Quel che è giusto è giusto


Qualche post fa raccontavo della didattica della storia che avevamo provato a Ribe, in Danimarca e mi chiedevo perché non si praticasse qualcosa di analogo qui in Italia. Mi correggo: iniziative di analoga serietà e impostazione esistono anche in Italia. Solo che sono occasionali, che faticano a trovare gli spazi per esprimersi e che, quando ci sono, sono ben poco pubblicizzate, in fin dei conti.  Fino a domani è in corso a Roma, nello scenario del Parco Regionale dell’Appia Antica (un gioiello di archeologia e natura che io, da romana, mi godo incredibilmente poco), la terza edizione del festival Ludi Romani.

Domenica scorsa io e Meryem siamo andate all’anteprima, al mausoleo di Priscilla. C’erano poche attività, ma era tutto più raccolto e ci siamo godute a pieno il laboratorio sul formaggio di Pino Pulitani, che in seguito ho scoperto essere uno dei massimi esperti in Italia di archeologia sperimentale oltre che maestro artigiano. Spendo due parole su questo incontro che mi ha folgorato: ho visto poche persone capaci come lui di coinvolgere i bambini in un’attività didattica, anche un po’ lunga e complessa, trasmettendo moltissime informazioni senza mai averne l’aria. Oggi invece siamo andati alla sede maggiore, la monumentale Villa di Massenzio. Le attività proposte erano moltissime, anche se forse la cornice, pur bellissima, risultava forse un po’ dispersiva.

Nelle associazioni di appassionati che animavano l’evento ho trovato entusiasmo, convinzione e competenza. Quelle stesse che descrive Giorgia in questo post su Ribe. I combattimenti dei gladiatori erano ad esempio introdotti da un’arringa che alternava toni da commentatore sportivo a spiegazioni molto tecniche, ma comunque chiarissime, sull’equipaggiamento e la tecnica di combattimento dei vari gladiatori. Quando poi il commentatore ha deposto il microfono per assumere la sua identità di reziario, il suo trasporto ha trovato il degno coronamento. Mi ha davvero colpito questo strano connubio di tifoseria e rigore filologico, che non può esprimersi ovviamente nelle parate mastodontiche del Natale di Roma, quando il Circo Massimo è invaso di figuranti molto pittoreschi, ma nessuno ha la possibilità di parlare (tranne chi farebbe miglior figura a stare zitto).

C’è dunque anche qui da noi chi coltiva la passione per una storia imparata, trasmessa e vissuta in un modo diverso dagli stereotipi dei film americani. Oggi ho sentito accenti di tutta Italia: i gruppi venivano da Rovigo, da Bergamo, da Siracusa. Alcuni di loro girano l’Europa in manifestazioni analoghe e quindi, posso immaginare, respirano anche un’aria diversa, vedono che in molti Paesi (e non solo quelli nordici dove ci sono solo prati e boschi: mi parlavano dell’anfiteatro di Tarragona, in Spagna) la riluttanza italica a concedere siti archeologici per attività di intrattenimento a stampo didattico non esiste. Anzi. Osservavamo oggi che non si esita a concedere il Colosseo per eventi che poco hanno a che fare con la sua reale valorizzazione come patrimonio comune (dalla Via Crucis alla sfilata dello stilista di turno), ma mai e poi mai si autorizzerebbe un torneo di gladiatura internazionale con queste caratteristiche.

Bisognerebbe fare più spazio a questo patrimonio di risorse umane che esiste nel nostro Paese e che può ridare vita ai nostri siti unici, ma troppo spesso poco fruibili e quindi anche poco attraenti. Piuttosto che tentare di spennare il turista giapponese ai Fori Romani con tariffe truffaldine, si potrebbero offrire esperienze come quella di oggi non solo eccezionalmente, ma in modo più sistematico. Italiani e turisti pagherebbero volentieri un biglietto onesto e tutti noi respireremmo un po’ più di cultura, che male non fa a nessuno.

P.S. Se volete guardare qualche  foto di questi due giorni ai Ludi Romani, le trovate qui.

Suoni e silenzio


Tra le molte, moltissime cose che vorrei raccontarvi ancora sul nostro soggiorno danese, ce n’è un’ultima che non posso proprio omettere, anche se forse ormai ne avrete avuto abbastanza. Si tratta della diversa gestione del suono che, evidentemente, si usa da quelle parti.

Appena sbarcati in aeroporto a Billund, la mia prima reazione è stata di profondo disagio. Oddio, come siamo rumorosi. Si sente solo la nostra voce. Tra un po’ tutti ci inizieranno a guardare, ci sgrideranno e ci faranno pure una multa (questo è ovviamente frutto della mia paranoia, ma avete capito). Eravamo certamente fonte di inquinamento acustico. Ho tentato di contrastare la tendenza a suon di “shhhhh!”. Meryem non ha gradito molto.
Arrivati alla nostra casetta, adiacente a moltissime altre analoghe e ben ricolme di famiglie con bambini, mi sono illusa che il livello di decibel salisse, mimetizzando meglio il nostro. Ebbene no. Il silenzio era assordante. Il vento soffiava sull’erba: quello era il suono più intenso. Aggiungo che la prima sera, essendoci dimenticati lo zucchero, ho iniziato a bussare alle porte finestre di tutti i vicini con una tazza in mano per elemosinarne un po’. Erano quasi tutti a cena (tavolate di minimo 6 persone), apparentemente in silenzio (neonati compresi). E nessuno aveva zucchero in casa, ma questa è un’altra storia. (Mi sono a lungo chiesta: era vero, o solo non si usa rompere le palle ai vicini? Mi sono parsi tutti assai gentili, ma certo che 7 famiglie con bambini non abbiano zucchero in casa mi pare statisticamente bizzarro).
Veniamo a Legoland. Leggera musichina solo in biglietteria. Niente jingle, niente musica assordante. Di più. Ciascuna attrazione utilizza il suono come parte dell’esperienza proposta: lungo il percorso in canoa i lupi ululano e gli uccelli cantano; qua e là pappagalli di lego fanno sentire il proprio chiacchiericcio; il percorso in macchinina attraverso una sorta di zoo safari (di lego) è comprensivo di adeguati effetti acustici per simulare i versi degli animali. Tutto ciò sarebbe impossibile da fruire se il livello di rumore fosse quello dello Zoomarine o di Gardaland.
Anche al parco del castello di Egeskov il bellissimo percorso su ponti sospesi tra gli alberi del parco (a altezza vertiginosa!) a ogni tappa aveva un pulsante da schiacciare con un diverso verso di uccello. Anche in questo caso, niente urla incontrollate dal parco giochi sottostante.

Ultimo tocco al quadro: il resort di Lalandia, con le sue mille attrazioni. Anche in questo caso, sia pure più presente, la musica è molto meno invasiva di quanto sarebbe in un luogo analogo in Italia. C’è persino una animazione, con jingle e minidisco. Però… dura 30 minuti al giorno (!) ed è circoscritta a uno spazio molto specifico. Come dire: se proprio la vuoi, ci vai. Altrimenti non la subisci.

Ci dicevamo l’altra sera con un’amica, che ha fatto le vacanze in Sardegna a stretto contatto con due famiglie tedesche: ma è solo la nostra sensazione, o i bambini dei Paesi del nord fanno meno rumore dei nostri? Certo, vivere in un ambiente meno assordante aiuta a registrarsi su toni accettabili. Mi sono ricordata anche Uppsala e il suo leggero fruscio di biciclette, unico indizio della presenza di studenti in una città universitaria. Ma c’è anche un’educazione specifica in tal senso? E che valenza ha? Forse qualche residente delle terre del nord può illuminarci.

Imparare e divertirsi nella terra dei Vichinghi


Mentre Meryem saltellava qui e là vestita da principessa medievale, intenta a guidare un gruppo di bimbi nell’impresa di liberare una sirenetta sua coetanea dalla stiva della nave dei pirati, io mi sono concessa una chiacchierata con la direttrice del luogo di meraviglie dove abbiamo passato buona parte del nostro soggiorno a Odense, città di Andersen: il Børnekulturhuset Fyrtøjet. Che cos’è? Un sito lo definisce “spazio culturale interattivo per famiglie con bambini al seguito”. Io ho qualche difficoltà a riportarlo a una definizione, perché non ero mai capitata in una struttura simile. L’ingresso richiama un po’ quello di una biblioteca, da cui si accede a un ambiente molto ampio, chiamato “La grande stanza delle favole”. L’effetto è quello di trovarsi in un grandissimo palcoscenico teatrale, con tanto di luci e scenografie, ispirato alla favola della Sirenetta: c’è il palazzo marino, la nave, le conchiglie, la carcassa di una balena, l’antro della strega. Tutto a grandezza naturale e perfettamente arredato. L’idea è che i
bambini, ma volendo anche i genitori, possano giocare liberamente, unicamente sull’ispirazione delle suggestioni dei luoghi fantastici lì ricreati e dei costumi e accessori che si possono utilizzare a proprio piacimento. La struttura continua poi in altri ambienti e al piano superiore, con ulteriori angoli di gioco e esplorazione: la simulazione di un molo di pescatori e di un faro del secolo scorso (con dentro telegrafo e macchina da scrivere, veri e utilizzabili liberamente), un sottomarino, una cucina… Tutto a disposizione dei bambini, per il gioco libero. Ci sono infine delle stanze laboratorio, con colori, fogli, tele e supporti di ogni genere per il disegno, la pittura e quant’altro e una specie di sala guardaroba, con abiti di scena di tutte le taglie, dove a determinate ore le animatrici del centro animano l’invenzione e
recitazione di favole, con la partecipazione di bambini e genitori. Un po’ complicato da descrivere, ma vi assicuro che noi ci siamo divertiti infinitamente a esplorare, insieme e singolarmente, questo luogo pieno di semplici meraviglie della fantasia e a dare il nostro contributo alla messa in scena di una delle favole più strampalate che si siano mai sentite.

Vi dicevo della chiacchierata con la direttrice. Ho da lei saputo che il centro è basato sul noto approccio Reggio Emilia, di cui ho appreso l’esistenza… da lei (acc, che figuraccia). Ci siamo poi trovate a parlare della differenza tra Legoland e altri parchi tematici e lei, con la competenza che a me manca, ha confermato la mia impressione. Il fulcro nella discussione era il ruolo “attivo” o “passivo”, passatemi i termini rozzi,  del bambino rispetto alle attrazioni.
Legoland, lo dicevo anche nel post precedente, è praticamente un inno alla creatività. Non è come farsi una foto con Topolino, per intenderci. Lego è un brand, ci mancherebbe, ma il bambino è continuamente stimolato a partecipare, intervenire, fare esperienze. A Legoland, ad esempio, siamo diventati una squadra di vigili del fuoco e, con il nostro mezzo, abbiamo partecipato a una gara per spegnere un incendio (imparando, in parte a nostre spese, quanto può pesare l’attrezzatura di un pompiere e quanto sia essenziale per il risultato “fare squadra”), abbiamo setacciato la sabbia un un ruscello alla ricerca di minuscole pepite d’oro, abbiamo cotto il nostro panino al fuoco dei Pellerossa. Persino le ricostruzioni di Miniland sono quasi tutte dotate di pulsanti che i bambini possono premere per vedere l’effetto (sonoro, di movimento o altro) che il loro piccolo contributo può portare al quadro generale. Un quadro intero di Miniland è dedicato alla spiegazione concreta delle energie alternative e appositi contatori misurano l’energia prodotta dal sole o dall’attivazione di turbine e mulinelli vari da parte dei visitatori, grandi e piccoli.
E qui passiamo a un ultimo punto. Oltre a divertirsi, dunque, anche in un contesto così si può avere la pretesa di introdurre elementi di apprendimento senza risultare pedanti? La risposta è certamente sì. Questa, onestamente, non è una novità: posso pensare a molti esempi di intrattenimento didattico anche qui in Italia (semmai cambia, a tratti, lo stile: ma di questo, forse, parleremo nel prossimo post). Però anche in questo caso la visita al Vikinge Center di Ribe è stata per me una novità assoluta. Si tratta di una ricostruzione, in spazio aperto di una certa ampiezza, di un villaggio vichingo comprensivo di figuranti e animali. Non è un sito archeologico, non è un museo. Però non è neanche una pagliacciata. La ricostruzione appare abbastanza rigorosa. L’idea è che i visitatori assistano, e in certa misura partecipino, alle attività del villaggio e possano conversare e fare domande agli “abitanti” per ottenere maggiori informazioni. Noi ad esempio abbiamo assistito alla lavorazione del vetro e siamo stati informati dalla vichinga sulle importazioni, per commercio o per razzia, delle materie prime. Meryem è rimasta entusiasta della possibilità di piallare un bastoncino con il falegname del paese, molto meno della possibilità di imparare a combattere (lo scudo, a suo dire, era troppo pesante e la pioggia e il freddo avevano probabilmente avuto la meglio sul suo spirito, già fiaccato dalla vita cittadina).

Personalmente ho trovato estremamente affascinante questo approccio alla “cultura”. Mi sono chiesta se si potrebbe fare anche da noi. E non parlo, ovviamente, dai beceroni vestiti da gladiatori che ammiccano alle turiste per farsi fare una foto a pagamento. Ho avuto su questo uno scambio abbastanza vivace con la mia amica Alessandra, archeologa e esperta di visite guidate per bambini. Lei sostiene, in estrema sintesi, che no, da noi non si potrebbe fare. E che, mi pare di capire, lei non condivide neanche del tutto l’uso del “finto” (e dell’ipotetico, evidentemente) per rendere fruibile il “vero”. Io, che paradossalmente al “vero” sito e al museo Meryem neanche ce l’ho portata, obiettavo – estremizzando – che alla fine non è il manufatto o il muro a essere importante, ma l’occasione di familiarizzare con qualcosa, attraverso l’esperienza. Non abbiamo avuto tempo di approfondire la discussione. Voi che dite? Immaginereste una ricostruzione di borgo rinascimentale, con figuranti ben formati, a cui accedere a pagamento per provare l’ebbrezza della vita quotidiana al tempo della famiglia de’ Medici?

Felicità nello Jutland


“I genitori sono felici se i bambini sono felici”, mi diceva una figurante vichinga del VikingeCenter di Ribe, durante una piacevole se pur breve chiacchierata in seguito al conio, un po’ maldestro, di due monetine d’argento ad opera di Meryem (con la mia collaborazione). Quanto è vero. Durante la mia settimana in Danimarca ho realizzato che il mio concetto italiano di “Family Friendly” ha un’impostazione, per dir così, negativa: considero tale un luogo o una situazione privi di vistosi impedimenti che lo rendano inadatto a una famiglia con bambini. Al contrario, ho avuto modo di notare che, almeno nei luoghi dove il nostro soggiorno ci ha portato, sono molteplici gli accorgimenti, banali o creativi, che facilitano attivamente la vita a genitori e figli. Piccole cose, spesso, ma che fanno la differenza.

Facciamo qualche esempio concreto, in ordine sparso.

Prima scena: Aquadome di Lalandia (Billund), ovvero grande parco acquatico con scivoli mirabolanti di ogni forma e dimensione, piscine di ogni foggia e caratteristica (inclusa una simulazione di spiaggia con onde alternativamente dolci e alte – preannunciate da breve segnale acustico – e due vasche idromassaggio, di cui una calda e con una parte all’aria aperta – taccio della meravigliosa sensazione del calduccio dell’acqua gorgogliante a contrasto con l’aria frizzante dell’estate danese, altrimenti divago). All’ingresso, ovviamente, si è tenuti a fare lunga e accurata doccia con sapone (i cartelli indicano quali parti del corpo lavare e in che ordine!). Ebbene, sia lo spogliatoio/doccia delle donne che quello degli uomini erano dotati di appositi seggiolini imbottiti appesi al muro per posizionare il neonato di turno e consentire al genitore un lavaggio comodo. All’ingresso, i genitori potevano usufruire di una sorta di lettino di plastica con sbarre e rotelle, corredato di materassino, per consentire il facile spostamento di neonati e bimbi più piccoli e, eventualmente, il loro riposo (e voi mi direte: sì, figurati, con il casino che ci sarà… No, il casino non supera mai il livello acustico di guardia, un po’ per gli spazi ampi, un po’ per l’attitudine generale, su cui avrò modo di tornare). Foto dell’Aqaudome non ne ho: ho prudentemente lasciato la Canon in luogo asciutto. Ho notato peraltro che grandi cartelli ricordavano a tutti di fotografare esclusivamente i propri familiari all’interno della piscina.

Seconda scena: luoghi di visita vari, tipo La Città Vecchia di Aarhus (un museo diffuso su cui tornerò nel prossimo post di questa serie). Carrellini per il trasporto di bimbi e eventuali altri carichi sono forniti gratuitamente ai visitatori. Sono rigorosamente in stile con l’ambientazione, ovviamente (niente roba di plastica variopinta stile supermercato).

Terza scena: Legoland (ah, sospiro di nostalgia). Capita che ci sia un po’ di fila per i giochi. Ma qui mi tocca aprire una parentesi e lo faccio. Dimenticate l’inferno di Zoomarine o altri parchi analoghi in Italia. Ai bagni, per dire, non si trova praticamente alcuna fila. Perché? Semplice. Sono moltissimi. Ma proprio tanti. Quasi a ogni angolo, sempre e costantemente puliti e ripuliti e (devo precisarlo?) dotati di fasciatoi sia nella sezione donne che in quella uomini. La mia amica Anna menzionava i “bagni di famiglia”, in cui entrare tutti insieme: io non li ho visti, ma non mi stupirebbe. Si diceva della fila ai giochi: un cartello all’inizio della fila, costantemente aggiornato, informa con assoluto realismo e anzi un pelo di stima all’eccesso sul tempo massimo di attesa (io ho visto 5, 10 e 15 minuti). Le file sono organizzare in modo da prevedere uno spazio in cui i bambini possano giocare su appositi tavoli cosparsi di mattoncini Lego. Ovviamente da lì sono sempre ben visibili ai genitori in fila e possono agevolmente raggiungerli al momento opportuno. Facile, eh? Ma non avevo mai visto nulla del genere altrove.
Quarta scena: Lalandia, comprensorio di case vacanze. Il luogo è dotato di grande prato verde recintato con caprette. Attraverso apposite scalette i bambini (ma anche gli adulti) possono entrare nel recinto e giocare liberamente con gli animali. Più efficace di molti intrattenimenti (a pagamento). Meryem conserva un ricordo indelebile delle caprette di Lalandia, con cui non si stancava di giocare.

Quinta (e ultima scena): case per famiglie del comprensorio di Lalandia. Ho già detto che erano perfettamente accessoriate. Ma vogliamo parlare dei thermos e dei contenitori per trasportare cibo per le escursioni? A questo proposito aggiungo che in né a Legoland né alle altre attrazioni di Lalandia (piscina esclusa, per ovvie ragioni di igiene) era vietato introdurre cibi o bevande, per cui molti ricorrono allegramente al pic nic portato da casa, potendo usufruire degli appositi tavoli della struttura stessa. Questo divieto assurdo, che noi in Italia non abbiamo peraltro quasi mai rispettato, non avrebbe peraltro gran motivo di esistere a Legoland, dove i cibi e le bevande in vendita (vari e numerosi, con stand tematici accordati alle zone del parco) non costano di più di quanto costerebbero altrove. Prezzi alti, dunque, come ovunque, ma non maggiorati al fine di spennare il visitatore, il quale resta comunque libero di scegliere se e quanto usufruire della gastronomia proposta in loco.

Non perdete la prossima puntata, dall’ambizioso titolo provvisorio di “Didattica, intrattenimento e divertimento nella terra dei Vichingi”.

Il viaggio in Danimarca – una carrellata


Non so da dove cominciare. Il viaggio che abbiamo vinto grazie al concorso di Piccolini Barilla superava talmente le nostre aspettative che non riuscivamo neanche a figurarcelo. Ho tentato, come è nella mia natura, di pianificare a botta di guida Lonely Planet, ma alla fine ho finito per affidarmi ai saggi consigli della gentilissima signora Ghita di VisitDenmark, che nei giorni precedenti alla partenza ha dimostrato un’efficienza e una cortesia che mi hanno lasciato senza parole. Ho fatto bene, decisamente.
Il premio prevedeva un soggiorno in una casa vacanza del resort Lalandia di Billund (non posso guardare le foto del sito senza provare un’ondata di nostalgia), dove arriva un volo diretto Ryanair da Ciampino, con accesso illimitato alle strutture Aquadome e Monky Tonky Land; accesso illimitato a Legoland, che si trova lì accanto; tre giorni di noleggio di una macchina per visitare i dintorni. Il tutto per un totale di sette notti. Una vacanza così è assolutamente ideale per una famiglia con bambini. Meryem, 5 anni, era praticamente il target ideale di Lalandia, che è attrezzatissima del resto anche per neonati (ci tornerò su). Legoland è molto fruibile anche da bambini più grandi (e dagli adulti, aggiungerei…), ma Meryem ha trovato abbondantemente pane peri suoi denti.
Oggi comincio a dirvi come abbiamo organizzato il tempo e dove siamo andati, nei prossimi post mi soffermerò più dettagliatamente su alcuni aspetti e considerazioni che sono nate dal viaggio. Si arriva di mattina i buon ora (il volo da Ciampino è all’alba). Dato che si può prendere possesso della casa solo alle 15, la struttura prevede che si possa ottenere comunque un accesso provvisorio (i mitici braccialetti, che io e Meryem ad oggi non abbiamo cuore di toglierci…) al parco acquatico o al parco giochi Monky Tonky Land per ingannare l’attesa. Abbiamo optato per quest’ultimo, anche se con il senno del poi direi che le possibilità di relax per adulti all’Aquadome sono maggiori (posto però che si riesca a “neutralizzare” l’incontenibile entusiasmo dei bambini…). Monky Tonky Land è una struttura pensata interamente per il gioco libero dei bambini, anche piccoli. Gradi strutture fantasiose su cui arrampicarsi (tutte made in Italy, peraltro), giochi semplici ma ingegnosi, lego maxi e palline a disposizione, canestri per il basket, scivoli tipo gonfiabili. C’è anche una vicinissima caffetteria, con tavolini da cui gli adulti volendo possono dare un’occhiata ai figli standosene comodamente seduti a sorseggiare una bibita.
Le case vacanze, come ha notato qualcuno, sembrano un set dell’Ikea. Spaziosissime (l’unità minima può ospitare una coppia con due bambini e un neonato), attrezzatissime con forno a microonde e elettrico, fornelli a induzione, lavatrice, asciugatrice, seggiolone, lettino, pentole, thermos, piatti e stoviglie di ogni genere, tv con programmi in inglese, in tedesco, in svedese e in danese (i film sono spesso in lingua originale con sottotitoli, per cui ci siamo beccati giusto all’arrivo un godibile Montalbano e, un altro giorno, un film con Raul Bova), riscaldamento, etc. Il consumo di elettricità, riscaldamento e acqua si paga a parte (anche se noi lo avevamo incluso) e si può controllare comodamente dalla tv con una funzione tipo televideo. Fuori, una veranda e tante altre casette simili immerse in un prato verdissimo, costellate di piccole aree gioco.

Veniamo ora al nostro programma settimanale. Domenica: ambientamento, Monky Tonky Land, spesa al supermercato, giretto per Lalandia. Lunedì: Legoland! Dall’apertura alla chiusura (10-18). Martedì: prima gita, Aarhus. Visita a Den Gamble By, la “città vecchia”,
uno specialissimo museo all’aria aperta Io ci avrei voluto anche infilare un museo una passeggiata naturalistica, ma il tempo era obiettivamente insufficiente e le mete poco appetibili per Meryem. Diciamo che dovevo ancora realizzare che non ero una turista single come un tempo… Passaggio rapido alla zona dei laghi. Mercoledì: Odense, la città di Andersen. Abbiamo passato la maggior parte del tempo all’indimenticabile centro per bambini Børnekulturhuset Fyrtøjet, su cui tornerò più approfonditamente; pomeriggio allo splendido castello di Egeskov, meta assolutamente imperdibile sia per il castello in sé che per l’incredibile parco. Giovedì: Ribe, Vikinge Center. Purtroppo la pioggia ci ha limitato un po’, ma visto che l’abbiamo avuta solo per mezza giornata, direi che non è proprio il caso di lamentarsi! Venerdì e sabato: Aquadome a volontà, ulteriore giretto a Legoland, piccoli acquisti. Domenica, sigh, partenza.

Un viaggio assolutamente consigliato, un regalo da farsi almeno una volta mentre si hanno figli piccoli. A noi per fortuna il regalo lo hanno fatto, perché i prezzi sono abbastanza proibitivi. Però, considerato che i soldi spesso si spendono in molte sciocchezze, mi sento sinceramente di dire che questa è una vacanza che assicura relax, divertimento e molte esperienze costruttive e interessanti a voi e ai vostri figli (oserei dire educative, anche per noi adulti in quanto cittadini d’Europa…). Ma ne riparleremo, state certi. Intanto grazie ancora a tutti quelli che hanno votato la nostra foto al concorso, contribuendo a darci questa opportunità. Come si direbbe a Billund… TAK!

Settembre


Maestro, fa che io non cerchi tanto:
Ad esser consolato, quanto a consolare
Ad essere compreso, quanto a comprendere
Ad essere amato, quanto ad amare.

Lo so, voi aspettate curiosi un bel mucchietto di post sulla Danimarca, che vi ho promesso e che scriverò, presto. Ma questa sera del rientro a casa, permettetemi di essere un po’ lavativa e di soffermarmi sull’esperienza appena conclusa: la prima vacanza sola con Meryem. Anche su questi giorni vi farò divertire, se avrò tempo e ispirazione, con aneddoti degni di Gatto Silvestro in ferie. Ma oggi sono stanca e appunto solo un pensiero e un’immagine.

Il pensiero lo trovate citato nell’incipit. Forse per me, in questo momento della mia vita, il nodo è tutto qui, in questi versi erroneamente attribuiti a San Francesco (lo sospettavo e lo conferma Wikipedia). Ci provo per quanto posso e mi pare che in questo essenzialmente consista il mio tentare di essere adulta e genitore.

Veniamo all’immagine. Io e Meryem che torniamo a casa, a San Foca, per una strada buia, sorseggiando a turno una Fanta. Io cannuccia rosa lei cannuccia gialla. In silenzio, passandoci la lattina ad ogni sorso. Queste due settimane non sono state un idillio, ma sono state importanti per conoscere mia figlia e di farmi conoscere da lei, un po’ meglio di prima. Quindi, anche solo per questo, valeva la pena di viverle.

Vacanze, pronti… via!


Chi mi segue su Facebook lo sa: siamo in partenza, domenica all’alba, per la vacanza più inaspettata e imprevista della nostra vita. Una settimana in Danimarca, vinta con il concorso Legoland di Piccolini Barilla (qui la foto e il racconto che sono stati votati da molti di voi e premiati dalla giuria… grazie a tutti!). Incredibile, eh? Noi ancora stentiamo a crederci. Vi racconterò al ritorno, naturalmente. Poi, ancora non so bene quando e come, io e Meryem guadagneremo la casa che abbiamo affittato per due settimane a San Foca, Salento. Certo, con Nizam ela macchina sarebbe stato più facile, ma sono sicura che io e mia figlia sapremo cavarcela egregiamente. Anzi, vi dirò: sono contenta di questo primo viaggio io e lei da sole. Spero che sia il primo di una lunga serie.

Sono arrivata a queste ferie con uno stress accumulato che ha superato di gran lunga i livelli di guardia. Sono stati mesi duri, pesanti, carichi di sofferenze di diversa natura. Ora respiro un po’. Riesco a vedere quello che c’è e quel che ci sarà, non solo quello che ho perso e quello che mi manca. Mi sono goduta quattro giorni da donna libera, perché Meryem è andata in campagna con la tata. Sono uscita con mia sorella, ho passeggiato sul Passetto di Castel S.Angelo di notte (non l’avevo mai fatto prima ed è una delle cose da fare, una volta nella vita). Ho smesso improvvisamente di accumulare tensioni. Fino al 3 settembre, niente lavoro. Si ricaricano le batterie.

Ultimo aggiornamento: amo follemente il mio nuovo Kindle. Avercelo in mano, studiare le impostazioni, cercare chicche gratuite… mi dà un piacevole senso di libertà. Già, libertà. Credo che sarà questa la parola chiave della mia estate.

Vero, troppo vero


“Poi dicono che i blog non hanno niente a che fare con la vita vera”, scrive l’amica Mammamsterdam in un post memorabile sulle estati da expat a imbottigliare pomodori. Stamattina, sul bus sostitutivo che mi portava in ufficio, facevo più o meno lo stesso pensiero, lievemente parafrasato: “e poi dicono che il web ti aliena dalla vita vissuta”. A me la rete, specialmente negli ultimi tempi, sta dando delle grandi lezioni di vita vissuta, invece.

Attraverso i social network ho conosciuto o mi tengo in contatto con persone, molte delle quali sono madri, che convivono giorno dopo giorno con difficoltà più o meno grandi, di quelle che normalmente non si nominano, si sussurrano, non senza un certo imbarazzo colpevole: disabilità, malattie degenerative, malattie rare, sindrome di Down. Ebbene, queste donne non sussurrano. Parlano, scrivono, con lucidità e generosità, mi aiutano a capire e a scoprire cose che non conoscevo prima. Mi viene in mentre, fra tutte, Barbara, che ho avuto anche il piacere di incontrare di persona al Social Family Day. Ma anche una giovanissima mamma catanese, che mi ha spiegato con parole freschissime e limpide la sclerosi multipla.

Oggi ho ricevuto, inaspettatamente, da una amica una mail che ha in comune con i blog che vi menzionavo sopra la stessa lucida capacità di condividere e di informare. Raccontava senza retorica e senza enfasi il percorso complicato che la sua famiglia ha affrontato per arrivare, ieri, a una diagnosi definitiva per il suo bambino, che risulta affetto da Sindrome di Sanfilippo di tipo III.

Io non credo di poter immaginare come ci si senta e, sinceramente, credo che sia del tutto inutile provarci. Nella mail la mia amica chiedeva, con semplicità, di essere solo consapevoli del fatto che molti progressi potrebbero essere fatti nella ricerca e nella cura sperimentale, se non fosse che le malattie rare non sono sufficientemente interessanti perché uno stato investa in questo. Avevo già sentito parlare di questo tema da almeno due amiche, impegnate su questo fronte. Confesso che oggi, per la prima volta, ne ho percepita dritta nello stomaco tutta l’importanza.

La mia amica con la sua mail mi trasmette (e solo Dio sa come) speranza. E mi chiede un piccolo favore. Votare per il loro progetto su un sito di fundraising. E’ un sito spagnolo (in Spagna è stata fatta ieri la diagnosi) ed è semplicissimo. Basta cliccare qui, poi cliccare su SÚMATE: vi saranno chiesti nome, cognome (due cognomi, in realtà, visto che il sito è spagnolo: io ho ripetuto due volte il mio) e la mail. A quel punto potrete esprimere il vostro voto.

Vorreste fare questo piccolo gesto per loro, oggi? Certo, questa è una cosa piccola davanti a una strada lunghissima che scoraggerebbe chiunque. Ma lei oggi mi chiede questo e io l’ho fatto. Magari anche a voi va di farlo. Intanto ne abbiamo parlato, ed è già qualcosa.

Pellicole alla romana


Caldo, caldo, caldo. Stamattina, mentre boccheggiavo sul divano di mia madre (peraltro accessoriato con cuscini greci in pura lana), mi casca l’occhio sulla programmazione del multisala vicino al kebab: Cenerentola. Sempre un classico. Gli orari combinavano e io e Meryem, giusto in tempo per l’inizio dell’unico spettacolo, ci accomodiamo in una sala quasi deserta. Ci sono altri due bambini, con accompagnatori e, inspiegabilmente, un tizio di mezza età da solo (appassionato di Disney?).

Il film, dopo qualche problema tecnico, comincia. Notiamo con qualche meraviglia che è un dvd, ma vabbè. Selezionano la lingua corretta (c’era anche il turco) e si parte. Fin dai primi fotogrammi è ovvio che è un sequel. Io il sequel di Cenerentola non riuscivo proprio a immaginarlo, eppure. Dopo un’oretta, il film si avvia al gran finale da cardiopalma (si fa per dire). Mentre il principe sta per sposare una sosia, Cenerentola – che è già stata salvata da una nave in partenza per località imprecisata (qui Meryem ha realizzato inequivocabilmente che lei di film ne aveva visto un altro, senza navi) – Cenerentola, si diceva, è riuscita per miracolo a scampare allo sfracellamento da un dirupo e si appresta, lacera, contusa, ma volitiva, a ritornare al galoppo a palazzo per sciogliere il tragico equivoco. Ce la farà?

Luci in sala. Il film si interrompe. “Scusate, ci siamo sbagliati”, ci dice un omino. “Questo era un altro film. Ora vi mettiamo quello giusto”. Ma visto che ormai è quasi finito a questo punto perché non ce lo lasciate? “Ah, ve sta bene questo? No, perché l’altro è proprio quello dei topi, della scarpetta…”, argomenta ancora il tipo. Cerchiamo di spiegare che, sia come sia, non è carino a questo punto lasciarci appesi sul finale. Il tipo esita. “Non so, se volete vi rimborsiamo il biglietto… Ma vabbè”, si convince infine “intanto finiamo questo, poi ci pensiamo”.

In molti multisala romani l’interazione con il proiezionista è maggiore di quanto ci si aspetterebbe. Ma oggi si è superato ogni record.  Meno male che non era un film d’autore. Finiamo la visione, poi rientra l’omino trionfante. “Sapete, coi tempi ci stiamo. Vi mettiamo pure l’altro!”. Quindi, a seguire, in ordine cronologico inverso, abbiamo finito di sviscerare il cartone di Cenerentola in ogni sua fase e dettaglio. Quando siamo uscite, quelli dello spettacolo successivo – parcheggiati in corridoio per una decina di minuti – sbuffavano un po’. Ma alla fine, ne siamo usciti tutti abbastanza bene. Roma.

Zoomarine, seconda


In spregio delle più elementari regole del buon senso, abbiamo scelto un sabato di luglio per la nostra seconda visita a Zoomarine, Torvaianica. La prima visita risaliva a un paio di anni fa e ci aveva lasciato entusiasti. La replica di ieri ha visto Meryem molto più partecipe e, nonostante noi fossimo peggio disposti e male accompagnati (avevamo a rimorchio un nipote di Nizam di umore adolescenziale lagnoso e una giovane cognata molto inadeguatamente abbigliata), mi sento di promuovere comunque il parco come meta di famiglie con bambini. Costosetto, certo. Ma girano vari sconti e promozioni (noi avevamo un biglietto adulti gratuito per ogni intero pagato) e alla fine, per una volta, l’esperienza vale nel complesso il prezzo del biglietto (25 euro biglietto intero e 18 ridotto, gratuito solo bambini sotto il metro). Magari con l’accortezza, nonostante i divieti, di portarsi qualcosa da mangiare e da bere, per tagliare un po’ sugli extra (nessuno ci ha mai controllato gli zaini).

Comunque non abbiamo trovato il carnaio che temevo. La biglietteria apre alle 9:30, l’ingresso è alle 10. Noi ieri siamo arrivati alle 10 spaccate e in 5 minuti eravamo dentro, nonostante l’arrivo in concomitanza con la navetta gratuita da Termini. Ricordo però che l’altra volta (di giugno, mi pare) era più affollato. Gli spettacoli base sono cinque: delfini, pinnipedi (foche!), pappagalli, rapaci e tuffatori. Ciascuno spettacolo dura una mezzoretta e viene ripetuto due volte nel corso della giornata. L’area è piuttosto raccolta e raggiungere le sedi dei vari spettacoli non è un problema. Per avere i posti migliori (nel caso di ieri, all’ombra) è sufficiente prendere posto con un po’ di anticipo. Accessorie ci sono altre attrazioni che non abbiamo visto (dinosauri, cinema 4D che però mi dicono essere sconsigliato per bambini sotto i 6 anni) e qualche giostra, per piccoli e grandi. In alcune ci si bagna ben bene, quindi è consigliabile girare in costume o comunque con abbigliamento consono (se le si vuole provare). Ma col caldo non è un gran problema. Ieri abbiamo fatto provare a Meryem il suo primo ottovolante, lo squalotto, giusto un paio di giri per i più piccini.

La piscina, pensata specialmente per i bimbi e molto ampia, è chiaramente presa d’assalto, specialmente per quanto riguarda i lettini. Per me ieri il soggiorno in piscina non era una priorità, visto che comunque ci si può arrangiare con soluzioni casarecce tipo asciugamano steso sulla pedana di legno. Volevamo fare giusto un tuffo all’ora di pranzo e così abbiamo fatto. Lo spettacolo migliore in assoluto è quello dei delfini, anche un po’ didattico (tutti gli spettacoli hanno anche questo risvolto, in realtà). Carino e spiritoso anche quello delle foche (Nizam commentava, a ragione, che la foca femmina californiana ha un fisico da paura – “un po’ come le umane”). L’altra volta avevo gradito molto i pappagalli, che stavolta non abbiamo fatto in tempo a vedere (purtroppo gli orari di Nizam ci hanno costretto a rientrare alle 14:30, ma potendo restare fino alle 18 ci entra tutto comodamente). I rapaci sono molto belli da vedere, anche se l’esibizione non è particolarmente spettacolare. I tuffatori sono bravi, ma la coreografia della scorsa volta era nettamente superiore e più scenografica (pure troppo: culminava con uno che si dava fuoco, per dire!), ieri era più banale.

Il vantaggio dei nostri orari insoliti è certamente il fatto che ci hanno permesso di evitare del tutto il traffico del rientro, da non sottovalutare. Noi in 15 minuti eravamo a casa…