Però ti adoro


“Mammahaipresenteolivnomagaricianaperchéiomiricordotuttomasonoanchebravaacantarelodiceancheilmaestrocheseunosalvaqualcosanellamemoriailcervellonessunolopuòrubarementreiltelefonosìcomeèsuccessoate? MammaaaavieniacontrollaresehopiegatobeneivestitimacosìicapellisonoabbsstanzabagnatimammachepigiamadevomettermimammadoveèfinitatigrabiancanonècheMarialhanascostaaaa?”
Ci sono giornate che iniziano e finiscono così, con te che cerchi di parare i colpi, ma che di tanto in tanto ti senti urlare:”Un attimo! Aspetta-un-attimo!”, ma tanto le parole non fanno nessuna presa, scivolano come suole lisce su un pavimento insaponato.
Oggi mia figlia mi ha detto che lei sa già più cose di me, perché io sarò pure andata a scuola, ma non avevo un maestro come il suo. E per dimostrarmelo mi faceva l’esempio del platano. Io so dove si trova il platano? Ecco, sta proprio davanti alla scuola e io non lo so. Visto?
A un certo punto mi ha detto anche che vorrebbe un’altra mamma, più gentile.
Però poi in mezzo sono successe tante cose e soprattutto ne sono state dette tante altre. Parole, parole, parole. Fiumi in piena che ti travolgono senza lasciarti il tempo di una pipì.
“Ma la gente risorge alla stessa età in cui è morta? O si torna tutti neonati? Perché sarebbe un disastro, non ti pare? Tutti che gattonano nel mondo, nessuno che sa che il fuoco non si tocca, tutti che rovesciano i motorini. ..”. Una prospettiva agghiacciante. Ho smesso di domandarmi da dove le arrivino queste idee.
“Mamma è gelata, mamma scotta, mamma è bollente, mamma ti ho detto che è gelataaaa!” Trovo che la più efficace metafora della mia genitorialità oggi siano i miei affannosi tentativi di regolare la temperatura dell’acqua della doccia. Come faccio sbaglio, e non di poco. Mia figlia non sembra percepire temperature intermedie. E più lei urla, meno è captabile questo giusto mezzo di cui siamo tutti alla ricerca e che certe sere sospetti che sia una mera astrazione dei fisici teorici.
Ma poi, assoluti e inaspettati come le critiche, arrivano gli apprezzamenti: “Mamma che bella idea è stata venire qui. È stata una giornata veramente meravigliosa”. E tu vorresti solo stramazzare in un angolo silenzioso eppure sei contenta lo stesso.

Festa della mamma, lista dal cellulare


Oggi all’alba mia figlia Meryem ha costretto il padre a prepararmi la colazione. Bevevo il mio caffellatte alle 6:10 e pensavo che questa forse è la prima volta che vengo festeggiata in quanto mamma.
E allora mi è venuta voglia di fare una lista all’impronta delle prime cinque cose che mi vengono in mente di questa maternità quasi settennale. Allora vado.
1. Quella volta che me la tenevo tutta allungata sulla pancia e lei dormiva, ma poche ore prima credevo che fosse morta. Ciò avveniva nello stesso pronto soccorso dove qualche settimana fa abbiamo trascorso 24 ore e lei saltava e faceva video con suo padre,  mentre io in fondo lo sapevo che si sarebbe risolto tutto, ma sentivo lo stesso un macigno alla bocca dello stomaco.
2. Quella sera, in quel di San Foca, in cui tornavamo alla nostra stanzetta in affitto passandoci una lattina di Fanta. La prima volta in cui ho realizzato che, al di là dell’accudimento, era iniziato un animato rapporto tra persone. Mi ha fatto pensare alla Coca Cola bevuta con mia madre a Santorini, ma io ero molto più grande.
3. Le lacrime, tante e forse troppe, versate davanti a lei. Non penserà mai, non credo abbia mai pensato, che sono una supereroina. Ma in qualche modo so che nelle tempeste che ci aspettano potrò contare comunque su di lei. Che ci faremo coraggio a vicenda, o almeno lo spero.
4. La prima volta che, seguendo con il dito le lettere sul basamento della statua di Garibaldi al Gianicolo, ha letto “Roma”. E mi sono sentita fiera di essere con lei in questa città incredibile.
5. Vedere i suoi compagni e amici che la chiamano e la salutano per le strade del quartiere. Penso che non tutte le mancanze, per fortuna, sono ereditarie. Scoprirla socievole e solare ogni giorno che passa mi dà lo stesso sollievo di vederla mangiare gelosamente fragole e pomodori crudi.
Non l’avrei mai detto, fino a pochi anni fa, ma essere madre è diventato l’unico punto saldo della mia vita vacillante. Stasera, più che mai, mi torna in mente una frase antica, di quelle dei testi incomprensibili ai più che hanno dato gioia alla mia giovinezza: “Il figlio è la radice del padre (e anche della madre, aggiungo io)”. Non il contrario, attenzione. Ho spiegato a volte, pedante,  che si intende che il figlio assicurava al genitore la sopravvivenza post mortem compiendo i riti necessari. Ma è ben più di questo e penso che chiunque sia genitore lo capisca facilmente. 
Tanti auguri a me, allora.

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Pasqua sull’isola


Non una, ma almeno tre volte ha sorriso la dottoressa bionda, di turno la notte di Pasqua e anche la mattina. Non che ne avesse particolare motivo. Nottata di emergenze, mattina di altre emergenze, pazienti molesti quando non del tutto fuori di senno. E infine le è cascato rovinosamente a terra anche il portatile. Però ha sorriso e ho pensato che era bella e che le ero grata.
Se devo essere del tutto onesta, questa Pasqua in ospedale non mi ha tolto granché. Magari quei due o tre giorni di relax. Mai come in questo momento mi viene voglia di quello che non ho. Che poi se inizio a desiderare una cosa stupida, come la colazione salata con la pizza pasqualina, mi ritrovo a contemplare tutte le mie povertà presenti, passate e future. No, non è proprio il caso.

E se non fosse così?


Uno dei test frivoli e sciocchi che girano su Facebook oggi mi chiedeva quale fosse la mia paura più grande. D’istinto, prima di ragionare sul serio, ho risposto: “Non avere una famiglia”.
Le mie frastagliate vicende sentimentali mi hanno lasciato un grande rimpianto: non essere riuscita, come vedo tante persone fare, a ricomporre una famiglia allargata,  piena di amore trasversale e comunque calorosa di legami.
Oggi mi sono trovata a brusco confronto con una delle mie storiche aspettative deluse: invecchiare insieme. Per la prima volta ho toccato con mano la relatività di un valore del genere.
Di tanto in tanto telefono a un mio ex professore dell’università. La sua famiglia è regolarissima, con tanto di foto di figli e nipoti sul pianoforte a coda del salotto.
Sua moglie era la fidanzata di quando erano entrambi studenti. E ora, proprio come ho sempre fantasticato io, stanno invecchiando insieme.
Ecco, da tanti particolari che filtrano qua e là, sfondo sonoro delle mie visite e telefonate, solo oggi di colpo mi sono sorpresa a pensare che non li invidio poi tanto.

Domande


Sono in una Bruxelles inaspettatamente fiorita e inondata di sole. Nell’ultima settimana lavorativa, grazie ad alcune occasioni di formazione e esperienze varie, ho un mucchietto di domande che mi si è formato in testa, ciascuna delle quali richiederebbe una certa dose di riflessione e, possibilmente,  qualche bella chiacchierata con colleghi e non colleghi.
La verità è che molto probabilmente non ci sarà tempo per nulla di tutto ciò. Finirà che questi spunti resteranno lì,  in attesa di essere ripescati un giorno dalle nebbie dell’oblio. Forse a quel punto non serviranno più.
Avrei la tentazione di elencarli qui, questi spunti di discussione,  per non dimenticarli. Ma per questo è più che sufficiente il mio quadernino personale.
Resta però il rimpianto tipico delle occasioni perse. Mentre trascorrono veloci i venti minuti di pausa di un meeting di dubbia utilità, mi immagino in questo parco profumato di magnolia a chiacchierare delle questioni che adesso più mi stanno a cuore. Un giorno,  un giorno e mezzo. Sarebbe stato un grande sollievo. Probabilmente non avrei cavato un ragno dal buco lo stesso, ma la mia anima sarebbe più leggera.

Sopravvivere ai colleghi americani


Qualche volta capita anche a me di partecipare a gruppi di lavoro trasnazionali. Non spesso, ma capita. Oggi, ad esempio, è capitato. Non so se anche voi avete esperienze analoghe, ma io rischio tutte le volte di soccombere a un senso di inadeguatezza travolgente.
Stavolta però ho deciso di non farmi cogliere impreparata e ho eleborato una precisa strategia. In cinque punti. Per ogni criticità, un preciso consiglio. Potrei quasi riciclarmi come coach di me stessa.

1. Inadeguatezza linguistica. La base, la madre di tutte le insicurezze. Avete l’impressione che loro, gli americani, non facciano nessuna fatica a trovare le parole per dirlo, come si suol dire. Beh, è così. La lingua di lavoro è l’inglese,  quindi bella forza. Rassegnatevi, ma concedetevi qualche segreta soddisfazione di tanto in tanto. Scegliete tra i ricordi di scuola una bella poesia classica che conoscete a memoria (tipo Foscolo, Tasso, Manzoni o al limite Carducci). Nei momenti di frustrazione/noia ripetetela mentalmente,  cercando di assaporare con particolare attenzione il suono delle vocali e delle liquide. Lo sapete, vero, che loro non saprebbero mai pronunciare quei versi?  Ecco. È una piccola soddisfazione che aiuta a tamponare le emergenze. Per la strategia complessiva rimando al punto 5.

2. La qualifica. Vi chiederanno, immancabilmente, quale sia il vostro job title. Può darsi che anche voi, come me, ne siate sprovvisti. Avete due opzioni. La prima, più facile ma più rischiosa, è millantare. Scegliete un job title dei più generici, che abbia qualche addentellato con quello che fate davvero,  e attenetevi a quello. Ma se voi, letta questa guida, vi sarete adeguatamente preparati potrete qui sfoggiare una delle battute spiritose che avrete previamente confezionato. Ve ne serviranno almeno due, da alternare.

3. Ce l’avete un target group? Loro, gli americani, faranno spesso riferimento a interlocutori professionali di livello alto e ne sapranno sviscerare nel dettaglio le caratteristiche specifiche. Vi farete l’idea di un mondo di persone competenti, razionali, efficienti e proattive. Un mondo che per voi, in Italia,  appartiene probabilmente alla sfera della fantascienza. Attenzione: in questo caso il problema è tutto vostro. Stroncatelo con la decisione che merita una mera pippa mentale. Loro non sapranno mai con chi avete a che fare. Anzi, più precisamente,  figuri come quelli che girano in Italia loro non se li immaginano neanche. Se siete del tutto onesti, a volte stentate a immaginarveli persino voi che li vedete con i vostri occhi e li sentite con le vostre orecchie. Traetene le debite conseguenze.

4. Gli schemi di lavoro. Qui vi si richiede uno sforzo culturale. Il facilitatore del workshop vi propone una attività che vi ricorda pericolosamente l’animazione dei campi scuola parrocchiali della vostra infanzia. Loro sono perfettamente a loro agio, come se non avessero mai fatto altro in vita loro. Partite dalla considerazione che probabilmente è proprio così. Levatevi immediatamente quell’aria sbigottita dalla faccia. Deponete la speranza che si tratti di una metafora: è un concetto desueto e anzi probabilmente dall’imbarazzante giochino dipenderà la programmazione strategica della vostra organizzazione/azienda. Usate l’arma segreta del genitore (o al limite dello zio, se non avete figli). Avete presente la faccia che usate quando un bambino di prima elementare fa i compiti e voi non dovete assolutamente tradire il fatto che considerate l’esercizio richiesto del tutto idiota perché altrimenti l’alunno non prenderà sul serio la scuola in generale?  Ecco,  l’espressione corretta è esattamente quella.

5. Aurea mediocritas. E ora un suggerimento di carattere generale. Individuate almeno un elemento del gruppo che è peggio di voi: uno che russa dall’inizio della sessione pomeridiana,  ad esempio. Oppure il collega non anglofono finito per errore nel gruppo sbagliato. Prendetelo come indicatore e ambite a collocarvi a un gradino più alto,  ma senza esagerare.  Lasciate cadere un paio di frasi di tanto in tanto. Siate sintetici, leggermente allusivi e assumete un’aria concentrata. In un caso, massimo due, annuite vigorosamente. Non scarabocchiate sul bloc notes: potrebbero pensare che prendete appunti e incastrarvi per riferire alla sessione plenaria.

Così dovreste sopravvivere. Coraggio e tanta,  tanta solidarietà.

Rivelazione


Venerdì scorso, prima di un weekend di Carnevale che più festaiolo non si poteva (per Meryem, si intende), ho finalmente capito una cosa piuttosto banale. Sono brava a fare lezioni all’università. Ah, direte voi, ecco che rispunta la solita vecchia nostalgia dell’orientalistica, mai sopita. Vi dirò: in realtà sono molto più brava a fare lezione sui rifugiati di quanto non lo fossi a parlare di astruse lingue e religioni semitiche. Questo passaggio non l’avevo ancora mai fatto con questa consapevolezza.

La mia preparazione, in questo mio relativamente nuovo settore di competenza (13 anni mica sono acqua fresca, mi avvio decisamente verso il pareggio, rispetto alla porzione di vita dedicata), è più completa e solida. Me la sono dovuta costruire con l’umiltà che nell’accademia non mi è stata mai richiesta. E’ passata attraverso una varietà di esperienze e molti confronti importanti, anche teorici (laddove, alla fine, negli studi il confronto e il riferimento tendeva ad essere una persona soltanto, nel bene e nel male).

Ma ciò che più conta, credo, è il fatto che quando mi capita di far lezione a giovani studenti di master o di università io sono profondamente convinta che quello che racconto sia davvero rilevante per la loro vita futura, se non di specialisti dell’immigrazione, certamente di cittadini. Questo, quando ho insegnato filologia semitica, mi è sempre mancato. Le scienze inutili sono importanti, a loro modo, e possono contribuire ad affinare il senso critico. Ma richiedono una certa vocazione e condizioni precise, che all’università finivano per mancare, vanificando un po’ il tutto. Ricordo distintamente di aver pensato, svolgendo alle mie allieve il modulo di linguistica semitica, che nelle loro vite quelle informazioni non erano utili. Allora stravolgevo il programma, per quanto mi era possibile. Soprassedevo sul ginepraio delle sibilanti e mi concentravo piuttosto sul rapporto tra lingua, scrittura e identità.

Adesso, invece, da ogni lezione esco convinta e appagata. E mi sorprendo a pensare: sarebbe bello che questo fosse davvero, pienamente, il mio mestiere.

A mente fredda, sulle mucche danesi


L’altra sera mi sono ritrovata nel mezzo di una discussione su Facebook che ero impreparata a gestire perché mi faceva davvero arrabbiare, oltre ogni misura. Me la sono cercata. Quando si condividono notizie su argomenti sensibili bisognerebbe essere preparati alle reazioni. Quelle dei miei amici, peraltro, erano civili, educate, composte e non prive di ragionevolezza. Però mi sono resa conto che non riuscivano proprio a vedere il mio punto e questo mi ha rattristato assai.

La notizia era questa. Il Governo danese ha vietato la macellazione senza preventivo stordimento dell’animale, il che è generalmente considerato in contrasto con quanto prescritto dalle norme della macellazione rituale, sia ebraica che musulmana. Dopo essermi un po’ documentata, soprattutto qui, apprendo che non solo la Danimarca non è un caso unico (già da anni la questione si pone in Svizzera e mi pare di capire anche in Svezia), ma che soprattutto esisterebbe, con un po’ di ragionevolezza, la possibilità di mediare, trovando delle forme di stordimento dell’animale non in contrasto con la salvaguardia dell'”integrità fisica” prescritta dalla religione (a una lettura veloce mi pare che in Malesia si sia già proceduto in questo senso).

Concordo che in primo luogo è necessario sgombrare il campo dalle posizioni troppo ideologiche, a partire dalle facili battute sui cuccioli di giraffa. Quello che davvero mi ha disturbato è la frase “I diritti degli animali vengono prima della religione”, che pare il ministro dell’agricoltura danese abbia pronunciato a commento del provvedimento. Dovrei probabilmente andarmi a leggere tutto il contesto dell’intervista. Certo che, riportata così, mi pare un’affermazione aggressiva, violenta e potenzialmente discriminatoria. Io credo che la civiltà imporrebbe di trovare modi che riducano il più possibile le sofferenze di tutti gli esseri viventi. Ma un’affermazione come questa sembra trascurare il fatto che la religione non è un vuoto orpello, ma parte importante dei valori irrinunciabili di molti esseri umani. Ci sono molti uomini al mondo, anche oggi, disposti a morire per la propria fede. Detesto quando la semplice ignoranza (perché di questo molte volte si tratta) si autoproclama metro di civiltà.

La frase del ministro danese è decisamente infelice. Il provvedimento magari è giusto, ma solo se implica la volontà concreta di dialogare con le comunità religiose, composte da cittadini di pari dignità degli altri (animali compresi), per soluzioni condivise e migliori per tutti. Altrimenti è un civilissimo atto di prevaricazione. IMHO.

Liberiamo una ricetta: riso Venere col buco, finocchi al curry e biscotto arrotolato


Anche quest’anno mi presento all’appuntamento lasciando la mia cucina a disposizione di care amiche: io vado a cucinare in ufficio, in compagnia dei colleghi e di uno specialissimo ospite.

Cominciamo con Alessandra, la nostra archeologa e guida preferita, nonché compagna di lungo corso delle mie traversie.

Riso Venere col buco

Per questa edizione ho pensato a qualcosa di semplice e rapido da preparare, ma che allo stesso tempo si presenti come un piatto quasi chic, un piatto di riso freddo gustoso e forse anche un po’afrodisiaco, considerando la presenza dei crostacei nella ricetta. Ma sono dell’idea che è più in base alle intenzioni, al contesto e alle aspettative di chi cucina e di chi è invitato a mangiare che un buon cibo, in genere, possa suscitare desiderio amoroso e sensualità…
Gli ingredienti necessari per la ricetta sono: riso parboiled, quello che non scuoce e che generalmente si usa per le insalate di riso; succo di limone, uova di lompo (100 gr per 5-700 gr di riso), olio d’oliva, gamberi o gamberoni a vostra scelta sia per quantità che qualità, anche surgelati o in salamoia possono andar bene; salsa rosa fatta con maionese, ketchup, tabasco, un goccio di brandy o cognac.
foto 1Il procedimento è semplice: si cuoce il riso e lo si scola sotto acqua fredda corrente, per bloccarne la cottura. Poi il riso si condisce semplicemente con olio, abbondante succo di limone e uova di lompo. Si prepara uno stampo da ciambellone e si riempie di tutto il riso, che va fatto aderire bene alla forma schiacciandolo ben, bene con un cucchiaio. Poi si mette a riposare in frigo almeno per un’ora. Prima lo fate meglio è, anche il giorno dopo è buonissimo.
Preparate la salsa rosa con abbondante maionese, che se farete voi sarà ancora più buona, aggiungete il ketchup, un po’ di tabasco e un cucchiaio di cognac. Mentre la preparavo è apparso anche un ospite felino curioso e goloso.

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E’ nel preparare creme, nel mescolare ingredienti diversi, nel girare che io mi faccio rapire e trasportare dai sensi. I movimenti circolatori del mescolare, come una carezza. I colori degli ingredienti che iniziano a mescolarsi, come un abbraccio sensuale. E’ il momento delle intenzioni seduttive, dei pensieri immorali e dell’assaggio.
E la mente corre a immagini cinematografiche che hanno immortalato la potenza afrodisiaca. Nel film “Come l’acqua per il cioccolato” di Alfonso Arau (tratto dal romanzo di Laura Esquivel, Como agua para chocolate 1989) quando la protagonista preparando un pranzo a cui è invitato l’uomo che ama prepara delle quaglie alle rose che fanno sussultare di eccitazione e godimento chi le assaggia (per i curiosi a questo link si può vedere l’effetto che fa). Ma non si tratta soltanto di chimica e ingredienti considerati afrodisiaci, sono le emozioni trasmesse dalla cuoca, l’amore e la passione in questo caso, a suscitare questi effetti. Come sarà, invece, il suo dolore a trasmettere angoscia nella torta di nozze che dovrà preparare per l’uomo che ama, ma che sposerà sua sorella. In questo caso, Tita mescola all’impasto del dolce le amare lacrime del suo dolore, trasmettendo così la sua tristezza ai commensali che mangeranno la torta, tutti colti da un desiderio irrefrenabile di piangere.

Dalle fantasie cinematografiche torniamo alla ricetta. Quando sarete pronti a servire il riso vi occorrerà un bel piatto da portata sul quale andrà capovolta la teglia con il riso ottenendo una bella forma perfetta con un gran buco al centro. Il buco andrà riempito con la salsa rosa e i gamberi, potreste lasciare qualche gambero non condito con cui decorare il perimetro del buco o il piatto da portata a vostro piacimento.
Per ottenere un risultato estetico di maggiore impatto potreste usare, insieme al riso bianco, un po’ di riso nero del tipo Venere, in modo da avere un contrasto cromatico maggiore tra riso e condimento. Poi se le intenzioni sono quelle di eccitare i sensi l’uso di un riso dal nome tanto evocativo, qualcosa forse produrrà…
Io ci berrei delle bollicine vicino. Non assicuro nessun tipo di effetto afrodisiaco del piatto. Sta a voi. Alla preparazione, ai sentimenti e a ciò che comunicherete. Io ho provato a farlo con amore e ho aggiunto una candela, così giusto per un po’ di atmosfera.

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Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia. Questa ricetta la regalo a chi legge. Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web.

Ora si inseriscono, in ordine di menù, i miei amici Paolo e Laura, anche noti come Artigiani Digitali. In particolare è Paolo ai fornelli…

Finocchi al curry

A mia moglie piacciono i finocchi cotti, a me il vino, ad entrambi il curry Madras che ci porta l’amica Lulla da Londra…

Ingredienti per 4 persone:

– 4 Finocchi
– 1 scalogno
– 1 bicchiere di vino bianco
– 1 cucchiaino di curry forte
– Mezzo bicchiere di latte

Tagliate i finocchi a striscioline con spessore di un centimetro circa mantenendo (se vi piacciono) anche le parti sottostanti più dure.
In olio d’oliva fate rosolare fino a doratura lo scalogno e dopo aggiungete il curry stemperato in un bicchiere di vino bianco secco.
A fuoco alto portate ad ebollizione il vino, aggiungete i finocchi, mescolate bene e fate cuocere a fuoco alto per 5 minuti.
Infine aggiungete il latte e ultimate la cottura (bastano altri 10 minuti) a fuoco lento.
Servire caldi accompagnati a riso basmati.

Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia. Questa ricetta la regalo a chi legge. Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web.

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E’ ora la volta di Caterina: un’amicizia antica e fedele, che sono felice mi abbia accompagnato anche nelle mie evoluzioni digitali. 

Il biscotto arrotolato e due paesi

Le mie due nonne erano romane di nascita, i miei due nonni no. Ludovico, il mio nonno paterno, era nato al nord, a Bettola di Piacenza, ma il suo paese del cuore dove passava tutte le estati era Canterano, un paesino della valle dell’Aniene arrampicato su un colle. Il nonno materno Tebaldo era nato a Casape, altro paesino in provincia di Roma che i colli ce li ha stretti tutt’intorno tranne che a ovest, dove il panorama si apre sulla pianura del Lazio fino al mare. Da piccola andavo spesso a Canterano ma a Casape passavo mesi interi: facevo a sassate, mi inerpicavo per le colline e le montagne, mi facevo raccontare storie misteriose di fantasmi, frati malvagi e maghi che proteggevano i bambini smarriti. E cercavo inutilmente i resti della villa suburbana di Gneo Domizio Corbulone, un generale dei tempi di Nerone – quando si dice avere il destino segnato fin da piccoli.

Questa ricetta è legata a entrambi i paesi, non per qualche antica tradizione ma per iniziativa di gente in gamba che manda avanti a Canterano una piccola industria locale, e a Casape una festa rustica e coraggiosa che non è meno divertente solo perché è stata creata in tempi recenti.

Biscotto arrotolato

Ingredienti:

3 uova
3 cucchiai di zucchero
3 cucchiai di farina
Un pizzico di sale
Aroma di vaniglia o di limone
Zucchero
Alchermes (o altro liquore a scelta)
Farcitura a piacere

Si sbattono i tuorli d’uovo con lo zucchero finché sono chiari e ben montati (si può usare una frusta elettrica), poi si unisce la farina mescolando con cura. Si aggiunge un aroma a piacere e, volendo, un pizzico di lievito per dolci. Si montano le chiare a neve molto ferma con un pizzico di sale (qui la frusta elettrica è d’obbligo, a meno che non siate dei culturisti) e si uniscono delicatamente al composto, mescolando dal basso verso l’alto. Si versa il composto (in uno strato sottile) su una teglia bassa coperta da un foglio di carta da forno e si cuoce in forno moderato per pochi minuti, finché si rassoda bene ma non si colorisce troppo. Si rovescia subito su uno strofinaccio pulito o su un foglio di alluminio leggermente spolverati di zucchero, si leva la carta e si spruzza con alchermes (che gli da anche un bella nota di rosso), rum per dolci o un altro liquore a piacere (per esempio di arance). Si spalma sopra una farcitura, si arrotola strettamente, e infine si mette un po’ di tempo in frigo prima di spuntarlo alle estremità e servirlo a fette.

biscotto arrotolatoLa farcitura può essere al cioccolato, come nel “Salame del re” che vendono nel forno di Canterano e (oh calorica tentazione!) anche in alcune panetterie dell’Urbe. Si può usare la Nutella o un’altra crema al cioccolato in vendita (mi hanno detto meraviglie di quella Novi), oppure si può operare un virtuoso riciclo post-natalizio, mettendo un nocciolato nel tritatutto e sciogliendo il trito col caffè bollente. Una farcitura alternativa che mi piace molto è la marmellata di marroni. A Casape non crescono marroni, ma piccole castagne saporitissime che sono l’orgoglio della festa omonima, che si tiene a Casape tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre, quando fa invariabilmente un freddo cane. I pezzi forti, oltre alle castagne arrostite in un bidone che gira sul fuoco, sono la pizza fritta, la matriciana, la salsiccia coi broccoletti e (appunto) il biscotto arrotolato di marmellata di castagne. Mezzo paese si mette il grembiule e cucina sotto un grande tendone posto nella piazza del mercato. L’altro mezzo mangia e beve, benedicendo il riscaldamento ma guardandosi bene dal togliere il cappotto.
Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia. Questa ricetta la regalo a chi legge. Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web.

2013, un onesto anno da blogger di nicchia


The WordPress.com stats helper monkeys prepared a 2013 annual report for this blog.

Here’s an excerpt:

The concert hall at the Sydney Opera House holds 2,700 people. This blog was viewed about 45,000 times in 2013. If it were a concert at Sydney Opera House, it would take about 17 sold-out performances for that many people to see it.

Click here to see the complete report.