Danze di là, danze di qua


Claudia mi sfida e io non posso che raccogliere il guanto. Un guanto che mi immagino multicolore e certamente creato da lei stessa. Fuor di metafora: “quand’è l’ultima volta che hai ballato?”, mi chiede Claudia alla fine di questo video.

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Io ballo abbastanza spesso, con la mia piccola Guerrigliera, ma non è a queste danze in cucina che correva la mente ascoltando questo racconto di viaggio. La prima cosa che mi è tornata in mente sono tre frammenti di un altro diario, il mio.

24/09/2004 – Bonne chance
Oggi ho saputo che Bertrand andrà a Vicenza a cercare lavoro. Sono contenta. E’ una delle molte persone che sono stata particolarmente felice di incontrare. Veniva alla scuola di italiano del Centro Astalli e mi ricordo che lo prendevo in giro per il suo modo molto francese di dire “presente”: il suo insegnante Massimo non riusciva a correggerlo e in fondo non ci si applicava molto, perché il suo irrefrenabile senso estetico si compiaceva di quell’accento tanto “chic”. Bertrand una volta mi ha raccontato del lavoro che faceva in Camerun: per molti anni è stato guardia forestale, girava per i parchi naturali del suo paese e faceva azione di sensibilizzazione nei villaggi per scoraggiare i bracconieri. Una vita da film, di cui parlava con gli occhi accesi di entusiasmo e nostalgia. Appena lo hanno riconosciuto rifugiato è andato di corsa a respirare un po’ di Africa, come un pesce fuor d’acqua: non in Camerun, naturalmente, dove non potrà tornare più, ma in Togo, dove ha anche una parte della sua famiglia. E’ tornato con buste di bellissimi vestiti dipinti a mano, una pennellata d’Africa per i suoi amici romani. Il giorno dopo avermi regalato il mio è tornato in ufficio preoccupatissimo: “Non lo mettere in lavatrice!”. Ora se ne va al nord, in cerca di un lavoro e di una vita tranquilla. Parte con il suo sorriso buono e le sue camicie colorate. Speriamo che non abbia troppo freddo.

25/5/2005 – Non sono mica stupido
Ieri parlavo con un uomo camerunese, ospite del centro di accoglienza dove lavoro. E’ stato uno dei colloqui più dolorosi che abbia mai sostenuto. Lui, che al suo paese ha studiato diritto internazionale, è assolutamente sconvolto del non-sistema che ha trovato qui. Non riesce a crederci, semplicemente. “Non sono uno stupido, io ho studiato, conosco i miei diritti”, continuava a ripetere. “Chi chiede protezione deve essere tutelato dal governo dello stato dove arriva, non può essere sbattuto qua e là, contando sulla buona volontà e la carità di pochi”. E’ talmente fuori di sé che ha deciso di ripartire. Per dove, non lo sa. Ho cercato di spiegargli che nessun altro paese d’Europa lo accoglierà e che alla fine sarà rispedito qui, in Italia, magari dopo aver perso altri anni preziosi. Lui mi ha guardato disperato e mi ha detto, articolando bene ogni sillaba: “In Italia non c’è niente per me. Andare via, anche morire, per me è meglio di questo niente”. Sono tornata a casa, ieri sera, vergognandomi profondamente di essere italiana.

28/7/2005 – Ripartire, in salita
Ha un sorriso splendido, contagioso. Una personalità travolgente, una vivacità irrefrenabile. Le è costato molto riaccendere quel sorriso: C. nel suo paese è stata torturata. Quando è arrivata in Italia, dove è stata riconosciuta rifugiata, era distrutta nell’anima oltre che nel corpo. E poi, una volta qui, suo marito l’ha lasciata. Se ne è andato a Bologna con una testimone di Geova. Quando frequentava il corso di formazione professionale dove l’ho conosciuta, sempre seduta al primo banco, sempre pronta a intervenire nelle discussioni, C. era rinata. “Ho qualcosa che dà un senso alle mie giornate”, raccontava. Anche i malesseri fisici che la tormentavano sembravano spariti. Ma adesso il corso è finito. E lei si sente di nuovo al capolinea. Non riesce a trovare un lavoro e per giunta non può fare lavori troppo pesanti, come conseguenza dei traumi subiti in patria. Di nuovo non riesce a immaginare un futuro. Ha solo 30 anni. E al suo paese, in Camerun, ha lasciato quattro figli.

La parte che tocca a me, per lavoro, la parte che mi sono scelta, ha qualcosa in comune con l’esperienza di Claudia, ma è anche diversa: io quelle stesse persone le incontro qui a Roma, tra piazza Venezia e l’Aventino. Sono fortunata: niente valige, niente jetlag. Basta aprire gli occhi e le orecchie. Purtroppo, a differenza di Claudia e della missione Unicef che accompagnava, io sono molto spesso a mani vuote.

E la danza, mi direte voi? Si danza, si danza eccome. Anche qui, tra i rifugiati che ripartono da zero. Una delle esperienze più intense della mia vita è stata una sera di Newroz al centro Ararat, ritrovo dei profughi curdi a Roma. La notte del 21 marzo su una immensa mappa del Kurdistan disegnata sull’asfalto erano stati accesi molti falò. I ragazzi ballavano in cerchio, in un movimento crescente che trascinava chiunque fosse presente. Abbiamo ballato senza respiro, pestando i piedi con forza, buttando giù di tanto in tanto un bicchierino di tè nero bollente. Mi piace pensare che l’energia di quella sera abbia cambiato il corso della mia vita. Una danza che non è solo intrattenimento, una danza politica.

Quella sera di tanti anni fa credo di aver imparato una cosa: quando le cose importanti si riesce a farle ballando insieme hanno un impatto inimmaginabile. E’ raro, però: quando si è in molti è difficile trovare il ritmo comune. Ci vorrebbe un miracolo. Uno di quei miracoli quotidiani che in tante parti del mondo ancora accadono e in cui noi sembriamo non credere più.

Taxi Blues


Oggi non è la giornata adatta per parlare di autostima, sebbene un autorevole sito inviti a farlo. Oggi non è la giornata adatta per molte altre cose, a dirla tutta. Ho le idee un po’ confuse e i postumi della lezione di yoga. Mi atterrò pertanto a un post di utilità sociale, relativo alla sopravvivenza quotidiana nella Città Eterna (e pertanto in qualche modo anche di interesse turistico).

Scena: serata di domenica piovosa. L’indefessa madre intelligente e moderna che è in me, pur sepolta dalle spire della madre cialtrona e fancazzista, era riuscita a organizzare una serata di musica di livello per me e alla Guerrigliera nel suggestivo scenario dell’Auditorium di Roma. Avete presente l’Auditorium? Quello che in qualunque punto della città voi vi troviate viene segnalato da eleganti cartelli (che tuttavia vi piantano poi bellamente a metà tragitto)? Quello là. Non mi ero lasciata scoraggiare dallo scetticismo del curdo (“Ma dove andate con ‘sto tempo? Dall’altra parte della città per sentire della musica?”) e neanche dai dubbi della fanciulla (“Ma non fanno qualcosa al Teatro Verde – che ci sta sotto casa?”). Avevo i miei biglietti, ho vestito Meryem decentemente (almeno lei) e siamo partite.

Il piano logistico prevedeva, a dire il vero, l’andata con i mezzi. Ma a ciò si è opposta una pennica strategica della Guerrigliera. Ok, che taxi sia. Usciamo comunque con congruo anticipo, onde mettere in atto l’estrema astuzia del pigliatore occasionale di taxi: andare alla colonnina e risparmiare gli euro della chiamata. L’anticipo si è rivelata una scelta saggia. La colonnina, no.

Arriviamo a Stazione Trastevere. Nessun taxi in vista. Aspettiamo pazientemente. Nada. Comincio a innervosirmi. Quand’ecco che mi casca l’occhio su un cartello sulla colonnina: “Chiamataxi 060609”. Ecco la soluzione. Vedi a dubitare dei servizi al cittadino? Mi serve appunto un taxi ed ecco lì la risposta. Senza indugio chiamo. Una vocina registrata mi chiede dove mi trovo. “Piazza Biondo”, rispondo pronta io. “Numero civico?”. Niente panico. Mi giro, colgo con l’occhio il numero su uno degli ingressi della stazione ferroviaria e rispondo sicura “19”. “Mi conferma che si trova a piazza Flavio Biondo 19?”, insiste la vocina. “Sì”. Ma non la convinco. “Mi conferma che si trova a piazza Flavio Biondo 19?” “SI’!!!!”. Ora si è convinta. Musichina.

Dopo una manciata di secondi mi dice, con voce suadente: “La stiamo mettendo in contatto con la colonnina di taxi più vicina”. Ah, quanta efficienza…. ma, un momento! Il dubbio che mi sorge viene immediatamente confermato: la colonnina a cui sono appoggiata inizia a trillare argentina, creando un simpatico effetto di eco nel piazzale ancora assolutamente deserto. A meno che non risponda io stessa, continuerà a farlo all’infinito. E infatti continua. Cade la linea. La vocina tenta di rassicurarmi: “Ora faremo un secondo tentativo…”. Ma qui la interrompo e metto giù.

Ora, caro Comune di Roma: il servizio è indubbiamente utile. Ma forse non lo pubblicizzerei proprio sulle colonnine dei taxi, sai? Anzi, oserei dire: lo pubblicizzerei, e con maggiore abbondanza, in qualunque altro luogo.

Non sta a me


Non è che avessi proprio un piano preciso, lo confesso. Si sarà pure notato, presumo. Però dopo la giornata di oggi, la gita sociale “Roma dei rifugiati”, sono ancora più convinta che vale proprio la pena di farle, queste cose poco pensate e tanto sentite. Mentre uscivamo dal mio catacombale ufficio, eccezionalmente trasformato in luogo dove ricevere delle amiche, mi sono chiesta: “Era troppo?”. Questo davvero non sta a me giudicarlo. Per la mia golosità era pure poco, anche se era davvero il massimo consentito da una tempistica che evitasse il trattamento inumano dei partecipanti e, in qualche caso, l’abbandono di uno o più minori.

La gratitudine a chi è venuto l’ho espressa ieri. La ribadisco tutta. Ci aggiungo quella a Guglielmo, di Prime, che ci ha accolto senza batter ciglio e mi ha preso sul serio, sulla fiducia, in una roba che non sapevo neanche ben spiegare cosa dovesse o potesse essere. E nonostante questo, è stata proprio come la volevo. Sono emersi tanti spunti di riflessione anche per me, che non sono nuova all’argomento. In particolare due temi su cui devo continuare a riflettere seriamente: quello della comunicazione sul tema dei rifugiati e quello del fundraising (sì, no, come, quando).

Se e quando le partecipanti si riprenderanno dalla botta, mi piacerebbe sentire anche da loro (in pubblico o in privato, a loro discrezione) cosa ne pensano e come mi consigliano di proseguire questo percorso un po’ alla cieca, che vorrebbe essere (un po’ troppo pomposamente) un’operazione culturale. Più realisticamente può diventare un’operazione di condivisione di esperienze, di idee e di pensieri.

Il pranzo mi ha richiamato prepotentemente alla mente i coffee break autoprodotti dei convegni degli allora giovani Orientalisti. Quando credevamo seriamente di cambiare la società a colpi di storia antica. Non a caso è stata una delle partecipanti del convegno di dicembre 2001 a darci lo spunto per organizzare il pic nic  (ci sei mancata tantissimo, Betti!). Forse questo oggi lo posso dire – e non sapete quanto mi conforta: non è mai tardi per avere un ideale. E se ne parla meglio a stomaco pieno, ridendoci un po’ su, incoraggiandosi con il calore di amicizie che, a dispetto della casualità con cui nascono e si intrecciano, sono davvero di sostanza.

Ultimo ringraziamento doveroso ad Alessandra. Specialmente alle non romane tenevo proprio a regalare quei vicoli, quegli scorci. Poi però Alessandra ci sa mettere sopra tanto di più (gelaterie sfiziose incluse!). Certo, non era lì solo per la sua competenza. Oggi me la rivedevo davanti in una classe piena di curdi, in una scuola del Flaminio. E ritorno al punto di partenza: quanto è bello riuscire ad alzare la testa e vedere che non si è così soli come nei giorni grigi ti pare di essere.

P.S. Iniziano a reagire! Ecco qui i racconti di Isabella, Chiara e Anna.

Un lusso


Come lo dice bene, Barbara: anche l’indicibile fatica del quotidiano merita di essere raccontata. Io, a differenza di lei, la racconto pure troppo. Sono abbastanza lamentosa, trovo. Certo che “i momenti più neri, più bui, quelli che cambiano per sempre una vita” alla fine non li racconto nemmeno io. Qualcuno ce l’ho nelle bozze, ma scelgo sempre di non postarlo. Ma non divaghiamo.

Poi oggi ho letto un altro post, questo. C’entra molto con il regalo, il lusso, che ho deciso di concedermi domani. Contro l’indicibile fatica del quotidiano, contro la routine che a volte mi fa dimenticare che, di fondo, credo nel mio lavoro e lo amo, domani mi sono presa una giornata per raccontare a un gruppo di amiche cosa significa per me (e per altri, qui a Roma) l’impegno per i rifugiati. A prescindere da come andrà (vi racconterò anche questo, poi), volevo intanto dirvi che sono tanto felice che abbiano accettato il mio invito. Ho rimuginato per molti mesi sull’opportunità di farlo, un invito così. Ci penso dal Momcamp 2011 di Milano, quando per la prima volta avevo provato a raccontare perché mi pare importante, anche per un genitore, prendere confidenza con esperienze di impegno sociale, chiamiamole così. Pensa che ti pensa, pondera che ti pondera, a un certo punto mi sono decisa e, non senza una certa sorpresa, ho trovato un certo numero di persone disposte a regalare un sabato (merce rara e preziosa per chi lavora!) a me e alla mia idea.

Potrei scrivere molto altro, che mi riporterebbe alla gratitudine che provo per queste relazioni in rete, che sono tutto meno che virtuali e che prendono vie e intrecci inaspettati e mi fanno respirare anche quando mi  pare che manchi l’aria. Certe volte mi rammarico del fatto che la mia vita sia così riluttante rispetto all’incanalarsi su un binario tranquillo, prevedibile, sicuro. Ma per giustizia devo dire che mi dà anche tanto, questa mia vita strampalata. Ad esempio l’opportunità di una giornata come quella di domani.

Quel che è giusto è giusto


Qualche post fa raccontavo della didattica della storia che avevamo provato a Ribe, in Danimarca e mi chiedevo perché non si praticasse qualcosa di analogo qui in Italia. Mi correggo: iniziative di analoga serietà e impostazione esistono anche in Italia. Solo che sono occasionali, che faticano a trovare gli spazi per esprimersi e che, quando ci sono, sono ben poco pubblicizzate, in fin dei conti.  Fino a domani è in corso a Roma, nello scenario del Parco Regionale dell’Appia Antica (un gioiello di archeologia e natura che io, da romana, mi godo incredibilmente poco), la terza edizione del festival Ludi Romani.

Domenica scorsa io e Meryem siamo andate all’anteprima, al mausoleo di Priscilla. C’erano poche attività, ma era tutto più raccolto e ci siamo godute a pieno il laboratorio sul formaggio di Pino Pulitani, che in seguito ho scoperto essere uno dei massimi esperti in Italia di archeologia sperimentale oltre che maestro artigiano. Spendo due parole su questo incontro che mi ha folgorato: ho visto poche persone capaci come lui di coinvolgere i bambini in un’attività didattica, anche un po’ lunga e complessa, trasmettendo moltissime informazioni senza mai averne l’aria. Oggi invece siamo andati alla sede maggiore, la monumentale Villa di Massenzio. Le attività proposte erano moltissime, anche se forse la cornice, pur bellissima, risultava forse un po’ dispersiva.

Nelle associazioni di appassionati che animavano l’evento ho trovato entusiasmo, convinzione e competenza. Quelle stesse che descrive Giorgia in questo post su Ribe. I combattimenti dei gladiatori erano ad esempio introdotti da un’arringa che alternava toni da commentatore sportivo a spiegazioni molto tecniche, ma comunque chiarissime, sull’equipaggiamento e la tecnica di combattimento dei vari gladiatori. Quando poi il commentatore ha deposto il microfono per assumere la sua identità di reziario, il suo trasporto ha trovato il degno coronamento. Mi ha davvero colpito questo strano connubio di tifoseria e rigore filologico, che non può esprimersi ovviamente nelle parate mastodontiche del Natale di Roma, quando il Circo Massimo è invaso di figuranti molto pittoreschi, ma nessuno ha la possibilità di parlare (tranne chi farebbe miglior figura a stare zitto).

C’è dunque anche qui da noi chi coltiva la passione per una storia imparata, trasmessa e vissuta in un modo diverso dagli stereotipi dei film americani. Oggi ho sentito accenti di tutta Italia: i gruppi venivano da Rovigo, da Bergamo, da Siracusa. Alcuni di loro girano l’Europa in manifestazioni analoghe e quindi, posso immaginare, respirano anche un’aria diversa, vedono che in molti Paesi (e non solo quelli nordici dove ci sono solo prati e boschi: mi parlavano dell’anfiteatro di Tarragona, in Spagna) la riluttanza italica a concedere siti archeologici per attività di intrattenimento a stampo didattico non esiste. Anzi. Osservavamo oggi che non si esita a concedere il Colosseo per eventi che poco hanno a che fare con la sua reale valorizzazione come patrimonio comune (dalla Via Crucis alla sfilata dello stilista di turno), ma mai e poi mai si autorizzerebbe un torneo di gladiatura internazionale con queste caratteristiche.

Bisognerebbe fare più spazio a questo patrimonio di risorse umane che esiste nel nostro Paese e che può ridare vita ai nostri siti unici, ma troppo spesso poco fruibili e quindi anche poco attraenti. Piuttosto che tentare di spennare il turista giapponese ai Fori Romani con tariffe truffaldine, si potrebbero offrire esperienze come quella di oggi non solo eccezionalmente, ma in modo più sistematico. Italiani e turisti pagherebbero volentieri un biglietto onesto e tutti noi respireremmo un po’ più di cultura, che male non fa a nessuno.

P.S. Se volete guardare qualche  foto di questi due giorni ai Ludi Romani, le trovate qui.

Letture digitali, corrieri analogici


Dopo tentennamenti durati qualche mese, incoraggiata da mia madre (in realtà curiosa come una scimmia di vedere il marchingegno), mi sono lanciata nell’acquisto di un Kindle. Mi avevano decantato la celerità delle consegne di Amazon e dunque aspettavo fiduciosa. Dopo diversi giorni, vado a tracciare il pacchetto, ancora non arrivato. Smanetto un po’, prima sul sito di Amazon e poi su quello di TNT e scopro, con una certa sorpresa, che l’ordine era stato consegnato. Di più: risultava consegnato a tale “Peri”, quindi verosimilmente a me.

Provo a contattare il servizio clienti TNT, a pagamento. Una vocina registrata prende i dati e sentenzia: “Consegnato in data 6 agosto”. Si, ok, sul sito so guardare anche io. Interazione con umano: impossibile. Rinuncio.

Contatto, tramite web, il servizio clienti Amazon. Un altro pianeta. Mi richiamano in tempo reale. Un fanciullo mi ascolta, promette che verificherà, mi rassicura: “In qualche giorno risolviamo”. Si scusa, si prende tutti i dati necessari e dopo qualche minuto mi arriva una bella mail di riepilogo. Io sono colpita, ma sospiro: mi sa che dovrò rinunciare all’oggetto del desiderio prima della partenza. E invece. Dopo qualche ora mi chiama Cristian, di Amazon. Mi dice che hanno sentito il corriere, che ha regolarmente effettuato la consegna a PIAZZA del CR n. 1a, il giorno 6 agosto. “E perché mai? L’indirizzo da me indicato è VIA del CR n. 1, non 1a”. Un attimo di silenzio. Cristian legge sullo schermo e commenta l’ovvio: “Quindi è un altro posto”. “Già. Come in tutte le città del mondo, una via è un posto diverso da una piazza, sia pur omonima. E qui per la cronaca non abbiamo neanche il portiere”. Cristian si profonde in scuse e mi assicura che faranno immediatamente un’altra spedizione. A me però viene un’idea. “Ma se ci faccio un salto?” “Signora, ci mancherebbe, lei non è assolutamente tenuta…”. Ok, ma tentar non nuoce, no? Conveniamo con Cristian che le speranze sono esili, ma concordiamo di risentirci di lì a una mezzoretta. Parto verso la piazza.

Arrivo al portone e, con un certo disappunto, vedo sul vetro della portineria un biglietto: “Torno tra 10 minuti”. Innervosita attendo, mandando mentalmente improperi all’italica abitudine della siesta.

Ma riavvolgiamo il nastro di un paio di minuti. Mentre percorrevo a ampie falcate via del CR, un attempato signore in jeans ampi e un po’ scoloriti sta percorrendo la stessa carreggiata in senso opposto. Verosimilmente mi sfiora il braccio passandomi accanto. Avete capito bene. Esattamente nello stesso minuto in cui io mi mettevo in cammino, il portiere sostituto di Piazza del CR 1a veniva a restituire il pacchetto alla legittima proprietaria, cioè a me. Ci incrociamo, ignari.

Rieccomi sui gradini assolati del palazzo signorile del Centro Storico romano. Vedo arrivare un signore sorridente che mi fa: “Ci inseguiamo, eh?”. Chiarita l’incredibile coincidenza, lui si affanna a spiegare che gli hanno consegnato tutto insieme, che lui non è pratico e che in effetti ci sono parecchie lettere probabilmente dirette a noi, oltre al mio pacchetto. Armeggia per buoni 6 minuti con la vecchia serratura di legno, temendo con una certa fondatezza di non riuscire mai più a raggiungere la sua postazione di lavoro temporaneo. A me inizia a venire da ridere per l’assurdità del tutto. Alla fine la porta cede. Lui sfodera un pacco di lettere e inizia a leggermi i nomi dei mittenti uno a uno, commentando: “Io questo proprio non lo conosco… e questo?… chissà… l’Ambasciatore A., poi, chi l’ha mai sentito?”. Dopo cinque-sei minuti di educato ascolto, sbircio gli indirizzi e gli faccio notare che comunque sono tutti per piazza del CL, ergo nessuno mi riguarda. “Ah, ok”, mi fa lui un po’ deluso. “E il pacchetto?”. “Ah, ma quello gliel’ho lasciato in ufficio”. Ovvio, no?

Saluto, ringrazio, rassicuro Cristian, che si è sciolto in enfatici ringraziamenti sia al telefono che per mail, dichiarandosi mio eterno schiavo per qualunque tipo di assistenza tecnica o commerciale su Amazon (“Chieda di me, sarà davvero un piacere. Spero di essere di turno al momento giusto”). E ora io guardo questo elegante oggetto grigio e sento un brividino di soddisfazione corrermi lungo la schiena. E’ stata un po’ articolata, ma tutto è bene quel che finisce bene. Lesson learned: TNT è una iattura, Amazon Italia effettivamente ha un servizio clienti di buon livello.

Roma sotto Nerone


“Ho patito meno caldo a Bangkok”, boccheggiava ieri sera il collega irlandese, cercando di rianimarsi con una birra artigianale chiamata, adeguatamente al luogo, “‘na biretta“. Come dargli torto? Ieri, uscita dall’ufficio, mi sono trovata davanti un Centro Storico di Roma con un vago sapore apocalittico. Politici e politicanti in giacca e cravatta, dal colorito pericolosamente paonazzo (e non solo per effetto dei weekend in catamarano). Turisti più o meno sfranti, mezzi nudi a prescindere da età e dimensioni – in sfregio alle più elementari norme civiche e di buon gusto – che si trascinavano eroicamente verso le piazze storiche dove anche i cavalli delle “botticelle” ormai stramazzano.

E qui è  d’obbligo una parentesi sugli eroici animalisti che, in seguito a ciò, si sono incautamente messi a polemizzare, armati di termometro, con i veraci vetturini romani. “Mi ha ripetutamente minacciato di morte”, affermava concitato un ventenne dal commovente accento settentrionale al telegiornale l’altra sera, riferendosi al nerboruto conducente a cui tentava di illustrare i limiti di temperatura previsti dalla normativa. “Diceva: ‘ti stacco la testa’”. Probabilmente gli avrà anche detto ‘te sego le recchie’, eppure nessuna mutilazione permanente è stata operata. Solo una ben poco gloriosa scazzottata, roba che i turisti giapponesi ci saranno rimasti secchi dallo sgomento. Dove non ha potuto Nerone, arriva lo shock culturale.

Nella mia oretta di perlustrazione nella versione capitolina del deserto del Sahara, sono incappata in due lussureggianti oasi. La prima, che disperavo di trovare, è stata la libreria Feltrinelli di via del Babuino. Quando ero giovane avevo la ferrea convinzione che quella libreria fosse dotata di uno strano potere sovrannaturale: si spostava. Ogni volta che la cercavi, la trovavi – spesso dopo un paio di giri a vuoto – in un punto della via molto distante da quello dove avresti giurato che fosse. Non avevo mai osato rivelare a nessuno questa mia percezione un po’ balzana, quando una volta in un film ambientato a Roma (ora mi sfugge quale) il protagonista si riferiva tranquillo al luogo come “la Feltrinelli del Babuino, quella che si sposta”. Improvvisamente quindi mi è stato chiaro che non succedeva solo a me. Ieri l’ho trovata assai diversa, comunque. Intanto una bandierina rossa visibile dalla distanza ha di molto attenuato la capacità mimetica del negozio; poi, all’interno, ho trovato una cassiera (dallo spiccato accento settentrionale, anche lei: sarà mica parente dell’animalista?) di una cortesia così squisita da risultare assolutamente esotica. Mi sono goduta un bel giro per gli ambienti ampi e arredati con un certo gusto, nonché l’aria condizionata della giusta temperatura.

Non paga, sono passata da Feltrinelli Red. Altra sensazione acuta di trovarmi altrove. Ragazze mediamente sofisticate armate di i-Pad, immerse in silenziose ricerche sui tavoli. Uomini sobriamente vestiti che sfogliavano quotidiani sulle poltrone. Una tavolata che non ho saputo identificare (un seminario? un collettivo politico? un corso di cucina? una riunione di condominio?) che discuteva animatamente, ma compostamente, nell’area ristorazione. Mi sono rifornita di una copia molto bio della gassosa al caffè calabrese della mia infanzia e ho salutato il pianeta delle persone civili e non sudate. Poi, senza rimpianti, mi sono lanciata nuovamente per via del Corso, facendomi largo tra ragazzine dedite allo struscio, nonostante la temperatura, e gli irriducibili artisti di strada, fattucchieri e mendicanti di sempre. Seguendo la loro immutabile disposizione, come Pollicino i suoi sassolini, ho riguadagnato il tram verso casa.

Pellicole alla romana


Caldo, caldo, caldo. Stamattina, mentre boccheggiavo sul divano di mia madre (peraltro accessoriato con cuscini greci in pura lana), mi casca l’occhio sulla programmazione del multisala vicino al kebab: Cenerentola. Sempre un classico. Gli orari combinavano e io e Meryem, giusto in tempo per l’inizio dell’unico spettacolo, ci accomodiamo in una sala quasi deserta. Ci sono altri due bambini, con accompagnatori e, inspiegabilmente, un tizio di mezza età da solo (appassionato di Disney?).

Il film, dopo qualche problema tecnico, comincia. Notiamo con qualche meraviglia che è un dvd, ma vabbè. Selezionano la lingua corretta (c’era anche il turco) e si parte. Fin dai primi fotogrammi è ovvio che è un sequel. Io il sequel di Cenerentola non riuscivo proprio a immaginarlo, eppure. Dopo un’oretta, il film si avvia al gran finale da cardiopalma (si fa per dire). Mentre il principe sta per sposare una sosia, Cenerentola – che è già stata salvata da una nave in partenza per località imprecisata (qui Meryem ha realizzato inequivocabilmente che lei di film ne aveva visto un altro, senza navi) – Cenerentola, si diceva, è riuscita per miracolo a scampare allo sfracellamento da un dirupo e si appresta, lacera, contusa, ma volitiva, a ritornare al galoppo a palazzo per sciogliere il tragico equivoco. Ce la farà?

Luci in sala. Il film si interrompe. “Scusate, ci siamo sbagliati”, ci dice un omino. “Questo era un altro film. Ora vi mettiamo quello giusto”. Ma visto che ormai è quasi finito a questo punto perché non ce lo lasciate? “Ah, ve sta bene questo? No, perché l’altro è proprio quello dei topi, della scarpetta…”, argomenta ancora il tipo. Cerchiamo di spiegare che, sia come sia, non è carino a questo punto lasciarci appesi sul finale. Il tipo esita. “Non so, se volete vi rimborsiamo il biglietto… Ma vabbè”, si convince infine “intanto finiamo questo, poi ci pensiamo”.

In molti multisala romani l’interazione con il proiezionista è maggiore di quanto ci si aspetterebbe. Ma oggi si è superato ogni record.  Meno male che non era un film d’autore. Finiamo la visione, poi rientra l’omino trionfante. “Sapete, coi tempi ci stiamo. Vi mettiamo pure l’altro!”. Quindi, a seguire, in ordine cronologico inverso, abbiamo finito di sviscerare il cartone di Cenerentola in ogni sua fase e dettaglio. Quando siamo uscite, quelli dello spettacolo successivo – parcheggiati in corridoio per una decina di minuti – sbuffavano un po’. Ma alla fine, ne siamo usciti tutti abbastanza bene. Roma.

Ci scusiamo per il disagio arrecato


Chi mi conosce sa che non guido. Da anni compro con relativa soddisfazione l’abbonamento annuale dell’ATAC, economicamente alquanto conveniente. Roma, ammettiamolo, non è la capitale del mezzo pubblico. Traffico caotico, poca metro (“come buchi trovi qualcosa”), pochi tram. Alla macchina rinunciano in pochi, la bici è un atto eroico e una prestazione sportiva estrema adatta a pochi spericolati. Io sono abbastanza fortunata: il tram 8, salvo imprevisti, è uno dei pochi mezzi su cui si può contare.

L’apertura del tratto della metro B1, tra guasti, disservizi e catastrofica riorganizzazione dei mezzi di superficie che pare aver scontentato proprio tutti (un record), già era scaduta nella farsa. Un disastro conclamato. Anche la tratta Roma-Ostia Lido non brilla, come si evince anche dai pur volenterosi tweet di @Infoatac. A un panorama già non roseo, si è aggiunta l’estate. Sabato io e Meryem abbiamo percorso la tratta Monteverde-Casalotti in circa due ore e mezzo, di cui una e mezzo abbondante di attesa del passaggio dei due autobus necessari a raggiungere la meta. Stamattina ho scoperto che anche noi fortunati utenti dell’8 per le prossime settimane dobbiamo stringere i denti.

Ci vorrebbe la penna di un poeta epico per descrivere la bolgia di piazzale Biondo questa mattina alle 8:20. C’erano più autobus che sampietrini, tutti aggrovigliati ruota contro ruota in un perverso tangram. “La navetta sostitutiva parte dal centro della piazza”, ci aveva sbrigativamente detto l’autista del tram che ci aveva scaricato dopo una sola fermata da casa mia. Più correttamente avrebbe dovuto dire: buttatevi nella mischia, vi sfido a uscirne vivi. Dopo una decina di minuti di atletiche corsette qua e là, individuata finalmente la navetta, abbiamo percorso, pressati come sardine, tutto viale Trastevere. Velocità media: 400m/h. Superato ponte Garibaldi, l’autobus accelera improvvisamente, giusto per superare senza fermarsi la fermata davanti al Ministero della Giustizia. “Scusi, ha saltato la fermata!”, azzardano un paio di ministeriali. “No”, è la sintetica risposta. “Ma come no?”. “Qui non c’è fermata” “Ma scendiamo qui da dieci anni tutte le mattine” “Beh, oggi no”.

Questo scambio di battute è stato il più garbato e rispettoso del cliente a cui abbia assistito negli ultimi tre giorni. A qualunque richiesta di spiegazione, anche garbata e composta, in merito all’anomalia del servizio, ho visto allibita alcuni autisti ricorrere al turpiloquio, anche assai pesante. Il tutto avviene poco tempo dopo un aumento del 50%del prezzo del biglietto.

Cara ATAC, permettimi un paio di osservazioni. Passi (anche se è surreale) che a Roma non si possa assicurare un trasporto pubblico degno di questo nome. Passi (ma non dovrebbe) che colossali lavori come quelli della metro portino, in fin dei conti, a un servizio persino peggiorato. Ma io, da cittadina e abbonata annuale, pretenderei due cose. In primo luogo, la trasparenza. Potete assicurare solo una corsa ogni ora? Dichiaratelo prima. Mettete l’orario d’arrivo ben stampato a ogni fermata. Aggiornate poi su appositi cartelloni i tempi reali di arrivo, che possono evidentemente variare un po’ in considerazione del traffico. Ma che io aspetti un autobus un’ora e mezza e poi ne veda arrivare un altro appiccicato a quello su cui sono salita, in assenza pressoché completa di traffico, non lo capisco e sei tu, ATAC, a dovermi spiegare perché succede (non tanto di rado, peraltro), altrimenti io sono autorizzata a immaginare (malevola) che i due autisti fossero impegnati in una sfida di briscola in baretto adiacente a qualche assolato capolinea. La risposta dell’autista da noi interpellato sabato pomeriggio in tale circostanza, che non riporto per decenza, non può valere – evidentemente – come spiegazione.

E qui veniamo al punto due. Io capisco che la responsabilità di questo disastro non sia del singolo autista, che è stressato, vessato, nervoso, accaldato e importunato da molti utenti inviperiti a torto o a ragione. Ma non si può tollerare che un autista insulti, più o meno salacemente, un passeggero. Non è il ristorante “Checco alla Parolaccia” (che peraltro non mi ha mai attirato): non si paga per non avere il servizio e farsi anche prendere a male parole (il cui significato mi tocca poi, massimo della beffa, spiegare alla mia bambina di cinque anni, le cui orecchie funzionano più che bene). Spesso anche il mio lavoro è faticoso e frustrante. Ciò non toglie che se io, all’ennesima telefonata di richieste assurde che non posso soddisfare, rispondessi “ma vaff…”, sarei con ogni probabilità licenziata. Un certo decoro, da un servizio pubblico, lo pretendo. Il turpiloquio e l’aggressività non fanno mai folklore. Sarebbe il caso che lo ricordaste al vostro personale. Gradirei di più che investiste in questo, piuttosto che mandare Raffaella Fico a distribuire schedine ai passeggeri, per beneficenza – e, incidentalmente, per far vedere al mondo che è incinta (credete che stia scherzando? nossignore).

Dopo di che, potreste andare un po’ oltre. I lavori previsti e le variazioni del servizio, almeno agli abbonati annuali, potreste comunicarli per mail, con un po’ di preavviso. E, soprattutto, avete mai pensato, quando scrivete criptici cartelli tipo “la fermata è soppressa” o “la navetta ferma al civico 2” (delizia di qualsiasi turista non italofono), di rispolverare un’espressione abusata, ma comunque appropriata, come “ci scusiamo per il disagio arrecato”?

Zoomarine, seconda


In spregio delle più elementari regole del buon senso, abbiamo scelto un sabato di luglio per la nostra seconda visita a Zoomarine, Torvaianica. La prima visita risaliva a un paio di anni fa e ci aveva lasciato entusiasti. La replica di ieri ha visto Meryem molto più partecipe e, nonostante noi fossimo peggio disposti e male accompagnati (avevamo a rimorchio un nipote di Nizam di umore adolescenziale lagnoso e una giovane cognata molto inadeguatamente abbigliata), mi sento di promuovere comunque il parco come meta di famiglie con bambini. Costosetto, certo. Ma girano vari sconti e promozioni (noi avevamo un biglietto adulti gratuito per ogni intero pagato) e alla fine, per una volta, l’esperienza vale nel complesso il prezzo del biglietto (25 euro biglietto intero e 18 ridotto, gratuito solo bambini sotto il metro). Magari con l’accortezza, nonostante i divieti, di portarsi qualcosa da mangiare e da bere, per tagliare un po’ sugli extra (nessuno ci ha mai controllato gli zaini).

Comunque non abbiamo trovato il carnaio che temevo. La biglietteria apre alle 9:30, l’ingresso è alle 10. Noi ieri siamo arrivati alle 10 spaccate e in 5 minuti eravamo dentro, nonostante l’arrivo in concomitanza con la navetta gratuita da Termini. Ricordo però che l’altra volta (di giugno, mi pare) era più affollato. Gli spettacoli base sono cinque: delfini, pinnipedi (foche!), pappagalli, rapaci e tuffatori. Ciascuno spettacolo dura una mezzoretta e viene ripetuto due volte nel corso della giornata. L’area è piuttosto raccolta e raggiungere le sedi dei vari spettacoli non è un problema. Per avere i posti migliori (nel caso di ieri, all’ombra) è sufficiente prendere posto con un po’ di anticipo. Accessorie ci sono altre attrazioni che non abbiamo visto (dinosauri, cinema 4D che però mi dicono essere sconsigliato per bambini sotto i 6 anni) e qualche giostra, per piccoli e grandi. In alcune ci si bagna ben bene, quindi è consigliabile girare in costume o comunque con abbigliamento consono (se le si vuole provare). Ma col caldo non è un gran problema. Ieri abbiamo fatto provare a Meryem il suo primo ottovolante, lo squalotto, giusto un paio di giri per i più piccini.

La piscina, pensata specialmente per i bimbi e molto ampia, è chiaramente presa d’assalto, specialmente per quanto riguarda i lettini. Per me ieri il soggiorno in piscina non era una priorità, visto che comunque ci si può arrangiare con soluzioni casarecce tipo asciugamano steso sulla pedana di legno. Volevamo fare giusto un tuffo all’ora di pranzo e così abbiamo fatto. Lo spettacolo migliore in assoluto è quello dei delfini, anche un po’ didattico (tutti gli spettacoli hanno anche questo risvolto, in realtà). Carino e spiritoso anche quello delle foche (Nizam commentava, a ragione, che la foca femmina californiana ha un fisico da paura – “un po’ come le umane”). L’altra volta avevo gradito molto i pappagalli, che stavolta non abbiamo fatto in tempo a vedere (purtroppo gli orari di Nizam ci hanno costretto a rientrare alle 14:30, ma potendo restare fino alle 18 ci entra tutto comodamente). I rapaci sono molto belli da vedere, anche se l’esibizione non è particolarmente spettacolare. I tuffatori sono bravi, ma la coreografia della scorsa volta era nettamente superiore e più scenografica (pure troppo: culminava con uno che si dava fuoco, per dire!), ieri era più banale.

Il vantaggio dei nostri orari insoliti è certamente il fatto che ci hanno permesso di evitare del tutto il traffico del rientro, da non sottovalutare. Noi in 15 minuti eravamo a casa…