L’Italia sono anch’io, ma bisogna vedere chi sono gli altri…


Oggi era il giorno della soddisfazione e della festa: sono state depositate le casse con le valanghe di firme a sostegno della riforma del diritto di cittadinanza, promossa dalla campagna “L’Italia sono anch’io“. Nonostante qualche timore dell’ultim’ora, l’obiettivo delle 50mila firme per ciascuna delle due proposte è stato più che raddoppiato: 109268 firme per la riforma della cittadinanza e l’introduzione, almeno parziale, dello ius soli e 106329 per la concessione del diritto di voto amministrativo agli immigrati regolari, secondo quanto avviene da tempo nei principali Paesi europei (chi paga le tasse vota, tanto per intenderci).

Nella conferenza stampa i rappresentanti di quella società civile che si è mobilitata per raggiungere questo risultato hanno espresso soddisfazione e hanno sottolineato la portata culturale di queste proposte. Alcuni concetti importanti meritano di essere sottolineati, secondo me. Da un lato questa campagna ha assunto una forte valenza di reazione, di rivolta, di rivalsa: gli italiani non sono quelli che alcuni messaggi indegni vorrebbero rappresentare, gli italiani non sono così ottusi e ignoranti, gli italiani non si sentono più sicuri se si investono milioni di euro delle loro tasse per costruire muri, reti, sistemi di intercettazione che si propongono l’irrealistico compito di fermare, costi quel che costi, le migrazioni (che sono dalla preistoria ad oggi il motore della storia e della civiltà).

Questo però convive con un altro aspetto della campagna, che pure trapelava forte in conferenza stampa: in fondo basterebbe un po’ di buon senso. Basterebbe guardare all’esperienza quotidiana per capire che è assurdo che la compagna di scuola di mia figlia debba essere esclusa dai viaggi di istruzione all’estero per una questione di sangue. E’ per questo buon senso che non ha ideologia che firme di sostegno sono piovute copiose dalla Lombardia, dal Veneto, dal Piemonte. Attaccarsi a criteri di esclusione incomprensibili e a graziose concessioni di sapore imperiale innesca una bomba a orologeria nei nostri quartieri, nelle nostre scuole, nei nostri luoghi di lavoro. E’ davvero quello che vogliamo?

Ma c’era una nota di ansia che guastava la festa, oggi. Cioè il fatto che ora la palla passa al Parlamento. Come è giusto, per carità. Ma che ha abbondantemente dimostrato di essere lontano mille miglia da queste istanze e soprattutto da questo modo di affrontare il tema. La campagna è stata portata avanti da moltissimi comitati territoriali, in un pluralismo variegatissimo di esperienze, ispirazioni, colori e identità culturali. Basta dare una letta ai componenti del comitato promotore, senza contare le adesioni successive. E’ stato davvero un esempio di collaborazione per un obiettivo chiaro, concreto e comune. Così dovrebbero essere quelli della politica, almeno di quella locale. Ma la politica oggi ragiona così?

E’ il momento di riappropriarsi del significato delle parole, diceva stamattina qualcuno (probabilmente il sindaco Delrio, che invidio di cuore alla città di Reggio Emilia). Fare politica sarebbe esattamente questo: porsi dei problemi e cercare insieme soluzioni per risolverli. Chiedete al politico medio italiano che ne pensa di questo tema: nella migliore delle ipotesi vi dirà che non è una priorità. E magari vi tirerà fuori obiezioni imbarazzanti, che rivelano la sua totale estraneità all’argomento.

L’Italia è più avanti di chi la rappresenta, si ripeteva oggi da più parti. Il che ormai mi pare inevitabile, perché sembra che per qualche perverso meccanismo si possa candidare a rappresentarla solo chi sta indietro. Questo discorso mi ricorda per certi versi quello che si fa sulla televisione e l’immagine delle donne, ad esempio qui (specialmente nei commenti): le donne nude a proposito e a sproposito, alzando sempre il tiro della volgarità, si mettono per alzare o mantenere gli ascolti, ma gli ascolti non li fanno anche le persone normali? Gli italiani sulla rappresentanza politica sembrano rassegnati a un’analoga devastante inadeguatezza. Però vorrei ricordare, in primis a me stessa, che non votare non è una scelta del tutto equivalente a spegnere la tv o non possedere un televisore.

Nemici in autobus


Tornando a casa sull’autobus numero 44 mi sono ritrovata a formulare un pensiero che mi è già noto, perché mi torna in testa ogni volta che assisto a una situazione analoga. Tre ragazzi, seduti in gruppo, chiacchieravano tra loro di qualcosa che riguardava i loro documenti. Non capivo la conversazione, ma l’esperienza mi suggerisce che fossero afgani (presumo diretti a un centro di accoglienza gestito dal Centro Astalli, raggiungibile con quell’autobus). Sui 18-20 anni, uno con i capelli particolarmente strutturati a colpi di gel. Accanto a loro, nella corsia dell’autobus, un gruppetto di tre loro coetanei americani (nel senso di statunitensi). Vestiti in modo abbastanza analogo, anche loro con ciuffi che sfidavano la forza di gravità e, in diversa lingua, gli stessi accenti di scambio normale tra amici. I loro popoli si stanno combattendo da anni. Con un briciolo di forzatura, non sarebbe neanche impossibile pensare che il fratello di un membro dei due gruppi abbia sparato al fratello di uno dell’altro. In questo caso non hanno interagito, forse non si sono neanche notati (o più probabilmente gli afgani hanno notato gli americani, ma non viceversa). Ma in passato mi è successo di avere un simpatico volontario californiano in servizio in un centro di accoglienza pieno di giovani afgani. Lì c’è stata occasione di reciproco, esplicito riconoscimento. Sono sopravvissuti tutti e il volontario mi ha in seguito confessato che è stata un’esperienza che raramente dimenticherà. Non aveva mai pensato al conflitto in Afghanistan dal punto di vista di quei ragazzi, che sotto quelle bombe intelligenti hanno perso case, famiglie, progetti, speranze. Una questione di punteggiatura, si potrebbe dire. Ma una punteggiatura particolarmente drammatica. E quello che visto da una parte sembra “necessario” si svela improvvisamente per quello che è, insensato.

Converrete poi che le migrazioni, forzate e non, rimescolano le carte non poco. I conflitti, anche quelli che ci spacciano come scontri di civiltà, sono più territoriali e contestuali di quanto di creda e certe volte, in un luogo terzo, perdono ogni motivo di esistere. E tuttavia non è così semplice. Restano le reciproche, sia pure indirette, responsabilità. Resta il sano senso di appartenenza, che pure può accendere tante violente fiammate anche fuori tempo e fuori luogo (un po’ come accade con i miei amici ebrei rispetto a quanto accade in Israele). Restano reciproci i pregiudizi, alimentati talora da decenni di educazione a ciò finalizzata. Però vale anche quello che tanto mirabilmente racconta De André ne La guerra di Piero: un ragazzo afgano e un ragazzo californiano, se riescono a guardarsi onestamente negli occhi, si scoprono più simili di quanto non si aspetterebbero. “Lo stesso, identico umore”, le stesse aspirazioni a vivere sereni il proprio presente e il proprio futuro. “Ma la divisa di un altro colore”. Tutto sta a capire quando e quanto riescono a spogliarsi, almeno in parte, della divisa e essere liberi. Liberi nella loro simile, speculare, affascinante diversità.

Condannati


Nel maggio del 2009 scrivevo post che grondavano angoscia e amarezza (qualche esempio: questo, questo, questo). Ma anche senza il blog me li ricorderei quei giorni spaventosi. Il primo, soprattutto. Mattina, ufficio. Il collegamento internet interrotto. Quella telefonata da Malta: “Avete visto? Cosa sapete?”. Non avevamo visto, non sapevamo ancora. Per la prima volta una nave italiana intercettava in mare e riportava in Libia persone in fuga da guerre e persecuzioni, persone che credevano di essere state tratte finalmente in salvo dopo il carcere, la tortura, il deserto. Dopo la Libia, quella Libia di Gheddafi pagata da noi per trattenere, davvero a qualunque costo, chi tentava di arrivare in Europa, rifugiati o no. Maroni se ne vantò in televisione. Uno shock enorme. Una frustrazione inesprimibile (e peraltro in gran parte inespressa, anche perché non sapevamo a chi esprimerla).

In seguito un reportage fortunato di Presa Diretta ci ha mostrato con tutta l’efficacia del video cos’era successo davvero. Ci ha fatto vedere i volti di quei 13 eritrei e 11 somali, un campione piccolo delle migliaia di vittime di quella politica sconsiderata, ma con il pregio di non essere una massa indistinta, ma uomini con nome e cognome. Uomini traditi. Uomini disperati e increduli, quando hanno capito dove venivano portati. Non genericamente politiche scellerate, dunque, ma un crimine preciso (sia pure tante, troppe altre volte replicato in altra e non documentata forma) contro persone precise.

Oggi, finalmente, c’è una sentenza della Corte Europea dei Diritti Umani e una condanna per l’Italia, con relativo risarcimento da pagare a quelle specifiche persone. Non si può rimandare qualcuno dove rischia trattamenti inumani, tortura o ulteriori respingimenti in luoghi dove questi trattamenti avverrebbero. Non si può stabilire che una persona non ha diritto all’asilo senza assicurargli un ricorso effettivo (il che, su una nave della Guardia di Finanza o di chicchessia, è proprio difficile). Non si può respingere in massa gruppi di persone senza curarsi di chi sia ciascuno di loro. Sì, proprio uno per uno. Quindi, va da se, non si possono nemmeno costruire vergognosi muri dove vanno a sbattere masse anonime. Non è vero che abbiamo il diritto di difendere la nostra (presunta) sicurezza a qualunque costo.

Io ricordo benissimo quell’anno e mezzo in cui a Lampedusa non sbarcava più nessuno e si aveva anche il coraggio di rallegrarsene e di vantarsene. Erano i mesi in cui scrivevamo “Terre senza promesse”: le persone che ci raccontavano gli orrori del Corno d’Africa ci parlavano di parenti, di amici, di compagni, la cui fuga è stata tragicamente bloccata dalla nostra politica di respingimenti. “Non si può fare qualcosa?”, ci ripetevano in tutti i modi e con tutti gli accenti. Qualcuno ci ha provato, nel suo piccolo. Una manciata di persone è stata tratta in salvo. Per il resto, solo sospiri e occhi al cielo.

Onore al merito va data ai caparbi avvocati che hanno presentato questo ricorso alla Corte di Strasburgo. Non era ovvio riuscirci. I ricorsi devono essere nominativi, presentati dalle singole persone. Hanno dovuto andarci subito, a Tripoli, per intercettarli. E’ stato un lavoro coraggioso, di principio. E ora?

La sentenza di per sé è importantissima. Storica, dice l’Alto Commissariato dell’ONU per i Rifugiati. Io però ricordo benissimo l’unica manifestazione pubblica organizzata a piazza Navona per protestare a respingimenti in corso: eravamo pochissime persone, una circostanza davvero deprimente. Gli stessi organizzatori avevano un’idea molto vaga del reale significato di quei fatti. E poi, sempre, questa totale indifferenza. Lo sguardo vagamente infastidito negli occhi di chi mi sente parlare di queste “cose tecniche”. Negli anni ho imparato, in molti casi, a non provarci nemmeno a comunicarla questa indignazione. Eppure sbaglio, lo so, e allora oggi ci riprovo.

Il nostro Paese e, in certa misura, tutti noi siamo stati condannati per aver calpestato i diritti umani di persone che dovevano essere da noi protette. Per avere messo a rischio la loro vita e per aver contribuito alla morte di molte altre. E non si tratta solo di una triste pagina di storia contemporanea. Forse, finita la guerra in Libia, stiamo già continuando. Leggete cosa scrive l’UNHCR: “L’Alto Commissariato è inoltre preoccupato che l’Italia abbia riattivato il trattato bilaterale con l’attuale Governo libico senza rinunciare formalmente alla pratica dei respingimenti che è il risultato di tale accordo”. Io non credo che si possa dormire tranquilli, anche senza aver conosciuto personalmente tutti i vari Ali, Arif, Abdi, Michael e Mohamed che ho avuto la fortuna di incontrare io.

Non è uno straniero, è Charlie


Alcuni anni fa, in uno dei più memorabili incontri pubblici organizzati presso il Centro Astalli, il neoeletto Padre Generale della Compagnia di Gesù, Adolfo Nicolás, raccontò un aneddoto. In una famiglia giapponese, il padre collaborava per lavoro con un collega americano. Una domenica i cugini, arrivati in visita, giocano insieme ai bambini di casa. Uno dei ragazzi in visita, aperta la porta dello studio, si trova all’improvviso davanti l’americano e la richiude spaventato. “Che succede?”, gli chiede il cuginetto. “C’è uno straniero là dentro”. Il bambino si affaccia a sua volta e commenta ridendo: “Ma non è uno straniero, quello è Charlie!”.

Oggi ho ripensato a quel racconto leggendo l’aggiornamento della bacheca Facebook di un’amica, che si stupiva e rammaricava per il fatto che una giovane madre single, marocchina, si trovasse obbligata a fare una specie di viaggio attraverso la regione Lazio allo scopo di sostenere un esame di lingua, dal cui esito dipende il rinnovo del suo permesso di soggiorno. “Ci siamo”, mi sono detta. Ho pensato a un’estate afosa in cui abbiamo partecipato a riunioni su riunioni, anche al Ministero dell’Interno, per cercare di trovare soluzioni ragionevoli a decreti decisamente irragionevoli e comunque apparentemente acclamati (o almeno tollerati) da molti dei nostri connazionali. Sembravano cose molto tecniche, molto teoriche, di cui nessuno dei miei amici non del ramo avrebbe tollerato di sentir parlare per più di tre minuti. Giustamente. Quel lavoro ha portato a dei risultati positivi, e tuttavia il problema sussiste e ora – e questo volevo dire oggi – iniziamo a vederlo nell’esperienza di chi ci è vicino.

Ho letto recentemente in un libro di cui sentirò spesso, credo, l’impulso di riparlare (e che non posso citare precisamente, perché l’ho prestato a mia sorella insegnante, nella speranza di contagiare anche lei) che l’empatia non può essere globale. Umanamente non si può essere solidali con tutto il mondo, è una pretesa spropositata rispetto alla capacità emotiva del singolo. Cito malamente, si intende, ma il concetto è quello. Ce la si cava con la solidarietà meramente retorica, a impatto zero. Ma ora forse si inizia a intravedere uno scenario nuovo. Le migrazioni ci portano frammenti di solidarietà globale nella cerchia più intima delle nostre conoscenze. La diversità filtra nel nostro piccolo orizzonte, talora nelle nostre quattro mura.   Certo, non si può pretendere che questo equivalga necessariamente a un ampliamento di prospettiva. Talora ci accontenteremo della schizofrenia.

Ricordo come oggi un cugino triestino di mio padre, venuto a trovarci molti anni fa (almeno una dozzina). Una persona di una certa età, un po’ snob, di posizioni decisamente “nazionaliste”. Durante la cena fioccavano sospiri e lamentele su “questi che arrivano da fuori a rubarci il lavoro, a snaturare la nostra identità”. Poi il discorso è caduto, stranamente, sulla musica. La mia famiglia per cultura musicale ha sempre zoppicato abbastanza. Il cugino in questione, invece, era musicista. Parlava con strana competenza di qualcosa di moderno che non ricordo, ma che mi colpì perché eccentrico rispetto al repertorio classico e coltissimo a cui faceva solitamente riferimento, mentre noi ignoranti ci limitavamo a annuire per cortesia. Mi pareva bizzarro che quella persona avesse fatto quel genere di ascolto. Lui raccontò, sereno, che era il suo amico senegalese che gli aveva consigliato quel cd. Un ragazzo in gamba, tanto colto, che faceva il venditore ambulante (magari anche abusivo) vicino al bar dove era solito fare colazione. Che dava a quel signore di altri tempi la soddisfazione di un po’ di conversazione, gratuita, appagante. Che senza parere e probabilmente senza ricavarne alcunché gli faceva compagnia nella sua solitudine. Era assolutamente evidente che “il suo amico” (non ricordo il nome) non apparteneva alla categoria di quegli stranieri minacciosi e indesiderabili contro cui il cugino triestino non esitava a riversare il proprio disprezzo. Che strano, ho pensato io. Com’è vero che le etichette non significano nulla.

Ora quegli incontri si moltiplicano, si intrecciano, si evolvono. Non può essere altrimenti. E già comincia a risultare intollerabile a molti il disinteresse, l’ignoranza e l’incuria che il dibattito politico e culturale (con poche eccezioni) riserva al tema dei migranti. Per gli slogan si usano ancora termini astratti. Ricordo un fantastico cartello appeso al cancello del mio liceo: “Contro l’imperialismo, il capitalismo” e chissà quanti altri “ismi”. Concetti vuoti, per noi liceali. Parole così, gergo per inventarsi uno sciopero di maggio. I migranti oggi spesso si usano così, a mo’ di invettiva. Che poi si dica “Fermiamo l’orda” o “Siamo tutti clandestini” per certi versi (attenzione, parlo di metodo, non di contenuti) è uguale. Il 90% di quelli che scandiscono lo slogan non lo legano a nessun nome specifico, a nessuna faccia. A nessun amico. Questo sta cambiando rapidamente, sono fiduciosa che cambierà anche il resto. Per fortuna.

Che vogliamo fare?


Senza il concetto di frontiera, la parola “migrante” non significa niente. Sarà un’ovvietà, ma il concetto di Stato nazionale non è scritto nelle stelle. E’ stato formalizzato appena nel 1648 (Trattato di Westfalia). In un’ottica storica di medio respiro, praticamente l’altro ieri. Parla velocemente, ma scandisce le parole Hassan Abouyoub, ambasciatore del Marocco in Italia. In un tavolo di relatori abbastanza bene assortito (conferenza stampa per la presentazione del rapporto OIM “1951-2011 Le migrazioni in Italia tra passato e futuro”), seduto alla destra di Natale Forlani (“il mio amico Natale”), direttore generale del Ministero del Lavoro, l’ambasciatore spicca certamente come il più colto (nel senso più ampio del termine) e, allo stesso tempo, il più provocatorio. La mobilità umana è un diritto naturale, sancito (“mi dispiace”, sottolinea ironico) anche dalla Dichiarazione dei Diritti Umani. E non ce ne sarebbe neanche bisogno, insinua Abouyoub, se si fosse consapevoli davvero della storia e della civiltà dei nostri Paesi. Storia ha coinciso con migrazione, da prima dell’Impero Romano, che non a caso, con Caracalla, ha ripensato senza troppi traumi il concetto di cittadinanza (curioso che ce lo ricordi lui, qui a Roma).

Ma non staremo qui a gongolare per i fasti passati, continua l’ambasciatore. Il fenomeno della migrazione, che in buona parte è prodotto della nostra mentalità, viene sempre trattato in modo quantitativo e fuorviante. Volete i numeri? In Marocco sta crescendo l’immigrazione dalla Spagna. Dista 20 minuti, del resto. La crisi colpisce anche l’Europa. Volete altri numeri? La sponda sud del Mediterraneo entro il 2022 dovrà creare 40 milioni di posti di lavoro. Ma l’Europa dovrà inventarne altrettanti. Ne ha la capacità? No. Sia per ragioni demografiche che per capacità tecniche la capacità di reazione dell’Europa è vicina allo zero. Evidentemente è giunta l’ora di deporre l’arroganza europea e riconoscere che siamo tutti sulla stessa barca. Forse così, sgomberato il campo, si potranno trovare paradigmi nuovi, un nuovo modello di benessere mediterraneo. Una ricerca lo ha provato: gli accordi di Schengen non hanno grande impatto sull’effettiva regolazione dei flussi migratori. In compenso, danneggiano fortemente alcuni Paesi. Sarà forse l’ora di deporre questo approccio escludente e rigido? Di cercare una nuova prospettiva? Molto concretamente, nei prossimi giorni a Bruxelles si voterà per l’abolizione di un trattato di cooperazione agricola che avrà ripercussioni immediate sugli equilibri economici interni del Marocco. Si può tranquillamente affermare che la politica europea in materia di agricoltura abbia generato il 15% del flusso migratorio dal Marocco. Diverso dovrebbe essere lo sguardo. Euromediterraneo. Altrimenti si finisce ad alimentare crisi su crisi, che non fanno altro che mettere sotto pressione la politica, con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti.

Anche Natale Forlani l’aveva ricordato. Negli ultimi 15 anni l’immigrazione in Italia è un fenomeno maturo, nonostante la politica. Il dibattito culturale e politico è rimasto sostanzialmente estraneo a tutto ciò. Il fai da te ha avuto certamente guizzi virtuosi di creatività e flessibilità. Nelle nostre comunità, sottolineava Forlani, ci sono molti più valori e buon senso di quanto riesca ad esprimerne la politica. Sì, ma nel fai da te ci sono anche alcuni vistosi contro, ricordava Andrea Olivero, presidente delle ACLI. Negli spazi di debolezza del Paese si producono vere e proprie piaghe sociali: lavoro nero, sfruttamento, sistematico spreco di risorse umane.

Su una cosa tutti i relatori sembravano concordare: non si può più andare avanti così, con le soluzioni che si autodeterminano nell’informalità illegalità, talora) e il governo che si limita ad arrancare e tamponare malamente, a suon di provvedimenti straordinari di corto respiro. E’ arrivato, da tempo, il momento di riflettere sulle cose serie e non sul buonismo e sul cattivismo. E’ una priorità? Certamente sì. Con buona pace dei grilli parlanti, gli immigrati si avviamo a diventare un quinto della popolazione del nostro (e quindi anche del loro) Paese.

Rabbia


Quando Meryem era piccola mi succedeva una cosa strana. Non mi limitavo a pensare alla possibilità che si verificasse qualche incidente (da quelli più idioti, come una ciotola che si rovescia, a quelli più gravi): li visualizzavo proprio. Mi vedevo davanti scene più o meno raccapriccianti, con frequenza direttamente proporzionale alla mia stanchezza e al mio sconforto. Fortunatamente solo una parte minime di quelle funeste possibilità si sono davvero concretizzate. Il tutto per dire che stasera mi sono sentita esplodere dentro una tale rabbia che, dopo molto tempo, ho avuto di nuovo una visione: me stessa che, armata di oggetto contundente, sfondavo i mobili di casa. Non solo non l’ho fatto, ma sono anche rimasta relativamente composta. Però con la cosa dell’occhio mi guardavo fare in mille pezzi la televisione e un po’ mi meravigliavo anche. In effetti la causa scatenante era infinitesimale rispetto alla reazione che mi stavo immaginando.

Però, a guardarla bene, anche la mia rabbia aveva le sue ragioni. Non certo Meryem che cincischia con il cibo, anche se oggi ha davvero superato ogni immaginazione. No, la frustrazione più grande mi veniva da un’imprevista quando deludente riunione del pomeriggio che, oltre a farmi fare tardi di un’ora e mezza rispetto alla prevista routine, mi ha fatto sbattere il muso con una certa violenza contro l’inamovibile irrazionalità del sistema pubblico italiano, e forse romano in particolare. Quel mix devastante di inconsapevole incompetenza, di arrendevolezza, di impicci e burocrazia che fanno naufragare in grandi sospiri qualunque opportunità. Non ne posso più di sospirare. Non ne posso più dei condizionali. Non ne posso più dei grandi progetti arroganti e presuntuosi che tanto non si devono mai misurare con nessuna operatività.

Ora che la mia altra me ha smesso di frantumare mobili Ikea, mi torna in mente a mo’ di antidoto un incontro di lavoro che risale a qualche giorno fa. Due operatori di uno sportello comunale mi hanno sbalordito per competenza, determinazione, attenzione, spirito di iniziativa. Uno dei due mi teorizzava che qualcosa dalla loro dirigenza l’hanno ottenuta perché “quelli si erano sentiti accerchiati”. Mi era parsa quantomeno bizzarra questa espressione da guerriglia riferita a determine e circolari. Oggi più che mai mi rendo conto che il loro modo di lavorare, che mette a frutto amici, contatti personali, conoscenze, interessi, tempo libero, per dare un senso al loro lavoro nonostante il contesto, è una faticosissima forma di resistenza. Altro che sfondare virtualmente salotti. Quella è fatica, non i sospiri di chi si sente sprecato e invece, sotto sotto, contribuisce attivamente ad alimentare la palude.

Insegnare al principe di Danimarca


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Quando leggo un libro, soprattutto se lo devo recensire, ho l’abitudine di fare una piccola orecchia alla pagina quando qualche frase mi colpisce, mi fa pensare, merita di essere riletta e ripresa. Alla fine della lettura di questo libretto, vedo che le orecchie sono quasi ad ogni pagina e in qualche caso avrei voluto anche farne due. Ho l’urgenza di parlarne qui sul blog, non in forma di recensione strutturata, ma per fare il punto di tutte le riflessioni, intuizioni, a tratti illuminazioni che vi ho trovato dentro. Sul progetto Chance dei Maestri di Strada potete documentarvi altrove. Sono troppe le cose che si dovrebbero scrivere e io non sono persona qualificata per farlo. Qui vi propongo di riguardare insieme qualcuna delle orecchie che ho fatto in lettura. Le ho fatte, soprattutto, pensando al lavoro sociale, che fa parte della mia attuale professione. Se fossi un’insegnante, o un’attivista politica, avrei fatto altrettanto orecchie, probabilmente non le stesse.

“Non dobbiamo presentarci ai ragazzi pieni di idee, aspettative, progetti, altrimenti non abbiamo lo spazio dentro di noi per accogliere quello che ci propongono i ragazzi”. Un gruppo di persone profondamente coinvolte in un progetto significativo e innovativo come Chance spesso trova il suo peggior nemico, paradossalmente, nella propria ferrea motivazione. Che, coinvolgendo del tutto anche la sfera emotiva (necessariamente e a ragion veduta), a un certo punto finisce per appannare la vista e il giudizio. Un primo concetto importante è quello, espresso qua e là, che “dovremmo dare meno noi perché possano dare di più loro”. Ovvero: la reciprocità onesta, quella in cui si crede sul serio. Tutti i progetti sociali grondano reciprocità retorica: impariamo dai rifugiati, addirittura “questo progetto ci dà tanto” (impersonale, rigorosamente). Essere convinti sul serio che ognuna di quelle singole persone che accompagniamo possa insegnare qualcosa a me è tutta un’altra storia. Richiede umiltà, interesse, attenzione e, quel che è cruciale, tempo espressamente dedicato a questo. Tra l’altro non c’è nulla di più pericoloso della reciprocità. Esiste (ed è comunissima) la reciprocità malsana. La pagina 207 dovrebbe essere trascritta integralmente e affissa sulla bacheca di tutte le associazioni di volontariato, grandi e piccole.

“La camera di decompressione può ospitare contemporaneamente tante concomitanti e conflittuali infelicità”. Anche qui fin troppo spesso casca l’asino. E’ fin troppo logico sentire l’esigenza di fare una scelta tra le infelicità presenti, specialmente se una di esse è nostra, e di giudicare di conseguenza. Essere accoglienti rispetto a bisogni legittimi e infelicità che cozzano violentemente tra loro è un esercizio zen, che credo riesca a pochi. Ma già la consapevolezza che sarebbe necessario è un’acquisizione importante. Perché nel lavoro sociale si sceglie continuamente e la scelta contiene un giudizio. Tenere ciascuno di questi singoli giudizi davvero libero è una fatica quasi disumana.

Ultima considerazione per questo post. Tra i parametri per definire se una relazione è “sufficientemente buona” viene citato quello delle parole: “non bisogna usare parole senza significato”. Qui si critica l’uso e abuso della retorica da parte della sinistra, con il conseguente “aver tolto significato alle parole, cioè di dire parole anche buone ma in maniera retorica”. Esempio molto calzante: la terminologia dell'”altro”, del “diverso”. Crea lustro, fa immagine, ma non fa sostanza, non dice la fatica che c’è dietro l’incontro con un diverso. “E guardate che il primo diverso sono i nostri figli, il primo diverso è il nostro vicino di casa…”. Da un lato quindi, non farsi belli di presunte fittizie “differenze”e “multietnicità”. Dall’altro prendere piena consapevolezza che il lavoro serio non può cominciare da una diversità negata, ma deve piuttosto, faticosamente, prendere le mosse da una diversità ammessa, accolta, digerita. “Se io non riesco a prendere atto – e questo è faticoso -della differenza che c’è tra me e lui o lei, primo, non riesco a dargli una mano vera a superare questo abisso invisibile; secondo, non riesco a rendermi conto di quanto sia difficile per lui, e ancor più per lei”.

Non mancano pagine di meravigliosa, anche se amara, ironia. Insuperabile la descrizione della discussione in sala professori (oppure in un ufficio amministrativo della USL), pp. 212-216. Riporto solo la conclusione: “Si nota infine che la maggior parte delle persone qui descritte non sono stupide. L’intelligenza è evaporata per necessità di cose, forse sta conservata da qualche parte in attesa che a qualcuno venga in mente, chissà, che possa servire a qualche cosa”.

Memoria


Io la memoria la vorrei lunga, solida, ma anche inclusiva. Vorrei che fosse più urgente per tutti ricordare ciò che accomuna i grossi scivoloni che l’umanità ha compiuto e compie, per rialzarsi tutti insieme un po’ migliori. Le distinzioni spesso aiutano, ci mancherebbe. Non è onesto fare di tutt’erba un fascio. Ma nemmeno rivendicare classifiche dei dolori o delle colpe. Oggi leggo che Israele ha deciso di rendere legittima la detenzione dei migranti per un periodo di 3 anni. Non importa quale parola vogliamo usare per chiamare questa insensata disumanità, diffusa nelle più civili e insospettabili nazioni del mondo, nelle più varie forme. Soprattutto in quelle che coltivano religiosamente le memorie canoniche, quelle che non disturbano più nessuno. Chi davvero ricorda non si attacca alle parole, non le usa come arma.

Memoria è anche analizzare le responsabilità, quelle che esistono oggi e ci riguardano (omissioni comprese).   Memoria è promuovere l’umanità intera, non un gruppo. Memoria è condividere le pagine più difficili dell’esperienza propria e dei propri cari, con umiltà e desiderio di costruire. La memoria che vorrei non guarda indietro, guarda avanti. Con tutto lo slancio di una lunga rincorsa.

Certo che sei tu


Non è così strano che io ti abbia riconosciuto subito, appena ti ho visto entrare sul tram e trovarti un posto in piedi accanto alle porte. In tutti questi sette anni in cui non ci siamo visti, ho avuto spesso tue foto davanti agli occhi. Poi non dimentichiamo che per due anni ci siamo visti cinque volte a settimana, puntualmente, dalle 14 alle 16. E infatti anche tu, Alassane, mi hai riconosciuta immediatamente. Perché ho tante foto che ti ritraggono? Te lo spiego io. Ogni volta che un volontario si armava di macchina fotografica per immortalare  la scuola di italiano del Centro Astalli, che allora era nei pressi di Piazzale Flaminio, finiva per inquadrare te. Sei sempre stato il più bello degli studenti, troppo bello per essere vero. Altissimo, decisamente attraente, sempre sorridente, elegante e, soprattutto, sempre lì, puntualissimo.

Arrivavi ogni giorno, un po’ prima degli altri. Con il caldo, con il freddo. Quando eri malato, raffreddatissimo e con la febbre, venivi lo stesso. Anche a digiuno, quando era ramadan. La prima volta che ti abbiamo visto arrivare, temevi che ti mandassimo via. Con qualche ragione, intendiamoci. La scuola era per i rifugiati, e tu non lo eri. Il permesso di soggiorno non lo avevi nemmeno. Con altri senegalesi come te vendevi borse e simili nel piazzale davanti alla stazione ferroviaria. Ci hai spiegato bene che tu altre possibilità di imparare la lingua non ne avevi. La nostra scuola era vicina, comoda da raggiungere portandoti dietro tutta la merce. Sì, perché tu “la bancarella” non la potevi lasciare incustodita. Però potevi sempre ripiegare il telo, riempire due o tre borsoni, caricarti tutto e venire a imparare lì, a due passi. Temevi che ti mandassimo via, ma non hai cercato di intrufolarti alla chetichella. Hai subito chiesto un colloquio al direttore della scuola, un burbero e strampalato gesuita che capivamo in pochi, e a me, giovane “segretaria”. Ti eri vestito con più cura del solito e hai esposto le tue motivazioni dettagliatamente, in un francese piacevolissimo. Visto che lavoravi nel commercio, ci dicevi, la lingua era un investimento decisivo. Se ti avessimo consentito di frequentare i corsi, lo avresti fatto con il massimo impegno. E ce ne saresti stato sempre riconoscente. Hai avuto il permesso e tu sei sempre stato di parola. Lasciavi i borsoni all’ingresso, io te li sorvegliavo durante le lezioni.

Era preziosa, la merce. Andavi ogni settimana a Napoli a comprarla. Il “referente” napoletano passava ogni giorno a piazzale Flaminio, a controllare l’incasso e a prendersi la sua percentuale. Se arrivavano i vigili o la Finanza a sequestrarti tutto però la perdita era solo tua. E dei rischi, ovviamente, rispondevi solo tu. Non eri fiero di quella vita. Non ti piaceva affatto essere costretto a violare le leggi, tu che a scuola non hai mai trasgredito nemmeno la più piccola regola. Appena hai potuto, hai trovato il modo di regolarizzarti. Non dimenticherò mai il giorno in cui sei arrivato a farci vedere il tuo permesso di soggiorno. Tu, sempre così solare, quel giorno sfolgoravi di emozione e di fierezza. Tanto di cappello, abbiamo pensato in simultanea io e il gesuita burbero. Se c’è qualcuno che si è guadagnato la regolarità, quello sei tu.

Oggi mi hai chiesto subito come sta il “Padre”, quell’ormai ex direttore misantropo che oggi vive nella solitudine in un pensionato, invecchiato e annebbiato. Te ne sei sinceramente rammaricato, come me. Lavori come pizzaiolo in un locale di via della Lungaretta. Un pizzaiolo senegalese. Abiti lontanuccio, sulla Prenestina. Ma ti mantieni con dignità e sei abbastanza contento. Hai chiesto la Carta di Soggiorno, il permesso a tempo indeterminato, e per farlo hai sostenuto e superato brillantemente un esame di lingua. Tu non ti lamenteresti mai, e infatti non lo fai. Sorridi come sempre, e per te il tempo sembra non sia passato (vorrei poter dire lo stesso).

Ma non mi abbandona la sensazione che chi ha fatto l’affare peggiore siamo noi, gli italiani. Tu eri e sei giovane, brillante, motivato, determinato. Parli ormai perfettamente tre lingue. Prima di partire avevi studiato, non ricordo se eri già iscritto all’università. Avresti potuto contribuire ben di più al nostro Paese, se solo ne avessi avuto la possibilità. Non è che fare il pizzaiolo non vada bene, ci mancherebbe. Ma ti vedevo bene, benissimo, a fare altro. Non è detto che tu un giorno non lo faccia, intendiamoci. Non mi stupirebbe che, messi i soldi da parte, tu diventi uno dei tanti imprenditori stranieri che danno lavoro a centinaia di connazionali e di italiani. Ma quanti anni ti ha fatto sprecare questo Paese incapace di gestire il capitale umano che con tanta generosità l’Africa continua a regalargli?

 

La libertà non è uno spazio libero


Ultimamente incappo spesso e volentieri nella parola “libertà” e negli aggettivi derivati. A un certo punto stavo passeggiando per le stradine del centro di Roma e mi ha colpito un pensiero: il concetto di libertà, per me, negli anni è cambiato in modo radicale e si sta ancora trasformando. Libertà è fare ciò che voglio, quando voglio? E’ avere disponibilità di soldi e tempo per togliermi qualunque sfizio? Una volta avrei visualizzato una persona libera come qualcuno mobile, leggero, con poco bagaglio e pronto a cambiare allegramente direzione. Oggi, pur cogliendo la piacevolezza di tutte queste cose, associo la libertà a qualcosa di diverso, addirittura di opposto. Una persona libera è una persona solida. Una persona sicura di sé, serena, non volatile. Il che non vuol dire risolta, o giunta a un capolinea di certezze o, peggio, di abitudini. Ma certamente in grado di non farsi portare qua e là dal vento delle emozioni effimere.

Libertà di giudizio, libertà di coscienza. Sono obiettivi importanti, potrebbe non bastare una vita a raggiungerli. Certe volte, nelle discussioni sui più disparati argomenti, si parla della libertà come di una caratteristica connaturata a qualunque individuo, di qualunque età. Per cui magari ci si affanna a difenderla alla cieca, molto più che a lavorare insieme perché ciascuno, qualunque sia la sua condizione, possa raggiungerla davvero. Mille volte sbuffo e sbufferò perché da madre non sono più libera di… (vedi anche post precedente). Ma sarei disonesta se non ammettessi che questa dura scuola del diventare genitore, questo esercizio di punti di vista, discernimenti e ripensamenti, non può che concorrere in modo determinante a fare di me una persona più libera.