A caldo


La prima impressione è una marea di gente, silenziosa, che si stringeva intorno al mio amico. Io, in un primo momento, non ho avuto il coraggio. Me ne sono stata lì, dall’altra parte del marciapiede, a guardarlo abbracciare e farsi abbracciare e, per la prima di molte volte, in questo pomeriggio, ho pensato: “Ma come fa”.

Durante la messa funebre mi sono detta che in momenti come questo, in cui la razionalità non serve a nulla, le religioni dimostrano tutta la loro funzione sociale. Ripetere tutti insieme parole che si sanno a memoria, che non c’è bisogno di formulare col pensiero. Ha un che di confortante ed è una fortuna per chi riesce a condividere questa grammatica. La fede, certo, magari è un’altra cosa. Mi dicevo tra me, sentendo i discorsi fatti oggi, che onestamente l’impalcatura teorica di queste credenze post-mortem cristiane lascia trapelare non poche contraddizioni. Mi immaginavo Meryem che mi chiede: ma insomma, dormono o risorgono?  stanno sedute a banchetto nella Gerusalemme Celeste, sono accolte nella “compagine dei defunti”(qualunque cosa ciò voglia dire) o riposano in pace? Diventano angeli ora, come pure è stato detto, o torneremo ad abbracciarci l’ultimo giorno? Se mai dovesse succedere, deposte le spiegazioni a sfondo filologico e storico religioso sulle stratificazioni culturali della cultura giudeocristiana, credo le risponderei onestamente: chi può dirlo. Non saremo noi a darci una spiegazione di queste cose, e non credo neanche che questa sia la mission delle religioni. Le religioni non spiegano, ma danno la spinta per riuscire a vivere senza capire. Sulla fiducia. Non è questa, alla fine, la fede?

Qualche parola con persone che non vedevo da anni, abbastanza per apprendere qualche altro particolare sulla vita di questa famiglia, ora tragicamente dimezzata. Come ha accennato anche il prete durante la predica, questa coppia aveva anche perso una terza figlia, giusto il giorno prima di quando sarebbe dovuta nascere. “Se c’è uno che può sopportare anche questa è lui”, mi ha sussurrato un altro conoscente. In qualche modo, potrebbe essere vero. Abbracciandolo ho incrociato di nuovo, dopo tanti anni, i suoi occhi chiari e, nonostante tutto, ci ho visto dentro una scintilla. Quel che è certo, pensavo allontanandomi, è che non è solo. Credo sia abbastanza evidente che erano molto amati in quartiere, in parrocchia.

Inevitabilmente allora mi chiedo perché mai io, ma anche altri di noi, ci siamo condannati alla solitudine. Forse siamo stati più arroganti? Più distratti? Più pigri? Un altro amico ricordava che Mimmo, una settimana dopo essersi messo con Laura, aveva dichiarato: “Questa è la donna della mia vita”. Immagino quanto sarà stato preso in giro per questa pretenziosa affermazione. Che peraltro si è rivelata assolutamente vera. E non certo per fortuna, ma per scelta, per impegno, per fatica fedele e reciproca, che non è mai venuta meno neanche davanti a prove dure. Oggi, io come altri, siamo andati a questo funerale per offrire conforto. Paradossalmente, ne abbiamo ricevuto. Sono grata, quindi, a questo amico che non frequentavo da tanto tempo e spero che continui ad avere la forza che ha dimostrato, persino oggi.

Nuova tappa della CaT (questa è tosta)


Non si può essere esperti di tutto, no? E allora ve lo confesso: io e la poesia ci frequentiamo poco. Ho le mie fisse, intendiamoci: ma i poeti che amo (Kavafis, Foscolo, Laeh Goldberg, per citare i primi che mi vengono in mente) sono morti e dunque non tengono blog. Il mio problema con la poesia è che riesco ad accedervi solo con grande fatica e devo essere aiutata e sostenuta da una sorta di accompagnamento e incoraggiamento emotivo. Leggere e basta non mi è sufficiente. Stavo dunque per abbandonare questa tappa della caccia al tesoro, quando mi è venuta in mente una scappatoia più che onorevole – che implica anche una confessione (peraltro del tutto superflua, ma tant’è).

Sia pur per breve tempo, sono stata fidanzata con un colto e sofisticato poeta spagnolo. Studioso di antichità orientali, come me, ma con interessi letterari e artistici a ben più ampio spettro. All’epoca trovavo le sue poesie un po’ troppo sofisticate, ma mi pare che con il tempo si sia liberato di quelle piccole pedanterie che appesantivano i suoi componimenti. Dico “mi pare” soprattutto perché probabilmente mi perdo qualche sfumatura: salvo qualche eccezione in inglese, la sua lingua è lo spagnolo.

Veniamo alla scheda.

Come si chiama il blog: Sed victa Catonis (da una citazione latina di Lucano: “La causa vincitrice piacque agli dei, ma quella sconfitta a Catone“)

Qual è il link del blog: http://seduictacatoni.blogspot.it

Perché vale la pena di leggerlo: Per le atmosfere e le suggestioni insolite, tra Mesopotamia e ebraismo, tra cultura classica e la metropolitana di Madrid.

Qual è il vostro verso preferito: di questo blog, forse, questo “Decir adiós no es fácil aunque pongas /las letras en el orden necesario”. Ma ricordo una poesia che mi piacque all’epoca, intitolata Finisterrae. Peccato che non c’è.

Come lo avete scoperto: ripescato l’ex su Facebook, ho finito per incrociare anche il blog….

Qual è il link dei feed RSS: mmmmm…. (vale il solito: li troverete voi prima di me).

Ci scusiamo per il disagio arrecato


Chi mi conosce sa che non guido. Da anni compro con relativa soddisfazione l’abbonamento annuale dell’ATAC, economicamente alquanto conveniente. Roma, ammettiamolo, non è la capitale del mezzo pubblico. Traffico caotico, poca metro (“come buchi trovi qualcosa”), pochi tram. Alla macchina rinunciano in pochi, la bici è un atto eroico e una prestazione sportiva estrema adatta a pochi spericolati. Io sono abbastanza fortunata: il tram 8, salvo imprevisti, è uno dei pochi mezzi su cui si può contare.

L’apertura del tratto della metro B1, tra guasti, disservizi e catastrofica riorganizzazione dei mezzi di superficie che pare aver scontentato proprio tutti (un record), già era scaduta nella farsa. Un disastro conclamato. Anche la tratta Roma-Ostia Lido non brilla, come si evince anche dai pur volenterosi tweet di @Infoatac. A un panorama già non roseo, si è aggiunta l’estate. Sabato io e Meryem abbiamo percorso la tratta Monteverde-Casalotti in circa due ore e mezzo, di cui una e mezzo abbondante di attesa del passaggio dei due autobus necessari a raggiungere la meta. Stamattina ho scoperto che anche noi fortunati utenti dell’8 per le prossime settimane dobbiamo stringere i denti.

Ci vorrebbe la penna di un poeta epico per descrivere la bolgia di piazzale Biondo questa mattina alle 8:20. C’erano più autobus che sampietrini, tutti aggrovigliati ruota contro ruota in un perverso tangram. “La navetta sostitutiva parte dal centro della piazza”, ci aveva sbrigativamente detto l’autista del tram che ci aveva scaricato dopo una sola fermata da casa mia. Più correttamente avrebbe dovuto dire: buttatevi nella mischia, vi sfido a uscirne vivi. Dopo una decina di minuti di atletiche corsette qua e là, individuata finalmente la navetta, abbiamo percorso, pressati come sardine, tutto viale Trastevere. Velocità media: 400m/h. Superato ponte Garibaldi, l’autobus accelera improvvisamente, giusto per superare senza fermarsi la fermata davanti al Ministero della Giustizia. “Scusi, ha saltato la fermata!”, azzardano un paio di ministeriali. “No”, è la sintetica risposta. “Ma come no?”. “Qui non c’è fermata” “Ma scendiamo qui da dieci anni tutte le mattine” “Beh, oggi no”.

Questo scambio di battute è stato il più garbato e rispettoso del cliente a cui abbia assistito negli ultimi tre giorni. A qualunque richiesta di spiegazione, anche garbata e composta, in merito all’anomalia del servizio, ho visto allibita alcuni autisti ricorrere al turpiloquio, anche assai pesante. Il tutto avviene poco tempo dopo un aumento del 50%del prezzo del biglietto.

Cara ATAC, permettimi un paio di osservazioni. Passi (anche se è surreale) che a Roma non si possa assicurare un trasporto pubblico degno di questo nome. Passi (ma non dovrebbe) che colossali lavori come quelli della metro portino, in fin dei conti, a un servizio persino peggiorato. Ma io, da cittadina e abbonata annuale, pretenderei due cose. In primo luogo, la trasparenza. Potete assicurare solo una corsa ogni ora? Dichiaratelo prima. Mettete l’orario d’arrivo ben stampato a ogni fermata. Aggiornate poi su appositi cartelloni i tempi reali di arrivo, che possono evidentemente variare un po’ in considerazione del traffico. Ma che io aspetti un autobus un’ora e mezza e poi ne veda arrivare un altro appiccicato a quello su cui sono salita, in assenza pressoché completa di traffico, non lo capisco e sei tu, ATAC, a dovermi spiegare perché succede (non tanto di rado, peraltro), altrimenti io sono autorizzata a immaginare (malevola) che i due autisti fossero impegnati in una sfida di briscola in baretto adiacente a qualche assolato capolinea. La risposta dell’autista da noi interpellato sabato pomeriggio in tale circostanza, che non riporto per decenza, non può valere – evidentemente – come spiegazione.

E qui veniamo al punto due. Io capisco che la responsabilità di questo disastro non sia del singolo autista, che è stressato, vessato, nervoso, accaldato e importunato da molti utenti inviperiti a torto o a ragione. Ma non si può tollerare che un autista insulti, più o meno salacemente, un passeggero. Non è il ristorante “Checco alla Parolaccia” (che peraltro non mi ha mai attirato): non si paga per non avere il servizio e farsi anche prendere a male parole (il cui significato mi tocca poi, massimo della beffa, spiegare alla mia bambina di cinque anni, le cui orecchie funzionano più che bene). Spesso anche il mio lavoro è faticoso e frustrante. Ciò non toglie che se io, all’ennesima telefonata di richieste assurde che non posso soddisfare, rispondessi “ma vaff…”, sarei con ogni probabilità licenziata. Un certo decoro, da un servizio pubblico, lo pretendo. Il turpiloquio e l’aggressività non fanno mai folklore. Sarebbe il caso che lo ricordaste al vostro personale. Gradirei di più che investiste in questo, piuttosto che mandare Raffaella Fico a distribuire schedine ai passeggeri, per beneficenza – e, incidentalmente, per far vedere al mondo che è incinta (credete che stia scherzando? nossignore).

Dopo di che, potreste andare un po’ oltre. I lavori previsti e le variazioni del servizio, almeno agli abbonati annuali, potreste comunicarli per mail, con un po’ di preavviso. E, soprattutto, avete mai pensato, quando scrivete criptici cartelli tipo “la fermata è soppressa” o “la navetta ferma al civico 2” (delizia di qualsiasi turista non italofono), di rispolverare un’espressione abusata, ma comunque appropriata, come “ci scusiamo per il disagio arrecato”?

Il dolore degli altri


Certe volte arrivano, inaspettate come frustate alle spalle, delle notizie che non si possono neanche commentare. Con tutta l’empatia del mondo, non riuscirei comunque a immaginare come si senta la persona a cui è capitata quella cosa spaventosa che un’amica comune, stamattina, mi ha raccontato. Per analogia, imbambolata dall’incredulità, pensavo ad altre analoghe notizie arrivate nelle scorse settimane. Non riguardano familiari e neanche amici intimi, ma persone che conosco abbastanza bene e che vivono una vita simile alla mia.

Allora penso alla situazione classica: io che cerco di sfogarmi con un’amica (o un amico, o un familiare) riguardo a qualcosa che mi affligge. Chiunque reagisce a questa immersione di angoscia condividendo esperienze proprie, più o meno analoghe. Lo faccio sempre anche io. Eppure, tutte le volte che mi è capitato di essere dalla parte del confortando, pur apprezzando la buona volontà del mio interlocutore, provavo la sgradevole sensazione che no, non è la stessa cosa. Quello che l’altro prova o ha provato è distante mille miglia dal mio dolore. E non per le centinaia di piccole o grandi differenze che, consciamente o inconsciamente, ci affanniamo a individuare in questi casi. E’ solo che quel dolore non è il mio. E il mio, va da sé, è tutta un’altra cosa.

Da stamattina penso, stupidamente, che il mio amico non se la meritava una cosa così. Un pensiero idiota per almeno due buone ragioni. In primo luogo perché nessuno se la merita una cosa così. Ma, più ancora, per il motivo per cui secondo me non se la merita. Perché ha sposato la sua fidanzata dei tempi del liceo, perché ha costruito e mantenuto nel tempo una bella famiglia e non ha fatto tutti i casini e gli scivoloni che hanno caratterizzato la mia, di vita. E quindi, ancora una volta, invece di pensare davvero a lui, sto pensando a me. Incredibile la spudoratezza con cui, nonostante l’evidenza, riesca a trovare spunti per compatire me stessa. Ancora una volta, come mi succede un po’ troppo spesso in questi giorni, mi vergogno.

Tu non cambi mai


Fine di una giornata di lavoro, particolarmente noiosa e deprimente. La mia soddisfazione professionale è ai minimi storici. Esco dalla cripta, mi avvio verso il tram (dopo una piccola sosta al supermercato per comprare dei crackers di riso al chili). Sto ancora ruminando assorta, leccandomi le dita di tanto in tanto, quando arrivo in vista del capolinea del tram. Ed ecco, ti vedo tra la folla. Tu vedi me. In decenni di reciproca conoscenza, il più delle volte finisce che ci si scambia un fugace segno di saluto (tu spesso sei al cellulare, in superiori questioni assorto). Eppure c’è stato un tempo strano in cui ci siamo assiduamente frequentati, in cui nel tuo salotto spettacolarmente tappezzato di libri si parlava di Alessandro Magno, di labirinti, del tempio di Gerusalemme e chissà quali altre diavolerie. Ci sei stato a un memorabile festeggiamento di conclusione del mio dottorato di ricerca e un caro amico non vedente che ti presentavo per la prima volta ti ha riconosciuto dalla voce, perché ti sentiva alla radio. Proprio pochi giorni fa mi è cascato l’occhio sulla borsa di stoffa (“Too many books, too little time”) che mi hai regalato in quell’occasione.

Poi è venuto meno il nostro tramite, l’amico comune che ci teneva insieme. E ora non so mai se devo scambiare con te qualche parola o no, se deve essere di circostanza o no. Non faccio in tempo a farli, questi pensieri, né ce ne sarebbe bisogno perché tanto li so a memoria e non è più utile farli.

Ti fermi, parli. Convenevoli. Che fai qui? Torno a casa, lavoro qui. Che lavoro fai? Buffo, non  lo sai neanche. Magari non casualmente, tu i dati poco interessanti non li trattieni. Esaurito lo scambio parli tu, tu che stai andando a un incontro con un uomo potente, che forse avrai un incarico più stimolante e più prestigioso che ti consentirà di lasciare quello che hai (che molti considererebbero l’inarrivabile apice di una carriera). Tu che sabato consegnerai l’introduzione di un altro libro (Pessoa?). Tu, tu, tu. Non so perché, cerco di inserirmi di forza nel monologo. Mi stupisco, non è da me. Mentre parlo mi rendo conto che tutto ciò è abbastanza patetico. Mi levi di imbarazzo, soffocando di banalità qualunque spunto: quanti anni ha tua figlia, loro crescono, noi invecchiamo. Tento ancora una volta di dirti qualcosa, ma ormai sto parlando da sola anche io. Nel farlo mi rendo conto che ti ho liberato a mia volta dall’imbarazzo di giustificarmi un mancato appuntamento che mi avevi ventilato, per mail, un mesetto fa. Avevi iniziato a dire qualcosa, ma ti interrompi e lì finisce. Sei già oltre. Ti stai chiedendo perché ti sei fermato. Guardo il tram. Prosegui, proseguo.

Che tristezza, questo incontro. Nei tuoi occhi distratti rivedo sempre, cristallizzato e immutabile, il giudizio un po’ stantio di quelli che pensano di me: “che peccato, eppure era così promettente”. Ma forse mi sopravvaluto. Probabilmente non hai mai pensato neanche questo, è tutto un complesso mio. Salgo sul tram.

Sbuffare non basta


Qualche ora fa mi sono trovata a leggere una nota sulla bacheca di Facebook di Amedeo Piva, una persona che conosco – sia pur non a fondo, ma da tempo – e che apprezzo. ““Ma perché continui a dedicare tempo e testa alla politica e al partito? Tanto ti ascoltano poco lo stesso!”.  Vi assicuro che faccio sempre più fatica a trovare una risposta sincera ed convincente a questa ricorrente domanda che mi rivolgono gli amici”, scrive Amedeo. Poi ricorda impegno e passione di operatori e volontari dediti a varie iniziative sociali (tra cui il Centro Astalli, per cui lavoro) e conclude: “Vorrei essere il ponte tra loro e  il mondo della politica. Molti obiettivi -insieme a loro- sono stati raggiunti, altri possiamo e dobbiamo raggiungerli. Ecco, è questa la risposta sincera e spero convincente del perché non resterò in vacanza ma continuerò a battermi per la politica”. A questo punto confesso (non me ne voglia Amedeo) che ho sbuffato. Per poi dirmi, subito dopo, che il mio sbuffare non era solo ingeneroso, ma anche un po’ incoerente. Perché, alla fin fine, io sono profondamente scettica rispetto al fatto che questa politica, questo partito delle cui posizioni continuamente altalenanti Amedeo si lamenta nella sua nota (il PD, se non vado errata) o anche altri attualmente presenti sulla scialba scena italica, possano davvero avere degli obiettivi in comune con me (o, lavorativamente parlando, con noi)? Questo devo cercare di capire. Sbuffare non basta.

Mi sono ricordata una conversazione di qualche mese fa, avvenuta proprio al Centro Astalli con padre Materazzo, attuale direttore del Centro di Formazione Politica Pedro Arrupe di Palermo e alcuni operatori del Centro Astalli in Sicilia. Si parlava, mi pare, del fermento che si registrava già dalla primavera a Palermo, dai tanti esperimenti di partecipazione cittadina e dall’impulso positivo di varie iniziative sociali, in particolare di quelle contro le mafie. Ricordo di aver detto che, a mio parere, si tratta di cose molto positive, ma che non portano immediatamente e necessariamente a una riqualificazione della politica. La possibilità di partecipazione effettiva nel sociale esiste. Nella politica, obiettivamente, meno. Si ha la sensazione di essere trattati come quei condomini pigri chiamati a firmare deleghe in bianco affinché l’assemblea, che non interessa più di tanto a nessuno, raggiunga il numero legale e si possano prendere, senza troppe discussioni, le solite decisioni nel solito stile. Questo sostenevo ad aprile e questo in effetti penso ancora. Tuttavia non è sufficiente nemmeno fermarsi qui. Approfondiamo ancora.

Un primo problema che individuerei è la questione della leadership. Non si tratta solo della banale mancanza di leader adeguati, qualunque cosa ciò voglia dire. La sensazione è piuttosto che si sia un po’ perso di vista cosa ci si aspetta da un leader. Ricordo una questione tragicamente analoga all’università: chi aveva l’autorevolezza e la competenza specifica non sapeva coordinare un team; chi aveva flessibilità e idee innovative non aveva   autorità; chi conosceva a fondo i processi non sapeva comunicare. E così via, di disastro in disastro, di personalismo in personalismo, fino alla dissoluzione di quasi tutto il patrimonio di sapere e di prestigio di una scuola di studi unica nel Mediterraneo. Un’altra questione cruciale è la trasparenza. Alla luce della mia esperienza, in ambiti diversi, quella tende sempre a mancare. C’è sempre, magari è fisiologico, una cerchia ristretta (talora ristrettissima) che prende le decisioni, in qualunque esperienza collettiva che si vuole dinamica e fattiva. Non lo trovo scandaloso, di per sé. Il problema è che il più delle volte si ha la sensazione che questo “cerchio magico” (lo so, lo so, non è l’espressione corretta: passatemela) si formi più per inerzia che per vera scelta strategica. Chi c’è da tanto, chi si conosce, chi è affine, chi dedica più tempo. E poi si cristallizza e si alimenta per contatto, per “bazzicamento”, più che per processi governati. Non è necessariamente nepotismo, ma certo che è l’anticamera della fumosità. Si può fare diversamente? Non saprei. Io, nell’unica esperienza associativa che ho avuto, non ci sono riuscita.

C’è poi l’immensa questione della comunicazione. Se ne fa un gran parlare, si millantano competenze e professionalità specifiche. Ma alla base di una buona comunicazione non può che esserci trasparenza, coerenza e credibilità. Non bastano, certo. Tutto si può e si deve rafforzare con tecniche specifiche. Ma se le basi mancano, puntare sulla comunicazione equivale a vendere fumo e a sprecare continuamente risorse nella difficile quanto vana arte di mettere pezze e arrampicarsi sugli specchi. Perché poi, alla fine, la vera domanda è: qual è il messaggio di fondo? Ce n’è uno? E’ interessante, è convincente, è credibile? Qualcuno ci ha pensato e ci pensa? Chi, esattamente? Un’enorme mancanza di visione, di prospettiva. Questo mi pare di vedere in tutte queste altalenanti prese di posizione effimere e assai poco edificanti.

Alle ideologie non crediamo più, sia pure. Ma quali sono i fondamenti del nostro ipotetico agire comune?  Qui casca l’asino. Un’azione nel sociale di questo punto fa la sua forza. L’obiettivo, le strategie, la mission. Sono in genere elementi semplici, facilmente comunicabili, tangibili e capaci di creare immediatamente comunanza tra persone molto diverse. L’obiettivo della politica dovrebbe essere il bene comune, se non fosse che il concetto sembra ormai aver perso qualunque significato e profondità. In una nota, diversi mesi fa, Gianni Del Bufalo (altro amico del giro di Amedeo e assiduo lettore di questo blog) osservava che la politica non è fatta di “cosa”, è fatta di “come”. Il “cosa” generico (maggiore equità, più sviluppo, più innovazione….) conta poco. E’ il processo, le priorità, i metodi che fanno la differenza. E di questi, di solito, in campagna elettorale non si parla (rinunciando quindi ad ogni credibilità in merito a un cambiamento possibile). Aggiungo io che le priorità non si determinano volta per volta, a seconda della circostanza, dell’alleanza eventuale, del calcolo. I criteri di scelta dovrebbero essere trasparenti in quanto noti, ragionati, esplicitati in una visione culturale condivisa e dinamicamente costruita. Troppo? Forse è già troppo. Ma proviamo a spiegare meglio.

Devo averlo già scritto. Se c’è qualcosa che mi irrita, quando i politici di qualsivoglia schieramento partecipano a un dibattito televisivo, è il continuo richiamo alla necessità di “parlare semplice altrimenti il pubblico a casa non capisce”. Un parlare semplice che non è mai parlare chiaro, badate bene. Non dati, non esempi, non parabole. Sono frasi generiche da conclusione di tema di terza media, quelle frasi intercambiabili che vanno bene per il tema sulla droga come per quello sulla globalizzazione. Non ho mai visto un politico contribuire, attraverso il pubblico dibattito, all’educazione della cittadinanza. Sorridete, eh? Eppure in questa perversa dinamica tra l’oratore che assume che il pubblico non sappia nulla e non sia in grado di recepire nulla (e quindi si autoassolve per il fatto di non dire nulla o di dire corbellerie, in nome della facilità) e l’arroganza furbesca di noi pubblico che crediamo di sapere già tutto si gioca la nostra crassa ignoranza, esponenzialmente crescente e compiaciuta di se stessa. Il fatto che gli orizzonti siano così ristretti (entro i confini nazionali, a brevissimo raggio temporale e con un occhio attento al pettegolezzo) non contribuisce ad innescare alcuna dinamica positiva. L’effetto baretto di provincia è assicurato.

La politica, intesa come espressione di gruppi di sapere collettivo, dovrebbe ovviamente educare la cittadinanza, nello spirito di accrescere la consapevolezza di ciascun cittadino. A prescindere dalla preferenza che in alcuni momenti il cittadino in questione deve esprimere, evidentemente. Perché mandato della politica non è “farsi eleggere” (nessun metodo potrebbe infatti essere maggiormente efficace della compravendita dei voti, se ci limitassimo a questo), ma costruire il bene comune – e prima ancora capire quale sia, questo bene comune. Ora io ho la sensazione che in quanto a sapere collettivo (e individuale) e a orizzonti interpretativi si sia molto contestato e smontato, ma poco o nulla costruito. Anche su questo non ho le idee chiare. Forse bisognerebbe ripartire dai testi di chi una volta pensava e da quelli dei pochi che tuttora pensano. Studiare. Passare al vaglio della critica e dell’esperienza. Sperimentare sintesi tutt’altro che banali tra teoria e prassi. Riaccendere i cervelli, dare modo di esprimersi a quelli che magari già lo fanno, ma non hanno occasione e energia di fare sintesi. Qui il partito, il movimento o quel che è dovrebbe farsi laboratorio, o piuttosto laboratori. Ispirarsi di esperienze (penso a quella, educativa, dei Maestri di Strada, con tutti gli spunti metodologici che comporta), avvalersi di competenze. Si dice sempre che la politica deve avvicinarsi al territorio. Forse si tratta piuttosto di tornare a farne parte, con umiltà e creatività. La prima urgenza che vedo è quella di riaccendere l’entusiasmo. Non per “la politica”, ma almeno per qualcosa. Per un’idea, per uno spunto di cambiamento. Credo che di entusiasmo in giro ce ne sia molto, ma che sia singolarmente poco alimentato. E manca specialmente dove più dovrebbe essere: nei luoghi di educazione dei bambini e dei giovani. Ma su questo magari mi dilungherò un’altra volta.

Due parole conclusive sull’indignazione. Una volta credevo che fosse una leva potente. Ma mi rendo conto che, per quanto apparentemente facile da usare, non è uno strumento così valido. A indignarci siamo buoni tutti, per un minuto. Suscitare indignazione è una delle arti più facili che esistano. Io stessa, spesso e volentieri, mi lancio in calorose invettive. Oggi ho letto questo post della mia amica Cristiana, che pur non essendo direttamente connesso al tema mi fa pensare. Contrapporsi non è costruire. Magari può dare la sensazione di creare identità, ma alla fine non è l’essere contro che contribuisce a farci capire dove vogliamo andare e come. Decostruire dà soddisfazione. Ricordo gli studi sulla storia dell’Israele antico: a furia di decostruire si arrivava a un dottissimo e sofisticatissimo nulla, che non aveva nessuna utilità, né epistemologica né tanto meno storica. Al limite una manciata di autocompiacimento. Ma serve ben altro per riprendere in mano le sorti di un Paese.

Caccia al Tesoro MF – Terza tappa


La terza tappa della Caccia al tesoro è dedicata alla fotografia. E ovviamente io il blog di fotografi me lo sono già giocato alla tappa precedente. Cribbio.

Calma e sangue freddo. Io di fotografi ne conosco vari altri, però. Mi si impone dunque una scelta, piuttosto combattuta. Baro un po’? Ma sì, dài. Ce ne sarebbe uno, che forse è il mio preferito ed è anche un caro amico, che però ultimamente ha deviato un po’ verso uno stile che per me è poco accessibile.  Ce ne sarebbe un altro, decisamente bravissimo, ma già famoso di suo (collabora con Erri De Luca, per dire) e che dunque non ha certo bisogno di promozione. Ce ne sarebbe un terzo, a cui sono affezionata, ma che non riesce a farmi scattare quella scintilla decisiva dell’ispirazione.

Alla fine la mia scelta l’ho fatta. Lui. Non saprei dire, sinceramente, se averlo conosciuto personalmente sia un privilegio o una dannazione. Mi ha fatto saltare la mosca al naso tante di quelle volte che non riesco neanche a rievocarle con serenità (e dire che abbiamo rapporti molto sporadici e superficiali). Non potrei mai lavorarci, non potrei mai fare un progetto con lui. Ma poi vedo i suoi scatti (o i suoi documentari) e ammetto: questa creatura bizzarra e a volte, obiettivamente, irritante ha il suo motivo di esistere. Il suo talento straordinario. L’occhio. La capacità di cogliere, al di là dell’immagine, una storia. Come questa, ad esempio: c’era una volta un tuareg in motocicletta… O questa: c’era una volta un baobab… Ammiro in Fabio la capacità di fare reportage con l’immaginazione del poeta. Di documentare e sognare allo stesso tempo.

Forse questo miscuglio di testimonianza e creazione, che non riproduce pedissequamente ma non tradisce nemmeno, è la migliore definizione che riesco a immaginare di arte. Ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne sogni la filosofia, e anche di quante possa immortalarne uno scatto. Apprezzo molto che in una fotografia si colga questa consapevolezza.

Zoomarine, seconda


In spregio delle più elementari regole del buon senso, abbiamo scelto un sabato di luglio per la nostra seconda visita a Zoomarine, Torvaianica. La prima visita risaliva a un paio di anni fa e ci aveva lasciato entusiasti. La replica di ieri ha visto Meryem molto più partecipe e, nonostante noi fossimo peggio disposti e male accompagnati (avevamo a rimorchio un nipote di Nizam di umore adolescenziale lagnoso e una giovane cognata molto inadeguatamente abbigliata), mi sento di promuovere comunque il parco come meta di famiglie con bambini. Costosetto, certo. Ma girano vari sconti e promozioni (noi avevamo un biglietto adulti gratuito per ogni intero pagato) e alla fine, per una volta, l’esperienza vale nel complesso il prezzo del biglietto (25 euro biglietto intero e 18 ridotto, gratuito solo bambini sotto il metro). Magari con l’accortezza, nonostante i divieti, di portarsi qualcosa da mangiare e da bere, per tagliare un po’ sugli extra (nessuno ci ha mai controllato gli zaini).

Comunque non abbiamo trovato il carnaio che temevo. La biglietteria apre alle 9:30, l’ingresso è alle 10. Noi ieri siamo arrivati alle 10 spaccate e in 5 minuti eravamo dentro, nonostante l’arrivo in concomitanza con la navetta gratuita da Termini. Ricordo però che l’altra volta (di giugno, mi pare) era più affollato. Gli spettacoli base sono cinque: delfini, pinnipedi (foche!), pappagalli, rapaci e tuffatori. Ciascuno spettacolo dura una mezzoretta e viene ripetuto due volte nel corso della giornata. L’area è piuttosto raccolta e raggiungere le sedi dei vari spettacoli non è un problema. Per avere i posti migliori (nel caso di ieri, all’ombra) è sufficiente prendere posto con un po’ di anticipo. Accessorie ci sono altre attrazioni che non abbiamo visto (dinosauri, cinema 4D che però mi dicono essere sconsigliato per bambini sotto i 6 anni) e qualche giostra, per piccoli e grandi. In alcune ci si bagna ben bene, quindi è consigliabile girare in costume o comunque con abbigliamento consono (se le si vuole provare). Ma col caldo non è un gran problema. Ieri abbiamo fatto provare a Meryem il suo primo ottovolante, lo squalotto, giusto un paio di giri per i più piccini.

La piscina, pensata specialmente per i bimbi e molto ampia, è chiaramente presa d’assalto, specialmente per quanto riguarda i lettini. Per me ieri il soggiorno in piscina non era una priorità, visto che comunque ci si può arrangiare con soluzioni casarecce tipo asciugamano steso sulla pedana di legno. Volevamo fare giusto un tuffo all’ora di pranzo e così abbiamo fatto. Lo spettacolo migliore in assoluto è quello dei delfini, anche un po’ didattico (tutti gli spettacoli hanno anche questo risvolto, in realtà). Carino e spiritoso anche quello delle foche (Nizam commentava, a ragione, che la foca femmina californiana ha un fisico da paura – “un po’ come le umane”). L’altra volta avevo gradito molto i pappagalli, che stavolta non abbiamo fatto in tempo a vedere (purtroppo gli orari di Nizam ci hanno costretto a rientrare alle 14:30, ma potendo restare fino alle 18 ci entra tutto comodamente). I rapaci sono molto belli da vedere, anche se l’esibizione non è particolarmente spettacolare. I tuffatori sono bravi, ma la coreografia della scorsa volta era nettamente superiore e più scenografica (pure troppo: culminava con uno che si dava fuoco, per dire!), ieri era più banale.

Il vantaggio dei nostri orari insoliti è certamente il fatto che ci hanno permesso di evitare del tutto il traffico del rientro, da non sottovalutare. Noi in 15 minuti eravamo a casa…

Una “maglifica” giornata milanese


Certi inviti sembrano fatti a posta per darti il coraggio e l’occasione di dar forma ai desideri, anche quelli più frivoli. Per questo ieri, cogliendo al volo il richiamo di Fattore Mamma (sempre una garanzia), mi sono trovata a passare buona parte della giornata nei pressi di via Montenapoleone, dividendomi tra chiacchiere tra amiche e aperitivi, alcolici e analcolici. Una giornata di leggerezza, ebbene sì. Che però si è rivelata anche molto istruttiva, a modo suo.

Milano mi ha accolto con un allegro cielo azzurro e, persino, un filo di arietta (considerata la stagione, ci si poteva stare). La mattinata e il pranzo, piuttosto particolari, mi avevano già messo di splendido umore quando ho varcato, in veste di mamma blogger, la soglia di Palazzo Morando per la visita alla mostra Maglifico! Sublime Italian Knitscape. Come immaginerete, io sono (o forse dovrei dire ero) solita bazzicare mostre di ben diverso appeal, tipo “Le iscrizioni rupestri mutile dello Yemen centrale pre-Islamico” e “I cinquemila manoscritti miniati di canto gregoriano tutti uguali che vi faranno venire la nausea alla terza vetrina”. Scherzi a parte, sono rimasta piacevolmente sorpresa: anche una profana assoluta come me può apprezzare (aiutata anche dalle spiegazioni dei nostri accompagnatori, che alternavano note esplicative al giusto sfoggio di termini e aggettivi peculiari che la situazione richiedeva) un percorso espositivo originale, curato e decisamente gradevole. E’ aperta fino al 2 settembre, vi consiglio di approfittane. Qui trovate qualche scatto del povero, arrancante Androide. Qui un servizio di Vanity Fair da cui potete farvi davvero un’idea.

Ma veniamo alla parte formativa di questa esperienza, che non si è fermata al mero lato estetico. Si parlava di lana, di filati stupendi tipo la lana Merinos (si potevano anche toccare! Godimento…), del marchio Woolmark (sì, anche io pensavo di non sapere cos’era, invece certo che lo sapete anche voi: è quel gomitolino genialmente stilizzato che vedere sull’etichetta dei prodotti in pura lana vergine). Si parlava, specialmente, del fatto che quando la lana di qualità entra nel nostro guardaroba (o, ancor più, in quello dei nostri figli) le madri/casalinghe sgarrupate come me si sentono assalire da un’ondata di panico irrefrenabile. E come la lavo? E se si macchia? Confesso: io mi affido (tanto per cambiare) a tata Silvana – e confesso altresì che un paio di anni fa i due maglioncini comprati dalla nonna li ho anche un po’ imbucati in fondo al cassettone, fischiettando.

Perché non ci sono santi, per lavare la lana ci vuole un certo know-how. Due dei partecipanti all’evento di ieri, decisamente, lo avevano. Una era una irrefrenabile nonna blogger, che solitamente scrive di cucina, ma che potrebbe facilmente cimentarsi in un’enciclopedia illustrata di tecniche per lavare, stendere, stirare e conservare la lana. Fin qui siamo nello stereotipo: le nonne, si sa, sono di un’altra pasta rispetto a noi madri debosciate. Ma la scoperta vera è stata lui: prima timidamente, poi con sempre maggiore autorevolezza, questo giovane fashion blogger siculo ci ha messe al tappeto con la sua spaventosa competenza. Tipo: in albergo aprite la valigia e i vostri capi sono un po’ ciancicati, che fare? Elementare, Watson: spalancate la doccia alla massima temperatura e fate fare loro un salutare bagnetto di vapore. Macchia di cioccolato, macchia di olio? Trattare sempre al rovescio, dall’esterno verso l’interno. Indispensabili ferri del mestiere: aceto bianco e limone. Anche lui è stato formato da una nonna, la nonna Rosa che ci immaginiamo mitica e soprattutto animata da spirito didattico non comune, se i risultati sono questi (bravo Giuseppe, comunque!).

E noi comuni mortali, che, certe di pasticciare, magari non ci applichiamo nemmeno (salvo poi piangere sul latte, sul caffè e sul pomodoro versati?). A nostro beneficio sono stati presentati due prodotti: l’Applicazione gratuita WooLover, disponibile da settembre, dove Hotpoint ha raccolto tutte le dritte che vi potrebbe dare nonna Rosa (e che un tempo, infatti, si leggevano sul Manuale di Nonna Papera… ah, altri tempi) e la mirabolante lavatrice Aqualtis, con Woolmark Platinum Care, in cui pare che anche una pippa come me possa infilare fiduciosa il maglione di cachemire di cui rimando il lavaggio da mesi per il fondato timore di ridurlo a una pezzetta per le scarpe. Dicono che faccia tutto lei. Io posso solo testimoniare, per ora, che si presenta bene. E che l’abbinamento con il rosso la valorizza.

Chiudo il post con un doveroso saluto, in ordine di apparizione, a tutti i protagonisti della mia spumeggiante trasferta (in ordine di apparizione): la dolcissima Valewanda, a cui anche Maria Grazia Cucinotta ha copiato la collana; la sorprendente Paola Maria, finalmente vista nel suo ambiente (lavorativo); la comunità di gesuiti di San Fedele, che mi ha rifocillata con un pranzo del tutto autoprodotto e persino con un dessert esotico nella splendida cornice di una piazza che è un gioiello (e poi con qualcuno, almeno un attimo, di copto si deve pur parlare); Jolanda, organizzatrice impeccabile nonché montanara da non sottovalutare (veniva giù direttamente da una baita ad agili falcate, immortalando come prova marmotte e stambecchi con il fido i-Phone); Gabriella, Giuseppe, Valeria, Silvia,  Elena, Donata e le mie compagne di avventura; la mia omonima pavese, che si conferma fonte inesauribile di gustose narrazioni (e di qualche necessario spetteguless). Grazie a tutti e a presto! Sappiate che ieri avete contribuito non poco alla distruzione di uno dei miei più radicati pregiudizi.

Sì, viaggiare… con S4C


Eccoci alla seconda tappa della Caccia al Tesoro di Mamma Felice. Qui ci è voluta una certa riflessione, perché di blog di viaggi non ne seguo. Anche quando le mie colleghe, nell’ufficio accanto, parlano dei viaggi che hanno in programma, faccio finta di non sentire. Fa troppo male a una aspirante viaggiatrice come me ridurmi a guardare su uno schermo ciò che troppo, troppo poco riesco a vivere di persona.  Sigh. Ma poi, giusto ieri, ho avuto un’illuminazione. E c’è un blog che dovete assolutamente conoscere, sì. Allora, cominciamo.

Come si chiama il blog: Shoot 4 Change

Qual è il link del blog: http://www.shoot4change.net
Perché vale la pena di leggerlo: vi troverete reportage spettacolari, immagini e racconti che colpiscono profondamente e, più ancora, un’idea potentissima, che non dovrebbe mai passare di moda: cambiare il mondo!

Qual è il tuo post preferito: Africa, Prima Parte. Il viaggio in Burkina Faso di Francesco Romeo, che non ha ancora 16 anni. Un’ispirazione per me, come genitore.

Qual è il viaggio che faresti: Al momento ho l’India in testa. Ma anche Timbuktu, anche se non è proprio il momento più sicuro per andarci.

Qual è il link dei feed RSS: mmmm, non lo trovo…. Ma sono sicura che se ve lo cercate voi lo troverete!