Quello che poi si è visto


Segue da qui. Vale il disclaimer del post precedente: spiego le cose così come io le ho capite, condite dai miei commenti e dalle mie considerazioni. Non esprimo la posizione ufficiale di alcun ente, nemmeno di quello per cui lavoro.

Ci eravamo lasciati a circa un anno fa, con il piano straordinario di accoglienza gestito dalla Protezione Civile rinnovato per un anno. Cosa è successo intanto? Da un certo punto di vista, non granché. Con una certa lentezza e fatica, sono cominciati a arrivare gli esiti delle domande di protezione internazionale delle persone accolte. Gli esiti sono stati in gran parte negativi. I motivi sono vari: un po’ perché questi flussi erano molto misti, un po’ perché la preparazione dell’intervista in molti casi è stata carente, un po’ per tutto l’insieme delle circostanze.

Già da gennaio 2012 chi stava lavorando davvero sul campo ha iniziato a porsi seriamente la questione: era abbastanza evidente che questa emergenza così gestita portava dritta dritta a un vicolo cieco. Se infatti per la Protezione Civile una testa da alloggiare resta una testa, a prescindere dallo status giuridico, ben diverse sono le prospettive di integrazione di chi ha un permesso di soggiorno e di chi non ce l’ha. La strada obbligata, per quanto poco ragionevole e costosa, era far presentare ricorso contro il diniego ricevuto a tutti quelli che in accoglienza stavano e lì sarebbero comunque rimasti. [N.B. Normalmente, in un sistema di accoglienza specializzato (come lo SPRAR), non funziona così. Le domande di asilo si seguono con puntualità e attenzione e, di conseguenza, quando l’esito è un diniego non si presenta ricorso automaticamente: si valuta se c’è o no materia per presentarlo. Solitamente quindi si ha modo di preparare la persona alle conseguenze di un diniego, compresa la conseguente dimissione dal centro di accoglienza. Ma tutto ciò in emergenza non vale, naturalmente].

Il 13 marzo del 2012 il Tavolo Asilo, che riunisce i principali enti di tutela, aveva presentato e reso pubblico un appello molto specifico al Governo Monti. “Tanti di questi profughi – segnalava l’appello – sono stati incanalati nel percorso della domanda di protezione internazionale spesso senza aver ricevuto un’adeguata informazione sulle implicazioni e sui possibili esiti della procedura di asilo ed ospitati in strutture non sempre adeguate. L’alto numero di decisioni negative riguardanti le loro domande di protezione rischia di generare una vera e propria ulteriore emergenza. V’è infatti il concreto rischio che un elevatissimo numero di ricorsi, condizione necessaria per rimanere nei centri di accoglienza, metta in crisi la procedura di tutela del diritto d’asilo in sede giurisdizionale, con gravi ricadute generali sull’intero sistema asilo”. Si chiedeva dunque già allora, esplicitamente, che si adottasse l’unica soluzione possibile: concedere tempestivamente  la protezione umanitaria a tutti gli accolti e creare i presupposti indispensabile a un loro percorso di uscita da centri che sarebbero restati aperti ancora per poco. Si aggiungevano poi altre richieste importanti, tra cui il ripristino immediato di Lampedusa alla normale operatività.

Il 21 settembre la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha pubblicato un documento di indirizzo per il superamento dell’emergenza Nord Africa. Si fanno alcune proposte concrete, sebbene nettamente insufficienti (ampliamento del sistema di accoglienza ordinario SPRAR di 1.000 posti circa; stanziamento di fondi per 1.000 “doti formative individuali” del valore di 5.000 euro ciascuna), ma due elementi balzano subito all’occhio. Uno: è tardissimo per iniziare percorsi formativi individuali se si pretende che il 31 dicembre tutti siano fuori dai centri; la formula dei tavoli di concertazione, nazionali e regionali, è correttissima, ma richiederebbe ben altra tempistica per essere efficace. Due: e che ci dite dello status giuridico delle persone? Per ora non si dice ufficialmente alcunché. Si mormora ufficiosamente (e pare l’unica soluzione possibile) che effettivamente questa protezione umanitaria verrà data, ma come, a chi e in che tempi ancora non si sa. E intanto è finito anche ottobre.

Si potrebbero fare molti, moltissimi commenti. Chiunque conosca persone che vivono la delicata condizione della richiesta di asilo sa che sarà difficile rimediare in fretta e furia a errori organizzativi e gestionali di questa fatta. Immaginate che io sia arrivata dalla Libia in piena guerra, vedendomi morire accanto amici e compagni di viaggio. Mi hanno mandato in un luogo di accoglienza (scartiamo le soluzioni estreme, tipo gli alberghi abbandonati sulla cima dei monti o le tendopoli: immaginiamo un centro standard),  ho aspettato oltre un anno per essere intervistata dalla commissione e svariati altri mesi per conoscere l’esito. Scopro che è negativo. Mi lasciano dove sto, mi fanno presentare ricorso. Non capisco molto. Mi dicono che comunque devo impegnarmi, imparare la lingua anche se sono analfabeta, cercarmi lavoro anche se non posso lavorare. Mi rimanderanno indietro? Mi daranno un permesso di soggiorno? Eh, mi dicono, è ancora presto per sapere questo. Nulla è sicuro, a parte il fatto che tu il 31 dicembre devi andartene da qui, con tanti auguri di buon anno nuovo.

Credo che a questo punto qualcuno dei profughi accolti con la cosiddetta emergenza Nord Africa si stia chiedendo in che razza di Paese sia arrivato/a. La maggior parte, dopo due anni, si saranno dati una risposta. Temo che questo dovrebbe essere il vero punto di forza dell’exit strategy: si conta sul fatto che, appena avranno in mano un pezzo di carta qualsiasi, si precipiteranno verso la più vicina frontiera. Tuttavia con i tunisini, l’anno scorso, questa raffinata pianificazione non ha prodotto gli esiti sperati. Qualcosa mi dice che ancor peggio finirà questa volta.

Emergenza? Quale emergenza?


Non mi cimenterei neanche nella scrittura di questo post se non potessi avvalermi dell’inconsapevole collaborazione di Alessandra Sciurba, che ha scritto un ottimo articolo che citerò qua e là e che sentitamente ringrazio per l’ottimo lavoro che fa (ho avuto anche la fortuna di incontrarla personalmente).

Partiamo dunque dalla notizia: Alcune delle maggiori organizzazioni sociali e sindacali che in Italia sono impegnate per il rispetto dei diritti e della dignità dei migranti (Arci, Asgi, Centro Astalli, Senza Confine, Cir, Cgil, Uil, Sei Ugl, Fcei, Focus-Casa dei Diritti Sociali) hanno convocato per martedì 30 ottobre una manifestazione a Roma per chiedere al governo ”risposte certe sulla sorte delle migliaia di persone giunte nel nostro Paese dalla Libia in guerra nel 2011”. (ASCA) Per la cronaca, l’appuntamento è a piazza del Pantheon alle 14.

Ma io temo che di questa triste vicenda, su cui iniziano ad uscire articoli poco edificanti (questo su Repubblica, dopo la più corposa inchiesta su L’Espresso…), non possa essere comprensibile solo dai fatti di oggi. Troppo facile (e pericoloso) passare il messaggio che “tanto sui rifugiati ci si mangia e basta”. Allo stesso tempo è necessario capire come mai fatti come quelli riportati possano essersi verificati, e continuino anzi a verificarsi.

La vicenda è lunga e intricata. Provo a raccontarvela così come la capisco io. Piccolo, necessario, disclaimer. Mi occupo di queste cose per lavoro, ma questo è evidentemente il mio blog personale. Penso che sia opportuno ricordarlo, anche se non mi pare di avere sostanziali divergenze di opinioni sul tema con l’ente per cui lavoro. In ogni modo, quello che qui dico esprime – come sempre – la posizione di Chiara e non quella del Centro Astalli.

Parliamo di numeri
Torniamo ancora una volta a maggio 2009. L’inizio dei respingimenti in Libia dei migranti intercettati in mare. L’Italia è stata condannata per questa pratica, a posteriori, dalla Corte di Strasburgo. Perché comincio da qui? Perché questo è l’inizio dello “sballamento” definitivo della nostra percezione dei numeri, che era già molto lontana dalla realtà. In tutto il 2010, con il Mediterraneo bloccato e Lampedusa vuota, le domande di asilo in Italia sono state 10.052, contro le 47.791 della Francia. Questo numero irrisorio (per darvi un paragone, quello stesso anno in Sud Africa ne sono state presentate 180.600 e negli Stati Uniti 54.300) è stato comunque mal gestito. Appena 3.000 i posti di accoglienza del sistema nazionale deputato a ciò, già saturi. Percorsi di integrazioni traballanti come e più del solito. Per quanto riguarda l’esito di queste domande, su un totale di 14.042 esaminate (le commissioni hanno sempre un arretrato dell’anno prima), il totale delle persone che hanno ottenuto una qualche forma di permesso di soggiorno sono state 7.558. Insomma, non esattamente un’invasione.

Poi inizia il 2011 e i numeri aumentano.

Qui lascio la parola a Alessandra: “Va detto innanzitutto come il relativo aumento degli ingressi dei richiedenti asilo che si è registrato in quel periodo sia da ricondurre non solo e non tanto all’incremento delle partenze dei profughi in fuga da situazioni di violenza e instabilità, ma soprattutto al dissolversi degli accordi bilaterali che l’Italia aveva instaurato da anni con i dittatori Ben Alì e Gheddafi in tema di migrazione. A quei tiranni improvvisamente diventati (o ritornati ad essere, come nel caso di Gheddafi), i nemici delle democrazie occidentali, erano state affidate fino a quel momento, in modo più o meno diretto, le vite di centinaia di migliaia di rifugiati attraverso la pratica criminale dei respingimenti in mare, o tramite l’esternalizzazione del controllo delle frontiere.
Nonostante ciò, in tutto il 2011 hanno fatto richiesta di asilo in Italia “solo” 34.117 persone. Lo stesso anno, in Francia, sono state inoltrate 51.913 istanze.”

In altri termini: la Tunisia e la Libia avevano il ruolo di bloccare le persone in arrivo in Europa, a prescindere dal motivo del loro viaggio. Il caso della Libia era particolarmente drammatico, perché tutti i rifugiati del Corno d’Africa transitano da lì. Ma anche la Tunisia operava il suo ruolo di controllo della frontiera al di là dei riflettori più che efficacemente. Per un po’ il tappo salta. Persone diverse che erano rimaste bloccate in Tunisia o in Libia arrivano in Europa. Dalla Libia però arrivano relativamente pochi libici: moltissimi i profughi, del Corno d’Africa o dell’Africa subsahariana, molte anche le persone che in Libia lavoravano e sono state sorprese dalla guerra. Emergenza, emergenza. Ma era un’emergenza vera? Ancora una volta l’Italia, nonostante la sua posizione geografica, ha un numero di domande d’asilo inferiore alla Francia. Il che spiega, anche se non giustifica, la reazione inferocita della Francia, che ha blindato la frontiera di Ventimiglia perché i tunisini arrivati in Italia là restassero: la storia dell’emergenza a loro non è mai andata giù.

Ma noi l’emergenza a Lampedusa l’abbiamo vista
Chi mi conosce un po’ sa che quando mi si nomina Lampedusa, specialmente alle riunioni con i colleghi stranieri, io inizio a vedere rosso. A ottobre scorso ho mormorato a un collega dell’ufficio di Bruxelles questo testuale avvertimento: “Fammi un’altra domanda che contenga la parola Lampedusa e ti mordo”. Tutti lo hanno trovato molto spiritoso, ma io ero serissima. Lui deve averlo intuito, e da allora abbiamo parlato d’altro.

Lampedusa è ormai un set cinematografico. Il suo scopo è, esattamente, quello di creare emergenza. Era successo nell’estate del 2008, quando Maroni inopinatamente diede l’ordine di bloccare i trasferimenti da questa piccola isoletta più vicina alla Tunisia che all’Italia e, come previsto e voluto, scoppiò tutto. Perché, ovviamente, le persone soccorse o sbarcate a Lampedusa, quando tutto va come deve andare, vengono entro qualche giorno trasferite in Sicilia o in altro luogo della lunga penisola italiana. Lampedusa fa parte dell’Italia, mica è stato indipendente. Ma si presta, eccome se si presta.

Lascio ancora la parola a Alessandra: “Anche alla luce di questi dati, si coglie fino a che punto l’allarme lanciato dall’Italia nel momento della cosiddetta “emergenza nord-africa”, a seguito delle rivolte democratiche, risulti pretestuoso. Per giustificarlo, in quei mesi Lampedusa è ritornata ad essere, come tante altre volte era successo, lo scenario dove mettere in atto lo spettacolo della frontiera. È stato sufficiente bloccare i trasferimenti dall’isola per poche settimane, per materializzare l’immagine più estrema dell’assalto al territorio italiano. Poche migliaia di persone abbandonate su quei pochi chilometri quadrati di roccia, a dormire per terra senza nessuna forma di accoglienza, sono state rappresentate come un pericolo ingestibile se affrontato con le procedure ordinarie, e cui tenere testa quindi col ricorso a decreti di emergenza che hanno gettato il paese in un clima di panico da guerra in corso”.

Lo spettacolo della frontiera. Che espressione efficace. Uno spettacolo drammatico, di cui ancora c’è chi paga le conseguenze. Il centro di primo soccorso è rimasto danneggiato da un incendio e quindi chiuso. Da allora, fino ad oggi, non è stato ripristinato. Lampedusa è stata dichiarata “porto non sicuro”. Un termine tecnico, in realtà anche una gran furbata. Quando si soccorrono dei naufraghi in mare, l’obbligo è di portarli al porto sicuro più vicino. Mettendo fuori gioco Lampedusa, possiamo sperare che Malta se ne becchi di più. Non commentiamo. Ricordo solo che sono uomini, donne e bambini quelli che ci si rimpalla, manco fossero rifiuti tossici.

Cos’è l’emergenza Nord Africa, allora?
Si è detto che, comunque, avevamo deciso di considerare la situazione straordinaria e di gestirla con misure di emergenza. Così è stato. Si è proceduto a un artistico collage di provvedimenti, sul cui dettaglio non mi soffermo (uno è stato il rilascio di permesso di soggiorno di un anno ai tunisini arrivati in una certa finestra temporale, accompagnato dalla speranza – anche esplicitata – che se ne andassero tutti in Francia: della reazione dei francesi abbiamo parlato sopra). Oggi ci interessa soprattutto l’accoglienza di queste persone, specialmente di quelle arrivate dalla Libia. Si sono trovati fondi straordinari e, ovviamente, non si è andati a potenziare il circuito esistente di accoglienza decentrata di richiedenti asilo, che è ottimo ma nettamente insufficiente. Troppo facile. Che emergenza sarebbe senza la Protezione Civile? Scende in campo la Protezione Civile.

A questo punto, paradossalmente, lo status giuridico delle persone viene messo scientemente in secondo piano. Bisogna piazzare queste persone sul territorio? (Se ne aspettavano 50mila, ne sono arrivate poco più di 34mila). Le si piazza, di autorità. Alle regioni viene assegnata una quota di posti e le regioni devono farli saltare fuori. Per certi versi funziona: i posti saltano effettivamente fuori. A riprova del fatto che avere numeri meno ridicoli non sarebbe neanche impossibile, con un minimo di programmazione. Ma ci sono diversi problemi.

Il primo, banale: questi posti che saltano fuori non sono tutti uguali. E qui si rimanda agli articoli di cui sopra. C’è chi ha fatto un ottimo lavoro (questi non vanno sui giornali, chiaramente), c’è chi ha usato i soldi per riempire alberghi vuoti. E poi è l’Italia a non essere tutta uguale: per gli stessi soldi spesi, ci sono profughi che sono stati accolti in tendopoli e profughi che hanno avuto le chiavi di un appartamento. Totale disomogeneità, come pure ancora diverso è il trattamento che nel frattempo riceve chi continua ad arrivare in fuga con le sue gambe, a prescindere dall'”emergenza” del momento (gli afghani, ad esempio).

Ma il secondo problema è più di sostanza. La Protezione Civile ha mandato di alloggiare queste persone, come alloggerebbe le vittime di un terremoto. Ma un richiedente asilo oltre al tetto sopra la testa ha anche altri bisogni, che vengono nella maggior parte dei casi ignorati (o lasciati alla buona volontà di chi passa): deve capire la procedura, deve essere assistito e orientato durante l’iter, deve possibilmente imparare la lingua. Al 31 dicembre 2011 si è ancora a carissimo amico. La maggior parte delle persone accolte in questo circuito straordinario non hanno ancora sostenuto il colloquio con la commissione territoriale per il riconoscimento dello status di rifugiato. Gli scandali di cui ora parlano i giornali sono già noti. Ma non sono interessanti per nessuno. Senza stare troppo a pensarci, si proroga l’accoglienza di un anno. E poi si vedrà.

Cosa si è visto, ve lo racconto alla prossima puntata.

Si può fare


Oggi vi racconto una bella storia. Inizia in Venezuela. Il maestro José Antonio Abreu Anselmi è un visionario. Crea “El Sistema”, un ambizioso programma di educazionemusicale e sviluppo sociale, il cui motto è “Tocar y luchar” (“Suonare e lottare”). Questa impresa straordinaria è diventata un modello in moltissimi Paesi del mondo: trovate maggiori informazioni qui. A partire dal 1995 El Sistema inizia un programma speciale rivolto specificamente all’integrazione di persone con disabilità attraverso la musica. Il fiore all’occhiello di questo programma è il coro Manos Blancas, creato nel 1999 da Naibeth García: un gruppo di bambini sordi interpretano la musica con le mani, coperte da guantini bianchi. Detto così non dice granché. Una volta visto, il primo pensiero è che, per quanto difficilmente immaginabile, si può fare. Un pensiero simile deve essere venuto a Claudio Abbado. E’ grazie al suo interessamento che nel 2010 al coro Manos Blancas è stato conferito il Premio Nonino. Proprio quello della grappa. Ma a differenza di altri premi improbabili, che lasciano il tempo che trovano, questo premio si è tradotto in un impegno preciso della famiglia Nonino: il premio è stato inteso come il punto di partenza della stessa esperienza in Friuli, con i ragazzi del centro Nostra Famiglia di San Vito al Tagliamento. Non solo: Naibeth García in quell’occasione ha tenuto dei seminari per formare altri direttori di cori “Mani bianche”. Uno di questi “cori derivati” ha sede presso la Scuola di Musica di Testaccio e oggi, per la seconda volta, li ho visti esibirsi.

All’Auditorium di Roma, in una bella manifestazione tutta centrata sul valore sociale della musica (c’era persino una piccola orchestra di Scampia, frutto del progetto coraggioso “Musica Libera Tutti”), oggi c’era anche il coro Manos Blancas del Friuli. Credo che questa storia insegni la forza di un’idea bella, che funziona e riesce a farsi strada a prescindere. A prescindere dalla miopia di un welfare sempre più inadeguato e ingiusto. A prescindere da un sistema educativo in cui la musica è marginalizzata fin dalla prima infanzia.

Ho trovato in rete questi commenti di Giannola Nonino, la madrina italiana di questa impresa: «Dobbiamo coinvolgere tutti, in progetti come questi non esistono gli steccati politici, conta solo l’amore verso il prossimo». Durante le prime prove del coro che doveva nascere questa donna notevole racconta di aver avuto non poche perplessità, poi fugate da Naybeth Garcia. «Mi stavo interrogando se il gruppo fosse pronto a esibirsi, poi Naybeth con poche parole mi ha aiutato a capire. Mi ha detto: “Non hai visto come si divertono? La perfezione non esiste, il fine è dare gioia alla comunità”. È una grande verità».

Dare gioia alla comunità implica che la comunità esista. Il che, naturalmente, non è ovvio. Ma quando esiste la differenza c’è, e si vede.

 

P.S. Del tutto casualmente, proprio ieri ho iscritto Meryem a un coro di voci bianche qui in quartiere. Davvero sono convinta che la mancanza di educazione musicale nelle nostre scuole sia un grosso torto che facciamo a tutti noi. Io ho avuto la fortuna di fruire, un po’ a casaccio, di tre anni di sezione musicale alle medie. Tardino. Però sono sicurissima che la conoscenza della musica, anche un po’ approfondita, sia un linguaggio importante e un esercizio di logica e di apprendimento davvero straordinario. Peccato che da noi sia considerata, mediamente, un lusso per pochi. Anche per questo credo profondamente in questi progetti di lavoro sociale attraverso la musica. Poche cose costruiscono quanto la musica. Mi riprometto di approfondire la mia conoscenza di questi progetti.

Però (domani mi ripijo)


Certi giorni, tipo oggi, mi sento come se si fosse rotto qualcosa nel meccanismo che regola le mie giornate. Non riesco a smaltire le piccole delusioni, i contrattempi, le paturnie di poca importanza. Si accumulano. E con loro si accumulano anche le cose da fare che non riesco a gestire con efficienza. Senza una ragione precisa mi ritrovo a un certo punto ad avere smarrito anche il senso di quello che cerco di fare. Continuo ovviamente a farlo. E’ il mio lavoro. E’ anche il mio lavoro? Forse il problema sta in quell'”anche”. Sono abituata a trovarci di più, nelle mie giornate lavorative. Il di più che non può sempre esserci. Il di più che, obiettivamente, non può interessare a tutti. Il di più che a volte è solo troppo.

In tram, tornando a casa, mi ha assalito una specie di magone, che si è alzato come una nuvola di polvere dai miei passi. Cerco di distrarmi con telefonate “di servizio”. Una di queste evoca alla mente un’immagine precisa. Un uomo di mezza età, occhi chiari, passo deciso. Borbotta sempre tra sé. A volte addirittura impreca. Passa e ripassa, in questi anni, davanti al negozio di Nizam. Una volta, lo ricordo come ora, in piena estate Nizam rovesciava secchiate di acqua (pulita) sull’asfalto davanti all’ingresso per pulirlo e rinfrescarlo. Uno schizzo d’acqua arriva sui pantaloni di lui, che si sta avvicinando come sempre a gran velocità. Scenata violenta, parolacce, bestemmie. Poi si allontana. Ecco, oggi quest’uomo si è tolto la vita.

Torno a pensare che la sofferenza ci sta intorno e ci assedia. I miei amici a volte ritengono che io, per lavoro, ne intercetti di più. Non credo che sia poi così vero. Forse la differenza sta nel fatto che da noi le persone cercano di farsi ascoltare, il più delle volte. Nella vita normale, invece, la sofferenza vera si cerca di non dirla. E tanto meno di ascoltarla.

Un talento naturale (o è tutta questione di registri?)


Oggi riflettevo su alcuni episodi, passati e recenti, della mia biografia e arrivavo a questa conclusione: ci sono persone che hanno un talento naturale, addirittura acrobatico, per farmi saltare i nervi. Questo pensiero è nato, per dir così, “a specchio”: sentivo stamattina mia sorella lamentarsi per una arrabbiatura divenuta per lei, diciamo così, ciclica, ricorrente, ormai da alcuni decenni. E io: “Ma che ti arrabbi a fare?”. Eh, con gli altri siamo bravi tutti.

La verità è che io mi picco di essere equa e giusta nelle mie reazioni, mentre onestamente non lo sono affatto. Ci sono persone per cui passo sopra all’impossibile. Altre che, poverine, spiaccicherei volentieri al muro. Cioè, proprio poverine no: le occasioni ci sono sempre. Però non potrei davvero dire che alcuni comportamenti siano diversi o più gravi di altri.

Il fatto che alcune specifiche azioni ci facciano vedere rosso siamo, credo, tutti pronti ad ammetterlo: chi non ha mai confessato, con una certa fierezza, di non sopportare chi fa il furbo, o chi salta la fila dal droghiere, o chi parcheggia bloccando la macchina altrui? Quello che per me è più duro confessare è che ci sono persone che molto più facilmente di altre mi fanno imbizzarrire. Oggi, vai a capire perché, ripensavo a una “non partecipazione” ricevuta una vita fa. Una coppia di amici andava a convivere”in libero amore” e ne informava parenti e conoscenti in questo modo un po’ alternativo. Ricordo distintamente che la cosa mi ha dato sui nervi. Ma dovessi spiegare perché esattamente, non lo so. Non sono contraria alla convivenza (ho convissuto e convivo tuttora). Forse era perché ciò avveniva poco dopo (o poco prima? chi si ricorda) del mio matrimonio e ho letto una vena polemica in quella non partecipazione spiritosa? Me la sono sempre spiegata così. Più onestamente dovrei dire che il registro di quel gesto (o la percezione che io ne ho avuto) mi irritava.

Il registro di un’azione è un concetto che mi è difficile precisare ed è, va da sé, assolutamente soggettivo. Certe persone, secondo la mia personale teoria, tendono a scegliere registri inappropriati: per mettersi in mostra, per opportunismo, per scientifica o involontaria mancanza di considerazione per la sensibilità altrui. Certo è che l’esperienza empirica dimostra che alcuni soggetti tendono più di altri a scegliere registri per me stonati. Certe volte peraltro si tratta di azioni che non mi riguardano affatto: in quel caso il fastidio fisico che provo è simile al rumore delle unghie su una lavagna che, una volta finito, non lascia strascichi. Con l’eccezione (sperimentata, ahimè, di recente) del caso in cui il registro a me sgradito sia eternato nello scritto. A allora il rodimento – ingiustificato – si rinnovella a ogni lettura.

Altre volte, a torto o a ragione, mi sento chiamata direttamente in causa. E allora sono cavoli. “Ma perché te la prendi tanto?”, mi dirà allora qualcuno. E il cerchio si chiude, fino allo scricchiolio successivo.

Accelero particelle (nel mio piccolo)


No, non mi sono montata la testa. L’unica, inimitabile, inossidabile acceleratore di particelle è Barbara Summa. Ma in queste ultime settimane assisto da spettatrice partecipe a una strana alchimia di idee, progetti, novità che stanno maturando a Milano. Il tema è il mio, i rifugiati. Gli attori per due terzi si erano trovati tra loro da soli e non è che difettassero di entusiasmo, energia e spirito di innovazione. Io però, per una curiosa catena di presentazioni su Facebook, ci ho aggiunto un terzo componente. A giudicare dal ritmo dei messaggi che si stanno scambiando e dalla portata delle iniziative che progettano, direi che si sono piaciuti.

Vi terrò al corrente, amici milanesi. Se anche solo un terzo delle cose che hanno in mente va in porto, ci sarà da divertirsi.

Avanti, in qualche modo


“Finirà questo 2012? Io conto i giorni!”. Scherza, Isabella, e sorride. Ieri finalmente ci siamo incontrate. Dopo la bizzarra iniziativa “Roma dei rifugiati“, del cui sceltissimo e esclusivo pubblico faceva parte, ha iniziato a fare volontariato al Centro Astalli. A mensa, nel mezzo del casino. Vederla, bionda e sorridente, in quel marasma mi è parso un miracolo. Non posso dire che mi abbia sorpreso. Ma insomma, era un bel vedere.

Che anno sia stato per Isabella questo (preceduto, a dirla tutta, da vari anni precedenti) potete leggerlo sul suo blog, di cui però voglio linkarvi questo ultimo post, che mi pare la dipinga tutta. Che dipinga, specialmente, la sua positiva voglia di reagire, di prendersi cura di sé aprendosi agli altri. Quello stesso atteggiamento potentissimo e straordinario che ho ritrovato, tempo fa, nella lettura del libro “Soldo di cacio” di Silvia Mobili.

Assorbo queste testimonianze, rimugino, ma soprattutto sono grata per aver la fortuna di incrociarle. Penso a quanta sofferenza si nasconda dietro il far finta di nulla di tanti, me per prima. Penso alle amiche lontane, a cui non riesco a stare vicina in nessun modo. Penso a tutti quelli, anche strettamente legati a me, a cui non mi viene neanche in mente di stare vicino. Sarebbe bello riuscire a trasformare il dolore in energia, che ci faccia camminare e, perché no, anche far qualcosa per gli altri. Alcuni ci riescono.

Il dilemma del fundraising


Non sono mai stata granché brava a chiedere soldi, neanche quando mi sono dovuti. Al memento i miei crediti non riscossi superano di gran lunga le mie entrate mensili. Negli anni mi sono resa conto che, oltre al mio fallimentare senso degli affari (al punto che è quasi un’eresia accostare a me questo concetto), ho proprio un problema specifico: vengo da un ambiente “culturale”in cui di soldi non si parla, non sta bene, non fa fino. Il concetto è ben esemplificato da un triste aneddoto accademico. Lavoravo già al Centro Astalli quando mi è stata offerta una docenza a un master che comportava un impegno di tempo tale che avrei dovuto come minimo chiedere un part-time, se non lasciare proprio il lavoro (cosa che chi mi proponeva la cosa dava per scontata, peraltro). Facendo una violenza a me stessa e al tenore della conversazione ho chiesto quanto mi avrebbero pagato. 1000 euro lordi annui. Sì, avete capito bene. A quel punto ho spiegato con tutta la cortesia che ero lusingata, ma che proprio non si poteva fare. Il proponente ha detto di capire, ma poi mi ha raccomandato più volte di non dire a nessuno che rifiutavo per i soldi. Meglio inventarsi altre nebulose e più accademiche motivazioni (tipo: “temo di fare uno sgarbo a…”). Quando ho realizzato che all’estero anche i ricercatori delle mie materie si ponevano in modo del tutto diverso (ad esempio chiedendo, al colloquio per l’assegnazione di una borsa di studio, quali fossero gli eventuali benefit aggiuntivi all’importo, considerato evidentemente dal candidato olandese piuttosto micragnoso) è stata una rivelazione vera.

Perché vi racconto tutto ciò? Solo per dire che ogni volta che al Centro Astalli emerge il tema del fundraising sento un brivido corrermi lungo la schiena. E non sono la sola, nel mio ufficio. Ci pare brutto. Visualizziamo subito le invasive campagne con uso sfacciato di occhioni di bimbi africani, che sono lontane mille miglia dalla nostra sensibilità e della nostra identità. Come ho già detto, abbiamo costatato che il rifugiato presente in Italia è difficile da “vendere”. Sostenere a distanza è di gran lunga più rassicurante. Ma è anche vero che il nostro stile di fundraising è timido fino all’inesistente: sul nostro sito il “sostienici” è inguattato in basso a destra, quasi invisibile. Mandiamo bollettini per le donazioni in allegato al nostro bollettino non più di una volta l’anno. Agli eventi che organizziamo non chiediamo mai alcun genere di offerte. I progetti che facciamo nelle scuole sono del tutto gratuiti. Quando abbiamo pubblicato il libro “La notte della fuga” abbiamo quasi litigato con l’editore per abbassare il prezzo di copertina e, non contenti, acquistiamo noi molte copie per poterlo rivendere a un prezzo inferiore (e non percependo quindi neanche i diritti d’autore).

Una collega un po’ pragmatica ci ha fatto notare che probabilmente la convinzione generale è che il Centro Astalli sia ricco, che non abbia alcun bisogno di offerte. Questi gesuiti, si sa. Il che, evidentemente, non ha nulla a che vedere con la realtà. Ogni mese arranchiamo e se avessimo più soldi potremmo aiutare molte più persone nelle loro spese vive (affitti, occhiali, tutori, medicine, corsi, eccetera).

E’ per questa ottima ragione che, ancora una volta, abbiamo stabilito di riconsiderare la nostra politica di fundraising. La settimana prossima faremo una riunione per formulare idee, proposte, colpi di genio. Il fronte degli innovatori dovrà essere assai convincente, perché le scetticismo è molto. Io, con il bipolarismo che mi contraddistingue, saltello con disinvoltura tra le due posizioni. Diciamo che ho maturato uno scettico entusiasmo. Volete partecipare al nostro brainstorming dandomi qui qualche dritta?

Welcome (come dicono a Parigi)


Jean-Marie mi è piaciuto fin dal primo incontro, svariati anni fa. Gesuita, francese, biblista, perennemente con un pericoloso scintillio negli occhi azzurri. Refrattario a ogni forma di obbedienza burocratica o intellettuale. E allo stesso tempo completamente e convintamente dedito al servizio, con una certezza cristallina e una fede incrollabile nell’impossibile. Il progetto Welcome era una di queste idee irragionevoli, poco realistiche, potenzialmente buone ma sai com’è, tra il dire e il fare… Jean-Marie lasciava dire. Ma sapeva che ci sarebbe riuscito e infatti così è stato.

A Parigi i richiedenti asilo trascorrono molto tempo per strada, in attesa che venga loro assegnato un posto nel sistema di accoglienza. Minimo quattro-cinque settimane, a volte di più. Centinaia di giovani afghani dormono in tende per le strade della città, a volte persino lungo gli argini della Senna di fonte a Notre Dame. La Francia pullula di grandi ONG specializzate in materia di asilo e migrazioni, con reti di advocacy potenti e presenza capillare un po’ ovunque. Dei giganti del nostro lavoro. Ma Jean-Marie, con il suo stile da Asterix, insisteva: finché c’è tutta questa sofferenza lo spazio per l’azione c’è, dobbiamo solo trovare il nostro. Per tutti questi giganti i rifugiati, alla fine, sono solo un caso, un numero di fascicolo, una pratica da sbrigare. Per noi può essere diverso. E per “noi”, allora, intendeva essenzialmente lui stesso e una giovane signora italiana, convinta quanto lui (e grazie a lui). Isabella in seguito mi raccontava tra lo sgomento e l’ammirazione retrospettiva alcuni colloqui con finanziatori, amministratori e simili, a cui lei si presentava sudando freddo, con decine di slides e pile di documentazione. Jean-Marie entrava, si sedeva, guardava l’interlocutore negli occhi e partiva con un linguaggio del tutto inaspettato. Niente budget, niente strategie, niente partenariati e programmazioni: solo ospitalità, diritti umani, eventualmente tirando in ballo direttamente lo Spirito Santo. “La prima volta sono uscita dal colloquio sconfortata e anche un po’ arrabbiata”, mi diceva. “Ero certa che nessuno ci avrebbe preso sul serio, se parlava con quel tono da profeta”. E invece.

Oggi Welcome è una rete di ospitalità incredibilmente efficace, che opera in tutta la Francia. Funziona così: alcune famiglie (ormai parecchie) danno la propria disponibilità ad ospitare in casa un richiedente asilo per un periodo di 5 settimane. Il JRS Francia si occupa di selezionare gli ospiti che sono segnalati da ONG su tutta la Francia, di offrire tutte le opportune informazioni e supporto alle famiglie e di fornire a ciascun ospite un tutor che lo segua costantemente in tutte le sue necessità, dalla procedura d’asilo, all’insegnamento della lingua, alla ricerca di soluzioni successive. Alle famiglie viene chiesto solo di accogliere, gratuitamente. E’ un’esperienza che si può fare una o più volte l’anno, o al limite una sola volta nella vita. Ma che ha un valore immenso. Il primo, pratico: toglie dalla strada persone già sfinite dalla fuga dai loro Paesi, consentendo loro di riposare il corpo e lo spirito e, ancor più importante, di sentirsi accolti singolarmente, in forma non anonima. Più di 100 richiedenti asilo, persone molto giovani e in situazioni di grande vulnerabilità, ne hanno usufruito. Ma non è tutto qui. Una sera, durante la riunione annuale del JRS a Parigi, Jean-Marie ha invitato a cena le famiglie e i ragazzi che in questi anni hanno partecipato al progetto. Parlando con loro capisci la portata davvero rivoluzionaria di questa idea semplice.

Mondi che non avrebbero motivo neanche di sfiorarsi per caso che si trovano a camminare insieme un tratto di strada: famiglie borghesi nel senso più pieno del termine e giovani afghani, ceceni, ivoriani. Intellettuali, casalinghe, persone impegnate nella fede e in politica e dedite ai più vari hobby e giovani in fuga, abituati a tentare il tutto e per tutto pur di sopravvivere. Suvvia, non può funzionare. E invece sì. Funziona. Con l’attenta regia del JRS France, che lavora per prevenire difficoltà e “tentazioni” (la regola è chiara: niente soldi, niente regali, niente beneficenza di alcun tipo per gli ospiti, niente proroghe; a tutti gli aspetti pratici pensa il tutor e l’organizzazione), il progetto fiorisce intorno al suo punto centrale: l’ospitalità, nel senso più alto del termine. E i legami continuano, si intrecciano, si estendono di conoscente in conoscente, di condominio in condominio.

I risultati sono stupefacenti e oggi, a pochi anni dall’avvio, tutta la Francia pullula di reti di famiglie e di coordinamenti locali. Jean-Marie si avvia a concludere il suo incarico di direttore del JRS France. Nel salutarlo, domenica, a Parigi non ho potuto fare a meno di dirgli: “E’ straordinario. Ti rendi conto che questo è un miracolo?” “Mica li faccio io, i miracoli”, ha ribattuto brusco lui. Certo, i miracoli sono competenza esclusiva di Qualcun altro. Però si può facilitarli o ostacolarli. “Facilitatore. Sì, questo ruolo mi piace!”, mi ha concesso infine. E ha riso di cuore, come sempre.

Ma, tornando a noi. Con il mio collega italiano ci chiedevamo se questo modello sarebbe esportabile nelle nostre città. Io, ovviamente, dicevo: magari! Mi si obiettava però che il concetto italiano di ospitalità è troppo vincolante, sia per chi ospita che per chi è ospitato. Che gli italiani sono meno avvezzi a dare le chiavi di casa e a dire all’eventuale ospite: “Noi stasera siamo fuori, per la cena arrangiati”. Che le italiane medie sono pericolosamente mamme di tutti e che dunque si dovrebbe vigilare continuamente sulla correttezza dei rapporti. Eccetera. Io però credo che: a) mica siamo tutti uguali! b) non sarebbe l’ora che ci educassimo un po’ a un’ospitalità più sana, che lascia anche molte meno scuse per sottrarsi sempre? Voi che ne pensate?

Jean-Marie

La bauxite, l’ora di religione e i confini della mente


“Ma secondo lei”, mi fa un giovane californiano del gruppetto di universitari a cui ieri parlavo di rifugiati a Roma “questa storia dei confini degli Stati sempre più impenetrabili è in qualche modo collegata alle nostre mentalità sempre più ristrette e impaurite della diversità?”. Oddio, magari non l’ha detto proprio con queste parole, ma l’idea era quella. Ecco, in quel momento ho pensato che tutta la mia lezioncina, gli aneddoti scelti ormai anche con un po’ con mestiere, compreso il ricordo sempre vivo di quando da adolescenti ci parlavano dell’Europa senza frontiere (interne) e nessuno ci raccontava che razza di blindatura invece stavano mettendo in piedi su quelle esterne, qualche effetto lo aveva sortito. Io ieri proprio quello volevo dire. Che ci farà il californiano nella sua vita non lo so, ma io su questo argomento ci rimuginavo anche per tutto il can can nato dalle dichiarazioni del ministro Profumo sulla riforma dei programmi scolastici e, in particolare, dell’ora di religione.

In Italia, si sa, “ora di religione” è una di quelle cose che non si può nominare senza suscitare immediatamente una fastidiosissima ondata di polemiche (avete presente quel film in cui il protagonista ha una specie di crisi di nervi tutte le volte che sente pronunciare “donna delle pulizie”? Ecco una roba del genere). Allora mi tolgo il pensiero e dico subito le cose ovvie: quell’ora dovrebbe essere pienamente parte del programma scolastico, non facoltativa, insegnata da insegnanti reclutati con lo stesso identico sistema di tutti gli altri e senza patenti e imprimatur di autorità religiose, quali che siano. Ma cosa si dovrebbe insegnare in questa materia? Qui casca l’asino. Solitamente il fronte laici/liberi pensatori/persone evolute-moderne-civili qui risponde “storia delle religioni”. Così, di default, avrei forse risposto così anche io. Ma in questi giorni mi rendo conto che è una risposta che a sua volta non sta in piedi. Storia delle religioni? E cioè, di preciso? Il pensiero corre al mondo accademico e all’omonimo dipartimento. Siamo sicuri che è questo che serve, nelle scuole? Una disciplina che vive ancora oggi in perenne crisi di identità, persino nel chiuso ambiente della ricerca universitaria, notoriamente poco incline a considerare la propria utilità educativa? Nei migliori dei casi a me noti (e parlo per aver vissuto ancora in qualche modo il riflesso della famosa scuola romana di gloriosa e meritata fama) la storia delle religioni è un’affascinante scienza storica, tesa a sviscerare attraverso articolate ipotesi (e spesso impantanandosi in esse) uno o più aspetti della tradizione culturale delle società, specialmente antiche. Comparativisti versus fenomenologi, con le tribù esquimesi sempre dietro l’angolo perché utilissime per essere usate come raffronto (sufficientemente ignoto ai più) per suffragare qualunque teoria. Non fraintendetemi, io amo la storia delle religioni. Sono persino convinta che entro certi limiti possa essere una cosa seria. Ma onestamente non mi pare ci interessi per dare contenuti sensati a una materia scolastica.

Ma no, mi direte voi: noi con storia delle religioni intendiamo la conoscenza delle varie religioni del mondo. Ah. Ma siete sicuri? A parte che spesso, in un certo qual modo qualcosa del genere durante l’ora di religione si finisce per farlo, è questo che ci serve? Studiare presentazioni pseudo oggettive del buddhismo, dell’induismo, dell’ebraismo e dell’islam? E a che pro? Qui si insinuano le voci a favore dell’ora di religione così com’è (considero solo quelle in potenziale buona fede): ma come si fa apprezzare l’arte, la letteratura la tradizione di un Paese largamente cattolico se i nostri ragazzi non sanno nulla manco di cristianesimo? Posso testimoniare per esperienza diretta che, in effetti, un mio compagno del liceo, quando gli fu chiesto dalla professoressa di storia dell’arte di descrivere il Battesimo di Cristo di Piero della Francesca si soffermò con grande afflato a precisare quanto fosse centrale nella composizione “il grosso gabbiano” sopra la testa del soggetto principale. E non era un caso isolato. Tuttavia, pur riconoscendo a questo argomento una punta di verità, non sono disposta a sostenere che l’ora di religione così com’è serva a qualcosa, tanto meno a capire meglio la Divina Commedia o i cicli pittorici dell’arte antica. Salvo lodevoli eccezioni determinate da sforzo individuale e autogestito di insegnanti particolari, durante l’ora di religione ci si dà alle varie ed eventuali, combattuti tra la necessità di astenersi dal catechismo e l’incertezza sostanziale di cosa insegnare di preciso. Io solitamente vedevo film, per dire. Oppure parlavo di educazione sessuale (avevo una giovane insegnante di religione molto aperta e entusiasta, ma un po’ ondivaga e molto poco presa sul serio da noi studenti).

Credo che, per una volta, la chiave stia nelle parole del ministro. Il discorso in effetti si riferiva in modo ampio alla riforma di programmi scolastici che ormai non sono più adeguati alla società plurale, multiculturale, multietnica in cui vivono i nostri figli. E non si tratta della stantia spruzzatina di intercultura facilona che ogni tanto riaffiora qua e là tra le proposte didattiche di questo o quel territorio. E’ proprio questione di affrontare responsabilmente un’urgenza culturale. Se leggete questo articolo, davvero notevole, di Ilvo Diamanti capirete meglio cosa intendo.

Per formulare proposte su come riformare l’ora di religione, il discorso deve partire dall’ora di geografia. Anche qui i miei ricordi scolastici sono emblematici. A parte confuse memorie appiccicaticce di nomi di catene montuose della Germania, la geografia per me si collega mentalmente alla bauxite. Compariva tra le risorse minerarie di molti paesi (addirittura a un certo punto mi pareva che non ci fosse luogo al mondo privo di un giacimento di bauxite) e, a tutt’oggi, non so come sia fatta. A cosa serva. Ora sarebbe facile, cercherei su Google. Ma quello che più mi sorprende, oggi, è che in tanti anni non me lo sono mai chiesto. Il che la dice lunga su quanto mi abbia dato la materia in termini di stimoli intellettuali. Ed ecco che il ministro Profumo nota un’ovvietà: oggi gli studenti la geografia potrebbero impararla, molto più efficacemente, dal compagno di banco. Certo, detta così è un po’ troppo facile. Ma certamente oggi l’esigenza più evidente è quella di orientarsi meglio tra luoghi, relazioni economiche e politiche, lingue. Avere le coordinate per spiccare il volo in un mondo di opportunità. Ma, prima ancora, di condividere, di incontrarsi con gli altri con la consapevolezza di dove si è, e possibilmente di chi siamo e chi stiamo diventando (o, ancor più interessante, chi potremmo diventare). Cogliere le possibilità infinite del tessere relazioni, imparare a farlo con gli strumenti più utili.

E qui veniamo all’ora di religione. Facciamo per un attimo finta di essere un Paese normale? Ci scordiamo per un momento di vescovi, concordati e radici cristiane dell’Europa (almeno nell’accezione restrittiva del termine)? Io credo che l’ora di religione potrebbe utilmente essere trasformata in qualcosa che, chissà perché, mi viene da definire in inglese: (Multi)Cultural Awareness. In soldoni? Dare agli studenti le conoscenze indispensabili per rapportarsi in modo costruttivo con la diversità. Alla base ovviamente dovrebbero esserci elementi di decostruzione del pregiudizio e di gestione del conflitto. Ma poi ci vanno, a complemento, anche molte nozioni pertinenti. Il capitolo sull’identità religiosa potrebbe essere lungo, ad esempio. Ma non importerebbe tanto fare la storia dell’espansione dell’islam o della diffusione del buddhismo in Cina. Piuttosto mi piacerebbe si affrontassero le questioni che più facilmente possono portare a fraintendimenti e incomprensioni, grandi e piccole (salta agli occhi la questione delle rappresentazioni sacre, ma anche le norme alimentari, su cui ho un gustoso aneddoto che racconterò come bonus a chi ha il coraggio di arrivare fino in fondo al post). I temi che ancora devono essere oggetto di riflessione, anche normativa, perché non del tutto metabolizzati dalla società.

Ma ovviamente la religione è solo un aspetto di questa materia di supporto per la gestione della pluralità. In questa ora troverebbero ottimamente spazio approfondimenti a prevenzione di tutte le più comuni forme di discriminazione: un lavoro sulle questioni di genere, a partire dallo smontare criticamente gli stereotipi sulle donne; un approfondimento sulle identità sessuali e su tutte le questioni connesse alle libertà fondamentali; un percorso documentato sull’antiziganismo in Europa (così magari la piantiamo di essere convinti tutti che le zingare rubano i bambini)…. Vi pare che ci sia abbastanza carne al fuoco? Direi di sì. La bella domanda, evidentemente, è dove pescare insegnanti di una materia che non c’è (oltre che come fare eventualmente inghiottire Oltretevere il rospo multi-identitario). Non vi preoccupate troppo. Ora potete riaprire gli occhi. Siete in Italia, ricordate? Il problema (ahimè) probabilmente non si porrà mai.

P.S. Ah, l’aneddoto esemplificativo che vi avevo promesso, ma che se lo infilavo prima mi faceva perdere il filo dell’argomentazione. Dunque, mi trovavo a fare una lezione sull’ebraismo a una classe di un istituto superiore di un paese dei Castelli Romani. Si parlava di norme alimentari e, in particolare, del divieto di mischiare in un pasto derivati da carne con derivati da latte, da cui consegue la divisione piuttosto frequente nei piccoli ristoranti e locali tra quelli che servono cibi a base di carne e quelli (solitamente bar e pasticcerie) che servono latticini. Qui una ragazza ha un’illuminazione: “Ah, ma allora era per questo!”. E mi racconta che alcune settimane prima lei e la sua famiglia erano capitati a mangiare in un ristorante kasher (“molto buono, tra l’altro!”), ma che a un certo punto il fratello piccolo aveva iniziato un capriccio per avere un gelato. Appurato che nel locale non se ne vendevano, il padre si era alzato e aveva comprato un cono alla vicina gelateria. A quel punto però i proprietari del locale li avevano pregati con garbo di non sedersi nuovamente a tavola con il gelato, ma di consumarlo su una panchina di fronte. La richiesta, motivata da banali regole tecniche (a partire dal necessario rispetto dell’osservanza degli altri clienti, a garanzia della quale il rabbinato certifica peraltro l’idoneità o meno dei locali), era apparsa alla famiglia digiuna di ebraismo assolutamente incomprensibile e persino sgradevole. “Abbiamo pensato che fosse per ripicca per il fatto che non lo avevamo comprato da loro. E dire che avevamo mangiato in cinque, quindi ci pareva proprio una meschinità”. Da qui all’ebreo avaro (con naso adunco) voi capite che il passo è breve. Eppure basterebbe fornire un po’ di banali informazioni quantomeno per decifrarsi gli uni con gli altri (il che, ovviamente, lascia chiunque libero di pensare che le norme alimentari e le religioni in genere siano enormi fesserie: ma almeno sgombra il campo da infondate ipotesi interpretative, che hanno peraltro la ben attestata tendenza a estendersi a macchia d’olio a popolazioni intere).