Domenica di luglio ai giardinetti. Il sonoro.


"Yuppì yuppì". Robusto genitore francofono galvanizza le figlie sull'altalena.

Mamma sportiva, inconfutabilmente americana. "Uahoooo! Gogogo!", intervallato da istruzioni precise, tempestive e essenziali: "Put your hands on that rope. There is a swing free: now, run". 

Padre romano, leggermente ansimante e scoglionato: "Attento qui. Abbassati… bravo. Te l'avevo detto. Facciamo questo, è più bello. Fai questo, no? Guarda che questo scivolo è più grande… Piano, Ludovico. Fai attenzione. Lasciali perdere, i sassi. Non sono divertenti, i sassi".

Mamma (o zia?) scollacciata e vagamente fashion, con tre bimbi al seguito (e la nonna di supporto): "Ma chi me l'ha fatto fare di portavi tutti e tre?". Tempo di resistenza: 4 minuti scarsi.

Neogenitori presi e compresi. Posizionano a quattro mani la bimba sull'altalena, dopo aver disqisito su quale delle due disponibili fosse più pulita. La spingono a turno. Parlano fitto fitto delle espressioni facciali della piccola. "Che dici? Avrà sete? Ora mi pare un po' spaventata. Hai visto? Ha aperto la bocca" (segue, per buoni 15 minuti, a voci alterne).

Meryem è assorta in un minuzioso lavoro solitario di spolveratura della base dello scivolo con una piuma di piccione rinvenuta strada facendo. Cappellino rosa in testa, la distinguo appena attraverso la nuvola di polvere che ha sollevato. Per una volta non devo preoccuparmi della reazione di madri e nonne apprensive. Il parco è semivuoto e per lo più popolato da padri. Tutta un'altra vita. Piuttosto mi chiedo come mai quest'anno Roma sembra essersi svuotata molto prima del solito. Sarò l'unica a non possedere e utilizzare una casa al mare? Sarò l'unica a non ritenere che una bambina sana di quattro anni possa affrontare il calore di una giornata estiva all'aperto, anche se non ci si sposta in macchina? A volte mi sembra di sì. 

Collaborazione


Questo venerdì mi ha profondamente innervosito, in primis sul lavoro. Il tema di oggi è: collaborazione. Fra colleghi, fra persone, fra associazioni, fra donne. Oggi, dalle prime luci dell'alba, ho potuto fare una sorta di catalogo di collaborazioni mancate, dalla diffidenza all'aperto boicottaggio, passando per tutte le sfumature di omissione strategica. Ecco, questa cosa mi fa inferocire. Ma non solo e non tanto perché danneggia me, o piuttosto il mio lavoro e quello di altri. Soprattutto perché mi sfugge proprio il punto. Io istintivamente collaboro, pure troppo. Salvo magari pentirmene. 
Cercando di sbollire dalla rabbia che mi ottenebra ormai da ore, guardando il più freddamente possibile (non tanto freddamente, ad essere onesta) a queste diverse situazioni, mi sono chiesta se c'è qualcosa che le accomuna. Forse l'ansia di essere e restare protagonisti incontrastati. Intendiamoci, anche io da quel lato zoppico vistosamente. Mi piace quando emergo per le mie idee. Quando posso dare un'impronta inconfondibile e personale a qualcosa. Ma ho anche imparato che in molti casi si fa di più e meglio scegliendosi un ruolo diverso da quello di leader, mettendo a dispsizione un contributo magari più limitato ma più puntuale. Forse, almeno sul lavoro, mi sento ormai abbastanza sicura di me da non avere bisogno di emergere a scapito di qualcun altro. Non mi sento minacciata dalle collaborazioni. Non mi offendo se le mie posizioni non sono sempre quelle scelte dal gruppo. E, se posso, cerco anche di dare una mano e supportare il lavoro di altri, soprattutto se li stimo.
Questo è vero sul lavoro. Non altrettanto, evidentemente, sul piano personale. Familiare (urgh). Affettivo (straurgh). Della genitorialità (e qui stendiamo un velo pietoso, o anche un drappo damascato). No, fuori dall'ufficio la mia sicurezza cala in modo drastico e pericoloso. E, anche lì, il conflitto è in agguato, permanentemente.

Il tempo dei ginn


014Siamo arrivati alla seconda puntata della CaT e Barbara ci interroga sul tempo. Sul tempo che dedichiamo o vorremmo dedicare alla felicità. Ci penso da questa mattina e per una volta mi sento di dire: no, non è il tempo il mio problema. Non mi sento di dire che non ho tempo. Lavoro tutto il giorno, naturalmente. Ma a parte questo non sono affannata per il tempo che mi manca. Piuttosto a volte mi manca la voglia. Mi manca l'essenza della felicità, per così dire.
Stamattina Nizam, vedendomi scarmigliata e un po' isterica (ripensandoci una piccola dilatazione di tempo sarebbe utile, la mattina: giusto un'oretta in più tra le 8 e le 8 e mezzo, magari sottraendola alle lunghe serate), vedendomi, dicevo, ha mormorato un modo di dire turco che suona tipo: "L'ha colpita un ginn" (sempre che io traduca correttamente). Il ginn è uno spirito, un demone. La collisione con il ginn lascia evidentemente l'interessato con un'aria stralunata e i capelli dritti. Ecco, in questo periodo non ho nessuna voglia di lentezza. Però di gioia, di entusiasmo sì. Quello mi manca. E non mi dispiace sbattere contro i più diversi ginn (recentemente poi ne ho conosciuto uno davvero delizioso): in fondo sono il sale della vita. Però vorrei riuscire a riderne un po' di più di quanto non faccia ora.
Qui forse sta il punto dolente. Si ride meglio in compagnia. E io, ultimamente, sono un po' troppo sola per i miei gusti. Se quindi dovessi desiderare del tempo, desidererei del tempo da condividere con altri. Del tempo affollato, caciarone, pieno di imprevisti e di cose non programmate. Già, perché la pianificazione, la routine saranno pure belle cose. Utilissime, quando si cresce un bambino piccolo. Ma io la felicità non riesco a immaginarmela se non caotica. Morale? Lancio un messaggio ai ginn di passaggio: colpitemi sempre, colpitemi forte. Anche quando avrei la tentazione di continuare a dormire.

Me la merito?


Da quando ho incrociato sul web Barbara Mammafelice mi trovo a fare riflessioni che non mi verrebbero spontanee. Ma lo stesso mi capita anche per altri incontri sul web (e poi nella vita reale): mi sono trovata a ragionare di pubblicità, di comunicazione, di abbinamenti di vestiti… Non è questo il bello del web? Ma non divaghiamo.
Anche quest'anno dunque inizia la Caccia al Tesoro di Mammafelice, intitolata "Sogni e desideri": il primo tema proposto è: Me la merito la felicità, perché…
La felicità è meritocratica? Istintivamente direi di no, ma forse in un certo senso sì. Non si tratta di fortuna, ma di impegno. Credo che sia questione soprattutto di manutenzione emotiva. Bisognerebbe essere capaci di fare quotidianamente pulizia di tutti i piccoli rancori, invidie, lagne, vittimismi che rendono la vita nostra e di chi ci sta vicino decisamente poco piacevole. Dico "piccoli" a ragion veduta. Sono le cose piccole che fanno la differenza, nel bene ma anche nel male. Le cose grandi sono proprio una questione di sorte. Quelle piccole sono più spesso scelte. Che sommate portano con se anche cambiamenti grandi. Ma non è neanche così necessario.
Mi richiamo ancora una volta all'ordine. Mi si chiedeva di parlare in modo specifico di me. Me la merito, la felicità? O meglio, visto che Barbara è a priori convinta di sì, perché me la meriterei? Quali sono i miei talenti e le mie qualità?

Ho una bella testa, la uso abbastanza (con paurosi cedimenti quando si tratta di sentimenti, ma va bene così).
Sono curiosa.
Sebbene resti una timida patologica, in alcune circostanze riesco ad essere brillante.
Invecchiando sono diventata più flessibile, anche se la rigidità resta un punto critico.
Mi emoziono molto.
Sono abbastanza irascibile, ma non porto rancore, con pochissime eccezioni (me ne vengono in mente solo tre o quattro in tutta la mia vita: un giorno bisognerà lavorare anche su quelle). 
Mi scoraggio in fretta, ma mi riprendo anche abbastanza in fretta.
Sono sempre puntuale (semmai in anticipo), prendo sul serio gli impegni (pure troppo).
Qualche tentativo di miglioramento di me stessa lo faccio. Non sempre sono tentativi di successo, ma li faccio comunque.
Lavoro costantemente per non sentirmi una vittima né una martire. Ci sono stati momenti in cui non è stato facile, anche perché anche altri mi vedevano come tale. Ma so che cedere a questa lusinga, sempre in agguato, sarebbe un'ipoteca spaventosa sulla mia felicità. Quindi combatto.

Coccodrilli di pietra e mari di fuoco


"Bambina, vuoi giocare con me?". Meryem non abborda mai nessuno, al parco, ma per fortuna ora quando viene abbordata solitamente ci sta. Al parco giochi di San Paolo oggi si è lanciata in un gioco fantastico con un bel gruppetto di bambini. Per oltre un'ora si sono arrampicati su e giù per il castello delle Twinx (sic!) con accessori fondamentali, messi in comune dai partecipanti: bamboletta che piange, gattino (orrendo) di pelouche, due penne di uccello, una bottiglia di acqua minerale piccola e una grande, un giornalino di stickers. Lei e la bambina che l'ha abbordata, Sofia, erano le "Twinx volanti". Poi c'erano un paio di principi, un capitano (poi promosso principe anche lui) e infine un'inquietante coppia di mummie (nella persona di due biondi gemelli) e un vampiro. Nelle ultime concitate fasi, le mummie tornavano umane, ma si trovavamo a combattere contro dei coccodrilli di pietra in un mare di fuoco. Io, mentre leggevo persino alcune pagine del libro che mi ero portata (Sognando Palestina, di Randa Ghazi), seguivo con la coda nell'occhio le vicende e fungevo anche da deposito dei beni delle Twinx, nonché da coach del più piccolo dei principi ("Ma se il vampiro mi mangia?" "Ma no, che non ti mangia, tesoro"). Speriamo che le stesse dinamiche positive scattino domani al centro estivo…

Disordine


Che brutte queste serate in cui arrivo al tramonto con le lacrime agli occhi e poi, appena Meryem dorme, pasticcio con il cibo, mi rimbecillisco davanti al computer o faccio zapping stancamete, senza decidermi ad andare a letto. Del resto sul letto c'è una scatola intera di calzini spaiati da esaminare, riabbinare, mettere a posto, o più probabilmente, ancora una volta, spostare. 

Solo per addetti ai lavori


Una volta mi è stato fatto notare che ho la tendenza a saltare i passaggi nel raccontare e a dare per scontato che chi mi ascolta sappia di cosa parlo. In effetti è vero, ma nel mio ufficio sono in ottima compagnia. Tre di noi lavorano gomito a gomito da nove anni (più o meno). Praticamente ci leggiamo nel pensiero. Quindi, ogni volta che c'è un nuovo arrivo nel team (in questo caso una sostituzione per maternità), noi ci sforziamo di essere didascalici o almeno intellegibili. Ma non sempre ci si riesce. L'aggravante è che, più che usare termini tecnici (che pure ci sono, per carità), noi tendiamo a usare definizioni scherzose, allusioni a aneddoti improbabili, riferimenti a situazioni surreali, vere o di fantasia, soprattutto con lo scopo di alleggerire un clima che a tratti rischierebbe di diventare un po' tetro (non ci occupiamo di storie particolarmente allegre). L'effetto collaterale è che i nuovi arrivati ben presto si convincono che qualunque assurdità abbia un senso, che prima o poi sarà decifrato, e che dunque la strategia migliore è ostentare indifferenza e cercare di calarsi nel clima. Ormai dunque non battono ciglio sentendo frasi tipo "Prendimi una copia del rapporto nella Batcaverna" o "se chiama la Principessa avvertimi". 
Un aggravante è il livello di inquinamento acustico del nostro ufficio, in cui abbiamo tutti un po' la tendenza a urlare al telefono, rendendo i colleghi delle stanzeadiacenti partecipi di conversazioni rese ancor più esilaranti dal fatto che non si colgono le risposte dell'interlocutore. Un esempio? "No, l'aquila non va bene. No, l'aquila no. Ti serve il cammello. CAM-ME-LLO! Sì passa alle tre. No, IO mi raccomando" (trascrizione fedele di una delle ultime che ho sentito). Siamo dunque tutti un po' sordi, ma allo stesso tempo abituati a captare, commentare e eventualmente partecipare (solitamente a sproposito) alle conversazioni altrui.
Oggi era una di quelle giornate in cui non si può che prenderla a ridere. Dopo una serie di contrattempi difficilmente descrivibili, iniziamo con un'ora e passa di ritardo una riunione rimandata da giorni e non più rimandabile. Dopo qualche minuto, sebbene avessimo pregato di non passarci telefonate, arriva l'urlo: "Chiara, ti cercano da Londra". Io farfuglio tra me qualcosa tipo "è tre giorni che chiamano, meglio che capisco chi è" e faccio un salto a rispondere, inciampando in due sedie e sparendo nel mio ufficio accompagnata da una serie di rumori sinistri degni di un fumetto di Supergulp (Sbang! Clang! Thump" Tlin!). Qualche minuto dopo torno al tavolo. "La bambina sta bene?", mi chiede una collega. Io, un po' sorpresa: "Sì, che io sappia. Perché?". "Ah, credevo ti chiamassero dal nido". Ora: soprassedendo sul fatto che mia figlia non va più al nido, ma cosa poteva farle pensare che ogni mattina io la portassi a Londra? Non voglio divagare troppo dall'argomento della riunione, ma non resisto. Glielo chiedo. "Londra? Aaaahaaa. Avevo capito 'La Ronda'". La Ronda? E che razza di nome sarebbe per un asilo nido? Vabbè che io sono strana, ma francamente… Incrocio lo sguardo implorante del mio capo e non approfondisco. 

Challenges


Una giornata da dimenticare. Meryem pare abbia deciso di smettere per sempre di ascoltarmi. Una roba da impazzire. Aggiungiamo un paio di vecchie abitudini riemerse con la bella stagione, tipo la sveglia alle 6 scarse del mattino. Ultimo tocco: ha deciso che non vuole più il pannolino di notte. Ok, legittimo. Peccato che, le piaccia o no, non è pronta, forse anche perché continua ad andare a letto (o, se non la metto a letto, a crollare addormentata) non più tardi delle otto e mezzo. Per quanto ritenga che sia più saggio aspettare che riesca a svegliarsi con il pannolino asciutto, ho deciso di cedere a questa sua esigenza (aggiungendo quindi quelle simpatiche due alzate pipì di cui farei volentieri a meno). 
Però stasera, mettendola a letto, credo di aver capito una parte del problema. Si parlava della giornata trascorsa, commentando insieme i momenti più critici e le relative punizioni che ha vinto. Meryem a un certo punto osserva: "Però tu non mi obbedisci!". In che senso, Guerrigliera? "Vedi mamma: quando io parlo io ti dò le regole. Ma tu non le segui". Conto fino a dieci e poi spiego. Non so se ha capito tutto, ma il concetto era: tesoro, dare le regole è una responsabilità e fa parte del mio lavoro di mamma. E' il mio lavoro, non il tuo. E considerati fortunata, perché non è un lavoro divertente. Lei pare aver colto e mi racconta di quando si è spaventata perché Silvana la spingeva troppo forte sull'altalena. "Lo avevo detto io di spingermi più forte. Però mi ero sbagliata". Ecco, appunto. Poi si parla della sicurezza in macchina, una delle croci di oggi. Si disquisisce dell'impossibilità di sedere davanti, le faccio notare che non lo fa neanche il cuginetto di 7 anni, che pure è più alto di lei. Le spiego che quando sarà alta come la cuginetta grande, allora potrà. E che quando sarà grande come i cuginoni figli di zia Vittoria, potrà anche guidare. Ma ora no. Capisco che si divertirebbe di più, ma se poi succede qualcosa sarebbe responsabilità mia. E allora il lavoro della mamma, in questo caso, è dire no,senza trattative. "Ma quando ti dico che voglio vedere i cartoni mentre stai cucinando tu mi senti?". Tesoro, mamma ti sente sempre. Poi pensa se può accontentarti o no. Magari ti dice "Non ora". Che non è come dire no. Vuol dire che ti ho ascoltata, che so cosa vorresti e che cercherò di accontentarti nella misura del possibile, ma magari in un momento più appropriato. 
Una discussione estenuante, ma che mi ha lasciato almeno l'illusione di aver fatto qualche progresso. "Mamma, quando andiamo in Sardegna ti prometto che mi siedo dietro con la cintura". Ci mancherebbe altro. Ma per questa performance con la Guerrigliera mi merito una menzione speciale nella campagna Se lo ami, legalo.

  I blog per la sicurezza  

No Cash


Su ispirazione di un'amica, di impulso, ho aderito alla No Cash Week. Premetto che, dato lo stato attuale delle mie finanze, forse avrei fatto meglio ad aderire alla Settimana del Baratto o alla Settimana per l'Usufrutto di Donazioni di Generosi Benefattori. Ma, seguendo il principio del "lontano dagli occhi, lontano dal cuore", non posso negare di preferire il pagamento con il bancomat a quello che prevede la visulaizzazione impietosa dell'esatto importo che mi sta salutando per sempre, magari per pagare una bolletta (che non ti dà neanche la soddisfazione di toccare con mano l'acquisto).
Se devo pensare a come è cambiata la mia vita da quando ho iniziato a usufruire dei pagamenti no cash, mi vengono in mente i viaggi di quando ero ragazza. Alzi la mano chi non ha provato l'ebbrezza di fissarsi con una spilla da balia una bustina di stoffa all'interno dei pantaloni. Mia madre le confezionava apposta le bustine del tesoro, utilizzando i vecchi fazzoletti di stoffa di mio padre (altro articolo in via di estinzione). E poi il brivido del cambio all'estero (penso soprattutto a prima dell'avvento degli euro): li cambio? li cambio tutti? ne cambio un pochino?
Vogliamo parlare dei travel cheques? Io personalmente non li ho mai utilizzati, ma ho in mente indelebile il ricordo di un amico di famiglia che, munito di questa comodissima forma di trasporto di valuta, si diresse fiducioso all'ufficio postale di Mljet, deliziosa isola selvaggia che oggi è in Croazia e, all'epoca dei fatti, in Yugoslavia. Tornò con svariate buste di plastica di dinari, che peraltro nessuno gradiva come pagamento per l'impressionante rapidità con cui si svalutavano ("accettiamo solo marchi, grazie").
La prima volta che ho usato, con un certo timore, il bancomat all'estero mi trovavo a Istanbul, sponda asiatica. Mi sembrava impossibile che potesse essere così semplice. E invece sì, lo era. Niente bustina, niente calcoli sul quadernetto di viaggio. Tocca solo ricordarsi il pin. Ci pareva complicato. Ce lo scrivevamo ovunque, ci allenavamo a ripeterlo a intervalli regolari, certi che ci sarebbe sfuggito al momento cruciale. Ma ora i pin fanno parte della nostra vita: hanno preso felicemente il posto prima occupato dai numeri di telefono che sapevamo a memoria.

P.S. Se vi va, votatemi nel contest!

Articolo 3


"E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese".

Ogni tanto, negli anni scorsi, mi è capitato di partecipare a presìdi davanti a Montecitorio. Delle robe che avrebbero mandato in sollucchero Sfelix Mac Depress. Partecipanti: 6/7. Striscioni: 1. Occasioni in cui, se mai avessi avuto il dubbio che delle tue cause il mondo se ne sbatte, ecco, ne avevi la certezza. Imbarazzo profondo. Sorrisi nervosi tra i partecipanti, per lo più colleghi. Regolarmente me ne andavo con la precisa sensazione di essere idiota. Magari non proprio l'unica idiota al mondo, ma in una compagnia sparuta, sicuramente. 

Oggi, con la mobilitazione "I diritti alzano la voce", è stata tutta un'altra storia. Sono arrivata in una piazza stracolma, colorata, rumorosissima. Per trovarci abbiamo dovuto chiamarci al cellulare. Più volte. Già questo era un'esperienza nuova. "I diritti sociali non sono privilegi". "Sviluppo e coesione non si fanno con l'elemosina". "In Italia sono più importanti i diritti tv che i diritti sociali". "Chi nega i diritti cancella le persone". Così recitavano i cartelli, e chi li portava ne era furiosamente convinto. Un popolo certamente non abituato a scendere in piazza, ma quando ci vuole ci vuole. "La politica che non ci tutela non ci rappresenta", c'era scritto su un foglio al collo di una signora. Ogni tanto partiva qualche coro, rivolto per l'appunto ai sedicenti rappresentanti del popolo che tagliano senza pudore sulla spesa sociale, con l'idea di rendere la marginalità, il disagio, l'handicap un fatto privato. Chi può si arrangi in casa. Chi no, pazienza. "Buffoni, buffoni! Vergogna! Vergogna!". La zelante signorina che traduceva gli interventi nel linguaggio dei segni scandiva a grandi gesti anche gli insulti, affinché tutti fossero ugualmente partecipi anche dell'indignazione.

"Un governo non può permettersi di trattare i propri cittadini con tanta sufficienza". Questa frase mi ha colpito più di ogni altra, perché forse è proprio questo il punto. Personalmente sono stanca di politici che alzano le spalle, che ti spiegano le cose in modo facile senza fare numeri perché altrimenti non capisci, che la sanno lunga e tu, profano, non puoi pretendere di immischiarti troppo di queste cose. Più ancora dell'ignoranza, dell'incompetenza di questa classe politica, quella che offende è la sufficienza. La mancanza di rispetto per le nostre professionalità e intelligenze, per le nostre comunità, per le nostre città, per la nostra Repubblica, che ha – non dobbiamo stancarci di ripeterlo – una splendida Costituzione. Dove non c'è scritto che i cittadini sono uguali, ma che è preciso compito della Repubblica renderli tali, rimuovendo gli ostacoli. In pratica, nei fatti.