Incerte rivoluzioni


Ieri, come molti sul web, assistevo sbalordita alle manifestazioni di Madrid. Su Twitter le battute si sprecavano: “siamo i più forti a retwittare le proteste degli altri”; “verrà qualcuno a scalzarci dai nostri divani?”. Io, frastornata e perplessa, retwittavo. Come volevasi dimostrare.

Frattanto, su Facebook, mia sorella mi chattava la sua solita domanda: “Ma possibile che non ci sia proprio nulla di decente in giro in cui poter partecipare politicamente, muoversi insieme a altri per cambiare qualcosa?”. Passati in rassegna alcuni improbabili nuovi contenitori di idee – o come caspita li definiscono – ci siamo ritrovate con un ben magro bottino. Un nuovo giornale, Pubblico, da seguire con un qualche interesse (“Ma Luca Telese era alunno di mamma?” No, almeno lui no. Però era monteverdino, da bambino, e frequentava casa di miei amici di infanzia. Che ai miei occhi questo pedigree da monteverdino e le remote pascolanze comuni a Villa Sciarra con la babysitter Maristella – se non erro – non sono necessariamente un punto a favore. Ma non divaghiamo, prego). E poi? Poi niente, nulla di nulla, nisba, zero.

Stamattina un’amica esprimeva perplessità, sempre su Twitter, rispetto all’entusiasmo captato in rete per i fatti di Madrid. Cito la cara Silvia Mobili: “Non capisco chi evidenzia con foga le proteste in Spagna. Dobbiamo picchiarci e sfasciare i negozi anche noi? Questa la strada anti-crisi?”. No, rispondevo io, ma questa nostra immobilità indifferente è tutt’altro che non violenta. Non reagire significa sostanzialmente fare violenza a chi è più debole di noi e più pesantemente subisce. Silvia obiettava a questo punto che bisogna costruire il cambiamento da noi, dalle piccole cose di tutti i giorni. Concordo, ci mancherebbe. Ma basta che le piccole cose di tutti i giorni non sano esclusivamente i fattarelli nostri. Mi sembra che sia il “noi”, il senso di comunità che si stia perdendo. Vedendo dall’esterno – ma dall’esterno notoriamente è difficile farsi un’idea realistica – le manifestazioni di Madrid a noi appaiono sorprendenti perché sembrano animate da un senso di comunanza che qui è merce rara. Avevo già parlato, in altra circostanza, delle manifestazioni di qui che ormai paiono eventi, happening, con musica sparata e giocolerie varie. Belle, artistiche (entro certi limiti), ma del tutto depotenziate rispetto ai contenuti e al senso ultimo. Però magari parlo di cose non paragonabili.

Si ritorna sempre lì: indignati individualmente direi che siamo tutti, per un motivo o per l’altro. Ma è pensabile in Italia, oggi, essere indignati collettivamente, possibilmente in modo costruttivo? Sono profondamente toccata da questo dubbio, perché mai come ora noto con allarme che sulle mie convinzioni, i miei entusiasmi più sinceri sembra depositarsi una sorta di opacità, di polvere. Stanchezza, disillusione, cinismo. E se mollo sulle due tre cose in cui credo davvero, con quale energia posso andare avanti? Perché non credo di essere pronta a lasciarmi vivere (e, anche fosse, a Meryem che racconterei?).

La rete può essere una risposta? Il modello del pigrattivista qui descritto mi convince fino a un certo punto. Però credo molto nella forza catalizzatrice del web, nella sua capacità di moltiplicare esponenzialmente quei casi della vita che ti fanno incontrare la persona giusta, l’alleato giusto, l’occasione a cui non pensavi neanche.

Alla fine la cosa che più serve, in questo momento, è la creatività. E non intendo, ovviamente, una qualche forma di estro artistico autoreferenziale (oggi, alla Social Media Week di Torino l’assessore all’innovazione del Comune di Milano ha associato per ben due volte in un intervento di pochi minuti il concetto di politica con quello di autoreferenzialità – mi è parso emblematico). Si tratta proprio di capacità di pensare al di fuori degli schemi tradizionali, che ricordano  degli stampi consunti (matrici stanche? ricordo vagamente qualche articolo di argomento archeologico…) che producono oggetti apparentemente nuovi ma già inservibili.

E, con questo concludo, veniamo al blog, ai blog, che per me sono stati e sono ancora luogo privilegiato di argomentazione e scambio di idee. Il fatto che i blog possano essere molto altro (fornitura di servizi, strumento di marketing, vetrina professionale, aggregatori di community e chi più ne ha più ne metta) non dovrebbe indurre noi blogger cani sciolti a rinunciare a una straordinaria possibilità di condivisione (sì, Anna, dico a te). Persino nei più piccoli progetti aziendali, ormai da soli non si va da nessuna parte. Figuriamoci per fare le rivoluzioni.

L’acqua in pillole


Ricordo un po’ confusamente un cartone animato dei tempi miei (avevo scritto antichi, per la cronaca), ambientato alla corte di Re Artù. In uno degli episodi Merlino arrivava trionfante dal sovrano, esclamando: “Sire, ho fatto una scoperta straordinaria! La nostra salvezza in caso di assedio! L’acqua in pillole”. “Interessante, Merlino” rispondeva il re. “E come funziona?” “Basta sciogliere una pillola in mezzo bicchiere d’acqua!”.

Quando, già un paio di anni fa, ho iniziato a leggere nei bandi del Fondo Europeo per i Rifugiati che si sarebbero finanziati studi di fattibilità e poi anche interventi diretti di supporto alla creazione di impresa da parte di titolari di protezione internazionale, eventualmente appartenenti alle cosiddette categorie vulnerabili (vittime di violenza estrema e di tortura, nuclei monoparentali, donne in stato di gravidanza, anziani, disabili), mi è tornata prepotentemente alla mente quella vignetta. Senza negare a priori che ci possano essere progetti altamente sperimentali con una buona percentuale di successo (non credo però a Roma, francamente), mi è parso di vedere dietro questa soluzione il tentativo di risolvere un problema limitandosi a spostarlo un po’ più in là. Chi ha difficoltà enormi ad inserirsi nel mercato del lavoro, specialmente in questa congiuntura economica, difficilmente sarà un brillante imprenditore. Non tutti gli stranieri, per il solo fatto di essere tali, sono geneticamente predisposti a gestire qualche lucroso import-export. I migranti forzati, poi, non possono contare di solito neanche su una solida comunità di riferimento. Hanno un bel dire, i sociologi, che nella storia lo straniero è mercante e il mercante straniero (si legge anche questo, nelle ricerche di riferimento). Mica parliamo dei fenici dei sussidiari. Altre sono le persone e soprattutto ben altro è il contesto economico. Per cui quando ti arriva una volenterosa signora ivoriana convinta di aprire un ristorante a Roma perché le piace cucinare (e alla domanda “che fornitori useresti?” risponde “andrei a fare la spesa a Piazza Vittorio”) hai il forte sospetto che non sia assolutamente il caso di incoraggiarla.

Un pensiero analogo mi veniva oggi mentre seguivo con la coda dell’occhio – in streaming – la Social Media Week di Torino, panel “SocialMom, Mamme in rete”. Durante il dibattito finale è serpeggiata la domanda fin troppo consueta che viene rivolta alle mamme blogger di chiara fama: “Quand’è che [bloggare] diventa redditizio?”. In filigrana si coglie un intero esercito di donne che con la maternità ha lasciato o perso il lavoro e che dunque vede nel web la possibilità di inventarsi un lavoro più conciliabile con la propria dimensione. Tutto è possibile, ma ho sempre pensato (e sono in questo confortata da un’autorità come Barbara Damiano) che mettersi in proprio non è affatto un ripiego comodo a un lavoro impiegatizio scomodo. Può essere certamente una via alternativa, ma solo per chi – passatemi la definizione un po’ approssimativa – ha la possibilità di scegliere. Poi chiaramente tra la blogger per mero diletto e l’imprenditrice del web ci sono le mille sfumature del lavoro free-lance, che può utilmente servirsi del blog come vetrina. Questa variante può essere in effetti una risposta all’assenza di reale conciliazione nel nostro Paese (non è una forma di conciliazione in sé, però). A una condizione: non avere un disperato bisogno di guadagnare. Quindi, a quanto ho potuto vedere, reinventarsi professionalmente attraverso il mommyblogging è possibile, ma non è un ammortizzatore sociale, un sostegno al reddito delle fasce più deboli. Può aiutare qualche professionista rimasta al palo a sperimentare vie nuove. Però non è la via della redenzione per tutte le donne che non trovano un lavoro o non hanno la possibilità di mantenerlo.

Insomma, guadagnare attraverso il blog per una mamma è come una pillola di acqua in pillole, da sciogliere in mezzo bicchiere d’acqua. Mandata giù così rischia di strozzare il volenteroso ingoiatore (o, più facilmente, la volenterosa ingoiatrice).

Ovviamente poi bloggare è altro e offre moltissimo. Potenzialità di sperimentare, di catalizzare idee, di esprimersi, di socializzare. Io adoro il mio blog e non credo potrei più rinunciarci. Però difficilmente rimpinguerà il mio conto in banca – e non mi sono mai aspettata che lo facesse.

 

Piccolo canguro: una favola per l’inserimento


Piccolo canguro

Durante una delle nostre spedizioni alla piccola e media editoria, lo scorso dicembre, mia sorella Marina mi ha regalato questo libro di Guido van Genechten, che ho subito apprezzato moltissimo. Oggi, rileggendolo a Meryem, ho pensato che è molto adatto a questo periodo dell’anno, in cui le mamme si confrontano con inserimenti a scuola e i relativi distacchi, più o meno sofferti.

Piccolo Canguro è restio a saltar fuori dal marsupio della sua mamma. La mamma cerca di invogliarlo, di stimolarlo, di spingerlo fuori dolcemente. Perché è giusto così, ma anche perché, umanamente, è stanca e non ce la fa più a portare tutto il giorno il peso di un cucciolo un po’ cresciutello. Alla fine anche il cangurino mammone si lancerà nel mondo, nel modo più naturale: saltando dietro a un nuovo amichetto.

Mia sorella mi raccontava di voci – non so quanto fondate – relative al fatto che questo libro, olandese, avrebbe incontrato qualche resistenza prima di essere tradotto in italiano e che sarebbe stato addirittura rifiutato, in quanto poco in linea con l’italica sensibilità, da alcune editrici più famose. Non ho idea se sia vero. Certo è che questo concetto della fisiologica stanchezza della mamma, che nulla toglie alla gioia positiva dell’indipendenza, è certamente uno degli elementi che mi ha reso questo libro dalle illustrazioni deliziose assai simpatico.

Lo dedico a tutti i genitori alle prese con queste settimane di rodaggio. A quelli che si sorprendono a desiderare che i figli crescano in fretta (salvo poi pentirsene, quando crescono davvero). Ai genitori sgarrupati come me, che sentono gli uccelli cinguettare e, nonostante tutta la fatica, provano ancora l’impulso di muovere qualche passo di danza (se non ci vede nessuno).

Ci credo?


Quest’estate ho dedicato alcune settimane a lavorare intensamente per produrre dei materiali didattici di approfondimento per questo progetto, un percorso per studenti delle scuole sulle diverse identità religiose presenti nel nostro Paese. Avevo poco tempo (e a dirla tutta qualche piccola incrinatura nella motivazione), ma vi dico senza falsa modestia che ho fatto un ottimo lavoro, secondo me (presto sarà on-line e giudicherete voi stessi).

Credo molto nell’importanza di questa azione di prima alfabetizzazione sulle religioni. Non per puro gusto accademico (anche se ovviamente il tema mi interessa anche intellettualmente, per dir così), ma perché nella mia esperienza ho provato che i fraintendimenti più grossolani, evitabili e, ahimé, spesso davvero capaci di compromettere un rapporto finiscono per dipendere da questioni legate magari non alla religione in senso stretto, ma all’identità religiosa sì. Mi rendo conto che affrontare un tema così, oggi, dopo quello che è successo in Libia e altrove, è più difficile che mai. Eppure credo che fatti del genere non siano solo, come pure viene giustamente rilevato, indice della barbarie del fanatismo (di tutti i fanatismi, si intende: anche di quello del cowboy bruciaCorani). Penso che questa storia, ancora piuttosto ingarbugliata e poco chiara nei suoi mandanti, ci insegni soprattutto che il senso di crescente estraneità tra le identità religiose nel mondo viene oggi sfruttato come arma di distruzione di massa. Quindi chi ha cuore la pace e la giustizia dovrebbe interrogarsi a fondo su cosa si possa fare per cambiare le carte in tavola.

Non sono di quelli della scuola irenica che sostiene che “in fondo crediamo tutti nelle stesse cose, chiamate con nomi diversi”. Balle. Cioè, a livello di meri valori magari ci sono più consonanze di quanto si creda (giustizia, solidarietà, fratellanza, etc etc). Ma ciò che si crede alla fin fine è parte relativamente piccola di ciò che entra in gioco quando ci si incontra (e ci si scontra). Ciò che alla fine conta è ciò che si fa, o si riterrebbe importante fare, ogni giorno e quanto questo potenzialmente urti la sensibilità non solo religiosa, ma più ampiamente valoriale di chi mi vive accanto. Secoli di convivenza avevano creato delicati equilibri di maggioranze e minoranze, di osservanze e di trasgressioni tacitamente sdoganate, di compromessi creativi che però possono essere spazzati via in trenta minuti netti da un predicatore smaliziato, da un fatto di cronaca sapientemente raccontato (o addirittura creato ad arte), da un improvviso variare di condizioni anche apparentemente estranee ai fatti in sé. Guardatevi E ora dove andiamo? e vedrete un’esemplificazione efficace di questo processo di sfaldamento di convivenze, purtroppo ormai quasi generalizzato.

In questa ultima parte di storia dell’Occidente che si fa bello, a proposito e a sproposito, della propria laicità, mi pare si assista – contrariamente a quel che spesso sento affermare – non a una relativizzazione dei valori, ma piuttosto alla loro assolutizzazione. Laici e credenti, o almeno una fetta importante dei due gruppi, sembrano accomunati da una analoga certezza di avere le risposte giuste (dalla ricetta della democrazia ai requisiti di una coppia accettabile). Alla luce di queste risposte, fioriscono processi, giudizi, etichettature di massa in buoni e cattivi. Le sfumature vanno di moda solo nei polpettoni editoriali, pare.

Che c’entra questo con le religioni? C’entra. E qui torniamo al progetto nelle scuole, che dopo vari anni quest’anno, almeno per certi aspetti, è ritornato in mano mia tipo boomerang e quindi, ancora una volta, mi toccherà cercare di spiegare perché lo ritengo importante e utile (finora non sono stata molto convincente, almeno con i colleghi). Non voglio che i ragazzi delle scuole assistano a una parata di prodotti diversi per scegliere il migliore. Neanche che capiscano o imparino qualcosa di un’altra o di altre religioni. Mi basterebbe che si tolgano dalla testa qualche certezza sulla religione altrui e diano una chance a chi quella religione la vive di presentarsi per ciò che è, senza essere a priori chiuso in un cassettino a chiusura ermetica. Gli equilibri sono arte delicata: ci vuole molto tempo e ingegno a costruirli e basta un pizzico di stupidità (o di malizia) a infrangerli. Eppure cos’è il vivere civile se non una ricerca attiva di equilibri tra le diversità che compongono le nostre società? Ma soprattutto: non trovate che cogliere la complessità possa essere entusiasmante? E’ il primo passo verso quella libertà di pensiero che predichiamo molto, ma pratichiamo sempre meno, abbrancati alle sicurezze dei nostri schemini mentali. Speriamo che le generazioni che vengono dopo di noi siano un po’ più spericolate. La libertà reale di pensiero (e non la libertà di tifare per una parte o per l’altra con qualunque mezzo) è forse la prima forma di educazione civica. (Bum. Forse questo è troppo. Ok, cancellate mentalmente l’ultima frase, se vi pare pretenziosa).

Ci credo, dunque, nonostante tutte le delusioni del passato e del futuro? Ci credo. E quindi tra le tante cause perse a cui sono votata continuo a sposare anche questa, a cui non riesco neppure a dare un nome.

Aggiornamento: adesso sono on-line. Li trovate qui.

Quel che è giusto è giusto


Qualche post fa raccontavo della didattica della storia che avevamo provato a Ribe, in Danimarca e mi chiedevo perché non si praticasse qualcosa di analogo qui in Italia. Mi correggo: iniziative di analoga serietà e impostazione esistono anche in Italia. Solo che sono occasionali, che faticano a trovare gli spazi per esprimersi e che, quando ci sono, sono ben poco pubblicizzate, in fin dei conti.  Fino a domani è in corso a Roma, nello scenario del Parco Regionale dell’Appia Antica (un gioiello di archeologia e natura che io, da romana, mi godo incredibilmente poco), la terza edizione del festival Ludi Romani.

Domenica scorsa io e Meryem siamo andate all’anteprima, al mausoleo di Priscilla. C’erano poche attività, ma era tutto più raccolto e ci siamo godute a pieno il laboratorio sul formaggio di Pino Pulitani, che in seguito ho scoperto essere uno dei massimi esperti in Italia di archeologia sperimentale oltre che maestro artigiano. Spendo due parole su questo incontro che mi ha folgorato: ho visto poche persone capaci come lui di coinvolgere i bambini in un’attività didattica, anche un po’ lunga e complessa, trasmettendo moltissime informazioni senza mai averne l’aria. Oggi invece siamo andati alla sede maggiore, la monumentale Villa di Massenzio. Le attività proposte erano moltissime, anche se forse la cornice, pur bellissima, risultava forse un po’ dispersiva.

Nelle associazioni di appassionati che animavano l’evento ho trovato entusiasmo, convinzione e competenza. Quelle stesse che descrive Giorgia in questo post su Ribe. I combattimenti dei gladiatori erano ad esempio introdotti da un’arringa che alternava toni da commentatore sportivo a spiegazioni molto tecniche, ma comunque chiarissime, sull’equipaggiamento e la tecnica di combattimento dei vari gladiatori. Quando poi il commentatore ha deposto il microfono per assumere la sua identità di reziario, il suo trasporto ha trovato il degno coronamento. Mi ha davvero colpito questo strano connubio di tifoseria e rigore filologico, che non può esprimersi ovviamente nelle parate mastodontiche del Natale di Roma, quando il Circo Massimo è invaso di figuranti molto pittoreschi, ma nessuno ha la possibilità di parlare (tranne chi farebbe miglior figura a stare zitto).

C’è dunque anche qui da noi chi coltiva la passione per una storia imparata, trasmessa e vissuta in un modo diverso dagli stereotipi dei film americani. Oggi ho sentito accenti di tutta Italia: i gruppi venivano da Rovigo, da Bergamo, da Siracusa. Alcuni di loro girano l’Europa in manifestazioni analoghe e quindi, posso immaginare, respirano anche un’aria diversa, vedono che in molti Paesi (e non solo quelli nordici dove ci sono solo prati e boschi: mi parlavano dell’anfiteatro di Tarragona, in Spagna) la riluttanza italica a concedere siti archeologici per attività di intrattenimento a stampo didattico non esiste. Anzi. Osservavamo oggi che non si esita a concedere il Colosseo per eventi che poco hanno a che fare con la sua reale valorizzazione come patrimonio comune (dalla Via Crucis alla sfilata dello stilista di turno), ma mai e poi mai si autorizzerebbe un torneo di gladiatura internazionale con queste caratteristiche.

Bisognerebbe fare più spazio a questo patrimonio di risorse umane che esiste nel nostro Paese e che può ridare vita ai nostri siti unici, ma troppo spesso poco fruibili e quindi anche poco attraenti. Piuttosto che tentare di spennare il turista giapponese ai Fori Romani con tariffe truffaldine, si potrebbero offrire esperienze come quella di oggi non solo eccezionalmente, ma in modo più sistematico. Italiani e turisti pagherebbero volentieri un biglietto onesto e tutti noi respireremmo un po’ più di cultura, che male non fa a nessuno.

P.S. Se volete guardare qualche  foto di questi due giorni ai Ludi Romani, le trovate qui.

Il fascino dell’alieno


Avevo in mente almeno tre bozze di post, uno dei quali avevo addirittura annunciato in risposta a questo di Anna. Ma poi è successo che ieri, alla ricerca di una degna ricarica per il mio Kindle (vi ho già detto che lo amo? mi sa di sì), mi sono imbattuta nella trilogia How to be a Brit (composta da How to be an AlienHow to be InimitableHow to be Decadent) di George Mikes.

Chi era costui, diranno i miei piccoli lettori? (che detto così fa tanto Collodi…). Facciamo un passo indietro. Anzi, più che un passo, un salto nella macchina del tempo. Estate del quarto ginnasio (mi pare): mi accingo alla mia prima vacanza studio in Inghilterra, in quel di Cambridge. Di quelle tre (o due?) settimane ricorderò specialmente le serate passate a cucinare pancakes in una specie di sala parrocchiale, un parco divertimenti dove ho scoperto che sulle giostre veloci vado in apnea e alla bisogna svengo e il mio primo acquisto in una libreria inglese. E mica un libro qualsiasi: un Penguin (tascabile, ovviamente). La quintessenza dell’inglesità (mi si passi il termine).

Il libro, che era proprio How to be an Alien, era in un certo senso un libro di testo. Il professore del mio corso estivo ci aveva ordinato di procurarcelo e alla fine di ogni lezione se ne leggeva un brano. E’ una di quelle letture che è letteralmente saltata fuori dalle pagine stampate per fondersi con il mio DNA. Non posso pensare di fare una battuta di spirito, di scrivere un pezzo divertente, di leggere una situazione con ironia senza dover riconoscere una parte di merito a questo giornalista ungherese naturalizzato britannico.

Scrive bene, Mikes, nella prefazione alla 24° ristampa (nel 1958: la prima edizione era stata pubblicata nel 1945): “At the moment I am engaged in writing a 750-pages picaresque novel set in ancient Sumeria. It is taking shape nicely and I am going to get the Nobel Prize for it. But it will be of no use: I shall still remain the author of How to be an Alien“. Non può che essere così. E ora mi sto trattenendo, perché la tentazione sarebbe di copiarvi qui tutte le battute più geniali (ovvero buona parte del libretto), privandovi del piacere di una lettura autonoma.

No, non esiste una traduzione italiana. Sarebbe obiettivamente impossibile. Alcuni brani qui e là sono traducibili, ma decisamente non lo è il libro nel suo insieme. Ma tranquilli, se lo capivano degli studentelli alle prime armi qualcosa vorrà pur dire. Stamattina ho iniziato l’ennesima rilettura, stavolta su uno schermo, e ho provato una gioia simile a quando, incontrando un vecchio amico, si riprende consapevolezza di una parte di se stessi. E ancora una volta ho riso di cuore, sul tram 8, suscitando qualche perplessità negli altri viaggiatori. Se vi viene voglia di leggerlo anche voi, sappiate che se io fossi un messaggio cifrato quelle pagine contengono la chiave per decifrarne buona parte. E poi dicono che le vacanze studio servono solo a fare caciara nei pub.

Imparare e divertirsi nella terra dei Vichinghi


Mentre Meryem saltellava qui e là vestita da principessa medievale, intenta a guidare un gruppo di bimbi nell’impresa di liberare una sirenetta sua coetanea dalla stiva della nave dei pirati, io mi sono concessa una chiacchierata con la direttrice del luogo di meraviglie dove abbiamo passato buona parte del nostro soggiorno a Odense, città di Andersen: il Børnekulturhuset Fyrtøjet. Che cos’è? Un sito lo definisce “spazio culturale interattivo per famiglie con bambini al seguito”. Io ho qualche difficoltà a riportarlo a una definizione, perché non ero mai capitata in una struttura simile. L’ingresso richiama un po’ quello di una biblioteca, da cui si accede a un ambiente molto ampio, chiamato “La grande stanza delle favole”. L’effetto è quello di trovarsi in un grandissimo palcoscenico teatrale, con tanto di luci e scenografie, ispirato alla favola della Sirenetta: c’è il palazzo marino, la nave, le conchiglie, la carcassa di una balena, l’antro della strega. Tutto a grandezza naturale e perfettamente arredato. L’idea è che i
bambini, ma volendo anche i genitori, possano giocare liberamente, unicamente sull’ispirazione delle suggestioni dei luoghi fantastici lì ricreati e dei costumi e accessori che si possono utilizzare a proprio piacimento. La struttura continua poi in altri ambienti e al piano superiore, con ulteriori angoli di gioco e esplorazione: la simulazione di un molo di pescatori e di un faro del secolo scorso (con dentro telegrafo e macchina da scrivere, veri e utilizzabili liberamente), un sottomarino, una cucina… Tutto a disposizione dei bambini, per il gioco libero. Ci sono infine delle stanze laboratorio, con colori, fogli, tele e supporti di ogni genere per il disegno, la pittura e quant’altro e una specie di sala guardaroba, con abiti di scena di tutte le taglie, dove a determinate ore le animatrici del centro animano l’invenzione e
recitazione di favole, con la partecipazione di bambini e genitori. Un po’ complicato da descrivere, ma vi assicuro che noi ci siamo divertiti infinitamente a esplorare, insieme e singolarmente, questo luogo pieno di semplici meraviglie della fantasia e a dare il nostro contributo alla messa in scena di una delle favole più strampalate che si siano mai sentite.

Vi dicevo della chiacchierata con la direttrice. Ho da lei saputo che il centro è basato sul noto approccio Reggio Emilia, di cui ho appreso l’esistenza… da lei (acc, che figuraccia). Ci siamo poi trovate a parlare della differenza tra Legoland e altri parchi tematici e lei, con la competenza che a me manca, ha confermato la mia impressione. Il fulcro nella discussione era il ruolo “attivo” o “passivo”, passatemi i termini rozzi,  del bambino rispetto alle attrazioni.
Legoland, lo dicevo anche nel post precedente, è praticamente un inno alla creatività. Non è come farsi una foto con Topolino, per intenderci. Lego è un brand, ci mancherebbe, ma il bambino è continuamente stimolato a partecipare, intervenire, fare esperienze. A Legoland, ad esempio, siamo diventati una squadra di vigili del fuoco e, con il nostro mezzo, abbiamo partecipato a una gara per spegnere un incendio (imparando, in parte a nostre spese, quanto può pesare l’attrezzatura di un pompiere e quanto sia essenziale per il risultato “fare squadra”), abbiamo setacciato la sabbia un un ruscello alla ricerca di minuscole pepite d’oro, abbiamo cotto il nostro panino al fuoco dei Pellerossa. Persino le ricostruzioni di Miniland sono quasi tutte dotate di pulsanti che i bambini possono premere per vedere l’effetto (sonoro, di movimento o altro) che il loro piccolo contributo può portare al quadro generale. Un quadro intero di Miniland è dedicato alla spiegazione concreta delle energie alternative e appositi contatori misurano l’energia prodotta dal sole o dall’attivazione di turbine e mulinelli vari da parte dei visitatori, grandi e piccoli.
E qui passiamo a un ultimo punto. Oltre a divertirsi, dunque, anche in un contesto così si può avere la pretesa di introdurre elementi di apprendimento senza risultare pedanti? La risposta è certamente sì. Questa, onestamente, non è una novità: posso pensare a molti esempi di intrattenimento didattico anche qui in Italia (semmai cambia, a tratti, lo stile: ma di questo, forse, parleremo nel prossimo post). Però anche in questo caso la visita al Vikinge Center di Ribe è stata per me una novità assoluta. Si tratta di una ricostruzione, in spazio aperto di una certa ampiezza, di un villaggio vichingo comprensivo di figuranti e animali. Non è un sito archeologico, non è un museo. Però non è neanche una pagliacciata. La ricostruzione appare abbastanza rigorosa. L’idea è che i visitatori assistano, e in certa misura partecipino, alle attività del villaggio e possano conversare e fare domande agli “abitanti” per ottenere maggiori informazioni. Noi ad esempio abbiamo assistito alla lavorazione del vetro e siamo stati informati dalla vichinga sulle importazioni, per commercio o per razzia, delle materie prime. Meryem è rimasta entusiasta della possibilità di piallare un bastoncino con il falegname del paese, molto meno della possibilità di imparare a combattere (lo scudo, a suo dire, era troppo pesante e la pioggia e il freddo avevano probabilmente avuto la meglio sul suo spirito, già fiaccato dalla vita cittadina).

Personalmente ho trovato estremamente affascinante questo approccio alla “cultura”. Mi sono chiesta se si potrebbe fare anche da noi. E non parlo, ovviamente, dai beceroni vestiti da gladiatori che ammiccano alle turiste per farsi fare una foto a pagamento. Ho avuto su questo uno scambio abbastanza vivace con la mia amica Alessandra, archeologa e esperta di visite guidate per bambini. Lei sostiene, in estrema sintesi, che no, da noi non si potrebbe fare. E che, mi pare di capire, lei non condivide neanche del tutto l’uso del “finto” (e dell’ipotetico, evidentemente) per rendere fruibile il “vero”. Io, che paradossalmente al “vero” sito e al museo Meryem neanche ce l’ho portata, obiettavo – estremizzando – che alla fine non è il manufatto o il muro a essere importante, ma l’occasione di familiarizzare con qualcosa, attraverso l’esperienza. Non abbiamo avuto tempo di approfondire la discussione. Voi che dite? Immaginereste una ricostruzione di borgo rinascimentale, con figuranti ben formati, a cui accedere a pagamento per provare l’ebbrezza della vita quotidiana al tempo della famiglia de’ Medici?

Felicità nello Jutland


“I genitori sono felici se i bambini sono felici”, mi diceva una figurante vichinga del VikingeCenter di Ribe, durante una piacevole se pur breve chiacchierata in seguito al conio, un po’ maldestro, di due monetine d’argento ad opera di Meryem (con la mia collaborazione). Quanto è vero. Durante la mia settimana in Danimarca ho realizzato che il mio concetto italiano di “Family Friendly” ha un’impostazione, per dir così, negativa: considero tale un luogo o una situazione privi di vistosi impedimenti che lo rendano inadatto a una famiglia con bambini. Al contrario, ho avuto modo di notare che, almeno nei luoghi dove il nostro soggiorno ci ha portato, sono molteplici gli accorgimenti, banali o creativi, che facilitano attivamente la vita a genitori e figli. Piccole cose, spesso, ma che fanno la differenza.

Facciamo qualche esempio concreto, in ordine sparso.

Prima scena: Aquadome di Lalandia (Billund), ovvero grande parco acquatico con scivoli mirabolanti di ogni forma e dimensione, piscine di ogni foggia e caratteristica (inclusa una simulazione di spiaggia con onde alternativamente dolci e alte – preannunciate da breve segnale acustico – e due vasche idromassaggio, di cui una calda e con una parte all’aria aperta – taccio della meravigliosa sensazione del calduccio dell’acqua gorgogliante a contrasto con l’aria frizzante dell’estate danese, altrimenti divago). All’ingresso, ovviamente, si è tenuti a fare lunga e accurata doccia con sapone (i cartelli indicano quali parti del corpo lavare e in che ordine!). Ebbene, sia lo spogliatoio/doccia delle donne che quello degli uomini erano dotati di appositi seggiolini imbottiti appesi al muro per posizionare il neonato di turno e consentire al genitore un lavaggio comodo. All’ingresso, i genitori potevano usufruire di una sorta di lettino di plastica con sbarre e rotelle, corredato di materassino, per consentire il facile spostamento di neonati e bimbi più piccoli e, eventualmente, il loro riposo (e voi mi direte: sì, figurati, con il casino che ci sarà… No, il casino non supera mai il livello acustico di guardia, un po’ per gli spazi ampi, un po’ per l’attitudine generale, su cui avrò modo di tornare). Foto dell’Aqaudome non ne ho: ho prudentemente lasciato la Canon in luogo asciutto. Ho notato peraltro che grandi cartelli ricordavano a tutti di fotografare esclusivamente i propri familiari all’interno della piscina.

Seconda scena: luoghi di visita vari, tipo La Città Vecchia di Aarhus (un museo diffuso su cui tornerò nel prossimo post di questa serie). Carrellini per il trasporto di bimbi e eventuali altri carichi sono forniti gratuitamente ai visitatori. Sono rigorosamente in stile con l’ambientazione, ovviamente (niente roba di plastica variopinta stile supermercato).

Terza scena: Legoland (ah, sospiro di nostalgia). Capita che ci sia un po’ di fila per i giochi. Ma qui mi tocca aprire una parentesi e lo faccio. Dimenticate l’inferno di Zoomarine o altri parchi analoghi in Italia. Ai bagni, per dire, non si trova praticamente alcuna fila. Perché? Semplice. Sono moltissimi. Ma proprio tanti. Quasi a ogni angolo, sempre e costantemente puliti e ripuliti e (devo precisarlo?) dotati di fasciatoi sia nella sezione donne che in quella uomini. La mia amica Anna menzionava i “bagni di famiglia”, in cui entrare tutti insieme: io non li ho visti, ma non mi stupirebbe. Si diceva della fila ai giochi: un cartello all’inizio della fila, costantemente aggiornato, informa con assoluto realismo e anzi un pelo di stima all’eccesso sul tempo massimo di attesa (io ho visto 5, 10 e 15 minuti). Le file sono organizzare in modo da prevedere uno spazio in cui i bambini possano giocare su appositi tavoli cosparsi di mattoncini Lego. Ovviamente da lì sono sempre ben visibili ai genitori in fila e possono agevolmente raggiungerli al momento opportuno. Facile, eh? Ma non avevo mai visto nulla del genere altrove.
Quarta scena: Lalandia, comprensorio di case vacanze. Il luogo è dotato di grande prato verde recintato con caprette. Attraverso apposite scalette i bambini (ma anche gli adulti) possono entrare nel recinto e giocare liberamente con gli animali. Più efficace di molti intrattenimenti (a pagamento). Meryem conserva un ricordo indelebile delle caprette di Lalandia, con cui non si stancava di giocare.

Quinta (e ultima scena): case per famiglie del comprensorio di Lalandia. Ho già detto che erano perfettamente accessoriate. Ma vogliamo parlare dei thermos e dei contenitori per trasportare cibo per le escursioni? A questo proposito aggiungo che in né a Legoland né alle altre attrazioni di Lalandia (piscina esclusa, per ovvie ragioni di igiene) era vietato introdurre cibi o bevande, per cui molti ricorrono allegramente al pic nic portato da casa, potendo usufruire degli appositi tavoli della struttura stessa. Questo divieto assurdo, che noi in Italia non abbiamo peraltro quasi mai rispettato, non avrebbe peraltro gran motivo di esistere a Legoland, dove i cibi e le bevande in vendita (vari e numerosi, con stand tematici accordati alle zone del parco) non costano di più di quanto costerebbero altrove. Prezzi alti, dunque, come ovunque, ma non maggiorati al fine di spennare il visitatore, il quale resta comunque libero di scegliere se e quanto usufruire della gastronomia proposta in loco.

Non perdete la prossima puntata, dall’ambizioso titolo provvisorio di “Didattica, intrattenimento e divertimento nella terra dei Vichingi”.

Il viaggio in Danimarca – una carrellata


Non so da dove cominciare. Il viaggio che abbiamo vinto grazie al concorso di Piccolini Barilla superava talmente le nostre aspettative che non riuscivamo neanche a figurarcelo. Ho tentato, come è nella mia natura, di pianificare a botta di guida Lonely Planet, ma alla fine ho finito per affidarmi ai saggi consigli della gentilissima signora Ghita di VisitDenmark, che nei giorni precedenti alla partenza ha dimostrato un’efficienza e una cortesia che mi hanno lasciato senza parole. Ho fatto bene, decisamente.
Il premio prevedeva un soggiorno in una casa vacanza del resort Lalandia di Billund (non posso guardare le foto del sito senza provare un’ondata di nostalgia), dove arriva un volo diretto Ryanair da Ciampino, con accesso illimitato alle strutture Aquadome e Monky Tonky Land; accesso illimitato a Legoland, che si trova lì accanto; tre giorni di noleggio di una macchina per visitare i dintorni. Il tutto per un totale di sette notti. Una vacanza così è assolutamente ideale per una famiglia con bambini. Meryem, 5 anni, era praticamente il target ideale di Lalandia, che è attrezzatissima del resto anche per neonati (ci tornerò su). Legoland è molto fruibile anche da bambini più grandi (e dagli adulti, aggiungerei…), ma Meryem ha trovato abbondantemente pane peri suoi denti.
Oggi comincio a dirvi come abbiamo organizzato il tempo e dove siamo andati, nei prossimi post mi soffermerò più dettagliatamente su alcuni aspetti e considerazioni che sono nate dal viaggio. Si arriva di mattina i buon ora (il volo da Ciampino è all’alba). Dato che si può prendere possesso della casa solo alle 15, la struttura prevede che si possa ottenere comunque un accesso provvisorio (i mitici braccialetti, che io e Meryem ad oggi non abbiamo cuore di toglierci…) al parco acquatico o al parco giochi Monky Tonky Land per ingannare l’attesa. Abbiamo optato per quest’ultimo, anche se con il senno del poi direi che le possibilità di relax per adulti all’Aquadome sono maggiori (posto però che si riesca a “neutralizzare” l’incontenibile entusiasmo dei bambini…). Monky Tonky Land è una struttura pensata interamente per il gioco libero dei bambini, anche piccoli. Gradi strutture fantasiose su cui arrampicarsi (tutte made in Italy, peraltro), giochi semplici ma ingegnosi, lego maxi e palline a disposizione, canestri per il basket, scivoli tipo gonfiabili. C’è anche una vicinissima caffetteria, con tavolini da cui gli adulti volendo possono dare un’occhiata ai figli standosene comodamente seduti a sorseggiare una bibita.
Le case vacanze, come ha notato qualcuno, sembrano un set dell’Ikea. Spaziosissime (l’unità minima può ospitare una coppia con due bambini e un neonato), attrezzatissime con forno a microonde e elettrico, fornelli a induzione, lavatrice, asciugatrice, seggiolone, lettino, pentole, thermos, piatti e stoviglie di ogni genere, tv con programmi in inglese, in tedesco, in svedese e in danese (i film sono spesso in lingua originale con sottotitoli, per cui ci siamo beccati giusto all’arrivo un godibile Montalbano e, un altro giorno, un film con Raul Bova), riscaldamento, etc. Il consumo di elettricità, riscaldamento e acqua si paga a parte (anche se noi lo avevamo incluso) e si può controllare comodamente dalla tv con una funzione tipo televideo. Fuori, una veranda e tante altre casette simili immerse in un prato verdissimo, costellate di piccole aree gioco.

Veniamo ora al nostro programma settimanale. Domenica: ambientamento, Monky Tonky Land, spesa al supermercato, giretto per Lalandia. Lunedì: Legoland! Dall’apertura alla chiusura (10-18). Martedì: prima gita, Aarhus. Visita a Den Gamble By, la “città vecchia”,
uno specialissimo museo all’aria aperta Io ci avrei voluto anche infilare un museo una passeggiata naturalistica, ma il tempo era obiettivamente insufficiente e le mete poco appetibili per Meryem. Diciamo che dovevo ancora realizzare che non ero una turista single come un tempo… Passaggio rapido alla zona dei laghi. Mercoledì: Odense, la città di Andersen. Abbiamo passato la maggior parte del tempo all’indimenticabile centro per bambini Børnekulturhuset Fyrtøjet, su cui tornerò più approfonditamente; pomeriggio allo splendido castello di Egeskov, meta assolutamente imperdibile sia per il castello in sé che per l’incredibile parco. Giovedì: Ribe, Vikinge Center. Purtroppo la pioggia ci ha limitato un po’, ma visto che l’abbiamo avuta solo per mezza giornata, direi che non è proprio il caso di lamentarsi! Venerdì e sabato: Aquadome a volontà, ulteriore giretto a Legoland, piccoli acquisti. Domenica, sigh, partenza.

Un viaggio assolutamente consigliato, un regalo da farsi almeno una volta mentre si hanno figli piccoli. A noi per fortuna il regalo lo hanno fatto, perché i prezzi sono abbastanza proibitivi. Però, considerato che i soldi spesso si spendono in molte sciocchezze, mi sento sinceramente di dire che questa è una vacanza che assicura relax, divertimento e molte esperienze costruttive e interessanti a voi e ai vostri figli (oserei dire educative, anche per noi adulti in quanto cittadini d’Europa…). Ma ne riparleremo, state certi. Intanto grazie ancora a tutti quelli che hanno votato la nostra foto al concorso, contribuendo a darci questa opportunità. Come si direbbe a Billund… TAK!

Settembre


Maestro, fa che io non cerchi tanto:
Ad esser consolato, quanto a consolare
Ad essere compreso, quanto a comprendere
Ad essere amato, quanto ad amare.

Lo so, voi aspettate curiosi un bel mucchietto di post sulla Danimarca, che vi ho promesso e che scriverò, presto. Ma questa sera del rientro a casa, permettetemi di essere un po’ lavativa e di soffermarmi sull’esperienza appena conclusa: la prima vacanza sola con Meryem. Anche su questi giorni vi farò divertire, se avrò tempo e ispirazione, con aneddoti degni di Gatto Silvestro in ferie. Ma oggi sono stanca e appunto solo un pensiero e un’immagine.

Il pensiero lo trovate citato nell’incipit. Forse per me, in questo momento della mia vita, il nodo è tutto qui, in questi versi erroneamente attribuiti a San Francesco (lo sospettavo e lo conferma Wikipedia). Ci provo per quanto posso e mi pare che in questo essenzialmente consista il mio tentare di essere adulta e genitore.

Veniamo all’immagine. Io e Meryem che torniamo a casa, a San Foca, per una strada buia, sorseggiando a turno una Fanta. Io cannuccia rosa lei cannuccia gialla. In silenzio, passandoci la lattina ad ogni sorso. Queste due settimane non sono state un idillio, ma sono state importanti per conoscere mia figlia e di farmi conoscere da lei, un po’ meglio di prima. Quindi, anche solo per questo, valeva la pena di viverle.