Non dispero


Improvvisamente mi trovo a vivere in un Paese che discute animatamente di rifugiati. Quello stesso Paese che ignorava felicemente e compattamente tutte le questioni di cui vi parlo da un po’ di anni: il Regolamento di Dublino, il fotosegnalamento, Eurodac e compagnia bella. Non fraintendetemi, non dico che adesso queste cose siano conosciute e comprese. Però se ne parla un sacco. Anche in televisione.

Che bello, direte voi. Insomma, vi dico io. Improvvisamente capisco pienamente la frustrazione dei nutrizionisti veri davanti agli articoli intitolati “10 trucchi per affrontare la prova costume”. Degli archeologi universalmente rappresentati, agli occhi del pubblico, da Indiana Jones. Se mi mettessi ad elencare l’intero catalogo di fesserie, imprecisioni, assurdità e semplici falsità che vengono sciorinate ogni dove, nonché amplificate e commentate sui social, questo post non arriverebbe mai a conclusione.

Non vi nascondo che ogni tanto mi assale lo sconforto. Ma, ne sono convinta, questa tenace e assidua ondiata mediatica di allarme, terrore e considerazioni orrende può e deve essere contrastata, almeno nel nostro piccolo. In questi anni, qui sul blog e sui social, ho provato a condividere i miei pensieri e la mia esperienza. E qualcosa oggi, in questi momenti difficili, torna. Un’amica che suggerisce ai suoi colleghi una donazione; un’altra che mi racconta dell’incontro con un giovane rifugiato eritreo, a casa di amici; un’altra che, di passaggio a Roma, stasera viene al convegno del Centro Astalli. L’altro giorno la mia amica Natalia mi ha parlato dell’impegno di un gruppo scout che lei conosce bene a sostegno dei rifugiati in transitano a Roma. Mi sono incuriosita e le ho chiesto di mettermi in contatto con Marco, il capo scout con cui collabora.

Ecco qui, dunque, una testimonianza a due voci. Di Marco, capo scout, e di Natalia Cattelani, che conoscete come cuoca e foodblogger, ma qui nelle vesti di mamma e soprattutto della splendida persona che è. Grazie a tutti e due.

Faccio una premessa: l’associazione scout di cui fa parte il nostro gruppo è la FSE-Federazione Scout d’Europa, a cui aderiscono più di 19.000 soci in Italia. 

Ogni gruppo viene gestito da una comunità di capi, e l’insieme dei gruppi di una stessa zona forma un distretto, gestito a sua volta da un responsabile (chiamato in gergo “commissario”): nel nostro caso si tratta di Andrea Stabile per il distretto Roma Est. Andrea ha ricevuto più di un mese fa una prima richiesta di aiuto, da parte di uno dei capi dell’associazione, per dare una mano con la preparazione e distribuzione viveri per l’emergenza a Ponte Mammolo [Ponte Mammolo, nei pressi della fermata della metro B, era una baraccopoli dove da anni risiedeva un gruppo di rifugiati eritrei: negli ultimi tempi l’insediamento si era assai allargato a causa dell’arrivo di profughi in transito, diretti verso il nord Europa].
Subito Andrea ha coinvolto noi singoli capi dei vari gruppi del distretto per garantire la presenza di un gruppo di almeno 5-6 persone ogni domenica di maggio e giugno. La risposta è stata ovviamente scontata, tenendo fede al nostro motto “sempre pronti!” 🙂 Andrea è in contatto anche adesso con don Marco Fibbi, parroco di San Romano, che coordina questo tipo di servizio e si stanno dando un gran da fare spendendo tempo ed energie per una gestione attenta e pronta a soddisfare le richieste.

Come dicevo, la prima esperienza per i capi del mio gruppo (e quindi anche per me) è stata a metà maggio, mentre altri capi del distretto avevano già distribuito nelle domeniche precedenti. Se fino a pochi giorni prima si parlava di dover preparare panini e 1 pasto cucinato per un massimo di 150-200 persone: venerdi sera le comunicazioni di don Marco erano abbastanza preoccupanti: a Ponte Mammolo infatti erano già arrivate almeno 400 persone (si sarebbero poi rivelate molte di più la domenica sera per il servizio).

Abbiamo inizialmente coinvolto solo i capi maggiorenni e qualche genitore disponibile a darci una mano nella preparazione di 400 panini. Durante il pomeriggio di domenica è partita la preparazione del cous cous, circa 15-20 kg. Abbiamo conosciuto di persona don Marco che ci ha prospettato una situazione difficile. Non sapevamo ancora cosa avremmo trovato nel parcheggio di ponte mammolo e ovviamente in queste situazioni la voglia di servire si scontra con la paura di non essere preparati alla gestione di una situazione umanitaria così sconvolgente. Ma, come recita uno degli articoli della nostra legge, “lo scout sorride e canta anche nelle difficoltà”, e dunque abbiamo caricato tutto in macchina, compresi circa 100 lt di latte offerti dalla caritas della nostra parrocchia e siamo partiti.

La visione di tutte queste persone ammassate nel parcheggio e nella baraccopoli (che sarebbe stata abbattuta il giorno successivo dalle ruspe) ci ha sicuramente colpito emotivamente, ma allo stesso tempo ci ha caricato: le persone si sono messe educatamente in fila. La paura più grossa era il timore che avremmo potuto finire il cibo prima che tutti e 500 o 600 avessero potuto mangiare: temevamo più che altro di deluderli, di leggere il disappunto nei loro occhi.

Invece tutti questi pregiudizi sono scomparsi vedendo i sorrisi, i ringraziamenti, e in particolare vedendo i ragazzi chiederci buste dell’immondizia per girare e pulire il parcheggio dai piatti e bicchieri di plastica.

Le domeniche successive Ponte Mammolo era tornata nella “normalità”: erano presenti meno di cento persone e la distribuzione da parte di altri capi è stata più tranquilla.

Poi è stata la volta del parcheggio Stazione Tiburtina, la domenica prima del nuovo sgombero da parte delle forze di polizia. Se a Ponte Mammolo la situazione sembrava isolata, per la particolare posizione del parcheggio, qui ci trovavamo in zone normalmente di passaggio. Parlando con uno dei capi più giovani, qualche giorno dopo, ho potuto constatare come il pessimo giornalismo contribuisca ad aumentare i pregiudizi. Nascono facilmente nelle loro menti associazioni del tipo: “Ma se se la passano così male perchè hanno i cellulari”, o “Che gli ci vuole a rubare una macchina”, senza che ci si renda pienamente conto dell’assurdità di certe affermazioni. Ma dopo, attraverso l’esperienza diretta, hanno capito che si trattava di pensieri infondati.

Dopo lo sgombero, la situazione profughi è balzata all’onore delle cronache e la gestione della distribuzione viveri è passata alla CRI, come ci aveva avvisato don Marco. Con Andrea abbiamo così cambiato strategia, invitando i capi e le famiglie a portare viveri già cucinati presso le sedi del nostro gruppo. La risposta è stata molto positiva e tante famiglie hanno contribuito cucinando riso e cous cous da destinare al centro Baobab e alla tendopoli da poco installata dietro la Stazione Tiburtina (via delle Cave di pietralata).

Nel corso delle settimante le poche notizie che arrivavano dai mezzi di comunicazione raccontavano solamente sgomberi e suggerivano che “il problema” era stato risolto, senza precisare che invece i profughi si trovavano principalmente al Baobab. Molte famiglie erano preoccupate della situazione e ci chiedevano continuamente se ancora servisse preparare cibo perchè dai TG sembrava tutto risolto. Ma non è affatto così, come ho potuto constatare di persona domenica scorsa al Centro Baobab.

Uno dei genitori che ha cucinato cuscus alle verdure per i rifugiati di via Cupa è Natalia, che commenta così questa esperienza.

I miei genitori mi hanno sempre insegnato a vivere da buona cristiana anche per gli altri , ad avere quell’attenzione in più verso “un prossimo” che poteva anche essere uno sconosciuto ma anche far parte della famiglia, il prossimo era chiunque avesse avuto bisogno di qualcosa .
Da grande questo aiuto l’ho trasformato in qualcosa di concreto per conciliare anche i miei impegni di mamma e di lavoratrice: ho cercato di donare quello che mi veniva di fare meglio , in modo più spontaneo e anche , lo ammetto, con il dispendio di poche energie. Non sono una super donna: io aiuto il prossimo rendendomi disponibile a preparare cibo per chi non ne ha.
Come potevo rimanere insensibile ora, non rispondere alla richiesta di Marco, il capo scout delle mie figlie di preparare pasti per i migranti di Roma? Però credetemi, come sono felice nel fare questo alolo stesso tempo sono assalita dall’angoscia di sapere che non sarà nulla in confronto al bisogno di queste persone, alle loro tragedie, alla vita che li ha scelti per un destino così crudele. E allora mi chiedo, facendo riflettere anche i miei famigliari: perché loro e non noi?

Qui trovate qualche scatto che documenta la loro esperienza.

Perché vi racconto questa storia, una delle tante storie di solidarietà che sono raccontate troppo poco, ma caratterizzano ancora le nostre città? Perché è un esempio di quello che tante volte ho scritto in questo blog e dell’invito che vi faccio, anche quest’anno, in occasione della Giornata del Rifugiato: non accontentatevi di leggere i titoli dei giornali, o di farvi stordire dai dibattiti televisivi sui rifugiati. Cercate di incontrare loro, direttamente. Di capire chi sono davvero. Per smontare un pregiudizio anche il migliore dei discorsi è meno efficace di mezzora di esperienza vissuta.

P.S. La vignetta è sempre di Mauro Biani.

La giustizia


Io sinceramente neanche so cos’è, la “giustizia” 🙂

Così ha scritto, tra il serio e il faceto, una persona che frequento su Facebook. Si parlava di economia e, nello specifico, della reazione dei mercati al risultato delle elezioni in Turchia. Credo che intendesse (e mi correggerà se sbaglio) che quando si tratta dell’economia, la “giustizia”, qualunque cosa sia, non c’entra nulla. E’ da allora che ci penso su. Perché forse è il mio lavoro e soprattutto dove lo faccio che mi condizione, ma per me il concetto di giustizia è tutt’altro che vago e evanescente. Aggiungerei che dovrebbe essere il metro di riferimento specialmente nelle questioni di maggior impatto e rilievo, quali la politica, l’economia e tutto ciò che ha impatto sulla vita di un numero rilevante di persone.

Promuovere la giustizia. Questa espressione me l’hanno insegnata i gesuiti e, più precisamente, alcuni bellissimi documenti della Compagnia di Gesù (specialmente questo, da cui trarrò alcune citazioni) e la pratica creativa e appassionata di alcuni gesuiti che ho conosciuto.  “Se questo mondo così com’è non ci piace (e non può piacerci) – diceva spesso padre Giovanni Lamanna – dobbiamo fare il possibile per cambiarlo”. E non si parla solo di piccole cose private. E’ necessario “lavorare per il cambiamento delle strutture in campo socioeconomico e politico, quale dimensione importante della promozione della giustizia”.

Vogliamo essere più specifici? Bisogna “lavorare per la pace e per la riconciliazione attraverso la non violenza; a lavorare per abolire ogni discriminazione contro le persone, basata sulla razza, la religione, il sesso, l’appartenenza etnica o la classe sociale; a lavorare contro la povertà e la fame crescenti, mentre la prosperità materiale si concentra sempre più nelle mani di pochi”.

Il primo punto, non opzionale, è il pieno rispetto e la tutela dei diritti umani.

“Questi includono: diritti economici e sociali, quanto alle necessità di base per una vita in condizioni degne; diritti personali, quali la libertà di coscienza e di espressione, e il diritto di praticare e di condividere la propria fede; diritti civili e politici a partecipare pienamente e in libertà al processo della vita nella società; diritti allo sviluppo, alla pace e a un ambiente naturale sano”.

“La globalizzazione dell’economia mondiale e della società avanza a grandi passi, alimentata dagli sviluppi tecnologici, dalle comunicazioni e dagli affari. Benché tale fatto possa apportare molti benefici, può comportare però anche un massiccio accrescimento di ingiustizie. Per esempio: programmi di aggiustamenti economici e forze di mercato che non si curano affatto delle loro ripercussioni sociali, soprattutto sui più poveri; la “modernizzazione” omogenea di culture in modi che distruggono queste e i valori tradizionali; una disuguaglianza crescente tra nazioni e, nelle stesse nazioni, tra ricchi e poveri, tra potenti e marginalizzati. Con giustizia, noi dobbiamo contrastare tutto ciò, lavorando alla costruzione di un ordine mondiale di vera solidarietà, in cui tutti possano avere, come è loro diritto, un posto al banchetto del Regno”.

Rispetto al metodo, sottolineerei questo: “La nostra esperienza degli ultimi decenni ci ha dimostrato che il cambiamento sociale non consiste soltanto nella trasformazione delle strutture economiche e politiche, dato che tali strutture sono esse stesse radicate in valori e atteggiamenti socio-culturali. La piena liberazione umana, per il povero e per tutti noi, suppone lo sviluppo di comunità di solidarietà – sia di base e a livello non-governativo, sia a livello politico – in cui tutti si possa lavorare insieme per uno sviluppo umano integrale ; tutto ciò nel dinamismo di un accettabile e rispettoso rapporto tra i diversi popoli, le differenti culture, l’ambiente naturale e il Dio che vive in mezzo a noi”.

Mi paiono evidenti due cose:

1. non c’è nulla di vago in tutto ciò;

2. direi che sono stata profondamente influenzata da questi concetti.

Il cuore dell’Europa


In questi giorni cerco di astenermi dal commentare la posizione dell’Unione Europea rispetto alla nuova agenda su migrazione e asilo. Per non trascendere. Anche adesso non sto facendo altro che scrivere e cancellare.

Soffermiamoci solo su uno dei provvedimenti, che sarà adottato con ogni probabilità a giugno prossimo. Gli Stati dell’Unione, mossi dalla commozione in seguito all’ecatombe nel Mediterraneo del 19 aprile scorso, decidono che sì, visto lo straordinario afflusso di rifugiati in Italia possono fare una temporanea e limitata eccezione al Regolamento di Dublino e accettare che alcuni di questi profughi siano distribuiti negli altri Stati membri (non proprio tutti gli altri, ovviamente: chi può chiamarsi fuori l’ha già fatto). Tenetevi forte: si tratta di 24.000 persone in due anni. 12.000 persone l’anno.

A condizione, si intende, che tutti siano identificati e fotosegnalati: il documento precisa che se le persone non collaborano gli Stati sono tenuti al ricorrere alla detenzione e, al limite, alla “coercizione”.

Già così la sensazione di presa per i fondelli è piuttosto forte. Nel 2014 in Italia sono sbarcate 170.000 persone in un anno e le domande d’asilo sono state 64.886. Questo significa che hanno lasciato spontaneamente l’Italia almeno 105.114 persone. Altro che 12.000.

Attenzione. L’Europa è disposta a ricollocare solo persone con chiaro bisogno di protezione, cioè esclusivamente siriani e eritrei. Qui la beffa diventa surreale. Nel 2014 in Italia i siriani e gli eritrei che si sono fermati per presentare domanda d’asilo sono stati complessivamente 985. Considerato che, solo via mare, nel 2014 ne erano arrivati 81.974, fate un po’ due conti.

L’anno scorso delle 105.114 persone che mancavano all’appello sui 170.000 sbarcati, 81.974 erano rifugiati siriani ed eritrei. L’UE generosamente se ne prenderebbe 12.000, a patto che ci teniamo qui tutti gli altri. Il trend degli arrivi nel 2015 non solo non è diminuito, ma è in leggero aumento.

Possiamo immaginare quale sollievo questo sarà per il sistema di asilo e di accoglienza in Italia. Non verrà trasferito nessuno di quelli che già resterebbe (le proiezioni dicono che, lasciando tutto così, sarebbero almeno 100.000), ma in compenso si pagano misure straordinarie per lasciarne in Italia almeno altre 90.000 persone se va bene. Grazie, eh. Ma ringrazieranno soprattutto i rifugiati. Anche e soprattutto quelli con un “chiaro bisogno di protezione”.

E meno male che sono commossi, questi zelanti decisori UE.

Del “chiaro bisogno di protezione” forse parliamo la prossima volta, perché anche su quello ci sarebbe moltissimo da dire.

Però intanto leggetevi e fate leggere questo bellissimo discorso.

La vignetta è di Mauro Biani, che vi consiglio di seguire attentamente perché illustra in tempo reale, con efficaci immagini, le decisioni che vengono via via prese dai nostri politici.

Sulla scuola


Giorni fa, sulla mia bacheca di Facebook, dicevo che ormai nella mia testa la confusione sulla scuola è massima. Non so più come la penso, non sono neanche più sicura degli argomenti di cui si discute e di quali, più propriamente, sarebbe importante confrontarsi (raramente le due cose coincidono).

“Tu non puoi capire”, mi suggeriscono – in sostanza – alcuni professori che conosco, chi con più, chi con meno garbo. In effetti logicamente capisco che, come essersi rotti un braccio non rende ortopedici, così aver frequentato una scuola e/o avere figli che la frequentano non rende esperti di didattica, né tanto meno, di gestione e valutazione di programmi di istruzione nazionali.

Guardo i dibattiti sulle bacheche altrui sul tema rifugiati, leggo tali e tante inesattezze, ingenuità, errori di prospettiva – per considerare solo chi parla in buona fede – che la frustrazione degli “addetti ai lavori” la capisco, almeno un po’.

Poi ieri, inaspettatamente, a una bellissima iniziativa nel mio quartiere, ho ascoltato di nuovo una poesia che avevo dimenticato. Interpretata, peraltro, da un gruppo variegatissimo di adulti che stanno imparando l’italiano come seconda lingua.

C’è una scuola grande come il mondo.
Ci insegnano maestri, professori,
avvocati, muratori,
televisori, giornali,
cartelli stradali,
il sole, i temporali, le stelle.
Ci sono lezioni facili
e lezioni difficili,
brutte, belle e così cosi.
Ci si impara a parlare, a giocare,
a dormire, a svegliarsi,
a voler bene e perfino
ad arrabbiarsi.
Ci sono esami tutti i momenti,
ma non ci sono ripetenti:
nessuno può fermarsi a dieci anni,
a quindici, a venti,
e riposare un pochino.
Di imparare non si finisce mai,
e quel che non si sa
è sempre più importante
di quel che si sa già.
Questa scuola è il mondo intero
quanto è grosso:
apri gli occhi e anche tu sarai promosso.

(Gianni Rodari)

E che c’entra questo con gli invalsi, le assunzioni dei precari, gli sgravi fiscali per chi manda i figli alle scuole private, le chiusure estive abnormi e via discorrendo? Secondo me un po’ c’entra e cerco di spiegarvi perché lo credo. (Sì, lo ammetto: il mio lavoro mi condiziona pesantemente. Ma non è così per tutti?)

La scuola non è un mondo a parte. A volte, con metodi, idee e intenti diversi e persino opposti, intravedo nella scuola la tendenza a costituirsi come insieme chiuso, come isola (felice o no, questo dipende), come luogo a sé. Proteggere uno spazio per l’apprendimento è giusto, a volte persino necessario e urgente. Ma proteggere non significa isolare.

“Quel che non si sa è sempre più importante di quel che si sa già”. Questo vale per tutti, anche nella scuola. Deve valere per gli studenti, che hanno diritto di imparare molto (anche – ma non solo! – nozioni, tecniche, abilità); per gli insegnanti, che non dovrebbero mai perdere la flessibilità anche quando hanno forti e radicate convinzioni, ricordando che sono le sentinelle della società che cambia; per i genitori, educatori e studenti di fatto, anno dopo anno, giorno dopo giorno.

Ma soprattutto, il mondo è grande. Non dimentichiamoci mai di aprire gli occhi e tenerli aperti.

La biblioteca


L’universo (che altri chiama la Biblioteca) si compone d’un
numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali, con
vasti pozzi di ventilazione nel mezzo, bordati di basse
ringhiere. Da qualsiasi esagono si vedono i piani superiori e
inferiori, interminabilmente….

Lo conoscete il racconto “La biblioteca di Babele” di J.L.Borges? Se non lo conoscete lo trovate qui. Mi torna in mente oggi perché è forse uno dei più calzanti esempi di come la biblioteca possa essere metafora dell’universo intero, parabola di come funzionano le cose. Un altro lo ho avuto ieri, all’ultima riunione di interclasse dell’anno scolastico della scuola di mia figlia.

La questione biblioteca ha fatto capolino a intervalli regolari in tutte le riunioni dell’anno. I punti affrontati sono stati, sostanzialmente i seguenti.

Questione 1. Rivestimento degli scaffali in metallo della allestenda biblioteca con fumetti riciclati, secondo la tecnica del découpage. Animati dibattiti sulla modalità di stesura della colla vinilica, sulla supposta  tenuta della decorazione, sulle divergenze rispetto alla modalità di incollamento e di asciugatura tra le  diverse componenti del corpo insegnante.

Questione 2. Acquisto mobilio e, in particolare, apparente impossibilità da parte della segreteria della scuola di utilizzare i fondi stanziati e disponibili per l’acquisto di mobili Ikea come da preventivo. Ikea non accetterebbe bonifici. Questo intoppo è rimasto tale da settembre ad oggi senza essere superato in alcuna maniera. Ingegnose soluzioni creative prevedono di arredare la biblioteca senza gli arredi, utilizzando materassi e tappetoni della sala di psicomotricità non utilizzata.

Comunque ieri è stato trionfalmente annunciato che si è cominciato a tirare fuori i libri dagli scatoloni per selezionare quelli che si possono ancora utilizzare. “E poi forse bisognerà catalogarli”, chiosa una delle maestre promotrici del progetto.

Non vorrei, ma mi scappa una domanda. “Ma c’è un bibliotecario? Qualcuno che si occuperà della biblioteca [e che magari capisce qualcosa rispetto a un suo eventuale funzionamento, ma questo non lo dico]?”. Sguardo interrogativo. Ovviamente se ne occuperanno i maestri, che sanno sì che ci sono “diversi programmi”, ma pensavano di fare una cosa semplice tipo un elenco in excel.

Il nervoso rispetto all’inettitudine amministrativa svanisce come d’incanto. Va da sé che la biblioteca, come molti altri progetti, è destinata a non essere mai in funzione. Più che una previsione è una constatazione.

Perché dico che è una metafora del funzionamento della scuola italiana? Perché si spreca tempo, soldi, parole sui dettagli del come. Peccato che nessuno sembri avere la minima idea del cosa.

Perché non sono fatta per la politica. Ovvero: Io e l’Invalsi


Disclaimer: questo non è un post sulle prove Invalsi. Ne trovate tanti in rete, qualcuno pro e qualcuno contro, e non si sente il bisogno di aggiungerne un altro. Questo è un post su di me in qualità (più o meno nell’ordine) di persona, di rappresentante di classe e di madre.

Arrivare in seconda elementare con un maestro poeta e obiettore è nel 99,9% dei casi una gran fortuna, per i bambini e per i di loro genitori. Mi è stato proposto di essere rappresentante di classe in gran parte per quello 0,1% dei casi, ovvero per il momento – che oggi si conclude – in cui ci saremmo trovati di fronte al dilemma: “Invalsi, che fare?”. Sintetizzando i termini della questione all’estremo: lui sappiamo come la pensa, ma l’altra maestra? E noi, come la pensiamo? Questa terza domanda certe volte mi viene il sospetto che per molti abbia meno rilevanza delle prime due, ma io non solo me la pongo, ma me ne pongo pure una quarta: quello che scelgo di fare o non fare come interagisce con quello che mia figlia capisce e pensa? Per farvela breve, io studio, rimugino, dubito e ripenso fin dall’anno scorso. E, ve lo dico subito, credo di essermi fatta un’idea piuttosto precisa di come la penso. Peccato però che questa mia posizione sia di una forma e di una dimensione che non si adatta alle scatole ad oggi disponibili in commercio, ovvero all’adesione o alla protesta. Il mio problema è che quando mi faccio un’opinione io alla scatola in cui confezionarla non ci penso. E per certi versi faccio male, perché poi mi tocca tenermela per me (o condividerla con pochi intimi), perché non posso spedirla a nessuno, non posso metterla in pila con quella di altri come me, non posso servirmene per costruire qualcosa. Oggi credo che molti staranno pensando di me che non mi sono posta il problema, che non mi voglio esporre, che non me ne frega nulla della scuola italiana in genere e della vita scolastica di mia figlia in particolare. Il che, ve lo dico con il cuore in mano, non è vero. Se mi conoscete un po’, capirete che è persino un po’ inverosimile. Però una cosa è certa: ho mandato mia figlia a scuola, sia ieri che oggi e non ho scritto diffide o documenti di alcun genere. In parole povere, non ho fatto niente. Riassumo dunque qui, più per promemoria che per altro, il punto a cui sono arrivate le tre me attualmente coinvolte nella questione.

Io come persona. Non ce la faccio davvero a sottoscrivere una modalità di protesta che non condivido fino in fondo. Sono convinta, convintissima che il sistema Invalsi così come è oggi sia inefficace, inutile quando non dannoso, costoso e a tratti pure incoerente (tipo quando fa media nell’esame di terza media). Però ci sono alcuni assunti, detti e non detti, nella protesta che non mi trovano altrettanto convinta. Ne esemplifico uno per tutti, che è probabilmente il principale, facendo riferimento a questo comunicato dei Cobas (punto 5): “Le prove non misurano la buona didattica né il buon insegnante: un buon insegnante è colui che, rispettando i tempi e le attitudini dei suoi allievi, riesce ad appassionarli alla sua materia, riesce a coinvolgerli e a motivarli nello studio; tutto questo non si misura“. E niente, io questo grassetto non ce la faccio davvero a condividerlo così com’è. Potrei dire “tutto questo non si misura facilmente”, persino “tutto questo non si misura in questo modo, cioè con questo sistema così com’è stato immaginato e soprattutto applicato”. Ma “tutto questo non si misura” no, non ce la faccio a condividerlo. La buona didattica si deve poter misurare e i buoni insegnanti dovrebbero porsi il problema di come farlo. Il motivo per cui lo penso nasce precisamente dalla mia esperienza. Prima di iniziare a fare il lavoro che faccio io avrei affermato convintamente l’immisurabilità di quasi tutto. Ora sono altrettanto convinta che la misurazione è una delle cose più importanti, complesse e delicate che esistano. Una buona misurazione aiuta a migliorare, a non inventare l’acqua calda ogni volta, a individuare meglio – al di là degli scoramenti e delle sensazioni, che sono pur sempre componenti fondamentali della vita – cosa non funziona e cosa invece funziona. A usare le risorse, soprattutto quelle umane (intese come gli sforzi, la fatica, la fantasia, la pazienza) nel migliore dei modi. Una misurazione pensata e fatta male è inutile e persino dannosa, su questo concordo pienamente. Ma non è una buona scusa per rinunciare a farla. Specie in un servizio come la scuola pubblica la misurazione è un’urgenza e una tutela e se – come è evidente – questo sistema di misurazione e valutazione presenta vistose criticità, bisogna trovare il modo di correggerlo. Ma non posso, per la mia storia e per tutto quello in cui credo, argomentare che “tutto questo non si misura”. Potrei continuare il pippone, ma mi astengo.

Io come rappresentante di classe. Mi trovo davanti una situazione spinosa. Una minoranza molto minoritaria di sostenitori dell’Invalsi. Un gruppo nutrito di aderenti alla protesta, per motivi diversi. Un gruppo, quasi altrettanto nutrito, di incerti, potenzialmente indirizzabili, ma tendenzialmente tiepidini. Alla fine ho scelto, e lo rifarei, di diffondere le corrette informazioni logistiche (correggendo voci inesatte che di tanto e tanto si diffondevano) e non proporre una linea comune. Non mi sarei sentita a posto con la mia coscienza a fare in altro modo. Così sono io. Come rappresentante faccio tutto quello che posso per promuovere un clima cordiale tra noi (che c’è già spontaneamente, di suo), per evitare i drammi e le enfatizzazioni (ritengo, forse a torto, che siamo tutti usciti dall’adolescenza e abbiamo già vite abbastanza complicate di loro, senza necessità di aggiungere pathos). Ma più in là non vado.

Io come genitore. Alla fine Meryem ha fatto le prove dei test, probabilmente non i test in sé (lo saprò tra qualche ora). Ma quando mi ha raccontato di queste prove mi sono limitata a ascoltare, senza commentare. Non le ho sminuite o ridicolizzate, non le ho enfatizzate in alcun modo. Lei sapeva che il maestro le brucerebbe, ed è giusto che lo sappia. Sapeva che la maestra, pur non essendo probabilmente una fan, gliele ha fatte provare e che, pur essendo un pochino difficili, non c’era nulla che lei non fosse in grado di fare. Niente alone di mistero, dunque, e niente paura. Oggi a scuola una sua amichetta aveva in mano la copia della diffida che sua madre aveva depositato in segreteria. “Cos’è?”, mi ha chiesto ovviamente Meryem. L’amichetta non sapeva rispondere e allora io le ho detto la prima che mi è venuta, non troppo lontana dal vero: “Lo sciopero dei genitori”. Alcuni insegnanti scioperano, alcuni no. Alcuni insegnanti scioperano alcune volte e altre no. Così i genitori. Se mi chiederà perché stavolta io no, cercherò di spiegarglielo. Me la immagino, Meryem, che mi chiede: “Ma quindi tu non pensi come il maestro?”. E qui dovrò spiegarle la cosa più difficile. Che si può apprezzare profondamente qualcuno, rispettarlo, persino amarlo e lo stesso non essere d’accordo con lui su una, due, tre cose o mille cose. Anche se quel qualcuno è un maestro meraviglioso. Anche se quel qualcuno è mio fratello, mia sorella, la mia migliore amica, il mio compagno. Anche se quel qualcuno è la mia mamma. Anche se quel qualcuno è mia figlia, per cui sarei comunque disposta a fare qualsiasi cosa. La libertà è una cosa più complicata di quello che sembra.

Ordinazione di famiglia


Sabato scorso ho partecipato all’ordinazione presbiteriale (chirotonia, per essere precisi) di un amico di famiglia, che per 35 anni è stato presbitero nella chiesa di S. Atanasio dei Greci. Vi ho parlato più di una volta della mia frequentazione di questo luogo un po’ speciale, a due passi da piazza del Popolo, ad esempio qui e qui. Come la comunità ucraina che ho conosciuto lo scorso Natale, la comunità di S. Atanasio è cattolica.

Perché si fa presto a dire cattolico. Apriamo una parentesi didascalica.

La Chiesa cattolica, sia in Occidente che in Oriente, ha un’ampia gamma di riti.

Ci sono quattro “tronchi” principali:

1.- In Occidente: il rito latino.

2.- In Oriente:
a).- il rito antiocheno (siriaco)
b).- il rito bizantino, nato da un gruppo di riti provenienti dal rito antiocheno sotto l’influenza di San Basilio e San Giovanni Crisostomo
c).- il rito alessandrino (Egitto).

In questi quattro “tronchi” si raggruppano tutti i riti: 29, per essere esatti. E il rito non è solo, come ero portata a pensare io, la lingua della funzione, che canti si cantano, che letture si fanno. Il rito scandisce tutta la vita concreta della comunità, comprese le date delle festività e, appunto, la questione delle ordinazioni.

Il mio amico Luigi è già nonno. In tutti i riti orientali della chiesa cattolica, infatti, si può essere ordinati diaconi e anche presbiteri anche se si è sposati (ma dopo l’ordinazione non si può sposarsi). Il celibato è richiesto solo per i vescovi, ma dubito che Luigi abbia questa ambizione. Alla sua ordinazione c’erano tutti i suoi familiari e hanno avuto un posto d’onore anche nei ringraziamenti, nelle preghiere e nella cerimonia: la “sposa”, i figli, i nipotini (che hanno partecipato alla processione con aria compitissima, facendo capolino tra i paramenti scintillanti dei molti concelebranti) e persino i consuoceri.

Posso dire che ho trovato questo sacramento di famiglia molto bello? Se devo essere onesta del tutto, il valore aggiunto del celibato per i sacedoti non sono mai riuscita a coglierlo pienamente, specialmente se è un requisito obbligatorio. Posso capire che possa essere per alcuni una dimensione liberamente scelta di vivere la propria vocazione. Ma l’argomento che una famiglia osterebbe o limiterebbe molto la funzione sacerdotale mi pare debole, molto debole. Specialmente oggi che frequento pastori di chiese non cattoliche (e, come abbiamo visto, anche cattoliche di rito diverso da quello latino) che molto praticamente e semplicemente dimostrano che essere padri di  famiglia nulla toglie alla loro vocazione, anzi.

Il Papa anche oggi, come succede spesso, cerca di volgere al positivo i punti più critici del dibattito, laddove altri sentono il bisogno di irrigidirsi e arroccarsi su posizioni “non negoziabili”. Invita a riflettere, Papa Francesco, sul fatto che molti giovani sembrano non aver fiducia nella famiglia: pochi matrimoni, molti divorzi, meno figli. Io credo che la famiglia intesa in senso ampio come nucleo costitutivo di un amore che si fa impegno preciso tra alcune persone e che da questo legame trae motivazione per estendersi generosamente all’esterno possa essere un punto di forza per rinnovare la qualità della nostra vita sociale. Ma allora non sarebbe opportuno aprirsi con convinzione alla possibilità che il sacramento del sacerdozio possa essere accolto più che adeguatamente anche in un contesto familiare?

Se penso alle persone che ho incontrato che si sono trovate a lasciare il sacerdozio non senza dolore solo a causa del requisito del celibato, non posso che pensare alle molte occasioni sprecate di avere sacerdoti convinti, felici e ricchi affettivamente e spiritualmente.

Un 25 aprile sporco


Fin da quando ero piccola, il 25 aprile profumava di sensazioni forti e belle. Avevo l’idea che questa ricorrenza in qualche modo resistesse  all’onda montante del cinismo e del menefreghismo. Bella ciao, la libertà, la resistenza. Questo messaggio che alla fine nessuna dittatura può durare per sempre. Anche il periodo dell’anno aiuta. Quell’inizio di primavera che non è ancora necessariamente bella stagione mi è sempre parso adattissimo a rappresentare un momento che non metteva fine alla guerra (anzi, in qualche misura ne cominciava un’altra), ma che era già una promessa di cambiamento.

I racconti della liberazione avevano anche questa componente dello sforzo che ci accomunava ad altri popoli per un bene comune: gli americani, gli inglesi (con i loro eserciti multietnici) e con loro tutti gli altri popoli d’Europa. La fine della persecuzione degli ebrei, ad oggi simbolo per eccellenza della violenza cieca che non distingue uomini, donne, bambini.

Non la faccio lunga, ma quest’anno, dopo l’incontro straordinario del consiglio d’Europa di ieri, non mi abbandona l’idea che questo 25 aprile me lo abbiano macchiato per sempre. Un’Europa che teorizza l’egoismo e la più miope politichetta volta solo a guadagnare facili consensi. I trionfalismi fuori luogo di chi cerca pateticamente di fare il gioco delle tre carte, con la stessa finalità. No, se scrivo tutto quello che penso la farei lunga sul serio.

Osservo solo che se QUEL 25 aprile ci fossero stati leader politici anche solo paragonabili a quelli di oggi, probabilmente non sarei qui a scriverne. Non perché allora ci fosse questo grande afflato umanitario, ci mancherebbe. Ma semplicemente perché chi governava una nazione forse era ancora in grado di leggere il contesto geopolitico al di là del proprio personalissimo ritorno d’immagine.

Concludo con una citazione dal bell’articolo di Antonio Guterres, alto commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, pubblicato su Time di ieri:

The first thing we must do is be more honest about what is happening. That includes recognizing that this is more than a migrant issue: Many of the people on these boats are refugees, fleeing from conflict and persecution. This means we have an unambiguous legal obligation to protect them. Seeking asylum is not only a universal human right—it’s also a political principle that has guided nations for thousands of years and is at the very foundation of the values upon which modern Europe was built. […]

The 1951 Refugee Convention was not born out of starry-eyed idealism. After years of conflict, and as a new Cold War descended, it was a deeply pragmatic document. What leaders understood then was that, even in the worst of circumstances, security comes from managing a crisis, not hiding from it. That only solidarity and a genuinely collective response can stop suffering on a massive scale.

We need to heed their lesson. The moment has arrived for us all to step up to the plate, not just those on the front lines. We need to put our values into practice. Because values which we relinquish when the going gets tough are no values at all. It is for times like these that we created the humanitarian system. We must not abandon it at precisely the moment when it is needed most.

Aggiungo una dichiarazione congiunta che testimonia che non sono la sola a pensarla così rispetto al tanto esaltato (da noi) meeting di ieri….

P.S. La vignetta, manco a dirlo, è del solito Mauro Biani

Guerra di religione


Mi raccontano che ieri, nel vagone della metropolitana in cui sono stati lasciati bloccati diversi passeggeri per improvvisa adesione anticipata allo sciopero del conducente (pare), la radio della stazione trasmetteva compulsivamente tre notizie: due erano relative all’avanzata dell’ISIS, tra attentati e decapitazioni, la terza era quella relativa all’incriminazione di alcuni migranti musulmani arrivati su un gommone che avrebbero spinto in mare alcuni compagni di viaggio in quanto cristiani. Potete immaginare, in quel concentrato di frustrazioni che era il vagone della metro bloccato in galleria, quali parole di odio siano volate e quanta violenza, sia pur solo verbale.

La sera prima, quando cominciavano ad arrivare le prime telefonate dei giornalisti che avevano individuato la terza notizia come ghiotta e da rilanciare, ho pensato di aver capito male. Davvero vogliamo parlare di guerra religione in una situazione come quella? Un barcone in avaria in mezzo al Mediterraneo, gruppi nazionali che si contendono l’ultima goccia d’acqua, la morte dello sconosciuto che nel delirio del naufrago potrebbe aumentare le possibilità di sopravvivenza per me e per mio fratello… Chiunque abbia sentito i racconti di viaggio di chi arriva (via mare e via deserto) non si stupisce affatto che la vita umana, in quei momenti, non abbia più alcun valore. Se i giornalisti avessero la memoria un po’ meno corta ricorderebbero anche notizie assolutamente analoghe: persone chiuse a morire nella stiva, passeggeri accoltellati e buttati in mare per alleggerire la barca, contrasti tra arabi e africani legati più a motivi storci, politici, economici e di razzismo reciproco che alla religione in sé. Padre Albanesi ieri ricordava che, ad esempio, il governo nigeriano e quello ghanese sono stati ripetutamente coinvolti nelle missioni dell’Ecomog – The Economic Community of West African States Monitoring Group in Africa Occidentale e spesso la loro presenza in alcuni Paesi è stata percepita negativamente, ma ovviamente queste sono cose di cui noi ignoriamo beatamente l’esistenza.

E invece tutta la stampa, nazionale e internazionale, si è lanciata a costruire la notizia facendo abbondante uso di termini come jihad, persecuzione, odio religioso. Ho letto (o ascoltato al tg?) persino un raccontino che potrebbe far invidia alle storie di santi medievali che così argutamente racconta Lucyette: nel pericolo gli uni pregavano Gesù e gli altri Allah, i feroci musulmani avrebbero cercato di convincere i cristiani a pregare Allah pure loro e quelli invece hanno preferito il martirio. Avanti, sembra la canzoncina della Santa Caterina (biribim, biribim, bibum)! Persino la Bibbia è più verosimile, quando racconta che sulla barca di Giona che rischiava di affondare ciascuno dei marinai e dei passeggeri invocava il suo dio.

Scherzi a parte, credo che ci siano due cose che dobbiamo chiederci.

1. Ma che, davvero siamo disposti a berci una notizia raccontata così? Possiamo realisticamente immaginare che su una barca, in punto di morte, persone disperate di tutte e etnie si lancino in dispute teologiche? O piuttosto siamo disposti a lasciarci convincere che i musulmani, come dimostrano anche le vicende internazionali, siano tutti crudeli per natura?

2. Perché che la raccontano così? Io la mia idea un po’ me la sono fatta. Non so voi. Ci sono molte possibili risposte, ovviamente. Ma credo che l’importante sia non smettere di chiederselo.

Migliorarsi

rimuginare, cose serie


Se avessi trent’anni e un lavoro che ti paga generosamente per trascorrere il tempo con le mani in mano, senza particolari incombenze, facendo beatamente i casi tuoi, saresti felice?
Mi faccio questa domanda, dettata da un aneddoto che mi è stato raccontato oggi e non credo di essere ipocrita a rispondermi che no, non sarei felice. Non dico che mai e poi mai lo accetterei, intendiamoci. So che a volte una scelta in questo senso è obbligata e anche fortunata, rispetto a lavori pesanti e mal pagati. Ma felice, no. Specialmente a trent’anni. Ma anche ora. Mi sembrerebbe di essere privata di un diritto, del sacrosanto diritto che abbiamo tutti (e o giovani ancor di più) di migliorarci, sfidarci, progredire.
Non parlo di carriera, ovviamente. Io, tanto per fare un caso personale, platealmente non ho fatto carriera e non la farò mai. Ma se mi guardo indietro, professionalmente ho imparato moltissimo e continuo costantemente ad avere occasione di sbattere il muso contro aspetti in cui ho ampi margini di miglioramento.
Il mio lavoro è l’opposto di quanto descritto sopra. Mal pagato e frenetico, pieno di cose diversissime tra loro. Ma è il mio lavoro, parla di me. Mi dà tanto e adesso posso dire che, almeno qualche volta, porta la mia impronta: un progetto pensato, voluto, scritto e ora – faticosamente – gestito; un evento riuscito; un rapporto annuale, quello che presenteremo la prossima settimana, che mi/ci soddisfa fino in fondo. Potrei continuare a elencare le opportunità che ho lavorando a Astalli, ma oggi il punto che mi preme è un altro.
Non è male essere ben pagati per il proprio lavoro. Beato chi lo è. Ma il lavoro deve dare qualcosa oltre allo stipendio. Passiamo al lavoro una parte importante della vita. Un lavoro che non chiede nulla si può sopportare, per necessità. Ma che un giovane ne sia felice mi rattrista e insieme mi allarma.
Sono esagerata?

P.S. A proposito di miglioramenti. Ho fatto il proposito di migliorare un po’ anche questo blog. Chissà se terrò fede a questa buona intenzione…