Amici o nemici?


Il primo regalo ricevuto da mia figlia per il compleanno più sfortunato della sua giovane vita è stata “La villetta d’Olivia”, premiato con il “Toy Award 2012” alla Fiera del Giocattolo di Norimberga. Lego Friends, dunque, ovvero quei “lego per bambine” di cui avevo letto in rete pareri molto discordi. Troppo rosa, è stato scritto, con pezzi grandi e più facili da montare rispetto al lego dei maschietti.

Ecco, le tinte saranno pure pastello, ma sulla dimensione dei pezzi mi sento di garantire. Sono piccoli. Infinitesimali. In numero esponenziale e disposti in sottobuste distinte (il massimo del virtuosismo si raggiunge nell’ambito della busta 7). Due libretti di istruzioni in stile IKEA. Se era una prova di destrezza, io l’ho superata con molta fatica, in due mattine (non avrei mai potuto fare tutto di seguito). Se vostra figlia riesce a fare tutto da sola, state certe che a montare una Billy se la caverebbe senza difficoltà. Fossi in voi, considererei anche l’ipotesi di avviarla a qualche redditizia attività artigianale, tipo restauratore di tappeti persiani.

I dettagli sono maniacali, al confine col modellismo professionale. Frigorifero apribile contenente cartone di latte, barbecue completo di griglia, cabina doccia a soffietto, sdraio reclinabile, persino un tagliaerba da comporre (ci hanno risparmiato giusto le lame). Bellissima, niente da dire. Se l’intento era lasciarci a bocca aperta, il risultato è garantito.

Mi vengono in mente solo due “ma”. Non so se è la mia insufficienza a parlare, però mi sembra che una roba del genere, in cui ogni micropezzettino ha una e una sola collocazione corretta, non sia esattamente un incentivo alla creatività. Io pensavo ai Lego come componenti di combinazioni infinite e mi ha spiazzato non poco utilizzarli in questa modalità leggermente ansiogena (“Dove è sparito il quinto pirulino trasparente?”). Immagino che l’uso di gioco vero e proprio, a parte l’opera titanica del montaggio, sia equiparabile a quello di una casa delle bambole classica. Qui però c’è oggettivamente qualche controindicazione. Oltre al fatto, ovviamente, che non riesco a trattenere un’acuta fitta allo stomaco a vedere le ditine di Meryem attentare all’integrità di una cosa che mi è costata ore di sforzi indefessi. Più seriamente, le dimensioni miniaturistiche del tutto e la relativa fragilità si prestano poco a un uso pienamente rilassato. I personaggi non stanno ben seduti su poltrone e divani (tendono a scivolare) e lo spazio all’interno delle singole stanze, a causa degli spettacolosi arredi, finisce per essere pochino.

Resta oggettivamnte un bel prodotto e solo il tempo dirà se riuscirà davvero a conquistare il cuore di Meryem (che, va detto, ha solo 5 anni mentre l’età minima consigliata è 6). Io, per quanto mi riguarda, mi immedesimerei volentieri con Olivia, la padrona di casa…

Più che un sogno, un incubo


Confessiamolo subito: questo post non sarebbe così difficile, da scrivere e da leggere, se le vicende di cui parlo accadessero, che so, in Belgio. Sarebbero fatti dolorosi e politiche che suscitano indignazione, ma almeno non sarei tenuta a fare alcuna premessa o disclaimer. Mi correggo: non farò premesse in ogni caso, perché credo che tutta la mia esperienza parli da sola. Però, a scanso di equivoci, mi sono documentata molto per scrivere questo post e cercherò, più del solito, di citare le mie fonti. Ci tengo davvero che la discussione, se ci sarà, sia pertinente e non ideologica.

Siamo in Israele, dunque. Quella stessa Israele giustamente citata ad esempio su alcune bacheche Facebook anche di recente per l’apertura e l’inclusione effettiva dimostrata nei confronti degli omosessuali. Ma da mesi c’è un altro argomento che ricorre prepotente nella pagine dei quotidiani. E qui ho avuto il primo sussulto, per la terminologia usata: si parla di problema degli infiltrati. Infiltrati africani, per la precisione. Approfondendo la questione, si arguisce che il termine, per l’uso del quale il governo israeliano è stato criticato anche dal Dipartimento di Stato USA, ha un suo preciso fondamento giuridico: la Legge per la Prevenzione dell’Infiltrazione, del 1954, emanata in circostanze di emergenza e rinnovata di anno in anno, fino al suo ultimo emendamento di pochi giorni fa. Si chiama così. Nel 1954 gli infiltrati erano nemici armati che si insinuavano all’interno dei confini di Israele per compiere attentati. Oggi gli infiltrati sono soprattutto eritrei e sudanesi, che varcano il confine del Sinai dopo aver passato spesso attraverso l’esperienza del sequestro e dei ricatto da parte di trafficanti senza scrupoli. Si tratta di persone in fuga da guerre e persecuzioni, a volte amici e parenti dei rifugiati che incontro ogni giorno qui in ufficio e a cui l’Italia riconosce la protezione internazionale.

La legge prevede detenzione fino a tre anni, bambini inclusi, per chiunque varchi la frontiera senza documenti, anche se chiede asilo. La pratica dei respingimenti in frontiera è comunemente praticata. Ma Israele non ha firmato la Convenzione di Ginevra del 1951? Certo che l’ha firmata. Eppure l’accesso alla procedura d’asilo è una fortuna riservata a pochi. Secondo l’associazione israeliana Avvocati per l’asilo, dei circa 25mila richiedenti asilo presenti nel Paese, all’85% è negato l’accesso alla procedura. Secondo il Dipartimento di Stato USA, alla maggior parete dei richiedenti asilo viene dato un documento che ne sospende provvisoriamente l’espulsione, da rinnovare a intervalli di pochi mesi. Ma agli altri non sembra andare molto meglio: se si guardano i dati UNHCR, delle 4.603 richieste di asilo presentate nel 2011 (a fronte di circa 16mila arrivi), 3.692 sono state respinte e a una sola famiglia è stato riconosciuto l’asilo politico.

Proprio in questi giorni è aperta la caccia all’uomo in vista di un massiccio rimpatrio coatto in Sud Sudan, Paese notoriamente a rischio, sia dal punto di vista della sicurezza alimentare che delle violazioni sistematiche dei diritti umani. Per ora non è stato autorizzato il rimpatrio coatto di eritrei e sudanesi. Per ora.

Il clima sociale e politico è incandescente. Gli africani che vivono in Israele, spesso senza alcuna forma di accoglienza, sono stati oggetto di ripetuti attacchi: molotov lanciate in case private e persino contro un asilo frequentato da bambini africani, incendi dolosi ad abitazioni, manifestazioni in cui centinaia di persone chiedono a gran voce di “deportarli tutti”. Non si può dire che i politici gettino acqua sul fuoco. Il Ministro dell’Interno ha rilasciato dichiarazioni sconcertanti: malati di AIDS, stupratori, violenti, i migranti africani avrebbero reso il sud di Tel Aviv “la pattumiera del Paese”. Se ne devono andare, con le buone o con le cattive. E se qualcuno gli obiettasse che le sue parole possono suonare un po’ xenofobe e razziste, risponde: “Lo so, ma sono motivato dall’amore per il mio Paese e dalla consapevolezza che non ne ho un altro.”

E chi ne ha un altro, oltre il proprio? potrebbe obiettare qualcuno di voi. No, qui il riferimento è chiaro ed è tutto ideologico: gli ebrei non potrebbero vivere altrove, perché sarebbero perseguitati. Israele è l’unica risposta possibile per assicurare a un ebreo di vivere in sicurezza. Secondo me, con questa frase il ministro Yishai deliberatamente mira a spostare il piano del dibattito da una questione di politica nazionale a un piano diverso. “Noi non siamo uno Stato come gli altri”, sembra voler dire. E su questo punto, sono spiacente, ma non mi sento davvero di seguirlo.

Il colpo di grazia su questa storia mi arriva da un editoriale singolarmente infelice di Abraham B. Yehoshua, pubblicato su La Stampa giorni fa. L’articolo è stato ampiamente criticato in rete (per esempio qui e qui), quindi evito di glossarlo punto per punto. Cito solo una frase su tutte: “Qual è la soluzione? Innanzi tutto bloccare la frontiera col deserto, cosa che sta già rapidamente avvenendo [con la costruzione di un muro su 140 km dei 250 km di frontiera complessivi n.d.b.*]. Se ciò non accadesse Israele potrebbe essere travolta da un vero e proprio tsunami africano”. L’uso del termine tsunami applicato all’arrivo di richiedenti asilo per noi italiani non è una novità. L’abbiamo sentita in bocca a Maroni e a Berlusconi, a proposito degli arrivi dal nord Africa (ed era stata giustamente criticata, tra gli altri da Gad Lerner). In nessun caso delle persone, fossero pure dei migranti in cerca di lavoro, possono essere accomunate a un’anonima catastrofe naturale. La cosa è tanto più grave se si hanno presenti le circostanze che hanno costretto alla fuga questi uomini e queste donne e le esperienze spaventose che hanno subito nella speranza di salvarsi la vita.

Non tsunami, dunque, e neppure infiltrati. Chiamiamoli rifugiati e interroghiamoci su cosa sono diventate le nostre società democratiche (Israele, certamente, lo è). Dobbiamo chiedercelo prima ancora che per loro, per noi e per i nostri figli. Il ministro Yishai dice che questa gente minaccia il sogno sionista. Io credo fermamente che questo sogno rischi di trasformarsi in un incubo, se non si riuscirà a tornare al rispetto delle leggi internazionali e, prima ancora, della ragionevolezza e della civiltà, come molti in Israele chiedono.

Meno di un mese fa, Anne Rose Siegel, volontaria di una ONG israeliana, ha scritto una lettera molto toccante alle comunità ebraiche della diaspora. Anche lei, come il ministro Yishai, cerca il collegamento, complicato e controverso, con gli ebrei che non vivono in Israele. Cita un celeberrimo discorso di Ben Gurion alla comunità internazionale del 1944, lo parafrasa e chiede: se invece di africani fossero ebrei gli uomini, le donne, i bambini che si vedono oggi arrivare molotov in camera da letto e che vivono nel terrore costante di essere deportati dove li aspetta carcere, tortura o morte certa… vi comportereste nello stesso modo? Ma forse si può generalizzare e dire: se fossero i vostri figli, i vostri amici, i vostri parenti… vi comportereste nello stesso modo? Non crediamo forse di appartenere a un’unica famiglia umana, chi per un motivo chi per l’altro?

*nota del blogger

Riflessioni Social


Ieri, al Social Family Day, è stato decisamente il giorno di Twitter. Ad averci un telefono adeguato anche Instagram avrebbe funzionato bene. Ma io e io mio fido Androide ci siamo limitati a ciò che era alla nostra portata. Questo non è un instant post. Ma prendo spunto da alcuni dei miei tweet per fermare qualche considerazione.

Seguire i figli non è solo insegnare, ma anche imparare da loro. Bello e molto vero. #mammacheblog
L’ultimo Mom Talk, dal suggestivo titolo “Digital Together-Internet da vivere insieme”, è stato quello che mi ha coinvolto maggiormente. Credo seriamente che dai vari spunti di quella conversazione si potrebbe costruire un intero Mom Camp. Le implicazioni sono tali, tante e talmente sentite che mi è rimasta davvero la voglia di andare oltre. Lo spunto che più mi ha fatto pensare ce l’ha dato, con la sua spontaneità meravigliosa, Natalia Cattelani. Ha raccontato di come il web è per lei occasione di condivisione con le sue figlie, grandi e piccole. Natalia ha reso molto bene l’esperienza, appagante ma anche difficile, di imparare dai propri figli. Ma credo che abbia centrato un punto importante. Per guidare i figli bisogna essere capaci di imparare anche da loro e con loro. Il tutto senza abdicare, ovviamente, alla propria responsabilità di educarli. Però se si crede davvero che una relazione educativa (e tanto più genitoriale, sperabilmente) debba essere reciproca, non si può non vedere nel web una meravigliosa palestra, un luogo da esplorare insieme, in cui ciascuno mette in comune le proprie competenze per poi condividere, leggendo insieme esperienze, delusioni, successi. La reciprocità nell’educazione è difficile e faticosa, eppure necessaria (come non ripensare a Cesare Moreno?). Però sospetto che sia proprio questo che spaventa molti: trovarsi su un territorio in cui la leadership del genitore è minacciata dalla sua parziale ignoranza tecnica. Ma proprio in quei momenti non bisogna abdicare. Bisogna affrontare nuove sfide non per cercare di dimostrare ai nativi digitali che siamo sempre più bravi noi, ma al contrario per dimostrare loro come ci si muove in situazioni nuove, come si accettano le sfide e come, anche nei momenti di stordimento e di ubriacatura dovuti all’entusiasmo della novità, non bisogna mai staccare il cervello. Leggere le situazioni, valutare le opportunità… su questo gli esperti siamo sempre noi, ed è su questo che il nostro contributo è necessario. Non lasciamoli soli quindi in questa importante esperienza del web, che è ormai la quarta dimensione del quotidiano di tutti. Se ci piace, meglio. Ma se non ci piace, rimbocchiamoci le maniche lo stesso. Come diceva ieri Maddalena Schenardi, non ci piaceva neanche svegliarci di notte per allattarli, eppure non ci siamo mai sognati di pensare che non fosse compito nostro.

Cercare di cercare il positivo sul web, come in tutte le cose della vita #mammacheblog
Ed ecco la perla di Maddalena Schenardi. Non si tratta affatto solo di web! Le minacce, i pericoli, i rischi ci sono in tutte le esperienze, nostre e dei nostri figli. E’ il nostro atteggiamento che può e deve fare la differenza. Stiamo attenti a non soffocare i nostri figli con le nostre paure, i nostri complessi, le nostre insoddisfazioni. Ne parlavo poco tempo fa, ricordate? Non si deve simulare affettatamente l’entusiasmo che non si ha, ma sorridere alla vita è certamente uno dei compiti di base del genitore. Attenzione, tra corsi, letture e approfondimenti specialistici sui più raffinati aspetti della genitorialità, di non dimenticarci l’essenziale.

Sì, ma come lì convinciamo i genitori “normali”, quelli che non sono sul web? #mammacheblog
Il giovane Gullisc ha fatto ridere la platea definendo “normali” gli altri genitori, quelli che non si lanciano a testa basta nell’esplorazione del web. Però numericamente ha certamente ragione. Alla luce di quanto osservato, credo che però noi genitori “anormali” abbiamo la responsabilità di coinvolgere anche chi non è istintivamente curioso e appassionato. Il vero pericolo del web è l’ignoranza, l’estraneità, l’indifferenza (e talora anche lo snobismo culturale) dei genitori. Lasciare un bambino davanti a Facebook perché è una roba sua, di cui il genitore non è parte, è molto più pericoloso che parcheggiarlo davanti alla televisione. Lo lasceremmo viaggiare da solo per il mondo? Ancora no? Allora non possiamo tirarci indietro, dobbiamo stare là con lui.

Ma ieri non si è solo pensato e argomentato. Si è anche riso un bel po’ tra amici.

Chiedersi “che problemi risolvo?” Io ne creo di surreali. Funziona?#personalbranding #mammacheblog
Era serissimo, il relatore che parlava di personal branding. Ma nelle retrovie io e la mia amica Anna sghignazzavamo. Che problemi risolve Chiara Peri? Al limite ne genera, in una magica alchimia di frequentazioni, scelte di vita, attitudini mentali e un pizzico di destino. “Tu crei emergenza!”, mi disse anni fa il mio capo. In effetti a volte capita. Meditavamo quindi un servizio (a pagamento) del tipo “Un giorno con Chiara Peri”. Rivolto alle persone annoiate dalla routine, che cercano un brivido di imprevisto e di surreale nelle loro vite…

Più che il kinder pinguì mi andrebbe una focaccia genovese…#mammacheblog
Non faccio in tempo a digitare e mi arriva la risposta: @belqis, guarda che la ho qui! Sogni che si materializzano: il farmacista genovese più interattivo del web accorre in mio soccorso

Della questione dei look e del delirio che ne è seguito magari parleremo un’altra volta!

Una menzione speciale va a Jolanda e alla sua squadra. La mia stima per lei cresce ogni volta che la incontro. Grazie!

E per chi non c’era: recuperate! Ascoltate l’intervento di apertura di Anna, prendete appunti, meditate.

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Quando la mamma va in gita…


L’agenda è un campo minato. Segnacci, cerchietti, cancellature, frecce. Se, come mi ha ricordato giusto oggi l’amica Veronica (che citava a sua volta l’arguta Giuliana), “all’asilo i lavoretti sono l’oppio dei genitori”, i saggi di fine anno sono decisamente la loro croce. Ho già presenziato a due esibizioni, della durata di 45/50 minuti ciascuna. Ho preso i dovuti permessi, fatto foto, applaudito entusiasta. Ora, a metà percorso (sì, avete capito bene), inizio a perdere colpi. Domani è stata appena confermata l’esposizione dei disegni ispirati a Miro e Klimt, il cui orario ha ondeggiato pericolosamente tra le tre di domani e le quattro e mezza di dopodomani. Frattanto, dopodomani c’è il saggio di ginnastica la mattina, il pomeriggio quello di pattinaggio (l’unico non organizzato dalla scuola, chi è causa del suo mal e quel che segue) e il 14 giugno la grande festa di fine anno scolastico. Ogni evento è accompagnato da istruzioni precisissime, ma soggette anch’esse a variazioni (come le date e gli orari): vestirsi di nero, indossare una maglietta bianca, portare una maglietta bianca (diversa da quella da indossare al saggio di musica) da dipingere per la festa di fine anno (ma attenzione: a carnevale abbiamo dipinto magliette da adulto, che dovevano fare da vestitino ai bimbi: questa volta dipingiamo normali magliette dei bimbi stessi), portare un cappellino verde. Inframezzata c’era la gita scolastica alla fattoria (portare cappellino – non necessariamente verde -, merenda che non sbricioli, bottiglietta per l’acqua) e un paio di assemblee sindacali (più – pare – uno sciopero: ma ancora non è confermato).

Vi è venuta l’ansia solo a leggere? Pensate a me che mi ci devo districare di persona personalmente. Nizam, frattanto, se ne sta in Turchia a panza all’aria a sbrigare complesse faccende familiari. Incidentalmente, ho varie scadenze sul lavoro, nonché almeno tre eventi per la Giornata Mondiale del Rifugiato, che coincidono in buona parte con gli impegni di cui sopra. Ergo mia figlia domani vivrà il trauma di esporre le sue opere senza di me. Ho letto giusto oggi che i traumi infantili spesso fanno emergere la genialità. Chissà se sarà il nostro caso. Espierò comunque al saggio di ginnastica, la mattina seguente.

Lo vedete, l’ho detto. Espierò. Mai come in questo periodo dell’anno i sensi di colpa fioriscono rigogliosi come grasse piante carnivore, pronte a ingoiarsi qualunque barlume di autodifesa di noi genitori. Tutto ciò è necessario? Certo che no. Eppure. Io però quest’anno ho una strana reazione. Corro, espio, mi prostro, prendo permessi, ingoio improperi e mastico ampie porzioni del mio stesso fegato. Però cerco di bilanciare il tutto prendendomi impegni da donna libera. In un ardito gioco coreografico, le ore di tata che mi risparmio con i permessi, me le rigioco con qualche impegno serale. Fisicamente distruttivo, ma ho l’illusione di non essere del tutto succube non dico di mia figlia (di quella sono succube comunque), ma dei capricci di una scuola che ignora la figura del genitore lavoratore.

Il gran finale col botto sarà il prossimo sabato. A 5 anni si fa la gita alla fattoria? Ebbene, a 39 mi merito un Social Family Day. Una giornata tutta per me, per rivedere amiche, per fare nuovi incontri, per spettegolare, chiacchierare, discutere di cose serie e meno serie. Il format di quest’anno, organizzato per tavole rotonde tematiche (MomTalk), mi sembra molto promettente. Sia pure per un giorno, la scampagnata la faccio io. E non mi devo neanche portare la merenda!

Tra il serio e il faceto. Animiamoli


Dovresti farci un post. Ogni volta che qualcuno me lo dice, difficilmente resisto. Se poi a dirmelo è un’amica con cui ho appena condiviso un’esperienza a dir poco imbarazzante… parliamone, dunque: l’animazione per i nostri pargoli.

Premessa. Ogni madre intellettuale che si rispetti esordirà dicendo: mia figlia/mio figlio odia l’animazione. Ciò talora corrisponde alla realtà (ancora rammento le favolose feste con la Guerrigliera appiccicata al collo a mo’ di ventosa, che non si scollava neanche per un instante). Ogni madre intellettuale che si rispetti si spingerà però oltre, affermando che lei, lei stessa, l’animazione non la sopporta. Anche questo, in certe circostanze, corrisponde senz’altro al vero (come dimenticare l’animatrice che prendeva nome da un famoso latticino che travestiva bambini di 5 anni con reggiseni imbottiti e mutande in testa). Purtuttavia, alzi la mano chi non ha desiderato almeno una volta di vedere il sangue del proprio sangue scodinzolare ubbidiente dietro l’animatore di turno, lasciandoci quella mezzora di rifiato che non è sufficiente da sola a farci superare la depressione di trovarci a una festa di ragazzini urlanti, ma insomma, aiuta.

Due anni di feste di compleanno (a cui si aggiungono eventi extra) sono un’esperienza sufficiente a azzardare qualche ragionamento più articolato. Ecco quindi le conclusioni a cui sono giunta. L’animazione intesa come prestazione professionale di persone più o meno retribuite che intrattengono i bambini facendo sì che si divertano e dunque non riversino sui poveri genitori gli effetti devastanti della loro noia è certamente un servizio utile, persino auspicabile. Non inevitabile, ne convengo. Ma indubbiamente comodo. Dov’è che mi/ci scatta l’orticaria? Nelle modalità di molte di queste animazioni: sciocche, infarcite di stereotipi (di genere e non solo), ammiccanti quando non addirittura sguaiate (per strappare la risata facile, attingendo al repertorio puzza, cacca, caccole e scoregge), talora infarcite di battutine volte più a strappare il sorrisino agli adulti che a far divertire i bambini, che non le colgono. Secondo elemento indubbiamente fastidioso è quando l’animazione prende le mosse di una lezione di balli di gruppo: su le mani, urlate, saltate, ancheggiate (…segui il tuo Capitano!).

Perché comunemente le animazioni prendono una di queste due derive (nei casi più fortunati, entrambe)? Semplice. Secondo me perché così “funzionano”. I bambini (se sono della giusta fascia di età e in condizioni emotive standard) non si distraggono, restano appiccicati per il tempo dovuto, non si attaccano alle gonne dei genitori (vabbè, diciamo delle madri, per questa particolare immagine). Se la valutazione dell’efficacia dell’animazione si basa su questi indicatori, non mi sorprende che si ricorra a piene mani a questi “trucchi”. Di solito, i bambini al termine del pomeriggio non avranno alcuna particolare memoria dei giochi fatti o degli “spettacoli” a cui hanno assistito. Ma si è svoltato il pomeriggio, e tanto basta.

E’ possibile che l’animazione sia fatta diversamente? Certo che sì. Si possono fare giochi vari, raccontare storie, incoraggiare i bambini a fare piccoli laboratori creativi, proporre spettacoli non del tutto demenziali (burattini, giocolerie, giochi di prestigio, etc). Tuttavia l’esito di questo stile più sobrio e meno standard è, ovviamente, molto meno prevedibile. I bambini non reagiranno tutti allo stesso modo alle attività proposte. Probabilmente non si vedrà la compattezza della lezione di acquagym. In altre parole, l’animatore sarà meno certo di garantire quello che è il vero intento della maggior parte dei genitori: fare in modo che il bambino non lo cerchi (o quanto meno non lo cerchi troppo). Ergo, in un mercato abbastanza competitivo, l’animatore pensante e creativo rischia seriamente di ricevere quotazioni più basse e di essere meno funzionale alla richiesta del committente.

Non faccio nemmeno finta di essere così snob da schifare l’animazione. Mi sembra anzi che, con l’età, Meryem sia più disponibile alle proposte di terzi e maggiormente in grado di partecipare a attività di gruppo. Mi pare positivo. Gradirei, tuttavia, non dovere ingoiare continuamente messaggi che non condivido (anche se, onestamente, sono abbastanza certa che vista la futilità del tutto, ben difficilmente farebbero presa). Oggi, davanti a un’animazione standard e generalmente ben quotata, io e la mia omonima amica ci siamo lanciate diverse occhiate di sconforto. Ci era soprattutto palese che gli animatori erano poco credibili, non erano interessati ai bambini come individui. Applicavano la loro tecnica, procedevano sul solito canovaccio, con non pochi scivoloni. I bambini si sono divertiti? Sì, direi di sì. E allora che volete, direte voi? Insomma, anche l’animazione è una delega. Sarebbe bello poter delegare a persone capaci di giocare con i nostri figli senza perdere del tutto di vista il filo del buon gusto, del buon senso, della consistenza. Senza arrivare – Dio ce ne scampi – all’edutainment (non resisto, questo termine appena appreso me lo devo sparare), ci piacerebbe che anche la dignità del gioco trovi il suo spazio in questi “servizi”. Soprattutto, sarebbe bello delegare a chi ha voglia di giocare per un po’ con i nostri figli (e al limite anche con noi), offrendo loro qualcosa con onestà e fantasia. Troppo ambizioso?

10 anni


Dieci anni fa, anche se sembra passato molto tempo, non ero esattamente una ragazzina. Ventinove anni. Dieci anni fa, nella notte tra il 2 e il 3 giugno, ho perso un amico. Dieci anni fa mi sono trovata bruscamente confrontata con il suicidio. Mille volte, con il pensiero, sono riandata a quella sera. Erano forse le undici, rientravamo con il mio ex marito in macchina verso casa. “Passiamo dai Sardi a salutare Palazzi?” “Ma no, è tardi. Sarà già andato via”. Non avrei mai saputo se lui, Roberto, in quella pizzeria c’era ancora. Probabilmente sì. Fatto sta che, poche ore dopo, si sarebbe seduto nella sua macchina parcheggiata non lontano e si sarebbe tagliato la gola. Non avrei nemmeno mai saputo se sarebbe cambiato qualcosa, se ci fossimo fermati. Non credo proprio. Figuriamoci. Ma mi sono chiesta anche questo, in anni di pensieri senza pace.

Ricordo la telefonata di mia sorella Serena, quell’attimo di incertezza rispetto a chi fosse quel Roberto che non c’era più. E poi una sicurezza assolta, in quelle ore confuse in cui si sospettavano persino omicidi e misteri: era stato lui, per quanto doloroso fosse. Per la prima e unica volta nella mia vita sono scappata dal lavoro, senza neanche una spiegazione. La fontanella di via Mancini, il tentativo inutile di ricompormi mentre gli studenti della scuola di italiano arrivavano. Mesi dopo mia madre mi ha chiesto perché ne fossi stata così sicura. Me lo ha chiesto solo lei, io tra gli amici di Roberto non avevo alcun ruolo di spicco, anche se so di averne avuto uno di sostanza, che metteva su di me il carico della responsabilità di averlo “lasciato solo” (qualunque cosa ciò volesse dire). Non le ho saputo rispondere, ma non ho mai avuto dubbi.  Da allora ho ripensato a lungo a una domenica in cui non mi rispondeva al telefono. Lo avevo chiamato per ore e alla fine ero andata a cercarlo. Mi ero appostata sull’Aurelia, finché non era uscito per andare in rosticceria. Era stato affettuoso come al solito, ma con il senno del poi credo che quella domenica fossi davvero preoccupata, anche se non l’avevo/avevamo esplicitato. Se non sbaglio, quella sera ci eravamo presi una pizza lì, vicino al suo studio/casa, lasciando da parte la busta della rosticceria (o forse era un cinese).

Non mi sono mai riconosciuta nelle dotte disquisizioni sul male di vivere, che richiedono una sensibilità artistica che certamente a me manca. So solo che la morte di Roberto è una delle ferite ancora aperte, una quelle due/tre il cui bruciore non si affievolisce con il tempo. Per tanti versi, oggi sono un’altra persona. Tanto che ho la tentazione di dire che ero giovane, che non potevo rendermi conto. Ma non è vero, non ero tanto giovane e tuttavia anche oggi mi rendo conto molto poco. In un cassetto custodisco l’unico libro di valore che io possegga, suo regalo di non-compleanno (l’unico motivo del dono era la gioia di aver trovato una cosa che io potevo apprezzare). Al muro ho appeso le due pagine di manoscritto di canto gregoriano che mi ha regalato per il mio matrimonio. Dietro il letto ho una vignetta di Asterix che mi aveva fatto incorniciaree che ancora oggi, a distanza di tanto tempo, trovo geniale. C’è più Roberto che me, sulle pareti di questa casa, che pure non ho arredato, non ho pensato, non ho vissuto con consapevolezza.

10 anni e 1000 post. Lui il mio blog non ha fatto in tempo a conoscerlo, ma sono sicura che gli sarebbe assai piaciuto. Curioso com’era, avrebbe avvicinato con discrezione e affetto anche le mie nuove amicizie. Lo immagino affiatato soprattutto con Edoardo e Maddalena, da bravo genevose. L’altra sera ero al Pigneto e per un attimo ho avuto la tentazione, come mi capita ogni tanto in questi anni, di tornare all’Infernotto, da Dario. Non sono mai riuscita a farlo. Dopo dieci anni sarebbe doveroso riprovarci.

Check point L’Aquila


Decisamente non ero preparata. E sì che avevo letto, avevo riflettuto, mi ero lasciata trascinare da Barbara lungo la Statale 17. Ma confesso che quando l’Associazione L’Aquila volta la Carta ci ha invitato a presentare il libro “Terre senza Promesse” da loro, mi ha fatto piacere accettare, ma non mi rendevo conto.

Ieri ho preso la corriera, in compagnia di un giovane dinoccolato somalo (che già c’era stato due volte, a L’Aquila, e quindi sapeva meglio di me a cosa andava incontro), quasi distrattamente. Venivo da una mattinata di fastidi lavorativi, pensavo all’agenda frenetica delle prossime settimane. Non avevo con me neanche una giacca. Il viaggio, da Roma, è fin troppo veloce. Un’ora e mezzo. Pensavo ad altro, per tutto il viaggio. Mi ero ripromessa di scambiare due parole con Osman, di conoscerlo meglio, di accordarci sull’incontro che avremmo dovuto gestire insieme. Ma poi ho rinunciato. Lui si è sentito la musica in cuffia, io ho letto un po’ e fatto una pennica.

Neanche con la nostra ospite, che viaggiava con noi, ho scambiato più di qualche parola di circostanza. Più tardi, sistematici in albergo, Valeria si è offerta di farci fare un giro. Ed ecco che sono iniziati i pugni nello stomaco. Macerie, tubi innocenti. Tutto come tre anni fa. La casa dello studente, o quel che ne resta (nulla). Qui è vuoto, qui è vuoto, questo lo hanno messo in sicurezza ma può essere solo demolito. Collemaggio. Uno schiaffo in pieno viso. Celestino V, proprio lui, se ne sta lì, un po’ disorientato, in mezzo al transetto crollato. Le colonne puntellate iniziano a sgretolarsi. L’unica cosa che sembra resistere impavidamente è il pavimento originale, in un’alternarsi di bianco e rosa che incute rispetto. Certo, tutti i grandi della terra dopo il terremoto hanno adottato un monumento. Ma questa, alla fine, resta la chiesa nostra. Chi la può aggiustare una cosa così? Ho un dubbio, ma me lo tengo. E faccio bene. Scatto qualche foto da turista. Ma poi, niente. Mi si inceppa il dito.

Centro storico. I cazzotti nello stomaco continuano. Una città fantasma, una selva di tubi innocenti. Dopo tre anni bisognerebbe iniziare la manutenzione dei tubi. Ma ti pare normale? No, non mi pare affatto normale. Questi li hanno messi grazie al concerto delle amiche per l’Abruzzo, che Dio le benedica. Ma l’edificio sotto non si poteva salvare allora e certo non si potrà salvare dopo tre anni di abbandono. Valeria mi porta in un vicolo e mi fa sentire l’odore del terremoto. Per quanto incredibile, capisco cosa intende. Dopo tre anni, si respira ancora la polvere.

Poco più avanti, una camionetta di militari. Zona rossa. Check point. Sono basita dell’assurdità del tutto. A cosa serve? Certo non a impedire i furti, in tre anni quello che c’era da rubare è stato rubato. Serve a controllare noi, mi dice un ragazzo con la massima disinvoltura. Più tardi andranno ad avvertire i militari che, a causa della pioggia, avremmo avvicinato una macchina al confine dell’area proibita. I bar hanno riaperto. La sera, specialmente del giovedì, c’è movida, mi dicono, pure eccessiva. Tutto il resto è deserto.

Andiamo a fare la presentazione, in una casetta di legno in mezzo a un parco, con gli alberi e i lampioni in parte ricoperti da pezze multicolore. Per carità, tanto affetto. Abbiamo ricevuto tanta solidarietà, pure troppa. Però “mettiamoci una pezza” non è un messaggio che ci piace. Non vogliamo metterci una pezza, questa è la nostra città. Però hanno dimostrato tutti tanto affetto, possiamo solo ringraziare. Forse il punto è proprio questo. Le tante belle idee, l’arte che si è profusa e si sta profondendo su quel che resta di questa città (foto, performance, teatro, romanzi) non serve a coprire la voragine della mala gestione, del commissariamento, dell’assoluto vuoto di senso di questa inerzia forzata.

Teatri, anfiteatri (troppi? nei posti sbagliati?). Casette di legno, costruite con tanta solidarietà, probabilmente tanti soldi, ma poca pianificazione (questa sta su una strada, vedi? Portava alle case lì dietro. Quindi o quelle case si buttano giù e basta, o si butta giù la casetta. No?). La tenda dell’assemblea, in piazza (c’è sempre qualcuno, una specie di speakers’ corner. Si è tornati a una vita politica molto elementare). E anche tante iniziative culturali, una specie di testarda lotta sui generis. Sarà il check point, sarà il panorama spettrale. Ma bersi un aperitivo sotto i portici suona come un gesto di resistenza civile. Anche se non si sa bene contro cosa.

Sono frastornata, non so neanche bene cosa pensare. Mi trovo nella casetta di legno, sotto una pioggia scrosciante, a parlare di respingimenti, di rifugiati, di CIE. Osman è più a suo agio di me. Parla con la positività dei suoi 23 anni, testimonia sereno le atrocità che ha vissuto e guarda avanti. Io invece scricchiolo. Sento che la mia responsabilità di cittadina sarebbe ben altra. Che il mio impegno sulle migrazioni è solo un tassello di un immenso quadro che necessiterebbe ben altre forze. In questi giorni, in particolare, non resta da augurarsi che in Emilia le amministrazioni locali reggano l’urto del dopo-sisma. Perché da ieri riesco a cacciare  il pensiero che uno Stato che lascia una città e la sua cittadinanza per tre anni nell’abbandono più completo la struttura politica, la rappresentanza, la democrazia l’ha persa da un pezzo. Altro che crisi economica. Dovremmo essere molto più preoccupati.

 

La responsabilità della gioia di vivere


Ieri sera mi sono guardata questo film. Non mi ha rallegrato la serata, ma non mi è dispiaciuto affatto. Fin dalle prime scene, sono rimasta folgorata dalla capacità di rendere immediatamente uno dei temi centrali: la delicatezza di un’età in cui le protagoniste non sono più bambine e non sono ancora donne. La storia, ispirata a fatti realmente accaduti, può apparire paradossale. Ma ben realistico è, invece, il quadro desolante che ne emerge. Non tanto l’ambiente di assoluta inconsistenza di relazioni in cui queste ragazzine annaspano, sempre con una sigaretta in mano e una bottiglia di alcolici nell’altra. Ma la pochezza, l’inadeguatezza degli adulti di riferimento.

In un certo senso questo è un film di denuncia, molto amara. La scena dell’assemblea scolastica, in cui genitori e preside si rimpallano la responsabilità della situazione (“La maggior parte del tempo la passano qui”/ “Io non mi considero responsabile della vita privata delle alunne dell’istituto”), è tragicamente realistica. La riunione del collegio dei docenti, in cui questi adulti si limitano a ripetere posizioni ideologiche che nulla hanno a che vedere con le persone concrete, per il mero gusto di ascoltare la propria voce (“Un tempo essere ragazza madre era una stigma, quindi questo è un progresso”; “Ambire a essere esclusivamente madre di famiglia è una limitazione, quindi è male”; “Questo gesto è un messaggio politico”) è altrettanto desolante e trova la sua corrispondenza nella aperta ribellione delle protagoniste verso questi educatori, che tutto fanno meno che educare. Proprio quelli che pretendono di essere più impegnati sono particolarmente poco credibili (“Lei ha figli?” “Mi preoccupo abbastanza di quelli degli altri”).

E i genitori, in tutto ciò? Emergono poco. La madre di Camille però è una figura che interpella molte di noi, credo. Anche quelle che si sentono – a ragione – attente, impegnate, dialoganti. Madre sola, lavora molto, ora che ha i figli abbastanza adulti crede in buona fede di potersi concedere qualche libertà (“Ti lascio sola? Sì, ti lascio sola. Sei grande, ormai”). Ci immaginiamo la fatica di anni a crescere due bambini, che emerge in quella frase infelice che colpisce al cuore come una coltellata: “Non ho intenzione di ricominciare da capo dopo 18 anni”.

Il motore di tutta la vicenda è il legittimo rifiuto della vita rassegnata, triste, senza speranza, schiacciata dalla fatica e dalla rassegnazione che gli adulti prospettano come unica possibile. “Studiare per un futuro migliore” è l’unica formula che viene opposta contro la “vita di merda”, ma è evidente che nessuno degli adulti che la usa ci crede davvero. Il messaggio implicito è che la vita è quella e che l’unica via è l’accettazione. Però, tragicamente, l’impulso comprensibile delle ragazze non trova alcuno strumento di realizzazione concreta. Queste adolescenti sono, nella loro poetica rivoluzione, del tutto sprovvedute. Per non parlare dei loro coetanei maschi, balbettanti strumenti apparentemente privi di personalità propria.

Non credo che questi genitori, questi insegnanti, siano dipinti come dei mostri. Sono l’immagine, un po’ caricata, di noi quando siamo stanchi, sfiduciati, risucchiati dalle mille legittime incombenze quotidiane. “Deve essere difficile essere una mamma”, mi ha detto un giorno Meryem. E io ho sentito una fitta acuta al cuore. E’ giusto non mentire, è giusto non recitare. Ma dobbiamo stare molto attenti, come genitori, a non trasmettere un messaggio di disperazione. La disperazione è l’unica cosa che proprio non ci possiamo permettere. La vita non è un gioco, insegnare la responsabilità è fondamentale. Ma non dimentichiamoci di insegnare la gioia di vivere e la capacità di sognare. Nell’unico modo possibile: con l’esempio.

Non si può dire


Per festeggiare il suo compleanno, mia sorella Vittoria è andata a Gerusalemme. E dintorni. Mi ha proposto di andare con lei e la tentazione è stata forte. Però non potevo, quindi non sono andata. Gerusalemme, insieme a Istanbul, è stata uno dei posti emotivamente determinanti per la mia vita. Sarebbe lungo spiegare perché. E comunque non è questo l’argomento del post di stasera. Dicevo che Vittoria è tornata dalla Palestina, perché lì – più che in Israele – è andata ed era scossa, esterrefatta, indignata. Mentre raccontava cose che non ho visto (se non in minima parte), ma so benissimo, mi sono sorpresa a cercare di censurare persino il mio ascolto. Non volevo davvero sentirle, quelle cose. Mi ripetevo che sì, certo, figurati se non lo so. Ma la realtà è che cercavo di chiudere le orecchie. Non è difficile capire perché mi mettono a disagio. A denunciare, senza esitazioni, le violazioni dei diritti umani non ho in genere particolari problemi. Ma in questo caso, ecco, sono sulle spine. Ne ho parlato già qui.

Poi ho letto questo romanzo, acquistato da mia sorella d’impulso, letto e promosso a pieni voti da mia madre. Mi sono trovata di fronte, in modo estremamente efficace, quei fatti – pure noti – riflessi in chi li ha vissuti e li vive. Mi sono chiesta come ho fatto, finora, a conservare questa parvenza di equilibrio salomonico. E mi sono risposta che la rimozione costante dell’emotività a scapito dell’intelletto e del raziocinio storico o pseudostorico ha avuto una parte importante in questo. Ho pianto senza ritegno, leggendo questo romanzo. In autobus, al bar, sul divano la sera. Ho pianto come se una maschera di controllo che apparentemente mi appagava mi si fosse infranta, lanciando schegge da tutte le parti.

Non si può accettare ma, apparentemente, non si può neanche dire. Chissà quanti, per rispetto a un grande popolo che tanto ha sofferto e tanto ha dato e dà all’umanità, si comportano come me. Chissà quanti, infastiditi dalla retorica violenta e sguaiata di certi sostenitori della causa palestinese, si comportano come me. Eludendo. “Questa devastazione è al di là di ogni comprensione. Israele non può continuare a nasconderla. Il mondo alla fine saprà tutto. Le cose cambieranno”.

Leggendo questo romanzo ho pensato a Ritorno a Haifa (e poi ho scoperto che a quel racconto straordinario infatti si ispira) e anche a Jasmina Khadra. Nella quarta di copertina si sottolinea che l’autrice non cerca colpevoli, che descrive gli israeliani con pietà, rispetto e consapevolezza. Mi sento di condividere questo giudizio. Le accuse più pesanti sono altre: verso i leader cinici e spietati, verso i media che manipolano la realtà, o semplicemente la ignorano. Però non è un libro imparziale, non vuole esserlo affatto. E dopo averlo letto credo che la giustizia esiga che anche io sia un po’ meno imparziale, in futuro.

Ce ne sono ancora?


Ieri, per superare una serata difficile (oddio, quante difficoltà in questo periodo: mi faccio fatica da sola), con Nizam abbiamo scelto di comune accordo di vederci qualcosa in televisione. Scartate commediole americane che non sono proprio nelle corde del curdo, abbiamo scelto la fiction su Paolo Borsellino di Rai 1. Ci è subito tornato in mente la vigilia della nostra prima vacanza, a Palermo, in cui avevamo visto una replica di quella del 2004 (e Nizam aveva commentato: ma proprio qui mi devi portare?). Prescindendo dalle considerazioni più artistiche, che non ci sono proprie, confermo che un ripassino di storia contemporanea in prima serata è sempre ben accetto.

“Ma secondo te”, ha commentato Nizam alla fine, “ce ne sono ancora di giudici così in Italia?”. Ecco, mi sono sentita in dovere di rispondere di sì. Ho detto che certamente ci sono ancora alcune persone così, in Italia, non necessariamente solo magistrati. Ci sono insegnanti, preti, poliziotti, giornalisti, genitori, nonni che intendono ancora così il loro lavoro: come impegno civile, se necessario anche estremo e coerente fino in fondo. Spesso ne sentiamo parlare troppo tardi. Magari dopo che sono stati uccisi. Quello che però ho aggiunto e che mi ha colpito come un pugno allo stomaco, ieri, è che in 20 anni qualcosa comunque si è perso per strada. La reazione di sincera indignazione e partecipazione di tutti i cittadini, da cui pareva potesse nascere un grande cambiamento, si è infiacchita, affievolita, fino a perdersi nei mille rivoli del solito nulla.

Oggi, ricordando quelle stragi enormi, spropositate, è doveroso chiedersi dove eravamo rimasti. E fare spazio, tra le distrazioni e gli affanni, alle nostre ribellioni civili.

Stamattina, in autobus, leggevo un libro che mi è stato passato da mia madre (come accade per molte mie letture importanti, specialmente in questo momento): Ogni mattina a Jenin, di Susan Abulhawa. Mi si è fermato l’occhio su una frase: “Una settimana dopo il massacro di Sabra e Shatila, la rivista Newsweek decise che l’evento più importante dei sette giorni precedenti era stato la morte della principessa Grace”. L’ho riletta più volte e ho pensato che questo è  ciò che accade oggi, sempre. Invece di pensare, di costruire pensiero collettivo (che dia dignità alla complessità e alle divergenze, che apprenda dall’esperienza, che collettivamente cerchi di cogliere non la verità ma il quadro attendibile che nessun singolo è in grado di registrare) finiamo per spostare l’attenzione di continuo. Nulla si deposita, nulla si costruisce. E’ per questo che, guardandoci indietro, ci rendiamo conto che i 20 anni trascorsi oggi dalla strage di Capaci non hanno aggiunto nulla al nostro percorso di italiani.