Ringhiare


Sono giorni che ringhio. Non è che ignori le motivazioni profonde di questa specie di maldisposizione verso il mondo, però è ugualmente affascinante vedere che forma prende. O piuttosto, la varietà infinita di forme. Provo a enuclearne alcune.

1. Manifestazione psicosomatica. Da ieri ho un costante bruciore alla bocca dello stomaco. Dite che sono stati gli anacardi donati dalla suorina keralese? Mistero. Però il fastidio è costante e quasi mi ci crogiolo.

2. Rabbia a sfondo sociale. Ho già scritto cosa penso dell’estate e quale feroce invidia provi verso chi può godersela senza impazzire appresso a improbabili e costosissimi centri estivi. Se poi mi metto a teorizzare, apriti cielo. Di passaggio in passaggio mi ritrovo in un battere di ciglia a mugugnare contro gran parte delle istituzioni di questo paese. Se continuo queste analisi, suffragate magari di qualche notizia dalla stampa, la logica lascerà posto al turpiloquio generalizzato e a qualche atto vandalico.

3. Disincanto lavorativo. Oggi mi sono sorpresa ad argomentare al mio capo l’inutilità di gran parte della nostra attività lavorativa. Lui mi ha guardato perplesso per un attimo e io ne ho approfittato per chiudere la boccaccia e andarmene a pranzo. Meno male che mi conosce da dieci anni.

4. Fantasie. Sfrenate e un po’ rabbiose. Le più ricorrenti sono quelle di fuga, definitiva o temporanea. Ho immaginato trasferimenti in varie improbabili location (compresa Milano, per dire), vacanze in monasteri dell’India meridionale durante la stagione dei monsoni e weekend in pieno inverno a Berlino. Noto in me una punta di masochismo.

5. Irrazionalità allo stato puro. Continuo ad essere tentata da acquisti inutili quanto inopportuni. Quando proprio non riesco a contenermi, cerco di arginare il danno. Oggi ho speso 10 euro per tre libri di seconda mano. Ma quando mi vedrete brandire gadget tipo la ghiaccioliera istantanea sarà la prova che il cedimento inizia a diventare irreversibile.

Ultimo giorno di scuola


Scuola dell’infanzia, finisce il secondo anno di Meryem. Un anno, per certi versi, misterioso. Non so davvero dare una valutazione, mi mancano quasi tutti gli elementi. La saggezza delle altre madri più smaliziate di me mi suggerisce di smettere di cercarli, questi elementi di valutazione. Eppure non riesco a ricacciare del tutto una vaga inquietudine.

Meryem è decisamente cresciuta, ma dipende più da un fattore cronologico che da sofisticati programmi educativi, mi pare. Va a scuola serenamente. Questo è certamente un punto che non devo trascurare. Non ne ha mai fatto un dramma, ma quest’anno mi ha risparmiato anche in buona parte le continue sottolineature riguardo al fatto che avrebbe preferito non andarci. Da quel che posso giudicare, ha stretto rapporti sereni e equilibrati con i compagni. Non ha amichetti del cuore, anche se poi magari fuori scuola ne frequenta maggiormente un paio, non manifesta particolari antipatie. Alle feste, finalmente, mi pare ben integrata e socievole. Le è rimasta una predilezione per un amichetto del nido, suo fidanzato ufficiale (almeno secondo lei. “Sai mamma, io mi sposerò con A.” “Ma lui è d’accordo?” “Beh, adesso non lo sa, ma sarà d’accordo certamente”).

E allora, mi direte voi? Non sei soddisfatta? No, io no. Il rapporto con le maestre è stato molto frustrante. E’ vero, ho poco tempo. Ma da loro non ho mai ricevuto alcun feedback degno di questo nome. Meryem (anzi, Meriem: a differenza dei compagni loro non sembrano prestare attenzione alla grafia, per cui il suo nome è scritto male sia sull’armadietto che sulla maggior parte dei disegni. A voce, per ovviare all’insormontabile esotismo, la chiamano Mery) è dolce (“doRce”, per l’esattezza), non crea problemi e tant’è. Ai colloqui individuali non mi ci hanno neanche voluta, perché “non c’è bisogno”. Torto mio, forse dovevo andarci comunque. O forse no. Mah. Meryem ha imparato tutte le lettere in stampatello e scrive autonomamente alcune cose (pur saltando qua e là qualche vocale). Ho visto gli esercizi di prescrittura e per il poco che capisco mi paiono adeguati. Disegnano come dannati, non sempre con particolare costrutto (ma forse non ho elementi per giudicare).

So che durante l’anno ci sono state grosse difficoltà in classe. Una bambina, addirittura, ha chiesto e ottenuto di cambiare classe perché aveva paura di andare a scuola. Dicono le madri. Perché ufficialmente non ci è stato detto alcunché. So vagamente che è stata chiesta un’osservazione da parte di uno psicologo per rischi di bullismo, ma non so come sia finita (alla seconda e ultima riunione non sono potuta andare, ma non sono certa che se ne sia davvero parlato e comunque nessuno ha fatto verbale, come da consolidata prassi). Le maestre si limitano a sorridere e dire che va tutto bene, ma a volte ho la sgradevole sensazione che la classe sia in una sorta di regime di autogestione. Sbaglierò.

Una difficoltà seria che ho incontrato è stato inserirmi io. Un po’ certo è colpa del tempo che posso dedicare ai rapporti sociali, inferiore alla media degli altri genitori. Un po’ sono io che evidentemente appaio scostante e respingente agli altri genitori (questo può ben essere). Ma è anche vero che ho la sgradevole sensazione di chiacchiere senza costrutto, molti pettegolezzi e poca collaborazione effettiva. Nelle poche occasioni che sono capitate mi sono sorbita persino qualche predica non richiesta sulle madri che lavorano facendo il male dei figli (!) o, addirittuta, divorziano (chissà che idea si sono fatte del mio articolato – ma manco tanto – ménage familiare).

Non è stato un anno prodigo di soddisfazioni per me come genitore, dal punto di vista scolastico. Ma mi viene un dubbio: la soddisfazione del genitore forse non dovrebbe avere particolare importanza. Inizio a sentire un certo nervosismo rispetto alla qualità dell’educazione scolastica, ma mi sono imposta di non farmi troppe paranoie fino alle elementari. Mi riprometto quindi di tenere a bada la vocina che mi dice che siamo sull’orlo del baratro cognitivo. E mi compiaccio dei progressi di Meryem, cercando di pensare che non siano avvenuti nonostante la sua frequentazione della scuola.

 

Amici o nemici?


Il primo regalo ricevuto da mia figlia per il compleanno più sfortunato della sua giovane vita è stata “La villetta d’Olivia”, premiato con il “Toy Award 2012” alla Fiera del Giocattolo di Norimberga. Lego Friends, dunque, ovvero quei “lego per bambine” di cui avevo letto in rete pareri molto discordi. Troppo rosa, è stato scritto, con pezzi grandi e più facili da montare rispetto al lego dei maschietti.

Ecco, le tinte saranno pure pastello, ma sulla dimensione dei pezzi mi sento di garantire. Sono piccoli. Infinitesimali. In numero esponenziale e disposti in sottobuste distinte (il massimo del virtuosismo si raggiunge nell’ambito della busta 7). Due libretti di istruzioni in stile IKEA. Se era una prova di destrezza, io l’ho superata con molta fatica, in due mattine (non avrei mai potuto fare tutto di seguito). Se vostra figlia riesce a fare tutto da sola, state certe che a montare una Billy se la caverebbe senza difficoltà. Fossi in voi, considererei anche l’ipotesi di avviarla a qualche redditizia attività artigianale, tipo restauratore di tappeti persiani.

I dettagli sono maniacali, al confine col modellismo professionale. Frigorifero apribile contenente cartone di latte, barbecue completo di griglia, cabina doccia a soffietto, sdraio reclinabile, persino un tagliaerba da comporre (ci hanno risparmiato giusto le lame). Bellissima, niente da dire. Se l’intento era lasciarci a bocca aperta, il risultato è garantito.

Mi vengono in mente solo due “ma”. Non so se è la mia insufficienza a parlare, però mi sembra che una roba del genere, in cui ogni micropezzettino ha una e una sola collocazione corretta, non sia esattamente un incentivo alla creatività. Io pensavo ai Lego come componenti di combinazioni infinite e mi ha spiazzato non poco utilizzarli in questa modalità leggermente ansiogena (“Dove è sparito il quinto pirulino trasparente?”). Immagino che l’uso di gioco vero e proprio, a parte l’opera titanica del montaggio, sia equiparabile a quello di una casa delle bambole classica. Qui però c’è oggettivamente qualche controindicazione. Oltre al fatto, ovviamente, che non riesco a trattenere un’acuta fitta allo stomaco a vedere le ditine di Meryem attentare all’integrità di una cosa che mi è costata ore di sforzi indefessi. Più seriamente, le dimensioni miniaturistiche del tutto e la relativa fragilità si prestano poco a un uso pienamente rilassato. I personaggi non stanno ben seduti su poltrone e divani (tendono a scivolare) e lo spazio all’interno delle singole stanze, a causa degli spettacolosi arredi, finisce per essere pochino.

Resta oggettivamnte un bel prodotto e solo il tempo dirà se riuscirà davvero a conquistare il cuore di Meryem (che, va detto, ha solo 5 anni mentre l’età minima consigliata è 6). Io, per quanto mi riguarda, mi immedesimerei volentieri con Olivia, la padrona di casa…

Riflessioni Social


Ieri, al Social Family Day, è stato decisamente il giorno di Twitter. Ad averci un telefono adeguato anche Instagram avrebbe funzionato bene. Ma io e io mio fido Androide ci siamo limitati a ciò che era alla nostra portata. Questo non è un instant post. Ma prendo spunto da alcuni dei miei tweet per fermare qualche considerazione.

Seguire i figli non è solo insegnare, ma anche imparare da loro. Bello e molto vero. #mammacheblog
L’ultimo Mom Talk, dal suggestivo titolo “Digital Together-Internet da vivere insieme”, è stato quello che mi ha coinvolto maggiormente. Credo seriamente che dai vari spunti di quella conversazione si potrebbe costruire un intero Mom Camp. Le implicazioni sono tali, tante e talmente sentite che mi è rimasta davvero la voglia di andare oltre. Lo spunto che più mi ha fatto pensare ce l’ha dato, con la sua spontaneità meravigliosa, Natalia Cattelani. Ha raccontato di come il web è per lei occasione di condivisione con le sue figlie, grandi e piccole. Natalia ha reso molto bene l’esperienza, appagante ma anche difficile, di imparare dai propri figli. Ma credo che abbia centrato un punto importante. Per guidare i figli bisogna essere capaci di imparare anche da loro e con loro. Il tutto senza abdicare, ovviamente, alla propria responsabilità di educarli. Però se si crede davvero che una relazione educativa (e tanto più genitoriale, sperabilmente) debba essere reciproca, non si può non vedere nel web una meravigliosa palestra, un luogo da esplorare insieme, in cui ciascuno mette in comune le proprie competenze per poi condividere, leggendo insieme esperienze, delusioni, successi. La reciprocità nell’educazione è difficile e faticosa, eppure necessaria (come non ripensare a Cesare Moreno?). Però sospetto che sia proprio questo che spaventa molti: trovarsi su un territorio in cui la leadership del genitore è minacciata dalla sua parziale ignoranza tecnica. Ma proprio in quei momenti non bisogna abdicare. Bisogna affrontare nuove sfide non per cercare di dimostrare ai nativi digitali che siamo sempre più bravi noi, ma al contrario per dimostrare loro come ci si muove in situazioni nuove, come si accettano le sfide e come, anche nei momenti di stordimento e di ubriacatura dovuti all’entusiasmo della novità, non bisogna mai staccare il cervello. Leggere le situazioni, valutare le opportunità… su questo gli esperti siamo sempre noi, ed è su questo che il nostro contributo è necessario. Non lasciamoli soli quindi in questa importante esperienza del web, che è ormai la quarta dimensione del quotidiano di tutti. Se ci piace, meglio. Ma se non ci piace, rimbocchiamoci le maniche lo stesso. Come diceva ieri Maddalena Schenardi, non ci piaceva neanche svegliarci di notte per allattarli, eppure non ci siamo mai sognati di pensare che non fosse compito nostro.

Cercare di cercare il positivo sul web, come in tutte le cose della vita #mammacheblog
Ed ecco la perla di Maddalena Schenardi. Non si tratta affatto solo di web! Le minacce, i pericoli, i rischi ci sono in tutte le esperienze, nostre e dei nostri figli. E’ il nostro atteggiamento che può e deve fare la differenza. Stiamo attenti a non soffocare i nostri figli con le nostre paure, i nostri complessi, le nostre insoddisfazioni. Ne parlavo poco tempo fa, ricordate? Non si deve simulare affettatamente l’entusiasmo che non si ha, ma sorridere alla vita è certamente uno dei compiti di base del genitore. Attenzione, tra corsi, letture e approfondimenti specialistici sui più raffinati aspetti della genitorialità, di non dimenticarci l’essenziale.

Sì, ma come lì convinciamo i genitori “normali”, quelli che non sono sul web? #mammacheblog
Il giovane Gullisc ha fatto ridere la platea definendo “normali” gli altri genitori, quelli che non si lanciano a testa basta nell’esplorazione del web. Però numericamente ha certamente ragione. Alla luce di quanto osservato, credo che però noi genitori “anormali” abbiamo la responsabilità di coinvolgere anche chi non è istintivamente curioso e appassionato. Il vero pericolo del web è l’ignoranza, l’estraneità, l’indifferenza (e talora anche lo snobismo culturale) dei genitori. Lasciare un bambino davanti a Facebook perché è una roba sua, di cui il genitore non è parte, è molto più pericoloso che parcheggiarlo davanti alla televisione. Lo lasceremmo viaggiare da solo per il mondo? Ancora no? Allora non possiamo tirarci indietro, dobbiamo stare là con lui.

Ma ieri non si è solo pensato e argomentato. Si è anche riso un bel po’ tra amici.

Chiedersi “che problemi risolvo?” Io ne creo di surreali. Funziona?#personalbranding #mammacheblog
Era serissimo, il relatore che parlava di personal branding. Ma nelle retrovie io e la mia amica Anna sghignazzavamo. Che problemi risolve Chiara Peri? Al limite ne genera, in una magica alchimia di frequentazioni, scelte di vita, attitudini mentali e un pizzico di destino. “Tu crei emergenza!”, mi disse anni fa il mio capo. In effetti a volte capita. Meditavamo quindi un servizio (a pagamento) del tipo “Un giorno con Chiara Peri”. Rivolto alle persone annoiate dalla routine, che cercano un brivido di imprevisto e di surreale nelle loro vite…

Più che il kinder pinguì mi andrebbe una focaccia genovese…#mammacheblog
Non faccio in tempo a digitare e mi arriva la risposta: @belqis, guarda che la ho qui! Sogni che si materializzano: il farmacista genovese più interattivo del web accorre in mio soccorso

Della questione dei look e del delirio che ne è seguito magari parleremo un’altra volta!

Una menzione speciale va a Jolanda e alla sua squadra. La mia stima per lei cresce ogni volta che la incontro. Grazie!

E per chi non c’era: recuperate! Ascoltate l’intervento di apertura di Anna, prendete appunti, meditate.

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Quando la mamma va in gita…


L’agenda è un campo minato. Segnacci, cerchietti, cancellature, frecce. Se, come mi ha ricordato giusto oggi l’amica Veronica (che citava a sua volta l’arguta Giuliana), “all’asilo i lavoretti sono l’oppio dei genitori”, i saggi di fine anno sono decisamente la loro croce. Ho già presenziato a due esibizioni, della durata di 45/50 minuti ciascuna. Ho preso i dovuti permessi, fatto foto, applaudito entusiasta. Ora, a metà percorso (sì, avete capito bene), inizio a perdere colpi. Domani è stata appena confermata l’esposizione dei disegni ispirati a Miro e Klimt, il cui orario ha ondeggiato pericolosamente tra le tre di domani e le quattro e mezza di dopodomani. Frattanto, dopodomani c’è il saggio di ginnastica la mattina, il pomeriggio quello di pattinaggio (l’unico non organizzato dalla scuola, chi è causa del suo mal e quel che segue) e il 14 giugno la grande festa di fine anno scolastico. Ogni evento è accompagnato da istruzioni precisissime, ma soggette anch’esse a variazioni (come le date e gli orari): vestirsi di nero, indossare una maglietta bianca, portare una maglietta bianca (diversa da quella da indossare al saggio di musica) da dipingere per la festa di fine anno (ma attenzione: a carnevale abbiamo dipinto magliette da adulto, che dovevano fare da vestitino ai bimbi: questa volta dipingiamo normali magliette dei bimbi stessi), portare un cappellino verde. Inframezzata c’era la gita scolastica alla fattoria (portare cappellino – non necessariamente verde -, merenda che non sbricioli, bottiglietta per l’acqua) e un paio di assemblee sindacali (più – pare – uno sciopero: ma ancora non è confermato).

Vi è venuta l’ansia solo a leggere? Pensate a me che mi ci devo districare di persona personalmente. Nizam, frattanto, se ne sta in Turchia a panza all’aria a sbrigare complesse faccende familiari. Incidentalmente, ho varie scadenze sul lavoro, nonché almeno tre eventi per la Giornata Mondiale del Rifugiato, che coincidono in buona parte con gli impegni di cui sopra. Ergo mia figlia domani vivrà il trauma di esporre le sue opere senza di me. Ho letto giusto oggi che i traumi infantili spesso fanno emergere la genialità. Chissà se sarà il nostro caso. Espierò comunque al saggio di ginnastica, la mattina seguente.

Lo vedete, l’ho detto. Espierò. Mai come in questo periodo dell’anno i sensi di colpa fioriscono rigogliosi come grasse piante carnivore, pronte a ingoiarsi qualunque barlume di autodifesa di noi genitori. Tutto ciò è necessario? Certo che no. Eppure. Io però quest’anno ho una strana reazione. Corro, espio, mi prostro, prendo permessi, ingoio improperi e mastico ampie porzioni del mio stesso fegato. Però cerco di bilanciare il tutto prendendomi impegni da donna libera. In un ardito gioco coreografico, le ore di tata che mi risparmio con i permessi, me le rigioco con qualche impegno serale. Fisicamente distruttivo, ma ho l’illusione di non essere del tutto succube non dico di mia figlia (di quella sono succube comunque), ma dei capricci di una scuola che ignora la figura del genitore lavoratore.

Il gran finale col botto sarà il prossimo sabato. A 5 anni si fa la gita alla fattoria? Ebbene, a 39 mi merito un Social Family Day. Una giornata tutta per me, per rivedere amiche, per fare nuovi incontri, per spettegolare, chiacchierare, discutere di cose serie e meno serie. Il format di quest’anno, organizzato per tavole rotonde tematiche (MomTalk), mi sembra molto promettente. Sia pure per un giorno, la scampagnata la faccio io. E non mi devo neanche portare la merenda!

Tra il serio e il faceto. Animiamoli


Dovresti farci un post. Ogni volta che qualcuno me lo dice, difficilmente resisto. Se poi a dirmelo è un’amica con cui ho appena condiviso un’esperienza a dir poco imbarazzante… parliamone, dunque: l’animazione per i nostri pargoli.

Premessa. Ogni madre intellettuale che si rispetti esordirà dicendo: mia figlia/mio figlio odia l’animazione. Ciò talora corrisponde alla realtà (ancora rammento le favolose feste con la Guerrigliera appiccicata al collo a mo’ di ventosa, che non si scollava neanche per un instante). Ogni madre intellettuale che si rispetti si spingerà però oltre, affermando che lei, lei stessa, l’animazione non la sopporta. Anche questo, in certe circostanze, corrisponde senz’altro al vero (come dimenticare l’animatrice che prendeva nome da un famoso latticino che travestiva bambini di 5 anni con reggiseni imbottiti e mutande in testa). Purtuttavia, alzi la mano chi non ha desiderato almeno una volta di vedere il sangue del proprio sangue scodinzolare ubbidiente dietro l’animatore di turno, lasciandoci quella mezzora di rifiato che non è sufficiente da sola a farci superare la depressione di trovarci a una festa di ragazzini urlanti, ma insomma, aiuta.

Due anni di feste di compleanno (a cui si aggiungono eventi extra) sono un’esperienza sufficiente a azzardare qualche ragionamento più articolato. Ecco quindi le conclusioni a cui sono giunta. L’animazione intesa come prestazione professionale di persone più o meno retribuite che intrattengono i bambini facendo sì che si divertano e dunque non riversino sui poveri genitori gli effetti devastanti della loro noia è certamente un servizio utile, persino auspicabile. Non inevitabile, ne convengo. Ma indubbiamente comodo. Dov’è che mi/ci scatta l’orticaria? Nelle modalità di molte di queste animazioni: sciocche, infarcite di stereotipi (di genere e non solo), ammiccanti quando non addirittura sguaiate (per strappare la risata facile, attingendo al repertorio puzza, cacca, caccole e scoregge), talora infarcite di battutine volte più a strappare il sorrisino agli adulti che a far divertire i bambini, che non le colgono. Secondo elemento indubbiamente fastidioso è quando l’animazione prende le mosse di una lezione di balli di gruppo: su le mani, urlate, saltate, ancheggiate (…segui il tuo Capitano!).

Perché comunemente le animazioni prendono una di queste due derive (nei casi più fortunati, entrambe)? Semplice. Secondo me perché così “funzionano”. I bambini (se sono della giusta fascia di età e in condizioni emotive standard) non si distraggono, restano appiccicati per il tempo dovuto, non si attaccano alle gonne dei genitori (vabbè, diciamo delle madri, per questa particolare immagine). Se la valutazione dell’efficacia dell’animazione si basa su questi indicatori, non mi sorprende che si ricorra a piene mani a questi “trucchi”. Di solito, i bambini al termine del pomeriggio non avranno alcuna particolare memoria dei giochi fatti o degli “spettacoli” a cui hanno assistito. Ma si è svoltato il pomeriggio, e tanto basta.

E’ possibile che l’animazione sia fatta diversamente? Certo che sì. Si possono fare giochi vari, raccontare storie, incoraggiare i bambini a fare piccoli laboratori creativi, proporre spettacoli non del tutto demenziali (burattini, giocolerie, giochi di prestigio, etc). Tuttavia l’esito di questo stile più sobrio e meno standard è, ovviamente, molto meno prevedibile. I bambini non reagiranno tutti allo stesso modo alle attività proposte. Probabilmente non si vedrà la compattezza della lezione di acquagym. In altre parole, l’animatore sarà meno certo di garantire quello che è il vero intento della maggior parte dei genitori: fare in modo che il bambino non lo cerchi (o quanto meno non lo cerchi troppo). Ergo, in un mercato abbastanza competitivo, l’animatore pensante e creativo rischia seriamente di ricevere quotazioni più basse e di essere meno funzionale alla richiesta del committente.

Non faccio nemmeno finta di essere così snob da schifare l’animazione. Mi sembra anzi che, con l’età, Meryem sia più disponibile alle proposte di terzi e maggiormente in grado di partecipare a attività di gruppo. Mi pare positivo. Gradirei, tuttavia, non dovere ingoiare continuamente messaggi che non condivido (anche se, onestamente, sono abbastanza certa che vista la futilità del tutto, ben difficilmente farebbero presa). Oggi, davanti a un’animazione standard e generalmente ben quotata, io e la mia omonima amica ci siamo lanciate diverse occhiate di sconforto. Ci era soprattutto palese che gli animatori erano poco credibili, non erano interessati ai bambini come individui. Applicavano la loro tecnica, procedevano sul solito canovaccio, con non pochi scivoloni. I bambini si sono divertiti? Sì, direi di sì. E allora che volete, direte voi? Insomma, anche l’animazione è una delega. Sarebbe bello poter delegare a persone capaci di giocare con i nostri figli senza perdere del tutto di vista il filo del buon gusto, del buon senso, della consistenza. Senza arrivare – Dio ce ne scampi – all’edutainment (non resisto, questo termine appena appreso me lo devo sparare), ci piacerebbe che anche la dignità del gioco trovi il suo spazio in questi “servizi”. Soprattutto, sarebbe bello delegare a chi ha voglia di giocare per un po’ con i nostri figli (e al limite anche con noi), offrendo loro qualcosa con onestà e fantasia. Troppo ambizioso?

La responsabilità della gioia di vivere


Ieri sera mi sono guardata questo film. Non mi ha rallegrato la serata, ma non mi è dispiaciuto affatto. Fin dalle prime scene, sono rimasta folgorata dalla capacità di rendere immediatamente uno dei temi centrali: la delicatezza di un’età in cui le protagoniste non sono più bambine e non sono ancora donne. La storia, ispirata a fatti realmente accaduti, può apparire paradossale. Ma ben realistico è, invece, il quadro desolante che ne emerge. Non tanto l’ambiente di assoluta inconsistenza di relazioni in cui queste ragazzine annaspano, sempre con una sigaretta in mano e una bottiglia di alcolici nell’altra. Ma la pochezza, l’inadeguatezza degli adulti di riferimento.

In un certo senso questo è un film di denuncia, molto amara. La scena dell’assemblea scolastica, in cui genitori e preside si rimpallano la responsabilità della situazione (“La maggior parte del tempo la passano qui”/ “Io non mi considero responsabile della vita privata delle alunne dell’istituto”), è tragicamente realistica. La riunione del collegio dei docenti, in cui questi adulti si limitano a ripetere posizioni ideologiche che nulla hanno a che vedere con le persone concrete, per il mero gusto di ascoltare la propria voce (“Un tempo essere ragazza madre era una stigma, quindi questo è un progresso”; “Ambire a essere esclusivamente madre di famiglia è una limitazione, quindi è male”; “Questo gesto è un messaggio politico”) è altrettanto desolante e trova la sua corrispondenza nella aperta ribellione delle protagoniste verso questi educatori, che tutto fanno meno che educare. Proprio quelli che pretendono di essere più impegnati sono particolarmente poco credibili (“Lei ha figli?” “Mi preoccupo abbastanza di quelli degli altri”).

E i genitori, in tutto ciò? Emergono poco. La madre di Camille però è una figura che interpella molte di noi, credo. Anche quelle che si sentono – a ragione – attente, impegnate, dialoganti. Madre sola, lavora molto, ora che ha i figli abbastanza adulti crede in buona fede di potersi concedere qualche libertà (“Ti lascio sola? Sì, ti lascio sola. Sei grande, ormai”). Ci immaginiamo la fatica di anni a crescere due bambini, che emerge in quella frase infelice che colpisce al cuore come una coltellata: “Non ho intenzione di ricominciare da capo dopo 18 anni”.

Il motore di tutta la vicenda è il legittimo rifiuto della vita rassegnata, triste, senza speranza, schiacciata dalla fatica e dalla rassegnazione che gli adulti prospettano come unica possibile. “Studiare per un futuro migliore” è l’unica formula che viene opposta contro la “vita di merda”, ma è evidente che nessuno degli adulti che la usa ci crede davvero. Il messaggio implicito è che la vita è quella e che l’unica via è l’accettazione. Però, tragicamente, l’impulso comprensibile delle ragazze non trova alcuno strumento di realizzazione concreta. Queste adolescenti sono, nella loro poetica rivoluzione, del tutto sprovvedute. Per non parlare dei loro coetanei maschi, balbettanti strumenti apparentemente privi di personalità propria.

Non credo che questi genitori, questi insegnanti, siano dipinti come dei mostri. Sono l’immagine, un po’ caricata, di noi quando siamo stanchi, sfiduciati, risucchiati dalle mille legittime incombenze quotidiane. “Deve essere difficile essere una mamma”, mi ha detto un giorno Meryem. E io ho sentito una fitta acuta al cuore. E’ giusto non mentire, è giusto non recitare. Ma dobbiamo stare molto attenti, come genitori, a non trasmettere un messaggio di disperazione. La disperazione è l’unica cosa che proprio non ci possiamo permettere. La vita non è un gioco, insegnare la responsabilità è fondamentale. Ma non dimentichiamoci di insegnare la gioia di vivere e la capacità di sognare. Nell’unico modo possibile: con l’esempio.

Perdersi nel caos e tornare a casa


Che oggi sia una giornata difficile, da affrontare e da spiegare, credo che siamo pronti a dirlo tutti. Proprio per questo, mi sono decisa a condividere gli appunti decisamente disorganici che vi propongo qui di seguito. Mi paiono appropriati, anche se apparentemente riguardano solo insegnanti e educatori (e mi hai detto niente?). Educatori, ci piaccia o no (a me non tanto, a essere sincera, o quanto meno non sempre) siamo tutti. Lo siamo in particolare in questo momento, in cui solo uno spettacolare quanto imprevedibile ritorno al senso civico può farci ritrovare un senso, al di là dello smarrimento che sembra montare da ogni lato.

Ecco qui la mia esperienza di giovedì scorso, quasi unplugged. Magari a qualcuno è utile. Per me, ancora confusamente, lo è di certo.

“Una buona pratica della scuola sono gli insegnanti che si fanno venire i dubbi (su cosa fanno, su perché lo fanno, soprattutto su come lo fanno). Io direi che è una buona pratica di per sé, ma certamente diventa più produttiva quando questi insegnanti e educatori cercano e trovano degli spazi per dare spazio ai dubbi individuali e elaborarli in pensiero collettivo. Cesare Moreno, maestro di strada, fondatore insieme con sua moglie Carla Melazzini, anche lei insegnante e scomparsa nel 2009, del “Progetto Chance” a Napoli, si adopera per dare a molti di questi gruppi informali e compositi la possibilità di fare tesoro dell’esperienza accumulata dal suo gruppo in molti anni di esperienza e di riflessione condivisa.

Giorni fa, a Roma, ho avuto l’opportunità di partecipare a un seminario tenuto da lui, che voleva essere una sorta di preliminare (“un trailer, puro marketing”, ha scherzato lui) a un percorso di 4/5 incontri di formazione (libera e gratuita) e alla costituzione di un gruppo di lavoro territoriale. Anticipo subito che un altro appuntamento di rilievo (e un’altra occasione per potenziali dubbiosi) si terrà a Napoli il prossimo 3 e 4 luglio: si tratta delle Giornate di Studio “La mappa e il territorio. Perdersi e ritrovarsi tra strada e scuola”, in cui saranno toccati temi caldissimi come Riflessività e costruzione di senso nella relazione educativa, La funziona educativa adulta all’epoca dell’evaporazione del padre, e altro.

La solita formazione fumosa, piena di terminologia tecnica e schemi in power point più simili alle istruzioni dell’IKEA che a linguaggio umano? Se così fosse, non saremmo qui a parlarne. L’incontro con Cesare è un’esperienza di per sé. Io mi ci preparavo, indirettamente da anni. Si può dire persino che lo avessi già incontrato in diverse forme, attraverso i racconti (e più ancora le pratiche didattiche) di una cara amica, ma più ancora attraverso il libro di sua moglie Carla, da lui curato, di cui ho già parlato in questo post. Quello che segue è un estratto dai miei appunti di ieri, organizzato secondo gli elementi che mi sono parsi più significativi. Circoleranno dei materiali elaborati sull’incontro di ieri, che potranno essere eventualmente condivisi in un secondo momento. Mi assumo, ovviamente, la responsabilità per ogni eventuale fraintendimento.

Pluralità e altri dilemmi di fondo
La professione dell’insegnamento è solitamente esercitata in modalità individuale. Spesso anzi si stabilisce una relazione biunivoca tra la persona dell’insegnante e una serie di variabili di natura logistica-organizzativa: “la classe è mia”, “la materia è mia”, “l’orario è mio”. Ciascuno persegue individualmente un percorso lineare, in cui la pluralità (eventualmente) è un attributo, un valore aggiunto. Invece la pluralità è un carattere fondante della professione: il soggetto è plurimo (docenti, non docenti, genitori, personale di segreteria…), il compito è plurimo. 

Studenti o persone? Noi non ci occupiamo di studenti, ma di persone. La scuola è nata per gli studenti, la persona a rigore non può entrare nella scuola. Salvo poi pretendere di interessarsi di tutto: dalla sfera sessuale al diritto di cittadinanza, dal bullismo al rapporto con le altre culture. Solo che tutto è trasformato in discipline. L’interdisciplinarietà risolve? Affatto. L’interdisciplinarietà non ricompone l’intero. L’essere umano è irriducibile alle discipline. Il concetto base è l’integrazione o, se si vuole, il rispetto della sacralità della persona, che non può essere scomposta. Se la disciplina deve essere strumento di crescita della persona, dobbiamo sapere come è fatta la persona. E non la persona in generale, ma quella persona specifica. 

La relazione educativa è reciproca? L’incontro tra educatore e ragazzo è di per sé asimmetrico, perché io da educatore sono chiamato ad assumermi la mia responsabilità (vedi sotto, autorità versus autorevolezza…). Però io educatore nell’incontro mi modifico. Tradizionalmente non si intende che la relazione educativa sia reciproca. Nel DNA della scuola non c’è l’incontro, anche se magari c’è nel DNA delle persone. E un altro concetto che manca nel modello tradizionale è il gruppo. L’impressione a volte è che si pensi persino che è meglio quando il gruppo non c’è, come se fosse un elemento di intralcio o di disturbo. E invece quando non c’è il gruppo è un disastro, provare per credere. 

Dichiarazione di servizio
Cosa ci proponiamo di fare con questo percorso? Illustrare una metodologia per trovare la strada di casa dopo che vi sarete persi nel caos irriducibile delle vostre esperienze di didattica. Perché il caos che vi troverete, che vi trovate di fronte è irriducibile: un caos stratificato, un caos multilivello. E nel caos non si può fare altro che perdersi. Allo stesso tempo, questo percorso si pone come un inizio di progettazione partecipata.

Il metodo
Non ci sono formule da insegnare per risolvere le situazioni. Del resto, se ce ne fossero, voi sareste bloccati completamente davanti a una situazione che presenta caratteristiche diverse da quelle previste dalla formula: se la formula non si applicasse, sareste persi, più persi di prima. Invece, applicando un metodo, con cui magari ripetutamente siamo riusciti a capire come si possono sciogliere delle situazioni specifiche, ci può permettere di affrontare con fiducia l’ignoto di ogni giorno. Il metodo ci permette di trovare una soluzione in tempi ragionevoli. Oppure di non trovarla e di sapere che in quel momento non potevamo trovarla. Quando la soluzione non si trova, gli atteggiamenti possibili sono due: o riconosciamo in coscienza che per adesso la soluzione non c’è (e magari potrebbe un giorno potrebbe esserci), oppure pensiamo che ci sia, ma che non siamo in grado di trovarla. Questo secondo atteggiamento, apparentemente più umile, implica però che noi la soluzione smetteremo di cercarla. Anzi, il senso di colpa in certi casi sarà talmente forte che non vorremo più sentirne parlare. In caso contrario, pur riconoscendo il nostro fallimento, resteremo con i sensi allertati per riconsiderare la cosa, se qualche spiraglio si dovesse aprire: manterremo alta l’attenzione. 

Il metodo che noi seguiamo è la riflessione. Facile, direte voi. Tutti riflettiamo. L’uomo è animale pensante e dunque riflettente. Dipende cosa si intende per riflettere. Qui vogliamo dire riflettere sull’esperienza e fare in modo che ciò che ci accade diventi patrimonio di pensiero. Apprendere dall’esperienza non solo non è ovvio, ma è anche particolarmente difficile. Ce lo dice l’esperienza: vediamo ripetersi sempre gli stesso copioni, con insegnanti particolarmente tetragoni nel non cambiare i propri schemi, studenti ancor più tetragoni nel non modificare una virgola degli atteggiamenti. Non è però un caso che sia difficile apprendere dall’esperienza. Ogni volta che apprendo qualcosa, sono costretto a ristrutturare anche le mie conoscenze precedenti, ad abbandonare le mie certezze. E questo mi fa sentire male. Non è solo un problema cognitivo. Immaginate una moglie che torna a casa e scopre il marito in atteggiamento inequivocabile con una bionda: non si tratta solo di acquisire l’informazione “lui ha un’altra”, di sanare una dissonanza cognitiva. Quello che si verifica è  una catastrofe emotiva, relazionale… Aggiungiamoci che apprendere dall’esperienza mentre si sta seduti serenamente a un tavolo è un conto, farlo mentre si è immersi in una situazione caotica che sfugge (parzialmente o del tutto) al nostro controllo è tutta un’altra storia.

La prima cosa da fare è la descrizione dell’esperienza. Si tratta di una descrizione soggettiva, deformata, volutamente non scientifica. In che senso? La scienza si basa su un’ottica disciplinare e le discipline, per funzionare, devono avere dei limiti, sono parziali. La descrizione che ci serve, invece, è a 360°. Si deve soffermare soprattutto sugli aspetti in ombra, sugli aspetti nascosti. La mente addestrata infatti rileva automaticamente ciò che è noto, trascurando i particolari meno noti o disturbanti. Queste osservazioni è meglio farle per iscritto: non solo perché oralmente ci si distrae, ci si perde, ma anche perché il passaggio tra la lingua orale e la lingua scritta non è una semplice fotografia di ciò che ho in mente, ma la trasformazione di ciò che ho in mente. Ciascuno dunque scriverà o esporrà la sua descrizione, la quale sarà, ovviamente, parziale, lacunosa, addirittura faziosa. Noi non abbiamo alcuna fiducia nella capacità del singolo di vedere la realtà nella sua interezza, ma crediamo che il gruppo sia in grado di ricostruire un quadro attendibile. Attenzione, qui non si parla di “vero” o “falso”, che presuppongono che qualcuno dall’esterno valuti. Ci accontentiamo di un quadro che riscuota un ampio consenso.

Un’altra precisazione: noi non parliamo di casi. Parliamo di situazioni. Ad accendere la situazione ci saranno evidentemente uno o più personaggi.

Qui si è fatto un esempio pratico. Alcuni partecipanti hanno descritto una situazione tipica della classe in cui insegnano. Altri hanno aggiunto informazioni alla prima descrizione, altri hanno fatto domande. Sono emersi via via, un po’ spontaneamente, un po’ dietro sollecitazioni, elementi utili a capire meglio le dinamiche. Tutto ciò è stato occasione di approfondire alcuni elementi di interesse generale (vado a mo’ di indice): la modalità cooperativa e il gruppo classe; affrontare dinamiche distruttive/dissipative; il tema della gerarchia e dei diversi modelli di leadership possibili, auto affermati o imposti; vantaggi e limiti di un’organizzazione funzionale del gruppo classe; l’autorità dell’insegnante come assunzione di responsabilità (che non significa autoritarismo); l’esercizio del potere riflessivo; la questione della lingua/delle lingue.

C’è una teoria dietro?
La teoria non sta “dietro”, ma può e deve avere un ruolo. La finalità del gruppo di insegnanti/educatori è costruire un pensiero condiviso, non uniforme (ci sono scambi), ma anche di tentare una condivisione ulteriore. Il ruolo della teoria, di una teoria non libresca, ma che si confronta con la pratica, è quella di far sì che la fatica fatta non vada dispersa, che non si debba ogni volta ripartire da zero. Una buona teoria può contribuire anche a dare sicurezza. Non va disprezzata.

Nella seconda parte abbiamo fatto un esperimento pratico, che consentiva di sperimentare la costruzione di un pensiero condiviso a partire dall’osservazione individuale di ciascuno. Il succo dell’esperimento, arricchito dai racconti degli esiti che la stessa prova aveva avuto in altri gruppi (di educatori, di studenti di età diverse, di genitori…), ha permesso di illustrare il passaggio da pensiero semplice (individuale) a pensiero complesso (condiviso) e, soprattutto, il passaggio da un ottica di giudizio a un’ottica di apprendimento.

Io devo ancora capire che cosa ci faccio, esattamente, in questo gruppo di professori/educatori. Ma nessuno mi ha cacciato, quindi sono ottimista sulle mie chances di essere ulteriormente tollerata come clandestina a bordo. Se effettivamente sarà così, potrei tornare a farvi partecipi.

P.S. Ho messo in grassetto alcune espressioni, che mi paiono di portata più ampia del contesto a cui si applicavano in quel momento. Il compito educativo, anche come genitori, non può essere un’impresa solitaria. Non solo perché supera di gran lunga la capacità del singolo. Ma soprattutto perché educare è scienza sociale. Me lo ripeto a bella posta, proprio in un momento in cui la tentazione di contare solo su noi stessi, come singoli, è in agguato a ogni più sospinto. Quando ci si guarda intorno e ci si vede isolati. Quando non si scorge, nei luoghi che frequentiamo, alcuna consonanza reale. Eppure, per ardua che sia, la via è quella. La costruzione, la ricostruzione, di un pensiero collettivo, di uno spazio di relazioni che esca dalle quattro mura apparentemente rassicuranti che ciascuno di noi si è scelto.

Festa della mamma


Non resisto e sottopongo anche io la Guerrigliera (5 anni) al test che leggo in questo divertente post di Luana. Ne esce uno spaccato piuttosto inquietante (quello che mi merito, mi sa)

Dimmi una cosa che Mamma ti dice sempre

Di non sporcarmi con il fango.

Che cosa rende felice Mamma?

Dormire.

Che cosa rende triste Mamma?

Non lo so.

Cosa fa ridere Mamma?

Le cose delle sue amiche (le battute che leggo su Facebook).

[La domanda prevista era in realtà: Come ti fa ridere Mamma? La Guerrigliera, interpellata su questo argomento ulteriore ha sogghignato e ha detto testualmente: “E’ una lunga storia”. Rassegnatevi.]

Com’era Mamma quando era una bambina?

Con i capelli marroni.

Quanti anni ha Mamma e quando è nata?

20 anni ed è nata a settembre (per la cronaca, ne ho 39 e sono nata a dicembre).

Qual è la cosa che Mamma preferisce fare?

Chiacchierare.

Che cosa fa la Mamma quando tu non ci sei?

Va al lavoro.

Se Mamma diventasse famosa, per cosa lo sarebbe?

Per il regalino della mamma che le ho fatto.

Che cosa Mamma sa fare molto bene?

Yoga

Che cosa Mamma non sa fare bene?

Il granchio (la posizione del)

Che lavoro fa Mamma?

Scrive.

Qual è il cibo preferito di Mamma?

Le verdure.

Che cosa ti rende fiero di Mamma?

Che la amo

Se Mamma fosse un personaggio di un cartone o di un film, chi sarebbe?

Una principessa

Che cosa fai insieme a Mamma?

I record. (Questa necessita spiegazione: la mattina, quando siamo in ritardo, per spronarla a vestirsi in fretta le dico di stabilire un nuovo record…)

Come sei simile a Mamma?

Non lo so.

Come sei diverso da Mamma?

Io ho la pelle scura e lei chiara.

Come sai che Mamma ti vuole bene?

Mi abbraccia sempre e io divento una schiava (????).

Qual è il posto preferito di Mamma? 

Il letto.

Buona festa della mamma anche a voi!

Quattro desideri per una figlia femmina


Meryem, è un’epoca difficile per noi donne. Come sempre, più di sempre. La prima causa di morte per una donna in età fertile è l’omicidio. Femminicidio, lo chiamano. Nell’abisso di impotenza che ogni genitore prova davanti a questi temi, sono giorni che penso che qualcosa, come madre, mi devo impegnare a farla. Non posso proteggerti dagli altri, probabilmente non posso proteggerti neanche da te stessa e dalle eventuali scelte sbagliate che, se mi assomigli almeno un po’, farai in buona fede. Ma l’amore per te stessa, quello che passa attraverso i piccoli gesti quotidiani, quello almeno ci voglio provare a insegnartelo.

Sono giorni tutti in salita anche per me, come donna. Ripenso al passato e vedo cose difficili da raccontarti, pezzi della mia storia che probabilmente tu non conoscerai fino in fondo. Ma se potessi convocare qui delle fate, come sulla culla della futura Bella Addormentata, e formulare dei desideri, sarebbero questi quattro.

1) Che Meryem non consideri mai un privilegio avere un rapporto speciale un uomo che dovrebbe essere un educatore, una guida, un maestro. Che nulla, né la stima, né l’ammirazione, né la soggezione, la possano indurre a fare sconti davanti a comportamenti inopportuni.

2) Che Meryem non si senta mai in dovere di autorizzare un uomo a non offrirle nulla di impegnativo, pur di avere le sue attenzioni. Che non si presti mai ad alimentare alibi per chi vuole solo prendere, senza condividere nulla di sé.

3) Che Meryem non debba mai aver paura di eccellere, di esprimersi, di coltivarsi e di essere ammirata solo perché chi le sta accanto potrebbe sentirsi messo in ombra.

4) Che Meryem non si faccia mai convincere di non meritare, per mancanze di qualunque genere,  tutto il rispetto, l’affetto, l’amore, il sostegno che aiutano un essere umano nel percorso difficile della felicità quotidiana.