Imparare e divertirsi nella terra dei Vichinghi


Mentre Meryem saltellava qui e là vestita da principessa medievale, intenta a guidare un gruppo di bimbi nell’impresa di liberare una sirenetta sua coetanea dalla stiva della nave dei pirati, io mi sono concessa una chiacchierata con la direttrice del luogo di meraviglie dove abbiamo passato buona parte del nostro soggiorno a Odense, città di Andersen: il Børnekulturhuset Fyrtøjet. Che cos’è? Un sito lo definisce “spazio culturale interattivo per famiglie con bambini al seguito”. Io ho qualche difficoltà a riportarlo a una definizione, perché non ero mai capitata in una struttura simile. L’ingresso richiama un po’ quello di una biblioteca, da cui si accede a un ambiente molto ampio, chiamato “La grande stanza delle favole”. L’effetto è quello di trovarsi in un grandissimo palcoscenico teatrale, con tanto di luci e scenografie, ispirato alla favola della Sirenetta: c’è il palazzo marino, la nave, le conchiglie, la carcassa di una balena, l’antro della strega. Tutto a grandezza naturale e perfettamente arredato. L’idea è che i
bambini, ma volendo anche i genitori, possano giocare liberamente, unicamente sull’ispirazione delle suggestioni dei luoghi fantastici lì ricreati e dei costumi e accessori che si possono utilizzare a proprio piacimento. La struttura continua poi in altri ambienti e al piano superiore, con ulteriori angoli di gioco e esplorazione: la simulazione di un molo di pescatori e di un faro del secolo scorso (con dentro telegrafo e macchina da scrivere, veri e utilizzabili liberamente), un sottomarino, una cucina… Tutto a disposizione dei bambini, per il gioco libero. Ci sono infine delle stanze laboratorio, con colori, fogli, tele e supporti di ogni genere per il disegno, la pittura e quant’altro e una specie di sala guardaroba, con abiti di scena di tutte le taglie, dove a determinate ore le animatrici del centro animano l’invenzione e
recitazione di favole, con la partecipazione di bambini e genitori. Un po’ complicato da descrivere, ma vi assicuro che noi ci siamo divertiti infinitamente a esplorare, insieme e singolarmente, questo luogo pieno di semplici meraviglie della fantasia e a dare il nostro contributo alla messa in scena di una delle favole più strampalate che si siano mai sentite.

Vi dicevo della chiacchierata con la direttrice. Ho da lei saputo che il centro è basato sul noto approccio Reggio Emilia, di cui ho appreso l’esistenza… da lei (acc, che figuraccia). Ci siamo poi trovate a parlare della differenza tra Legoland e altri parchi tematici e lei, con la competenza che a me manca, ha confermato la mia impressione. Il fulcro nella discussione era il ruolo “attivo” o “passivo”, passatemi i termini rozzi,  del bambino rispetto alle attrazioni.
Legoland, lo dicevo anche nel post precedente, è praticamente un inno alla creatività. Non è come farsi una foto con Topolino, per intenderci. Lego è un brand, ci mancherebbe, ma il bambino è continuamente stimolato a partecipare, intervenire, fare esperienze. A Legoland, ad esempio, siamo diventati una squadra di vigili del fuoco e, con il nostro mezzo, abbiamo partecipato a una gara per spegnere un incendio (imparando, in parte a nostre spese, quanto può pesare l’attrezzatura di un pompiere e quanto sia essenziale per il risultato “fare squadra”), abbiamo setacciato la sabbia un un ruscello alla ricerca di minuscole pepite d’oro, abbiamo cotto il nostro panino al fuoco dei Pellerossa. Persino le ricostruzioni di Miniland sono quasi tutte dotate di pulsanti che i bambini possono premere per vedere l’effetto (sonoro, di movimento o altro) che il loro piccolo contributo può portare al quadro generale. Un quadro intero di Miniland è dedicato alla spiegazione concreta delle energie alternative e appositi contatori misurano l’energia prodotta dal sole o dall’attivazione di turbine e mulinelli vari da parte dei visitatori, grandi e piccoli.
E qui passiamo a un ultimo punto. Oltre a divertirsi, dunque, anche in un contesto così si può avere la pretesa di introdurre elementi di apprendimento senza risultare pedanti? La risposta è certamente sì. Questa, onestamente, non è una novità: posso pensare a molti esempi di intrattenimento didattico anche qui in Italia (semmai cambia, a tratti, lo stile: ma di questo, forse, parleremo nel prossimo post). Però anche in questo caso la visita al Vikinge Center di Ribe è stata per me una novità assoluta. Si tratta di una ricostruzione, in spazio aperto di una certa ampiezza, di un villaggio vichingo comprensivo di figuranti e animali. Non è un sito archeologico, non è un museo. Però non è neanche una pagliacciata. La ricostruzione appare abbastanza rigorosa. L’idea è che i visitatori assistano, e in certa misura partecipino, alle attività del villaggio e possano conversare e fare domande agli “abitanti” per ottenere maggiori informazioni. Noi ad esempio abbiamo assistito alla lavorazione del vetro e siamo stati informati dalla vichinga sulle importazioni, per commercio o per razzia, delle materie prime. Meryem è rimasta entusiasta della possibilità di piallare un bastoncino con il falegname del paese, molto meno della possibilità di imparare a combattere (lo scudo, a suo dire, era troppo pesante e la pioggia e il freddo avevano probabilmente avuto la meglio sul suo spirito, già fiaccato dalla vita cittadina).

Personalmente ho trovato estremamente affascinante questo approccio alla “cultura”. Mi sono chiesta se si potrebbe fare anche da noi. E non parlo, ovviamente, dai beceroni vestiti da gladiatori che ammiccano alle turiste per farsi fare una foto a pagamento. Ho avuto su questo uno scambio abbastanza vivace con la mia amica Alessandra, archeologa e esperta di visite guidate per bambini. Lei sostiene, in estrema sintesi, che no, da noi non si potrebbe fare. E che, mi pare di capire, lei non condivide neanche del tutto l’uso del “finto” (e dell’ipotetico, evidentemente) per rendere fruibile il “vero”. Io, che paradossalmente al “vero” sito e al museo Meryem neanche ce l’ho portata, obiettavo – estremizzando – che alla fine non è il manufatto o il muro a essere importante, ma l’occasione di familiarizzare con qualcosa, attraverso l’esperienza. Non abbiamo avuto tempo di approfondire la discussione. Voi che dite? Immaginereste una ricostruzione di borgo rinascimentale, con figuranti ben formati, a cui accedere a pagamento per provare l’ebbrezza della vita quotidiana al tempo della famiglia de’ Medici?

Felicità nello Jutland


“I genitori sono felici se i bambini sono felici”, mi diceva una figurante vichinga del VikingeCenter di Ribe, durante una piacevole se pur breve chiacchierata in seguito al conio, un po’ maldestro, di due monetine d’argento ad opera di Meryem (con la mia collaborazione). Quanto è vero. Durante la mia settimana in Danimarca ho realizzato che il mio concetto italiano di “Family Friendly” ha un’impostazione, per dir così, negativa: considero tale un luogo o una situazione privi di vistosi impedimenti che lo rendano inadatto a una famiglia con bambini. Al contrario, ho avuto modo di notare che, almeno nei luoghi dove il nostro soggiorno ci ha portato, sono molteplici gli accorgimenti, banali o creativi, che facilitano attivamente la vita a genitori e figli. Piccole cose, spesso, ma che fanno la differenza.

Facciamo qualche esempio concreto, in ordine sparso.

Prima scena: Aquadome di Lalandia (Billund), ovvero grande parco acquatico con scivoli mirabolanti di ogni forma e dimensione, piscine di ogni foggia e caratteristica (inclusa una simulazione di spiaggia con onde alternativamente dolci e alte – preannunciate da breve segnale acustico – e due vasche idromassaggio, di cui una calda e con una parte all’aria aperta – taccio della meravigliosa sensazione del calduccio dell’acqua gorgogliante a contrasto con l’aria frizzante dell’estate danese, altrimenti divago). All’ingresso, ovviamente, si è tenuti a fare lunga e accurata doccia con sapone (i cartelli indicano quali parti del corpo lavare e in che ordine!). Ebbene, sia lo spogliatoio/doccia delle donne che quello degli uomini erano dotati di appositi seggiolini imbottiti appesi al muro per posizionare il neonato di turno e consentire al genitore un lavaggio comodo. All’ingresso, i genitori potevano usufruire di una sorta di lettino di plastica con sbarre e rotelle, corredato di materassino, per consentire il facile spostamento di neonati e bimbi più piccoli e, eventualmente, il loro riposo (e voi mi direte: sì, figurati, con il casino che ci sarà… No, il casino non supera mai il livello acustico di guardia, un po’ per gli spazi ampi, un po’ per l’attitudine generale, su cui avrò modo di tornare). Foto dell’Aqaudome non ne ho: ho prudentemente lasciato la Canon in luogo asciutto. Ho notato peraltro che grandi cartelli ricordavano a tutti di fotografare esclusivamente i propri familiari all’interno della piscina.

Seconda scena: luoghi di visita vari, tipo La Città Vecchia di Aarhus (un museo diffuso su cui tornerò nel prossimo post di questa serie). Carrellini per il trasporto di bimbi e eventuali altri carichi sono forniti gratuitamente ai visitatori. Sono rigorosamente in stile con l’ambientazione, ovviamente (niente roba di plastica variopinta stile supermercato).

Terza scena: Legoland (ah, sospiro di nostalgia). Capita che ci sia un po’ di fila per i giochi. Ma qui mi tocca aprire una parentesi e lo faccio. Dimenticate l’inferno di Zoomarine o altri parchi analoghi in Italia. Ai bagni, per dire, non si trova praticamente alcuna fila. Perché? Semplice. Sono moltissimi. Ma proprio tanti. Quasi a ogni angolo, sempre e costantemente puliti e ripuliti e (devo precisarlo?) dotati di fasciatoi sia nella sezione donne che in quella uomini. La mia amica Anna menzionava i “bagni di famiglia”, in cui entrare tutti insieme: io non li ho visti, ma non mi stupirebbe. Si diceva della fila ai giochi: un cartello all’inizio della fila, costantemente aggiornato, informa con assoluto realismo e anzi un pelo di stima all’eccesso sul tempo massimo di attesa (io ho visto 5, 10 e 15 minuti). Le file sono organizzare in modo da prevedere uno spazio in cui i bambini possano giocare su appositi tavoli cosparsi di mattoncini Lego. Ovviamente da lì sono sempre ben visibili ai genitori in fila e possono agevolmente raggiungerli al momento opportuno. Facile, eh? Ma non avevo mai visto nulla del genere altrove.
Quarta scena: Lalandia, comprensorio di case vacanze. Il luogo è dotato di grande prato verde recintato con caprette. Attraverso apposite scalette i bambini (ma anche gli adulti) possono entrare nel recinto e giocare liberamente con gli animali. Più efficace di molti intrattenimenti (a pagamento). Meryem conserva un ricordo indelebile delle caprette di Lalandia, con cui non si stancava di giocare.

Quinta (e ultima scena): case per famiglie del comprensorio di Lalandia. Ho già detto che erano perfettamente accessoriate. Ma vogliamo parlare dei thermos e dei contenitori per trasportare cibo per le escursioni? A questo proposito aggiungo che in né a Legoland né alle altre attrazioni di Lalandia (piscina esclusa, per ovvie ragioni di igiene) era vietato introdurre cibi o bevande, per cui molti ricorrono allegramente al pic nic portato da casa, potendo usufruire degli appositi tavoli della struttura stessa. Questo divieto assurdo, che noi in Italia non abbiamo peraltro quasi mai rispettato, non avrebbe peraltro gran motivo di esistere a Legoland, dove i cibi e le bevande in vendita (vari e numerosi, con stand tematici accordati alle zone del parco) non costano di più di quanto costerebbero altrove. Prezzi alti, dunque, come ovunque, ma non maggiorati al fine di spennare il visitatore, il quale resta comunque libero di scegliere se e quanto usufruire della gastronomia proposta in loco.

Non perdete la prossima puntata, dall’ambizioso titolo provvisorio di “Didattica, intrattenimento e divertimento nella terra dei Vichingi”.

Il viaggio in Danimarca – una carrellata


Non so da dove cominciare. Il viaggio che abbiamo vinto grazie al concorso di Piccolini Barilla superava talmente le nostre aspettative che non riuscivamo neanche a figurarcelo. Ho tentato, come è nella mia natura, di pianificare a botta di guida Lonely Planet, ma alla fine ho finito per affidarmi ai saggi consigli della gentilissima signora Ghita di VisitDenmark, che nei giorni precedenti alla partenza ha dimostrato un’efficienza e una cortesia che mi hanno lasciato senza parole. Ho fatto bene, decisamente.
Il premio prevedeva un soggiorno in una casa vacanza del resort Lalandia di Billund (non posso guardare le foto del sito senza provare un’ondata di nostalgia), dove arriva un volo diretto Ryanair da Ciampino, con accesso illimitato alle strutture Aquadome e Monky Tonky Land; accesso illimitato a Legoland, che si trova lì accanto; tre giorni di noleggio di una macchina per visitare i dintorni. Il tutto per un totale di sette notti. Una vacanza così è assolutamente ideale per una famiglia con bambini. Meryem, 5 anni, era praticamente il target ideale di Lalandia, che è attrezzatissima del resto anche per neonati (ci tornerò su). Legoland è molto fruibile anche da bambini più grandi (e dagli adulti, aggiungerei…), ma Meryem ha trovato abbondantemente pane peri suoi denti.
Oggi comincio a dirvi come abbiamo organizzato il tempo e dove siamo andati, nei prossimi post mi soffermerò più dettagliatamente su alcuni aspetti e considerazioni che sono nate dal viaggio. Si arriva di mattina i buon ora (il volo da Ciampino è all’alba). Dato che si può prendere possesso della casa solo alle 15, la struttura prevede che si possa ottenere comunque un accesso provvisorio (i mitici braccialetti, che io e Meryem ad oggi non abbiamo cuore di toglierci…) al parco acquatico o al parco giochi Monky Tonky Land per ingannare l’attesa. Abbiamo optato per quest’ultimo, anche se con il senno del poi direi che le possibilità di relax per adulti all’Aquadome sono maggiori (posto però che si riesca a “neutralizzare” l’incontenibile entusiasmo dei bambini…). Monky Tonky Land è una struttura pensata interamente per il gioco libero dei bambini, anche piccoli. Gradi strutture fantasiose su cui arrampicarsi (tutte made in Italy, peraltro), giochi semplici ma ingegnosi, lego maxi e palline a disposizione, canestri per il basket, scivoli tipo gonfiabili. C’è anche una vicinissima caffetteria, con tavolini da cui gli adulti volendo possono dare un’occhiata ai figli standosene comodamente seduti a sorseggiare una bibita.
Le case vacanze, come ha notato qualcuno, sembrano un set dell’Ikea. Spaziosissime (l’unità minima può ospitare una coppia con due bambini e un neonato), attrezzatissime con forno a microonde e elettrico, fornelli a induzione, lavatrice, asciugatrice, seggiolone, lettino, pentole, thermos, piatti e stoviglie di ogni genere, tv con programmi in inglese, in tedesco, in svedese e in danese (i film sono spesso in lingua originale con sottotitoli, per cui ci siamo beccati giusto all’arrivo un godibile Montalbano e, un altro giorno, un film con Raul Bova), riscaldamento, etc. Il consumo di elettricità, riscaldamento e acqua si paga a parte (anche se noi lo avevamo incluso) e si può controllare comodamente dalla tv con una funzione tipo televideo. Fuori, una veranda e tante altre casette simili immerse in un prato verdissimo, costellate di piccole aree gioco.

Veniamo ora al nostro programma settimanale. Domenica: ambientamento, Monky Tonky Land, spesa al supermercato, giretto per Lalandia. Lunedì: Legoland! Dall’apertura alla chiusura (10-18). Martedì: prima gita, Aarhus. Visita a Den Gamble By, la “città vecchia”,
uno specialissimo museo all’aria aperta Io ci avrei voluto anche infilare un museo una passeggiata naturalistica, ma il tempo era obiettivamente insufficiente e le mete poco appetibili per Meryem. Diciamo che dovevo ancora realizzare che non ero una turista single come un tempo… Passaggio rapido alla zona dei laghi. Mercoledì: Odense, la città di Andersen. Abbiamo passato la maggior parte del tempo all’indimenticabile centro per bambini Børnekulturhuset Fyrtøjet, su cui tornerò più approfonditamente; pomeriggio allo splendido castello di Egeskov, meta assolutamente imperdibile sia per il castello in sé che per l’incredibile parco. Giovedì: Ribe, Vikinge Center. Purtroppo la pioggia ci ha limitato un po’, ma visto che l’abbiamo avuta solo per mezza giornata, direi che non è proprio il caso di lamentarsi! Venerdì e sabato: Aquadome a volontà, ulteriore giretto a Legoland, piccoli acquisti. Domenica, sigh, partenza.

Un viaggio assolutamente consigliato, un regalo da farsi almeno una volta mentre si hanno figli piccoli. A noi per fortuna il regalo lo hanno fatto, perché i prezzi sono abbastanza proibitivi. Però, considerato che i soldi spesso si spendono in molte sciocchezze, mi sento sinceramente di dire che questa è una vacanza che assicura relax, divertimento e molte esperienze costruttive e interessanti a voi e ai vostri figli (oserei dire educative, anche per noi adulti in quanto cittadini d’Europa…). Ma ne riparleremo, state certi. Intanto grazie ancora a tutti quelli che hanno votato la nostra foto al concorso, contribuendo a darci questa opportunità. Come si direbbe a Billund… TAK!

Vacanze, pronti… via!


Chi mi segue su Facebook lo sa: siamo in partenza, domenica all’alba, per la vacanza più inaspettata e imprevista della nostra vita. Una settimana in Danimarca, vinta con il concorso Legoland di Piccolini Barilla (qui la foto e il racconto che sono stati votati da molti di voi e premiati dalla giuria… grazie a tutti!). Incredibile, eh? Noi ancora stentiamo a crederci. Vi racconterò al ritorno, naturalmente. Poi, ancora non so bene quando e come, io e Meryem guadagneremo la casa che abbiamo affittato per due settimane a San Foca, Salento. Certo, con Nizam ela macchina sarebbe stato più facile, ma sono sicura che io e mia figlia sapremo cavarcela egregiamente. Anzi, vi dirò: sono contenta di questo primo viaggio io e lei da sole. Spero che sia il primo di una lunga serie.

Sono arrivata a queste ferie con uno stress accumulato che ha superato di gran lunga i livelli di guardia. Sono stati mesi duri, pesanti, carichi di sofferenze di diversa natura. Ora respiro un po’. Riesco a vedere quello che c’è e quel che ci sarà, non solo quello che ho perso e quello che mi manca. Mi sono goduta quattro giorni da donna libera, perché Meryem è andata in campagna con la tata. Sono uscita con mia sorella, ho passeggiato sul Passetto di Castel S.Angelo di notte (non l’avevo mai fatto prima ed è una delle cose da fare, una volta nella vita). Ho smesso improvvisamente di accumulare tensioni. Fino al 3 settembre, niente lavoro. Si ricaricano le batterie.

Ultimo aggiornamento: amo follemente il mio nuovo Kindle. Avercelo in mano, studiare le impostazioni, cercare chicche gratuite… mi dà un piacevole senso di libertà. Già, libertà. Credo che sarà questa la parola chiave della mia estate.

Letture digitali, corrieri analogici


Dopo tentennamenti durati qualche mese, incoraggiata da mia madre (in realtà curiosa come una scimmia di vedere il marchingegno), mi sono lanciata nell’acquisto di un Kindle. Mi avevano decantato la celerità delle consegne di Amazon e dunque aspettavo fiduciosa. Dopo diversi giorni, vado a tracciare il pacchetto, ancora non arrivato. Smanetto un po’, prima sul sito di Amazon e poi su quello di TNT e scopro, con una certa sorpresa, che l’ordine era stato consegnato. Di più: risultava consegnato a tale “Peri”, quindi verosimilmente a me.

Provo a contattare il servizio clienti TNT, a pagamento. Una vocina registrata prende i dati e sentenzia: “Consegnato in data 6 agosto”. Si, ok, sul sito so guardare anche io. Interazione con umano: impossibile. Rinuncio.

Contatto, tramite web, il servizio clienti Amazon. Un altro pianeta. Mi richiamano in tempo reale. Un fanciullo mi ascolta, promette che verificherà, mi rassicura: “In qualche giorno risolviamo”. Si scusa, si prende tutti i dati necessari e dopo qualche minuto mi arriva una bella mail di riepilogo. Io sono colpita, ma sospiro: mi sa che dovrò rinunciare all’oggetto del desiderio prima della partenza. E invece. Dopo qualche ora mi chiama Cristian, di Amazon. Mi dice che hanno sentito il corriere, che ha regolarmente effettuato la consegna a PIAZZA del CR n. 1a, il giorno 6 agosto. “E perché mai? L’indirizzo da me indicato è VIA del CR n. 1, non 1a”. Un attimo di silenzio. Cristian legge sullo schermo e commenta l’ovvio: “Quindi è un altro posto”. “Già. Come in tutte le città del mondo, una via è un posto diverso da una piazza, sia pur omonima. E qui per la cronaca non abbiamo neanche il portiere”. Cristian si profonde in scuse e mi assicura che faranno immediatamente un’altra spedizione. A me però viene un’idea. “Ma se ci faccio un salto?” “Signora, ci mancherebbe, lei non è assolutamente tenuta…”. Ok, ma tentar non nuoce, no? Conveniamo con Cristian che le speranze sono esili, ma concordiamo di risentirci di lì a una mezzoretta. Parto verso la piazza.

Arrivo al portone e, con un certo disappunto, vedo sul vetro della portineria un biglietto: “Torno tra 10 minuti”. Innervosita attendo, mandando mentalmente improperi all’italica abitudine della siesta.

Ma riavvolgiamo il nastro di un paio di minuti. Mentre percorrevo a ampie falcate via del CR, un attempato signore in jeans ampi e un po’ scoloriti sta percorrendo la stessa carreggiata in senso opposto. Verosimilmente mi sfiora il braccio passandomi accanto. Avete capito bene. Esattamente nello stesso minuto in cui io mi mettevo in cammino, il portiere sostituto di Piazza del CR 1a veniva a restituire il pacchetto alla legittima proprietaria, cioè a me. Ci incrociamo, ignari.

Rieccomi sui gradini assolati del palazzo signorile del Centro Storico romano. Vedo arrivare un signore sorridente che mi fa: “Ci inseguiamo, eh?”. Chiarita l’incredibile coincidenza, lui si affanna a spiegare che gli hanno consegnato tutto insieme, che lui non è pratico e che in effetti ci sono parecchie lettere probabilmente dirette a noi, oltre al mio pacchetto. Armeggia per buoni 6 minuti con la vecchia serratura di legno, temendo con una certa fondatezza di non riuscire mai più a raggiungere la sua postazione di lavoro temporaneo. A me inizia a venire da ridere per l’assurdità del tutto. Alla fine la porta cede. Lui sfodera un pacco di lettere e inizia a leggermi i nomi dei mittenti uno a uno, commentando: “Io questo proprio non lo conosco… e questo?… chissà… l’Ambasciatore A., poi, chi l’ha mai sentito?”. Dopo cinque-sei minuti di educato ascolto, sbircio gli indirizzi e gli faccio notare che comunque sono tutti per piazza del CL, ergo nessuno mi riguarda. “Ah, ok”, mi fa lui un po’ deluso. “E il pacchetto?”. “Ah, ma quello gliel’ho lasciato in ufficio”. Ovvio, no?

Saluto, ringrazio, rassicuro Cristian, che si è sciolto in enfatici ringraziamenti sia al telefono che per mail, dichiarandosi mio eterno schiavo per qualunque tipo di assistenza tecnica o commerciale su Amazon (“Chieda di me, sarà davvero un piacere. Spero di essere di turno al momento giusto”). E ora io guardo questo elegante oggetto grigio e sento un brividino di soddisfazione corrermi lungo la schiena. E’ stata un po’ articolata, ma tutto è bene quel che finisce bene. Lesson learned: TNT è una iattura, Amazon Italia effettivamente ha un servizio clienti di buon livello.

Roma sotto Nerone


“Ho patito meno caldo a Bangkok”, boccheggiava ieri sera il collega irlandese, cercando di rianimarsi con una birra artigianale chiamata, adeguatamente al luogo, “‘na biretta“. Come dargli torto? Ieri, uscita dall’ufficio, mi sono trovata davanti un Centro Storico di Roma con un vago sapore apocalittico. Politici e politicanti in giacca e cravatta, dal colorito pericolosamente paonazzo (e non solo per effetto dei weekend in catamarano). Turisti più o meno sfranti, mezzi nudi a prescindere da età e dimensioni – in sfregio alle più elementari norme civiche e di buon gusto – che si trascinavano eroicamente verso le piazze storiche dove anche i cavalli delle “botticelle” ormai stramazzano.

E qui è  d’obbligo una parentesi sugli eroici animalisti che, in seguito a ciò, si sono incautamente messi a polemizzare, armati di termometro, con i veraci vetturini romani. “Mi ha ripetutamente minacciato di morte”, affermava concitato un ventenne dal commovente accento settentrionale al telegiornale l’altra sera, riferendosi al nerboruto conducente a cui tentava di illustrare i limiti di temperatura previsti dalla normativa. “Diceva: ‘ti stacco la testa’”. Probabilmente gli avrà anche detto ‘te sego le recchie’, eppure nessuna mutilazione permanente è stata operata. Solo una ben poco gloriosa scazzottata, roba che i turisti giapponesi ci saranno rimasti secchi dallo sgomento. Dove non ha potuto Nerone, arriva lo shock culturale.

Nella mia oretta di perlustrazione nella versione capitolina del deserto del Sahara, sono incappata in due lussureggianti oasi. La prima, che disperavo di trovare, è stata la libreria Feltrinelli di via del Babuino. Quando ero giovane avevo la ferrea convinzione che quella libreria fosse dotata di uno strano potere sovrannaturale: si spostava. Ogni volta che la cercavi, la trovavi – spesso dopo un paio di giri a vuoto – in un punto della via molto distante da quello dove avresti giurato che fosse. Non avevo mai osato rivelare a nessuno questa mia percezione un po’ balzana, quando una volta in un film ambientato a Roma (ora mi sfugge quale) il protagonista si riferiva tranquillo al luogo come “la Feltrinelli del Babuino, quella che si sposta”. Improvvisamente quindi mi è stato chiaro che non succedeva solo a me. Ieri l’ho trovata assai diversa, comunque. Intanto una bandierina rossa visibile dalla distanza ha di molto attenuato la capacità mimetica del negozio; poi, all’interno, ho trovato una cassiera (dallo spiccato accento settentrionale, anche lei: sarà mica parente dell’animalista?) di una cortesia così squisita da risultare assolutamente esotica. Mi sono goduta un bel giro per gli ambienti ampi e arredati con un certo gusto, nonché l’aria condizionata della giusta temperatura.

Non paga, sono passata da Feltrinelli Red. Altra sensazione acuta di trovarmi altrove. Ragazze mediamente sofisticate armate di i-Pad, immerse in silenziose ricerche sui tavoli. Uomini sobriamente vestiti che sfogliavano quotidiani sulle poltrone. Una tavolata che non ho saputo identificare (un seminario? un collettivo politico? un corso di cucina? una riunione di condominio?) che discuteva animatamente, ma compostamente, nell’area ristorazione. Mi sono rifornita di una copia molto bio della gassosa al caffè calabrese della mia infanzia e ho salutato il pianeta delle persone civili e non sudate. Poi, senza rimpianti, mi sono lanciata nuovamente per via del Corso, facendomi largo tra ragazzine dedite allo struscio, nonostante la temperatura, e gli irriducibili artisti di strada, fattucchieri e mendicanti di sempre. Seguendo la loro immutabile disposizione, come Pollicino i suoi sassolini, ho riguadagnato il tram verso casa.

Pellicole alla romana


Caldo, caldo, caldo. Stamattina, mentre boccheggiavo sul divano di mia madre (peraltro accessoriato con cuscini greci in pura lana), mi casca l’occhio sulla programmazione del multisala vicino al kebab: Cenerentola. Sempre un classico. Gli orari combinavano e io e Meryem, giusto in tempo per l’inizio dell’unico spettacolo, ci accomodiamo in una sala quasi deserta. Ci sono altri due bambini, con accompagnatori e, inspiegabilmente, un tizio di mezza età da solo (appassionato di Disney?).

Il film, dopo qualche problema tecnico, comincia. Notiamo con qualche meraviglia che è un dvd, ma vabbè. Selezionano la lingua corretta (c’era anche il turco) e si parte. Fin dai primi fotogrammi è ovvio che è un sequel. Io il sequel di Cenerentola non riuscivo proprio a immaginarlo, eppure. Dopo un’oretta, il film si avvia al gran finale da cardiopalma (si fa per dire). Mentre il principe sta per sposare una sosia, Cenerentola – che è già stata salvata da una nave in partenza per località imprecisata (qui Meryem ha realizzato inequivocabilmente che lei di film ne aveva visto un altro, senza navi) – Cenerentola, si diceva, è riuscita per miracolo a scampare allo sfracellamento da un dirupo e si appresta, lacera, contusa, ma volitiva, a ritornare al galoppo a palazzo per sciogliere il tragico equivoco. Ce la farà?

Luci in sala. Il film si interrompe. “Scusate, ci siamo sbagliati”, ci dice un omino. “Questo era un altro film. Ora vi mettiamo quello giusto”. Ma visto che ormai è quasi finito a questo punto perché non ce lo lasciate? “Ah, ve sta bene questo? No, perché l’altro è proprio quello dei topi, della scarpetta…”, argomenta ancora il tipo. Cerchiamo di spiegare che, sia come sia, non è carino a questo punto lasciarci appesi sul finale. Il tipo esita. “Non so, se volete vi rimborsiamo il biglietto… Ma vabbè”, si convince infine “intanto finiamo questo, poi ci pensiamo”.

In molti multisala romani l’interazione con il proiezionista è maggiore di quanto ci si aspetterebbe. Ma oggi si è superato ogni record.  Meno male che non era un film d’autore. Finiamo la visione, poi rientra l’omino trionfante. “Sapete, coi tempi ci stiamo. Vi mettiamo pure l’altro!”. Quindi, a seguire, in ordine cronologico inverso, abbiamo finito di sviscerare il cartone di Cenerentola in ogni sua fase e dettaglio. Quando siamo uscite, quelli dello spettacolo successivo – parcheggiati in corridoio per una decina di minuti – sbuffavano un po’. Ma alla fine, ne siamo usciti tutti abbastanza bene. Roma.

La fragile vecchina


Conversazione con mia madre, fieramente ottantaseienne. Vive da sola, va a messa ogni mattina con le sue gambe e guai a chi cerca di dirle qualcosa.

– Mamma, come mai mi hai chiamato in ufficio per chiedermi l’indirizzo del kebab di Nizam? (In piena riunione non potevo indagare)

– Oh, me l’aveva chiesto un tipo che è passato ieri da me.

– Che tipo?

– Uno, pensa si chiamava Francesco e vive a Paola. A settembre si sposa. Si chiacchierava e mi ha detto che il kebab gli piace molto, quindi ho pensato di dargli l’indicazione del negozio.

– E che ci faceva questo da te?

– Me l’ha mandato la C*****. La solita storia. Dicono che vogliono solo regalarmi un libro, io gli dico che non compro niente, loro rispondono che comunque mi devono solo fare qualche domanda sulle mie letture e mi mandano un poveraccio. Questo mi ha raccontato i casi suoi per un’ora prima di capire che io l’enciclopedia non la compravo. “Ma allora ho perso tempo”, mi ha detto poi. “Esatto”, ho risposto io. Che comunque gli stavo per dire che il suo tempo era scaduto, altrimenti entrava in azione A. (il fido portiere moldavo).

– In che senso?

– Beh, sai, ho pensato che in fondo questo chi lo conosceva. Allora ho detto a A. che se entro un’ora convenuta non lo vedeva scendere, saliva lui. Sai, ha le chiavi. Tanto per stare tranquilli.

Hai capito, la fragile vecchina. Io non ci avrei mai pensato.

A caldo


La prima impressione è una marea di gente, silenziosa, che si stringeva intorno al mio amico. Io, in un primo momento, non ho avuto il coraggio. Me ne sono stata lì, dall’altra parte del marciapiede, a guardarlo abbracciare e farsi abbracciare e, per la prima di molte volte, in questo pomeriggio, ho pensato: “Ma come fa”.

Durante la messa funebre mi sono detta che in momenti come questo, in cui la razionalità non serve a nulla, le religioni dimostrano tutta la loro funzione sociale. Ripetere tutti insieme parole che si sanno a memoria, che non c’è bisogno di formulare col pensiero. Ha un che di confortante ed è una fortuna per chi riesce a condividere questa grammatica. La fede, certo, magari è un’altra cosa. Mi dicevo tra me, sentendo i discorsi fatti oggi, che onestamente l’impalcatura teorica di queste credenze post-mortem cristiane lascia trapelare non poche contraddizioni. Mi immaginavo Meryem che mi chiede: ma insomma, dormono o risorgono?  stanno sedute a banchetto nella Gerusalemme Celeste, sono accolte nella “compagine dei defunti”(qualunque cosa ciò voglia dire) o riposano in pace? Diventano angeli ora, come pure è stato detto, o torneremo ad abbracciarci l’ultimo giorno? Se mai dovesse succedere, deposte le spiegazioni a sfondo filologico e storico religioso sulle stratificazioni culturali della cultura giudeocristiana, credo le risponderei onestamente: chi può dirlo. Non saremo noi a darci una spiegazione di queste cose, e non credo neanche che questa sia la mission delle religioni. Le religioni non spiegano, ma danno la spinta per riuscire a vivere senza capire. Sulla fiducia. Non è questa, alla fine, la fede?

Qualche parola con persone che non vedevo da anni, abbastanza per apprendere qualche altro particolare sulla vita di questa famiglia, ora tragicamente dimezzata. Come ha accennato anche il prete durante la predica, questa coppia aveva anche perso una terza figlia, giusto il giorno prima di quando sarebbe dovuta nascere. “Se c’è uno che può sopportare anche questa è lui”, mi ha sussurrato un altro conoscente. In qualche modo, potrebbe essere vero. Abbracciandolo ho incrociato di nuovo, dopo tanti anni, i suoi occhi chiari e, nonostante tutto, ci ho visto dentro una scintilla. Quel che è certo, pensavo allontanandomi, è che non è solo. Credo sia abbastanza evidente che erano molto amati in quartiere, in parrocchia.

Inevitabilmente allora mi chiedo perché mai io, ma anche altri di noi, ci siamo condannati alla solitudine. Forse siamo stati più arroganti? Più distratti? Più pigri? Un altro amico ricordava che Mimmo, una settimana dopo essersi messo con Laura, aveva dichiarato: “Questa è la donna della mia vita”. Immagino quanto sarà stato preso in giro per questa pretenziosa affermazione. Che peraltro si è rivelata assolutamente vera. E non certo per fortuna, ma per scelta, per impegno, per fatica fedele e reciproca, che non è mai venuta meno neanche davanti a prove dure. Oggi, io come altri, siamo andati a questo funerale per offrire conforto. Paradossalmente, ne abbiamo ricevuto. Sono grata, quindi, a questo amico che non frequentavo da tanto tempo e spero che continui ad avere la forza che ha dimostrato, persino oggi.

Ci scusiamo per il disagio arrecato


Chi mi conosce sa che non guido. Da anni compro con relativa soddisfazione l’abbonamento annuale dell’ATAC, economicamente alquanto conveniente. Roma, ammettiamolo, non è la capitale del mezzo pubblico. Traffico caotico, poca metro (“come buchi trovi qualcosa”), pochi tram. Alla macchina rinunciano in pochi, la bici è un atto eroico e una prestazione sportiva estrema adatta a pochi spericolati. Io sono abbastanza fortunata: il tram 8, salvo imprevisti, è uno dei pochi mezzi su cui si può contare.

L’apertura del tratto della metro B1, tra guasti, disservizi e catastrofica riorganizzazione dei mezzi di superficie che pare aver scontentato proprio tutti (un record), già era scaduta nella farsa. Un disastro conclamato. Anche la tratta Roma-Ostia Lido non brilla, come si evince anche dai pur volenterosi tweet di @Infoatac. A un panorama già non roseo, si è aggiunta l’estate. Sabato io e Meryem abbiamo percorso la tratta Monteverde-Casalotti in circa due ore e mezzo, di cui una e mezzo abbondante di attesa del passaggio dei due autobus necessari a raggiungere la meta. Stamattina ho scoperto che anche noi fortunati utenti dell’8 per le prossime settimane dobbiamo stringere i denti.

Ci vorrebbe la penna di un poeta epico per descrivere la bolgia di piazzale Biondo questa mattina alle 8:20. C’erano più autobus che sampietrini, tutti aggrovigliati ruota contro ruota in un perverso tangram. “La navetta sostitutiva parte dal centro della piazza”, ci aveva sbrigativamente detto l’autista del tram che ci aveva scaricato dopo una sola fermata da casa mia. Più correttamente avrebbe dovuto dire: buttatevi nella mischia, vi sfido a uscirne vivi. Dopo una decina di minuti di atletiche corsette qua e là, individuata finalmente la navetta, abbiamo percorso, pressati come sardine, tutto viale Trastevere. Velocità media: 400m/h. Superato ponte Garibaldi, l’autobus accelera improvvisamente, giusto per superare senza fermarsi la fermata davanti al Ministero della Giustizia. “Scusi, ha saltato la fermata!”, azzardano un paio di ministeriali. “No”, è la sintetica risposta. “Ma come no?”. “Qui non c’è fermata” “Ma scendiamo qui da dieci anni tutte le mattine” “Beh, oggi no”.

Questo scambio di battute è stato il più garbato e rispettoso del cliente a cui abbia assistito negli ultimi tre giorni. A qualunque richiesta di spiegazione, anche garbata e composta, in merito all’anomalia del servizio, ho visto allibita alcuni autisti ricorrere al turpiloquio, anche assai pesante. Il tutto avviene poco tempo dopo un aumento del 50%del prezzo del biglietto.

Cara ATAC, permettimi un paio di osservazioni. Passi (anche se è surreale) che a Roma non si possa assicurare un trasporto pubblico degno di questo nome. Passi (ma non dovrebbe) che colossali lavori come quelli della metro portino, in fin dei conti, a un servizio persino peggiorato. Ma io, da cittadina e abbonata annuale, pretenderei due cose. In primo luogo, la trasparenza. Potete assicurare solo una corsa ogni ora? Dichiaratelo prima. Mettete l’orario d’arrivo ben stampato a ogni fermata. Aggiornate poi su appositi cartelloni i tempi reali di arrivo, che possono evidentemente variare un po’ in considerazione del traffico. Ma che io aspetti un autobus un’ora e mezza e poi ne veda arrivare un altro appiccicato a quello su cui sono salita, in assenza pressoché completa di traffico, non lo capisco e sei tu, ATAC, a dovermi spiegare perché succede (non tanto di rado, peraltro), altrimenti io sono autorizzata a immaginare (malevola) che i due autisti fossero impegnati in una sfida di briscola in baretto adiacente a qualche assolato capolinea. La risposta dell’autista da noi interpellato sabato pomeriggio in tale circostanza, che non riporto per decenza, non può valere – evidentemente – come spiegazione.

E qui veniamo al punto due. Io capisco che la responsabilità di questo disastro non sia del singolo autista, che è stressato, vessato, nervoso, accaldato e importunato da molti utenti inviperiti a torto o a ragione. Ma non si può tollerare che un autista insulti, più o meno salacemente, un passeggero. Non è il ristorante “Checco alla Parolaccia” (che peraltro non mi ha mai attirato): non si paga per non avere il servizio e farsi anche prendere a male parole (il cui significato mi tocca poi, massimo della beffa, spiegare alla mia bambina di cinque anni, le cui orecchie funzionano più che bene). Spesso anche il mio lavoro è faticoso e frustrante. Ciò non toglie che se io, all’ennesima telefonata di richieste assurde che non posso soddisfare, rispondessi “ma vaff…”, sarei con ogni probabilità licenziata. Un certo decoro, da un servizio pubblico, lo pretendo. Il turpiloquio e l’aggressività non fanno mai folklore. Sarebbe il caso che lo ricordaste al vostro personale. Gradirei di più che investiste in questo, piuttosto che mandare Raffaella Fico a distribuire schedine ai passeggeri, per beneficenza – e, incidentalmente, per far vedere al mondo che è incinta (credete che stia scherzando? nossignore).

Dopo di che, potreste andare un po’ oltre. I lavori previsti e le variazioni del servizio, almeno agli abbonati annuali, potreste comunicarli per mail, con un po’ di preavviso. E, soprattutto, avete mai pensato, quando scrivete criptici cartelli tipo “la fermata è soppressa” o “la navetta ferma al civico 2” (delizia di qualsiasi turista non italofono), di rispolverare un’espressione abusata, ma comunque appropriata, come “ci scusiamo per il disagio arrecato”?