San Saba


La sera, la porta verde, il tè nei bicchieri di plastica. I colloqui nella stanza del volontario, seduti su una branda. San Saba. Il primo centro di accoglienza del Centro Astalli a Roma (ma la parola giusta, allora, era dormitorio), il mio lavoro serale per molti anni. Penso alle mie relazioni mandate per fax a un ufficio dove probabilmente non le leggeva nessuno. Molti nomi, molte storie. Qualche emergenza. Io ero sempre in seconda linea, ero l’unica donna, quella che arrivava per parlare e poco altro. Mi fa impressione che molti nomi mi sono ormai sfuggiti e che ogni giorno mi pare di perdere un pezzo di quei ricordi. Se il mio ormai ex collega ex Riccardo fosse qui, saprebbe aiutarmi.

Issa, l’afgano arrabbiato dai grandi occhi chiari. Non voleva imparare una parola di italiano finché non fosse stato sicuro di restare qui. Stanco di essere mandato come un pacco su e giù per l’Europa. “Io l’ho imparato, il norvegese”, mi diceva attraverso l’interprete “e per uno che non è mai andato a scuola mica è uno scherzo. Dopo due anni, mi spediscono qui. Dovrei ricominciare da capo, dici? E se poi mi mandano da un’altra parte?” Gli è passata presto, l’arrabbiatura. Di Issa ricordo soprattutto i sorrisi.

Un giovane ivoriano di cui mi sfugge il nome. Un puledro nervoso. Giocava a calcio, sognava (come molti ragazzi) di sfondare diventando un professionista del pallone, una star. Ogni tanto esplodeva, urlava, spintonava qualcuno. Ma con due pacche sulla spalla di Riccardo si è sempre ricomposto.

Un kossovaro di mezza età. Muratore al nero, lavoratore instancabile. Silenzioso, rispettoso. Una sera ci ha detto che era il suo compleanno e che finalmente aveva raccolto abbastanza soldi per ricostruire la casa e il negozio che la guerra gli aveva distrutto. Tornava a casa. Ci ha fatto vedere le foto della moglie e dei figli. Ci ha ringraziato. Il giorno dopo è ripartito. E un altro kossovaro (neanche di lui ricordo il nome), giovane, bellissimo. Anche lui sempre in cantiere. Ha preso la TBC. E’ stata la prima volta che ho realizzato che quella malattia così demodé, che sembra uscita da un romanzo dell’Ottocento, è tornata d’attualità da tempo, a Roma.

Il velocista congolese, che aveva chiesto asilo durante i mondiali di atletica a Catania. Il ragazzino palestinese, mascotte del centro dal primo giorno: sveglio, vivace, curioso, saltellante come un cucciolo. Il giovane iracheno che voleva lasciarsi morire di fame: non ho mai visto occhi tanto sofferenti. Un giorno è ripartito per l’Iraq e non ne abbiamo saputo più nulla. Ho sempre davanti agli occhi il suo sorriso triste e la preoccupazione sui visi dei sui compagni, di ogni lingua, razza e religione.

Padri di famiglia, studenti, giovanotti fieri della forma fisica, poeti, religiosi ferventi di varie fedi. Le camerate spoglie di San Saba erano per tutti. Io più che un’operatrice ero un’ospite, una o due sere a settimana. Mi preparavano il tè, caldissimo e zuccherato. Si parlava. A volte formalmente, per quanto formale fosse lo spazio arrangiato di quella stanzetta in cima alle scale. Più spesso si chiacchierava seduti sulla soglia, si incrociavano lamentele e speranze, confidenze e battute.

Dopo tanti anni, San Saba è stato rimesso a nuovo. Tra una settimana vedrò cosa è diventato. Diverse sono le persone che ci lavorano, diverso (spero migliore) sarà lo spazio a disposizione degli ospiti. Simili, ma tutte diverse, sono le storie di chi ci vive e ci vivrà. A due passi da Piramide, proprio dietro la FAO: vicinissime, eppure ignote ai più. In gran parte, e di questo mi rammarico doppiamente, persino a me.

Le cose che non fanno notizia


Non fa notizia una pizza nel mio forno che non ha lievitato come si deve.

Non fa notizia Meryem che sabato prossimo imparerà una canzone nuovo al coro.

Non fa notizia un ufficio pubblico che funziona bene, e spesso neanche un ufficio pubblico che funziona male.

Non fa notizia una guerra civile che dura da marzo 2011 in una Paese che per molti motivi è vicino al nostro.

Non fanno notizia centinaia di famiglie che si chiedono come sopravviveranno all’inverno.

Sembra uno scenario da favola ottocentesca, vero? I bambini non hanno scarpe, non hanno vestiti pesanti, non hanno nulla da mangiare. Eppure questo è lo scenario che i miei colleghi del JRS si trovano davanti nel loro lavoro quotidiano, in Siria e nei Paesi dove molti siriani si sono rifugiati (Giordania, Libano, Turchia).

Oggi ricordiamo la maggioranza silenziosa di cittadini siriani che aspira alla pace e la cui sorte pare non stare a cuore a nessuno.

Questo post aderisce a “Siria, I Care” blogging day.

Danze di là, danze di qua


Claudia mi sfida e io non posso che raccogliere il guanto. Un guanto che mi immagino multicolore e certamente creato da lei stessa. Fuor di metafora: “quand’è l’ultima volta che hai ballato?”, mi chiede Claudia alla fine di questo video.

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Io ballo abbastanza spesso, con la mia piccola Guerrigliera, ma non è a queste danze in cucina che correva la mente ascoltando questo racconto di viaggio. La prima cosa che mi è tornata in mente sono tre frammenti di un altro diario, il mio.

24/09/2004 – Bonne chance
Oggi ho saputo che Bertrand andrà a Vicenza a cercare lavoro. Sono contenta. E’ una delle molte persone che sono stata particolarmente felice di incontrare. Veniva alla scuola di italiano del Centro Astalli e mi ricordo che lo prendevo in giro per il suo modo molto francese di dire “presente”: il suo insegnante Massimo non riusciva a correggerlo e in fondo non ci si applicava molto, perché il suo irrefrenabile senso estetico si compiaceva di quell’accento tanto “chic”. Bertrand una volta mi ha raccontato del lavoro che faceva in Camerun: per molti anni è stato guardia forestale, girava per i parchi naturali del suo paese e faceva azione di sensibilizzazione nei villaggi per scoraggiare i bracconieri. Una vita da film, di cui parlava con gli occhi accesi di entusiasmo e nostalgia. Appena lo hanno riconosciuto rifugiato è andato di corsa a respirare un po’ di Africa, come un pesce fuor d’acqua: non in Camerun, naturalmente, dove non potrà tornare più, ma in Togo, dove ha anche una parte della sua famiglia. E’ tornato con buste di bellissimi vestiti dipinti a mano, una pennellata d’Africa per i suoi amici romani. Il giorno dopo avermi regalato il mio è tornato in ufficio preoccupatissimo: “Non lo mettere in lavatrice!”. Ora se ne va al nord, in cerca di un lavoro e di una vita tranquilla. Parte con il suo sorriso buono e le sue camicie colorate. Speriamo che non abbia troppo freddo.

25/5/2005 – Non sono mica stupido
Ieri parlavo con un uomo camerunese, ospite del centro di accoglienza dove lavoro. E’ stato uno dei colloqui più dolorosi che abbia mai sostenuto. Lui, che al suo paese ha studiato diritto internazionale, è assolutamente sconvolto del non-sistema che ha trovato qui. Non riesce a crederci, semplicemente. “Non sono uno stupido, io ho studiato, conosco i miei diritti”, continuava a ripetere. “Chi chiede protezione deve essere tutelato dal governo dello stato dove arriva, non può essere sbattuto qua e là, contando sulla buona volontà e la carità di pochi”. E’ talmente fuori di sé che ha deciso di ripartire. Per dove, non lo sa. Ho cercato di spiegargli che nessun altro paese d’Europa lo accoglierà e che alla fine sarà rispedito qui, in Italia, magari dopo aver perso altri anni preziosi. Lui mi ha guardato disperato e mi ha detto, articolando bene ogni sillaba: “In Italia non c’è niente per me. Andare via, anche morire, per me è meglio di questo niente”. Sono tornata a casa, ieri sera, vergognandomi profondamente di essere italiana.

28/7/2005 – Ripartire, in salita
Ha un sorriso splendido, contagioso. Una personalità travolgente, una vivacità irrefrenabile. Le è costato molto riaccendere quel sorriso: C. nel suo paese è stata torturata. Quando è arrivata in Italia, dove è stata riconosciuta rifugiata, era distrutta nell’anima oltre che nel corpo. E poi, una volta qui, suo marito l’ha lasciata. Se ne è andato a Bologna con una testimone di Geova. Quando frequentava il corso di formazione professionale dove l’ho conosciuta, sempre seduta al primo banco, sempre pronta a intervenire nelle discussioni, C. era rinata. “Ho qualcosa che dà un senso alle mie giornate”, raccontava. Anche i malesseri fisici che la tormentavano sembravano spariti. Ma adesso il corso è finito. E lei si sente di nuovo al capolinea. Non riesce a trovare un lavoro e per giunta non può fare lavori troppo pesanti, come conseguenza dei traumi subiti in patria. Di nuovo non riesce a immaginare un futuro. Ha solo 30 anni. E al suo paese, in Camerun, ha lasciato quattro figli.

La parte che tocca a me, per lavoro, la parte che mi sono scelta, ha qualcosa in comune con l’esperienza di Claudia, ma è anche diversa: io quelle stesse persone le incontro qui a Roma, tra piazza Venezia e l’Aventino. Sono fortunata: niente valige, niente jetlag. Basta aprire gli occhi e le orecchie. Purtroppo, a differenza di Claudia e della missione Unicef che accompagnava, io sono molto spesso a mani vuote.

E la danza, mi direte voi? Si danza, si danza eccome. Anche qui, tra i rifugiati che ripartono da zero. Una delle esperienze più intense della mia vita è stata una sera di Newroz al centro Ararat, ritrovo dei profughi curdi a Roma. La notte del 21 marzo su una immensa mappa del Kurdistan disegnata sull’asfalto erano stati accesi molti falò. I ragazzi ballavano in cerchio, in un movimento crescente che trascinava chiunque fosse presente. Abbiamo ballato senza respiro, pestando i piedi con forza, buttando giù di tanto in tanto un bicchierino di tè nero bollente. Mi piace pensare che l’energia di quella sera abbia cambiato il corso della mia vita. Una danza che non è solo intrattenimento, una danza politica.

Quella sera di tanti anni fa credo di aver imparato una cosa: quando le cose importanti si riesce a farle ballando insieme hanno un impatto inimmaginabile. E’ raro, però: quando si è in molti è difficile trovare il ritmo comune. Ci vorrebbe un miracolo. Uno di quei miracoli quotidiani che in tante parti del mondo ancora accadono e in cui noi sembriamo non credere più.

Quello che poi si è visto


Segue da qui. Vale il disclaimer del post precedente: spiego le cose così come io le ho capite, condite dai miei commenti e dalle mie considerazioni. Non esprimo la posizione ufficiale di alcun ente, nemmeno di quello per cui lavoro.

Ci eravamo lasciati a circa un anno fa, con il piano straordinario di accoglienza gestito dalla Protezione Civile rinnovato per un anno. Cosa è successo intanto? Da un certo punto di vista, non granché. Con una certa lentezza e fatica, sono cominciati a arrivare gli esiti delle domande di protezione internazionale delle persone accolte. Gli esiti sono stati in gran parte negativi. I motivi sono vari: un po’ perché questi flussi erano molto misti, un po’ perché la preparazione dell’intervista in molti casi è stata carente, un po’ per tutto l’insieme delle circostanze.

Già da gennaio 2012 chi stava lavorando davvero sul campo ha iniziato a porsi seriamente la questione: era abbastanza evidente che questa emergenza così gestita portava dritta dritta a un vicolo cieco. Se infatti per la Protezione Civile una testa da alloggiare resta una testa, a prescindere dallo status giuridico, ben diverse sono le prospettive di integrazione di chi ha un permesso di soggiorno e di chi non ce l’ha. La strada obbligata, per quanto poco ragionevole e costosa, era far presentare ricorso contro il diniego ricevuto a tutti quelli che in accoglienza stavano e lì sarebbero comunque rimasti. [N.B. Normalmente, in un sistema di accoglienza specializzato (come lo SPRAR), non funziona così. Le domande di asilo si seguono con puntualità e attenzione e, di conseguenza, quando l’esito è un diniego non si presenta ricorso automaticamente: si valuta se c’è o no materia per presentarlo. Solitamente quindi si ha modo di preparare la persona alle conseguenze di un diniego, compresa la conseguente dimissione dal centro di accoglienza. Ma tutto ciò in emergenza non vale, naturalmente].

Il 13 marzo del 2012 il Tavolo Asilo, che riunisce i principali enti di tutela, aveva presentato e reso pubblico un appello molto specifico al Governo Monti. “Tanti di questi profughi – segnalava l’appello – sono stati incanalati nel percorso della domanda di protezione internazionale spesso senza aver ricevuto un’adeguata informazione sulle implicazioni e sui possibili esiti della procedura di asilo ed ospitati in strutture non sempre adeguate. L’alto numero di decisioni negative riguardanti le loro domande di protezione rischia di generare una vera e propria ulteriore emergenza. V’è infatti il concreto rischio che un elevatissimo numero di ricorsi, condizione necessaria per rimanere nei centri di accoglienza, metta in crisi la procedura di tutela del diritto d’asilo in sede giurisdizionale, con gravi ricadute generali sull’intero sistema asilo”. Si chiedeva dunque già allora, esplicitamente, che si adottasse l’unica soluzione possibile: concedere tempestivamente  la protezione umanitaria a tutti gli accolti e creare i presupposti indispensabile a un loro percorso di uscita da centri che sarebbero restati aperti ancora per poco. Si aggiungevano poi altre richieste importanti, tra cui il ripristino immediato di Lampedusa alla normale operatività.

Il 21 settembre la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha pubblicato un documento di indirizzo per il superamento dell’emergenza Nord Africa. Si fanno alcune proposte concrete, sebbene nettamente insufficienti (ampliamento del sistema di accoglienza ordinario SPRAR di 1.000 posti circa; stanziamento di fondi per 1.000 “doti formative individuali” del valore di 5.000 euro ciascuna), ma due elementi balzano subito all’occhio. Uno: è tardissimo per iniziare percorsi formativi individuali se si pretende che il 31 dicembre tutti siano fuori dai centri; la formula dei tavoli di concertazione, nazionali e regionali, è correttissima, ma richiederebbe ben altra tempistica per essere efficace. Due: e che ci dite dello status giuridico delle persone? Per ora non si dice ufficialmente alcunché. Si mormora ufficiosamente (e pare l’unica soluzione possibile) che effettivamente questa protezione umanitaria verrà data, ma come, a chi e in che tempi ancora non si sa. E intanto è finito anche ottobre.

Si potrebbero fare molti, moltissimi commenti. Chiunque conosca persone che vivono la delicata condizione della richiesta di asilo sa che sarà difficile rimediare in fretta e furia a errori organizzativi e gestionali di questa fatta. Immaginate che io sia arrivata dalla Libia in piena guerra, vedendomi morire accanto amici e compagni di viaggio. Mi hanno mandato in un luogo di accoglienza (scartiamo le soluzioni estreme, tipo gli alberghi abbandonati sulla cima dei monti o le tendopoli: immaginiamo un centro standard),  ho aspettato oltre un anno per essere intervistata dalla commissione e svariati altri mesi per conoscere l’esito. Scopro che è negativo. Mi lasciano dove sto, mi fanno presentare ricorso. Non capisco molto. Mi dicono che comunque devo impegnarmi, imparare la lingua anche se sono analfabeta, cercarmi lavoro anche se non posso lavorare. Mi rimanderanno indietro? Mi daranno un permesso di soggiorno? Eh, mi dicono, è ancora presto per sapere questo. Nulla è sicuro, a parte il fatto che tu il 31 dicembre devi andartene da qui, con tanti auguri di buon anno nuovo.

Credo che a questo punto qualcuno dei profughi accolti con la cosiddetta emergenza Nord Africa si stia chiedendo in che razza di Paese sia arrivato/a. La maggior parte, dopo due anni, si saranno dati una risposta. Temo che questo dovrebbe essere il vero punto di forza dell’exit strategy: si conta sul fatto che, appena avranno in mano un pezzo di carta qualsiasi, si precipiteranno verso la più vicina frontiera. Tuttavia con i tunisini, l’anno scorso, questa raffinata pianificazione non ha prodotto gli esiti sperati. Qualcosa mi dice che ancor peggio finirà questa volta.

Avanti, in qualche modo


“Finirà questo 2012? Io conto i giorni!”. Scherza, Isabella, e sorride. Ieri finalmente ci siamo incontrate. Dopo la bizzarra iniziativa “Roma dei rifugiati“, del cui sceltissimo e esclusivo pubblico faceva parte, ha iniziato a fare volontariato al Centro Astalli. A mensa, nel mezzo del casino. Vederla, bionda e sorridente, in quel marasma mi è parso un miracolo. Non posso dire che mi abbia sorpreso. Ma insomma, era un bel vedere.

Che anno sia stato per Isabella questo (preceduto, a dirla tutta, da vari anni precedenti) potete leggerlo sul suo blog, di cui però voglio linkarvi questo ultimo post, che mi pare la dipinga tutta. Che dipinga, specialmente, la sua positiva voglia di reagire, di prendersi cura di sé aprendosi agli altri. Quello stesso atteggiamento potentissimo e straordinario che ho ritrovato, tempo fa, nella lettura del libro “Soldo di cacio” di Silvia Mobili.

Assorbo queste testimonianze, rimugino, ma soprattutto sono grata per aver la fortuna di incrociarle. Penso a quanta sofferenza si nasconda dietro il far finta di nulla di tanti, me per prima. Penso alle amiche lontane, a cui non riesco a stare vicina in nessun modo. Penso a tutti quelli, anche strettamente legati a me, a cui non mi viene neanche in mente di stare vicino. Sarebbe bello riuscire a trasformare il dolore in energia, che ci faccia camminare e, perché no, anche far qualcosa per gli altri. Alcuni ci riescono.

Il dilemma del fundraising


Non sono mai stata granché brava a chiedere soldi, neanche quando mi sono dovuti. Al memento i miei crediti non riscossi superano di gran lunga le mie entrate mensili. Negli anni mi sono resa conto che, oltre al mio fallimentare senso degli affari (al punto che è quasi un’eresia accostare a me questo concetto), ho proprio un problema specifico: vengo da un ambiente “culturale”in cui di soldi non si parla, non sta bene, non fa fino. Il concetto è ben esemplificato da un triste aneddoto accademico. Lavoravo già al Centro Astalli quando mi è stata offerta una docenza a un master che comportava un impegno di tempo tale che avrei dovuto come minimo chiedere un part-time, se non lasciare proprio il lavoro (cosa che chi mi proponeva la cosa dava per scontata, peraltro). Facendo una violenza a me stessa e al tenore della conversazione ho chiesto quanto mi avrebbero pagato. 1000 euro lordi annui. Sì, avete capito bene. A quel punto ho spiegato con tutta la cortesia che ero lusingata, ma che proprio non si poteva fare. Il proponente ha detto di capire, ma poi mi ha raccomandato più volte di non dire a nessuno che rifiutavo per i soldi. Meglio inventarsi altre nebulose e più accademiche motivazioni (tipo: “temo di fare uno sgarbo a…”). Quando ho realizzato che all’estero anche i ricercatori delle mie materie si ponevano in modo del tutto diverso (ad esempio chiedendo, al colloquio per l’assegnazione di una borsa di studio, quali fossero gli eventuali benefit aggiuntivi all’importo, considerato evidentemente dal candidato olandese piuttosto micragnoso) è stata una rivelazione vera.

Perché vi racconto tutto ciò? Solo per dire che ogni volta che al Centro Astalli emerge il tema del fundraising sento un brivido corrermi lungo la schiena. E non sono la sola, nel mio ufficio. Ci pare brutto. Visualizziamo subito le invasive campagne con uso sfacciato di occhioni di bimbi africani, che sono lontane mille miglia dalla nostra sensibilità e della nostra identità. Come ho già detto, abbiamo costatato che il rifugiato presente in Italia è difficile da “vendere”. Sostenere a distanza è di gran lunga più rassicurante. Ma è anche vero che il nostro stile di fundraising è timido fino all’inesistente: sul nostro sito il “sostienici” è inguattato in basso a destra, quasi invisibile. Mandiamo bollettini per le donazioni in allegato al nostro bollettino non più di una volta l’anno. Agli eventi che organizziamo non chiediamo mai alcun genere di offerte. I progetti che facciamo nelle scuole sono del tutto gratuiti. Quando abbiamo pubblicato il libro “La notte della fuga” abbiamo quasi litigato con l’editore per abbassare il prezzo di copertina e, non contenti, acquistiamo noi molte copie per poterlo rivendere a un prezzo inferiore (e non percependo quindi neanche i diritti d’autore).

Una collega un po’ pragmatica ci ha fatto notare che probabilmente la convinzione generale è che il Centro Astalli sia ricco, che non abbia alcun bisogno di offerte. Questi gesuiti, si sa. Il che, evidentemente, non ha nulla a che vedere con la realtà. Ogni mese arranchiamo e se avessimo più soldi potremmo aiutare molte più persone nelle loro spese vive (affitti, occhiali, tutori, medicine, corsi, eccetera).

E’ per questa ottima ragione che, ancora una volta, abbiamo stabilito di riconsiderare la nostra politica di fundraising. La settimana prossima faremo una riunione per formulare idee, proposte, colpi di genio. Il fronte degli innovatori dovrà essere assai convincente, perché le scetticismo è molto. Io, con il bipolarismo che mi contraddistingue, saltello con disinvoltura tra le due posizioni. Diciamo che ho maturato uno scettico entusiasmo. Volete partecipare al nostro brainstorming dandomi qui qualche dritta?

Welcome (come dicono a Parigi)


Jean-Marie mi è piaciuto fin dal primo incontro, svariati anni fa. Gesuita, francese, biblista, perennemente con un pericoloso scintillio negli occhi azzurri. Refrattario a ogni forma di obbedienza burocratica o intellettuale. E allo stesso tempo completamente e convintamente dedito al servizio, con una certezza cristallina e una fede incrollabile nell’impossibile. Il progetto Welcome era una di queste idee irragionevoli, poco realistiche, potenzialmente buone ma sai com’è, tra il dire e il fare… Jean-Marie lasciava dire. Ma sapeva che ci sarebbe riuscito e infatti così è stato.

A Parigi i richiedenti asilo trascorrono molto tempo per strada, in attesa che venga loro assegnato un posto nel sistema di accoglienza. Minimo quattro-cinque settimane, a volte di più. Centinaia di giovani afghani dormono in tende per le strade della città, a volte persino lungo gli argini della Senna di fonte a Notre Dame. La Francia pullula di grandi ONG specializzate in materia di asilo e migrazioni, con reti di advocacy potenti e presenza capillare un po’ ovunque. Dei giganti del nostro lavoro. Ma Jean-Marie, con il suo stile da Asterix, insisteva: finché c’è tutta questa sofferenza lo spazio per l’azione c’è, dobbiamo solo trovare il nostro. Per tutti questi giganti i rifugiati, alla fine, sono solo un caso, un numero di fascicolo, una pratica da sbrigare. Per noi può essere diverso. E per “noi”, allora, intendeva essenzialmente lui stesso e una giovane signora italiana, convinta quanto lui (e grazie a lui). Isabella in seguito mi raccontava tra lo sgomento e l’ammirazione retrospettiva alcuni colloqui con finanziatori, amministratori e simili, a cui lei si presentava sudando freddo, con decine di slides e pile di documentazione. Jean-Marie entrava, si sedeva, guardava l’interlocutore negli occhi e partiva con un linguaggio del tutto inaspettato. Niente budget, niente strategie, niente partenariati e programmazioni: solo ospitalità, diritti umani, eventualmente tirando in ballo direttamente lo Spirito Santo. “La prima volta sono uscita dal colloquio sconfortata e anche un po’ arrabbiata”, mi diceva. “Ero certa che nessuno ci avrebbe preso sul serio, se parlava con quel tono da profeta”. E invece.

Oggi Welcome è una rete di ospitalità incredibilmente efficace, che opera in tutta la Francia. Funziona così: alcune famiglie (ormai parecchie) danno la propria disponibilità ad ospitare in casa un richiedente asilo per un periodo di 5 settimane. Il JRS Francia si occupa di selezionare gli ospiti che sono segnalati da ONG su tutta la Francia, di offrire tutte le opportune informazioni e supporto alle famiglie e di fornire a ciascun ospite un tutor che lo segua costantemente in tutte le sue necessità, dalla procedura d’asilo, all’insegnamento della lingua, alla ricerca di soluzioni successive. Alle famiglie viene chiesto solo di accogliere, gratuitamente. E’ un’esperienza che si può fare una o più volte l’anno, o al limite una sola volta nella vita. Ma che ha un valore immenso. Il primo, pratico: toglie dalla strada persone già sfinite dalla fuga dai loro Paesi, consentendo loro di riposare il corpo e lo spirito e, ancor più importante, di sentirsi accolti singolarmente, in forma non anonima. Più di 100 richiedenti asilo, persone molto giovani e in situazioni di grande vulnerabilità, ne hanno usufruito. Ma non è tutto qui. Una sera, durante la riunione annuale del JRS a Parigi, Jean-Marie ha invitato a cena le famiglie e i ragazzi che in questi anni hanno partecipato al progetto. Parlando con loro capisci la portata davvero rivoluzionaria di questa idea semplice.

Mondi che non avrebbero motivo neanche di sfiorarsi per caso che si trovano a camminare insieme un tratto di strada: famiglie borghesi nel senso più pieno del termine e giovani afghani, ceceni, ivoriani. Intellettuali, casalinghe, persone impegnate nella fede e in politica e dedite ai più vari hobby e giovani in fuga, abituati a tentare il tutto e per tutto pur di sopravvivere. Suvvia, non può funzionare. E invece sì. Funziona. Con l’attenta regia del JRS France, che lavora per prevenire difficoltà e “tentazioni” (la regola è chiara: niente soldi, niente regali, niente beneficenza di alcun tipo per gli ospiti, niente proroghe; a tutti gli aspetti pratici pensa il tutor e l’organizzazione), il progetto fiorisce intorno al suo punto centrale: l’ospitalità, nel senso più alto del termine. E i legami continuano, si intrecciano, si estendono di conoscente in conoscente, di condominio in condominio.

I risultati sono stupefacenti e oggi, a pochi anni dall’avvio, tutta la Francia pullula di reti di famiglie e di coordinamenti locali. Jean-Marie si avvia a concludere il suo incarico di direttore del JRS France. Nel salutarlo, domenica, a Parigi non ho potuto fare a meno di dirgli: “E’ straordinario. Ti rendi conto che questo è un miracolo?” “Mica li faccio io, i miracoli”, ha ribattuto brusco lui. Certo, i miracoli sono competenza esclusiva di Qualcun altro. Però si può facilitarli o ostacolarli. “Facilitatore. Sì, questo ruolo mi piace!”, mi ha concesso infine. E ha riso di cuore, come sempre.

Ma, tornando a noi. Con il mio collega italiano ci chiedevamo se questo modello sarebbe esportabile nelle nostre città. Io, ovviamente, dicevo: magari! Mi si obiettava però che il concetto italiano di ospitalità è troppo vincolante, sia per chi ospita che per chi è ospitato. Che gli italiani sono meno avvezzi a dare le chiavi di casa e a dire all’eventuale ospite: “Noi stasera siamo fuori, per la cena arrangiati”. Che le italiane medie sono pericolosamente mamme di tutti e che dunque si dovrebbe vigilare continuamente sulla correttezza dei rapporti. Eccetera. Io però credo che: a) mica siamo tutti uguali! b) non sarebbe l’ora che ci educassimo un po’ a un’ospitalità più sana, che lascia anche molte meno scuse per sottrarsi sempre? Voi che ne pensate?

Jean-Marie

L’acqua in pillole


Ricordo un po’ confusamente un cartone animato dei tempi miei (avevo scritto antichi, per la cronaca), ambientato alla corte di Re Artù. In uno degli episodi Merlino arrivava trionfante dal sovrano, esclamando: “Sire, ho fatto una scoperta straordinaria! La nostra salvezza in caso di assedio! L’acqua in pillole”. “Interessante, Merlino” rispondeva il re. “E come funziona?” “Basta sciogliere una pillola in mezzo bicchiere d’acqua!”.

Quando, già un paio di anni fa, ho iniziato a leggere nei bandi del Fondo Europeo per i Rifugiati che si sarebbero finanziati studi di fattibilità e poi anche interventi diretti di supporto alla creazione di impresa da parte di titolari di protezione internazionale, eventualmente appartenenti alle cosiddette categorie vulnerabili (vittime di violenza estrema e di tortura, nuclei monoparentali, donne in stato di gravidanza, anziani, disabili), mi è tornata prepotentemente alla mente quella vignetta. Senza negare a priori che ci possano essere progetti altamente sperimentali con una buona percentuale di successo (non credo però a Roma, francamente), mi è parso di vedere dietro questa soluzione il tentativo di risolvere un problema limitandosi a spostarlo un po’ più in là. Chi ha difficoltà enormi ad inserirsi nel mercato del lavoro, specialmente in questa congiuntura economica, difficilmente sarà un brillante imprenditore. Non tutti gli stranieri, per il solo fatto di essere tali, sono geneticamente predisposti a gestire qualche lucroso import-export. I migranti forzati, poi, non possono contare di solito neanche su una solida comunità di riferimento. Hanno un bel dire, i sociologi, che nella storia lo straniero è mercante e il mercante straniero (si legge anche questo, nelle ricerche di riferimento). Mica parliamo dei fenici dei sussidiari. Altre sono le persone e soprattutto ben altro è il contesto economico. Per cui quando ti arriva una volenterosa signora ivoriana convinta di aprire un ristorante a Roma perché le piace cucinare (e alla domanda “che fornitori useresti?” risponde “andrei a fare la spesa a Piazza Vittorio”) hai il forte sospetto che non sia assolutamente il caso di incoraggiarla.

Un pensiero analogo mi veniva oggi mentre seguivo con la coda dell’occhio – in streaming – la Social Media Week di Torino, panel “SocialMom, Mamme in rete”. Durante il dibattito finale è serpeggiata la domanda fin troppo consueta che viene rivolta alle mamme blogger di chiara fama: “Quand’è che [bloggare] diventa redditizio?”. In filigrana si coglie un intero esercito di donne che con la maternità ha lasciato o perso il lavoro e che dunque vede nel web la possibilità di inventarsi un lavoro più conciliabile con la propria dimensione. Tutto è possibile, ma ho sempre pensato (e sono in questo confortata da un’autorità come Barbara Damiano) che mettersi in proprio non è affatto un ripiego comodo a un lavoro impiegatizio scomodo. Può essere certamente una via alternativa, ma solo per chi – passatemi la definizione un po’ approssimativa – ha la possibilità di scegliere. Poi chiaramente tra la blogger per mero diletto e l’imprenditrice del web ci sono le mille sfumature del lavoro free-lance, che può utilmente servirsi del blog come vetrina. Questa variante può essere in effetti una risposta all’assenza di reale conciliazione nel nostro Paese (non è una forma di conciliazione in sé, però). A una condizione: non avere un disperato bisogno di guadagnare. Quindi, a quanto ho potuto vedere, reinventarsi professionalmente attraverso il mommyblogging è possibile, ma non è un ammortizzatore sociale, un sostegno al reddito delle fasce più deboli. Può aiutare qualche professionista rimasta al palo a sperimentare vie nuove. Però non è la via della redenzione per tutte le donne che non trovano un lavoro o non hanno la possibilità di mantenerlo.

Insomma, guadagnare attraverso il blog per una mamma è come una pillola di acqua in pillole, da sciogliere in mezzo bicchiere d’acqua. Mandata giù così rischia di strozzare il volenteroso ingoiatore (o, più facilmente, la volenterosa ingoiatrice).

Ovviamente poi bloggare è altro e offre moltissimo. Potenzialità di sperimentare, di catalizzare idee, di esprimersi, di socializzare. Io adoro il mio blog e non credo potrei più rinunciarci. Però difficilmente rimpinguerà il mio conto in banca – e non mi sono mai aspettata che lo facesse.

 

Non sta a me


Non è che avessi proprio un piano preciso, lo confesso. Si sarà pure notato, presumo. Però dopo la giornata di oggi, la gita sociale “Roma dei rifugiati”, sono ancora più convinta che vale proprio la pena di farle, queste cose poco pensate e tanto sentite. Mentre uscivamo dal mio catacombale ufficio, eccezionalmente trasformato in luogo dove ricevere delle amiche, mi sono chiesta: “Era troppo?”. Questo davvero non sta a me giudicarlo. Per la mia golosità era pure poco, anche se era davvero il massimo consentito da una tempistica che evitasse il trattamento inumano dei partecipanti e, in qualche caso, l’abbandono di uno o più minori.

La gratitudine a chi è venuto l’ho espressa ieri. La ribadisco tutta. Ci aggiungo quella a Guglielmo, di Prime, che ci ha accolto senza batter ciglio e mi ha preso sul serio, sulla fiducia, in una roba che non sapevo neanche ben spiegare cosa dovesse o potesse essere. E nonostante questo, è stata proprio come la volevo. Sono emersi tanti spunti di riflessione anche per me, che non sono nuova all’argomento. In particolare due temi su cui devo continuare a riflettere seriamente: quello della comunicazione sul tema dei rifugiati e quello del fundraising (sì, no, come, quando).

Se e quando le partecipanti si riprenderanno dalla botta, mi piacerebbe sentire anche da loro (in pubblico o in privato, a loro discrezione) cosa ne pensano e come mi consigliano di proseguire questo percorso un po’ alla cieca, che vorrebbe essere (un po’ troppo pomposamente) un’operazione culturale. Più realisticamente può diventare un’operazione di condivisione di esperienze, di idee e di pensieri.

Il pranzo mi ha richiamato prepotentemente alla mente i coffee break autoprodotti dei convegni degli allora giovani Orientalisti. Quando credevamo seriamente di cambiare la società a colpi di storia antica. Non a caso è stata una delle partecipanti del convegno di dicembre 2001 a darci lo spunto per organizzare il pic nic  (ci sei mancata tantissimo, Betti!). Forse questo oggi lo posso dire – e non sapete quanto mi conforta: non è mai tardi per avere un ideale. E se ne parla meglio a stomaco pieno, ridendoci un po’ su, incoraggiandosi con il calore di amicizie che, a dispetto della casualità con cui nascono e si intrecciano, sono davvero di sostanza.

Ultimo ringraziamento doveroso ad Alessandra. Specialmente alle non romane tenevo proprio a regalare quei vicoli, quegli scorci. Poi però Alessandra ci sa mettere sopra tanto di più (gelaterie sfiziose incluse!). Certo, non era lì solo per la sua competenza. Oggi me la rivedevo davanti in una classe piena di curdi, in una scuola del Flaminio. E ritorno al punto di partenza: quanto è bello riuscire ad alzare la testa e vedere che non si è così soli come nei giorni grigi ti pare di essere.

P.S. Iniziano a reagire! Ecco qui i racconti di Isabella, Chiara e Anna.

Primo giorno di scuola: un pensiero, un segno


Oggi è il primo giorno di scuola per molti bambini. Leggo sui blog e sui social network l’emozione di molte mamme che accompagnano per la prima volta i propri figli, cartella in spalla, a un’esperienza che, nel bene e nel male, plasmerà una parte importante della loro vita (e della nostra). Ieri si è discusso di inserimenti, nei prossimi giorni si parlerà di tante altre questioni urgenti che ci si presentano ogni anno, a partire dalla sicurezza degli edifici scolastici.

Oggi però, mentre iniziavo il mio lavoro di ogni giorno, mi ha colpito una frase, che voglio condividere con voi. “A Homs, in Siria, alcuni bambini non frequentano la scuola da più di un anno”. Magari in una tragedia di quelle dimensioni, di cui mi fa piacere si cominci a parlare di più anche sul web, questa normalmente non sembra la cosa più grave. Lo stesso articolo che stavo traducendo parlava di bombe, di decina di migliaia di famiglie senza casa né cibo, accampate alla meglio negli edifici scolastici e nei parchi pubblici, di persone isolate a causa dell’insicurezza delle strade e che non hanno alcuna possibilità di essere raggiunte dagli aiuti. Ma oggi questo particolare mi ha colpito fortemente. Chi ha vissuto, più o meno da vicino, l’esperienza di un trauma forte come il terremoto sa bene che i bambini, proprio in queste circostanze, non devono essere lasciati soli. Che ai danni materiali, incalcolabili e inarrestabili, si aggiungono le ferite invisibili, più profonde nei più piccoli.

Ma oggi mi veniva in mente anche un’altra cosa. Siamo sicuri che l’istruzione dei bambini non sia una priorità “in questo momento” (i “momenti”, quando si tratta di crisi di rifugiati e di conflitti, possono durare anni, decenni, o persino alcune generazioni)? Non posso fare a meno di pensare a quanta legittima preoccupazione riserviamo a ogni dettaglio dell’istruzione dei nostri figli, a quanta importanza attribuiamo anche a quelle che sono semplicemente opzioni (“passi la materna, ma con una scelta infelice delle elementari li roviniamo proprio”, è capitato anche a me di dire e di pensare). E se mia figlia da oggi a tempo indeterminato non potesse frequentare una scuola? Siamo sicuri che la cosa non mi strazierebbe quanto la preoccupazione di darle da mangiare ogni giorno? La scuola è il futuro. E’ quello che contribuirà a definire il suo percorso, anche e soprattutto quello che potrà fare indipendentemente da me. Io credo che proprio quando una madre e un padre non potrebbero scommettere sulla propria sopravvivenza immediata si preoccuperebbero che ai loro figli non venga negato il futuro.

Tutte questi pensieri mi venivano alla mente oggi, traducendo gli aggiornamenti sulle attività del JRS in Siria e in Giordania. In questi giorni sono molte le sollecitazioni che arrivano a contribuire alla causa dei siriani in fuga e ne sono felice. Serve davvero il contributo di tutti e ciascun ente, grande o piccolo che sia, può fare la differenza. Mi scuserete se io vi parlo di chi conosco personalmente. Lo faccio per solidarietà personale, ma anche perché tra i loro servizi di emergenza sono comprese attività didattiche e psicosociali per 800 bambini a Homs, per 67 bambini a Damasco e per tanti altri che vivono nelle scuole di Aleppo o si sono rifugiati con i loro genitori ad Amman.

Vi riporto qui sotto i costi delle principali attività svolte dal JRS in Siria. Per le informazioni su come contribuire concretamente vi rimando al sito del JRS, dove troverete anche notizie e aggiornamenti.

L’inverno si avvicina e il JRS si prepara a fornire il supporto necessario, specialmente vestiario e articoli per la casa, alle famiglie di sfollati. La temperatura media in Siria scende fino a 10°, con piogge e forti venti. Molte famiglie hanno perso tutto e hanno solo vestiti adatti ai mesi estivi. Vista la gravità della situazione, il JRS spera di attrezzare una seconda cucina da campo a Aleppo, con il vostro sostegno.

70 euro: 100 litri di olio per il riscaldamento (per l’inverno)
80 euro: kit base per una famiglia: un materasso, due lenzuola, un cuscino, due coperte invernali e due asciugamani
100 euro: una fornitura mensile di generi alimentari per una famiglia di cinque persone
120 euro: vestiti invernali per una famiglia (maglione, giacca, pantaloni, scarpe)
160 euro: affitto di un appartamento per un mese per una famiglia di sfollati
4.000 euro: supporto per un giorno per le famiglie ospitate nelle scuole di Aleppo
4.000 euro: costo di una fornitura di cibo giornaliera per 10mila persone
8.000 euro: costo dell’installazione della cucina da campo.