Istanbul in sette giorni


Istanbul in sette giorni non si visita tutta. Non credete alle guide. Per farsi una prima idea di questa metropoli sorprendente di giorni bisognerebbe preventivarne almeno dieci, meglio dodici. Noi però questi giorni avevamo e ce li siamo fatti bastare. Aggiungiamo poi che eravamo in tre: io, mia figlia Meryem (8 anni) e Pietro (che a causa di un infortunio era fermamente intenzionato a camminare poco e mai su dislivello). C’erano inoltre alcune indicazioni del Ministero degli Esteri, rispetto alla necessità di evitare posto troppo affollati e turistici (inclusa la metropolitana) a causa del rischio attentati.

Rispetto ai dislivelli l’impresa si presentava disperata. I colli di Istanbul, sette come quelli di Roma, sono maledettamente ripidi. I dislivelli c’erano. Le camminate pure. Però i taxi – mi sono dovuta rassegnare all’evidenza – costano poco. Meno dei mezzi pubblici, che pure ho ostinatamente usato quasi tutti. E gli attentati, direte voi? Beh, ci è stato subito chiaro che posti poco affollati a Istanbul semplicemente non esistono. Ci siamo lasciati contagiare dall’atmosfera di svagata rilassatezza della città e abbiamo osato. Non ce ne siamo pentiti.

015Istanbul a mia figlia ha rivelato da subito due grandi attrattive: i gatti e i gabbiani. I primi, in particolare, hanno la stessa aria di sublime indifferenza dei gatti di Roma. Talora si concedono alle coccole, talora si spostano sdegnati. A volte assumono una sostenuta posa da sfingi e regnano sulle soglie e sui gradini, ostentando distacco. I gabbiani, reali e comuni, si esibiscono volentieri nella presa al volo di briciole e pezzi di pane duro che i passeggeri lanciano da battelli e vaporetti. E qui veniamo alla terza attrazione di Istanbul: la navigazione. Il Corno d’Oro e il Bosforo altro non sono che Mediterraneo addomesticato a fiume. Il Bosforo aggiunge l’indubbio fascino di collocarsi tra Europa e Asia. Il Corno d’Oro fa onore al suo nome scintillando con zelo di riflessi sempre diversi. Il mare fluviale si naviga in barca, ma a tratti si supera sui ponti. E persino, meraviglia, ci si può passare sotto, a bordo dell’avveniristico Marmaray, la metro subacquea che collega due continenti.

Vi è venuta voglia di fare un salto a Istanbul? Eh, lo so. Di più. Lo capisco perfettamente. Spero di parlarvi più diffusamente di alcune mete in altri post, ma inizierò a darvi alcuni consigli generali e poi vi racconterò sinteticamente il programma di marcia che abbiamo scelto noi per la nostra settimana.

Intanto scegliete il vostro albergo. Noi eravamo al Pera Hotel, nel quartiere di Beyoglu (vicino alla Torre di Galata). Le stanze sono piccoline, ma comode e lo staff gentilissimo. Nessuna vista panoramica, ma francamente, cosa vi importa? Quella la avete in qualunque altro posto della città e mica siete venuti fino a Istanbul per stare affacciati alla finestra, no?

Seconda dritta: munitevi al più presto delle giuste “card”. Il Museum Pass (85 lire turche) consente di accedere ai musei statali della città  (sono la maggior parte: l’eccezione più eclatante è la cosiddetta Basilica Cisterna) per 72 ore. Sebbene in passato fosse ancora più vantaggiosa, resta comunque conveniente e soprattutto consente di saltare la fila. Si compra nella biglietteria di tutti i musei, alla reception di alcuni alberghi e anche online. Dà diritto ad alcuni sconti anche nei musei non statali e per le crociere sul Bosforo organizzate dalla compagna municipale di trasporti. I bambini fino a 8 anni compiuti entrano gratis. La carta magnetica ricaricabile per i trasporti, se decidete di usarli, è altrettanto importante. Noi abbiamo faticato un po’ a farla perché la macchinetta alla stazione dove cercavamo di comprarla esigeva una singola banconota da 10 lire turche per ciascuna card (non dava resto e non accettava la somma se composta da tagli diversi…), ma una volta acquistata la ricarica è stata molto semplice. Piuttosto valeva la considerazione che per alcuni tragitti, essendo in tre (i bambini pagano), il taxi risultava più conveniente.

Per documentarvi sulla vostra visita vi consiglio un libro e un blog. Partiamo dal secondo: Istanbul, Europa di Giuseppe Mancini è una fonte preziosissima di consigli e informazioni dettagliate e aggiornate. Ci è stato molto utile per limare i particolari della nostra visita e per integrare le informazioni pratiche, spesso un po’ approssimative, delle guide tradizionali. Il libro invece è 111 luoghi di Istanbul che devi proprio scoprire. Ci ha regalato molte conferme e qualche spunto nuovo, diventando una specie di album di ricordi della nostra visita grazie alle belle foto che accompagnano il testo. Per la topografia abbiamo apprezzato la seconda edizione ampliata della Cartoville Istanbul del Touring editore: più dettagliata delle simboliche cartine delle guide, molto più maneggevole di una mappa tradizionale.

Ultimo consiglio: i pasti possono essere tutti veloci e assai convenienti, ma un tuffo serio nella cucina ottomana non potete davvero negarvelo. Senza bisogno di spendere una follia, potete gustarvi una cena da Haci Abdulla. Attenzione, le porzioni sono generosissime!

Ed ecco infine il programma sintetico della nostra visita.

Giorno 1: arrivo, trasferimento, passeggiata in zona Bazar delle Spezie e Bazar di piante, pesci e uccelli, vicino alla Yeni Camii (vendono le sanguisughe!).

Giorno 2: S. Salvatore in Chora (Kariye Muzesi), Fethiye Camii (Chiesa di Pammakaristos), Sultanahmet/Moschea Blu e Ayasofya/Santa Sofia, Yerebatan Sarnici/Basilica Cisterna.

Giorno 3 : Rustem Pasa Camii e crociera sul Bosforo, versione lunga (fino al Mar Nero!)

Giorno 4: Museo archeologico, Aya Irini, Uskudar (Mihrimah Camii, Sakirin Camii, Cinili hammam per un bagno turco)

Giorno 5: isole dei Principi (Burgazada), Suleymaniye Camii, Gran Bazar

Giorno 6: Eyup (moschea e teleferica), Museo Koc, acquisti sull’Istiklal.

Giorno 7: trasferimento all’aeroporto e visita dell’acquario di Florya.

Già da questo sintetico appunto vedrete che abbiamo fatto alcune scelte che si potrebbero definire discutibili, prima fra tutte quella di non visitare Topkapi. Non siamo andati una sera a Ortakoy, come avrei voluto fare. Abbiamo omesso molte chiese e moschee importanti e belle, nonché il parco Yildiz con i suoi bei chioschi, che avrei voluto vedere, e i palazzi imperiali (Dolmabahce, Ciragan, Beylerbeyi). Non siamo andati al Museo del mare a vedere la mappa di Piri Reis (1513), né al museo di Arti turche e islamiche dove c’era una mostra sui Selgiuchidi che mi faceva gola. Nonostante questo, ritengo che abbiamo scelto bene le nostre mete e spero, nei prossimi post, di raccontarvi anche perché ne sono convinta.


selfie

Tornate!


E alla fine tornammo. Sabato pomeriggio siamo sbarcate a Fiumicino, con gran tintinnio di braccialetti, di ritorno da una settimana a Istanbul e due in giro per l’Anatolia orientale in macchina. Per raccontarvi questo viaggio temo che mi ci vorrà un anno sabbatico. Tre settimane piene di luoghi, colori, sorprese, imprevisti, relazioni. Cercherò di farlo comunque, piano piano. Abbiate pazienza.

E’ buffo scoprire quanta gente ci ha seguito su Facebook, a volte senza commentare, ma comunque accompagnandoci con affetto e, a tratti, con qualche apprensione (espressa o non espressa). Mi piacerebbe davvero ringraziarvi tutti. La destinazione non era forse la più rilassante di questi tempi, ne convengo. Ma era il nostro viaggio e ce lo siamo goduto. Ho avuto anche io i miei dubbi, alla partenza, ma con il senno del poi credo di aver fatto bene.

Era un viaggio “a misura di bambino”? Come in molti mi avete fatto notare, più o meno discretamente, decisamente non lo era. Ma arriva anche l’epoca dei viaggi e basta. E per Meryem questo momento era arrivato. E’ stata una ottima compagnia e, temprata da due anni di vacanze itineranti, non ha battuto ciglio  davanti a afa, docce malfunzionanti, bagni alla turca e sistemazioni di ogni genere.

Ho desiderato questo viaggio dal 1992, ma oggi mi rendo conto che valeva la pena aspettare di poterlo fare con lei.

Pronti?


Insomma, circa, quasi. No, onestamente ancora no. Ma contiamo di esserlo.

Anche questa estate, come quella scorsa, ci vede metterci in viaggio con la prospettiva di trovare, al nostro rientro, diversi cambiamenti importanti. Ma ormai abbiamo capito la tecnica. Riempiamo lo zaino e andiamo. Al ritorno ci si penserà.

Non è che non abbia preoccupazioni. Viaggiare di questi tempi, specialmente in contesti non esattamente tranquilli, qualche angoscia la provoca anche a me. Ma abbiamo preso e prenderemo le nostre precauzioni. Che implicano, incidentalmente, che ancora non sappiamo precisamente dove ci porterà la strada dopo Instanbul.

Sarà una bella estate, ne sono sicura. Un’altra estate nostra, a misura di noi.

E questo mi basta.

Si comincia da Istanbul


Questa era facile. La città per eccellenza, a parte Roma, è Istanbul. Sette colli, Corno d’Oro, Bosforo e skyline mozzafiato. Una metropoli vera, e non da ieri. Ci sono stata tre volte, finora, in momenti molto diversi della mia vita. L’ho sognata, prima e dopo, infinite volte. L’ho letta e ascoltata nei racconti di persone di tutte le epoche, inclusa la mia.

Ho le mie immagini di Istanbul, ma non vedo l’ora che anche Meryem cominci a costruirsi le sue. Intanto ve ne regalo qualcuna.

La voce di Sesen Aksu nella fortezza di Rumeli, sul Bosforo, una sera d’agosto.

L’anastasis di Kariye: contemplarla, una mattina di Pasqua, è stata un’esperienza più religiosa di tante liturgie più canoniche.

La patata arrosto ripiena delle bancarelle di Ortakoy. Ora so che si chiama kumpir, all’epoca la chiamavo in un altro modo.

Il Pera Palace, l’hotel di tante celebrità, ma soprattutto di Agatha Christie, il mio idolo.

I lampadari tondi e bassi delle moschee, la luce che filtra e disegna arabeschi ulteriori sui tappeti, i momenti di silenzio trascorsi seduta a gambe incrociate, con il fiato sospeso.

I gabbiani di Istanbul quando ancora non erano così tanti a Roma.

Una traversata del Bosforo di notte, fuori dai percorsi del turista, di ritorno da una casa specialissima.

Istanbul della mia fantasia è femmina. Si incarna in tre donne forti, tre straniere: RoxelanaGrazia Nasi (che per me ormai ha la voce di Evelina Meghnagi) e la già nominata Agatha Christie. Tre donne fuori dagli schemi, che sono state capaci di rialzarsi una o più volte, dopo che il destino le aveva gettate a terra.

Per questo, anche per questo, il mio viaggio con Meryem partirà da qui.

Tre cose che ci sono piaciute del Museo Egizio di Torino


Domenica scorsa abbiamo visitato il Museo Egizio di Torino. Eravamo un gruppo di 25 persone, di cui 11 bambini (alcuni davvero piccolini: giusto 3 o 4 avevano già studiato gli egiziani a scuola, per intenderci). La guida che ci è stata assegnata, Eleonora, è stata molto brava a coinvolgerli. Gli auricolari (group tour), previsti per tutti, una mano santa. Il costo del biglietto è onestissimo (13 euro gli adulti, 1 i bambini tra 6 e 14 anni, gratuito sotto i 5).

Ovviamente di domenica, in pieno ponte e per giunta in concomitanza con l’ostensione della Sindone, il museo era affollatissimo. Se potete scegliere, vi consiglio un giorno feriale, che vi consentirà di apprezzare pienamente l’atmosfera. Il percorso espositivo, peraltro, è davvero notevole. Quando visitavo il museo ai tempi dell’università (il giorno di chiusura, il mio professore di egittologia era il direttore) i reperti erano sempre notevoli, ma il percorso museale era davvero ottocentesco. Oggi è tutta un’altra storia. Un museo di cui andare fieri.

Per quanto riguarda i tempi della visita, io stimerei almeno 3 ore. E comunque si tratterà di un assaggio. Con i bambini, in gruppo e con quella folla ci siamo naturalmente attestati sull’ora abbondante. Di più non sarebbe stato realistico. Io mi sono ripromessa di tornarci al più presto, troppe cose non abbiamo neanche sfiorato.

Tre cose che sono piaciute a Meryem (8 anni)

  • I panini di 3000 anni fa (“Ti rendi conto???? I pa-ni-ni. Proprio quelli che si mangiano!”)
  • Il biglietto, che “somiglia tanto al braccialetto che avevamo a Legoland” [trattasi, apprendo dal sito, di “braccialetto graficamente personalizzato contenente la tecnologia RFID”]
  • Le tuniche [in effetti, assolutamente spettacolari… specialmente quella plissettata]

Tre cose che sono piaciute a me

  • L’ho già detto? L’esposizione. Chiara, esplicativa, gradevole. Le statuette esposte con il loro stampo accanto, le vetrine che consentono l’osservazione degli oggetti da ogni lato, un giusto compromesso tra cronologia e geografia.
  • La sezione dedicata a Deir el-Medina. Sì, anche il favoloso ostacon della danzatrice. Quello che contiene un famoso errore. Voi sapete individuare qual è? Sappiate che una del nostro gruppo (diversa da me, che peraltro avrei dovuto saperlo) lo ha individuato in 2 secondi scarsi. Non per mettervi ansia da prestazione…
  • Il sapiente uso della tecnologia (ad esempio il filmato accanto alla cappella della tomba di Maia, con l’ipotesi ricostruttiva).

Il bookshop, senza essere faraonico, è piuttosto ricco, sia di gadget che di libri. Meryem ha scelto un libretto sui geroglifici, che spero mi darà occasione di accostarla ad alcuni concetti importanti. Il primo è cercare di non considerare necessariamente  ogni cosa lontana nel tempo e nello spazio come “meno evoluto” o “più evoluto” rispetto a ciò che per noi è più usuale. L’alfabeto non è il gradino più alto dell’evoluzione della scrittura. E’ solo un sistema di scrittura diverso da quelli più complessi (come il geroglifico o il cuneiforme), basato sull’economia (minor numero di segni possibile, rapporto quasi univoco tra suono e segno). Gli egiziani non scrivevano con un sistema di scrittura incredibilmente complesso perché non avevano ancora capito come scrivere in modo semplice (in attesa che qualcuno “scoprisse” come farlo). Lo facevano perché era ciò che era adeguato a ciò che dovevano scrivere (a cosa scrivevano, a chi scriveva e a chi doveva essere il destinatario delle loro scritture).

Allo stesso modo, non ritraevano le persone secondo i canoni che conosciamo, quasi immutati per millenni, perché non erano capaci di disegnare in modo più realistico. Gli ostraca di deir el-Medina lo dimostrano ampiamente. Lo facevano perché era quello che serviva in quei contesti e per quelle finalità.

Se solo fossimo capaci di deporre lo sguardo di sufficienza con cui guardiamo alle civiltà dell’antichità (ma anche a molte di quelle contemporanee) ed essere fieri della straordinaria richezza della civiltà umana…

Idrovore e piante pioniere


Il futuro è tutto da costruire, potrà essere anche peggiore ma ci sono due certezze: nulla resta immutato, il presente non è per sempre, e molto dipenderà da noi, dal nostro impegno, dalla nostra forza di non arrenderci, dalla nostra creatività e dal nostro coraggio. Leggevo ieri queste parole di Mario Calabresi su La Stampa e immediatamente ho pensato ai giorni che ho trascorso con Meryem e la Giovane Montagna nel Polesine. Una gita di tutto riposo dal punto di vista dell’impegno fisico (l’unico dislivello era quello che ci separava dagli argini del fiume e si aggirava sui due metri e mezzo), ma straordinariamente intensa. Il Polesine non l’abbiamo solo visto, ma ce l’hanno raccontato, con passione e competenza, le guide a cui ci eravamo affidati. Questo per me ha fatto davvero la differenza. Natura e uomo insieme, nemici e alleati. Fatica, pazienza, ingegno, coraggio. Quella di questo territorio è una storia bellissima e anche una potente metafora. Abbiamo iniziato a capirlo già il pomeriggio che siamo arrivati, al Museo della Bonifica. Se mi avessero detto che mi sarei commossa davanti a un’idrovora, non ci avrei creduto. E anzi, vi dirò: se fossi stata io a scegliere magari non ci sarei andata affatto, preferendo qualche vetrina di museo di antichità molto mono significativo. Avrei commesso un errore madornale. Davanti a quelle pompe stupefacenti, la nostra guida Sandro ha iniziato a spiegarci davvero dove ci trovavamo. Ci ha fatto notare come “i pesci nuotano più in alto di dove volano gli uccelli”, poiché il fiume scorre vari metri più in alto del livello delle campagne e incombe, letteralmente, sulle colture. Ci ha descritto la povertà vera di chi vive di nulla e con nulla. L’emigrazione che ha portato via tanti dal Veneto e da qui in particolare. E poi quell’impianto solenne, capace di riportare l’acqua in eccesso su al fiume e bonificare i terreni. Ci ha detto di quando suo nonno li portava, da bambini, a guardarlo, perché era quella macchina straordinaria che dava la possibilità ai suoi figli di continuare a vivere dove erano nati. Mi ha colpito l’eleganza del soffitto liberty, le targhe che tradivano la fierezza di chi aveva costruito quell’impianto con la consapevolezza che non era una macchina come un’altra. “Ca’ Vendramin parla”, ci diceva Sandro. Verissimo. Parla persino a me, che di pompe e caldaie non capisco nulla. Ma anche la natura, con il suo fascino discreto, ha fatto e fa la sua parte. Al giardino botanico di Porto Caleri, oltre ad aver conosciuto la salicornia – una pianta che avrei giurato fosse un parto della fantasia della Rowling e invece esiste, e ho avuto persino il coraggio di masticare una bacca (salata!!!!) – abbiamo visto con i nostri oggi come dalla sabbia le piante pioniere avviino un processo lento ma inesorabile che di fatto trasforma il terreno profondamente, fino a renderlo adatto agli arbusti prima e al bosco vero e proprio poi. Se non fosse stato per le zanzare, che lì prosperano come nel paradiso terrestre e raggiungono dimensioni e ingordigia ben al di fuori della media stagionale romana, anche quell’itinerario sarebbe stato perfetto. Natura, uomo, uomo, natura. La mattina dopo navigavamo sul Po di Venezia in motonave e il pensiero correva alle capanne di canne in cui si viveva prima, quando le alternative erano scarse o inesistenti. Quando possedere una bicicletta era segno di ricchezza e una scintilla di troppo poteva mandare in fumo tutto in un momento (per quello si sono inventati i camini a dado). Il faro, su cui immaginavo Montale e la moglie (“la talpa”) che salgono le scale un po’ a fatica e poi fissano lo sguardo su quella linea dell’orizzonte dove l’acqua cambia colore e diventa mare. E mi veniva anche da sorridere, ripensando a quando, il giorno precedente, Meryem armata di binocolo avvistava garzette e volpoche. L’avete visto Un anno da leoni? Comunque lei ha rischiato seriamente di odiarmi perché ho avvistato una nutria e un fagiano e lei no. Il birdwatching induce alla competizione, evidentemente (sì, la nutria non è un uccello, ma non state a guardare il capello).

Giugno


Giugno è un mese infuocato, più di agosto. Il lavoro è una specie di delirio ininterrotto. C’è la fine della scuola, l’inizio dei campi estivi, il compleanno di Meryem. E’ un mese di incastri degni di un tangram, ma anche (in genere) di soddisfazioni, appuntamenti significativi, emozioni.

Ho vari post in canna, ma li devo rimandare per il momento.

Però vi lascio due link di post scritti per altri: una riflessione sulla giornata straordinaria dell’8 giugno scorso sul blog del Centro Astalli e un post sul friendsurfing per Genitori Crescono. Su questo secondo mi concedo un sospiro: che vacanze l’anno scorso! Cercate su Instagram #friendsurfing e rigustate con me che bei posti abbiamo visto, in ottima compagnia.

Mi conforta il pensiero che il 1 agosto si ricomincia la giostra. Ho già un biglietto per Palermo e due biglietti Milano-Zurigo. Tutto sta a riempire ciò che sta in mezzo…