Mother’s little helper


Difficilmente vado dal mio medico. Riceve in orari poco compatibili, c’è sempre un sacco di fila e, non ultimo, ha in cura tutta la mia famiglia, tata compresa. Insomma, devo essere proprio moribonda. Ieri, dopo tre giorni di febbrone serale e alla fine anche diurno, lo ero. Quando mi ha ricevuto, il mio messaggio è stato chiaro ed essenziale: “Sì, ho la tosse, ho la febbre, ma soprattutto mi deve rimettere in piedi. Ora. Devo passare il weekend con una bambina di 4 anni piena di energie”. Il dottor C. è un tipo pacato, di poche parole. Appurato al primo sguardo che ho una laringotracheite, mi ha rapidamente prescritto le seguenti cose: pasticconi di antibiotico formato famiglia, lo sciroppo per la tosse più cattivo del mondo e il “tiramisù”. Ecco, già vi vedo: state pensando male. Ma il dottor C. è un professionista integerrimo. Quindi l’aiutino consiste in fialette a base di una roba chiamata Q10. Costosetta, a dire il vero. La farmacista mi ha rassicurato sul fatto che tutte le mie cellule respireranno meglio. A me l’immagine, francamente, non diceva granché. Le ho spiegato la richiesta alla base della prescrizione. “Ah, allora va benissimo. Continuerai a star male, ma non te ne accorgerai”. Ecco, l’obiettivo è precisamente quello. Speriamo che funzioni. Grazie in anticipo, dottor C.

Applauso


Oggi Meryem andava a teatro a vedere Don Chisciotte. Non sono convintissima che lo spettacolo fosse adatto, visto che domani andrà a vederlo mio nipote, decisamente più grande. Lei, interrogata, non era prodiga di particolari. Ricordava un tal Sancio Panza e poi che c’era un cavallo, “ma non ricordo come si chiamava”. E poi? “Basta”. Poi ci pensa e si sente in dovere di aggiungere: “Però abbiamo applauso tanto. Così”. E fa del suo meglio per simulare l’effetto di una scolaresca entusiasta. Mi sa tanto che abbiamo vissuto un’esperienza simile… (vedi post precedente).

Arte contemporanea


“Ecco, vi dirò, io non ci ho capito un c…”. “Ehm, in effetti…”. “Ma non è che uno proprio debba capire. E’ più l’insieme, ecco. La sensazione”. “Vabbè, però, magari un pochino…”. “Ma secondo voi erano tutte morte quelle?” “Ma no, credo che fossero solo in esilio”. “Però qualcuno era morto. Almeno una”. “Forse hai ragione”. “Certo, meno male che non durava tanto. Più di questo, sinceramente…”. “Ma se tu russavi già a metà spettacolo!”. “Ma no, non è che russavo. Respiravo profondamente”. “Comunque date retta a me, lui come psicanalista è proprio bravo. Affascinante. E poi lo vedi come si muove?”. “Sarà”. “Certo che per essere uno spettacolo teatrale, se fosse stato un po’ più comunicativo non avrebbe guastato, ecco”.
Recensioni estemporanee davanti a una pizza e una birra. La parte più godibile della serata.

Rifugiati, istantanee


Paola in un commento al post precedente e altri, in commenti o a voce, mi chiedono di parlare di più di rifugiati. Il mio primo blog, nel 2004, ne parlava in modo esclusivo. Alcune cose oggi non le scriverei in quel modo. Ma altre sì. Allora ho deciso di regalare ai miei pochi, ma affezionati lettori, una riedizione di alcuni di quei vecchi post. Senza riscriverli, così com’erano allora. Tipo “contenuti speciali”.

30/07/2004 – Women first
Autobus 95, sei di sera. E’ estate, ma è affollato lo stesso. In piedi, vicino alla porta, non posso fare a meno di guardare due ragazzi che parlano arabo. Sono malvestiti, come se dormissero per strada. Uno dei due, in particolare, sembra malato o drogato. Se me li trovassi accanto mentre cammino per strada da sola, cambierei marciapiede. Uno dei due all’improvviso scatta in piedi e si rivolge verso di me. Per un attimo penso che mi conosca. Invece no. “Prego, siedi”, mi dice in italiano stentato. Poi lascia la conversazione all’amico, rimasto seduto e più padrone della lingua. Mi siedo e ringrazio. “Scusa se non ho pensato io. E’ che sono malato. E poi lui ha pensato prima”. Ringrazio ancora. “Così riposi un po’”, aggiunge ancora. “Non ci sono abituata”, scherzo io, “nessuno mi cede il posto, di solito”. O meglio, solo gli stranieri. Ma questo non faccio in tempo a dirlo. “La donna viene prima, in tutti i paesi del mondo”, mi spiazza lui. A quel punto chiedo da dove vengono. Il mio interlocutore è algerino, quello che mi ha ceduto il posto è tunisino. Dopo poche fermate anche il secondo si alza. Devono scendere. Ringrazio ancora. Mi sorridono, un po’ timidamente. “Buona fortuna”, aggiunge uno dei due. “Forse ci vediamo ancora”.

26/08/2004 – Rivincite
Moussa era l’alunno più affezionato e difficile di Dafne. Timido, sorridente, ma apparentemente refrattario ad imparare la nostra lingua. Dafne ce la metteva davvero tutta: gesticolava, cantava, gli saltellava intorno, inventava scenette e disegnini. Soprattutto andava fuori dai gangheri quando gli altri studenti lo prendevano in giro perché era più lento di loro e non reagiva mai. Un giorno Dafne mi si presenta con un sorriso largo fino alle orecchie. Moussa aveva reagito. Stava scrivendo qualcosa alla lavagna, gli altri ridacchiavano come al solito. Lui si è voltato verso la classe e ha detto, forte e chiaro: “Silenzio!”. Sono passati due anni da allora. Ieri ho rivisto Moussa. Sapevo che aveva trovato un lavoro, a dispetto di chi non avrebbe scommesso una lira sulle sue capacità di integrazione. Con il suo sorriso largo e timido mi ha presentato la sua famiglia: una moglie stupenda, due ragazzi già grandi e forti, dalle braccia lunghe. E’ riuscito a farli arrivare in Italia e presto si trasferiranno nella loro casa. Ieri sera ho telefonato a Dafne. Mi sembrava giusto che lo sapesse…

24/09/2004 – Bonne chance
Oggi ho saputo che Bertrand andrà a Vicenza a cercare lavoro. Sono contenta. E’ una delle molte persone che sono stata particolarmente felice di incontrare. Veniva alla scuola di italiano del Centro Astalli e mi ricordo che lo prendevo in giro per il suo modo molto francese di dire “presente”: il suo insegnante Massimo non riusciva a correggerlo e in fondo non ci si applicava molto, perché il suo irrefrenabile senso estetico si compiaceva di quell’accento tanto “chic”. Bertrand una volta mi ha raccontato del lavoro che faceva in Camerun: per molti anni è stato guardia forestale, girava per i parchi naturali del suo paese e faceva azione di sensibilizzazione nei villaggi per scoraggiare i bracconieri. Una vita da film, di cui parlava con gli occhi accesi di entusiasmo e nostalgia. Appena lo hanno riconosciuto rifugiato è andato di corsa a respirare un po’ di Africa, come un pesce fuor d’acqua: non in Camerun, naturalmente, dove non potrà tornare più, ma in Togo, dove ha anche una parte della sua famiglia. E’ tornato con buste di bellissimi vestiti dipinti a mano, una pennellata d’Africa per i suoi amici romani. Il giorno dopo avermi regalato il mio è tornato in ufficio preoccupatissimo: “Non lo mettere in lavatrice!”. Ora se ne va al nord, in cerca di un lavoro e di una vita tranquilla. Parte con il suo sorriso buono e le sue camicie colorate. Speriamo che non abbia troppo freddo.

28/09/2004 – Irregolari
“Tu fai tutto non regolare!”. Così mi diceva Yassin, guardandomi mentre mi districavo impacciata tra i vassoi della mensa. Da che pulpito viene la predica, ho pensato io. Ma, come mi è stato fatto notare in seguito, l’osservazione è profondamente motivata: Yassin è forse irregolare per documenti, per status giuridico, insomma per una situazione imposta dall’esterno. Io sono irregolare dentro, per condizione esistenziale. Mi è rimasto un bel ricordo di quel primi pomeriggi caldissimi passati tra la cucina e il corridoio del Centro Astalli, a chiacchierare con Yassin e con i suoi amici di passaggio mentre si serviva da mangiare. Mi è rimasto anche un regalo di Yassin: una mappa del Kurdistan, cioè la mappa di uno stato che non c’è. Più irregolare di così… E’ stata appesa per un bel pezzo sulla parete della cella di un carcere. Poi è stata regalata, da amico a amico, fino ad arrivare nelle mie mani. Prime mani di donna e prime mani di italiana. Ne sono molto fiera.

30/11/2004 – Schiavo, semplicemente
Ch. sembra più giovane della sua età ed ha un sorriso timidissimo. Ci conosciamo ormai da due anni e non c’è stato verso di convincerlo a darmi del tu. Anche quando faceva una fatica improba ad esprimersi in italiano, si ostinava a darmi dei lei e chiamarmi rigorosamente “signora”. Di lui non sapevo granché. Veniva a scuola di italiano, diligentissimo. Quando è arrivato, alla domanda “Quanti anni di scuola hai fatto al tuo paese”, ha risposto con un semplice “Jamais”. Mai andato a scuola. A giugno scorso è venuto a trovarmi in ufficio, un po’ emozionato. Non voleva farmi perdere tempo, ma ci teneva a farmi vedere il diploma di terza media, il primo titolo di studio della sua vita. Ora sta studiando per prendere la patente europea del computer e frequenta, da uditore, un istituto professionale per diventare meccanico. In quell’occasione, l’ho aiutato a compilare una domanda di ammissione a un corso professionale. Serviva un curriculum, allora gli ho fatto qualche domanda sulla sua vita lavorativa. Mi ha detto che faceva il domestico. “Per quanti anni hai lavorato?”, gli ho chiesto io. “Più di 10 anni”, mi ha risposto con la solita disarmante semplicità. Ho guardato la sua data di nascita. Non sono brava in matematica, ma lui adesso, dopo due anni trascorsi in Italia, ha circa 20 anni. Ciò significa che ne aveva 8 quando ha iniziato a “lavorare” da domestico. Qualche tempo dopo ci ha raccontato meglio di quando, bambino, era stato rapito dal suo villaggio da una milizia ed era diventato uno schiavo in una casa da cui solo molti anni dopo è riuscito a scappare avventurosamente. Questa stessa storia, incredibile anche per noi che pure per lavoro siamo consapevoli che queste cose succedono, Ch. ha accettato di raccontarla, giovedì, agli alunni di un liceo di Roma. A me, che l’ho conosciuto timido, sempre zitto, con gli occhi fissi a terra, questo sembra un piccolo miracolo. Ma ancora più importanti sono i miracoli che in questi mesi Ch. è riuscito a realizzare con il suo impegno costante e silenzioso, nonostante tutte le difficoltà. 

20/12/2004 – Aspettative
Nei mesi scorsi abbiamo organizzato degli incontri di orientamento al mondo del lavoro per richiedenti asilo e rifugiati. All’inizio abbiamo fatto compilare dei questionari molto semplici, per aiutarli a mettere a fuoco quello che si aspettavano da una settimana di attività insieme. Alcuni li ho tenuti. Sono scritti un po’ in italiano, un po’ in inglese. Una parte prevedeva delle frasi da completare. Ne riporto qualcuna

non sono sicuro… se l’autobus viene o no

non sono sicuro… che succedere per futuro

non so come… sarà mia vita in Italia

non so come… to parlare italiano

vorrei… sto bene

vorrei… koko [cioè co.co.co., contratto di collaborazione coordinata e continuativa]

cosa vuol dire…. l’espressione “ragazzi di colore”? perché non si può chiamare un africano “africano” invece di chiamarlo “ragazzo di colore”?

ho paura…. non ho paura di nulla. a parte la violenza

ho paura di… la vita.

25/5/2005 – Non sono mica stupido
Ieri parlavo con un uomo camerunese, ospite del centro di accoglienza dove lavoro. E’ stato uno dei colloqui più dolorosi che abbia mai sostenuto. Lui, che al suo paese ha studiato diritto internazionale, è assolutamente sconvolto del non-sistema che ha trovato qui. Non riesce a crederci, semplicemente. “Non sono uno stupido, io ho studiato, conosco i miei diritti”, continuava a ripetere. “Chi chiede protezione deve essere tutelato dal governo dello stato dove arriva, non può essere sbattuto qua e là, contando sulla buona volontà e la carità di pochi”. E’ talmente fuori di sé che ha deciso di ripartire. Per dove, non lo sa. Ho cercato di spiegargli che nessun altro paese d’Europa lo accoglierà e che alla fine sarà rispedito qui, in Italia, magari dopo aver perso altri anni preziosi. Lui mi ha guardato disperato e mi ha detto, articolando bene ogni sillaba: “In Italia non c’è niente per me. Andare via, anche morire, per me è meglio di questo niente”. Sono tornata a casa, ieri sera, vergognandomi profondamente di essere italiana.

28/7/2005 – Ripartire, in salita
Ha un sorriso splendido, contagioso. Una personalità travolgente, una vivacità irrefrenabile. Le è costato molto riaccendere quel sorriso: C. nel suo paese è stata torturata. Quando è arrivata in Italia, dove è stata riconosciuta rifugiata, era distrutta nell’anima oltre che nel corpo. E poi, una volta qui, suo marito l’ha lasciata. Se ne è andato a Bologna con una testimone di Geova. Quando frequentava il corso di formazione professionale dove l’ho conosciuta, sempre seduta al primo banco, sempre pronta a intervenire nelle discussioni, C. era rinata. “Ho qualcosa che dà un senso alle mie giornate”, raccontava. Anche i malesseri fisici che la tormentavano sembravano spariti. Ma adesso il corso è finito. E lei si sente di nuovo al capolinea. Non riesce a trovare un lavoro e per giunta non può fare lavori troppo pesanti, come conseguenza dei traumi subiti in patria. Di nuovo non riesce a immaginare un futuro. Ha solo 30 anni. E al suo paese, lontano, ha lasciato quattro figli.

25/9/2005 – Nuclei familiari
Ma allora è proprio un revival di via Zurla! Dopo aver incontrato Maimuna qualche giorno fa, ieri chi vado a incrociare scendendo dall’otto? Il signor Piri! Mai avrei pensato di rimpiangere quei mesi di lavoro ingrato, chiusa in un seminterrato a tu per tu con cumuli di lenzuola sporche e bacarozzi. Loro, gli ospiti, soggiornavano saldamente sopra la tua testa. Quando si dice che un centro di accoglienza è per “nuclei familiari” non si rende davvero l’idea. Nel bene e nel male. Oggi mi va di pensare al bene. Alle risate dei bambini che ti piombano in ufficio perché vogliono disegnare con il computer. Alle corse su e giù per e scale. Ai meravigliosi angoli di intimità che quelle porte, teoricamente sempre aperte, in realtà nascondevano. Alla fine non c’era una stanza uguale all’altra. Il signor Piri che tornava con le buste della spesa da Piazza Vittorio. La signora Piri che mi regalava lo yogurth fatto, incredibilmente, con il latte a lunga conservazione (mai credevo che fosse possibile). Le sfilate di moda in garage quando arrivavano in regalo dei vestiti. Le liste della spesa “straordinarie” quando c’erano compleanni e feste comandate delle più varie religioni. La domenica mattina, quando il giovane papà kossovaro si affacciava sulle scale con la sua bimba in braccio, tanto biondi e innocenti che alla fine tendevi a dimenticare che la bimba suddetta era solita lanciare giocattoli dalla finestra sulle macchine parcheggiate. Con il triciclo aveva quasi fatto secco un passante. Il piatto di ziginì con l’uovo che la signora Mohamed ti lasciava sul tavolo i pomeriggi di ramadan. E, ancora, il sorriso di Spresa, che non avrebbe mai lasciato, in fondo, quel violento di suo marito. E tutti lo sapevamo. Ma ciò non toglieva che avremmo tanto voluto un’altra vita per lei. Come per tutti gli altri. 

12/1/2006 – Unhappy ending
S. era sempre stato piuttosto magro, ma quando ha smesso di mangiare per giorni sembrava sul punto di crollare. Tutti i ragazzi del centro di accoglienza erano preoccupati. Lui era duro, inconvincibile e implacabile: voleva morire di fame. Alla fine non l’ha fatto. Io però sono sempre rimasta scossa dal lampo di dolore e di determinazione cocciuta che più di una volta ho letto nei suoi occhi scuri. Certo è una delle persone più sofferenti che mi sia capitato di incontrare. “Mica è stupido”, ha detto un giorno Ahmad. Certo che no. Il dramma spesso è più grave in chi è sensibile, intelligente. Quel fardello misterioso, che non ci è dato di decifrare. Più di tutto ricordo i suoi sorrisi dolorosi. Come era ovvio, non abbiamo potuto fare niente per aiutarlo. Forse è meglio che sia partito, mi dice – probabilmente a ragione – Riccardo. In fondo è tornato a casa. In Iraq.

Reflex


Mi sono decisa. Ho ordinato il mio autoregalo di compleanno e, se tutto va bene (e Manlio si presta) , domani passerò a ritiralo. Trattasi di lei, con lui. La scelta è stata sofferta e travagliata, ma alla fine mi sono lanciata. La verità è che una macchina così, in mano a me, è sprecata. Io non sono brava a fotografare. Però posso dire con orgoglio che sono vent’anni che vorrei esserlo. Una volta ho fatto anche una specie di laboratorio di fotografia “creativa”. In fondo la cosa si riduceva al fatto che questo fotografo matto ci dava i compiti e noi producevamo centinaia di diapositive, alcune delle quali poi proiettavamo e commentavamo. Un’attività completamente inutile. Però mi divertivo da pazzi a girare per Roma scattando come un’ossessa.
Sabato scorso i miei nipotini hanno scovato la scatola con le diapositive in questione. Ho dovuto spiegare a quei figli dell’era digitale cos’è una diapositiva e poi ci siamo messi a guardarle contro il vetro della finestra. Ci siamo divertiti. Io ho fatto un tuffo nel passato, pensando a quelle mattine invernali in cui uscivo prestissimo e andavo a piedi all’università passando per il centro, Campo de’ fiori, piazza Venezia e poi su verso piazza Esedra. Forse è stato proprio allora che il colore di cielo delle giornate fredde e terse che sbatte sul marmo delle statue mi è rimasto tanto impresso. Non erano foto artistiche, ovviamente. Ma erano le mie foto, il mio occhio sulla città che amo.
Poi è venuta l’esperienza con i rifugiati. I primi anni, alla scuola di italiano, facevo un sacco di fotografie. Alcuni di quegli scatti li amo moltissimo ancora oggi. Parlano di persone speciali, di momenti difficili da descrivere. Alcuni sono dolorosi, altri pieni di gioia. Al Centro Astalli girano alcuni fotografi veri, e qualcuno ha apprezzato quelle foto. Certo non per la tecnica, ma per quello che c’è dietro. Per farvela breve, continuo ad avere una gran voglia di fotografare. E la mia macchina fotografica è defunta. Era una bella macchina, le ero affezionata, ma in un certo senso forse è giusto così. Era un relitto di un’epoca finita, è l’ora di iniziare una fase nuova. Con la mia Canon nuova.

Esperienze interculturali


Snelle procedure burocratiche analoghe a quelle descritte nel post precedente mi hanno regalato, per la notte scorsa, quattro ospiti curdi. Una famiglia con due bimbe: tutti deliziosi, ma in numero sufficiente a rivelare gravi carenze strutturali di casa mia in materia di ospitalità. Non avevo lenzuola non appallottolate. Non avevo cuscini, rimediati alla svelta da mia madre. Non avevo coperte. Non avevo tazze per la colazione, né cucchiaini. L’unica cosa che possiedo in congrua quantità sono gli asciugamani, tutti diversi per colore, forma, dimensioni e stato di conservazione. Non ho neppure portaceneri. Un disastro. Nizam poi aveva completamente sbagliato nella stima delle età delle bimbe, per cui alla fine se ne è andato a dormire da suo fratello insieme al padre delle piccole, abbandonando me con le femmine del gruppo. Un livello di comunicazione prossimo allo zero. Considerato che questo arrivava alla fine di una giornata in cui tutti i programmi erano saltati e dunque Meryem era discretamente delusa dalle mie incaute e fallaci promesse, c’erano tutte le premesse perché la situazione esplodesse tragicamente.
E invece, tornando trafelata da una mezza serata di lavoro che si è andata ad incastonare in questi progressivi aggiustamenti organizzativi, ho aperto la porta e ho visto, nell’ordine: il mio salone invaso di curdi di ogni forma e dimensione (mi ci è voluto un po’ a capire chi fossero gli ospiti e chi gli accompagnatori) e Meryem che giocava in camera sua con le due bambine. Parlavano ciascuna la sua lingua e si intendevano alla grande. Per una volta ho sentito dei bambini pronunciare il nome di mia figlia senza sforzo e senza sguardi allibiti. E’ una strana sensazione. Insomma, una scena carina, anche se mandarla a letto e, soprattutto, portarla a scuola stamattina ha richiesto sforzi imponenti e qualche urlaccio, a dirla tutta.
Sabato mattina, altra esperienza interculturale. In un nuovo parco giochi dalle condizioni atmosferiche proibitive (non un raggio di sole fino a mezzogiorno e umidità al 200%), Meryem esplorava i trabiccoli lì presenti, quando si è sentita apostrofare così: “Chemmaiuti ascavà nnabuca?”. La dolce fanciullina romanescofona si chiamava Federica (e non Debbora, come ho immaginato io malignamente in un primo momento) ed è riuscita, con la tenacia propria dell’indigeno, a superare le diffidenze di Meryem, limitandosi ad ignorarle. Di lì a poco, giocavano allegramente con lo Skifidol (si chiama così quell’orrore appiccicaticcio?) e sminuzzavano la vegetazione generosamente divelta dal nonno di Federica (io di mio mi sarei opposta, ma davanti all’adulto ho esitato. Però ho frenato le due minori, mentre il nonno era distratto, dall’impresa di abbattere un giovane albero per coglierne le foglie). Insomma, una mattinata inaspettatamente gradevole. Poi è persino passato Nizam a prenderci e la Guerrigliera era al settimo cielo. “Lo vedi, Federica? Lui è il mio PAPA’!!!!”. Lei ha ribattuto, rivolta a lui: “Ah, be’. Che, ce dà ‘na mano?”.

Surreale


Vivere con un extracomunitario comporta alcuni effetti collaterali. Quella punta di surreale che accompagna la vita quotidiana di uno straniero nel nostro Paese e che, per quanto cerchi di rimuoverlo, eccolo lì: fa sempre capolino. Oggi Nizam è uscito di buon ora, destinazione ufficio immigrazione. Forse i fedeli di questo blog ricorderanno la memorabile gita di famiglia a Tor Cervara, che raccontavo qui. Stavolta la cosa sembrava semplice. Nizam è in possesso di carta di soggiorno, a tempo indeterminato e in corso di validità. Però sulla carta di soggiorno sono indicati gli estremi del passaporto turco. Quest’ultimo è cambiato, sostituito con agevole trafila fatta in gran parte via e-mail da un modernissimo passaporto elettronico. Fin qui la burocrazia turca, che alla fine della procedura gli ha anche mandato una mail augurandogli di “godersi il suo passaporto” (giuro). Quindi sul documento italiano va fatta una correzione. Che sarà mai, ha pensato il curdo, ancora ingenuo nonostante il decennio passato nel Bel Paese. L’unica cosa è avviarsi per tempo, si sa che c’è fila. Alle prime luci dell’alba, si incammina verso il famigerato Ufficio Immigrazione.
Verso l’ora di pranzo, ricevo una strana telefonata. “A che ora esce Meryem da scuola?”. “Alle quattro, perché?”. “Perché il poliziotto qui la vuole vedere”. Faccio un respiro profondo. “Amore, sei sicuro di aver capito bene?”. Ruggito. “Ok, spiegami con calma”. In sintesi: il poliziotto di turno ha deciso che questo “aggiornamento” del documento comporta la verifica autoptica di tutti i requisiti a suo tempo verificati e cioè, in sostanza, l’esistenza della bambina e del reddito. Ma la finezza sta nel fatto che non è sufficiente produrre documenti tipo il certificato di nascita di Meryem, con indicata la paternità e con la foto della bambina. No, bisogna portarla lì, a Tor Cervara (la vorranno interrogare perché confermi che Nizam sia effettivamente il padre?). E, già che ci siamo, devo andare lì anch’io (forse mi chiederanno particolari sul concepimento?). “Quando ti puoi prendere un giorno di ferie?”, incalza il curdo esasperato. Ora: io mi rifiuto di credere che per una correzione di numero di passaporto ciò sia necessario. Di più: molto probabilmente non lo è. Ma allo sportello lì pare che vada così. Ti dicono un po’ quel che detta loro l’ispirazione del momento, allo scopo primario di rimandarti indietro. Io per il momento ho deciso che Nizam non ha fretta di espatriare, per cui per quanto mi riguarda questo delirio è rimandato. Magari è un brutto sogno e tra un po’ mi risveglio in un Paese normale.

Dall’oltretomba


“Più stai a letto, più stai male”. Con questa sua massima curda, Nizam è uscito con Meryem ieri mattina, lasciando quel che restava di me in stato semivegetativo e alquanto spiaccicato. Un tremendo virus gastrointestinale si è abbattuto su di me come su molti genitori e familiari dei piccoli untori. I mostrini se la sono cavata con un paio di vomitate notturne. Noi, no. Non vi sto a descrivere: chiunque ci sia passato lo sa. Io, volenterosa, ho anche seguito il consiglio di Nizam e mi sono piazzata sotto la doccia pur avendo 38.2 di febbre. Non so quanto sia stata una buona idea. Mi sono dovuta rassegnare a un’evidenza che non finisce di sorprendermi: quando sto troppo male per andare al lavoro, sto troppo male per fare qualunque cosa. Solo oggi, dopo quasi 30 ore di totale digiuno, riesco a mandar giù un po’ di riso bollito e un tè al limone e il mondo, nonostante l’acqua a catinelle, ha assunto già un altro colore. Forse domani sono di nuovo viva.

Rivoluzione cercasi


Mi sto trattenendo dal commentare la patetica farsa della politica italiana. Sembra ormai tutto talmente fasullo che mi chiedo: è una sceneggiata per distrarci da qualcosa? O è squallidamente vero? Una cosa è certa: la sensazione di non poter fare nulla, come cittadina, come donna, come lavoratrice è pressoché totale. Si va avanti in perfetta inerzia, magari coltivandosi spazietti virtuali e cliccando qua e là su Facebook. Mi pare che ci abbiamo ben bene impacchettato, togliendoci ogni spazio e ogni incisività. Sì, ma chi è il soggetto? Ci si può davvero accontentare di questa teoria del complotto vaga e generica?
Il problema è che ormai ci si appella solo al senso del pudore di qualcuno che evidentemente ne è privo. Mi ricorda quando, con mia sorella Marina, si commentava qualche comportamento particolarmente squallido: “Ma tu non ti vergogneresti?”. E la risposta è, ovviamente: “No, altrimenti non l’avrei fatto”.
Ancora una volta devo confessare che è difficile conciliare le velleità rivoluzionarie e la comodità di mettere in fila gli impegni e portare a casa la giornata. Avrei voglia di una bella rivoluzione, ma i pochi aspiranti rivoluzionari che vedo in giro alla fine mi lasciano fredda, distaccata, cinica. E, come è noto, il cinismo non è costruttivo. Si finisce con il sentirsi superiori, più preparati, più intelligenti, meno ingenui. E quindi, ancora una volta, soli e immobili. O almeno così capita a me, sempre più spesso.
Non ne sono fiera. Almeno come madre non mi dovrei accontentare. Fosse solo perché sono madre di figlia femmina, destinata a crescere in questo puttanificio senza costrutto. Ma continua a mancarmi la concretezza. Chissà se da qualche parte, inaspettata, mi arriverà l’idea per la rivoluzione sincera e sobria che mi si adatterebbe. Confidiamo nel web?

Nostalgie faticose


Ogni sera, con maggiore o minore successo, cerco di studiare un pochino di quelle materie astruse in cui, una marea di anni fa, mi sono laureata. Ho preso la decisione di sottopormi all’ennesimo concorso (l’ultimo?) e pagare il mio debito con la mia storia personale. Comunque, a prescindere dall’utilità di questo esercizio di volontà, ieri mi sono chiesta cosa abbia significato per me lo studio e cosa significhi oggi. Studio inteso nel senso di attività non strettamente finalizzata al superamento di un esame, ovviamente. Studio “puro”, se qualcosa di puro esiste. Per anni quella è stata la mia dimensione, solitaria e fantastica. Oggi la prima reazione è: non ha più la stessa magia. Questo svolazzare a mezzaria per i corridoi deserti non mi appartiene più come una volta. La felicità la pretendo all’altezza del pavimento. Ieri però, complice la notizia della morte di uno dei miei professori dell’università, ho riguardato alla cosa da un altro punto di vista. Studiare è soprattutto capire. Cercare risposte anche e soprattutto dove non ci si aspetterebbe di trovarle. Capovolgere la prospettiva ogni volta che le descrizioni prefabbricate ci sembrano mancare qualcosa, uno, due dettagli, forse addirittura l’essenziale. Il mio studio è sempre stato, ahimè, molto arrogante. Non sono mai stata il tipo che si dedica con pazienza a mettere a punto strumenti utili per altri (lessici, bibliografie, repertori). Ho iniziato a scoprire solo di recente e quasi costretta dalle circostanze le collaborazioni, che invece dovrebbero essere il metodo basilare di ogni studio, specialmente di quello accademico. Io e altri miei compagni di corso abbiamo ancora oggi la confusa idea di avere ricevuto qualcosa di speciale durante gli anni trascorsi nel polveroso corridoio di Studi Orientali. Io ogni tanto cerco di ricacciare questa sensazione con fastidio, non amo particolarmente le nostalgie dei 20 anni. Eravamo giovani, ci pareva di avere il mondo davanti e la possibilità di cambiarlo. Sfido che ce lo ricordiamo come un bel periodo. Ma devo anche ammettere che, in quelle aule, il “mondo” lo potevamo cambiare davvero. Riscrivere i libri di storia. Sfidare le certezze e i luoghi comuni. Io mi sentivo potentissima. Rimpiango questo, oggi: la sicurezza e la mancanza di fatica (fisica e mentale). Ok, questo era davvero legato all’età. Ma quel modo libero di esaminare le cose, il dovere di cambiare idea, quel “non fidarsi dei vocabolari” che nei primi tempi faticavamo a capire… questo vale anche oggi, certamente, e dalla mia successiva esperienza lavorativa è uscito solo rafforzato, almeno nelle intenzioni. Cerco dunque di dirmi che questo rituffarsi in pagine che in parte sento ancora mie e in parte non condivido più può darmi qualcosa, a prescindere.