti. Il bigliettino su tutti i prodotti recita: “Questi oggetti artigianali, fatti con materiali di scarto, sono il risultato della creatività di rifugiati coraggiosi che spostandosi per mari e terre alla ricerca di protezione, vogliono contribuire al bene comune, ripulendo l’ambiente e utilizzando rifiuti per trasformarli in doni preziosi. Refugee ScArt è un dono che torna: aiuta chi l’ha creato e aiuta anche te a vivere in un ambiente più pulito”.
Ora che il primo passo è fatto, bisogna immaginare gli altri. Sarà necessario riuscire a dare concretezza e sostenibilità a questa idea. Intanto voi date pure una sbirciatina ai lavori in corso.
Nonna Belarda in cyclette
Oggi ho fatto il grande passo. Ho debuttato nella mia palestra di viale Trastevere. Ho rimediato una tuta grigia dell'anteguerra, una maglietta di Snoopy, delle scarpe in qualche modo sopravvissute a eroiche gesta (o almeno questo è il loro aspetto) e dei calzini accattati al volo al supermercato. Tanto, che ti frega? mi avevano rassicurato tutti. In palestra mica ci vai a farti guardare. Ci mancherebbe pure. Così abbigliata, capello incolto e scolorito dal tempo e dal mare, avanzo nella sala macchine con l'entusiasmo di Maria Antonietta al patibolo. "L'istruttore è quel ragazzo con la maglietta grigia lì in fondo", cinguetta la fanciulla alla reception. "Lo vedi? Quello che sta parlando con Stefano Accorsi". Eccheccaspita. Manco ho cominciato e già mi trovo il vip in sala. Ma quello non vive a Parigi con Letitia o come si chiama lei? Che diamine ci fa nella sala dove mi appresto a fare una delle peggiori figure della mia vita? Mi guardo bene dall'avvicinarmi e la ragazza, impietosita, va di persona a attirare l'attenzione del figaccione dall'occhio ceruleo. Quello mi squadra, mi inquadra con una certa facilità e mi avvia sorridente a un programma di allenamento di complessivi 50 minuti che penso avrebbe fatto con una certa disinvoltura anche mia madre: 20 minuti di passeggiata in cyclette, 20 minuti di passeggiata sul tapis roulant e 10 minuti di una sorta di pedalata con le braccia. Le macchine registrano fedelmente le calorie bruciate e posso stare tranquilla: questa sera potrò mangiare senza rimorsi un pacchetto di crackers integrali.
Scherzi a parte, temevo di non essere in grado di fare neanche questo. Ci sarà tempo per perfezionarsi. Intanto mi accontento della mia scialba prestazione. Però la prossima volta mi porto un libro, che 20 minuti in cyclette sono troppo, troppo noiosi. Comunque no, sebbene avessi appresso la Canon, non ho immortalato l'attore belloccio in calzoncino della tuta a mezza gamba che si allenava. Anche perché più che altro mi è parso che chiacchierasse del più e del meno. E, vi dirò, è anche un po' bassino.
La mia famiglia in cinque scatti
Leggendo un post di Bismama ho sentito il subitaneo impulso di partecipare a un concorso fotografico. Questo. No, non sono del tutto impazzita. Non è che all’improvviso mi sento fotografa, sia ben chiaro. Né sarò mai capace di “varmi votare”, assillando amici e parenti, fosse solo perché non ho ancora capito come si fa e, soprattutto, la quantità di foto caricate sul sito, già oggi (a quasi due mesi dalla scadenza finale) sono millemila. Quindi, niente spirito agonistico. Però mi è venuta la curiosità di selezionare qualche scatto di questa mia bizzarra famiglia italo-curda, di ripercorrere alcune piccole storie familiari.
Questa cosa mi ha ricordato un meme che avevo pubblicato sul blog diversi anni fa (una delle foto usate, non a caso, è la stessa). Mi ero divertita a raccontarmi con degli scatti, anche se la qualità delle foto è sgarrupata come me.
Vi sottopongo dunque le cinque immagini che ho selezionato questa volta.

Daddy painting

First smiles

Summer picnic


We are a team!

Black cat, white cat
Buona afosa serata a tutti!
La guerra fa parte delle nostre vite
Scrivo questo post di getto, forse mi pentirò di averlo scritto. Me ne pentirò perché questo non è un post su Israele e sulla Palestina, o almeno non nel senso in cui alcuni potrebbero intenderlo. Non lo scrivo per suscitare dibattiti, né per essere indottrinata. Da tanti anni rifletto su questa guerra, se "riflettere" è la parola giusta. Sono legata al Paese conteso da molti lacci, di colore e consistenza diversa. Quelli che più contano sono quelli più illogici, più emotivi. Ieri sera ho visto, in parte, un bel documentario su Gerusalemme, che trasmettevano a Linea Notte. Meir Shalev, citando qualcuno (Melville?), ricordava che a Gerusalemme quelli che contano davvero sono i morti. A suo tempo pensai qualcosa del genere, quando ancora studiavo. Gerusalemme sembra davvero un miracoloso scoglio di bellezza in un mare di morte. C'è della violenza anche nella posizione della città, accerchiata da cimiteri di ogni confessione e da un deserto assoluto. Gli avvoltoi volano sulle torri dell'Università. Perché racconto questo? In Israele ho vissuto esperienze che hanno fatto di me quello che sono, incluso un attentato a un autobus su cui sarei ben potuta essere (viaggiavo in quello successivo, stessa linea, stesso tragitto). Le violenze quotidiane, piccole e grandi, tutte ugualmente inaccettabili, incluse quelle della semplice arroganza di chi può (o sembra potere) di più. Ma continuo a perdere il filo. Mi succede sempre quando parlo di questo argomento. Ho amici, cari, dall'una e dall'altra parte del muro (in senso reale e in senso figurato). Facebook me lo ricorda quasi tutti i giorni. Ogni volta che le violenze si riaccendono (e quand'è che si spengono?), a ogni attentato o missile, ogni volta che ci sono di mezzo navi o assedi, leggo note di fuoco, articoli di controinformazione e di contro-controinformazione, riflessioni e sfoghi di ogni genere. Fin qui non mi lamento. Fa male, ma è necessario. Ma l'odio, l'odio puro, è un'altra cosa. Ho cancellato uno dei miei amici perché alcune sue espressioni non erano per me ammissibili (sì, ovviamente, l'argomento era questo). Ieri ancora mi sono chiesta se cancellarne un altro (significativamente, dello schieramento opposto al cancellato), ma poi ho deciso di no. Quell'espressione, "maledetti", non era stata scritta da lui ma da uno dei suoi commentatori, anche se sono certa che l'avrebbe pienamente sottoscritta. Ho pensato molto in queste ore a cos'è che mi fa sentire tanto a disagio. Forse il fatto che continuo ostinatamente a rifiutarmi di affiliarmi a una fazione? O piuttosto, semplicemente, questa capacità dei social network di portarti la guerra in casa? Non parlo di informazione, ma di odio per il nemico. Sono cresciuta credendo che i nemici fossero stati per sempre archiviati dalle nostre vite, insieme alle patrie sacre e alle altrettanto sacre frontiere. Quanto mi sbagliavo. Delle frontiere è inutile parlare. Gli effetti funesti che hanno sulla vita e sulla morte di migliaia di persone sono parte del mio lavoro. E il nemico? Possibile che una generazione cresciuta imparando a memoria, a scuola, La guerra di Piero di De André creda ancora nel nemico? Ci crede, eccome. Nemici bambini, nemici anziani, nemici mai visti, nemici con cui magari usciremmo volentieri a cena, se li conoscessimo. Tutti con la divisa di un altro colore. Grida forti contro il nemico mi arrivano, sempre più di frequente, da Facebook. Non fraintendetemi. Non è tanto strano che chi sta combattendo, oggi, abbia un nemico. Io, per mia buona sorte, non vivo in guerra. Ma mi arriva, fa parte della mia quotidianità. E non ho ancora imparato a gestirla.
Nervosismo e insofferenza
Certo che l'afa non aiuta proprio. E neanche le lunghe, lunghissime giornate solitarie con Meryem, in cui l'unico svago è la spesa al supermercato. Litighiamo ogni mezzora. Lei mi provoca, io sbotto e via così, praticamente all'infinito. Aggiungiamoci che io sono un filino in debito di carboidrati e lei è annoiata a morte dopo due favolose settimane di mare con i cuginetti. Nizam ha collaborato al bilancio dell'umore familiare con un piccolo problema di salute, dovuto allo stress, e un enorme carico di ansie e paturnie che hanno generato una dose di stress che ci basterebbe comodamente per tutto l'inverno. Lunedì torno al lavoro e mi sembra quasi una bella notizia. Evidentemente non sono un caso isolato. Un gioviale signore che abita vicino al negozio di Nizam ieri mattina ha chiamato i carabinieri con la seguente motivazione: il fratello di Nizam, pulendo il marciapiede davanti al negozio, aveva schizzato leggermente d'acqua pulita i suoi pantaloni. Non vedete l'illecito? I marciapiedi li deve pulire il Comune, ogni pulizia aggiuntiva, per giunta pericolosa per i poveri passanti, si configura come un abuso. Non sto scherzando. Ma i carabinieri si sono fatti una risata lo stesso. Beati loro.
Zelo d’agosto
Sono tornata dalle vacanze ricaricata e soprattutto traboccante di motivazione. Dopo oltre tre anni ho trovato la spinta che cercavo: mi metto a dieta. Prima cosa, dunque: procurarsi una bilancia. Non ricordo più dove avevo sepolto la precedente, comprata nel luglio 2008 per analoghi propositi, poi andati in fumo. Il punto è che, quando lo zelo ti viene tutto insieme il 14 di agosto, ci sono alcuni inconvenienti pratici da affrontare. E non parlo della grigliata di Ferragosto, che infatti non era in programma (ho pranzato con una buona dose di verdure bollite). Parlo dei negozi chiusi. Solo ieri sono riuscita a mettere piede da Trony, dove – dopo una litigata con mia figlia, che voleva che comprassi una costosa bilancia di Hallo Kitty – mi sono aggiudicata uno strumento apparentemente sofisticato, con tutte le diverse letture e percentuali che probabilmente non capirò mai e che comunque ignorerò. Resa previdente dall'entusiasmo del neofita, ho anche acquistato batterie in quantità esagerata. Ma quella snob della bilancia nuova (che, per inciso, già odio: mi regala un chilo e mezzo in più di quella di mia madre) pretendeva una roba alcalina da 9v, di forma rettangolare. Mi ci sono volute ventiquattrore di peregrinazioni e un acquisto rivelatosi erroneo presso un improbabile negozietto di cinesi in via Arenula per riuscire a mettere le mani, pochi minuti fa, sul pezzo giusto.
Il secondo step prevedeva l'iscrizione a una fantasmagorica palestra ubicata giusto sul tragitto casa-lavoro e aperta anche il sabato e la domenica. Oggi però, passandoci davanti, ho visto che è chiusa per lavori. A questo punto mi auguro che sia una ristrutturazione finalizzata al posizionamento di nuovi avveniristici strumenti sciogli-ciccia e non la trasformazione dell'esercizio in una gigantesca rosticceria a sei vetrine. Un po' di collaborazione, orsù!
P.S. Per l'occasione, ho rispolverato un mitico blog collettivo, creato da Slim nel lontano 2008, dall'evocativo titolo "Vade retro, adipe!". Chi volesse unirsi, mi faccia un fischio!
Giochi di società a Coccorrocci
Leggerete qua e là sul web che la cala di Coccorrocci prende nome dalle numerosissime chiocciole marine chiamate, in dialetto sardo, is coccorroccius. Filologi più accorti e che, soprattutto, sono stati sul luogo formulano un'altra ipotesi: Coccorrocci deriva da un'esclamazione di disappunto indigena, traducibile con "Poffarbacco, quanti ciottoli!" o, in romano, "Mortacci, che serci!", con la ben attestata equivalenza "rocci=sassi" (cfr. l'aggettivo "roccioso"). Resi eccessivamente baldanzosi dalla nostra eroica incursione a Cala Moresca, costataci miracolosamente solo un paio di ciabatte da mare, nonché dalla spedizione esplorativa alle falde del Gennargentu, abbiamo individuato un altro accesso al mare per più che abili, come i cruciverbi di Bartezzaghi.
Per bello era bello, per carità. Ma rechiamo impresse indelebili sulle piante dei piedi le impronte dei celebri "ciottoli levigati di colori variabili dal grigio, al rosa e al verdastro". Comunque, superata la fase del "ci rompiamo una gamba e ci giochiamo la nonna" e anche quella del "ora che siamo entrati in acqua chi ci tirerà fuori di qui?", regnava una certa tranquillità. Appollaiati in sette sotto il nostro ombrellone nano, approfittavamo di un raro momento di quiete in cui persino la Guerrigliera si era stesa l'asciugamano a terra e si era sdraiata a mo' di lucertola.
Troppo per mio cognato. Il solitamente bradipico Silveri in queste circostanze freme di attività irreprimibile. Ed eccolo partire, con i tre minori, in una passeggiata di esplorazione sugli scogli. Io trattengo il core di mamma sempre in agguato e lascio che Meryem sia della partita, ignorando i mugugni dei cuginetti, che avrebbero preferito una compagnia più competitiva. Mi erano tuttavia ignote le regole del simpatico gioco di società che si stava per svolgere e che mi vedeva protagonista inconsapevole, nel ruolo di Cercatore. Eccole qui, in modo che voi possiate replicarlo per animare il vostro Ferragosto (a condizione, ovviamente, che vi troviate in luogo impervio e disagevole per camminare). La squadra parte, supera i primi scogli e quindi si divide in due. Un gruppo (in questo caso i due cuginetti) tornano indietro velocemente e,con una storia quasiasi, mettono in moto il Cercatore (nel nostro caso, raccontando che Meryem aveva sete e che quindi avevano deciso di tornare indietro; mezzora dopo Meryem e il Capobattuta ancora non erano comparsi all'orizzonte). Il Cercatore, immaginando improbabili incidenti sulle rupi, inizia a percorrere il tracciato. Dopo i primi venti minuti è autorizzato a chiedere notizie a chi incontra (per la cronaca: a Coccorrocci sono ancora in corso le ricerche del pedofilo con costume rosso sparito con una bimba dietro le rocce). Il secondo gruppo, nel frattempo, sarà tornato indietro per un altro sentiero, badando bene di nascondersi dietro i cespugli per non essere individuato dal Cercatore. Quando anche il secondo gruppo sarà arrivato al campo base, un secondo Cercatore può partire lungo la costa per individuare il primo, che nel frattempo starà tornando indietro (imprecando) lungo la strada interna. Il gioco può proseguire potenzialmente all'infinito.
Con questa ultima spedizione possiamo dire praticamente ultimata la conoscenza delle coste ogliastrine. L'esperienza di oggi ha indotto mia madre a pretendere che domani si vada al Lido di Orrì, noto anche come "Il Tinozzone", dove la sabbia è più fine che mai e l'altezza dell'acqua non supera i 35 cm. Sostiene che visto che domani deve salire su una nave non intende spaccarsi il muso con una delle nostre gite in località ignote. Mi duole, ma non posso darle torto.
Sprovveduti sul Gennargentu
Ultimo giorno di permanenza di NIzam: è deciso, si va sui monti. Abbiamo studiato attentamente l'itinerario, confrontato le fonti, stimato con larghezza i tempi di percorrenza. Abbiamo persino noleggiato una macchina (una Clio, che era pure nuova di zecca, ma in salita "sembra che la spingo io", sospirava Nizam rimpiangendo da Focus). Ma abbiamo fatto alcuni seri errori. Veniali, se vogliamo, e con le attenuanti dell'essere novellini della zona. Eppure. Abbiamo sottovalutato gravemente alcuni elementi.
1) Quando abbiamo annunciato con una punta di orgoglio che intendevamo andare al "Lago Alto del Flumendosa", che la nostra guida descriveva come "ceruleo" e scenografico, non abbiamo dato sufficiente importanza al fatto che gli indigeni ci guardassero con aria vagamente interrogativa. "Lago?", hanno commentato. Sì, lago. Si vede chiaramente nella cartina (vedi punto 2). "Ah, il salto del Flumendosa?". Credo di sì. Trattasi di lago artificiale. Magari siete un po' snob nei riguardi dei laghi artificiali? Il retro della cartina menziona anche gare di pesca di trote (rivedi punto 2).
2) Abbiamo sottovalutato che un'attività tipica di queste terre è la composizione creativa di cartine geografiche. Le cartine devono lusingare il visitatore. Chi mai si spingerebbe davvero in lunghe escursioni lontano dal mare? Però è bene che sappia e possa mostrare agli amici che la terra in cui ha sguazzato serenamente per quindici giorni era anche ben dotata di attrazioni archeologiche e naturalistiche di spicco. In ogni suo angolo. Volete il lago ceruleo? Vi disegno il lago ceruleo. Volete il tempio a megaron più grande del Mediterraneo? Eccolo qui, cosa costano tre puntini? Preferite percorrere strade statali? Io vi coloro di rosso anche le provinciali, così mi tengo libero il giallo per gli sterrati.
3) Sospettavamo, ma non avevamo apprezzato a pieno, la vera arte della zona, che si sposa perfettamente alla precedente. L'arte di posizionare (o non posizionare) cartelli stradali. Intanto si deve partire da una solida bibliografia di riferimento. Tipo questo breve saggio, che si riferisce alle città inglesi. Poi però occorre estro. Genio. Malizia. Le strade sarde pullulano di cartelli. Ma hanno l'unico scopo di depistare il turista continentale (da ora in avanti TC), che certamente contribuirebbe a deturpare il paesaggio. Una tecnica base è: segnalare con ampio anticipo una svolta a destra e poi, arrivati alla svolta stessa, non segnalarla affatto. Avendo cura, ovviamente, di posizionare un cespuglio sufficientemente rigoglioso a occultare l'imbocco della traversa. Poi si possono applicare tecniche più raffinate: evitare sempre di mettere cartelli a un bivio o a un incrocio a T, ma metterne almeno 15 dove non te li aspetti. Tutti insieme. Va da sé che nessuna delle città indicate deve servire a orientare il TC. Come fare? Semplice. Scegliere città troppo lontane (Cagliari, Olbia, ma anche Genova, in caso di necessità) o non segnate sulla mappa (vedi punto 2), o non esistenti. Se nella rosa delle 15 ne scappasse una da cui si potrebbero evincere informazioni utili a stabilire una traiettoria, basterà tagliare la freccia dalla punta del cartello, rendendolo perfettamente rettangolare (a un piccolo errore umano si può sempre rimediare). Ma il vero colpo di genio del posizionatore di cartelli è la tecnica del "cartello double face". In prossimità di uno snodo indicare due direzioni di fantasia (poniamo Cagliari e Sassari, oppure Sassari e Nuoro, o anche Cagliari e Cagliari). Poi, sul retro di uno dei cartelli, invisibile al TC, collocare la vera indicazione di direzione (es. "Porto di Arbatax"). Nessuno potrà dirvi che non lo avete indicato. L'importante è che non sia visibile nel senso di marcia del TC. Alla fine della giornata, qualche scaltro e esasperato TC avrà imparato a voltarsi di scatto appena superato un incrocio e, imprecando, tentare di fare inversione a U senza incappare in una mandria di cavalli imbizzarriti. Stateci. Non si può vincere sempre.
La gita è stata fatta e gli obiettivi salienti (il pranzo) centrati. Inoltre ora sappiamo che il lago del Flumendosa d'estate non esiste.