Incerte rivoluzioni


Ieri, come molti sul web, assistevo sbalordita alle manifestazioni di Madrid. Su Twitter le battute si sprecavano: “siamo i più forti a retwittare le proteste degli altri”; “verrà qualcuno a scalzarci dai nostri divani?”. Io, frastornata e perplessa, retwittavo. Come volevasi dimostrare.

Frattanto, su Facebook, mia sorella mi chattava la sua solita domanda: “Ma possibile che non ci sia proprio nulla di decente in giro in cui poter partecipare politicamente, muoversi insieme a altri per cambiare qualcosa?”. Passati in rassegna alcuni improbabili nuovi contenitori di idee – o come caspita li definiscono – ci siamo ritrovate con un ben magro bottino. Un nuovo giornale, Pubblico, da seguire con un qualche interesse (“Ma Luca Telese era alunno di mamma?” No, almeno lui no. Però era monteverdino, da bambino, e frequentava casa di miei amici di infanzia. Che ai miei occhi questo pedigree da monteverdino e le remote pascolanze comuni a Villa Sciarra con la babysitter Maristella – se non erro – non sono necessariamente un punto a favore. Ma non divaghiamo, prego). E poi? Poi niente, nulla di nulla, nisba, zero.

Stamattina un’amica esprimeva perplessità, sempre su Twitter, rispetto all’entusiasmo captato in rete per i fatti di Madrid. Cito la cara Silvia Mobili: “Non capisco chi evidenzia con foga le proteste in Spagna. Dobbiamo picchiarci e sfasciare i negozi anche noi? Questa la strada anti-crisi?”. No, rispondevo io, ma questa nostra immobilità indifferente è tutt’altro che non violenta. Non reagire significa sostanzialmente fare violenza a chi è più debole di noi e più pesantemente subisce. Silvia obiettava a questo punto che bisogna costruire il cambiamento da noi, dalle piccole cose di tutti i giorni. Concordo, ci mancherebbe. Ma basta che le piccole cose di tutti i giorni non sano esclusivamente i fattarelli nostri. Mi sembra che sia il “noi”, il senso di comunità che si stia perdendo. Vedendo dall’esterno – ma dall’esterno notoriamente è difficile farsi un’idea realistica – le manifestazioni di Madrid a noi appaiono sorprendenti perché sembrano animate da un senso di comunanza che qui è merce rara. Avevo già parlato, in altra circostanza, delle manifestazioni di qui che ormai paiono eventi, happening, con musica sparata e giocolerie varie. Belle, artistiche (entro certi limiti), ma del tutto depotenziate rispetto ai contenuti e al senso ultimo. Però magari parlo di cose non paragonabili.

Si ritorna sempre lì: indignati individualmente direi che siamo tutti, per un motivo o per l’altro. Ma è pensabile in Italia, oggi, essere indignati collettivamente, possibilmente in modo costruttivo? Sono profondamente toccata da questo dubbio, perché mai come ora noto con allarme che sulle mie convinzioni, i miei entusiasmi più sinceri sembra depositarsi una sorta di opacità, di polvere. Stanchezza, disillusione, cinismo. E se mollo sulle due tre cose in cui credo davvero, con quale energia posso andare avanti? Perché non credo di essere pronta a lasciarmi vivere (e, anche fosse, a Meryem che racconterei?).

La rete può essere una risposta? Il modello del pigrattivista qui descritto mi convince fino a un certo punto. Però credo molto nella forza catalizzatrice del web, nella sua capacità di moltiplicare esponenzialmente quei casi della vita che ti fanno incontrare la persona giusta, l’alleato giusto, l’occasione a cui non pensavi neanche.

Alla fine la cosa che più serve, in questo momento, è la creatività. E non intendo, ovviamente, una qualche forma di estro artistico autoreferenziale (oggi, alla Social Media Week di Torino l’assessore all’innovazione del Comune di Milano ha associato per ben due volte in un intervento di pochi minuti il concetto di politica con quello di autoreferenzialità – mi è parso emblematico). Si tratta proprio di capacità di pensare al di fuori degli schemi tradizionali, che ricordano  degli stampi consunti (matrici stanche? ricordo vagamente qualche articolo di argomento archeologico…) che producono oggetti apparentemente nuovi ma già inservibili.

E, con questo concludo, veniamo al blog, ai blog, che per me sono stati e sono ancora luogo privilegiato di argomentazione e scambio di idee. Il fatto che i blog possano essere molto altro (fornitura di servizi, strumento di marketing, vetrina professionale, aggregatori di community e chi più ne ha più ne metta) non dovrebbe indurre noi blogger cani sciolti a rinunciare a una straordinaria possibilità di condivisione (sì, Anna, dico a te). Persino nei più piccoli progetti aziendali, ormai da soli non si va da nessuna parte. Figuriamoci per fare le rivoluzioni.

L’acqua in pillole


Ricordo un po’ confusamente un cartone animato dei tempi miei (avevo scritto antichi, per la cronaca), ambientato alla corte di Re Artù. In uno degli episodi Merlino arrivava trionfante dal sovrano, esclamando: “Sire, ho fatto una scoperta straordinaria! La nostra salvezza in caso di assedio! L’acqua in pillole”. “Interessante, Merlino” rispondeva il re. “E come funziona?” “Basta sciogliere una pillola in mezzo bicchiere d’acqua!”.

Quando, già un paio di anni fa, ho iniziato a leggere nei bandi del Fondo Europeo per i Rifugiati che si sarebbero finanziati studi di fattibilità e poi anche interventi diretti di supporto alla creazione di impresa da parte di titolari di protezione internazionale, eventualmente appartenenti alle cosiddette categorie vulnerabili (vittime di violenza estrema e di tortura, nuclei monoparentali, donne in stato di gravidanza, anziani, disabili), mi è tornata prepotentemente alla mente quella vignetta. Senza negare a priori che ci possano essere progetti altamente sperimentali con una buona percentuale di successo (non credo però a Roma, francamente), mi è parso di vedere dietro questa soluzione il tentativo di risolvere un problema limitandosi a spostarlo un po’ più in là. Chi ha difficoltà enormi ad inserirsi nel mercato del lavoro, specialmente in questa congiuntura economica, difficilmente sarà un brillante imprenditore. Non tutti gli stranieri, per il solo fatto di essere tali, sono geneticamente predisposti a gestire qualche lucroso import-export. I migranti forzati, poi, non possono contare di solito neanche su una solida comunità di riferimento. Hanno un bel dire, i sociologi, che nella storia lo straniero è mercante e il mercante straniero (si legge anche questo, nelle ricerche di riferimento). Mica parliamo dei fenici dei sussidiari. Altre sono le persone e soprattutto ben altro è il contesto economico. Per cui quando ti arriva una volenterosa signora ivoriana convinta di aprire un ristorante a Roma perché le piace cucinare (e alla domanda “che fornitori useresti?” risponde “andrei a fare la spesa a Piazza Vittorio”) hai il forte sospetto che non sia assolutamente il caso di incoraggiarla.

Un pensiero analogo mi veniva oggi mentre seguivo con la coda dell’occhio – in streaming – la Social Media Week di Torino, panel “SocialMom, Mamme in rete”. Durante il dibattito finale è serpeggiata la domanda fin troppo consueta che viene rivolta alle mamme blogger di chiara fama: “Quand’è che [bloggare] diventa redditizio?”. In filigrana si coglie un intero esercito di donne che con la maternità ha lasciato o perso il lavoro e che dunque vede nel web la possibilità di inventarsi un lavoro più conciliabile con la propria dimensione. Tutto è possibile, ma ho sempre pensato (e sono in questo confortata da un’autorità come Barbara Damiano) che mettersi in proprio non è affatto un ripiego comodo a un lavoro impiegatizio scomodo. Può essere certamente una via alternativa, ma solo per chi – passatemi la definizione un po’ approssimativa – ha la possibilità di scegliere. Poi chiaramente tra la blogger per mero diletto e l’imprenditrice del web ci sono le mille sfumature del lavoro free-lance, che può utilmente servirsi del blog come vetrina. Questa variante può essere in effetti una risposta all’assenza di reale conciliazione nel nostro Paese (non è una forma di conciliazione in sé, però). A una condizione: non avere un disperato bisogno di guadagnare. Quindi, a quanto ho potuto vedere, reinventarsi professionalmente attraverso il mommyblogging è possibile, ma non è un ammortizzatore sociale, un sostegno al reddito delle fasce più deboli. Può aiutare qualche professionista rimasta al palo a sperimentare vie nuove. Però non è la via della redenzione per tutte le donne che non trovano un lavoro o non hanno la possibilità di mantenerlo.

Insomma, guadagnare attraverso il blog per una mamma è come una pillola di acqua in pillole, da sciogliere in mezzo bicchiere d’acqua. Mandata giù così rischia di strozzare il volenteroso ingoiatore (o, più facilmente, la volenterosa ingoiatrice).

Ovviamente poi bloggare è altro e offre moltissimo. Potenzialità di sperimentare, di catalizzare idee, di esprimersi, di socializzare. Io adoro il mio blog e non credo potrei più rinunciarci. Però difficilmente rimpinguerà il mio conto in banca – e non mi sono mai aspettata che lo facesse.

 

Non sta a me


Non è che avessi proprio un piano preciso, lo confesso. Si sarà pure notato, presumo. Però dopo la giornata di oggi, la gita sociale “Roma dei rifugiati”, sono ancora più convinta che vale proprio la pena di farle, queste cose poco pensate e tanto sentite. Mentre uscivamo dal mio catacombale ufficio, eccezionalmente trasformato in luogo dove ricevere delle amiche, mi sono chiesta: “Era troppo?”. Questo davvero non sta a me giudicarlo. Per la mia golosità era pure poco, anche se era davvero il massimo consentito da una tempistica che evitasse il trattamento inumano dei partecipanti e, in qualche caso, l’abbandono di uno o più minori.

La gratitudine a chi è venuto l’ho espressa ieri. La ribadisco tutta. Ci aggiungo quella a Guglielmo, di Prime, che ci ha accolto senza batter ciglio e mi ha preso sul serio, sulla fiducia, in una roba che non sapevo neanche ben spiegare cosa dovesse o potesse essere. E nonostante questo, è stata proprio come la volevo. Sono emersi tanti spunti di riflessione anche per me, che non sono nuova all’argomento. In particolare due temi su cui devo continuare a riflettere seriamente: quello della comunicazione sul tema dei rifugiati e quello del fundraising (sì, no, come, quando).

Se e quando le partecipanti si riprenderanno dalla botta, mi piacerebbe sentire anche da loro (in pubblico o in privato, a loro discrezione) cosa ne pensano e come mi consigliano di proseguire questo percorso un po’ alla cieca, che vorrebbe essere (un po’ troppo pomposamente) un’operazione culturale. Più realisticamente può diventare un’operazione di condivisione di esperienze, di idee e di pensieri.

Il pranzo mi ha richiamato prepotentemente alla mente i coffee break autoprodotti dei convegni degli allora giovani Orientalisti. Quando credevamo seriamente di cambiare la società a colpi di storia antica. Non a caso è stata una delle partecipanti del convegno di dicembre 2001 a darci lo spunto per organizzare il pic nic  (ci sei mancata tantissimo, Betti!). Forse questo oggi lo posso dire – e non sapete quanto mi conforta: non è mai tardi per avere un ideale. E se ne parla meglio a stomaco pieno, ridendoci un po’ su, incoraggiandosi con il calore di amicizie che, a dispetto della casualità con cui nascono e si intrecciano, sono davvero di sostanza.

Ultimo ringraziamento doveroso ad Alessandra. Specialmente alle non romane tenevo proprio a regalare quei vicoli, quegli scorci. Poi però Alessandra ci sa mettere sopra tanto di più (gelaterie sfiziose incluse!). Certo, non era lì solo per la sua competenza. Oggi me la rivedevo davanti in una classe piena di curdi, in una scuola del Flaminio. E ritorno al punto di partenza: quanto è bello riuscire ad alzare la testa e vedere che non si è così soli come nei giorni grigi ti pare di essere.

P.S. Iniziano a reagire! Ecco qui i racconti di Isabella, Chiara e Anna.

Un lusso


Come lo dice bene, Barbara: anche l’indicibile fatica del quotidiano merita di essere raccontata. Io, a differenza di lei, la racconto pure troppo. Sono abbastanza lamentosa, trovo. Certo che “i momenti più neri, più bui, quelli che cambiano per sempre una vita” alla fine non li racconto nemmeno io. Qualcuno ce l’ho nelle bozze, ma scelgo sempre di non postarlo. Ma non divaghiamo.

Poi oggi ho letto un altro post, questo. C’entra molto con il regalo, il lusso, che ho deciso di concedermi domani. Contro l’indicibile fatica del quotidiano, contro la routine che a volte mi fa dimenticare che, di fondo, credo nel mio lavoro e lo amo, domani mi sono presa una giornata per raccontare a un gruppo di amiche cosa significa per me (e per altri, qui a Roma) l’impegno per i rifugiati. A prescindere da come andrà (vi racconterò anche questo, poi), volevo intanto dirvi che sono tanto felice che abbiano accettato il mio invito. Ho rimuginato per molti mesi sull’opportunità di farlo, un invito così. Ci penso dal Momcamp 2011 di Milano, quando per la prima volta avevo provato a raccontare perché mi pare importante, anche per un genitore, prendere confidenza con esperienze di impegno sociale, chiamiamole così. Pensa che ti pensa, pondera che ti pondera, a un certo punto mi sono decisa e, non senza una certa sorpresa, ho trovato un certo numero di persone disposte a regalare un sabato (merce rara e preziosa per chi lavora!) a me e alla mia idea.

Potrei scrivere molto altro, che mi riporterebbe alla gratitudine che provo per queste relazioni in rete, che sono tutto meno che virtuali e che prendono vie e intrecci inaspettati e mi fanno respirare anche quando mi  pare che manchi l’aria. Certe volte mi rammarico del fatto che la mia vita sia così riluttante rispetto all’incanalarsi su un binario tranquillo, prevedibile, sicuro. Ma per giustizia devo dire che mi dà anche tanto, questa mia vita strampalata. Ad esempio l’opportunità di una giornata come quella di domani.

Ci credo?


Quest’estate ho dedicato alcune settimane a lavorare intensamente per produrre dei materiali didattici di approfondimento per questo progetto, un percorso per studenti delle scuole sulle diverse identità religiose presenti nel nostro Paese. Avevo poco tempo (e a dirla tutta qualche piccola incrinatura nella motivazione), ma vi dico senza falsa modestia che ho fatto un ottimo lavoro, secondo me (presto sarà on-line e giudicherete voi stessi).

Credo molto nell’importanza di questa azione di prima alfabetizzazione sulle religioni. Non per puro gusto accademico (anche se ovviamente il tema mi interessa anche intellettualmente, per dir così), ma perché nella mia esperienza ho provato che i fraintendimenti più grossolani, evitabili e, ahimé, spesso davvero capaci di compromettere un rapporto finiscono per dipendere da questioni legate magari non alla religione in senso stretto, ma all’identità religiosa sì. Mi rendo conto che affrontare un tema così, oggi, dopo quello che è successo in Libia e altrove, è più difficile che mai. Eppure credo che fatti del genere non siano solo, come pure viene giustamente rilevato, indice della barbarie del fanatismo (di tutti i fanatismi, si intende: anche di quello del cowboy bruciaCorani). Penso che questa storia, ancora piuttosto ingarbugliata e poco chiara nei suoi mandanti, ci insegni soprattutto che il senso di crescente estraneità tra le identità religiose nel mondo viene oggi sfruttato come arma di distruzione di massa. Quindi chi ha cuore la pace e la giustizia dovrebbe interrogarsi a fondo su cosa si possa fare per cambiare le carte in tavola.

Non sono di quelli della scuola irenica che sostiene che “in fondo crediamo tutti nelle stesse cose, chiamate con nomi diversi”. Balle. Cioè, a livello di meri valori magari ci sono più consonanze di quanto si creda (giustizia, solidarietà, fratellanza, etc etc). Ma ciò che si crede alla fin fine è parte relativamente piccola di ciò che entra in gioco quando ci si incontra (e ci si scontra). Ciò che alla fine conta è ciò che si fa, o si riterrebbe importante fare, ogni giorno e quanto questo potenzialmente urti la sensibilità non solo religiosa, ma più ampiamente valoriale di chi mi vive accanto. Secoli di convivenza avevano creato delicati equilibri di maggioranze e minoranze, di osservanze e di trasgressioni tacitamente sdoganate, di compromessi creativi che però possono essere spazzati via in trenta minuti netti da un predicatore smaliziato, da un fatto di cronaca sapientemente raccontato (o addirittura creato ad arte), da un improvviso variare di condizioni anche apparentemente estranee ai fatti in sé. Guardatevi E ora dove andiamo? e vedrete un’esemplificazione efficace di questo processo di sfaldamento di convivenze, purtroppo ormai quasi generalizzato.

In questa ultima parte di storia dell’Occidente che si fa bello, a proposito e a sproposito, della propria laicità, mi pare si assista – contrariamente a quel che spesso sento affermare – non a una relativizzazione dei valori, ma piuttosto alla loro assolutizzazione. Laici e credenti, o almeno una fetta importante dei due gruppi, sembrano accomunati da una analoga certezza di avere le risposte giuste (dalla ricetta della democrazia ai requisiti di una coppia accettabile). Alla luce di queste risposte, fioriscono processi, giudizi, etichettature di massa in buoni e cattivi. Le sfumature vanno di moda solo nei polpettoni editoriali, pare.

Che c’entra questo con le religioni? C’entra. E qui torniamo al progetto nelle scuole, che dopo vari anni quest’anno, almeno per certi aspetti, è ritornato in mano mia tipo boomerang e quindi, ancora una volta, mi toccherà cercare di spiegare perché lo ritengo importante e utile (finora non sono stata molto convincente, almeno con i colleghi). Non voglio che i ragazzi delle scuole assistano a una parata di prodotti diversi per scegliere il migliore. Neanche che capiscano o imparino qualcosa di un’altra o di altre religioni. Mi basterebbe che si tolgano dalla testa qualche certezza sulla religione altrui e diano una chance a chi quella religione la vive di presentarsi per ciò che è, senza essere a priori chiuso in un cassettino a chiusura ermetica. Gli equilibri sono arte delicata: ci vuole molto tempo e ingegno a costruirli e basta un pizzico di stupidità (o di malizia) a infrangerli. Eppure cos’è il vivere civile se non una ricerca attiva di equilibri tra le diversità che compongono le nostre società? Ma soprattutto: non trovate che cogliere la complessità possa essere entusiasmante? E’ il primo passo verso quella libertà di pensiero che predichiamo molto, ma pratichiamo sempre meno, abbrancati alle sicurezze dei nostri schemini mentali. Speriamo che le generazioni che vengono dopo di noi siano un po’ più spericolate. La libertà reale di pensiero (e non la libertà di tifare per una parte o per l’altra con qualunque mezzo) è forse la prima forma di educazione civica. (Bum. Forse questo è troppo. Ok, cancellate mentalmente l’ultima frase, se vi pare pretenziosa).

Ci credo, dunque, nonostante tutte le delusioni del passato e del futuro? Ci credo. E quindi tra le tante cause perse a cui sono votata continuo a sposare anche questa, a cui non riesco neppure a dare un nome.

Aggiornamento: adesso sono on-line. Li trovate qui.

Primo giorno di scuola: un pensiero, un segno


Oggi è il primo giorno di scuola per molti bambini. Leggo sui blog e sui social network l’emozione di molte mamme che accompagnano per la prima volta i propri figli, cartella in spalla, a un’esperienza che, nel bene e nel male, plasmerà una parte importante della loro vita (e della nostra). Ieri si è discusso di inserimenti, nei prossimi giorni si parlerà di tante altre questioni urgenti che ci si presentano ogni anno, a partire dalla sicurezza degli edifici scolastici.

Oggi però, mentre iniziavo il mio lavoro di ogni giorno, mi ha colpito una frase, che voglio condividere con voi. “A Homs, in Siria, alcuni bambini non frequentano la scuola da più di un anno”. Magari in una tragedia di quelle dimensioni, di cui mi fa piacere si cominci a parlare di più anche sul web, questa normalmente non sembra la cosa più grave. Lo stesso articolo che stavo traducendo parlava di bombe, di decina di migliaia di famiglie senza casa né cibo, accampate alla meglio negli edifici scolastici e nei parchi pubblici, di persone isolate a causa dell’insicurezza delle strade e che non hanno alcuna possibilità di essere raggiunte dagli aiuti. Ma oggi questo particolare mi ha colpito fortemente. Chi ha vissuto, più o meno da vicino, l’esperienza di un trauma forte come il terremoto sa bene che i bambini, proprio in queste circostanze, non devono essere lasciati soli. Che ai danni materiali, incalcolabili e inarrestabili, si aggiungono le ferite invisibili, più profonde nei più piccoli.

Ma oggi mi veniva in mente anche un’altra cosa. Siamo sicuri che l’istruzione dei bambini non sia una priorità “in questo momento” (i “momenti”, quando si tratta di crisi di rifugiati e di conflitti, possono durare anni, decenni, o persino alcune generazioni)? Non posso fare a meno di pensare a quanta legittima preoccupazione riserviamo a ogni dettaglio dell’istruzione dei nostri figli, a quanta importanza attribuiamo anche a quelle che sono semplicemente opzioni (“passi la materna, ma con una scelta infelice delle elementari li roviniamo proprio”, è capitato anche a me di dire e di pensare). E se mia figlia da oggi a tempo indeterminato non potesse frequentare una scuola? Siamo sicuri che la cosa non mi strazierebbe quanto la preoccupazione di darle da mangiare ogni giorno? La scuola è il futuro. E’ quello che contribuirà a definire il suo percorso, anche e soprattutto quello che potrà fare indipendentemente da me. Io credo che proprio quando una madre e un padre non potrebbero scommettere sulla propria sopravvivenza immediata si preoccuperebbero che ai loro figli non venga negato il futuro.

Tutte questi pensieri mi venivano alla mente oggi, traducendo gli aggiornamenti sulle attività del JRS in Siria e in Giordania. In questi giorni sono molte le sollecitazioni che arrivano a contribuire alla causa dei siriani in fuga e ne sono felice. Serve davvero il contributo di tutti e ciascun ente, grande o piccolo che sia, può fare la differenza. Mi scuserete se io vi parlo di chi conosco personalmente. Lo faccio per solidarietà personale, ma anche perché tra i loro servizi di emergenza sono comprese attività didattiche e psicosociali per 800 bambini a Homs, per 67 bambini a Damasco e per tanti altri che vivono nelle scuole di Aleppo o si sono rifugiati con i loro genitori ad Amman.

Vi riporto qui sotto i costi delle principali attività svolte dal JRS in Siria. Per le informazioni su come contribuire concretamente vi rimando al sito del JRS, dove troverete anche notizie e aggiornamenti.

L’inverno si avvicina e il JRS si prepara a fornire il supporto necessario, specialmente vestiario e articoli per la casa, alle famiglie di sfollati. La temperatura media in Siria scende fino a 10°, con piogge e forti venti. Molte famiglie hanno perso tutto e hanno solo vestiti adatti ai mesi estivi. Vista la gravità della situazione, il JRS spera di attrezzare una seconda cucina da campo a Aleppo, con il vostro sostegno.

70 euro: 100 litri di olio per il riscaldamento (per l’inverno)
80 euro: kit base per una famiglia: un materasso, due lenzuola, un cuscino, due coperte invernali e due asciugamani
100 euro: una fornitura mensile di generi alimentari per una famiglia di cinque persone
120 euro: vestiti invernali per una famiglia (maglione, giacca, pantaloni, scarpe)
160 euro: affitto di un appartamento per un mese per una famiglia di sfollati
4.000 euro: supporto per un giorno per le famiglie ospitate nelle scuole di Aleppo
4.000 euro: costo di una fornitura di cibo giornaliera per 10mila persone
8.000 euro: costo dell’installazione della cucina da campo.

Vero, troppo vero


“Poi dicono che i blog non hanno niente a che fare con la vita vera”, scrive l’amica Mammamsterdam in un post memorabile sulle estati da expat a imbottigliare pomodori. Stamattina, sul bus sostitutivo che mi portava in ufficio, facevo più o meno lo stesso pensiero, lievemente parafrasato: “e poi dicono che il web ti aliena dalla vita vissuta”. A me la rete, specialmente negli ultimi tempi, sta dando delle grandi lezioni di vita vissuta, invece.

Attraverso i social network ho conosciuto o mi tengo in contatto con persone, molte delle quali sono madri, che convivono giorno dopo giorno con difficoltà più o meno grandi, di quelle che normalmente non si nominano, si sussurrano, non senza un certo imbarazzo colpevole: disabilità, malattie degenerative, malattie rare, sindrome di Down. Ebbene, queste donne non sussurrano. Parlano, scrivono, con lucidità e generosità, mi aiutano a capire e a scoprire cose che non conoscevo prima. Mi viene in mentre, fra tutte, Barbara, che ho avuto anche il piacere di incontrare di persona al Social Family Day. Ma anche una giovanissima mamma catanese, che mi ha spiegato con parole freschissime e limpide la sclerosi multipla.

Oggi ho ricevuto, inaspettatamente, da una amica una mail che ha in comune con i blog che vi menzionavo sopra la stessa lucida capacità di condividere e di informare. Raccontava senza retorica e senza enfasi il percorso complicato che la sua famiglia ha affrontato per arrivare, ieri, a una diagnosi definitiva per il suo bambino, che risulta affetto da Sindrome di Sanfilippo di tipo III.

Io non credo di poter immaginare come ci si senta e, sinceramente, credo che sia del tutto inutile provarci. Nella mail la mia amica chiedeva, con semplicità, di essere solo consapevoli del fatto che molti progressi potrebbero essere fatti nella ricerca e nella cura sperimentale, se non fosse che le malattie rare non sono sufficientemente interessanti perché uno stato investa in questo. Avevo già sentito parlare di questo tema da almeno due amiche, impegnate su questo fronte. Confesso che oggi, per la prima volta, ne ho percepita dritta nello stomaco tutta l’importanza.

La mia amica con la sua mail mi trasmette (e solo Dio sa come) speranza. E mi chiede un piccolo favore. Votare per il loro progetto su un sito di fundraising. E’ un sito spagnolo (in Spagna è stata fatta ieri la diagnosi) ed è semplicissimo. Basta cliccare qui, poi cliccare su SÚMATE: vi saranno chiesti nome, cognome (due cognomi, in realtà, visto che il sito è spagnolo: io ho ripetuto due volte il mio) e la mail. A quel punto potrete esprimere il vostro voto.

Vorreste fare questo piccolo gesto per loro, oggi? Certo, questa è una cosa piccola davanti a una strada lunghissima che scoraggerebbe chiunque. Ma lei oggi mi chiede questo e io l’ho fatto. Magari anche a voi va di farlo. Intanto ne abbiamo parlato, ed è già qualcosa.

A caldo


La prima impressione è una marea di gente, silenziosa, che si stringeva intorno al mio amico. Io, in un primo momento, non ho avuto il coraggio. Me ne sono stata lì, dall’altra parte del marciapiede, a guardarlo abbracciare e farsi abbracciare e, per la prima di molte volte, in questo pomeriggio, ho pensato: “Ma come fa”.

Durante la messa funebre mi sono detta che in momenti come questo, in cui la razionalità non serve a nulla, le religioni dimostrano tutta la loro funzione sociale. Ripetere tutti insieme parole che si sanno a memoria, che non c’è bisogno di formulare col pensiero. Ha un che di confortante ed è una fortuna per chi riesce a condividere questa grammatica. La fede, certo, magari è un’altra cosa. Mi dicevo tra me, sentendo i discorsi fatti oggi, che onestamente l’impalcatura teorica di queste credenze post-mortem cristiane lascia trapelare non poche contraddizioni. Mi immaginavo Meryem che mi chiede: ma insomma, dormono o risorgono?  stanno sedute a banchetto nella Gerusalemme Celeste, sono accolte nella “compagine dei defunti”(qualunque cosa ciò voglia dire) o riposano in pace? Diventano angeli ora, come pure è stato detto, o torneremo ad abbracciarci l’ultimo giorno? Se mai dovesse succedere, deposte le spiegazioni a sfondo filologico e storico religioso sulle stratificazioni culturali della cultura giudeocristiana, credo le risponderei onestamente: chi può dirlo. Non saremo noi a darci una spiegazione di queste cose, e non credo neanche che questa sia la mission delle religioni. Le religioni non spiegano, ma danno la spinta per riuscire a vivere senza capire. Sulla fiducia. Non è questa, alla fine, la fede?

Qualche parola con persone che non vedevo da anni, abbastanza per apprendere qualche altro particolare sulla vita di questa famiglia, ora tragicamente dimezzata. Come ha accennato anche il prete durante la predica, questa coppia aveva anche perso una terza figlia, giusto il giorno prima di quando sarebbe dovuta nascere. “Se c’è uno che può sopportare anche questa è lui”, mi ha sussurrato un altro conoscente. In qualche modo, potrebbe essere vero. Abbracciandolo ho incrociato di nuovo, dopo tanti anni, i suoi occhi chiari e, nonostante tutto, ci ho visto dentro una scintilla. Quel che è certo, pensavo allontanandomi, è che non è solo. Credo sia abbastanza evidente che erano molto amati in quartiere, in parrocchia.

Inevitabilmente allora mi chiedo perché mai io, ma anche altri di noi, ci siamo condannati alla solitudine. Forse siamo stati più arroganti? Più distratti? Più pigri? Un altro amico ricordava che Mimmo, una settimana dopo essersi messo con Laura, aveva dichiarato: “Questa è la donna della mia vita”. Immagino quanto sarà stato preso in giro per questa pretenziosa affermazione. Che peraltro si è rivelata assolutamente vera. E non certo per fortuna, ma per scelta, per impegno, per fatica fedele e reciproca, che non è mai venuta meno neanche davanti a prove dure. Oggi, io come altri, siamo andati a questo funerale per offrire conforto. Paradossalmente, ne abbiamo ricevuto. Sono grata, quindi, a questo amico che non frequentavo da tanto tempo e spero che continui ad avere la forza che ha dimostrato, persino oggi.

Il dolore degli altri


Certe volte arrivano, inaspettate come frustate alle spalle, delle notizie che non si possono neanche commentare. Con tutta l’empatia del mondo, non riuscirei comunque a immaginare come si senta la persona a cui è capitata quella cosa spaventosa che un’amica comune, stamattina, mi ha raccontato. Per analogia, imbambolata dall’incredulità, pensavo ad altre analoghe notizie arrivate nelle scorse settimane. Non riguardano familiari e neanche amici intimi, ma persone che conosco abbastanza bene e che vivono una vita simile alla mia.

Allora penso alla situazione classica: io che cerco di sfogarmi con un’amica (o un amico, o un familiare) riguardo a qualcosa che mi affligge. Chiunque reagisce a questa immersione di angoscia condividendo esperienze proprie, più o meno analoghe. Lo faccio sempre anche io. Eppure, tutte le volte che mi è capitato di essere dalla parte del confortando, pur apprezzando la buona volontà del mio interlocutore, provavo la sgradevole sensazione che no, non è la stessa cosa. Quello che l’altro prova o ha provato è distante mille miglia dal mio dolore. E non per le centinaia di piccole o grandi differenze che, consciamente o inconsciamente, ci affanniamo a individuare in questi casi. E’ solo che quel dolore non è il mio. E il mio, va da sé, è tutta un’altra cosa.

Da stamattina penso, stupidamente, che il mio amico non se la meritava una cosa così. Un pensiero idiota per almeno due buone ragioni. In primo luogo perché nessuno se la merita una cosa così. Ma, più ancora, per il motivo per cui secondo me non se la merita. Perché ha sposato la sua fidanzata dei tempi del liceo, perché ha costruito e mantenuto nel tempo una bella famiglia e non ha fatto tutti i casini e gli scivoloni che hanno caratterizzato la mia, di vita. E quindi, ancora una volta, invece di pensare davvero a lui, sto pensando a me. Incredibile la spudoratezza con cui, nonostante l’evidenza, riesca a trovare spunti per compatire me stessa. Ancora una volta, come mi succede un po’ troppo spesso in questi giorni, mi vergogno.

Così lontano


Su tutti i giornali si leggono aggiornamenti sulla Siria, che è diventata (e magari resterà per un po’) LA notizia dagli esteri. L’altra sera, benedicendo le webcam e chi le ha inventate, ho potuto seguire un lungo e toccante incontro pubblico organizzato presso l’Auditorium di San Fedele. Come sempre, le parole di chi vive direttamente l’esperienza della guerra, di questa folle e crudele guerra che fa a pezzi anche i bambini, hanno poco a che fare con i titoli giornalistici confezionati in redazioni lontane mille miglia, fisicamente e spiritualmente, dai fatti. Mi ha fatto particolarmente impressione pensare che noi ora assistiamo a qualcosa (una reazione contro un regime di oppressione) che passerà alla storia come qualcos’altro (una guerra civile a sfondo etnico e religioso) perché in effetti si sta trasformando, o forse è stata già trasformata, in qualcos’altro. Possiamo quasi toccare con mano come questo stia avvenendo, nonostante la resistenza eroica e commovente di alcuni.

Solo ieri, vergognandomi un po’, ho mandato una mail insulsa a un collega siriano conosciuto a Bangkok. Non so se mi vergogno di più per non averlo fatto prima o per averlo fatto ora, mettendo insieme quattro parole imbarazzate che in fondo volevano solo significare “Non capisco nulla, non posso sapere cosa stai passando, ma ti penso”.

Ho ripensato a una delle nostre conversazioni davanti al caffè thailandese, accompagnato da dolci di forma e colore improbabili. Gli dicevo che, stupidamente, durante gli anni dell’università, pur avendone la possibilità, non ero mai andata in Siria. Che un’altra volta ero stata quasi convinta di andarci, al punto da rifare il passaporto, per andare a vedere con i miei occhi l’esperienza di Deir Mar Musa, fondata da quel Paolo Dall’Oglio che oggi non può essere più lì. Ma che alla fine non mi ero mai decisa e ora mi dispiaceva. Lui mi ha guardato con il suo sorriso ampio e riflessivo e mi ha detto: “Vieni a trovarci. Abbiamo un piccolo appartamento dove puoi stare quanto vuoi”. Ma poi, con un guizzo di dolore negli occhi, ha aggiunto: “Magari non adesso”. Era ancora marzo.

Ripenso alle parole di un siriano che l’altra sera, parlava del centro storico di Homs, che lui era fiero di far visitare agli amici stranieri che venivano a trovarlo. Una testimonianza unica di convivenza tra popoli, lingue e religioni diverse, fin da prima dell’avvento dell’Islam. Ora, diceva, non potrò mostrare più nulla. Sono rimaste solo macerie. E cadaveri di bambini. Ho ripensato ai racconti di Nizam, che un mese fa mi chiamava da Mardin, in Turchia, non lontano dal confine. “Penso che ti piacerebbe”, mi diceva. E si riferiva anche lui a quell’intreccio antico di convivenza tra cristiani e musulmani, a quell’atmosfera unica, ricca e straordinaria di raffinatezza, di ricchezza, di cultura. Mentre parlavamo al telefono si vedevano i carri armati sul confine.

Continuo a seguire il filo dei pensieri e ripenso a una conferenza di Dan Madigan, un gesuita che stimo moltissimo, che ho trovato illuminante rispetto al concetto di fondamentalismo. Tendenzialmente bisogna tener presente che il fondamentalismo è il contrario del tradizionalismo. La tradizione culturale e religiosa può sicuramente essere opprimente e soffocante per l’individuo (specialmente per alcuni individui, ad esempio le donne), ma la tradizione cerca (e spesso trova) l’equilibrio e, almeno nei luoghi in cui sono presenti altre comunità, la stabilità di una convivenza sostanzialmente pacifica. I fondamentalismi di oggi, per “restaurare” qualcosa (la fede originaria, l’osservanza corretta, la purezza dei tempi antichi, l’interpretazione ortodossa), di fatto innovano violentemente, rompono programmaticamente gli equilibri costruiti dalla tradizione (spesso non senza secondi fini e strumentalizzazioni). Questa faccia delle religioni deve fare paura, oggi.

Penso a quante volte, da giovani studiosi – filologi, archeologi, biblisti, storici delle religioni – ci siamo compiaciuti ingenuamente e abbiamo tratto soddisfazione intellettuale dalla millenaria storia della Siria, da Ebla a Edessa, dai poemi ugaritici a Luciano di Samosata. Ora questa nostra egoistica consapevolezza di bellezza ci serve ben poco per capire cosa accade. Come spesso avviene, infatti, alla fine sarà accaduto quello che qualche potente deciderà che sarà opportuno che sia accaduto. Pochi, troppo pochi, sono gli strumenti che oggi abbiamo in mano per rendere giustizia alla verità e ai troppi che, in queste ore, stanno perdendo tutto: la patria, la casa, le persone care, la vita, spesso anche la dignità di quello in cui credono.