Il dolore degli altri


Certe volte arrivano, inaspettate come frustate alle spalle, delle notizie che non si possono neanche commentare. Con tutta l’empatia del mondo, non riuscirei comunque a immaginare come si senta la persona a cui è capitata quella cosa spaventosa che un’amica comune, stamattina, mi ha raccontato. Per analogia, imbambolata dall’incredulità, pensavo ad altre analoghe notizie arrivate nelle scorse settimane. Non riguardano familiari e neanche amici intimi, ma persone che conosco abbastanza bene e che vivono una vita simile alla mia.

Allora penso alla situazione classica: io che cerco di sfogarmi con un’amica (o un amico, o un familiare) riguardo a qualcosa che mi affligge. Chiunque reagisce a questa immersione di angoscia condividendo esperienze proprie, più o meno analoghe. Lo faccio sempre anche io. Eppure, tutte le volte che mi è capitato di essere dalla parte del confortando, pur apprezzando la buona volontà del mio interlocutore, provavo la sgradevole sensazione che no, non è la stessa cosa. Quello che l’altro prova o ha provato è distante mille miglia dal mio dolore. E non per le centinaia di piccole o grandi differenze che, consciamente o inconsciamente, ci affanniamo a individuare in questi casi. E’ solo che quel dolore non è il mio. E il mio, va da sé, è tutta un’altra cosa.

Da stamattina penso, stupidamente, che il mio amico non se la meritava una cosa così. Un pensiero idiota per almeno due buone ragioni. In primo luogo perché nessuno se la merita una cosa così. Ma, più ancora, per il motivo per cui secondo me non se la merita. Perché ha sposato la sua fidanzata dei tempi del liceo, perché ha costruito e mantenuto nel tempo una bella famiglia e non ha fatto tutti i casini e gli scivoloni che hanno caratterizzato la mia, di vita. E quindi, ancora una volta, invece di pensare davvero a lui, sto pensando a me. Incredibile la spudoratezza con cui, nonostante l’evidenza, riesca a trovare spunti per compatire me stessa. Ancora una volta, come mi succede un po’ troppo spesso in questi giorni, mi vergogno.

Tu non cambi mai


Fine di una giornata di lavoro, particolarmente noiosa e deprimente. La mia soddisfazione professionale è ai minimi storici. Esco dalla cripta, mi avvio verso il tram (dopo una piccola sosta al supermercato per comprare dei crackers di riso al chili). Sto ancora ruminando assorta, leccandomi le dita di tanto in tanto, quando arrivo in vista del capolinea del tram. Ed ecco, ti vedo tra la folla. Tu vedi me. In decenni di reciproca conoscenza, il più delle volte finisce che ci si scambia un fugace segno di saluto (tu spesso sei al cellulare, in superiori questioni assorto). Eppure c’è stato un tempo strano in cui ci siamo assiduamente frequentati, in cui nel tuo salotto spettacolarmente tappezzato di libri si parlava di Alessandro Magno, di labirinti, del tempio di Gerusalemme e chissà quali altre diavolerie. Ci sei stato a un memorabile festeggiamento di conclusione del mio dottorato di ricerca e un caro amico non vedente che ti presentavo per la prima volta ti ha riconosciuto dalla voce, perché ti sentiva alla radio. Proprio pochi giorni fa mi è cascato l’occhio sulla borsa di stoffa (“Too many books, too little time”) che mi hai regalato in quell’occasione.

Poi è venuto meno il nostro tramite, l’amico comune che ci teneva insieme. E ora non so mai se devo scambiare con te qualche parola o no, se deve essere di circostanza o no. Non faccio in tempo a farli, questi pensieri, né ce ne sarebbe bisogno perché tanto li so a memoria e non è più utile farli.

Ti fermi, parli. Convenevoli. Che fai qui? Torno a casa, lavoro qui. Che lavoro fai? Buffo, non  lo sai neanche. Magari non casualmente, tu i dati poco interessanti non li trattieni. Esaurito lo scambio parli tu, tu che stai andando a un incontro con un uomo potente, che forse avrai un incarico più stimolante e più prestigioso che ti consentirà di lasciare quello che hai (che molti considererebbero l’inarrivabile apice di una carriera). Tu che sabato consegnerai l’introduzione di un altro libro (Pessoa?). Tu, tu, tu. Non so perché, cerco di inserirmi di forza nel monologo. Mi stupisco, non è da me. Mentre parlo mi rendo conto che tutto ciò è abbastanza patetico. Mi levi di imbarazzo, soffocando di banalità qualunque spunto: quanti anni ha tua figlia, loro crescono, noi invecchiamo. Tento ancora una volta di dirti qualcosa, ma ormai sto parlando da sola anche io. Nel farlo mi rendo conto che ti ho liberato a mia volta dall’imbarazzo di giustificarmi un mancato appuntamento che mi avevi ventilato, per mail, un mesetto fa. Avevi iniziato a dire qualcosa, ma ti interrompi e lì finisce. Sei già oltre. Ti stai chiedendo perché ti sei fermato. Guardo il tram. Prosegui, proseguo.

Che tristezza, questo incontro. Nei tuoi occhi distratti rivedo sempre, cristallizzato e immutabile, il giudizio un po’ stantio di quelli che pensano di me: “che peccato, eppure era così promettente”. Ma forse mi sopravvaluto. Probabilmente non hai mai pensato neanche questo, è tutto un complesso mio. Salgo sul tram.

Zoomarine, seconda


In spregio delle più elementari regole del buon senso, abbiamo scelto un sabato di luglio per la nostra seconda visita a Zoomarine, Torvaianica. La prima visita risaliva a un paio di anni fa e ci aveva lasciato entusiasti. La replica di ieri ha visto Meryem molto più partecipe e, nonostante noi fossimo peggio disposti e male accompagnati (avevamo a rimorchio un nipote di Nizam di umore adolescenziale lagnoso e una giovane cognata molto inadeguatamente abbigliata), mi sento di promuovere comunque il parco come meta di famiglie con bambini. Costosetto, certo. Ma girano vari sconti e promozioni (noi avevamo un biglietto adulti gratuito per ogni intero pagato) e alla fine, per una volta, l’esperienza vale nel complesso il prezzo del biglietto (25 euro biglietto intero e 18 ridotto, gratuito solo bambini sotto il metro). Magari con l’accortezza, nonostante i divieti, di portarsi qualcosa da mangiare e da bere, per tagliare un po’ sugli extra (nessuno ci ha mai controllato gli zaini).

Comunque non abbiamo trovato il carnaio che temevo. La biglietteria apre alle 9:30, l’ingresso è alle 10. Noi ieri siamo arrivati alle 10 spaccate e in 5 minuti eravamo dentro, nonostante l’arrivo in concomitanza con la navetta gratuita da Termini. Ricordo però che l’altra volta (di giugno, mi pare) era più affollato. Gli spettacoli base sono cinque: delfini, pinnipedi (foche!), pappagalli, rapaci e tuffatori. Ciascuno spettacolo dura una mezzoretta e viene ripetuto due volte nel corso della giornata. L’area è piuttosto raccolta e raggiungere le sedi dei vari spettacoli non è un problema. Per avere i posti migliori (nel caso di ieri, all’ombra) è sufficiente prendere posto con un po’ di anticipo. Accessorie ci sono altre attrazioni che non abbiamo visto (dinosauri, cinema 4D che però mi dicono essere sconsigliato per bambini sotto i 6 anni) e qualche giostra, per piccoli e grandi. In alcune ci si bagna ben bene, quindi è consigliabile girare in costume o comunque con abbigliamento consono (se le si vuole provare). Ma col caldo non è un gran problema. Ieri abbiamo fatto provare a Meryem il suo primo ottovolante, lo squalotto, giusto un paio di giri per i più piccini.

La piscina, pensata specialmente per i bimbi e molto ampia, è chiaramente presa d’assalto, specialmente per quanto riguarda i lettini. Per me ieri il soggiorno in piscina non era una priorità, visto che comunque ci si può arrangiare con soluzioni casarecce tipo asciugamano steso sulla pedana di legno. Volevamo fare giusto un tuffo all’ora di pranzo e così abbiamo fatto. Lo spettacolo migliore in assoluto è quello dei delfini, anche un po’ didattico (tutti gli spettacoli hanno anche questo risvolto, in realtà). Carino e spiritoso anche quello delle foche (Nizam commentava, a ragione, che la foca femmina californiana ha un fisico da paura – “un po’ come le umane”). L’altra volta avevo gradito molto i pappagalli, che stavolta non abbiamo fatto in tempo a vedere (purtroppo gli orari di Nizam ci hanno costretto a rientrare alle 14:30, ma potendo restare fino alle 18 ci entra tutto comodamente). I rapaci sono molto belli da vedere, anche se l’esibizione non è particolarmente spettacolare. I tuffatori sono bravi, ma la coreografia della scorsa volta era nettamente superiore e più scenografica (pure troppo: culminava con uno che si dava fuoco, per dire!), ieri era più banale.

Il vantaggio dei nostri orari insoliti è certamente il fatto che ci hanno permesso di evitare del tutto il traffico del rientro, da non sottovalutare. Noi in 15 minuti eravamo a casa…

Una “maglifica” giornata milanese


Certi inviti sembrano fatti a posta per darti il coraggio e l’occasione di dar forma ai desideri, anche quelli più frivoli. Per questo ieri, cogliendo al volo il richiamo di Fattore Mamma (sempre una garanzia), mi sono trovata a passare buona parte della giornata nei pressi di via Montenapoleone, dividendomi tra chiacchiere tra amiche e aperitivi, alcolici e analcolici. Una giornata di leggerezza, ebbene sì. Che però si è rivelata anche molto istruttiva, a modo suo.

Milano mi ha accolto con un allegro cielo azzurro e, persino, un filo di arietta (considerata la stagione, ci si poteva stare). La mattinata e il pranzo, piuttosto particolari, mi avevano già messo di splendido umore quando ho varcato, in veste di mamma blogger, la soglia di Palazzo Morando per la visita alla mostra Maglifico! Sublime Italian Knitscape. Come immaginerete, io sono (o forse dovrei dire ero) solita bazzicare mostre di ben diverso appeal, tipo “Le iscrizioni rupestri mutile dello Yemen centrale pre-Islamico” e “I cinquemila manoscritti miniati di canto gregoriano tutti uguali che vi faranno venire la nausea alla terza vetrina”. Scherzi a parte, sono rimasta piacevolmente sorpresa: anche una profana assoluta come me può apprezzare (aiutata anche dalle spiegazioni dei nostri accompagnatori, che alternavano note esplicative al giusto sfoggio di termini e aggettivi peculiari che la situazione richiedeva) un percorso espositivo originale, curato e decisamente gradevole. E’ aperta fino al 2 settembre, vi consiglio di approfittane. Qui trovate qualche scatto del povero, arrancante Androide. Qui un servizio di Vanity Fair da cui potete farvi davvero un’idea.

Ma veniamo alla parte formativa di questa esperienza, che non si è fermata al mero lato estetico. Si parlava di lana, di filati stupendi tipo la lana Merinos (si potevano anche toccare! Godimento…), del marchio Woolmark (sì, anche io pensavo di non sapere cos’era, invece certo che lo sapete anche voi: è quel gomitolino genialmente stilizzato che vedere sull’etichetta dei prodotti in pura lana vergine). Si parlava, specialmente, del fatto che quando la lana di qualità entra nel nostro guardaroba (o, ancor più, in quello dei nostri figli) le madri/casalinghe sgarrupate come me si sentono assalire da un’ondata di panico irrefrenabile. E come la lavo? E se si macchia? Confesso: io mi affido (tanto per cambiare) a tata Silvana – e confesso altresì che un paio di anni fa i due maglioncini comprati dalla nonna li ho anche un po’ imbucati in fondo al cassettone, fischiettando.

Perché non ci sono santi, per lavare la lana ci vuole un certo know-how. Due dei partecipanti all’evento di ieri, decisamente, lo avevano. Una era una irrefrenabile nonna blogger, che solitamente scrive di cucina, ma che potrebbe facilmente cimentarsi in un’enciclopedia illustrata di tecniche per lavare, stendere, stirare e conservare la lana. Fin qui siamo nello stereotipo: le nonne, si sa, sono di un’altra pasta rispetto a noi madri debosciate. Ma la scoperta vera è stata lui: prima timidamente, poi con sempre maggiore autorevolezza, questo giovane fashion blogger siculo ci ha messe al tappeto con la sua spaventosa competenza. Tipo: in albergo aprite la valigia e i vostri capi sono un po’ ciancicati, che fare? Elementare, Watson: spalancate la doccia alla massima temperatura e fate fare loro un salutare bagnetto di vapore. Macchia di cioccolato, macchia di olio? Trattare sempre al rovescio, dall’esterno verso l’interno. Indispensabili ferri del mestiere: aceto bianco e limone. Anche lui è stato formato da una nonna, la nonna Rosa che ci immaginiamo mitica e soprattutto animata da spirito didattico non comune, se i risultati sono questi (bravo Giuseppe, comunque!).

E noi comuni mortali, che, certe di pasticciare, magari non ci applichiamo nemmeno (salvo poi piangere sul latte, sul caffè e sul pomodoro versati?). A nostro beneficio sono stati presentati due prodotti: l’Applicazione gratuita WooLover, disponibile da settembre, dove Hotpoint ha raccolto tutte le dritte che vi potrebbe dare nonna Rosa (e che un tempo, infatti, si leggevano sul Manuale di Nonna Papera… ah, altri tempi) e la mirabolante lavatrice Aqualtis, con Woolmark Platinum Care, in cui pare che anche una pippa come me possa infilare fiduciosa il maglione di cachemire di cui rimando il lavaggio da mesi per il fondato timore di ridurlo a una pezzetta per le scarpe. Dicono che faccia tutto lei. Io posso solo testimoniare, per ora, che si presenta bene. E che l’abbinamento con il rosso la valorizza.

Chiudo il post con un doveroso saluto, in ordine di apparizione, a tutti i protagonisti della mia spumeggiante trasferta (in ordine di apparizione): la dolcissima Valewanda, a cui anche Maria Grazia Cucinotta ha copiato la collana; la sorprendente Paola Maria, finalmente vista nel suo ambiente (lavorativo); la comunità di gesuiti di San Fedele, che mi ha rifocillata con un pranzo del tutto autoprodotto e persino con un dessert esotico nella splendida cornice di una piazza che è un gioiello (e poi con qualcuno, almeno un attimo, di copto si deve pur parlare); Jolanda, organizzatrice impeccabile nonché montanara da non sottovalutare (veniva giù direttamente da una baita ad agili falcate, immortalando come prova marmotte e stambecchi con il fido i-Phone); Gabriella, Giuseppe, Valeria, Silvia,  Elena, Donata e le mie compagne di avventura; la mia omonima pavese, che si conferma fonte inesauribile di gustose narrazioni (e di qualche necessario spetteguless). Grazie a tutti e a presto! Sappiate che ieri avete contribuito non poco alla distruzione di uno dei miei più radicati pregiudizi.

Ringhiare


Sono giorni che ringhio. Non è che ignori le motivazioni profonde di questa specie di maldisposizione verso il mondo, però è ugualmente affascinante vedere che forma prende. O piuttosto, la varietà infinita di forme. Provo a enuclearne alcune.

1. Manifestazione psicosomatica. Da ieri ho un costante bruciore alla bocca dello stomaco. Dite che sono stati gli anacardi donati dalla suorina keralese? Mistero. Però il fastidio è costante e quasi mi ci crogiolo.

2. Rabbia a sfondo sociale. Ho già scritto cosa penso dell’estate e quale feroce invidia provi verso chi può godersela senza impazzire appresso a improbabili e costosissimi centri estivi. Se poi mi metto a teorizzare, apriti cielo. Di passaggio in passaggio mi ritrovo in un battere di ciglia a mugugnare contro gran parte delle istituzioni di questo paese. Se continuo queste analisi, suffragate magari di qualche notizia dalla stampa, la logica lascerà posto al turpiloquio generalizzato e a qualche atto vandalico.

3. Disincanto lavorativo. Oggi mi sono sorpresa ad argomentare al mio capo l’inutilità di gran parte della nostra attività lavorativa. Lui mi ha guardato perplesso per un attimo e io ne ho approfittato per chiudere la boccaccia e andarmene a pranzo. Meno male che mi conosce da dieci anni.

4. Fantasie. Sfrenate e un po’ rabbiose. Le più ricorrenti sono quelle di fuga, definitiva o temporanea. Ho immaginato trasferimenti in varie improbabili location (compresa Milano, per dire), vacanze in monasteri dell’India meridionale durante la stagione dei monsoni e weekend in pieno inverno a Berlino. Noto in me una punta di masochismo.

5. Irrazionalità allo stato puro. Continuo ad essere tentata da acquisti inutili quanto inopportuni. Quando proprio non riesco a contenermi, cerco di arginare il danno. Oggi ho speso 10 euro per tre libri di seconda mano. Ma quando mi vedrete brandire gadget tipo la ghiaccioliera istantanea sarà la prova che il cedimento inizia a diventare irreversibile.

Puntuale, ogni estate…


… arriva la Caccia al Tesoro di MammaFelice. Arriva insieme a tutte le altre cose, piacevoli e spiacevoli, che segnano l’inizio dell’estate. Tipo la fine della scuola materna e l’eterna questione: e mo’? Di questo e di altro si parlerà questo mese su Genitori Crescono, sotto il titolo azzeccatissimo “L’insostenibile leggerezza dell’estate“. Insostenibile davvero, economicamente e psicologicamente.

Di questi tempi la mia mai sopita sindrome di Calimero si riaffaccia prepotente. No, non ho i nonni a disposizione. No, non ho una casa al mare/montagna/lago dove parcheggiarla con i nonni medesimi che non ho. No, non ho tre mesi di ferie l’anno (e neanche due mesi e 10 giorni, come ha puntualizzato un’insegnante a Radio2 giorni fa). Devo continuare? Non credo. Ho cacciato la prima delle esorbitanti quote settimanali del centro estivo, che mi coprirà per un buon pezzo (sopportando eroicamente le perplessità spontanee e quelle indotte, tipo la simpatica maestra che saputo dove la mandavo ha alzato gli occhi al cielo e ha pigolato: “Però la sorvegli bene, eh? Non si fidi degli animatori! Quelle piscine sono TANTO pericolose…”. Certo, se la potevo sorvegliare io pagavo 113 euro settimanali così, per il gusto di trascorrere un po’ di ore all’aperto tutti insieme, io e gli animatori). Accetto l’esercizio zen della consapevolezza inquietante che ci sono abbondanti buchi nel calendario ancora non coperti da alcuna programmazione realistica e si vedrà cammin facendo. Speriamo di uscir vivi anche stavolta da un’estate che si presenta più in salita del solito per me come persona, oltre che per me come mamma.

E torniamo alla Caccia al Tesoro, mi pare meglio.

Carta di identità: Chiara, romana, quasi quarantenne, umanista umanitaria, madre di Guerrigliera di cinque anni e superdotata di sorelle.

Nome del blog: Yeni Belqis (sì, proprio così: senza la u dopo la q, impronunciabile e immemorizzabile).

Obiettivi: rimuginare, raccontare aneddoti, condividere dubbi e perplessità, riderci sopra, quando possibile parlare anche di cose serie (rifugiati, educazione, impegno civile…).

Un buon motivo per seguirmi: Bella domanda. Non sono antipatica e talora scrivo di cose che non potreste leggere altrove perché capitano solo a me (oppure interessano solo me, fate un po’ voi).

Due post che vale la pena leggere: Modestamente sono almeno quattro. Il resoconto di un mio recente incidente sul lavoro, passato alla storia (in due puntate, qui e qui)  e due più seri, che riguardano il mio lavoro (qui e qui).

Come seguirmi: FB Chiara Peri (è il profilo personale, non una pagina del blog: se mi chiedete l’amicizia magari accompagnate la richiesta con due righe di presentazione), Twitter @belqis

Indirizzo RSS feedhttps://yenibelqis.wordpress.com/feed/

Ho fatto i compiti. Buona Caccia al Tesoro a tutti!

Irrazionale


C’è una cosa che in fondo mi piace di me: sono spesso schiava del mio cervello, ma ogni tanto credo profondamente nell’irrazionale. Non sono superstiziosa, se non per scherzo. Ma credo seriamente che, di tanto in tanto, degli spiragli di non spiegabile entrino prepotentemente nella nostra vita. Chiamiamoli miracoli. Ma non clamorosi. Piccoli, quotidiani. Mia madre mi faceva leggere, da ragazzina, i bellissimi racconti di Ezio Franceschini. Non mi ricordo in quale delle tre raccolte (una, Cocci, mi pare non si trovi più) c’era la storia di una ragazza che faceva un esame universitario scritto e, subito dopo la consegna, si accorgeva di un grave errore commesso. Da quell’esame, però, per la ragazza dipendevano molte cose che andavano ben oltre la normale trafila degli studi. Per quello andava a confidarsi e sfogarsi con il suo professore (che poi è l’alter ego dell’autore). Lui le spiegava che non si poteva fare nulla, ma poi durante la notte un angelo arrivava a fare una piccola correzione sul foglio del compito…. Una confessione poetica del professore stesso, che impietosito era andato a falsificare i fogli della prova? Forse. E forse no. Se vi trovate a leggere quei racconti (Parole come sabbia e La valle più bella del mondo, sono le altre due raccolte) capirete che lo spazio per il miracolo vero c’è sempre, nei racconti di Franceschini. Io sono cresciuta così, per questo ogni tanto sono convinta che delle finestrelle di aprano, fosse solo perché qualcuno lassù ama prendersi gioco della nostra smania di controllo e dal’arroganza della nostra razionalità.

Questa lunga premessa serve a spiegarvi il fatto che, oggi, ho la sensazione di aver ricevuto un aiutino. Per motivi lunghi da spiegare e che soprattutto preferisco tenermi per me, già da diverso tempo sono molto combattuta su una serie di potenziali decisioni da prendere. Più che decisioni, forse, si tratta di capire come voglio andare avanti. Insomma, sono molto incerta e dubbiosa. Ecco, in un contesto assolutamente insospettabile, è stata letto un brano, che io sentivo per la seconda volta e che oggi, improvvisamente, mi è sembrato rivolto precisamente a me. Il che chiaramente non è vero. Chi l’ha scritto non aveva affatto questa intenzione. Ma oggi sì, serviva a illuminarmi almeno un po’. Voi mi direte che è una coincidenza, una semplice ispirazione, che poteva succedermi in qualunque momento, anche solo leggendo una pagina di romanzo o sentendo un brano alla radio. Sì, certo. Succede anche questo. Ma oggi è stato diverso. Perché chi ha scritto, nel 2010, quelle parole è una persona per me speciale. E mi conforta sapere che, anche se non è più con noi (o forse proprio per quello) capisce con il suo acume sorridente anche quello che non le ho mai raccontato  trova il modo di farmi sapere cosa ne pensa.

Amici o nemici?


Il primo regalo ricevuto da mia figlia per il compleanno più sfortunato della sua giovane vita è stata “La villetta d’Olivia”, premiato con il “Toy Award 2012” alla Fiera del Giocattolo di Norimberga. Lego Friends, dunque, ovvero quei “lego per bambine” di cui avevo letto in rete pareri molto discordi. Troppo rosa, è stato scritto, con pezzi grandi e più facili da montare rispetto al lego dei maschietti.

Ecco, le tinte saranno pure pastello, ma sulla dimensione dei pezzi mi sento di garantire. Sono piccoli. Infinitesimali. In numero esponenziale e disposti in sottobuste distinte (il massimo del virtuosismo si raggiunge nell’ambito della busta 7). Due libretti di istruzioni in stile IKEA. Se era una prova di destrezza, io l’ho superata con molta fatica, in due mattine (non avrei mai potuto fare tutto di seguito). Se vostra figlia riesce a fare tutto da sola, state certe che a montare una Billy se la caverebbe senza difficoltà. Fossi in voi, considererei anche l’ipotesi di avviarla a qualche redditizia attività artigianale, tipo restauratore di tappeti persiani.

I dettagli sono maniacali, al confine col modellismo professionale. Frigorifero apribile contenente cartone di latte, barbecue completo di griglia, cabina doccia a soffietto, sdraio reclinabile, persino un tagliaerba da comporre (ci hanno risparmiato giusto le lame). Bellissima, niente da dire. Se l’intento era lasciarci a bocca aperta, il risultato è garantito.

Mi vengono in mente solo due “ma”. Non so se è la mia insufficienza a parlare, però mi sembra che una roba del genere, in cui ogni micropezzettino ha una e una sola collocazione corretta, non sia esattamente un incentivo alla creatività. Io pensavo ai Lego come componenti di combinazioni infinite e mi ha spiazzato non poco utilizzarli in questa modalità leggermente ansiogena (“Dove è sparito il quinto pirulino trasparente?”). Immagino che l’uso di gioco vero e proprio, a parte l’opera titanica del montaggio, sia equiparabile a quello di una casa delle bambole classica. Qui però c’è oggettivamente qualche controindicazione. Oltre al fatto, ovviamente, che non riesco a trattenere un’acuta fitta allo stomaco a vedere le ditine di Meryem attentare all’integrità di una cosa che mi è costata ore di sforzi indefessi. Più seriamente, le dimensioni miniaturistiche del tutto e la relativa fragilità si prestano poco a un uso pienamente rilassato. I personaggi non stanno ben seduti su poltrone e divani (tendono a scivolare) e lo spazio all’interno delle singole stanze, a causa degli spettacolosi arredi, finisce per essere pochino.

Resta oggettivamnte un bel prodotto e solo il tempo dirà se riuscirà davvero a conquistare il cuore di Meryem (che, va detto, ha solo 5 anni mentre l’età minima consigliata è 6). Io, per quanto mi riguarda, mi immedesimerei volentieri con Olivia, la padrona di casa…

Riflessioni Social


Ieri, al Social Family Day, è stato decisamente il giorno di Twitter. Ad averci un telefono adeguato anche Instagram avrebbe funzionato bene. Ma io e io mio fido Androide ci siamo limitati a ciò che era alla nostra portata. Questo non è un instant post. Ma prendo spunto da alcuni dei miei tweet per fermare qualche considerazione.

Seguire i figli non è solo insegnare, ma anche imparare da loro. Bello e molto vero. #mammacheblog
L’ultimo Mom Talk, dal suggestivo titolo “Digital Together-Internet da vivere insieme”, è stato quello che mi ha coinvolto maggiormente. Credo seriamente che dai vari spunti di quella conversazione si potrebbe costruire un intero Mom Camp. Le implicazioni sono tali, tante e talmente sentite che mi è rimasta davvero la voglia di andare oltre. Lo spunto che più mi ha fatto pensare ce l’ha dato, con la sua spontaneità meravigliosa, Natalia Cattelani. Ha raccontato di come il web è per lei occasione di condivisione con le sue figlie, grandi e piccole. Natalia ha reso molto bene l’esperienza, appagante ma anche difficile, di imparare dai propri figli. Ma credo che abbia centrato un punto importante. Per guidare i figli bisogna essere capaci di imparare anche da loro e con loro. Il tutto senza abdicare, ovviamente, alla propria responsabilità di educarli. Però se si crede davvero che una relazione educativa (e tanto più genitoriale, sperabilmente) debba essere reciproca, non si può non vedere nel web una meravigliosa palestra, un luogo da esplorare insieme, in cui ciascuno mette in comune le proprie competenze per poi condividere, leggendo insieme esperienze, delusioni, successi. La reciprocità nell’educazione è difficile e faticosa, eppure necessaria (come non ripensare a Cesare Moreno?). Però sospetto che sia proprio questo che spaventa molti: trovarsi su un territorio in cui la leadership del genitore è minacciata dalla sua parziale ignoranza tecnica. Ma proprio in quei momenti non bisogna abdicare. Bisogna affrontare nuove sfide non per cercare di dimostrare ai nativi digitali che siamo sempre più bravi noi, ma al contrario per dimostrare loro come ci si muove in situazioni nuove, come si accettano le sfide e come, anche nei momenti di stordimento e di ubriacatura dovuti all’entusiasmo della novità, non bisogna mai staccare il cervello. Leggere le situazioni, valutare le opportunità… su questo gli esperti siamo sempre noi, ed è su questo che il nostro contributo è necessario. Non lasciamoli soli quindi in questa importante esperienza del web, che è ormai la quarta dimensione del quotidiano di tutti. Se ci piace, meglio. Ma se non ci piace, rimbocchiamoci le maniche lo stesso. Come diceva ieri Maddalena Schenardi, non ci piaceva neanche svegliarci di notte per allattarli, eppure non ci siamo mai sognati di pensare che non fosse compito nostro.

Cercare di cercare il positivo sul web, come in tutte le cose della vita #mammacheblog
Ed ecco la perla di Maddalena Schenardi. Non si tratta affatto solo di web! Le minacce, i pericoli, i rischi ci sono in tutte le esperienze, nostre e dei nostri figli. E’ il nostro atteggiamento che può e deve fare la differenza. Stiamo attenti a non soffocare i nostri figli con le nostre paure, i nostri complessi, le nostre insoddisfazioni. Ne parlavo poco tempo fa, ricordate? Non si deve simulare affettatamente l’entusiasmo che non si ha, ma sorridere alla vita è certamente uno dei compiti di base del genitore. Attenzione, tra corsi, letture e approfondimenti specialistici sui più raffinati aspetti della genitorialità, di non dimenticarci l’essenziale.

Sì, ma come lì convinciamo i genitori “normali”, quelli che non sono sul web? #mammacheblog
Il giovane Gullisc ha fatto ridere la platea definendo “normali” gli altri genitori, quelli che non si lanciano a testa basta nell’esplorazione del web. Però numericamente ha certamente ragione. Alla luce di quanto osservato, credo che però noi genitori “anormali” abbiamo la responsabilità di coinvolgere anche chi non è istintivamente curioso e appassionato. Il vero pericolo del web è l’ignoranza, l’estraneità, l’indifferenza (e talora anche lo snobismo culturale) dei genitori. Lasciare un bambino davanti a Facebook perché è una roba sua, di cui il genitore non è parte, è molto più pericoloso che parcheggiarlo davanti alla televisione. Lo lasceremmo viaggiare da solo per il mondo? Ancora no? Allora non possiamo tirarci indietro, dobbiamo stare là con lui.

Ma ieri non si è solo pensato e argomentato. Si è anche riso un bel po’ tra amici.

Chiedersi “che problemi risolvo?” Io ne creo di surreali. Funziona?#personalbranding #mammacheblog
Era serissimo, il relatore che parlava di personal branding. Ma nelle retrovie io e la mia amica Anna sghignazzavamo. Che problemi risolve Chiara Peri? Al limite ne genera, in una magica alchimia di frequentazioni, scelte di vita, attitudini mentali e un pizzico di destino. “Tu crei emergenza!”, mi disse anni fa il mio capo. In effetti a volte capita. Meditavamo quindi un servizio (a pagamento) del tipo “Un giorno con Chiara Peri”. Rivolto alle persone annoiate dalla routine, che cercano un brivido di imprevisto e di surreale nelle loro vite…

Più che il kinder pinguì mi andrebbe una focaccia genovese…#mammacheblog
Non faccio in tempo a digitare e mi arriva la risposta: @belqis, guarda che la ho qui! Sogni che si materializzano: il farmacista genovese più interattivo del web accorre in mio soccorso

Della questione dei look e del delirio che ne è seguito magari parleremo un’altra volta!

Una menzione speciale va a Jolanda e alla sua squadra. La mia stima per lei cresce ogni volta che la incontro. Grazie!

E per chi non c’era: recuperate! Ascoltate l’intervento di apertura di Anna, prendete appunti, meditate.

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Quando la mamma va in gita…


L’agenda è un campo minato. Segnacci, cerchietti, cancellature, frecce. Se, come mi ha ricordato giusto oggi l’amica Veronica (che citava a sua volta l’arguta Giuliana), “all’asilo i lavoretti sono l’oppio dei genitori”, i saggi di fine anno sono decisamente la loro croce. Ho già presenziato a due esibizioni, della durata di 45/50 minuti ciascuna. Ho preso i dovuti permessi, fatto foto, applaudito entusiasta. Ora, a metà percorso (sì, avete capito bene), inizio a perdere colpi. Domani è stata appena confermata l’esposizione dei disegni ispirati a Miro e Klimt, il cui orario ha ondeggiato pericolosamente tra le tre di domani e le quattro e mezza di dopodomani. Frattanto, dopodomani c’è il saggio di ginnastica la mattina, il pomeriggio quello di pattinaggio (l’unico non organizzato dalla scuola, chi è causa del suo mal e quel che segue) e il 14 giugno la grande festa di fine anno scolastico. Ogni evento è accompagnato da istruzioni precisissime, ma soggette anch’esse a variazioni (come le date e gli orari): vestirsi di nero, indossare una maglietta bianca, portare una maglietta bianca (diversa da quella da indossare al saggio di musica) da dipingere per la festa di fine anno (ma attenzione: a carnevale abbiamo dipinto magliette da adulto, che dovevano fare da vestitino ai bimbi: questa volta dipingiamo normali magliette dei bimbi stessi), portare un cappellino verde. Inframezzata c’era la gita scolastica alla fattoria (portare cappellino – non necessariamente verde -, merenda che non sbricioli, bottiglietta per l’acqua) e un paio di assemblee sindacali (più – pare – uno sciopero: ma ancora non è confermato).

Vi è venuta l’ansia solo a leggere? Pensate a me che mi ci devo districare di persona personalmente. Nizam, frattanto, se ne sta in Turchia a panza all’aria a sbrigare complesse faccende familiari. Incidentalmente, ho varie scadenze sul lavoro, nonché almeno tre eventi per la Giornata Mondiale del Rifugiato, che coincidono in buona parte con gli impegni di cui sopra. Ergo mia figlia domani vivrà il trauma di esporre le sue opere senza di me. Ho letto giusto oggi che i traumi infantili spesso fanno emergere la genialità. Chissà se sarà il nostro caso. Espierò comunque al saggio di ginnastica, la mattina seguente.

Lo vedete, l’ho detto. Espierò. Mai come in questo periodo dell’anno i sensi di colpa fioriscono rigogliosi come grasse piante carnivore, pronte a ingoiarsi qualunque barlume di autodifesa di noi genitori. Tutto ciò è necessario? Certo che no. Eppure. Io però quest’anno ho una strana reazione. Corro, espio, mi prostro, prendo permessi, ingoio improperi e mastico ampie porzioni del mio stesso fegato. Però cerco di bilanciare il tutto prendendomi impegni da donna libera. In un ardito gioco coreografico, le ore di tata che mi risparmio con i permessi, me le rigioco con qualche impegno serale. Fisicamente distruttivo, ma ho l’illusione di non essere del tutto succube non dico di mia figlia (di quella sono succube comunque), ma dei capricci di una scuola che ignora la figura del genitore lavoratore.

Il gran finale col botto sarà il prossimo sabato. A 5 anni si fa la gita alla fattoria? Ebbene, a 39 mi merito un Social Family Day. Una giornata tutta per me, per rivedere amiche, per fare nuovi incontri, per spettegolare, chiacchierare, discutere di cose serie e meno serie. Il format di quest’anno, organizzato per tavole rotonde tematiche (MomTalk), mi sembra molto promettente. Sia pure per un giorno, la scampagnata la faccio io. E non mi devo neanche portare la merenda!