E’ finito (e meno male) – giveaway di inizio anno


Mi tornava in mente, stamattina, che l’anno scorso avevo lanciato un bellissimo giveaway di fine anno. Sarebbe stato bello farne una seconda edizione, ma ormai è passato il momento e in realtà, nonostante il cielo romano di spudorato azzurro, non mi sento nella stessa disposizione di spirito idilliaca e riconoscente.

E allora, mentre me ne sto rintanata in ufficio in attesa che inizi il trambusto di quello che ho da fare, mi è venuta un’altra idea.  Lo so che tutti (anche io) abbiamo mille cose di cui essere grati e riconoscenti, pensieri poetici e nobili propositi che magari sentiremo l’urgenza di condividere, in queste ultime ore del 2012. Ma abbiate pazienza: non qui, non oggi. Qui ci diamo un altro obiettivo, molto meno ambizioso.

Pensate all’anno che sta finendo, con un minimo di disincanto. Ci sarà, presumo, qualche circostanza in cui vi siete sentiti Fantozzi. Sfigati come Calimero. Sfortunati come Paperino. Momenti in cui tutto, ma proprio tutto, sembrava tramare contro di voi (e forse pioveva pure). Sì, lo so che state pensando al mio Galaxy che si infrange contro un palo a solo una settimana di vita. Robe così. Ecco, ho una bella notizia: l’anno che ha visto verificarsi quel genere di eventi sta per finire.

Allora vi va di fare un bel rituale scaramantico collettivo? Facciamo un falò dei nostri momenti iellati. Pensatene uno, giusto il primo che vi viene in mente. Non valgono veri drammi e tragedie durevoli. Non siamo qui per piangere e sospirare. Ridiamo insieme delle piccole sfortune, facciamo corna, tocchiamo legno, accendiamo un bel falò ed entriamo nell’anno nuovo con la spudorata convinzione che tutto andrà per il meglio. O almeno facciamo finta.

Quindi, ecco le regolette.

1) Lasciate nei commenti il vostro momento di sfiga preferito del 2012 (o linkate un post, se avete voglia di allargarvi). Se vi va, divulgate con i social che preferite.

2) Basta, in realtà. Avete tempo fino al 3o gennaio. In fondo il mese di gennaio è il lunedì dell’anno. Alleggeriamolo.

3) Che si vince? Boh, ancora non ci ho pensato. Forse farò a sorte, forse giudicherò io, forse si farà una sorta di votazione…. Comunque molto onore per aver partecipato e un regalino di buon augurio.

Insomma, miei fidi lettori di nicchia, scatenatevi!

Storia delle Religioni – una teoria di genere


Disclaimer: il malumore io lo sfogo anche così. Prendete questo post per quel che è, un divertissement politicamente scorretto.

I betili sono tra le più antiche forme di culto attestate nella storia dell’umanità. Chiunque abbia letto Asterix ne conosce la forma: grosse pietre verticali ben piantate nel terreno (se non le trasporta Obelix, che però le chiama menhir). Lo sapete che vuol dire betilo, secondo l’etimologia? bet-il(i), “casa del dio”. Ora ci si chiederà: che cavolo di casa è un macigno piantato nella terra? Beh, è una casa adattissima allo spirito di un morto, che così resta ben chiuso dentro la terra, riceve tanto rispetto e onore e non rompe troppo le scatole a chi è rimasto vivo. Semplificando molto si può dire che siccome gli antichi spesso dei morti avevano una fifa blu, li veneravano. E così le divinità più antiche spesso erano immaginate come (spiriti di) morti da placare in vario modo.

Questa premessa colta ma non troppo serve a illustrarvi meglio il mio colpo di genio storico-religioso di stamani. Si dice (chissà quanto fondatamente) che le culture mediterranee molto antiche – lo so, è un po’ generico, ma passatemela – venerassero una grande divinità femminile, una sorta di Grande Madre, rappresentata spesso in forma di donna ben fornita di tette, pancia, cosce e sedere. “Ma è logico, è tutto chiaro!”, mi sono detta oggi. Cosa c’è di temibile quanto e più dello spirito di un morto? Una madre mediterranea, è chiaro. Onnipresente, onnipotente, dall’ira terribile e dalle manifestazioni d’affetto altrettanto temibili. Nell’immaginario di un antico uomo mediterraneo una figura simile doveva apparire oscura e minacciosa e non possiamo biasimarlo se attribuiva a lei anche le più disastrose calamità naturali. Una madre è meglio tenersela buona, si sarà detto anche il nostro povero uomo mediterraneo (come dicono del resto ancora oggi molti uomini, mediterranei e non). Se proprio non si può piazzarle un betilo in testa, almeno veneriamola.

Quindi, vedete, i culti della dea madre sono vistosamente il prodotto di una cultura di genere. Ma non testimoniano, come sostengono alcune ottimiste e candide antropologhe americane, un maggior protagonismo delle donne nella religione. Anzi. Oserei dire che rivelano una visione prettamente maschile (pur probabilmente condivisa da più di una nuora mediterranea).

Augh, ho detto.

Indignata


In una bozza precedente avevo scritto che stavo aspettando di sbollire per poter scrivere più lucidamente cosa penso del Messaggio per la Giornata della Pace 2013, il cui testo integrale trovate qui (non è mai buona norma reagire solo ai lanci di agenzia). Sono arrivata però alla conclusione che non sbollirò. E’ un paragrafo solo di un testo relativamente lungo, ma non mi andrà mai giù.

Marco, comprensibilmente, sul suo blog esprime il suo punto di vista di padre e marito omosessuale, nel suo stile e nei suoi registri (che chiaramente non sono i miei). Mi sento però di condividere pienamente la sostanza di questa frase: “se Mario sposa Gino, nel mondo non succede proprio nulla (a parte avere due persone felici in più), ma quando invece lui apre bocca e dice certe cose, da qualche parte là fuori, un bigotto col quoziente intellettivo di un mandarino si sente autorizzato nella sua omofobia, un pazzo impugna una spranga e va ad ammazzare il vicino di casa che pomicia col compagno sul terrazzino, una classe intera spinge un adolescente al suicidio attraverso il bullismo omofobico”.

Io, d’altra parte, non posso che notare che, come sempre, nei casi di difesa della vita non si citano i migranti respinti nel deserto, quelli morti in mare, quelli imprigionati e torturati per specifica decisione dei governi europei, meglio se in luoghi geograficamente lontani e attraverso una apparentemente pulita firma in calce a un accordo bilaterale con un Paese terzo. Vogliamo parlare ai morti di Lampedusa, ricordati incessantemente dal Sindaco dell’isola? La Chiesa Valdese di Milano ha mandato una lettera al Sindaco Nicolini rimarcando quanto una simile strage di sconosciuti innocenti interpelli come cittadini, ma anche come cristiani. Non potrò mai avere la stessa considerazione di chi si adopera per la salvezza e la dignità di figli e padri di famiglia, di madri e di bambini già nati e di chi invece si trincera dietro l’obiezione di coscienza per lavarsi le mani delle tragedie altrui e, magari, fare anche carriera. Eppure sono i secondi, non i primi, che il Papa ricorda nel Messaggio per la Pace.

Ma più di qualunque altra considerazione, non riesco davvero a digerire l’arroganza di questo paragrafo: “Questi principi non sono verità di fede, né sono solo una derivazione del diritto alla libertà religiosa. Essi sono inscritti nella natura umana stessa, riconoscibili con la ragione, e quindi sono comuni a tutta l’umanità. L’azione della Chiesa nel promuoverli non ha dunque carattere confessionale, ma è rivolta a tutte le persone, prescindendo dalla loro affiliazione religiosa. Tale azione è tanto più necessaria quanto più questi principi vengono negati o mal compresi, perché ciò costituisce un’offesa contro la verità della persona umana, una ferita grave inflitta alla giustizia e alla pace.” Non so se una posizione del genere mi faccia più ridere, per la sua vistosa inadeguatezza e piccineria, o piuttosto indignare, perché trasuda volontà di potere da ogni congiunzione. Cioè, lo so. La seconda, senza dubbio.

Aprire un messaggio del genere con il ricordo dei 50 anni del Concilio Vaticano II suona come un deliberato insulto. Di una cosa sono certa. Queste affermazioni sono un lampante caso in cui si è nominato il nome di Dio invano.

Se fossi te


“Che vuoi fare da grande, Meryem?” “La pop star”. Siamo in macchina su nel nord e mia figlia con questa risposta mi ricorda che prima di partire abbiamo guardato insieme un altro dei DVD inviatici dalla Universal e, precisamente, Barbie: la principessa e la popstar. Mi era passato di mente, lo confesso. Non sono una appassionata dei film di Barbie, che invece Meryem guarda sempre volentieri. Questo, in particolare, racconta la storia di Barbie-principessa e del suo idolo, la popstar Kiera (Ghira, nella personale versione di mia figlia). Le due si invidiano reciprocamente e, con un tocco di magia di cui entrambe sono provvidenzialmente dotate, si scambiano l’identità per un giorno. E poi tutti cantarono, felici e contenti. In estrema sintesi.

Poi, come vi dicevo nell’altro post, ho comprato a Meryem questo libro, che curiosamente racconta una storia in qualche modo simile: la principessa Bianca, sempre in disordine e monella, scappa e viene molto apprezzata dal re dei draghi; contemporaneamente la draghetta, sgridata dai suoi perché sempre troppo pulita e incipriata, viene accolta con giubilo alla corte umana. Salvo poi realizzare che ciascuno sta meglio a casa sua, per il semplice fatto che comunque alle due figlie manca il proprio papà criticone (e viceversa). La forma in questo caso mi piace di più, rime e disegni rispondenti al mio gusto. Ma il tema è lo stesso, come anche Meryem ha notato (anche se qui la situazione è resa paradossale dalla vistosa differenza, anche di specie, tra le due: “Ma come fa una draga a vivere con gli uomini?”, mi chiedeva Meryem).

Tra i quaranta anni e la fine dell’anno, i bilanci si sprecano. E allora, pensando questo post, mi sono trovata a fare questo gioco: vorrei essere qualcun altro/a, almeno per un giorno? Ricordo che all’università ho desiderato di essere una mia amica più giovane, di nome Francesca, che ai miei occhi incarnava il successo professionale e personale. Recentemente, su Facebook, sono tornata in contatto con una mia compagna di classe delle medie, che era molto graziosa e corteggiata: non dico che all’epoca avrei voluto essere lei, ma certamente, almeno per un po’, avrei voluto non essere proprio me stessa. Anche oggi, a tratti, mi sfiora il pensiero che vorrei essere come qualcuna delle mie splendide amicizie bloggarole. Per non finire male come Paride buonanima, non ne nominerò nessuna in particolare, ma ne ho in mente certamente almeno due o tre (ma anche quattro o cinque). Poi però ci penso meglio e mi rendo conto che davvero ciascuna di noi ha le sue croci, i suoi pesi, i suoi punti di forza e i suoi cedimenti. Che le “fortune” sono frutto di scelte e, perché no, anche di rinunce e che in questa vita niente è gratis. Poi ci si mette anche Facebook, a ricordarmi che questo che sta finendo – che istintivamente avrei definito un anno davvero tosto e amaro – in realtà è stato anche un periodo pieno di belle sorprese, di incontri, di viaggi e di sorrisi. Allora, vi dirò, forse per un giorno mi scambierei solo con mia figlia, per la curiosità di vedere il mondo con i suoi occhi.

E voi? Con chi vi sareste cambiati la vita, per un giorno? E adesso?

RainbowMagicché?


Ero preparata, o almeno lo pensavo. Avevo letto la sobria (ed estremamente diplomatica, scopro oggi) recensione di Wonder a suo tempo. Avevo raccolto critiche qua e là (anch’esse, lo vedo ora, davvero generose). Quest’estate, quando Nizam stava per cedere alle pressanti richieste della Guerrigliera, ci ha fermato il prezzo: per andarci in tre, ben 98 euro. No, non è uno scherzo. Aggiungiamoci 5 euro di parcheggio, benzina, etc. La logica conclusione è stata: evidentemente no. Ma non potevamo immaginare quanto avevamo ragione.

Oggi ci si è messo di mezzo il destino in forma di biglietti gratuiti. Un’amichetta in visita dalla Sardegna. Una spedizione femminile di famiglia. Saggiamente equipaggiate di cibi e bevande, arriviamo in loco (un’oretta di tragitto). Le bambine sono entusiaste. I jingle delle pubblicità martellanti, i loghi sparati su autobus e cartoni del latte da un anno e passa finalmente si incarnano in un luogo fisico. Saltellavano eccitate.

Entriamo. Bene, cercherò di essere misurata. Credo di poter ambire a tanto esclusivamente perché in cinque abbiamo lasciato in questo ameno luogo solo i cinque inevitabili euro di parcheggio. Se avessi pagato immagino che a quest’ora sarei al commissariato di Colleferro in seguito alla distruzione a martellate del Castello di Alfea.

1. Il parco è, come dire… brutto. Semplicemente brutto. Sembra già vecchio. Scolorito, male allestito. Le rifiniture mancanti che Wonder signorilmente attribuiva all’incompiutezza continuano a mancare. L’area è piccola e francamente poco suggestiva. Le decorazioni sanguinolente di Halloween non miglioravano l’effetto generale. L’insieme era piuttosto imbarazzante e deprimente.

2. Le attrazioni sono poche, i ristoranti e i negozi invece moltissimi. Suvvia, non c’è proporzione. La sensazione di rapina che chiunque paghi un biglietto di 35 euro non può non provare è accentuata dalla beffa di continui giochini aggiuntivi a moneta. Il massimo? La cabina phon (una) per asciugare chi si fosse bagnato con schizzi e attrazioni acquatiche costa, udite udite, due euro. E oggi era anche fuori servizio. Mi sono stupita che i bagni non fossero anch’essi a moneta. Il livello delle giostre da piccoli (quelle adatte a bambine di 5-7 anni, per intenderci) è scadente. La durata dei giri è da record di velocità: l’ottovolante, ad esempio, finisce in 59 secondi (li abbiamo contati durante l’attesa).

3. Vogliamo parlare dello stile nei confronti dei visitatori? Cartelli minacciosi qua e là ricordano che qualunque danneggiamento agli zuccherosi quanto rabberciati arredi del Castello di Alfea (il quale, per inciso, è in massima parte l’ennesimo negozio di gadget) dovrà essere ripagato. Oggi gli orari degli spettacoli, stampati sulla cartina che ci è stata data all’entrata, non corrispondevano alla programmazione effettiva. La cosa ci ha fatto perdere per due volte la possibilità di entrare, oltre a farci correre inutilmente su e giù inseguendo i cambi di sede (tra l’altro il maledetto quanto inutile lago rende lunghi anche tragitti in linea d’aria brevissimi). Ho provato a chiedere spiegazioni e mi è stato risposto che no, gli orari sullo stampato non sono quelli veri, che invece sarebbero scritti su un cartello all’ingresso (!). Ho provato a chiedere cosa ci danno a fare gli orari sbagliati, allora. Mi è stato risposto, piuttosto in malo modo: “C’è un servizio clienti, no? Vada a dirlo a loro”. Ora. Io non avevo pagato e non sono stata a piantar grane. Ma vi assicuro che se avessi sganciato 100 euro per due o tre giri di giostra sarei stata molto meno signorile.

Alla fine la cosa che mia figlia ha trovato più attraente è stata la famosa giostra delle Winx (anch’essa piuttosto lampo come durata, a dire il vero) e il playground dell’adiacente baretto. Io ho ancora negli occhi la giostra più triste del mondo: un trenino composto da pochi sparuti vagoncini, con l’Outlet sullo sfondo. Non mi soffermo sui genitori che cercavano di contrabbandare figli alti 50 cm nelle giostre che ne richiedevano 105 (“mi assumo io la responsabilità”). Non faccio paragoni, ci mancherebbe. Dico solo che mi è cascata la mascella e non l’ho ancora raccolta. E’ questo il grande parco divertimenti di Roma? Ah. Annamo bene, come si dice qui.

Abbiamo concluso la giornata con un giro all’outlet, luogo che colpirebbe qualunque essere umano in normali condizioni psicofisiche per il suo peculiare obbrobrio estetico (immaginatevi un villaggio del west in tinte pastello). Mia sorella, all’ingresso ha esclamato: “Ma che carino, qui! Com’è accogliente”. Ecco, credo di avervi detto tutto.

Truffole d’autunno


“Ma quegli alberi… esistono davvero???”. La Guerrigliera contempla incantata le chiome colorate morbide come piumini che sono in qualche misura protagoniste di “Lorax, il Guardiano della Foresta”, ultimo dvd inviatoci in visione dalla Universal. A sottolineare l’urgenza del quesito, mi agitava sotto il naso la splendida matita a forma di truffola, saltata fuori dal pacchetto insieme al film.

Ecco, io adoro la fantasia. Io sono quella che ha fatto scrivere nella ricerca di storia del bambino a cui facevo la babysitter che Cesare aveva conquistato tutta la Gallia tranne il villaggio di Asterix. Io voglio profondamente che nella testa di mia figlia ci sia sempre (a qualunque età) spazio per cose fantastiche, colorate e liberamente fluttuanti. Le truffole mi parevano ottime candidate.

Però… Però mi è venuto in mente che per tutto l’anno a scuola lavoreranno sul tema dell’albero, come ci è stato illustrato con grande serietà alla riunione di classe. Sfere di competenze linguistiche e di manualità. Lavoretti di riciclo del legno nelle sue diverse consistenze. Approfondimento della stagionalità (questo ci è già costato la frenetica raccolta di foglie dell’autunno durata l’intero weekend). Questo pensiero mi ha fatto esitare un momento di troppo. La guerrigliera mi ha guardato con un filo di delusione: “No, vero? Sono solo in questa storia”.

Però è una bella storia. Colorata, lieve, forse un po’ troppo esplicitamente educativa per i miei gusti (ma sono certa che alle maestre piacerebbe). Il mio personaggio preferito? Ovviamente la nonna! Indimenticabile specialmente la scena in cui simula il rimbecillimento totale al solo scopo di esasperare la figlia e lasciare il campo libero alle avventure del nipotino. Non so perché, ma mi ricorda un po’ mia madre…

Un talento naturale (o è tutta questione di registri?)


Oggi riflettevo su alcuni episodi, passati e recenti, della mia biografia e arrivavo a questa conclusione: ci sono persone che hanno un talento naturale, addirittura acrobatico, per farmi saltare i nervi. Questo pensiero è nato, per dir così, “a specchio”: sentivo stamattina mia sorella lamentarsi per una arrabbiatura divenuta per lei, diciamo così, ciclica, ricorrente, ormai da alcuni decenni. E io: “Ma che ti arrabbi a fare?”. Eh, con gli altri siamo bravi tutti.

La verità è che io mi picco di essere equa e giusta nelle mie reazioni, mentre onestamente non lo sono affatto. Ci sono persone per cui passo sopra all’impossibile. Altre che, poverine, spiaccicherei volentieri al muro. Cioè, proprio poverine no: le occasioni ci sono sempre. Però non potrei davvero dire che alcuni comportamenti siano diversi o più gravi di altri.

Il fatto che alcune specifiche azioni ci facciano vedere rosso siamo, credo, tutti pronti ad ammetterlo: chi non ha mai confessato, con una certa fierezza, di non sopportare chi fa il furbo, o chi salta la fila dal droghiere, o chi parcheggia bloccando la macchina altrui? Quello che per me è più duro confessare è che ci sono persone che molto più facilmente di altre mi fanno imbizzarrire. Oggi, vai a capire perché, ripensavo a una “non partecipazione” ricevuta una vita fa. Una coppia di amici andava a convivere”in libero amore” e ne informava parenti e conoscenti in questo modo un po’ alternativo. Ricordo distintamente che la cosa mi ha dato sui nervi. Ma dovessi spiegare perché esattamente, non lo so. Non sono contraria alla convivenza (ho convissuto e convivo tuttora). Forse era perché ciò avveniva poco dopo (o poco prima? chi si ricorda) del mio matrimonio e ho letto una vena polemica in quella non partecipazione spiritosa? Me la sono sempre spiegata così. Più onestamente dovrei dire che il registro di quel gesto (o la percezione che io ne ho avuto) mi irritava.

Il registro di un’azione è un concetto che mi è difficile precisare ed è, va da sé, assolutamente soggettivo. Certe persone, secondo la mia personale teoria, tendono a scegliere registri inappropriati: per mettersi in mostra, per opportunismo, per scientifica o involontaria mancanza di considerazione per la sensibilità altrui. Certo è che l’esperienza empirica dimostra che alcuni soggetti tendono più di altri a scegliere registri per me stonati. Certe volte peraltro si tratta di azioni che non mi riguardano affatto: in quel caso il fastidio fisico che provo è simile al rumore delle unghie su una lavagna che, una volta finito, non lascia strascichi. Con l’eccezione (sperimentata, ahimè, di recente) del caso in cui il registro a me sgradito sia eternato nello scritto. A allora il rodimento – ingiustificato – si rinnovella a ogni lettura.

Altre volte, a torto o a ragione, mi sento chiamata direttamente in causa. E allora sono cavoli. “Ma perché te la prendi tanto?”, mi dirà allora qualcuno. E il cerchio si chiude, fino allo scricchiolio successivo.

E se la lasciassi fare?


Streghetta di tonno con i capelli verdi

Facciamo outing: rientro anche io nella schiera folta di madri che sudano freddo al momento di mettere a tavola i figli (la figlia, nel mio caso). Meryem non ha mai dimostrato un interesse particolare per il cibo. Diffidente, restia ad assaggiare, capace di saltare i pasti senza difficoltà alcuna. Con un’aggravante: io ho subito per anni (quasi 20!) le costante insistenze di mio padre ad ogni pasto perché assaggiassi ciò che ancora oggi non riesco proprio a mandare giù. Mi ricordo sollievo i miei pasti da sola davanti a un libro, quando gli impegni pomeridiani mi autorizzavano a anticipare il pranzo. Ho capito immediatamente che io non sarei mai riuscita a forzare mia figlia in alcun modo, il che non è necessariamente bene. Finora mi sono accontentata del fatto che almeno un pasto al giorno non lo fa con me e che qualcun altro avrebbe provveduto a sollecitarla.

Il pianeta Marte. Composizione di frittatine di ceci e peperoni

A essere onesti fino in fondo, io non propongo a mia figlia nulla di particolarmente attraente. E anche la nostra socialità del pasto, visto che normalmente siamo sole, è piuttosto ridotta. Una svolta nelle nostre vite è stata segnata dall’incontro con Natalia. Con le sue ricette io e Meryem abbiamo cominciato, ogni tanto, a cimentarci in cucina. E lei ci ha preso gusto. La cosa che la folgora più di ogni altra è la composizione del piatto, la creatività (tipo quella che sprigiona dal nuovo libro di Natalia, per intenderci). Facce buffe, paesaggi, animaletti: ogni cosa con una forma diventava più appetibile.

Ciò mi ha dato un’altra idea. Non si ha sempre il tempo di cucinare insieme qualcosa di sfizioso. Ma ho preso l’abitudine di chiedere a Meryem di scegliere tra gli elementi costitutivi della cena (carne, legumi, pane, verdure….) disponibili quel giorno i componenti necessari a una sua composizione artistica, tutta da mangiare. La regola è che deve utilizzare per la composizione solo le quantità che crede di poter mangiare. L’intera procedura prende al massimo 5 minuti, ovviamente: i componenti sono già cotti – se è il caso. Se riesco, parto dal passaggio precedente: mi faccio accompagnare al supermercato e la invito a scegliere i componenti. A quel punto la Guerrigliera si fa fregare dall’estro cromatico: l’altro giorno ha voluto pomodorini, lattuga, persino un peperone che prima aveva sempre schifato.

Alla fine cerca un titolo al piatto e vuole che lo fotografiamo, così Natalia su Facebook lo può vedere e dirci se siamo state brave. E poi lo spazzola, diligentemente.

La bandiera italiana: fettina di vitello, bresaola, insalata, maionese

Questo post partecipa al blogstorming

Tono minore


Parigi val bene una messa, lo sanno tutti. Quello che non mi aspettavo era che la messa, domattina, ricorderà un bambino di due o tre anni venuto a mancare la notte scorsa. E’ il figlio di un collega, che oggi avrebbe dovuto essere qui con noi. Invece, non sappiamo bene come, è successa questa spaventosa tragedia che lui ha comunicato per mail stamattina, senza altri dettagli. Per il resto posso solo osservare che il tempo è passato su di noi, su tutti noi. Dopo sei anni di questi incontri, mi pare che in molti prevalga un po’ di disincanto.

E’ uno strano gruppo, questo. Ci si incontra due volte l’anno, si finisce per condividere qualcosa, almeno del ritmo generale della propria vita. Ci si conosce, sia pure limitatamente ad alcuni settori precisi. C’è il madrelingua inglese che nessuno capisce davvero cosa dica (oggi ho teorizzato che è perché non pronuncia la punteggiatura, neanche i punti interrogativi), ci sono le solite sottili vene polemiche che serpeggiano tra tedeschi e europei del sud, c’è il gesuita che sfoggia una fede nuziale d’argento perché si considera sposato a una comunità di rifugiati che ha lasciato in Nepal anni fa.

Oggi pensavo alla mia prima esperienza con loro, in Portogallo, nel 2006. Una spiaggia lunga, le onde dell’oceano. Due hanno osato fare il bagno, sebbene fosse ottobre e le onde non scherzassero affatto: uno è il padre del bambino di cui parlavo prima, l’altro si è preso un periodo di riposo, “a tutela della sua salute” ci è stato detto. Li rivedo davanti a miei occhi, ora, mentre scherzavano tra gli schizzi e penso a quanto tempo è passato. A quanta strada ho percorso. A quante cose sul lavoro non sono più nuove, ed è un peccato. Mi rivedo entusiasta, convinta, battagliera. Ero più ingenua, ma mi piacevo di più di oggi. Qualche ora fa, mio malgrado, ho contribuito con scrupolo alla formulazione più corretta di una posizione di advocacy. In Portogallo non avrei saputo farlo. Ma la voce mi tremava ancora di emozione e indignazione quando si trattava di stabilire priorità, obiettivi, strategie. Ora ho stampato sulle labbra un sorrisetto antipatico, di scetticismo amaro. No, non mi piaccio.

Cacce al tesoro un po’ eretiche


Non ricordo quanti anni avevo (dovevo essere ai primi anni delle superiori) quando mi capitò sotto mano un libro che parlava in forma molto romanzata di catari, Maria Maddalena, tesori nascosti e Sacro Graal. Quella stessa faccenda che molti anni dopo viene più o meno ripropinata nei polpettoni di Dan Brown. Non posso dire di essere rimasta turbata da quella lettura, ma certamente mi colpì. A distanza di molti anni, dopo trascorsi da biblista e di storica delle religioni, credo di aver imparato che i veri misteri non sono certo questi. I miei studi mi offrivano prospettive ancor più inedite e, allo stesso tempo, facevano crollare alcune convinzioni (se siete tra quelli che credono che chissà cosa ci sia scritto nei manoscritti di Qumran, sappiate che sono terribilmente noiosi). Mi è rimasto tuttavia un interesse per la storia della religione cristiana, eresie incluse, specialmente come sfondo di romanzi gialli e racconti di svelamento di enigmi veri o presunti. Però mi sono fatta più esigente. Polpettoni sì, ma un po’ di decenza e serietà va applicata anche alla scrittura di questo genere letterario senza pretese. Ergo sono solita astenermi dagli autori americani: l’argomento religione non pare proprio nelle loro corde (magari un giorno sarò smentita, ma resto traumatizzata da Dan Brown….). In compenso, da quando ho il Kindle, mi sono dedicata a una serie di letture non disprezzabili per chi ama questo genere letterario e si diverte a seguire misteri che si dipanano attraverso formule ebraiche, iconografie gnostiche e intrighi vaticani antichi e contemporanei. Ecco una piccola presentazione.

Inizio senz’altro da Merkavah, di Daniele Versari (0,99 su Kindle Store). Un esordiente autoprodotto che merita successo. Lettura godibile, accurata, avvincente. Ingredienti: il Duomo di Orvieto, una coppia simpatica, una setta ispirata ai misteri di Mitra, Celestino V e persino… la Sindone. Questo medico poco più giovane di me, che tra i suoi hobby annovera “creare sculture di animali marini con materiali di riciclo”, va senz’altro incoraggiato a continuare a scrivere.

Molto più conosciuto (è stato al secondo posto nella classifica dei libri più venduti in Italia) è  Il mercante di libri maledetti di Marcello Simoni (ex archeologo, storico e di lavoro bibliotecario). Intreccio più classico, ma non privo di guizzi ai limiti dell’enigmistica. Una caccia al tesoro avvincente, anche se lo scioglimento non è forse del tutto all’altezza.

Non italiana ma spagnola è Matilde Asensi, di cui ho acquistato e letto ben due romanzi: L’Ultimo Catone e Iacobus. Il primo è senz’altro il più originale: mi ha colpito molto la figura della protagonista, suor Ottavia Salina, la descrizione degli ambienti vaticani della Biblioteca, che mi sono familiari (mio padre lavorava lì) e anche l’appassionante galoppata attraverso prove iniziatiche ambientate in luoghi a me molto cari (dalla chiesa di S. Maria in Cosmedin alla moschea di Fatih a Istanbul) e rese ancor più avvincenti dalla loro ambientazione contemporanea. Certo, lo scioglimento è assai acrobatico, come accade agli autori che puntano molto in alto nei viluppi della trama. Ma me lo sono goduto tutto, con il sorriso sulle labbra. Iacobus è più classico, di ambientazione medievale: ma è pur sempre un’avvincente caccia al tesoro lungo il Cammino di Santiago, con persino un pizzico di romanticismo che non guasta.

A parte, perché non appartenente allo stesso filone, vi raccomando caldamente Altai di Wu Ming. Si scarica gratuitamente dal sito della Fondazione. Se, come me, avete amato la figura (troppo poco conosciuta) di Gracia Nasi, apprezzerete assai il seguito della storia. Un bellissimo romanzo storico tra Venezia e Istanbul, un viaggio nel tempo e nello spazio capace di rapire pensieri e fantasia.

Vi ho convinto, vero? Allora buona lettura!