Le Quyen


Anzi, Lệ  Quyên Ngô Ðình. Un nome difficile (ci tornerò). Questo è il mio blog personale, quindi non posso andare oltre il mio piccolo, parziale saluto e ricordo. Altrove troverete di più (e comunque sempre troppo poco: incredibile quante cose avesse fatto, quante ne facesse e a quante si interessasse).

Non posso dire di averla incontrata di recente. Nessuno che si occupi di rifugiati, soprattutto a Roma, può dire di non conoscerla. Era stimata, apprezzata e anche un po’ temuta in ogni campo del nostro lavoro. Una donna magnetica, dal piglio energico, impeccabile nell’espressione scritta e orale. Ma c’è stato un momento in cui il nostro rapporto ha superato quello tra enti ed è diventato una relazione personale. Era un convegno di fine progetto. Un progetto che ci aveva dato del filo da torcere e la parte di esposizione che toccava a me non era né facile né simpatica. Alla fine del mio intervento, lei si avvicinò e mi disse: “Lei è brava a parlare in pubblico. Dobbiamo tenerlo presente, in futuro”. Chi mi conosce un po’ sa che io e la stima altrui non abbiamo sempre un buon rapporto. Diciamocelo, io di solito mi baso soprattutto sull’autovalutazione. Ai complimenti raramente mi scopro a dare peso. Ma lei era lei. E, sebbene fosse sempre molto cortese e cordiale con tutti, le sue parole erano sempre ben pesate.

Al progetto successivo abbiamo collaborato molto più strettamente, scrivendo insieme un capitolo di una ricerca. Dopo molte questioni sul fatto che non c’era nessuno che potesse fare editing e che dunque avremmo dovuto aggiustarci da noi rispetto alla continuità di stile, abbiamo convenuto di provare a buttar giù due pezzi giustapposti e lavorare in seguito per l’armonizzazione. Ebbene, scoprimmo in quella circostanza che avevamo uno stile di scrittura tanto simile da essere praticamente indistinguibile. Nel frattempo quel progetto ha creato un gruppo di lavoro eterogeneo e itinerante, che finì con l’incontrarsi, insieme o a gruppetti, in diverse circostanze su e giù per l’Italia. Lệ Quyên in quel contesto ha saputo andare ben oltre il suo ruolo ufficiale. Fu uno scambio a tutto campo, in qualche misura anche informale e personale, intessuto di tragitti in treno e pranzi arrangiati in rosticcerie di varie località. “Tu, quando mi scrivi, sei tra le poche che scrive il mio nome correttamente”, mi disse un giorno dalle parti di piazza Indipendenza, a Roma. Eravamo passati al tu (ci si adeguava al codice del gruppo di lavoro, in netto contrasto con la sua abitudine di dare del lei a tutti i collaboratori, anche a quelli più stretti) e io risposi: “Beh, non è difficile: faccio copia incolla dalla tua firma”. La verità è che io detesto quando chi scrive una mail sbaglia il nome del destinatario. A voce si può sbagliare, ma quando si scrive il controllo dovrebbe essere un obbligo di cortesia. Si parlava molto di nomi, in qella pausa pranzo. Nel rispetto della persona che passa anche attraverso lo sforzo di non storpiare il nome altrui e il tentativo di dare adeguatamente del lei anche (e soprattutto) allo straniero appena arrivato.

Ma parlammo anche di altro, in quei mesi. Del mio ultimo tentativo di carriera universitaria, attraverso il concorso più avvilente della mia esperienza. Lei mi raccontò la sua, di esperienza, per certi versi ancora più frustrante. E il fatto di essere su un treno per Parma la mattina in cui ho saputo l’esito della farsa, in attesa di essere accolta da un variegato gruppo di specialisti un po’ caciaroni che in parte faceva il tifo per me (e in parte mi augurava, saggiamente, di restare dov’ero) certamente è stata una terapia efficace per riprendermi da un’esperienza non esaltante. Con Lệ Quyên parlai anche delle mamme blogger e di “Hai voluto la carrozzina?”. Lei mi confessò di aver accarezzato molte volte l’idea di scrivere un libro comico sulla maternità e, se non fosse stato per un impedimento dell’ultim’ora, si sarebbe unita volentieri a un aperitivo con una blogger che andavo ad incontrare, sfruttando la trasferta del progetto. Lesse il libro con la stessa accuratezza che dedicava alle ricerche giuridiche e questo mi incoraggiò, quando saltai una riunione del progetto successivo a causa di un infortunio surreale di cui ero rimasta vittima, a giustificare la mia assenza mandandole un link, questo. Scoprii poi che lo aveva girato anche a una sua serissima collaboratrice, con cui si davano del lei, per incoraggiarla a ridere a sua volta degli acciacchi e delle difficoltà.

Quest’anno stavamo lavorando a un progetto a cui entrambe tenevamo molto. Non erano mancate le difficoltà e anche, ahimè, le tragedie. Ma il clima delle riunioni di progetto era sempre incredibilmente rilassato, scherzoso, affettuoso e allo stesso tempo produttivo ai massimi livelli. Stavamo facendo un lavoro eccellente, ciascuno nel suo. Lo continueremo, certo. Ma non è la stessa cosa. Una come lei non si può sostituire, in nessun senso. Il mio capo gesuita dice che dobbiamo essere riconoscenti per avere avuto la grazia di fare un pezzo di strada con lei. Certamente. Oggi però mi sento solo di pensare che mi fa rabbia quello che tutti abbiamo perso, che è un’ingiustizia e uno spreco incalcolabile. Che mi fa malissimo non poter partecipare al suo funerale (domani si lavora). Che mi fa malissimo, soprattutto, non poter più godere della sua compagnia, del suo umorismo, della sua competenza e, non ultimo, della sua eleganza.

Arrivederci, Lệ Quyên.

Travaux, ovvero: contro il pregiudizio (anche positivo)


Anni fa ho visto uno di quei film che sarebbe rimasto una pietra miliare, pur nella sua leggerezza, per la costruzione delle mie convinzioni di cittadina e operatrice sociale. Si tratta di questa commediola francese, mirabilmente interpretata da Carole Bouquet. Tra una risata e l’altra, il messaggio complessivo è molto saggio: non avere pregiudizi nei confronti degli stranieri non deve mai equivalere a una mitizzazione a prescindere. L’istinto di difendere persone da continui soprusi di cui siamo testimoni, particolarmente spiccato in operatori sociali, attivisti dei diritti umani et similia, nella pratica spesso porta a un parziale obnubilamento del senso critico in soggetti che magari in altri campi brillano per acume di analisi e complessità di ragionamento. Si potrebbe definire “infatuazione professionale da reazione”.

Dato che le grugnate, anche dolorose e drammatiche, in questi casi, si sprecano e in 9 casi su 10 si traducono in reazioni viscerali, generalizzate e estreme (che, viste da lontano, assomigliano molto al più deteriore razzismo), la consapevolezza di questa malattia professionale del cittadino socialmente impegnato è quantomai auspicabile. In estrema sintesi, sebbene ci faccia orrore che le etichette negative siano associate agli stranieri in quanto tali (e su questo non ci piove, ci mancherebbe altro), ci dobbiamo ricordare sempre che può ben darsi che uno straniero si comporti da stronzo, egoista, menefreghista, violento, disonesto, senza che per forza si debbano cercare giustificazioni a misterioso sfondo antropologico per dimostrare che in realtà trattasi di malinteso culturale. Ebbene, il malinteso culturale a volte è presente e certo non aiuta: ma ogni individuo può pur sempre comportarsi da bastardo senza che ciò sia predeterminato dalla sua origine etnica o giustificato da una specifica identità culturale.

E quindi? Diffidare sempre? Certo che no. Io, dall’alto di una consolidata esperienza, consiglio di prendersi tutte le fregature del caso ma non condannarsi alla paranoia. Un po’ (anzi, dosi massicce) di autoironia però aiutano sempre, unite possibilmente a un sereno atteggiamento socratico, ovvero alla consapevolezza che nel rapporto con l’altro (in tutti i casi) le cose che ci sfuggono sono solitamente di gran lunga superiori a quelle che afferriamo, con l’intelletto o con il sentimento.

Leggendo qua e là


Da quando ho scoperto anobii, mi sento come se facesse parte di me. Doma il mio disordine. Mi aiuta a tenere traccia delle letture fatte, mi suggerisce idee per nuove esplorazioni libresche, soprattutto attraverso gli scambi, che ho praticato abbastanza nel corso dell’ultimo  anno.

Questo periodo lavorativo, pur piuttosto faticoso, mi ha messo voglia di fare anche letture complementari alla mia sfera professionale. Non succedeva da un po’, nel senso che spesso tendo a privilegiare letture di evasione (pur senza riuscire a reprimere i miei interessi, sempre un po’ bizzarri) o, all’estremo opposto, saggi di media pesantezza che a volte mi danno da recensire (ma anche quelli li prendo come uno stimolo a tentare strade nuove, che da sola non avrei preso in considerazione – a volte a ragione, va detto). Oggi vorrei segnalarvi tre di queste mie letture semi-professionali. La premessa, piuttosto bizzarra, è che – a parte forse il secondo dei volumi – nessuna mi ha del tutto appagato. Tuttavia tutte hanno alimentato la voglia di procedere nell’approfondimento dei rispettivi temi, e per questo soprattutto mi va di parlarvene.

More about Decolonizzare la follia Il primo è una raccolta di saggi di Frantz Fanon. E chi era costui, dirà il mio sparuto gruppo di lettori (ad eccezione, forse dei due-tre più secchioni)? Lasciate stare Google, vi soccorro io direttamente da Wikipedia. I “miei” psichiatri lo citano, per comprensibili ragioni, ogni due per tre. Mi sono dunque decisa a comprare questo volume e, per inciso, credo di aver toppato alla grande. Avrei dovuto prendere qualche scritto più significativo, che mi desse la possibilità di confrontarmi con questo autore con un respiro maggiore, meno inquinato da dibattucoli polemici di stampo accademico (l’introduzione ai saggi, scritta dall’autorevole curatore dell’opera, è davvero un caso studio di per sé). Tuttavia, leggendo, un collegamento fortissimo mi è saltato agli occhi: mi ricorda da morire Orientalismo di Said. Da un lato il nesso era fin troppo ovvio, eppure a me era sfuggito, a causa delle diverse sfere professionali che mi hanno portato alla lettura dei due saggi. Colonizzare e decolonizzare: due processi storici di portata spaventosa, che investono prepotentemente e trasversalmente tutti i miei campi di interesse (e forse, più in generale, molti campi del sapere e dell’agire umano). In Fanon come in Said salta all’occhio la rabbia. Una rabbia ferocissima, una reazione intellettuale che si tiene in equilibrio precario sul limite del fanatismo. Nel riflesso della reazione credo che noi oggi abbiamo la possibilità davvero di sperimentare in modo indiretto la violenza coloniale, pur senza averla vissuta. E qui si pone la domanda metodologica: come salvare tutta l’energia rivoluzionaria di queste reazioni per sublimarle, per dir così, in un approccio più equilibrato, capace di riconciliarsi con il passato senza rimuoverlo? Come avviarsi verso una sintesi su questioni tanto brucianti ancora oggi? Ma mi riprometto di andare avanti nella mia finora fugace conoscenza di Fanon. Forse ci tornerò sopra, più specificamente (con vostra profonda gioia, presumo: come non adorarmi quando all’astrusità tento di aggiungere il tecnicismo?).
More about Un indovino mi disseCambiamo decisamente argomento, come si direbbe in TV. Sono rimasta fedele alla tradizione del’acquisto di impulso di un libro in aeroporto prima di un viaggio. Ho resistito a un libro di ricette di Claudia Roden e ho superato uno dei miei tabù: ho letto il mio primo libro di Tiziano Terzani. Scelta azzeccatissima. Mi ha portato esattamente lì dove volevo andare, nell’atmosfera di incontro tra culture non dominato dall’intellettualismo (pur supportato da lucida e puntuale analisi, ai limiti dell’assurdo), ma guidato in buona parte da una irrazionale curiosità. Ci ho sguazzato. Era come una colonna sonora azzeccata per il mio viaggio a Bangkok. Forse leggerò altro di questo autore, forse no. Ma sono soddisfatta. Alla fine la cosiddetta intercultura, qualsiasi cosa ciò voglia dire, non si fa senza un pizzico di irrazionalità. Quella fiducia immotivata che ti spinge ad assaggiare un piatto che non toccheresti mai, se ne sapessi gli ingredienti. Poi non è detto mica che ti piaccia, sia chiaro. Ma ti sei lasciato trasportare in un viaggio in cui non eri tu con i tuoi pregiudizi a predeterminare la rotta. Se c’è una possibilità di capire qualche cosa è questa: aprire una finestra perché possa entrare qualcosa che nei tuoi schemi mentali ancora non c’è.

More about Rediscovering Dharavi Ed eccoci arrivati al terzo libro. Tema: la povertà urbana. Il libro in effetti mi è piovuto tra le mani casualmente. E’ una copia pirata, venduta in fotocopia per le strade di una città indiana. La leggenda narra che l’autrice stessa si sia imbattuta in un venditore delle copie taroccate della sua opera e sia rimasta tra il perplesso e il lusingato. Se la leggenda è vera, io non mi capacito del fatto che una ricerca di sociologia/scienze sociali, pur accattivante, possa essere venduta per strada in copie non autorizzate. Ma che lettori assatanati ci sono in India? Vabbè, prescindendo da ciò, la lettura è interessante, anche se a tratti un po’ faticosa. Nessun pietismo, analisi articolata – storica, sociale, economica – della vita di uno slum indiano, dei suoi punti di forza e delle sue – molto più ovvie – criticità. Ma, ancora una volta, un richiamo a complicare le nostre mappe mentali. Non è solo miseria, non è solo degrado, non basta spazzare via con una ruspa. Bisogna fare la fatica di capire, analizzare, mediare, negoziare con chi ci vive percorsi inediti. La politica, del resto, non è un gioco da ragazzi. Neanche quella locale. Peccato che troppo pochi la prendano seriamente (e chissà se qualcuno di quei pochi vive in Italia).

A freddo


Lunedì sera ho seguito con attenzione la puntata di Presa Diretta, che trovate qui, se ve la siete persa. Mi ha fatto piacere anche di condividerne la visione con alcune amiche on line. Mi sembra importante e sicuramente positivo che una prima serata della RAI sia stata dedicata ai respingimenti di rifugiati e alla guerra in Libia. Però oggi non è di questo che voglio parlarvi, o forse non solo. Ho dovuto lasciar sedimentare per qualche giorno le sensazioni contrastanti che la trasmissione mi ha lasciato. Perché ho avuto la sensazione, fin da subito, che – nonostante le intenzioni e l’impegno civile e di denuncia, che di per sé sono un valore – ci fosse qualcosa che non funzionava. E non mi riferisco tanto e solo alle inevitabili omissioni, alle forzature necessarie, a questo o quel dettaglio. Alla fine forse ho capito qual è il punto vero. E’ un problema che sta alla base, che non riguarda il lavoro di quella specifica redazione. Il problema sta nel mezzo, il mezzo televisivo.

Mi spiego meglio. Qualunque addetto ai lavori sa, ed è pronto a spiegare, che il format televisivo ha le sue regole, le sue peculiarità. Soprattutto, i suoi tempi. Ecco, a me sembra che questi tempi televisivi non solo non aiutino a veicolare un messaggio sensato di impegno civile e di consapevolezza, ma che anzi necessariamente passino – in certa misura – il messaggio opposto. In un format del genere non si può mai approfondire: troppo lungo, l’attenzione calerebbe. Servono colori, toni forti. Se non lo sono abbastanza, vanno sapientemente calcati. La priorità è catturare l’attenzione, sempre. Il conduttore è sacerdote unico di questa liturgia: ergo, legittimamente, soprattutto interrompe. Gli intervistati, i suoi collaboratori, eventualmente il pubblico. Tiene i tempi.

Faccio un esempio concreto dalla puntata di Iacona. L’intervista ai rifugiati sopravvissuti del barcone è apparta fredda, inutilmente aggressiva, poco rispettosa. Sono certa che il tono sia stato scelto volutamente, per non indulgere a pietismi e comunicare obiettività. Eppure non posso fare a meno di notare che l’interlocutore, in questo efficace (?) scelta stilistica, sparisce. Si riduce a mera macchia di colore, fa atto di presenza. Ma più ancora mi colpiva il modo in cui il giornalista interpellava e poi toglieva subito la parola alla sua collaboratrice in studio, incaricata di riferire i feedback da internet. Sono sfumature, certo (e mi corre l’obbligo di precisare che escludo che il sesso del collaboratore abbia a che fare con questo). Ma certamente, in generale, l’atteggiamento era singolarmente privo di rispetto.

Si arriva alla fine della puntata con l’ansia, la sensazione che tutto fosse troppo complicato o poco pertinente, e soprattutto che noi della trasmissione (autori e pubblico) fossimo davvero troppo impegnati, troppo presi, troppo di fretta per lasciare davvero spazio a qualcosa. Ma è così? Una trasmissione televisiva deve trasmettere l’urgenza di un’operazione chirurgica a cuore aperto? Quale missione superiore ci si impone? Arrivare alla fine del programma? Tenere alta l’audience?

Soprattutto, qual è il messaggio implicito di una trasmissione del genere? In primo luogo, non è certo un’educazione all’ascolto e al rispetto. Quale che sia il tema, quello che lo spettatore coglie (almeno a me pare) è che il conduttore, è lui e solo lui quello che sa. Le sue “fonti”, i testimoni, gli esperti, hanno un ruolo meramente accessorio. Devono parlare e tacere a comando, devono intervenire a sottolineare e avvalorare quello che viene detto. Non si ha mai l’idea di condividere con il pubblico l’opportunità straordinaria di ascoltare qualcosa da chi davvero la sa. [N.B. Questo non è impossibile in televisione, in generale. Mi vengono in mente esempi in cui ciò viene fatto. Ma mai in trasmissioni di questo tipo].

Io sono convinta che per capire qualcosa di rifugiati (o di qualunque altro tema) si necessario, in estrema sintesi: a) non essere superficiali, riflettere, approfondire;  b) entrare per quanto possibile in rapporto con le fonti dirette e con i testimoni, senza filtri e senza mediatori (che a volte sono interessati); c) ascoltare con pazienza e umiltà, senza sovrapporre pre-giudizi propri o altrui, disponibili davvero a cambiare opinione o a iniziare a crearsene una. Tutte e tre queste cose, anche con le migliori intenzioni, sono incompatibili con i ritmi di una trasmissione come Presa Diretta, Report o simili. Forse sono incompatibili con i ritmi televisivi in genere. 

Dunque? Non lo so. Non sono mai stata contraria alla televisione, che è uno strumento potentissimo e potenzialmente di grande utilità educativa e civile. Mi pare, tuttavia, che forse bisognerebbe ripensare un po’ priorità e obiettivi. Voi che ne dite?

Un pensiero


A un ragazzo giovane, tanto giovane, che ieri è stato ricoverato in ospedale per la seconda volta. Che forse al corpo non ha nulla, ma certamente ha tanto male all’anima. Mi ricordo i suoi occhi seri, quest’estate, quando l’ho incontrato per la prima volta. La determinazione e la costanza. Infine quel sorriso pieno che avevamo immortalato a settembre. Avevamo detto: “Che sollievo”. E invece, come a volte avviene, non era affatto finita.

Ripenso a quando ti ho visto, ieri, accasciato su una sedia. Le facce preoccupare dei tuoi amici. Il racconto della collega che ha temuto il peggio. Ci vorrebbero 24 ore di servizio non stop e i superpoteri per disperazioni come la tua, B. E non è detto che basterebbe. Noi non abbiamo né le prime né tanto meno i secondi. In compenso, certe volte, ci portiamo dentro, con un po’ di vergogna, le nostre disperazioni da principiante. In bocca al lupo.

Non sono ubriachi, sono solo le 9 di mattina


Anche il lavoro che sono venuta a fare a Bangkok merita un post, almeno uno. Sui contenuti tornerò più in là, ma intanto cominciamo dai partecipanti. Una Babele vera. Gente che lavora in continenti diversi, della più varia origine (la polacca lavora in Turchia, l’americana in Cambogia e così via), di diverse religioni e con background variegatissimi. Persino sul look ci sarebbe molto da dire: c’è chi sfoggia loghi di appartenenza su magliette improbabili, chi opta per l’etnico deciso, chi mantiene una relativa sobrietà. Ma una cosa è apparsa subito evidente: siamo gente appassionata e passionale. Molto passionale. La facilitatrice, sudafricana, un po’ se lo aspettava. Più dei principi e della metodologia ignaziana, questo è il nostro vero marchio di fabbrica.

Il mio sottogruppo poi è un gioiellino. Cinque nazioni, tre continenti, cinque teste dure e accomunate da una certa vena polemica. In due giorni di lavoro insieme ci sentiamo davvero una squadra. Ci amiamo follemente. Progettiamo marachelle e blande azioni di boicottaggio al proseguimento dei lavori (salvo poi dare contributi, modestamente, fondamentali).

Oggi lo sparuto gruppo europeo doveva animare la riflessione mattutina di apertura del lavori. Gli asiatici, ieri, ci avevano annichilito con una sorta di meditazione yoga accuratamente pianificata. Noi, ovviamente, abbiamo pianificato per tre minuti ieri sera, dopo un paio di birre. Prima abbiamo accampato tutto il repertorio possibile delle scuse (non sono cattolico, convivo con un musulmano, io invece con un ortodosso). Alla fine, su mia proposta, ci siamo decisi per una lettura. Questa.

Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo.
Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano.
Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere d’esprimersi.
Si trovavano allora in Gerusalemme Giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo.
Venuto quel fragore, la folla si radunò e rimase sbigottita perche ciascuno li sentiva parlare la propria lingua.
Erano stupefatti e fuori di se per lo stupore dicevano: «Costoro che parlano non sono forse tutti Galilei?E com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa?
Siamo Parti, Medi, Elamìti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, stranieri di Roma, Ebrei e prosèliti, Cretesi e Arabi e li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio».
Tutti erano stupiti e perplessi, chiedendosi l’un l’altro: «Che significa questo?». Altri invece li deridevano e dicevano: «Si sono ubriacati di mosto».
Allora Pietro, levatosi in piedi con gli altri Undici, parlò a voce alta così: «Uomini di Giudea, e voi tutti che vi trovate a Gerusalemme, vi sia ben noto questo e fate attenzione alle mie parole: Questi uomini non sono ubriachi come voi sospettate, essendo appena le nove del mattino.Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Accade invece quello che predisse il profeta Gioele: Negli ultimi giorni, dice il Signore, i vostri figli e le vostre figlie profeteranno, i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno dei sogni.»

Ci pareva che rendesse bene lo spirito dei nostri incontri. Sì, è vero, sembriamo ubriachi. Ma in realtà condividiamo visioni e sogni, ciascuno come può.

P.S. La lettura è anche un’esortazione al gruppo a ubriacarsi solo in orari socialmente accettabili. Per questo il JRS ogni sera paga un solo giro di alcolici ai partecipanti.

Demanding


Così si definisce, solitamente, il lavoro con i rifugiati. Il che è, evidentemente, un eufemismo. Nel bene e nel male. Ci sono dei rari sprazzi in cui ti sembra di fare un lavoro normale. Scrivi articoli, archivi documenti, ordini faldoni. Ma poi accade qualcosa, qualsiasi cosa, e ti devi ricredere. Un’altra definizione classica recita che i rifugiati sono persone ordinarie messe in circostanze straordinarie. E non c’è niente da fare, è quella straordinarietà che non può non toccare anche te, che pure ti limiti, il più delle volte, ad ascoltare. Tempo fa, a un corso di formazione, si parlava della “neutralità” dell’operatore. E il relatore, senza mezzi termini (qui a Astalli la diplomazia non va per la maggiore), disse: magari ci riuscite pure a fare gli operatori di un centro di accoglienza, o gli operatori legali, o gli insegnanti di italiano senza farvi toccare emotivamente dall’esperienza delle persone che incontrate. Ma, ammesso che ci riusciate: che persone siete?

No, non c’è niente da fare, nessuno di noi è neutro. L’altro giorno, in mia assenza, un ragazzo qui in ufficio ha tentato il suicidio. E’ stato salvato dall’interprete, che a sua volta giorni fa ci confidava la sua disperazione. Dopo essere avventurosamente riuscito a fare arrivare dalla Somalia i suoi bambini (per chi ha letto “Terre senza promesse”: è la storia del più fiero di tutti, di quello che non si vergogna a dire il suo nome), dopo aver salvato se stesso, loro, e l’altro giorno anche il suo sventurato connazionale, ora non sa come fare. Guadagna mille euro al mese e ha quattro figli. Medita di tornare in Somalia a morire vicino a sua madre. E noi a questa prospettiva ci sentiamo morire un po’ anche noi. Ricordo i ragazzi incontrati nei campi aperti di Malta, quelli che volevano tornare indietro, dopo aver rischiato la vita tante volte, per poter morire con dignità. E’ tutto sbagliato.

Dall’ufficio accanto al mio arrivano i singhiozzi di una madre che non crede di riuscire a fare arrivare qui i suoi bambini. Probabilmente, in effetti, non ci riuscirà. E stamattina si discuteva in ufficio del tema del ricongiungimento familiare ed era chiaro che ciascuno di noi, nell’avanzare questa o quella riserva a una possibile posizione di advocacy, pensava a volti precisi, a mogli precise, a figli precisi. Quelli che ciascuno di noi incontra e ha incontrato, dopo aver seguito per anni le loro peripezie burocratiche e le beffe del destino, varie ed eventuali.

Non ricordo se vi avevo raccontato di quel padre che, per fare arrivare in Italia le tre figlie minorenni, si è sentito chiedere non solo il certificato di morte di sua moglie, ma anche quello di sepoltura. Ok, alla fine l’ha spuntata. Le sue tre figlie sono qui e sono bellissime. Ma è un po’ poco per parlare di lieto fine, non vi pare? Ora devono trovare il loro equilibrio, la loro strada, una sostenibilità di qualche tipo.

Siamo arrabbiati, siamo stanchi, siamo annichiliti dall’ingiustizia che sembra moltiplicarsi sotto i nostri occhi in un groviglio inestricabile. Siamo anche scoraggiati dal fatto che a nessuno, proprio a nessuno pare interessare granché di queste cose. Avete presente quando cerchi di raccontare a un conoscente (o a un parente) qualche cosa che ti affligge, sia essa una malattia o una disavventura?  E quello/a si sente in dovere di interromperti dopo tre secondi cercando di dimostrarti che quello che è capitato a te, qualunque cosa sia, è molto meno grave di ciò che affligge lui/lei? Ecco, parlare di rifugiati in genere è così. “Eh, ma in questo momento…. Certo, sono problemi di tutti, pensa che mia nipote… Qualche sacrificio dovranno pur farlo… Che, sputano nel piatto dove mangiano? (questa, di tutte le obiezioni, mi è sempre parsa la più incomprensibile)”.

Ma poi, condiviso tutto ciò, c’è sempre qualcuno che dice: “Ma siamo sicuri che non si potrebbe magari provare a…”. E non ci si ferma, perché indietro non si torna e noi, ormai, ci siamo in mezzo.

Un senso


Sabato, come già scrivevo sotto, ho partecipato a una sessione di formazione sulla cura dei migranti forzati vittime di tortura (sì, non ditemelo: qui a Roma il sabato mattina ci si diverte follemente). Sono state dette cose che, nonostante la mia esperienza nel ramo, ancora fatico a elaborare. Nel senso che non so come la penso, non so collocarle nella mia mappa mentale. E qui apro una breve parentesi: sono tanti, troppi, gli iceberg vaganti che sfuggono alla classificazione quando si entra in temi che coinvolgono culture, religioni, convenzioni sociali. Quel che rende tutto più ingannevole è che nessuno di noi ha difficoltà a valutare gli estremi: siamo contro le mutilazioni genitali femminili, ad esempio. Però se si comincia a ripercorrere tutte le sfumature dell’esistente, quelle che pochi conoscono nel dettaglio, la scivolata è inevitabile. E uno si trova perso nel dubbio, senza sapere che pesci pigliare. Dove sono i confini tra quel che accettabile e quel che non lo è in nessun caso? E chi sono io per fissarli? Ma non voglio parlare di mutilazioni genitali, almeno per oggi. Mi fermerò a un particolare estremamente più semplice, in apparenza.

La ginecologa che lavora al Centro Samifo raccontava la sua esperienza con le donne vittime di tortura e violenza intenzionale. Una donna rifugiata può vantare una collezioni di violenze subite da manuale degli orrori: al proprio Paese (ed è spesso la causa della fuga), durante il viaggio (quasi la totalità delle donne che sono passate per la Libia sono vittime di violenze sessuali, anche plurime), spesso e volentieri anche in Italia. Anche svolgere una visita ginecologica di routine richiede una lunga preparazione, mediazione a tonnellate, almeno uno psicologo a portata di mano. E’ un lavoro delicatissimo e meritorio. Ma un particolare mi ha stupito. Raccontava che una delle comunicazioni in assoluto più traumatiche e dolorose da dare a una donna in queste condizioni è quella relativa a un’eventuale infertilità o menopausa precoce. Più di qualunque altra cosa, questa è intollerabile. E, per contro, molte di loro dimostrano una sorta di esigenza impellente a procreare, al punto da farsi mettere incinte quasi dal primo venuto, senza minimamente pensare alla sostenibilità sociale o altro. Innegabilmente, raccontava la dottoressa, partorire nella maggior parte dei casi le cura. Diventano da un giorno all’altro donne diverse. Donne con tanti problemi, certo, ma donne che hanno ritrovato la voglia di vivere e di combattere, donne che riattivano risorse che sembravano perse per sempre.

Mentre guardavo le foto di quelle madri, non potevo che essere divisa e combattuta. Come “social worker” dovrei essere orripilata. La spiegazione data (“queste donne sono abituate a considerarsi utili, degne di esistere, esclusivamente nell’ambito della procreazione e dell’accudimento dei figli”) mi fa rabbrividire. Certo, va da sé che la pratica non può essere incoraggiata (ricordo convinte quanto inefficaci campagne di promozione dell’uso della contraccezione nei nostri centri di accoglienza per famiglie, tanto per dirne una). Ma un dato è abbastanza ovvio: incontro una donna così, le propongo un percorso di riabilitazione e inserimento sociale, magari mi propongo di  emanciparla. Nella maggior parte dei casi quella donna specifica (per carità, almeno non generalizziamo) mi tenterà il suicidio. Questi processi sono lenti, prendono generazioni intere per compiersi (anche senza migrazioni di mezzo). E’ più giusto sacrificare il singolo al principio?

Cosa concludo? Nulla. Non so neanche se sono stata capace di porre la questione nei giusti termini. Però rimugino.

Kony 2012


Non credo di potermi esimere dal parlare di questo esperimento/iniziativa/fenomeno. Sia per l’argomento, che mi tocca molto da vicino, sia per le implicazioni (numerose e interessanti) che ha. I fatti li trovate raccontati qui. In sintesi: Joseph Kony, un signore della guerra ugandese, da più di 25 anni terrorizza, rapisce e stupra impunito. Le sue vittime preferite sono i bambini e le loro terribili storie hanno spinto Jason Russel, fondatore di Invisible Children e autore di questo video, a lanciare una campagna per rendere “famoso” Joseph Kony. Il gruppo sta cercando l’appoggio di personaggi celebri e di politici (Janet Jackson e Rihanna hanno già aderito, Obama ha inviato un centinaio di militari in Uganda) e sta preparando una giornata intera dedicata a Joseph Kony per il prossimo 20 aprile.

I fatti non solo sono assolutamente veri, ma sono ben noti non solo a me, ma a chiunque lavori sul tema dei diritti umani. In ufficio ho incontrato, negli anni, vittime del Lord’s Resistance Army. Mi sembra molto interessante e importante che si sia deciso di rendere social e anche trendy, in qualche modo, questo tema.  La cosa sembra inatti avere un certo successo e non posso che rallegrarmene. E devo anche fare i conti con un cumulo di domande che mi trovo a fare a me stessa (e dunque condivido con voi). Ne estrapolo, nel marasma, tre.

1) Ma come cavolo ci si riesce a fare una cosa così? Perché io, noi, registi amici o animati da analoghe intenzioni, attivisti che dedicano la vita a queste cose (e potrei continuare) non riusciamo mai a attirare l’attenzione in modo significativo? Mi rallegro del fatto che ciò possa accadere, non ci avrei scommesso. Le risposte a queste domande esistono, ovviamente, e qualcuna riesco anche a immaginarla. Ma per ora mi basta pormi il problema.

2) Quanto conta, per la popolarità, il fatto che tutto ciò avvenga altrove? E che l’idea sia, fondamentalmente, di fare pressione perché qualcuno intervenga altrove? Come ci poniamo rispetto al fatto che alcune di queste vittime ugandesi (poche) possano riuscire a bussare alle nostre porte, in Europa (negli Stati Uniti, obbiettivamente, la possibilità è più remota)? Lo contempliamo? Questo cambierebbe la nostra percezione del problema? O, piuttosto, rafforzerebbe la nostra convinzione di sposare la causa?

3) E’ triste, si dice da qualche parte nel video italiano, che così tanti giovani rinuncino a priori a voler cambiare il mondo. Questo è vero, quanto è vero. Almeno a 20 anni ce lo vogliamo avere un po’ di zelo? Che poi avremo tutto il tempo di temperare e raddrizzare con la maturità, come descrive benissimo Barbara/Mammafelice in questo post.

Tutti questi pensieri sono in me più forti dopo aver partecipato a una lezione di un corso di formazione sui migranti forzati, rivolto a giovani medici di base (io assistevo in quanto organizzatrice, non ho il doppio lavoro…). Ancora una volta ho toccato con mano di quanto possa essere sconvolgente l’esperienza di incontrare una vittima di tortura. Ma anche di quante sfide, prospettive, possibilità di crescita questo offra a un professionista scrupoloso come quelli che parlavano stamattina (un medico di base/dermatologo e una ginecologa). Le questioni emerse da quattro ore di tranquilla esposizione (per giunta di sabato mattina) meriterebbero una serie di post dedicata. E allora torno a pensare che ben vengano le campagne come questa se ci aiutano anche ad essere più preparati a incontrare le persone fisiche, concrete. Se ci aiutano a immaginare universi di violenza che non conosciamo (ma anche a riflettere meglio sugli universi di violenza che sono propriamente nostri).

L’Italia sono anch’io, ma bisogna vedere chi sono gli altri…


Oggi era il giorno della soddisfazione e della festa: sono state depositate le casse con le valanghe di firme a sostegno della riforma del diritto di cittadinanza, promossa dalla campagna “L’Italia sono anch’io“. Nonostante qualche timore dell’ultim’ora, l’obiettivo delle 50mila firme per ciascuna delle due proposte è stato più che raddoppiato: 109268 firme per la riforma della cittadinanza e l’introduzione, almeno parziale, dello ius soli e 106329 per la concessione del diritto di voto amministrativo agli immigrati regolari, secondo quanto avviene da tempo nei principali Paesi europei (chi paga le tasse vota, tanto per intenderci).

Nella conferenza stampa i rappresentanti di quella società civile che si è mobilitata per raggiungere questo risultato hanno espresso soddisfazione e hanno sottolineato la portata culturale di queste proposte. Alcuni concetti importanti meritano di essere sottolineati, secondo me. Da un lato questa campagna ha assunto una forte valenza di reazione, di rivolta, di rivalsa: gli italiani non sono quelli che alcuni messaggi indegni vorrebbero rappresentare, gli italiani non sono così ottusi e ignoranti, gli italiani non si sentono più sicuri se si investono milioni di euro delle loro tasse per costruire muri, reti, sistemi di intercettazione che si propongono l’irrealistico compito di fermare, costi quel che costi, le migrazioni (che sono dalla preistoria ad oggi il motore della storia e della civiltà).

Questo però convive con un altro aspetto della campagna, che pure trapelava forte in conferenza stampa: in fondo basterebbe un po’ di buon senso. Basterebbe guardare all’esperienza quotidiana per capire che è assurdo che la compagna di scuola di mia figlia debba essere esclusa dai viaggi di istruzione all’estero per una questione di sangue. E’ per questo buon senso che non ha ideologia che firme di sostegno sono piovute copiose dalla Lombardia, dal Veneto, dal Piemonte. Attaccarsi a criteri di esclusione incomprensibili e a graziose concessioni di sapore imperiale innesca una bomba a orologeria nei nostri quartieri, nelle nostre scuole, nei nostri luoghi di lavoro. E’ davvero quello che vogliamo?

Ma c’era una nota di ansia che guastava la festa, oggi. Cioè il fatto che ora la palla passa al Parlamento. Come è giusto, per carità. Ma che ha abbondantemente dimostrato di essere lontano mille miglia da queste istanze e soprattutto da questo modo di affrontare il tema. La campagna è stata portata avanti da moltissimi comitati territoriali, in un pluralismo variegatissimo di esperienze, ispirazioni, colori e identità culturali. Basta dare una letta ai componenti del comitato promotore, senza contare le adesioni successive. E’ stato davvero un esempio di collaborazione per un obiettivo chiaro, concreto e comune. Così dovrebbero essere quelli della politica, almeno di quella locale. Ma la politica oggi ragiona così?

E’ il momento di riappropriarsi del significato delle parole, diceva stamattina qualcuno (probabilmente il sindaco Delrio, che invidio di cuore alla città di Reggio Emilia). Fare politica sarebbe esattamente questo: porsi dei problemi e cercare insieme soluzioni per risolverli. Chiedete al politico medio italiano che ne pensa di questo tema: nella migliore delle ipotesi vi dirà che non è una priorità. E magari vi tirerà fuori obiezioni imbarazzanti, che rivelano la sua totale estraneità all’argomento.

L’Italia è più avanti di chi la rappresenta, si ripeteva oggi da più parti. Il che ormai mi pare inevitabile, perché sembra che per qualche perverso meccanismo si possa candidare a rappresentarla solo chi sta indietro. Questo discorso mi ricorda per certi versi quello che si fa sulla televisione e l’immagine delle donne, ad esempio qui (specialmente nei commenti): le donne nude a proposito e a sproposito, alzando sempre il tiro della volgarità, si mettono per alzare o mantenere gli ascolti, ma gli ascolti non li fanno anche le persone normali? Gli italiani sulla rappresentanza politica sembrano rassegnati a un’analoga devastante inadeguatezza. Però vorrei ricordare, in primis a me stessa, che non votare non è una scelta del tutto equivalente a spegnere la tv o non possedere un televisore.