L’improbabile tester


Quando ho comunicato cautamente ai miei familiari che ero stata scelta per testare il ferro da stiro Philips Perfect Care, la notizia ha suscitato un certo sconcerto. Credo che si sarebbero sorpresi di più solo se avessi detto che avrei testato una Lamborghini. Perché io, in effetti, non stiro. E non è che non stiro perché “stendo bene”, come si usa dire in questi casi. A essere onesti, stendo pure male. Non stiro perché non sono capace, punto.

Ciò non toglie che abbia accolto con gioia un ferro ultimo modello, dal design avveniristico e dotato di tecnologie avanzatissime che paiono semplificare la stiratura al punto da farmi immaginare che presto anche io diventerò la regina delle pieghe: la temperatura la decide lui, se lo poggi incandescente sull’asse (o sulla maglietta che stai stirando) non ci si stampa sopra per sempre, il vapore fuoriesce copioso dopo pochi secondi dal riempimento della caldaia con semplice acqua di rubinetto.

Io sono un tipo coscienzioso. Non avrei mai accettato se non fossi stata certa di poter dare un contributo qualificato al test. Per questo sono qui ad elencarvi fieramente gli unici due inconvenienti (non gravi) che sono riuscita a produrre utilizzando il gioiellino dalle luci azzurre per una mezzoretta. State pur certi che se io in 30 minuti sono riuscita a combinare solo questo, una persona normodotata non avrà il minimo problema di utilizzo. E’ scientifico.

Allora vediamo:

1. Se dopo aver riempito la caldaia, peraltro abbastanza capiente e stabile ma relativamente leggera, senza nessun motivo al mondo la inclinate bruscamente di circa 60 gradi, un po’ d’acqua fuoriuscirà dallo sportellino e bagnerà il tappeto (se ne avete uno). Nulla di grave.

2. Come è abbastanza normale, prima di usare il ferro nuovo sarebbe il caso di staccare la plastichetta che ne protegge la superficie metallica. Ma se, come è stato il mio caso, ve ne scordate del tutto, non succede nulla di irreparabile. Oserei però dire, pur senza avere grande esperienza, che si stira meglio senza.

Questo è il mio contributo da utente neofita, imbranata ma entusiasta. Ringrazio di cuore chi ha avuto il coraggio di coinvolgermi in questa iniziativa. Saluti cari dal mio Philips Perfect Care, che ancora si chiede che male abbia fatto a capitare in mano mia.

Questo è un post sponsorizzato, come forse avete sospettato. 

Mi arrendo


Un post lungo e articolato sul convegno “Italia, terra d’asilo”, specialmente in queste settimane, non lo scriverò. Troppe energie sono succhiate dal lavoro ordinario e da quello straordinario, troppi gli appunti freneticamente presi sull’agendina turchese. Non mi resta che confidare nello zelo degli organizzatori e aspettare la pubblicazione degli atti, per condividere correttamente i molti contenuti.

Mi limito qui a ricordare qualche frase, qualche istantanea. Non è stata solo un’occasione di aggiornamento professionale. Mi sono sentita onorata di essere in una certa misura parte di un’Italia che mi rende fiera e che, nonostante tutto, esiste e resiste. Con azioni concrete, con caparbietà, con la giusta dose di denuncia ma senza lamentazioni sterili. Non so se tutti riuscite a cogliere il senso delle citazioni che foglio riportare qui, in ordine sparso, spigolando qua e là. Ma queste parole qui, sul mio blog, ci andavano per forza. Abbiate pazienza 🙂

“Bisogna vederla in faccia una persona che dorme in strada”. Almeno una volta. Specialmente se quella persona è fuggita dalla guerra e dalla tortura e credeva di essere in salvo, una volta arrivata qui.

“Cosa offre l’Occidente a chi arriva? Quello che si professa cristiano – ‘ama il prossimo tuo come te stesso’ – non granché. Ma anche quello laico – liberté, fraternité, égalité – non ha dato grande prova di sé”.

“L’Italia potrebbe superare gran parte delle insufficienze del sistema d’asilo se solo ci si decidesse a prendere in mano alcune riforme, in gran parte già delineate. Se solo si inserissero in un contesto complessivo le esperienze eccellenti che esistono da anni. Sono misure ragionevoli, quantitativamente modeste, che permetterebbero di superare un’immagine vergognosa che il nostro Paese dà all’estero e allo stesso tempo di risparmiare in assistenza sociale. Non illudiamoci. Generando disagio, una spesa prima o poi qualcuno la deve fare. Ogni percorso di mancata integrazione ha il suo costo”.

“Parliamo oggi di queste esperienze e di altre, altrettanto valide, che magari non conosciamo. Parliamo della competenza e della passione di operatori, compagni, amici, che non si umiliano di fare ciò che serve, con contratti che a volte hanno una durata più breve dei permessi di soggiorno dei profughi. Tutte queste sono ricchezze, che offrono prassi già consolidate, che potrebbero essere estere a chi non ne beneficia. Questa è l’altra Italia e ci permettiamo di chiedere, ora, risposte concrete. Non ci accontentiamo solo di intenzioni: ci vogliono impegni precisi e coperture di spesa. Oggi si è accesa una speranza, si sente parlare un altro linguaggio: non è poco, ma non è sufficiente. Non si devono lasciare nuovamente soli i Comuni, chiamati a far fronte alle inadempienze del Governo. E, per prima cosa, si deve controllare attentamente come si stanno spendendo quelle risorse che si dice essere così scarse. E’ vero che si addestrano in Italia, a nostre spese, anche i carcerieri del centro di detenzione libico di Kufra? O che spendiamo la maggior parte dei fondi per finanziare un pattugliamento del Mediterraneo che spesso non interviene? Sentiamo dal telegiornale di pochi giorni fa che una nave italiana non ha soccorso dei profughi che si trovavano in acque territoriali non italiane. Ma la nave era vicina. Questi sono soldi buttati via, per non parlare della complicità nella morte di tante persone”.

“Per il mio Comune [di Milano] vado a caccia di finanziamenti nazionali ed europei, entrando in diretta competizione con altri territori. Questa è una prassi logica? La competizione è normale nel mercato, ma noi non riteniamo, per questo tipo di interventi, di trovarci in un mercato, ma in un Paese che dovrebbe essere in grado di dare risposte integrate… ”

“Tra luglio e ottobre abbiamo assistito sistematicamente a una gestione cialtrona degli sbarchi e degli arrivi. Dai bivacchi all’aperto di Lampedusa (che hanno un costo), i rifugiati sono stati trasferiti in un centro temporaneo a Pozzallo, e poi a Porto Empedocle, o in una palestra di Catania, o in un Palazzetto dello sport a Messina… Così per mesi, di sperpero in sperpero. Cosa volete che pensino queste persone dell’Italia? E cosa penserà l’Italia di queste persone? Possiamo calcolare quanto costa tutta questa cialtronaggine? Oggi, mentre si parla solo di crisi, l’Italia investe 300 milioni di euro per il controllo radar della frontiera sud della Libia. Chi decide queste priorità?”

L’inferno dei viventi non qualcosa che sarà; se ce n’e uno è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme.
Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più.
Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno e farlo
durare e dargli spazio.

I. Calvino, Le città invisibili

 

Grazie a Gianfranco, Giancarlo, Emilio, Luigi, Adele, Michele, Filippo, Martino, Maurizio, Isabelle, Salvatore e a tutti quelli che adesso non ho modo e testa di menzionare adesso, ma che danno sostanza ai miei anni passati e spero futuri. Insieme, ciascuno a suo modo, “trainati dalla nostalgia di ciò che ancora non conosciamo”.

Ultimo giorno


Ho in mente almeno un paio di post impegnati, ma oggi se ne impone uno più frivolo. Eccomi arrivata all’ultimo giorno, anzi all’ultima sera, da quarantenne. Domani abbandono la cifra tonda, almeno fino ai cinquanta. Non posso fare a meno di pensare che è passato già un anno dal mio luminoso compleanno social in Monferrato, a cui mi sorprendo di tanto in tanto a ripensare. Tra giovedì e venerdì, a Milano, ho riabbracciato Lorenza, Valentina, Linda, Paola, Jolanda e Veronica (con queste ultime mi sono persino trovata a disquisire di Sacher Torte, quando si dice il revival) e mi sono trovata a benedire, ancora una volta, questo strano mezzo che ci ha fatto incontrare, ciascuna al suo posto e nel suo spazio e, allo stesso tempo, così vicine quando si vuole.

Anche il convegno di sabato a Parma è stato, in qualche modo, un regalo di compleanno (senza che i protagonisti ne fossero consapevoli). Oggi mi guardavo da fuori, sotto il cielo azzurro di piazza del Collegio Romano, e mi piaceva quello che vedevo. Un lavoro in cui ancora credo, una figlia che comincia da avere la voce da grande al telefono, la capacità di entusiasmarmi per un progetto anche se non so se approderà a qualcosa di concreto. Più passa il tempo e più mi sembra che il trucco sia non paragonarsi al modello standard. Se cerco di misurarmi con il metro “degli altri”, di quello che il senso comune si aspetta da una donna di quarant’anni, mi saltano agli occhi tutte le mie mancanze e anomalie. Lo sguardo si ferma sulle voragini degli errori che non si possono recuperare e più mi affanno a inseguire la normalità più mi pare, beffardamente, allontanarsi.

Ma ora, mentre leggo i pre-auguri che mi arrivano in questo momento via mail, in simultaneità perfetta, dalla mia mamma e dalla mia sorella maggiore, mi dico che il trucco sta nel calcolare anche e soprattutto gli indicatori che solitamente non si prendono in considerazione. La capacità di commuovermi leggendo un libro o ascoltando un collega parlare del suo lavoro. Alcune idee che mi vengono e mi fanno pensare che il mio cervello, nonostante le apparenze, è ancora attivo. La curiosità, che mi ha sempre salvato. La capacità di essere felice “anche se”, e di esserlo sul serio e non per affettazione.

Sabato, a Parma, ho sentito acutamente la mancanza di una persona straordinaria e di cui sarebbe stato più che giusto sentire la voce e vedere il sorriso composto e ironico. Avrei voluto avere, in quel momento, una fede tale da pensare che era presente in spirito. Ma no, non arrivo a tanto. Purtroppo. La sento però presente in quei rapporti non formali che si sono cementati anche attraverso di lei e che mi rendono più facile la vita lavorativa quotidiana. Il primo appuntamento lavorativo di domani sarà con i colleghi della Caritas e anche questo per me è una specie di sorriso di lei.

Una volta, tanti anni fa, avevo scelto il cammello come mio totem. Del cammellino d’oro, comprato al Gran Bazar di Istanbul, ho scelto a un certo punto di liberarmi. Del cammello, quando ho aperto (nel 2004) questo blog mi colpiva soprattutto la capacità di resistere alla fatica, fino all’ultimo respiro. Oggi voglio tornare a quello che, originariamente, me lo aveva reso simpatico: il fatto di non essere un animale “bello” in senso classico, ma piuttosto una creatura piena di aspetti inattesi e non banali. Un animale che, nella storia, è stato indispensabile proprio per la sua peculiarità: se non lo avessero addomesticato, ci saremmo persi una fetta significativa del mondo conosciuto. Mai come oggi spero di essere come un cammello: capace di fare la mia parte, qualunque essa sia, senza far finta di essere qualcun altro.

Stress e resilienza


Il blogstorming del sito Genitori Crescono, per novembre, è dedicato allo stress. Sono un paio di settimane che mi trattengo dallo scrivere questo post, perché temo di sembrare saccente. Lo conosco anche io, lo stress quotidiano del genitore. Vivo a Roma, mi sposto con i mezzi pubblici. Corro, metto toppe, improvviso, come brillantemente descritto dalla fiction Una mamma imperfetta. Ma non c’è niente da fare, quando sento la parola stress a me viene ormai in mente tutt’altro. Mi viene in mente una sigla, sconosciuta e anche un po’ contestata da alcuni specialisti: PTSD, Post Traumatic Stress Disorder, Disturbo Post Traumatico da Stress.

E’ già un sottoinsieme molto particolare del grande mondo dello stress, mi rendo conto. Per giunta io penso a una specifica casistica del PTSD, quella che riguarda i rifugiati. Non frequentavo psichiatri quando io stessa, nel mio piccolo, ho assistito a un attentato, a Gerusalemme. Non frequentavo psichiatri quando ho iniziato la mia esperienza al Centro Astalli e la scoperta di questo mondo mi ha travolto come un tir in corsa. Magari avrei saputo dare il nome a tanti giorni dolorosi, ma non credo che la traiettoria della mia vita sarebbe cambiata sostanzialmente. Anche oggi, a tanti anni di distanza, non penso che etichettare qualcosa la risolva. Dare un nome alle cose rassicura. Ma mi sono convinta che non è tanto dare un nome all’effetto che contribuisce a farci progredire, ma piuttosto dare nome alle cause dello “stress”.

Devo al mio amico Giancarlo Santone la riflessione sui tre grandi “cassetti” in cui classificare le esperienze che i rifugiati che arrivano da noi ci raccontano: traumi pre-migratori, traumi migratori (le peripezie del viaggio, chiamiamole così), traumi post-migratori (quelli che arrivano in Italia, a causa delle difficoltà oggettive, delle porte in faccia, ma a volte anche solo una apparentemente innocua telefonata a casa).

Ma non sono le loro storie di cui vorrei parlare in questo post. Qui mi interessa condividere quello che ho scoperto ascoltandole e che mi aiuta anche nelle mie personali odissee quotidiane. Non certo, badate bene, che i miei problemi sono piccoli rispetto a quelli, sbalorditivi, di tanti altri. Nessuno si conforta pensando a disgrazie maggiori, così nessuno si sazia pensando che al mondo c’è chi ha più fame, o addirittura muore di fame. Le classifiche aiutano poco in generale e sono, in questo caso specifico, particolarmente irritanti. Un dolore è un dolore. Tra l’altro uno dei pochi elementi più o meno chiari che mi pare di aver capito, nel ginepraio di definizioni del PTSD, è che “non colpisce le persone più deboli o fragili: spesso persone apparentemente fragili riescono ad attraversare senza conseguenze eventi traumatici abbastanza importanti, mentre persone solide si trovano in difficoltà dopo eventi che hanno un significato personale o simbolico particolarmente difficile da elaborare”. Mi permetto di aggiungere, alla luce della mia esperienza personale, che a volte anche la stessa persona può superare con straordinaria facilità tragedie immani e poi schiantarsi davanti a un intoppo “minore”.

Tuttavia certamente il mio lavoro mi ha aiutato a riconoscere un meccanismo straordinario che entra in gioco in questi casi. La chiamano “resilienza”. Ci sono tante definizioni, ma io la visualizzo pensando a tanti straordinari processi della natura: una ferita che si rimargina, la coda della lucertola che ricresce, le radici nuove che si formano da un rametto spezzato (le talee di Pietro e Paola Maria). Ciò che accomuna molte delle definizioni di “resilienza” che si trovano qua e là, applicate ai campi più diversi, è la parola “inaspettato”. Perché no, non ce l’aspettiamo che si possa davvero ricominciare a vivere.

Chiunque ha vissuto un grande dolore, uno sconforto profondo lo sa: in quel momento pensiamo con tutta la nostra anima e con tutta la nostra mente che nulla sarà più come prima. A volte fa fatica anche il pensiero di respirare. Però, mi dico sempre, per fortuna sono tante le cose che non dipendono dalla nostra volontà. In quel libretto sorprendente che è il Piccolo Principe riscopro una frase tremendamente vera: “E quando ti sarai consolato (ci si consola sempre), sarai contento di avermi conosciuto. Sarai sempre il mio amico. Avrai voglia di ridere con me”.

Ci si consola sempre. Solo che spesso non abbiamo abbastanza fede in questa verità in qualche modo biologica. Non ci rassegniamo. E allora sì che rischiamo di perdere tutto davvero.

P.S. Questo post mi sa che non partecipa al blogstorming, però. E’ davvero finito un po’ troppo lontano dal punto di partenza.

Glocale


Il mulinello è vietato! Questa frase, urlata mille volte nell’oratorio di Donna Olimpia, mi è tornata in mente all’improvviso guardando Meryem giocare a biliardino con la sua compagna di scuola Clarissa e la sua mamma, una giovane signora peruviana solitamente schiva e riservata, ma che ieri mi ha svelato una discreta grinta nel gioco e una certa misurata eleganza nello scuotimento per fare uscire le palline incastrate.

L’altro giorno, in piazzetta, ci sfreccia accanto un ragazzino in bicicletta e urla: “Ciao, Meryem!”. Sempre più spesso vedo bambini di ogni forma e dimensione fare ciao ciao dai finestrini o fermarsi per strada a fare due chiacchiere con mia figlia. Realizzo che ormai, tra materna, elementari, coro, punti di aggregazione vari, abbiamo tessuto una rete di contatti. Viviamo il quartiere, Meryem molto più di me.

Se penso a tutte le diatribe sulla composizione delle classi, all’inizio dell’anno scolastico, mi viene da sorridere. Se penso anche alle mie preoccupazioni rispetto al fatto che Meryem potesse “legarsi troppo” a una amichetta o all’altra, trascurando nuove conoscenze, mi faccio tenerezza da sola. Ormai i bambini fanno gruppo, sono un gruppo, ben al di là del sottoinsieme classe. Che tra l’altro mi pare che funzioni e sia discretamente affiatata.

Questo post sembrerebbe in contraddizione con il precedente: Meryem la voglio cittadina del mondo o monteverdina (uso a bella posta questa parola, che istintivamente mi riempie di orrore)? Come ho cercato di spiegare oggi in un contributo per quel bellissimo sito che è Zebuk, senza la dimensione concreta della quotidianità, l’apertura agli infiniti mondi possibili diventerebbe esotismo. Vorrei essere, con Meryem, una viaggiatrice che ha un posto dove tornare.

Quei bambini che piangono


Oggi su Facebook è nata una discussione costruttiva a partire da un video che avevo postato come esempio negativo di comunicazione sociale: si tratta di uno spot, non tanto recente di Save the Children e, in particolare, questo. La questione non è banale come sembra. Io oggi mi volevo limitare a condividere il fastidio e l’irritazione per uno stile di comunicazione che non apprezzo, poi Floriana mi ha stimolato a pensarci meglio. Guardando con attenzione i discorsi in ballo sono più di uno. Cerco di estrapolarli ordinatamente.

Lo spot in effetti non si può definire di comunicazione sociale. E’ uno spot di fundraising, un messaggio fondamentalmente – passatemi il termine – commerciale. Qui mi pare pertinente l’obiezione di Floriana: “Le varie declinazioni nazionali [di una ONG internazionale] scelgono un po’ gli spot come meglio credono per la audience del luogo (e l’audience italiana la conosciamo bene)”. Vero, troppo vero. Il bambino in pubblicità funziona. Il bambino in comunicazione funziona. “Bisogna parlare alla pancia degli italiani”, ci ripetono allo sfinimento i giornalisti con cui interagiamo. Save the Children, come l’Unicef, hanno come mission i bambini, in particolare quelli che abitano a una certa distanza di sicurezza dal donatore. Partono bene, insomma.

Ok, usi i bambini. Può avere senso. Ma questi bambini, banalizzando un po’, devono piangere o devono ridere? Beh, dipende. Se facciamo un discorso di mero fundraising, dipende dal tuo target. Il tuo target è una persona che si vuole sentire efficiente, attiva, che vuole vivere la gratificazione del sostegno a distanza senza essere troppo aggredita da immagini disturbanti? In altre parole, è una persona già sensibile e ben disposta, che non ha bisogno di forzature per fare una donazione e al limite ne è disturbata, anche parecchio (come nel caso dei miei amici Barbara e Nestore)? In quel caso, immagini positive, che mostrino – come dice l’anglosassone Floriana – un achievement, sono certamente le più adatte. Ma se invece puntiamo al grande pubblico? A quello che fa zapping, che parla per lo più di gossip e di calcio, e che comunque è molto ben focalizzato sugli affari propri? Qui con l’achievement ci fai la birra. Serve un’immagine forte, che parli dritto alla pancia, meglio se accompagnato da un’istruzione immediata: un sms solidale, un clic su un sito, qualcosa che si possa fare subito, travolti dall’emozione del momento (perché probabilmente a quel bambino in lacrime, che geograficamente non sa nemmeno bene come collocare, il donatore non ripenserà mai più – o almeno fino al prossimo spot).

E se tu, ONG o organizzazione internazionale,  non ti occupi solo di bambini? Pigliamo ad esempio l’UNHCR, l’Alto Commissariato della Nazioni Unite per i Rifugiati. Quest’estate l’agenzia è stata oggetto di critiche abbastanza precise per il suo stile di comunicazione: addirittura si è parlato di “pubblicità ingannevole”. In poche parole, si notava che sul sito e negli spot UNHCR i rifugiati erano per lo più africani (e in buona misura anche bambini), quando a rigore il numero maggiore dei rifugiati proviene, attualmente, da Afghanistan, Cina e Russia. Ma l’africano bisognoso funziona meglio e consente una comunicazione più chiara: quanti abbinerebbero il concetto di rifugiato a un cinese? Il donatore poi, idealmente, deve essere soggetto agli stessi stimoli di pancia, per cui pochi uomini, abbondanza di donne indifese e pargoli sotto le tende blu, con il logo UNHCR chiaramente leggibile in ogni scatto. La finalità sono le donazioni, no?

Ecco, qui entro io e la mia irritazione. Vedete, le ragioni del marketing e del fundraising le conosco e le capisco pure. Il problema è che secondo me nessuna di queste ONG, Agenzie ONU o simili (mettendo dentro anche noi del Centro Astalli) può avere come unico obiettivo il fundraising quando fa comunicazione. Tutti noi abbiamo anche dei chiari obiettivi di advocacy e di sensibilizzazione nelle nostre mission. Quindi non si può fare uno spot in un certo stile solo perché funziona, disinteressandosi delle ricadute che ha in termini di messaggio indiretto e di immagine delle persone coinvolte. Non si può limitarsi a difendere i diritti delle persone in sede istituzionale, con ricerche, rapporti e iniziative politiche e poi, per sollecitare le donazioni, lavorare disinvoltamente con gli stessi stereotipi che in altre occasioni sosteniamo di voler scardinare.

Noi di Astalli, ne scherzavo in varie occasioni con alcuni di voi, abbiamo un prodotto assai difficile da vendere. Rifugiati, spesso adulti, in buona parte mediorientali e discretamente malridotti, che hanno per giunta il torto di vivere in Italia, nelle nostre città. Qui dove con 50 euro non si ottengono” achievements” spettacolosi, ma una decina di pasti a mensa o al limite un paio di occhiali per una persona che faticosamente cerca di imparare una lingua ignota dopo una dolorosa cesura esistenziale e magari, tra le altre cose, è anche miope. Essere miopi non ha niente di eroico, ma può essere un impedimento sufficiente per molte cose, quando non si ha nulla per vivere. Noi per giunta siamo convinti che sostenere queste persone non abbia a che fare con la bontà, ma con la giustizia. Persino, reggiamoci forte, che spesso siano i rifugiati che possono aiutare noi italiani, qui, in questo Paese. E non tanto perché “ci pagano le pensioni” oppure perché “fanno i lavori che gli italiani non vogliono fare”. Purtroppo anche queste due cose, al momento, sono verissime. Ma noi pensiamo piuttosto ai valori che portano: combattere per un ideale; pagare un prezzo alto per la propria integrità; avere il coraggio di superare prove indicibili, nonostante tutto; la resilienza; la speranza.

Leggevo, sempre su Facebook, in un’altra discussione che avrei volentieri fatto dal vivo (si parlava di “diritto alla maternità”), una frase che mi ha colpito: “ Dove si mangia in 3 si mangia in 4 per me non esiste. Non esiste tanto Dio vede e provvede.” Chiaramente qui la decontestualizzo per amore di argomentazione, ma forse il punto è anche questo. Siamo davvero di essere tanto sicuri di aver ragione noi? Io tutte le volte che mi sono trovata a vivere, nei fatti, quelle frasi tanto vituperate, ho sperimentato una grande gioia. Una sensazione di liberazione e di grazia. Ma, come al solito, quando penso all’esperienza con i rifugiati, la testa se ne va per conto suo. Se potessi, forse sarebbe questo che vorrei comunicare: non sapete cosa ci perdiamo, rendendo la vita impossibile a queste persone. E poi, ancora: ma vi pare normale che con la nostra ignoranza e indifferenza facciamo morire tutta questa gente? Questo, va da sé, non sollecita le donazioni.

Tante cose che dico, che diciamo, non sollecitano le donazioni. Dei cari amici che non sono tanto imparziali perché spesso e volentieri sono nostri alleati diretti (e loro sì che ci capiscono di comunicazione) oggi hanno scritto sulla mia bacheca che noi di Astalli comunichiamo ” per contribuire alla costruzione di un mondo dove le persone abbiamo voglia di rimboccarsi le maniche per le ingiustizie”. C’è del vero, sicuramente. Ma ho la sensazione che così facendo parliamo assai poco alla pancia (e al portafoglio).

Finisco con una domanda. E il fantomatico reality Mission,  che a fine anno la RAI manderà in onda, come si collocherà rispetto a quanto detto sopra? Per chi non ha seguito il dibattito agostano in merito, vi riassumo brevemente che si tratta di una trasmissione  in alcuni volti noti televisivi italiani affiancheranno gli operatori umanitari di due importanti organizzazioni umanitarie, l’ong italiana Intersos e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr), nel lavoro di assistenza ai rifugiati in campi profughi in Africa e in Medio Oriente. L’ennesima spettacolarizzazione del dolore o un progetto innovativo di “social TV”? Il dibattito è destinato a restare aperto, almeno fino alla prima puntata (qui uno status quaestionis).

Non conoscevo Ada


Tra gli altri vantaggi di volare Tap Airlines, oltre ad avere un volo diretto Roma-Lisbona e essermi goduta un video di norme di sicurezza decisamente originale, posso annoverare la scoperta di una figura femminile di cui non sapevo nulla, Ada Rogato.

Condivido per voi quello che ricordo di ciò che si leggeva sulla rivista della linea aerea, rinforzato dalla voce della Wikipedia portoghese.

Ada era l’unica figlia di Mariarosa Greco e Guglielmo Rogato, due calabresi immigrati in Brasile. Fin da piccola desiderava imparare a volare e non abbandonò il suo sogno neppure quando i suoi si separarono e lei dovette dedicarsi a lavori piuttosto umili per mantenersi. Riuscì anzi anche a risparmiare abbastanza per pagarsi le lezioni di volo e a diventare, nel 1936, a 24 anni, la prima donna pilota e paracadutista del Brasile.

Era una donna solitaria, non aveva figli. Per mantenersi lavorava come segretaria dell’Istituto Biologico del Ministero dell’Agricoltura. Non smise mai di volare e di compiere imprese sempre più ambiziose: è stata la prima pilota brasiliana a attraversare le Ande; l’unica pilota al mondi a coprire 51.064 km in volo solitario attraverso le tre Americhe, fino all’Alaska (l’impresa durò circa 6 mesi); prima pilota ad atterrare a La Paz, in Bolivia; primo pilota in assoluto a sorvolare con un piccolo aereo senza radio, dotato appena di una bussola, la Foresta Amazzonica. Incidentalmente, è stata anche la prima donna al mondo a paracadutarsi da un elicottero (e poi ci deve aver preso gusto, perché ha realizzato 105 lanci).

E’ morta di cancro, a 76 anni. La rivista ipotizzava che si fosse ammalata a causa di un’impresa a cui aveva partecipato nel 1948, mettendo a disposizione del suo lavoro “normale” le competenze inusuali di pilota: aveva salvato le piantagioni di caffè dall’attacco di tarli, spargendo pesticidi da un aereo.

Mi sono stupita che di una donna così notevole, per giunta di origine italiana, non avessi mai sentito parlare prima. Grazie dunque alla Tap per avere offerto tanto materiale alle mie fantasticherie future.

Prima


Io lo so che più tardi il “dopo” si mangerà tutto e questa visita del Papa al Centro Astalli riuscirò a stento a raccontarvela a posteriori. Però c’è tutto un prima e anche questo prima non resisto alla tentazione di raccontarvelo.

C’è il prima degli operatori, quello che non posso mettere per iscritto: l’adrenalina, lo stress, i mugugni, ma anche le risate irrefrenabili di fronte all’imprevedibilità dell’assurdo che continua a prendersi gioco dei nostri programmi e dei nostri schemini. Ma c’è stato anche, ed ho avuto il privilegio di viverlo in parte, il prima dei rifugiati. Nei corridoi di Astalli già ieri si respirava una certa emozione. “Good. Very good”, mormoravano ieri due signori siriani incontrati a mensa firmando il libro di storie di rifugiati che tra poco regaleremo al Papa. “Grande!”, ha esclamato più sciolto Aweis, che vive la cosa come un evento di famiglia.

“Posso fare una firma bella?”. E’ solo una piccola rappresentanza casuale quella che ha avuto la possibilità di firmare il frontespizio di questo libro molto speciale. Qualcuno ha fatto molta fatica, non avendo dimestichezza con la penna: ma ci ha tenuto lo stesso. Qualche firma è piccolina, in un angolo. Altre si allargano, più spavalde. Un paio hanno aggiunto anche una riga di ringraziamento.

Quando questo post sarà pubblicato, tutte queste firme saranno tra le mani del Papa. E, come dirò in Chiesa (se non mi impappino), affidiamo tutti quelli che le hanno messe, tutti quelli che ci hanno regalato le storie che abbiamo scritto e tutti i rifugiati del mondo alla preghiera di Papa Francesco.

Sì, la preghiera. Ho imparato a prenderla più sul serio in questi anni. Lo ha detto anche Padre Pedro Arrupe, fondatore del JRS, nel suo ultimo discorso, tenuto a Bangkok nell’agosto 1981: “Vi dirò un’ultima cosa, e vi prego di non dimenticarla. Pregate. Pregate molto. Questi problemi non vengono risolti con l’azione umana”. Non potrei esprimere meglio l’insufficienza e lo smarrimento che si prova guardando da vicino un conflitto e le sue conseguenze. L’avete letto il lungo racconto di Domenico Quirico sulla Stampa, oggi? Ma anche voi, forse più numerosi, che ieri come me avete guardato Pechino Express per rilassarvi, avete visto il rifugio sotterraneo dove una famiglia è vissuta per sei anni? (A proposito: bravi gli autori ad avere inserito questo elemento in un reality senza troppe stonature). Ciò non toglie, però, che l’azione umana ci vuole ed è il compito quotidiano di tutti, ciascuno secondo la propria responsabilità.

Non mi piace


Non mi piace chi sgomita, in senso reale o figurato, perché è convinto di meritare qualcosa di più degli altri, a prescindere.

Non mi piace chi sbandiera disgrazie proprie e altrui come voci di curriculum.

Non mi piace chi se ne lava le mani.

Non mi piace chi omette o mente perché l’interlocutore, poverino, non capirebbe.

Non mi piace chi ha l’abitudine di inventare club segreti e riservati per qualunque fesseria.

Non mi piace chi, poi, dice: “Ma come potevo immaginare…”

Non mi piace chi piagnucola e si lamenta. Come dire che oggi non mi piaccio granché.

Riflessi


A Genova, alla Città dei Bambini, c’era una specie di specchio fatto per mischiare i riflessi. Due persone sui sedevano da una parte e dall’altra e la superficie rifletteva un’immagine composita. Meryem non voleva essere fotografata e mi ha boicottato. Sono riuscita comunque a rubare questo scatto. Ci sono soprattutto io, ma guardando bene si vedono i suoi occhi.

La settimana prossima inizierà le elementari e io non sono presente, soprattutto con la testa, quanto vorrei in questi giorni di attesa. La vedo ogni tanto grandissima, ogni tanto ancora piccola. Credo sarà così per tutta la vita a venire, sono sua madre. Però questa foto mi ricorda anche che, qualunque cosa succeda, in me e in tutte le cose che faccio ci sarà sempre un riflesso di lei. E anche in lei vedo riflessi improvvisi di me. Una risata, una smorfia, l’irrequietezza e, questa estate, il gusto di saltellare in giro di sorpresa in sorpresa.

Poi però ci alziamo dallo specchio magico e siamo due persone diverse, ognuna con il suo tragitto verso il futuro.