Immaginate una sera di ansia. Che probabilmente non sarà nemmeno l'ultima. Che segue una giornata di puro stress, di spiacevoli sorprese, di adrenalina mista a scoramento. Una brutta sera. In primo luogo, sono abbastanza felice di essere impedita in cucina e di avere, come sempre, la dispensa relativamente vuota (non ho neanche il latte per la colazione di domani, per dire). Altrimenti mi sarei già cucinata tutti i confort food dell'universo. Dai tacos al tiramisù. Non ce la faccio a stare a dieta, ma almeno non posso eccedere più che tanto.
Non mi dispiace neanche di non poter uscire, visto che Meryem dorme nel suo lettino. Credo che qui sia il posto più saggio in cui io possa stare, anche se probabilmente non il più utile. Forse sarebbe bene spiaccicarsi davanti alla televisione, visto che ho in lettura un cruento e macabro giallo di ambientazione partenopea che non concilia il rilassamento. Del resto, scartato NCIS, mi resta ben poco di attraente. Il Boss delle Torte? Temo che non funzioni neanche questo.
La mia vita non è noiosa. Spesso mi compiaccio delle sue complicazioni. Ma certe volte, credetemi, desidererei molto una tranquilla routine. Qualcosa di meno esotico, se capite cosa intendo. Una vita in cui la principale preoccupazione sia trovare un buon idraulico (cosa che peraltro rimando da oltre un mese). Non ci credete? Forse fate bene, stasera non sono del tutto attendibile. Al momento in effetti ambisco solo a far passare questo maledetto tempo, una mezzora dopo l'altra.
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Prime impressioni dalla terra delle alci. Ovvero: sulla complessa identità europea
Ero partita di malavoglia, ma la Svezia – devo riconoscerlo – ha fatto di tutto per conquistarmi. Mentre atterravamo, la cabina dell'aereo era inondata di una luce dorata e calda che mi ha letteralmente rapito il cuore. La luce è l'equivalente svedese del ponentino malandrino romano.
Quella luce ideale per le foto, quella che accarezza senza esasperare i contrasti e che inventa mille riflessi sui colori autunnali. Il cielo era azzurro assoluto, ti veniva voglia di respirartelo con tutte le nuvole. Insomma, mi ha preso in contropiede. Scendendo dall'aereo, il corridoio era tappezzato di gigantografie di personaggi svedesi famosi, del passato e del presente, con la scritta: "Benvenuti nella città di…". Era il primo dei molti esempi che avrei in seguito avuto di quel "nazionalismo modesto", quell' "orgoglio gentile", che è forse il ricordo più tangibile di questo viaggio. Tornando a Fiumicino ho fatto un casareccio confronto: pubblicità di marche di caffé e campagne per un mondo senza droga (in collaborazione con il governo colombiano).
Altre folgorazioni in ordine sparso. Ho finalmente capito perché da Ikea vendono tante candele. Se ne fa un uso smodato. Ci sono candele nelle vetrine dei negozi, sulle tavole apparecchiate (anche quelle per la colazione), sulle mensole delle sale riunioni, sul comodino della camera da letto. Veniamo al capitolo storia nazionale. Durante un breve tour delle principali attrazioni della città, by night (cioè alle 8 di sera), ho sentito nominare come notissimi personaggi di cui ignoravo l'esistenza, a parte Cristina di Svezia e l'attuale principessa Vittoria, quella sposata al personal trainer… Apriamo una parentesi su quest'ultima. "Certo, è stato uno shock", ha commentato, grave ma comprensivo il gesuita svedese che si è trovato a parlarcene. "Uno shock esattamente per chi?", ho ribattuto io disorientata dalla piega gossip di un discorso che pareva serio. Risposta, meravigliosa: "In primo luogo per il popolo, naturalmente. Ma immaginate per i genitori di lui. Una sera si sono visti portare a casa questa fidanzata, senza sapere nulla prima. Il re? No, lui non era tanto turbato. In fondo lui si era sposato una hostess incontrata alle olimpiadi di Monaco. Però tutti noi ci siamo subito tranquillizzati: il marito di Vittoria è davvero un bravo ragazzo, serio e lavoratore". Non scherzava. Non mi pare che usi molto l'arte di ironizzare sul propri personaggi pubblici. Si scherza, sì. Su altro. Sugli affari interni al massimo si sorride, o si dissente educatamente, cioè facendo silenzio. Il silenzio, ci è stato spiegato, è una delle massime espressioni di disappunto, qui. Che poi vallo a distinguere, il silenzio di disappunto, dal silenzio generale, quello che ciascuno adotta come stile di vita per stroncare sul nascere ogni forma di inquinamento acustico.
Ma, per tornare alla storia. Avevo già notato in Irlanda una certa tendenza a legarsela al dito per eventi della metà del Cinquecento. Per cui la precisazione in merito al fatto che i Vichinghi di origine svedese avrebbero devastato l'Europa meno di quelli danesi, concentrandosi invece su Costantinopoli, non mi ha meravigliato più che tanto. E ho attribuito all'orgoglio gesuita i continui richiami al "furto" delle biblioteche della Compagnia, ora conservate nella biblioteca universitaria di Uppsala Carolina Rediviva. Sono eventi del 1620, ma evidentemente è stato più shoccante del matrionio borghese sella principessa Vittora (anche se, in verità, ho incontrato pochi gesuiti italiani addolorati dalla confisca della biblioteca del Collegio Romano, avvenuta nel 1873. Al massimo gli rode per il palazzo, di cui non possono più disporre completamente). Quello che volevo dire, in questo torrente di divagazioni, è che io non so proprio nulla di storia europea e, a parte vergognarmi della mia personale ignoranza, non ho mai attribuito grande peso a questa lacuna: la storia medievale e moderna per la nostra vita quotidiana mi è sempre parsa abbastanza irrilevante. Forse esagero, ma durante il breve tour con gli altri colleghi europei, mi sono trovata a pensare che forse non è così ovvio per tutti che il passato sia così ininfluente sui nostri atteggiamenti e sui nostri pensieri (e mi riferisco a quello remoto, a quello lontano e, tanto più, a quello recente, come il conflitto in Yugoslavia). Noi italiani abbiamo questa sorta di distacco dalla storia, di disincanto, fondato su una solida base di ignoranza dei fatti, condita dall'ironia dissacratoria che tante volte ci ha salvato dal suicidio collettivo. Però non è mica tanto vero che il nostro atteggiamento sia così comune in Europa. E, udite udite, comincio a credere persino che ci sia di ostacolo, più che di aiuto, nella relazione con le altre culture. Credo che dovrò tornarci sopra. Per l'amor del cielo, mica dico che ora dobbiamo cominciare a scannarci con gli spagnoli per la dominazione borbonica. Ma sentirci superiori del fatto che non ci frega nulla di nulla (includendo eventi relativamente vicini, che hanno coinvolto i nostri nonni o addirittura noi come cittadini, come il periodo coloniale e la guerra in Yugoslavia) rischia di farci fare la figura degli idioti.
Sulle differenze culturali in Europa si potrebbe scrivere un trattato e chissà che un giorno non lo faccia, forte delle mie esperienze di progetti europei che sono, come è noto, occasione preziosa di rafforzamento dei reciproci stereotipi. Certo è che un'irlandese si veste in modo decisamente diverso da come farebbe un'italiana (anche diversa da me) o una svedese, che mi dicono che abbia anche la costante, perenne preoccupazione di non far trasparire una sua eventuale disponibilità economica e quindi si presenterebbe, presumibilmente, in pile da trekking e pantaloni cargo. Il mondo è bello perché è vario. Certo è che c'è stato un episodio che mi ha colpito profondamente. Durante una sessione, una mia collega dell'ufficio europeo è arrivata nella sala riunioni visibilmente sconvolta. E' dovuta uscire più volte dalla sala ed era chiaramente in preda a crisi di pianto incontrollabili. Ciò nonostante ha fatto le presentazioni che doveva fare. A pranzo, visto che ci conosciamo da sei anni, mi sono avvicinata e le ho chiesto se si sentiva meglio e che cosa fosse successo. Lei non è che sia stata sgarbata, ma mi ha solo detto sorridendo: "Niente di professionale". E non ne ha più fatto parola. Né in quel momento, né nei quattro giorni successivi. E poi diciamo che sono le culture più lontante a presentarci modelli di comportamento distanti dai nostri. Certe volte basterebbe guardarci un po' intorno per capire fino a che punto tutti noi siamo irriducibilmente diversi. E, passati gli eventuali rodimenti, rallegrancene sul serio.
Beata, lei (domani, chissà)
Fino ad oggi mi ero astenuta dal raccontare qui sul blog una vicenda tanto surreale da risultare un po' sopra le righe anche a chi scrive. Mi trattenevano varie ragioni, non ultimo l'adagio popolare "scherza coi fanti ma lascia stare i santi". Avevo affidato alla sola tradizione orale, dunque, la storia che vi vado a raccontare. Ma non potrete che convenire con me, dopo aver letto, che arrivati a certi estremi le cronache scritte sono doverose. Ah, un'ultima cosa. Se dopo questo post sarete tentati di non prendere sul serio neanche una sillaba dei miei visionari post sulle religioni, non saprei darvi torto. Ma la vita è così, a chi tocca non si ingrugna.
Veniamo a noi. Oggi è stata una giornata lavorativamente odiosa. Potevo lavorare mezza giornata, invece una rogna assolutamente imprevista ha mandato all'aria tutti i piani. Ho passato la mattinata fuori ufficio a scoprire l'esatta entità dei problemi da risolvere e sono tornata in ufficio all'una passata, con la coda tra le gambe e l'umore sotto le scarpe. Sulle prime non ho notato una grossa busta che giaceva sulla mia scrivania. L'ho spostata e ho continuato ad armeggiare tra liste e appunti. Io, mi si riconoscerà, ho un certo senso del ridicolo. "Cerca il ridicolo in qualsiasi cosa, e lo troverai", citava l'altro ieri Wonder. Eppure oggi all'ora di pranzo non avevo né voglia né intenzione di cercarlo. E' stato allora che il surreale ha trovato me.
In una pausa tra gli sbuffi e i sospiri, ho ripreso la busta. Il mittente mi ha colpito e mi si è accesa persino una vaga speranza. Il mio oroscopo su Facebook parlava di "opportunità finanziarie". Hai visto mai che la persona in questione… Ma qui urge un passo indietro. Uniamo i puntini, come direbbe Steve Jobs buonanima.
Primo puntino, mesi fa. Un gesuita indiano piuttosto anziano, caro amico di mio padre, mi convoca per offrirmi – parole sue – "un lavoro". Sono andata da lui consapevole che era una sòla (per i non romani: fregatura), ma anche ben disposta a prenderla comunque. Quell'omino minuto e sorridente, che in famiglia eravamo solite chiamare (storpiandone il cognome) "Vedo un gatto", mi era sempre stato simpatico. Anche in quel caso è stato un incontro piacevolissimo. Si trattava di tradurre dall'inglese dei testi un po' particolari. Il padre si è preso un'ora abbondante per parlarmi del processo di canonizzazione della Beata E., che per una strana coincidenza non mi era ignota. L'ultima volta che ero andata da lui, nel gennaio del 2006, avevano appena proclamato Beata questa suora keralese, dai tratti indimenticabili (e che neanche la pia idealizzazione dei santini era riuscita del tutto ad attenuare). Dovevo tradurre gli interrogatori dei testimoni del miracolo che il tribunale per le cause dei santi dovrà vagliare. Non ho resistito alla tentazione, alla curiosità, all'assurdo senza il quale la mia vita forse sarebbe normale ma non sarebbe la mia. Ho accettato, anche affascinata dal fatto che il minuto gesuita al miracolo in questione ci crede eccome. Ci crede perché lui, a sua volta, è stato guarito miracolosamente, sia pure per intercessione di un'altra persona. E' stato affascinante sentirlo raccontare tutto questo e alla fine me ne sono andata con il mio plico sotto il braccio. Quando, alcune settimane dopo, sono andata a consegnare il lavoro, sono stata pagata con una stoffa indiana e la promessa di preghiere alla Beata, che ho accettato con una certa ironica rassegnazione e senza esserne davvero stupita (anche se francamente avrei apprezzato con più entusiasmo un assegno o una bustina).
Secondo puntino. Alcune settimane fa mi chiama un tipo. "Lei ha fatto la traduzione per la causa di …? Sì, vero? Beh, manca il giuramento". "????". Mi spiegano che è una formalità, ma va fatta. Devo andare a giurare che ho tradotto "nella mia piena libertà e indipendenza morale". No, non per fax. Nemmeno per mail. Di persona personalmente. Traccheggio un po', poi mi decido. Prendo un'ora di permesso e vado alla Congregatio de
Causis Sanctorum. Arrivo in un palazzo immenso, attraverso corridoi abbastanza affollati di impiegati (il lavoro non manca, evidentemente). Mi riceve un omino a cui confesso di essere "un po' estranea" ai meccanismi in questione. Oddio, mio padre è stato postulatore di una causa di beatificazione e questo immagino che mi ponga in un campione piuttosto limitato di cittadini. Ma questo al tipo non l'ho detto, perché non ho mai approfondito questo particolare ramo di attività di mio padre. L'impiegato mi guarda un po' impensierito: "Ma lei è cattolica?". Sì, oddio, estranea ma non così estranea. Lui è visibilmente sollevato. "Ma sì, sa, non era mica un problema. E' solo che qui per giurare ho solo i Vangeli". Ah, capisco. Altrimenti ci si organizzava. Resisto alla tentazione di dirgli che appartengo a una setta di animisti che giura sulla testa dei nemici uccisi in battaglia e lo seguo. Mano sui Vangeli in edizione extralusso, giuro. Mi faccio dare una fotocopia del giuramento, pensando che fosse un ricordo bizzarro di questa vicenda. Povera ingenua.
Terzo e ultimo puntino. La busta. Conteneva una scatola di dolcetti indiani e un pacchettino più piccolo. Strabuzzo gli occhi. Trattasi, inequivocabilmente, di un piccolo reliquiario contenente un mucchietto di polvere (ceneri?) e, sullo sfondo, l'immagine ammiccante della Beata, che ho imparato a conoscere. Ripresami dalla sorpresa, vado dal mio capo, che era in ufficio al momento presumibile della consegna. Piccola digressione: il mio capo, pover uomo, solitamente viene da me dipinto come uno che mi mette i bastoni tra le ruote, che smonta la poesia, che tarpa le ali alle iniziative più innovative etc. Ma gli va data un'attenuante fondamentale: lavora da dieci anni con me. Convive con le cose assurde che mi accadono continuamente. Ieri a momenti andava lungo su un paio di Clark grondanti pioggia che avevo abbandonato al centro dell'ufficio. Non più tardi di stamattina mi ha visto arrivare con una busta di soldi (650 euro, per l'esattezza) che mi era stata messa in mano da un signore a me sconosciuto come offerta per le attività del Centro e non ha sindacato sul fatto che nel tragitto tra la mia e la sua scrivania mi sia dimenticata il nome dell'autore dell'offerta, che pure mi è stato detto (mi girava la testa per lo sforzo di non intascarmela io seduta stante; abbiate pazienza, se mi date offerte per il Centro Astalli fate un bonifico e non mi mettete in mano contanti e assegni non intestati. La carne è debole). Insomma, mi sopporta. E a modo suo, nonostante ciò, mi apprezza anche. Non ha fatto una piega quando un paio di settimane fa un corriere della Universal ha preteso che esibissi e usassi il timbro ufficiale dell'Associazione per consegnarmi un Minion di peluche. Ha assistito imperturbabile alla consegna, in ufficio, di un enorme biberon di vetro con scritto sopra il titolo di questo blog. Anche in questo caso, non ha perso il suo tipico sangue freddo partenopeo. Mi racconta che la reliquia gli è stata consegnata dall'autorevole gesuita in persona. Il padre evidentemente presumeva che io avessi abbondantemente condiviso i contenuti della traduzione e parlava della Beata come di una conoscenza comune. Alla vista della scatolina, il mio capo ha pensato per un attimo di essere su Candid Camera. Poi ha ripreso mirabilmente il controllo e ha chiesto: "Ma questa è una reliquia della Santa?". Alla risposta che no, santa non è ancora, ha replicato con la battuta del secolo: "Ah, allora la posso mettere in busta. Grazie mille, padre".
Qualcosa di vecchio, qualcosa di nuovo, qualcosa di regalato…
Ho trovato su Facebook una proposta bizzarra, ma accattivante: adotta una parola (http://adottaunaparola.ladante.it/). Si tratta, in pratica, di scegliere una parola della lingua italiana e di autoproclamarsene "custode", eventualmente anche segnalandone usi impropri sul sito. La cosa più interessante, per me, è stata la scelta della parola. La mia vita, finora, pullula di parole, anche bizzarre. Eppure non ho avuto dubbi: ho scelto il lemma "interfaccia". Più ci penso, più la scelta mi convince. "Interfaccia" è una parola che in questo momento mi interessa più di tante altre. Persino più di uniatismo, di enoteismo o di apolidia 🙂 Giorni dopo, oggi, ho iniziato a focalizzare meglio perché.
Il primo argomento che mi è venuto in mente ha a che fare con la mia vecchia vita. Quegli studi astrusi che, attenuato un po' il dolore della separazione ormai definitiva, tornano a far capolino, più positivamente, in quello che faccio e in quello che penso. In questi giorni ho ricevuto l'ultimo libro del mio maestro Giovanni Garbini. Si intitola "Dio della terra, Dio del cielo" ed è una sorta di summa di anni di conversazioni che abbiamo avuto sulla religione semitica antica. Uno dei concetti più intriganti, senza entrare in particolari noiosi, è che la divinità femminile della luna è stata a un certo punto considerata il "segno" della divinità maschile che risiedeva negli inferi, cioè ciò che di lui era visibile – sia pure a tratti. Una sorta di interfaccia, con cui il fedele poteva relazionarsi. Interfaccia, in questo caso, è un termine utile, che lascia intendere immediatamente un concetto altrimenti complicato da esprimere.
Poi ho iniziato a pensare a me stessa, a come mi sono relazionata e mi relaziono con il mondo esterno. Alla mia interfaccia personale, nelle sue varie manifestazioni, non ho per molto tempo data alcuna importanza. Errore. Il programma più utile e funzionale se appare all'utente poco amichevole, complicato, respingente, resterà inutilizzato. Se ripenso a uno dei periodi più felici della mia vita, mi vedo vestita in modo improbabile, arrampicata su una scala in biblioteca mentre sfoglio voluminosi tomi che grondano polvere sui malcapitati passanti (non mi prendevo neanche il disturbo di tirarli giù). Io ho sempre ricordato l'entusiasmo febbrile di accostare per la prima volta i frammenti dell'Esapla di Origene. La mia amica Alessandra mi ricorda come una tipa strana, visibilmente desiderosa di essere lasciata in pace, senza alcuna curiosità per gli altri. Sono così? Istintivamente direi di no, ma certo in quel momento lo apparivo e dunque un po' lo ero. Ci sono dei grandi piaceri tutti privati, ma se diventano gli unici piaceri c'è qualcosa che non va. Ricacciando indietro il rimpianto per il rimpianto, devo dire onestamente che oggi sono felice in modo più articolato, più sfaccettato, più vario. Magari mi manca quella "gioia purissima" di cui parlavo qui. Ma, a conti fatti, ho tanto di più. Il gusto di rapportarmi con gli altri, anche attraverso il web, è certamente qualcosa di relativamente nuovo nella mia vita, che mi dà anche la possibilità di portare pienamente a coscienza tutto quello che ho seminato e raccolto, in questi anni, nei campi più diversi.
E finiamo con qualcosa di regalato, cioè con qualcosa che ancora non è mio, ma che mi gusto da spettatrice. C'è anche un interfaccia concreto, che ancor di più ho trascurato e trascuro ancora: il look. Non vi preoccupate, non ce la farò mai ad avvicinarmi davvero allo sfavillante mondo del fashion. Ma mi piace guardare, pensare, interagire con chi se ne interessa, nei modi più vari (dalla stilosissima e dolcissima Paola al più scanzonato duo di Trashic). Mi piace pensare che anche l'abito concorre a fare il monaco e che imparare a valorizzarsi è una freccia in più da aggiungere alla propria faretra, insieme alla capacità di parlare in pubblico e a quel minimo di assertività sul lavoro che tento di farmi iniettare, a piccole dosi, dalla mia coach preferita. E poi venitemi a dire che internet non è una risorsa.
Monteverde, odi et amo
"Ma ci sei nata?". Ecco, già il fatto che quando dici di abitare in un quartiere ti chiedano se sei autoctona, monteverdina doc con il bollo, mi maldispone. Comunque sì, ci sono nata. I miei sbarcarono in quel di via San Calepodio (oscuro martire paleocristiano, la cui unica rappresentazione a me nota è nel mosaico dell'abside di S.Maria in Trastevere. Aveva i piedi belli? Chissà) verso gli inizi degli anni '60 del secolo scorso. Non era una zona particolarmente esclusiva, altrimenti ben difficilmente ci sarebbero sbarcati. Praticamente campagna, separata dalla conca di Donna Olimpia da prati guarniti di pecore. Ma già allora aveva degli estimatori. Pasolini, Rodari… La posizione, in effetti, ci sta: Monteverde se ne sta lì appollaiata a sovrastare Trastevere, facilmente raggiungibile a piedi percorrendo fascinose scalinate. Gli abitanti di "allora" ricordano ancora il profumo che si sentiva salendo su per via Dandolo (molto più tardi immortalata da Nanni Moretti in cerca di casa in Caro Diario). Con l'estendersi dell'asfalto, hanno assunto maggiore importanza le grandi aree verdi: Villa Sciarra, raccolta ed elegante (pur nella parziale decadenza) e Villa Pamphili, uno schiaffo alla miseria per chi si deve accontentare dell'aiolina di quartiere.
Certo che amo il mio quartiere, i ricordi lieti e dolorosi che ne segnano le strade e le fanno anche mie. Mi piace pensare che Meryem ripercorra almeno in parte la mia personalissima geografia d'infanzia, che salti giù dai muretti da cui anche io mi tuffavo. Mentre scrivo questo, il pensiero inevitabilmente corre ai luoghi che invece, con il tempo, hanno perso la loro anima. La libreria Gianicolo, che ha cambiato proprietari. Il bar di via Dezza, dove non si riunisce più, per il pranzo, un gruppo di amici molto eterogenei per età e professione, che si autoconvocava senza impegno (e a volte senza neanche esplicitarlo) e lì, intorno al tavolino, si gustava per un'oretta conversazioni bizzarre e a volte anche vere e proprie avventure. La mia Monteverde della giovinezza ruotava intorno alla libreria antiquaria di Roberto Palazzi, che in realtà in quegli anni era già chiusa. Tuttavia il titolare, come era nel suo stile, continuava a vivere come se ciò non fosse avvenuto. Pranzava a via Dezza, davanti al suo ex negozio, e cenava "dai Sardi", poco più in là. Il fatto che abitasse e lavorasse altrove era un dettaglio di poco conto.
Dopo la magia dell'infanzia e delle cacce al tesoro nei giardini di una scuola che non esiste più, l'era di via Dezza è stato il più tangibile legame tra la persona che stavo diventando e Monteverde. Da un lato, quegli stessi incontri avrebbero potuto accadere benissimo da un'altra parte. Dall'altro no, non è del tutto vero. C'era un tessuto, un humus, fatto di negozianti che si conoscevano e si incrociavano nella pausa pranzo, di vicini e ex vicini di casa, di immediatezza e improvvisazione data, oggettivamente, dal fatto di trovarci tutti lì. E quando poi Roberto ha voluto uscire di scena nella sua macchina parcheggiata ai piedi delle mura di Villa Sciarra, ha segnato allo stesso tempo un epilogo e un vincolo perenne a quelle strade, a quei marciapiedi, a quei punti di ritrovo semicasuali.
C'è una bellezza di Monteverde che apprezzo in silenzio e di cui sono gelosa. Il fascino di pensarlo come l'antico quartiere degli orientali e degli stranieri, come se un pizzico del mio destino mi fosse rimasto attaccato addosso fin da piccola, tra le catacombe ebraiche che non sono mai riuscita a visitare e il tempio siriaco affacciato su via Dandolo. Ci sono le storie belle, sincere, vere di chi ci abita quasi da sempre ed è anche capace di raccontarle (penso soprattutto a Mario Vitali, che oltre a aver scritto varie godibili raccolte di racconti ospita nel suo bar questa iniziativa). C'è soprattutto lo sfondo delle mie lunghe passeggiate solitarie, per un tratto della mia vita in compagnia della nobile Belqis a quattro zampe. I panorami rarefatti, la sagoma del gazometro che sfida le cupole del centro. Le magnolie impareggiabili di Villa Sciarra, il muschio sui volti delle statue. I percorsi silenziosi dei "fortini", abientazione perfetta per gli incontri clandestini e le prove di parcheggio prima dell'esame di scuola guida. Soprattutto una specifica scalinata, che amavo percorrere a piedi già ai tempi del liceo, rimasta indissolubilmente legata (va a capire perché) a una citazione sopravvissuta a una lezione di letteratura greca: "Sublime è impronta di un'anima grande".
Perché vi racconto tutto questo? Perché le pagine di Facebook intotolate a "i VIP di Monteverde" mi fanno un certo orrore. Quando incrocio qualche personaggio noto, faccio finta di nulla. Credo che chiunque apprezzi di non essere importunato. E se invece non lo apprezza, non si merita di essere importunato. Mi infastidiscono i fanatismi e le ostentazioni di chi identifica la vita del quartiere con una disponibilità di soldi pressoché illimitata. Certo, gli alimentari gioielleria e i negozietti pretenziosi contribuiscono ad alimentare questo sentire comune. Ma Dio ci salvi dallo snobismo che si fa strada a colpi di SUV (peraltro molto poco adatti alle note carenze di parcheggio della zona). Monteverde non è un quartiere chic. La sua bellezza consiste nell'essere un quartiere concettualmente di periferia (Pasolini, vi dice niente?), ma vicino e persino ben collegato con il Centro. Travestirsi da Parioli non gli ha mai donato. Quindi se il giornalino di quartiere propone il test "Siete monteverdini o romani comuni?", a me viene da trasferirmi immediatamente a Talenti. Cosa che peraltro ho fatto, sia pur per un periodo limitato della mia vita.
Il contrappasso
Ho passato i miei primi anni da mamma cullandomi in poche, pochissime convinzioni. La prima era che non avrei mai ceduto all'attività extrascolastica prima delle elementari: che esagerazione! Troppo stress, inutile aggiungere movimento al moto perpetuo della Guerrigliera, ma dài, è ancora troppo piccola. La seconda convinzione era che avrei evitato con particolare cura le attività tipiche della mamma snob-radical-chic-fashon-intellettuale monteverdina tipica (per i non romani: Monteverde è il quartiere di Roma dove sono nata e continuo a vivere, grazioso ma funestato dal grottesco orgoglio monteverdino di una larga fetta dei suoi abitanti). Sul secondo punto avevo già rischiato lo scivolone, con l'iscrizione all'asilo super mega galattico che non mi sarei mai potuta permettere. Ma i figli so' pezzi de core e non me l'avevano presa alla scuola comunale. Per fortuna le circostanze mi hanno fatto rapidamente rinsavire.
Il primo cedimento l'ho avuto con il pattinaggio. Domani la iscrivo, lei dopo una lezione pare entusiasta, la giovane allenatrice mi ha incoraggiato il giusto e poi alla fin fine mi commuoveva che facesse lo stesso sport che era stato il mio. Ma avevo l'attenuante di tata Silvana, che aveva fatto pressing e chi sono io per dire di no a tata Silvana? Quindi questi due pomerigi a settimana li abbiamo al momento impegnati (che poi, visto che la pista è scoperta, finirà con il piovere abbastanza spesso per rendere l'impegno un po' più lasco).
Però oggi mi sono fregata con le mie stesse mani. Ci hanno invitato a una lezione gratuita di gioco yoga, proprio a un passo da casa. In assenza della tata, tentata dal tragitto che potevo risparmiarmi per portarla al parco (domani pare che mi tolgano questi punti, sempre che all'Inail qualcuno mi si fili… ma dell'Inail e della surreale settimana della soddisfazione del cliente vi racconterò in un altro post), ho prospettato a Meryem come mera ipotesi la partecipazione una tantum a una roba così. Non l'avessi mai fatto. Esaltata. Come se le avessi prospettato una nuotata con i delfini, una gara di arrampicata con suo padre e una sessione di cucina a casa di Natalia Cattelani impastate insieme. Ho tentato di non dare troppo peso alla cosa. Che ne sa lei dello yoga? Beh, a essere onesti un po' ne sa. Avete presente quell'orrendo pseudo cartone simil Teletubbies in cui dei personaggi con gli occhioni fanno, appunto, una sorta di esercizi di yoga insieme a dei bambini veri? Lei è una fan, non tanto del cartone (che trova noiosissimo e non so davvero darle torto), ma degli esercizi. Mi costringe a farli insieme a lei tutte le volte. L'associazione è stata immediata. Per cui, pur avendo tardato di 40 minuti sui 50 previsti causa fila dalla pediatra, Meryem non si è lasciata scoraggiare e mi ha messo in croce finché non ce l'ho portata.
E' schizzata dentro e si è lanciata nell'attività con un entusiasmo che ha lasciato perplesse le due fanciulle che gestiscono la cosa. Mi hanno chiesto se aveva già praticato. Io, un po' imbarazzata, ho confessato l'unica e francamente discutibile fonte dell'entusiasmo di mia figlia per lo yoga. "Si vede che è tanto portata". Oddio. Ho faticato a portarla via e confesso peraltro che l'ambiente è molto accogliente e piacevole, davvero a un passo da casa. Ci fanno yoga per gestanti e questo gruppo, una volta a settimana, per bambini. Non costa lo sproposito che temevo. Si paga mese per mese o, al limite, a singola lezione. Mi sento proprio la matrigna cattiva a negarle di provare almeno per un po'. Lei si è sbaciucchiata le maestre con un trasporto che non le avevo mai visto (dieci, intensi minuti di conoscenza) e si è portata via il suo mandala da colorare a casa. Glom. Non ci credo che sto per incastrarmi un altro pomeriggio. Tata Silvana, informata da me per telefono con voce tremante, mi è parsa possibilista. "Che bello, sì, certo, se si diverte perché no?". E già, perché no? Perché con un certo sgomento ho provato una sorta di affinità con le altre mamme presenti, intente a compilare con qualche difficoltà le fitte agende dei loro bambini.
Ma visto che l'unica cosa che ho imparato in questa maternità è che è assolutamente inutile procedere per principi astratti, ebbene, proviamo. Vediamo come va. Tra l'altro ho come la sensazione che un po' di fantasia, di inventiva, di magia sia particolarmente necessaria quest'anno, in cui la scuola sembra ripiegarsi su un grigiume che ancora non posso dire che mi preoccupi, ma certo non mi riempie di trasporto e fiducia. Ooooohm.
Decisamente splatter – In ospedale
A grande richiesta, lusingata dal successo del post precedente (letto addirittura in diretta radio), continuo il surreale racconto dell’episodio che mi è valso sul lavoro l’epiteto “piedino fatato”, da cui dubito mi affrancherò facilmente. Prima, qualche doverosa precisazione. Mi avete lasciato, alla fine del post precedente, appena atterrata all’interno di un’ambulanza del 118. La frase relativa agli abbrancicamenti è stata pronunciata dal portantino, mica da me. Ma vi pare che, in via di dissanguamento, mi mettevo pure a fare avances a baffuti operatori sanitari, sia pur ammirevolmente ironici? Seconda precisazione: l’ostetrica passava per caso, mica me l’hanno mandata dall’ospedale. Vabbè che la sanità italiana è quella che è, ma non esageriamo. In questo caso, nonostante le pietose condizioni in cui versavo, non sono riuscita a trattenermi e le ho detto che, quando ho partorito, una sua collega mi è svenuta sulla pancia. Sicuramente non mi avrà preso sul serio e forse è meglio così.
Torniamo dunque all’avventura. A sirene spiegate guadagniamo il Policlinico. La ragazza dell’ambulanza, quella che mi aveva misurato la pressione giudicandomi poi priva di sensi, mi intrattiene raccontandomi le sue disavventure contrattuali, nonché le sue recenti vacanze, accertandosi frattanto, con discrezione, che io continui a respirare. All’arrivo, mi forniscono di una sedia a rotelle e mi parcheggiano in sala d’attesa. Il Paladino sopraggiunge di lì a poco, con la scarpa insanguinata in un sacchetto di plastica. Ci accomodiamo, preparandoci a una lunga attesa, come usa in questi casi. L’infortunato romano sa bene che, per il solo fatto che è cosciente e consapevole del trascorrere del tempo, al Pronto Soccorso molti, quasi tutti, stanno peggio di lui e dunque passeranno avanti. Si dispone dunque all’attesa e cercherà, almeno per la prima mezzora, di adeguare la sua espressione facciale a una compunta e rispettosa serietà, come si conviene al luogo e alla circostanza. Mi hanno etichettata come “urgenza minore” e dunque io, il Paladino e la busta sanguinolenta abbiamo cercato una collocazione semipermanente, la sedia a rotelle parcheggiata accanto alla sediolina di plastica libera più vicina.
Disclaimer: lungi da me voler ridere delle disgrazie altrui. Pur tuttavia, sono una strenua sostenitrice della tesi che in tutte le situazioni ci sia del comico. Anche durante l’organizzazione del funerale di mio padre abbiamo colto alcuni elementi irresistibili (la bara che abbiamo scelto si chiamava Messalina, per dire. A chi può venire in mente di chiamare così un modello di bara?) e sono certa che lui stesso non se ne sia avuto a male. Le situazioni che vado a descrivere, nella loro maggiore o minore tragicità, erano anche comiche. A questo titolo ne parlo.
Il fulcro dell’attività della sala d’attesa è una barella su cui giace un signore anziano. Dà un po’ nell’occhio a causa della folla che si va assiepando intorno. Volenti o nolenti, presto siamo diventati parte di una saga familiare. Il signore, infatti, oltre che di moglie è ben dotato di figlie (tre, quattro) con relativi mariti, nipoti ambosessi di varie fasce d’età, parenti vari e amici di famiglia. Tutti (ma soprattutto tutte) prodighi di buone parole per il congiunto e ansiosi che le buone parole suddette superino ogni possibile impedimento uditivo dell’interessato. Una caciara pazzesca. Interessante, peraltro. Col proseguire della conversazione deduciamo che il patriarca si apprestava a celebrare il Capodanno ebraico con tutti, ma proprio tutti, i suoi parenti. Le fasi del rito ci vengono incidentalmente illustrate dagli intervenuti, in forma di esortazioni (“dài, che ora torniamo a casa e facciamo una bella berakà… domani ci mettiamo a fare un bel seder tutti insieme, come tutti gli anni…”). La concomitanza ha dunque favorito la partecipazione di tutti i congiunti all’evento imprevisto.
Io seguo con un certo interesse storico-religioso, ma sono distratta da un altro vecchietto, che mi siede accanto. Prima sbuffa con discrezione, poi sbuffa con molta meno discrezione, infine sbotta: “Ma insomma, io vado dentro e fuori dall’ospedale e mia figlia, quella disgaziata, manco una telefonata!”. Ora, io capisco il suo disappunto, ma non colgo immediatamente il nesso. Incoraggiato dal mio sguardo interrogativo, il signore prosegue: “E queste, invece, tutte qui. Tutte a frignà. Manco fosse morto. E se moriva, che facevano?”. Imbarazzata, cerco di far cadere il discorso, ma a quanto pare il signore si è reso interprete e portavoce dei sentimenti di molti altri astanti. Favoriti dal fatto che il patriarca viene finalmente portato alla visita, tutti si scatenano. Un ragazzo dall’aria mansueta apostrofa il vecchietto da lui accompagnato: “A nonno, qui stiamo a sfigurà. Vuoi che chiamo qualcuno e ci mettiamo a fà un po’ di casino pure noi?”. Io a questo punto mi sento di rassicurare tutti sul fatto che l’imminente arrivo di mia sorella terrà alto il livello di intrattenimento per tutti. Magari cambiamo genere, ma non ci annoieremo.
Un’infermiera, che mi aveva chiamato mezzora prima e poi, rassicurata della mia esistenza in vita, era risparita, ricompare sulla porta. “Ah, ma lei sta qua?”. Essì. Nessuna evasione. Io e il Paladino siamo tipi ligi al dovere. “A signò, ma lo sa che è un po’ sfortunata lei?”. Non ci crederà, ma lo avevo sospettato. “Perché sa, urgenze minori è bloccata da un detenuto. Finché non se lo riprendono in consegna è tutto fermo”. E mentre noi immaginavamo scenari allarmanti (l’evaso con la bava alla bocca intento a incatenare tutti gli ortopedici del Policlinico uno a uno), risparisce per un’altra mezzoretta.
Ce l’abbiamo fatta, alla fine. Mi hanno visitato, smucinato per controllare i tendini, siringato, ricucito, non senza prendermi per il culo come si conveniva (“Signò, adesso urli. Ce la dia un po’ di soddisfazione. Non urla? Ma non geme nemmeno un pochino? Sì, gliela abbiamo fatta l’anestesia, ma che fa? Qui ci offendiamo se nun ce fa almeno un urletto. No, la sedia ce riserve. Ma sì che può camminà. Magari non appoggi tanto il piede. Tanto per zozzo era zozzo anche prima, sa? La scarpa nun ce l’ha? Beh, veda di recuperarla. Arrivederci, baci ai pupi”).
E ora vi lascio. Vado alla medicazione. Nuove avventure mi aspettano. Magari mi spezzo il naso contro il ramo di un platano.
Decisamente splatter – I primi soccorsi
Disclaimer: se siete impressionabili magari non leggete, oppure leggete a salti. Io farei così.
Che non era giornata dovevo capirlo già dall’ora di pranzo. Tata Silvana mi chiama in ufficio solo per le emergenze. Eccone una, fresca di giornata. Suo marito, al paesello, è cascato da una scala. Pare che lo ricoverino in ospedale. In ogni caso, lei è in partenza. Ovvio. Bene, mi arrangerò. “Peri, ma vatti a fa’ benedi’”, mi dicono gioviali i colleghi. Con mia madre bloccata in casa per infortunio e le risorse umane familiari già sovraimpiegate, in effetti la ciliegina ci mancava. Ce la farò. Me ne vado a una riunione con il fermo proposito di farla finire all’ora opportuna per scapicollarmi a scuola, prima del tempo massimo oltre il quale, hanno precisato le maestre alla prima riunione, scatta la denuncia per abbandono di minore (tolleranza: 15 minuti).
Con un sereno stato d’animo dunque salto sulla moto di A., gentiluomo d’altri tempi e anche di questi, paladino dei diritti altrui e strapazzatore dei propri. Così riduciamo i tempi per i tragitti. Siamo efficientissimi. Arriviamo, interloquiamo con chi dovevamo interloquire, passiamo rapidamente in rassegna i massimi sistemi come si conviene a occasioni simili e alle 3 e 10, soddisfatti e decisi, ci congediamo. Il Paladino si offre di portarmi al tram, per facilitarmi la fuga. Quand’ecco che…
“Ma come hai fatto? Cioè, che movimento? Era proprio un movimento illogico, ecco”, ha commentato il Paladino poi, durante la lunga attesa al Pronto Soccorso. Ho aperto un grosso portone di ferro e il mio piede era lì sotto. Sguosh. Quel che è seguito è stato raccapricciante. Eccessivo. Ma quanto diamine può sanguinare un piede? Molto, molto di più. Un attimo di lucido sconforto: “E mo’?”. Il Paladino scatta all’interno a prendere la cassetta del Pronto Soccorso. Io mi accascio nell’androne. Il setting è degno di Dario Argento. Passa un primo condomino. Sbianca. “Ha bisogno di qualcosa?”. Ora, se voi vedeste una tizia esanime a terra in una pozza di sangue, cosa direste? Me lo sono chiesta. Forse quello che ha detto lui. Ma magari non vi aspettereste comerisposta: “No, grazie, non si preoccupi”. “Ma è sola?”, incalza lui. Cioè: ha proprio scelto di lasciarsi morire dissanguata nell’androne di casa mia, o magari ha un piano b? Lo rassicuro con un filo di voce.
Arrivano i rinforzi. Hanno già chiamato l’ambulanza, mi tamponano il buco, mi fanno bere. Arriva una ragazza dall’aria simpatica. “Sono un’ostetrica. Posso essere utile?”. No, grazie, ho già dato. A proposito. C***o, la bambina. L’ostetrica volenterosa vedo che mi agito. Il malefico Androide nuovo di pacca, che da lì a poco si sarebbe anche scaricato, non trovava il campo. Dovevo avvertire Nizam. “Ecco, chiama il mio compagno”, le dico mostrandole il numero e dandole per brevi cenni il quadro del problema. Il che si è tradotto nella seguente surreale telefonata: “Buon giorno, signor Nissan. Dovrebbe andare subito a prendere sua figlia a scuola. No, non può parlare, credo sia svenuta. No, eccola qui”, ha concluso passandomelo, vedendomi gesticolare vigorosamente. Forse la modalità un po’ estrema della comunicazione ha fatto sì che il curdo cogliesse l’urgenza del suo intervento. Mollato il negozio, ha portato la Guerrigliera a fare shopping e poi a stender piadine fnché non l’ho raccattata io, sei ore più tardi.
Arriva l’ambulanza, a sirene spiegate. Mi descrivono come “priva di conoscenza”, anche se ci tengo a precisare che ciò non è del tutto vero. Mentre mi medicano, viene pronunciata da qualcuno la frase storica: “Ma la scarpa te la svuoto?”. La fanciulla che l’ha pronunciata intendeva credo sapere se doveva frullarla nel cassonetto più vicino o se doveva in qualche modo industriarsi (anche svuotandola, sì) perché la calzatura fosse in ancora utilizzabile. Mi aiutano ad alzarmi, mi aggrappo al portantino (“vedi che me devo inventà per famme abbrancicà”), guadagno saltellando su un piede il mezzo. Mi concentro e con un solo balzo, che mi pareva agile, supero il gradino che mi separa dalla sediolina. “A signò, veda di nun fracassasse anche l’altra caviglia”. Il personale sanitario italiano (e romano in particolare) ha due doti fondamentali: il crudo realismo accompagnato da un apprezzabile senso dell’umorismo. Avrei avuto modo di apprezzarlo a fondo anche in seguito. Ma il resto, imperdibile, seguito (Titolo: Vigilia di Rosh ha-Shana in Pronto Soccorso) alla prossima puntata.
Momcamp, the day after
Come è andata? Bene, benissimo. Ma siccome il piacere di vedere o rivedere delle amiche real-virtuali, la sensazione della gita scolastica, la sorpresa di scoprire che Veronica è una speaker radiofonica nata e via elencando non sono comunque, alla fin fine, l'esclusivo motivo di un invesimento di tempo e di soldi, beh, diciamo anche altro. Diciamo che i contenuti volevo sentirli, e infatti c'erano. Alcuni mi sono più congeniali, altri leggermente più distanti, ma certo non mancavano. Idee, progetti, denunce, confessioni. Una galleria travolgente. Forse un po' troppo travolgente.
Mi spiego meglio. La mia ammirazione per Iolanda & Co. sale ogni volta che la incontro. Tempi serrati, organizzazione adeguata, buffet ottimo e abbondante. Meglio di così, umanamente, non si può fare. Tuttavia sono certa che a noi blogger, ingolosite da tanta grazia di Dio, è mancata soprattutto la facoltà di commentare. O almeno di farlo seduta stante. Perché no, decisamente, noi non lurkiamo (come ho imparato a dire anche io). Le statistiche ci danno ragione: leggere, o sentire, non ci basta mica. E al Momcamp lo spazio per il dibattito proprio non c'è. E anche se ci fosse, non basterebbe mai e forse non sarebbe adeguato come modalità (alzare la mano, lì in pubblico, alzarsi in una platea da convegno…). E allora? E allora il bello comincia ora, secondo me. Parliamone dove ci viene meglio parlarne: qui in rete.
Immagino che il blog del Momcamp potrebbe servire ottimamente proprio a questo, ma io intanto io qualcosina sul mio intervento l'ho già scritta nello scorso post. Mi riprometto di scrivere ciò che penso anche su qualche altro intervento, così da avviare qualche conversazione. E se le aggregassimo poi in un bel blogstorming speciale, sempre che Genitori Crescono lo consenta? Ci sono tante cose che ci sono rimaste sulla punta della lingua, ne sono sicura. La mancanza di discussione è ciò che più ha ucciso i convegni accademici, rendendoli una sfilata grottesca di performance fini a se stesse. Ma per noi non è così. Noi siamo blogger, ragazze!
Scuola, ce la possiamo fare (forse)
Ci risiamo, la giostra è ripartita. Lotta impari contro l'orologio, la corsa a ostacoli degli imprevisti e probabilità della scuola (specie pubblica), la socializzazione semi-forzata con le altre mamme, le feste dei compagni, il fondo cassa. Dopo il primo giorno, oggi, sto cercando di non dare troppo peso a qualche piccolo incidente di percorso. Più d'uno, a dire il vero. Prima di tutto l'odioso scarto tra orario dichiarato (anche con appositi cartelli) e orario effettivo, più corto di un paio d'ore. Poi il mistero dei bagni, il cui uso sembra concesso con una parsimonia francamente eccessiva per dei bambini di 4-5 anni. Non riesco a liberarmi dalla spiacevole sensazione che si tenda al risparmio delle energie e dell'impegno, oltre che delle risorse economiche. Ma la cosa che più mi ha infastidito è stato uno scambio davvero poco felice con una delle due maestre, quella che ci conosce già da un anno (l'altra è cambiata). Si parlava del fatto che mia figlia, nonostante sia figlia di musulmano e comunque non battezzata, frequenta l'ora di religione. "Ah, ma allora il padre non è musulmano", commenta la maestra. Beh, veramente sì. "Che strano!!!", insiste lei. "E dire che loro sono così fanatici. Lui deve essere proprio l'eccezione". Ora. Soprassedendo sul fatto che se uno ha in mente un (pre)giudizio così sgradevole, potrebbe sempre tenerselo per sé, o almeno aspettare che mi allontani per spettegolarne con qualcun altra. Vogliamo parlare del fatto che questa maestra ci conosce da un anno? Che ha avuto modo di vedere con i suoi occhi che padre sia Nizam (unico aspetto che dovrebbe interessarle, per inciso)? Che caspita di frase è? Come le viene? Vabbè. Mi becco tutte le canzoncine interculturali del mondo e poi…
Ma veniamo ad argomenti più frivoli. Mi preme segnalarvi come, del tutto involontariamente, ho acquistato diversi punti nella stima delle mamme monteverdine. Considerato quanti ne perdo durante l'anno scolastico, partire da un saldo positivo mi può solo avvantaggiare. Episodio 1: festa di compagna di scuola, Villa Pamphili. Una delle mamme, che scopro militante di sinistra, si adopera per raccogliere firme per il referendum. Va dichiarata la data di nascita. Scopro con una certa sorpresa che un buon gruppo di mamme è nata negli anni '60, sia pure verso la fine. "Eh, almeno la tua data di nascita inizia con il 7…", mi dice una. Non so come mi sia uscito, ma ho detto: "Per non parlare di Nizam, che ha una data di nascita che inizia per 8…". Siepe di sguardi, per dirla alla De André. Oooops. Il pensiero palpabile nell'aria era: "Ma come fa 'sta carampana, che dimostra molti anni più della sua età, ad aver acchiappato un giovinetto?". Ehm. Mi allontano con discrezione. Non mi ameranno più di prima, ma qualcuna scoprirà per me una sorta di rispetto. Oggi è seguito l'Episodio 2. Con l'entusiasmo alle stelle, dopo l'ufficio mi sono trascinata in palestra. Avrei preferito quasi qualunque cosa. Mentre pedalavo svogliatamente sulla cyclette mi casca l'occhio su una bambina che si aggira tra gli attrezzi. Mi sembra familiare. E infatti… "Ciao!", mi dice semisgomenta la mamma della bimba, compagna di Meryem. Fingo disinvoltura. Dovevo essere uno spettacolo raccapricciante, ma vabbè. Lei si sta informando per iscriversi. Mi assicura che mi chiamerà per chiedermi un parere. Si vedeva vistosamente che ero l'ultima persona che si aspettava di incontrare e non saprei darle torto. Ma ora sono diventata anche, nell'opinione delle mamme della classe, una che fa fitness. Ci rendiamo conto? Vi saprò dire se tutto ciò avrà una qualche influenza sulla mia vita sociale.