Too #BAD


A volte avere splendide expat come amiche aiuta a venire a sapere, seppure in corner, di iniziative interessanti e pertinenti come quella di oggi: il Blog Action Day 2013, dedicato addirittura ai diritti umani.

Ci sarebbe l’imbarazzo della scelta riguardo agli argomenti da affrontare. In questi ultimi giorni si è parlato soprattutto di diritti delle salme, da quella di Priebke a quelle, assai più numerose, delle vittime del naufragio del 3 ottobre scorso a Lampedusa. Non starò qui a sminuire l’importanza di una degna sepoltura, né a gettarmi in uno sterile dibattito rispetto alle valenze che essa può avere (per i vivi): rimando senz’altro i miei lettori a due classici senza tempo, l’Antigone di Sofocle e I sepolcri di Foscolo. Sono letture di gran lunga più arricchenti e stimolanti di tutti gli editoriali di dubbio gusto che tocca sorbirsi in queste occasioni, per tacere dei dibattiti televisivi.

Ma se si parla di diritti umani credo che sia in primo luogo di vivi che ci si debba interessare. E uno dei diritti che più mi sta a cuore, come cittadina (del mondo) e come genitore, è quello all’istruzione. Non ricordavo che uno degli Obiettivi di sviluppo del Millennio (che mi paiono spariti dai radar degli interessi politici, almeno qui nell’Italietta dei dibattiti sull’indulto e sulla legge elettorale) è raggiungere l’istruzione primaria universale entro il 2015.

Sì, vabbè. Secondo un recente rapporto di Unesco e Save the Children, nel mondo circa 50 milioni di bambini, dai 5 ai 15 anni, non vanno a scuola perché colpiti dagli scontri o arruolati nei corpi armati. Nel 2012, sono stati 3.600 gli attacchi di vario tipo per impedire ai bambini l’accesso all’educazione, tra i quali si contano violenze, bombardamenti di scuole, reclutamento dei minori in gruppi armati, torture e intimidazioni contro bambini e insegnanti sfociate in morti o ferimenti gravi. Inoltre, prosegue il rapporto, “resta scandalosamente bassa la quota di fondi destinati all’educazione nelle emergenze umanitarie, che è passata addirittura dal 2% del totale dei fondi umanitari in emergenza del 2011 all’1,4% del 2012”.

Ne ho parlato tante volte: purtroppo nelle emergenze si tende a considerare l’educazione come un accessorio di lusso, il cui acquisto è rimandabile. Per questo mi piace tanto come lavora il JRS. Chiudo questo post quindi con qualche bella storia di impegno concreto, di resistenza e anche qualche successo da alcuni Paesi del mondo in cui il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati opera. Sono storie che, anche se dolorose, fanno bene a tutti: condividiamole.

Kenya, un sogno diventato realtà

Congo: libri, non armi

Siria: un disastro senza fine

 

Distanze


Sono giorni impegnativi. Giorni in cui misuro la distanza tra me, noi e il “sentire comune”. La commozione e l’emozione è di tutti gli uonini. La differenza sta nelle frasi che seguono immediatamente. Io non credo di essere migliore. Ho solo avuto l’occasione di rendermi conto in prima persona di quanto sia opportuno chiudere la bocca prima di pronunciare frasi qualunquiste che, ben lungi dall’essere innocue chiacchiere da bar, suonano come bestemmie alle orecchie di chi, purtroppo per lui/lei, sa di cosa si parla.
Qualche esempio? Non fatemi fare cataloghi. Ci sono quelli che preferiscono “aiutarli a casa loro” (con annessa stantia immagine: non dare il pesce, ma ineegnare a pescare). Peccato che quale sia questa “casa loro” e quanto noi già contribuiamo a renderla inabitabile questi potenziali cooperanti a parole non lo sanno e non vogliono saperlo.
Ci sono poi gli economisti. Quelli che suggeriscono che se “i giovani italiani” fossero più disposti a pulire culi di anziani e bambini, “questi qui” smetterebbero di arrivare. Perché questi qui sono un po’ fessi, poverini. Abbagliati dall’immagine di benessere trasmessa dalla nostra tv commerciale (notoriamente vista in tutto il globo) non capiscono che non vale la pena di rischiare la vita per accaparrarsi i lavori che gli italiani non vogliono fare. Qualcuno dovrebbe spiegarglielo che l’Italia non è il Paese di Bengodi, però a parole semplici, perché altrimenti non capiscono.
Potrei continuare. Meglio di no. Mi ha fatto male sentire/leggere questo tipo di discorsi fatti propri da amici e conoscenti. Allo stesso modo mi ha ferito vedere che sono state relativamente poche le persone che conosco che hanno vissuto intensamente il lutto di questi giorni.
Questo post però l’ho scritto per chi mi ha manifestato vicinanza. Per chi mi ha fatto sentire meno sola e meno marziana. Per chi era lì, venerdì mattina al Centro Astalli. Per chi era con noi venerdì sera al Campidoglio, fisicamente o in spirito. Per i colleghi con cui è sufficiente scambiarsi un’occhiata o un sospiro. Per i nuovi amici che mi fanno pensare che in questi anni mi hanno ascoltato con attenzione e non per cortesia. Per chi anche si offre di fare qualcosa di concreto per cambiare qualcosa,  a partire dal proprio piccolo.
Oggi a uno spettacolo di improvvisazione teatrale a Testaccio, l’attore si divertiva a provocare gli adulti tra il pubblico facendo gridare “rivoluzione! “. Davvero facevamo fatica, ridacchiavamo imbarazzati. Invece davvero questo serve. Una rivoluzione quotidiana. Grazie quindi a chi mi ha dimostrato con un cenno di non essere troppo distante.

Almeno stavolta


Probabilmente saprete che oggi il mare d’Italia è pieno di cadaveri. Che a Lampedusa non sanno più, fisicamente, dove riporli. Oggi si è consumata una tragedia di proporzioni tali da costituire un’ottima occasione per farci capire che così non si può andare avanti. Mi dispiace dover citare continuamente Papa Francesco, ma è suo l’unico commento che mi sento di condividere del tutto: “Che vergogna”.

Non parliamo di catastrofi naturali, di malattie incurabili, di tragiche fatalità. Parliamo di precise politiche, nazionali, europee e mondiali, che non considerano le persone una priorità. Vale per l’immigrazione, ma anche per tante altre scelte politiche che riguardano noi, i nostri figli e milioni di altri genitori e figli come noi. Sono scelte che attivamente concorrono alla morte di centinaia di migliaia di persone per il profitto di alcuni privilegiati. Ne siamo responsabili, ciascuno al suo livello. Noi siamo gli elettori dei governi che fanno questo. I nostri Parlamenti votano distrattamente le misure che uccidono uomini, donne e bambini. E poi si animano dibattendo per giorni e giorni di meschinità imbarazzanti.

Si piange, ed è giusto. Ma piangere non basta.

Ho un sogno. Che almeno stavolta, quando la settimana prossima a Roma si organizzerà un momento di memoria di questi fatti terribili, ci sia un’adesione straordinaria. Che tanti ritengano fondamentale cancellare impegni presi per esserci fisicamente in tanti, in tantissimi. Per dire che siamo cittadini di Europa e vogliamo smettere di essere assassini.

Assedio


Non so voi, ma a me la parola assedio rimanda a immagini e storie di altri tempi. I bassorilievi assiri, i colori brillanti dei manoscritti medievali. Alessandro Magno e l’assedio di Tiro e l’assedio di Mozia raccontato da Diodoro Siculo. E Troia, dove la lasciamo? Insomma, alla fine – con qualche variante – eroi, principesse, catapulte, ponti levatoi e olio bollente.

Poi leggo questo. Un messaggio di una persona che oggi vive assediata. Non in senso metaforico. In senso fisico, reale e quotidiano. Che non può muoversi in un raggio superiore a un chilometro. Che sta consumando le ultime scorte di cibo. Che va incontro all’inverno con porte e finestre rotte, consapevole che patirà il freddo, la fame, la mancanza d’acqua e di medicinali essenziali. E noi lo sappiamo. Riceviamo i suoi messaggi. Sappiamo il suo nome, sappiamo dove vive, sappiamo anche – in una certa misura – cosa pensa.

A me ha fatto effetto. Non conosco personalmente padre Frans, ma gli sono grata. “In genere non permettiamo a noi stessi di lasciarci sopraffare dalla tristezza e dalla disperazione. Eppure sentiamo che questi sentimenti sono sempre in agguato”. Da quando l’ho letta, questa frase mi torna in mente in modo ricorrente.

Una volta di più, mi rendo conto che ogni volta che si guarda con un minimo di attenzione, la conclusione è sempre la stessa: noi non ci rendiamo conto di cosa sia la guerra. Eppure, a leggere dai giornali, sembrerebbe che siamo noi (o gente come noi) a decidere quali sono le priorità, le linee da non oltrepassare, le strategie migliori. Siamo come i tifosi italiani che guardano le partite e che si sentono tutti, dal primo all’ultimo, allenatori. Però abbiamo certamente più potere dei diretti interessati. Ecco, immaginate che la campagna acquisti del Milan sia determinata dalle chiacchiere di nonno Peppino al bar di Sciacca. A volte ho il tremendo sospetto che la politica internazionale vada un po’ così.

 

Il Papa dalla mia sedia


Come prevedevo, un racconto articolato e meditato della visita di Papa Francesco al Centro Astalli non riesco proprio a proporvelo. Di alcuni aspetti hanno parlato le tv, i giornali. Specialmente di quel suo invito tagliente: cari religiosi, non trasformate i conventi vuoti in alberghi per fare soldi. “I conventi vuoti non sono nostri, sono per la carne di cristo, per i rifugiati”. Dire una cosa così a Roma, capitale mondiale del turismo religioso (e gestito da religiosi) è certamente segno di grande coraggio e sicurezza.

Ma torniamo al mio punto di vista, parziale e condizionato dal fatto che io ero lì in primo luogo per essere funzionale. Non ho potuto quindi essere presente quando il Papa è sceso alla mensa, nel cuore del nostro servizio. Più tardi ho visto gli scatti della fotografa e ho pianto di commozione (una volta di più). Poi ho sentito il racconto di chi c’era e mi sono commossa di nuovo. Perché era evidente che il Papa si muoveva in quel corridoio del tutto a suo agio, come uno di noi, come uno “specialista” del sociale. Nessun imbarazzo, nessuna ritrosia. Non credo di aver visto nessun visitatore esterno (laico o religioso che fosse) scendere le scale buie della mensa con quella naturalezza. Io stessa ricordo bene la sensazione di straniamento provata nel corridoio di via degli Astalli, la prima volta che l’ho visto. Lui no, era tranquillo. Ha abbracciato le persone in fila, si è affacciato nelle stanze augurando buon appetito a chi mangiava, ha dato tempo a tutti, ha ascoltato rifugiati che hanno parlato all’orecchio a lui e solo a lui, in una vicinanza fisica e tangibile che davvero non è da tutti (resisto ancora una volta alla tentazione di fare paragoni). Questo non si simula. Non avevamo davanti una persona che ha deciso di far vedere che bisogna essere vicini ai poveri. Papa Francesco evidentemente si sente vicino ai poveri, senza strategie particolari, con la sicurezza e la normalità che viene dall’esperienza.

Papa Francesco ha una gestione del tempo molto particolare. Da un lato chi ha parlato con lui ha avuto l’impressione che avesse tutto il tempo nel mondo, che non andasse di fretta. Lo stesso si può dire del suo tragitto in chiesa: non c’erano né transenne né corde e tutti, proprio tutti, si sono avvicinati. Hanno fatto foto, hanno consegnato lettere e regali, si sono persino fatti fare autografi.  Eppure, allo stesso tempo, il suo ritmo è incalzante, asciutto, quasi brusco. Insieme alla tenerezza dei gesti ha anche una certa compostezza e severità che evidentemente non indulge agli sbrodolamenti e alla retorica. L’ho visto anche sabato sera alla veglia a San Pietro: è entrato e ha stroncato sul nascere i coretti con un secco “Nel nome del Padre…”. Quindi, come per magia, i tempi dell’incontro da noi sono stati rispettati al secondo. E’ stato come se fosse riuscito a dilatare il tempo in mezzo senza spostare i due estremi.

A proposito di tempo. Ho come la sensazione che questo Papa non voglia perderne. Come se pensasse di non averne molto. O, più semplicemente, che se ne deve fare un buon uso, senza per questo diventare frenetici o affrettati. E’ un tema su cui riflettere.

Il resto sono immagini, ricordi, istantanee. I volti di tanti amici che sorridevano, l’emozione dei rifugiati. Il regalo che si rompe e viene miracolosamente sostituito in tempo, ma anche il mantra di noi “lettori”, a cui le gambe e la voce tremavano all’idea di salire sull’ambone: è una festa, non è un esame. Quando Adam si è scusato per il suo italiano, il Papa ha sorriso e commentato in modo abbastanza percepibile: “E a me lo vieni a dire?”. Il Papa che, a sorpresa, si unisce alla famiglia egiziana che doveva deporre i fiori sulla tomba di Pedro Arrupe e si incammina con piglio deciso per la navata, lasciandomi basita sull’ambone a leggere la preghiera di Adolfo Nicolàs al posto suo, come da disposizioni immediate e indiscutibili di Giani, l’ombra di Papa Francesco, un uomo che deve avere una padronanza di sé e una prontezza di riflessi al di là dell’umano. E io, mentre leggevo a fatica dal testo corpo 8 dell’immaginetta (i fogli stampati grandi erano nella cartellina del Papa) e pregavo di non impappinarmi, sentivo il fruscio delle voci dell’assemblea recitare con me eprovavo una commozione indescrivibile. Come se quei due grandi Generali spagnoli della Compagnia di Gesù, Arrupe e Nicolàs, uno morto e uno vivissimo ma non presente (forse il mio unico piccolo rammarico), fossero in realtà lì con noi attraverso quelle parole bellissime. E ancora una volta il miracolo del tempo: senza che fosse stato previsto né pensato, per pura coincidenza, il testo è finito nel momento esatto in cui Papa Francesco si risiedeva sulla sua sedia modesta, davanti all’altare.

Sulle parole dette quel pomeriggio troverete tanti commenti più autorevoli del mio. Io so solo che, alle parole fatidiche sui conventi vuoti, mi sono girata d’istinto verso i colleghi accanto a me e ho visto che anche loro si spellavano le mani in un applauso liberatorio. Cambierà davvero qualcosa? Non ci illudiamo che non ci siano resistenze. Ma, per una volta, sentiamo che il Papa in persona, senza esitazioni o distinguo, è dalla nostra parte. Non è poco, dopo tanti anni di sorrisetti di superiorità raccolti a destra e a manca.

Vi lascio con questa intervista a Frank, che ha incontrato il Papa alla mensa e con il video della conferenza stampa dopo la visita, a cui non ho assistito perché ero intenta a caricare i materiali sul sito: senza togliere nulla alla mia collega Donatella, sentire la voce di padre Lombardi è sempre un’emozione. Una delle moltissime di questi giorni. Del primo giorno di prima elementare parliamo un’altra volta!

 

Si torna a scuola (o almeno si dovrebbe)


Eccoci qui, la Guerrigliera sta per debuttare alle elementari, la scuola “vera”. Io però, vi confesso, sono una madre particolarmente distratta, in questo periodo. Le periodiche discussioni on line sulla scuola pubblica, gli orari delle riunioni e la carta igienica le seguo con la coda dell’occhio. La botta di commozione ancora non l’ho avuta. Ammettiamolo, la mia testa – aiutata dalle circostanze, lavorative e internazionali – tende ad andare oltre. La lacrimuccia ve la racconterò, semmai, la settimana prossima.

Circa un anno fa vi ricordavo la Siria e i bambini che non potevano tornare a scuola. Ora che sono passati altri dodici mesi, pare che il resto del mondo abbia scoperto che in Siria c’è la guerra. Ho letto oggi un’intervista a Anne, una collega del JRS che ho conosciuto un anno e mezzo fa a Bangkok. Lascio a lei, più autorevolmente, il compito di descrivervi (attraverso un’intervista rilasciata al mensile Popoli) cosa stanno vivendo le famiglie siriane e i loro bambini in questo periodo. Estrapolo solo una frase, che credo sia un pugno nello stomaco per chiunque (genitori in particolare): “La guerra non è solo distruzione fisica, ma anche sconvolgimento di un percorso di crescita. Ogni bambino che partecipa alle attività del Jrs ha fatto esperienza di traumi o lutti in famiglia”.

Non vi parlo di questo per rovinarvi la gioia e l’emozione legittima del primo giorno di scuola dei vostri figli. Certamente non per farvi sentire in colpa della pace e del relativo benessere di cui tutti, più o meno, godiamo. Però sono convinta davvero che tutti, genitori e educatori, abbiamo la responsabilità di tenere gli occhi spalancati sul mondo, di sapere e, quando ci viene richiesto, di prendere una posizione (il Padre Generale della Compagnia di Gesù, ad esempio, una posizione l’ha decisamente presa, ed è questa).

Dobbiamo parlarne anche ai nostri figli? Secondo me sì. Scegliendo i termini giusti, non indugiando nel macabro, non scadendo nel moralismo d’accatto (no, non potete tirare in ballo i bambini siriani che muoiono di fame per non comprare la cartella dei Pokemon, secondo me). Il nostro obiettivo è far crescere degni esponenti dell’umanità e, se l’umanità è una, anche queste situazioni ci devono interessare (un tempo si diceva “Homo sum, humani nihil a me alienum puto“: ah, la cultura classica, signora mia!).

Oggi ho rivisto la mia collega Francesca, che ha trascorso un periodo in Giordania collaborando a un progetto del JRS per i rifugiati. Ha consegnato a una scolaresca entusiasta e disegni per la Siria che mi erano stati inviati per iniziativa di due lettrici di questo blog.  Francesca mi racconta che se li sono letteralmente litigati. Che anche qualche segno di pennarello di un artista in erba di tre anni è stato visto come un dono di valore immenso. Credo che noi non ci rendiamo conto, nella nostra frenesia di efficienza, di quanto un piccolo gesto di attenzione possa essere importante. Ringrazio quindi chi ha preso sul serio il mio invito, che suonava peraltro abbastanza esitante. Se altri volessero aggiungersi, potete spedire i disegni al mio indirizzo di ufficio (Chiara Peri, Centro Astalli, via del Collegio Romano 1, 00186 Roma) e io troverò il modo di farli arrivare a destinazione.

Soprattutto però parlate ai vostri bambini della guerra. Altrimenti le mille poesiole in cui ripeteranno la parola “pace” non significheranno molto per loro.

Chi sono i rifugiati?


Tante e tante volte ho cercato di rispondere a questa domanda, reale o retorica che fosse, nei più diversi contesti. Stamattina, in ufficio, “i rifugiati” hanno preso le sembianze di una bimba di circa tre anni. Fiocchetti rosa nei capelli, jeans scuri, sguardo serio. Saliva le scale, verso il bagno. I gradini sono ripidi, chi è stato nel mio ufficio lo sa. Ha rischiato di inciampare e sua mamma l’ha sorretta. Più tardi mi ha fatto ciao con la mano e mi ha anche sorriso rapidamente.

Anche lei, bambina esattamente uguale alla mia, è “rifugiati”.  Quando Papa Francesco, martedì 10 settembre, verrà ad incontrare i rifugiati, incontrerà anche lei. Ma ricordiamoci anche che quando si ripete la formula stantia (ma sempre attuale)  “mica si può accogliere tutti”, ci riferiamo anche a lei. Quando parliamo di “emergenza”, parliamo anche di lei.  Si dovrebbe sempre riflettere prima di parlare.

Con che diritto…


Con che diritto parliamo di guerra (e di pace) noi che non l’abbiamo mai vista, mai vissuta, mai davvero neanche immaginata?

Così riflettevamo stamattina con una mia collega. Lei aveva ascoltato a lungo una famiglia siriana arrivata da poco. La rabbia e lo sdegno, l’esasperazione di chi arriva e non si capacita che tutto possa essere così sproporzionato rispetto alle aspettative (e al diritto). Io, contemporaneamente, stavo leggendo una biografia di Igino Giordani, che a voi sembrerà che non centri niente, ma invece vi assicuro che qualcosa c’entra.

L’esperienza diretta della guerra è qualcosa che cambia il corso di una vita, esteriormente e interiormente. C’è chi riesce a sublimarla in un grande progetto: penso a Giordani, che ha portato per una vita negli occhi, nel cuore e nel corpo l’esperienza della trincea della Prima Guerra Mondiale, o a Pedro Arrupe, testimone del bombardamento di Hiroshima. Altri, probabilmente i più, cercano vie più umane, meno ambiziose e meno appariscenti per fare i conti con l’indicibile. Spesso, semplicemente, non parlarne. Così come hanno fatto, il più delle volte, i nostri nonni (o genitori).

Oggi, alla vigilia dell’entrata europea nella sanguinosa guerra di Siria, voglio riportare qui un passo dell’intervento di Giordani alla Camera dei Deputati a proposito del Patto Atlantico (16 marzo 1949):

Noi siamo vittime di una politica che non si esprime che facendo la guerra; quindi, politica pazza e criminale. Ho detto che l’assassinio in guerra è omicidio, Ma noi sappiamo che è qualcosa di più, è un deicidio perché nell’uomo sui uccide l’immagine di Dio. Ed è anche un suicidio perché, attraverso qualunque guerra, è il corpo sociale, il corpo di tutta l’umanità che si svena. Che la guerra si combatta in Indonesia e in Cina, che si combatta in Italia o in Germania è sempre l’unico organismo sociale che si dissangua stupidamente. E’ come quando si ferisce una parte del corpo: non è solamente quella parte che si dissangua, ma è tutto l’organismo.

Ancora oggi la politica non si esprime che facendo la guerra.  E nel nostro Parlamento questi discorsi, magari un po’ retorici, ma almeno scaturiti dalla buona fede di chi ha vissuto sulla propria pelle il dramma di dover sparare a un fratello (in senso spirituale, per Giordani; ma qui penso al mio amico sudanese che, in tempi più recenti, si è trovato davvero suo fratello in senso letterale sul fronte opposto al suo), questi discorsi, dicevo, non si sentono più.

Che ne penso?


Mentre i ricordi della vacanza appena trascorsa si sedimentano nella testa e nella memoria, richiamo qui a me stessa (e a voi) che ci sono questioni importanti su cui sarebbe opportuno avere un’opinione.

Iniziamo dalla Siria. Cosa ne penso immagino che non ci sia neanche bisogno di spiegarlo, ho avuto modo di parlarne più volte in questi ultimi due anni. Eppure mi sono sorpresa, ieri, in un attimo di distrazione, a non esserne più sicura neanche io. Potenza dei media? Sta di fatto che per il breve spazio di qualche minuto mi sono trovata a trovare logico e normale l’intervento militare. Qualcosa bisogna fare. Questa indifferenza è intollerabile. Poi mi sono riscossa e ho pensato all’Iraq, all’Afghanistan, alla Libia. Tutti quei luoghi dove le nostre bombe intelligenti hanno portato tutto tranne pace, stabilità, democrazia, diritto.

Certo che qualcosa bisogna fare, ma non altra guerra. Peccato che ormai le armi paiano l’unico strumento che abbiamo per rapportarci con il resto del mondo. La diplomazia, le Nazioni Unite, sono termini che suscitano ormai solo sorrisini di compatimento e alzate di spalle.

E allora mi è tornata in mente una frase di Mariangela Gritta Grainer che ho letto ieri sul web, a proposito della 19°edizione del premio Ilaria Alpi: “Per ora hanno vinto loro”. Per ora. Curiosa espressione per indicare 19 anni di battaglia per la verità, che ha visto soccombere buona parte dei suoi protagonisti.

Non ricordo più come sono incappata nella vicenda dell’esecuzione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, delle navi dei veleni e della falsa cooperazione italiana. Ho letto, mi pare, due o tre libri ben scritti e ben documentati. Certo è che davanti a fatti del genere si avverte con piena consapevolezza quanto poco noi cittadini abbiamo davvero voglia di sapere. “Che cos’è la verità?” (diceva Ponzio Pilato). Certamente qualcosa che non permette di vivere tranquilli. Tanto che anche quando qualcuno la racconta troviamo il modo di aggrottare le ciglia, di sospirare e poi continuare come se nulla fosse stato.

Che c’entra questo con la Siria? C’entra. In questi ultimi mesi i colleghi dell’ufficio internazionale mi hanno fatto riflettere molto sulla “narrazione” sottesa alle notizie sul conflitto. Tutto pareva finalizzato a dipingere un quadro in bianco e nero. Buoni contro cattivi. Al limite cattivi contro cattivi. E adesso i buoni per eccellenza si preparano a intervenire per liberare i buoni di serie B dal cattivo di turno. Come si fa a non trovare insultante questa lettura?

Resto dell’idea che questa presa di distanze non deve essere una scusa per disinteressarci della cosa. Ci deve piuttosto far riflettere: davvero non esistono altri strumenti, altri canali? Chi lo dice? E, soprattutto, chi lo dice è autorevole? Affidabile? Disinteressato?

“Per ora”, dunque, sembriamo felicemente incanalati in un copione che renderà la nostra responsabilità alle stragi del Medio Oriente ancora più esplicita e diretta. Tutto vorrebbe farci credere che questo, come tanti altri “per ora”, sia una condizione destinata a durare in eterno. Però io credo che noi, come cittadini e ancor più come genitori, abbiamo l’obbligo morale di credere che “per ora” non voglia dire “per sempre”.

Ieri sera, presa consapevolezza del momentaneo black-out del mio cervello, mi sono chiesta: se sentire raccontare falsità o mezze verità strumentali, ben condite di immagini strappacore, rincoglionisce persino me, che per lavoro ho molti strumenti di comprensione in più rispetto all’uomo della strada, quanto è grave avere abdicato del tutto a un’informazione decente e con un barlume di indipendenza?

Mi rispondo con un’ovvietà: è molto grave. Si deve fare qualcosa perché questo cambi. Come dico sempre (forse con la realistica consapevolezza che di più al momento non mi è dato fare), iniziamo per esempio a parlarne. Almeno nel nostro personale giro di conoscenze e informazione, cerchiamo di non arrenderci alle opinioni preconfezionate.

Avrete sentito che Rai 1 ha in cantiere un reality sui rifugiati il cui titolo è tutto un programma: The Mission. Anche su questo ho la mia opinione, come immaginerete. Ne vogliamo parlare? Voi avete una vostra opinione in merito? Ho rinunciato a suo tempo a scrivere uno sproloquio di facile ironia sui protagonisti della futura trasmissione e sulle varie imbarazzate e imbarazzanti dichiarazioni rese alla stampa dalle persone coinvolte. Ma penso che varrebbe la pena di capire meglio (se e) perché questo programma è una pessima idea. Vi va?

I ragazzi di Sankt Pauli. Una storia europea


Questa è una storia vera, ma mi prendo la libertà di raccontarla svestendo i miei panni professionali e cercando una prospettiva migliore, perché quella solita davvero non mi basta.

Amburgo, Germania. Sankt Pauli. Protagonisti: 300 turisti arrivati da varie città italiane. La notizia è che non se ne vogliono andare. Io lo so che voi, maliziosi, state pensando a liceali in gita scolastica, che si sono fumati gli ultimi neuroni nel quartiere a luci rosse. Nulla di tutto ciò. Vi dirò anzi che i nostri 300 dormono addirittura in una chiesa. Al di sopra di ogni sospetto, dunque. Eppure vi confesso anche che questi turisti appassionati della Germania del Nord rischiano seriamente di diventare fuorilegge. Presto, molto presto. Entro qualche settimana.

La storia comincia nel 2011, nella Libia di Gheddafi. Ah, ma allora ci propini la solita solfa, diranno i miei lettori ormai esasperati. La guerra, i barconi, i disperati in fuga attraverso il Mediterraneo, Lampedusa. Ebbene sì, pure Lampedusa. Perché i nostri turisti ad Amburgo prima di essere tali sono stati profughi. Accolti dall’Italia nel favoloso programma dell’Emergenza Nord Africa di cui in altre occasioni ho avuto modo di parlare. Con in mano un pezzo di carta e 500 euro, questi giovani (ghanesi, nigeriani, avoriani, togolesi) sono arrivati ad Amburgo vari mesi fa. Perché no? Grazie al permesso di soggiorno (temporaneo) rilasciato dalle autorità italiane avevano titolo ad entrare, ma (e qui inizia il paradosso) come dei turisti. Per un massimo di 90 giorni, senza diritto a lavorare o a essere presi in carico dai servizi sociali.

Per le autorità tedesche, a partire dal sindaco, il discorso è semplice. Finita la parentesi tedesca, è ora che tornino in Italia. Il discorso è chiuso e anzi non c’è neanche motivo di aprirlo. Ma loro, i 300, non la vedono così. Sono giovani, decisi, convinti e alcuni di loro non sono affatto sprovveduti. Non hanno nessuna intenzione di vivere passivamente gli effetti dell’attuale politica europea che li considera dei pacchi, da rimandare qua e là. E’ chiaro che gli Stati europei ragionano in termini di concessione: l’Italia ti ha concesso un permesso di soggiorno, ringrazia, torna là e bacia per terra, sperando che te lo rinnovi. Loro, i “turisti” raccontano un’altra storia. “Eravamo in Libia per lavorare pacificamente e mantenere le nostre famiglie. Noi, come altri 40mila africani che vivevano dell’indotto dell’economia libica. Arrivate voi della NATO, bombardate, combinate un casino spaventoso. Ci troviamo costretti a scappare come rifugiati. Certo, non è che la Libia fosse rose e fiori, prima. Ma ci permetteva di avere un reddito. L’avete vista la Libia, poi? Siamo dovuti scappare, molti sono morti: per i bombardamenti, per l’insicurezza, per la violenza generalizzata. Arriviamo in Europa attraversando il Mediterraneo e ora? Ci avete fatto perdere anni preziosi della nostra giovinezza. Ci avete detto, in Italia, di andare dove volevamo. Ci dite ora, in Germania, di tornare in Italia dove per noi non c’è nulla. Nessuna opportunità di lavoro, solo una vita per strada, forse addirittura la clandestinità. No, non ci stiamo. Non è giusto. Voi siete parte in causa. Voi siete responsabili. Non ci trattate dall’alto in basso. Non lavatevene le mani. Non ve la caverete con così poco”.

Non vogliono la carità, i giovani africani di Amburgo. Non se ne stanno in silenzio aspettando un piatto di minestra. Vogliono imparare il tedesco, studiare, ma soprattutto lavorare, guadagnarsi da vivere. Si fanno sentire. Montano una tenda al centro della città. Parlano apertamente, manifestano in tutte le lingue che conoscono. E qualcuno inizia a unirsi a loro. La popolazione, le ONG, le chiese. Perché è difficile dare torto a questi ragazzi. Le norme europee che difendono non si sa cosa e che permettono qualunque abuso sulla vita di queste persone cominciano a rivelarsi per quello che realmente sono: un meccanismo perverso, che nulla ha a che fare con il vero bene comune. Perché gli albergatori di Amburgo dicono che hanno bisogno di 300 lavoratori, urgentemente, e che se pure questi giovani non sono qualificati potrebbero diventarlo presto. La Germania ha bisogno di giovani, ha bisogno di lavoratori stranieri. Questi sono già lì e non chiedono altro che avere una possibilità di guadagnarsi da vivere onestamente, in dignità.

Impossibile, dicono le norme europee. Che imporrebbero, peraltro, di spendere da subito molti soldi: per la detenzione, per i trasferimenti, per i rimpatri. Per la sicurezza, insomma. Ma a Amburgo cominciano a essere in molti a non capire bene dove sarebbe il “pericolo”. E iniziano ad essere stanchi di questa politica cieca, assente, distratta, ignorante e cinica.

Qui inizia la mia (breve) fiction. 300, 500, 1000, 10.000. Ai ragazzi di Sankt Pauli, quelli che chiamano i rifugiati di Lampedusa, si uniscono gli europei veri. Quelli che guardano al futuro, quelli che sognano un mondo diverso, molto più libero. Negli occhi e nelle parole dei giovani africani trovano il coraggio per mettere da parte la rassegnazione e l’apatia. Perché – è bene che qualche volta ce lo ricordiamo – il futuro ci appartiene e ne siamo responsabili.

Per approfondire