Travaux, ovvero: contro il pregiudizio (anche positivo)


Anni fa ho visto uno di quei film che sarebbe rimasto una pietra miliare, pur nella sua leggerezza, per la costruzione delle mie convinzioni di cittadina e operatrice sociale. Si tratta di questa commediola francese, mirabilmente interpretata da Carole Bouquet. Tra una risata e l’altra, il messaggio complessivo è molto saggio: non avere pregiudizi nei confronti degli stranieri non deve mai equivalere a una mitizzazione a prescindere. L’istinto di difendere persone da continui soprusi di cui siamo testimoni, particolarmente spiccato in operatori sociali, attivisti dei diritti umani et similia, nella pratica spesso porta a un parziale obnubilamento del senso critico in soggetti che magari in altri campi brillano per acume di analisi e complessità di ragionamento. Si potrebbe definire “infatuazione professionale da reazione”.

Dato che le grugnate, anche dolorose e drammatiche, in questi casi, si sprecano e in 9 casi su 10 si traducono in reazioni viscerali, generalizzate e estreme (che, viste da lontano, assomigliano molto al più deteriore razzismo), la consapevolezza di questa malattia professionale del cittadino socialmente impegnato è quantomai auspicabile. In estrema sintesi, sebbene ci faccia orrore che le etichette negative siano associate agli stranieri in quanto tali (e su questo non ci piove, ci mancherebbe altro), ci dobbiamo ricordare sempre che può ben darsi che uno straniero si comporti da stronzo, egoista, menefreghista, violento, disonesto, senza che per forza si debbano cercare giustificazioni a misterioso sfondo antropologico per dimostrare che in realtà trattasi di malinteso culturale. Ebbene, il malinteso culturale a volte è presente e certo non aiuta: ma ogni individuo può pur sempre comportarsi da bastardo senza che ciò sia predeterminato dalla sua origine etnica o giustificato da una specifica identità culturale.

E quindi? Diffidare sempre? Certo che no. Io, dall’alto di una consolidata esperienza, consiglio di prendersi tutte le fregature del caso ma non condannarsi alla paranoia. Un po’ (anzi, dosi massicce) di autoironia però aiutano sempre, unite possibilmente a un sereno atteggiamento socratico, ovvero alla consapevolezza che nel rapporto con l’altro (in tutti i casi) le cose che ci sfuggono sono solitamente di gran lunga superiori a quelle che afferriamo, con l’intelletto o con il sentimento.

Il buon senso delle religioni


Più passa il tempo, più mi rendo conto di avere una posizione bizzarra in fatto di religione. Mi pare di avere le idee molto chiare, ma non sono mai riuscite a spiegarle compiutamente, il che mi rende a tratti assai confusa. L’altro giorno ho finito di leggere un libro di un espertissimo di dialogo interreligioso, Brunetto Salvarani, perché dovrò scriverne una breve recensione. Non è che mi abbia folgorato, ma l’ho trovato pieno di buon senso. Di pensiero in pensiero, mi sono trovata a formulare questo: in realtà le religioni sono tutte, in un modo o nell’altro, piene di buon senso. Aaaaah, orrore. Che ho detto, anzi che ho pensato e (poi) che ho scritto. E l’oppressione delle donne, il burqa, i kamikaze, l’inquisizione, le spose bruciate, le caste e chi più ne ha più ne metta (in ordine sparso)? Ok, ok, non dico che in nome delle religioni non si commettano crimini orribili, a tutti i livelli. Datemi un’idea e vi troverò mille estremisti. Ma. C’è un ma.

Vediamo la cosa da un altro punto di vista. Anni fa, in una conferenza particolarmente illuminante, mi fu ben mostrato come gli estremisti, di solito, non siano affatto gli esponenti più tradizionalisti di una specifica religione. Anzi. I fondamentalisti, in genere, si appellano a una riforma di presunto ritorno alle origini che si configura, nei fatti, come un’innovazione più o meno violenta rispetto alla consuetudini. Le tradizioni, religiose e non, hanno tanti limiti, per carità. Ma solitamente, nonostante quello che si crede, sono piuttosto sagge e flessibili. Non nel senso che si modificano, ma piuttosto per la loro tendenza inclusiva a riorganizzare in sé anche ciò che è estraneo e lontanissimo. Se il fondamentalismo esclude, la tradizione ingloba (non senza una certa misura di violenza, a volte. Ma non con le bombe). Guardiamo la tradizione religiosa italiana: in un sapiente mix di paganesimo e cristianesimo, abbiamo rinunciato proprio a poco. Culto dei serpenti incluso. Giusto una ripittatina, qualche santo qui, qualche Madonna là. Però allo stesso tempo ci siamo agganciati in tutto e per tutto al respiro sovralocale e sovranazionale della religione cristiana, creando una marea di equilibri nuovi in gamme assortite, per cui oggi si sentono cristiane persone che ben poco hanno in comune l’una con l’altra.

Lo stesso vale per l’Islam, per l’ebraismo, per il buddhismo, almeno nelle sue manifestazioni tradizionali, storiche, che hanno fatto del compromesso più o meno dichiarato il proprio punto di forza. (Banalizzo, eh? Lo so. Ma è per amore di argomentazione). I problemi vengono quando si cerca la coerenza, la consapevolezza piena del fedele o, in alternativa, la restaurazione consapevole del primitivo/originario. Qui l’ipercorrettismo è pressoché inevitabile. Di più: le religioni rivisitate sono, molto più di prima, ostili le une alle altre. Ciò che una sana pratica tradizionale poteva reinventare in chiave positiva (il film E ora dove andiamo? offre begli spunti, sia pure un po’ paradossali), una religione ripensata e rifondata non può che aborrirlo.

Qui mi spingo un filo più in là. Mi pare che nel cristianesimo, complessivamente, si richieda un sacco di ragionamento, consapevolezza, adesione se non razionale, almeno di sentimento. Questo, in soldoni, mi hanno sempre trasmesso al catechismo. Non dobbiamo ripetere come pecore, dobbiamo starci, capire, riformulare, fare nostro. Bello. Ma si rischia di trasmettere una visione equivoca della religione, secondo me. La religione non è un sistema di credenze per interpretare la realtà. La religione è l’indicazione di un percorso per entrare in rapporto con qualcosa che la nostra mente e la nostra esperienza non può, per definizione, cogliere né definire. Entrare in rapporto non è spiegare. Qui secondo me sta il buon senso delle tradizioni: l’idea che, in fondo, io faccio così, perché così mi hanno fatto di fare e perché molti insieme a me fanno così, e mi affido a questo. Non vado troppo oltre. Questo può essere ottusità, ma anche opportuna modestia.

Chi mi conosce sa che non sopporto il fatto che il politeismo antico venga puntualmente rappresentato come forma collettiva di idiozia di povera gente ignorante. Il fatto che a noi della mitologia greca siano arrivate quasi solo le caricature fatte da chi non ci credeva più, oppure che non siamo in grado di capire granché del complessissimo sistema degli antichi egizi, non ci autorizza a sentirci superiori. Questa stessa gente ha gettato insuperati presupposti della scienza moderna, non è che avesse l’anello al naso. Magari però aveva l’idea che per parlar dell’infinitamente grande il linguaggio della logica terra terra (tipo il principio di non contraddizione, per dirne una) non fosse sufficiente. Magari  il linguaggio e le associazioni erano ancora più libere, meno incasellate, più predisposte ad esprimere la complessità straordinaria di ciò che trascende. Per questo noi non lo capiamo (oltre che per il fatto che ci manca quasi tutta la documentazione diretta, ovviamente). Qui concludo con una piccola nota di scetticismo: io diffido sinceramente dei politeismi moderni, rifondati alla luce delle più svariate consapevolezze, siano etniche o di genere. Ho un profondo rispetto per il politeismo che ancora fa parte della nostra storia, che si traveste (appena appena) e ci accompagna, con saggezza millenaria, nei piccoli e grandi eventi della nostra vita: dalla pastiera (di cui ultimamente tanto ho letto, qua e ) alle tarantelle, dalle usanze funerarie e quelle di ogni singolo paese, che carica di senso valli, fonti, crepe di montagne e grotte marine. Non mi pare che abbiamo bisogno di organizzare sistemi religiosi alternativi, basati su studi scientifici (che notoriamente sono ben poco adatti a fondare religioni). Godiamoci i nostri poli-monoteismi con serenità e senza perdere di vista i messaggi centrali che nessuna religione nega e che poi, in buona sostanza, sono le regole di buon senso che dovrebbero ispirare il cittadino del mondo: giustizia, moderazione, compassione.

Fa putilup putilup


La mia infanzia è stata funestata da una storiellina piuttosto stupida, che ho la deplorevole tendenza a citare per allusione, guadagnandomi occhiate perplesse e interdette da parte dei miei interlocutori. Eccola qui.

“Cos’è quel tubo nero a strisce gialle che vive nella spina e fa ‘putilup putilup’?”
“Non so davvero. Mi arrendo”.
“Un’anguilla!”
“Vabbè, un’anguilla assomiglia a un tubo nero. Ma le strisce gialle?”
“L’ho dipinta io”.
“E perché vive nella spina?”
“Vive nella corrente e quindi anche nella spina”:
“Ok, ma ora non mi vorrai far credere che un’anguilla fa ‘putilup putilup’!”
“No, quello lo ho aggiunto io, altrimenti l’indovinello era troppo facile…”

Sono molte le circostanze della mia vita in cui mi trovo a pensare di aver aggiunto un “putilup putilup”, altrimenti era troppo facile. Il fatto che mi renda conto dell’assurdità della cosa non la rende meno assurda. Sospiro, mi tengo le strisce gialle e il pacchetto completo, cercando di convincermi che, sotto sotto, sempre di un’anguilla si tratta.

Uscendo di metafora, a volte anche il contesto mi aiuta in questo processo eterno di complicazione affari semplici. Oggi, vincendo finalmente una comprensibile ritrosia, ho chiamato il Recup regionale per prenotare un esame di routine che non faccio da anni. Sorpresa. Risposta pressoché immediata, operatrice squisitamente gentile, tempi di attesa lunghetti ma che sarebbero stati brevi o minimi se fossi stata disposta a spostarmi di più territorialmente (cosa che, se la cosa fosse stata urgente, avrei certo fatto). Non mi capacitavo. Esamino dunque le due o tre opzioni proposte, quando mi arriva l’informazione aggiuntiva: l’esame deve essere effettuato rigorosamente tra il 5° e il 12° giorno dopo le mestruazioni. Uhm. La mia stupefatta calma si traduce in ansia pura. Sfoglio affannosamente l’agenda. Accenno a conteggi con le dita. La signorina, dall’altro capo del filo, sfodera un’ammirevole pazienza. Io annaspo, esito, azzardo, ritratto. Poi faccio la mia puntata. “Facendo una ragionevole stima, eh?”, mi premuro di precisare. Qui l’impassibilmente cortese operatrice si concede un sano sghignazzo. “Sì, sì, semmai richiama”. Insomma, hanno fatto di tutto per facilitarmi, ma il “putilup putilup” di sottofondo era ben percepibile.

As time goes by


No matter what the future brings
As time goes by

In queste settimane ho guardato più indietro che avanti. In un certo senso, non è nella mia natura. Ci sono però circostanze in cui bisogna concedersi il lusso di deludere se stessi.

Spesso penso che, per fortuna, la vita va avanti a prescindere dalla nostra volontà. Non siamo noi a girare la ruota. Non possiamo farla correre quando siamo pieni di entusiasmo, né fermarla quando vogliamo scendere. C’è qualcosa di bello, di confortante, in questa ineluttabilità.

Vi risparmio i ricordi remoti, quelle Pasque rese interessanti solo dalla nostalgia. Non riesco però a non pensare due consapevolezze di Pasqua, momenti singoli, che sono restati memorabili nella mia esperienza. Una mezzanotte sotto la doccia, a Baghdad. Una sensazione di ingiustizia, un piccolo risentimento che non ho mai smaltito del tutto (e meno male che non porto rancore). Una mattina luminosa, a Kariye (S. Salvatore in Chora), Istanbul. Mi colpisce il fatto che sono stati due momenti di profonda solitudine (a prescindere dalla compagnia in cui mi trovavo), ma una solitudine molto serena.

La solitudine mi attira e mi terrorizza. Oggi la esorcizzo con i social network, che sono un buon compromesso: ti senti in una casa affollata, anche se in realtà sei immerso nel silenzio. Un po’ come i braccioli per chi impara a nuotare: queste diavolerie tecnologiche addomesticano la mia paura.

Leggendo qua e là


Da quando ho scoperto anobii, mi sento come se facesse parte di me. Doma il mio disordine. Mi aiuta a tenere traccia delle letture fatte, mi suggerisce idee per nuove esplorazioni libresche, soprattutto attraverso gli scambi, che ho praticato abbastanza nel corso dell’ultimo  anno.

Questo periodo lavorativo, pur piuttosto faticoso, mi ha messo voglia di fare anche letture complementari alla mia sfera professionale. Non succedeva da un po’, nel senso che spesso tendo a privilegiare letture di evasione (pur senza riuscire a reprimere i miei interessi, sempre un po’ bizzarri) o, all’estremo opposto, saggi di media pesantezza che a volte mi danno da recensire (ma anche quelli li prendo come uno stimolo a tentare strade nuove, che da sola non avrei preso in considerazione – a volte a ragione, va detto). Oggi vorrei segnalarvi tre di queste mie letture semi-professionali. La premessa, piuttosto bizzarra, è che – a parte forse il secondo dei volumi – nessuna mi ha del tutto appagato. Tuttavia tutte hanno alimentato la voglia di procedere nell’approfondimento dei rispettivi temi, e per questo soprattutto mi va di parlarvene.

More about Decolonizzare la follia Il primo è una raccolta di saggi di Frantz Fanon. E chi era costui, dirà il mio sparuto gruppo di lettori (ad eccezione, forse dei due-tre più secchioni)? Lasciate stare Google, vi soccorro io direttamente da Wikipedia. I “miei” psichiatri lo citano, per comprensibili ragioni, ogni due per tre. Mi sono dunque decisa a comprare questo volume e, per inciso, credo di aver toppato alla grande. Avrei dovuto prendere qualche scritto più significativo, che mi desse la possibilità di confrontarmi con questo autore con un respiro maggiore, meno inquinato da dibattucoli polemici di stampo accademico (l’introduzione ai saggi, scritta dall’autorevole curatore dell’opera, è davvero un caso studio di per sé). Tuttavia, leggendo, un collegamento fortissimo mi è saltato agli occhi: mi ricorda da morire Orientalismo di Said. Da un lato il nesso era fin troppo ovvio, eppure a me era sfuggito, a causa delle diverse sfere professionali che mi hanno portato alla lettura dei due saggi. Colonizzare e decolonizzare: due processi storici di portata spaventosa, che investono prepotentemente e trasversalmente tutti i miei campi di interesse (e forse, più in generale, molti campi del sapere e dell’agire umano). In Fanon come in Said salta all’occhio la rabbia. Una rabbia ferocissima, una reazione intellettuale che si tiene in equilibrio precario sul limite del fanatismo. Nel riflesso della reazione credo che noi oggi abbiamo la possibilità davvero di sperimentare in modo indiretto la violenza coloniale, pur senza averla vissuta. E qui si pone la domanda metodologica: come salvare tutta l’energia rivoluzionaria di queste reazioni per sublimarle, per dir così, in un approccio più equilibrato, capace di riconciliarsi con il passato senza rimuoverlo? Come avviarsi verso una sintesi su questioni tanto brucianti ancora oggi? Ma mi riprometto di andare avanti nella mia finora fugace conoscenza di Fanon. Forse ci tornerò sopra, più specificamente (con vostra profonda gioia, presumo: come non adorarmi quando all’astrusità tento di aggiungere il tecnicismo?).
More about Un indovino mi disseCambiamo decisamente argomento, come si direbbe in TV. Sono rimasta fedele alla tradizione del’acquisto di impulso di un libro in aeroporto prima di un viaggio. Ho resistito a un libro di ricette di Claudia Roden e ho superato uno dei miei tabù: ho letto il mio primo libro di Tiziano Terzani. Scelta azzeccatissima. Mi ha portato esattamente lì dove volevo andare, nell’atmosfera di incontro tra culture non dominato dall’intellettualismo (pur supportato da lucida e puntuale analisi, ai limiti dell’assurdo), ma guidato in buona parte da una irrazionale curiosità. Ci ho sguazzato. Era come una colonna sonora azzeccata per il mio viaggio a Bangkok. Forse leggerò altro di questo autore, forse no. Ma sono soddisfatta. Alla fine la cosiddetta intercultura, qualsiasi cosa ciò voglia dire, non si fa senza un pizzico di irrazionalità. Quella fiducia immotivata che ti spinge ad assaggiare un piatto che non toccheresti mai, se ne sapessi gli ingredienti. Poi non è detto mica che ti piaccia, sia chiaro. Ma ti sei lasciato trasportare in un viaggio in cui non eri tu con i tuoi pregiudizi a predeterminare la rotta. Se c’è una possibilità di capire qualche cosa è questa: aprire una finestra perché possa entrare qualcosa che nei tuoi schemi mentali ancora non c’è.

More about Rediscovering Dharavi Ed eccoci arrivati al terzo libro. Tema: la povertà urbana. Il libro in effetti mi è piovuto tra le mani casualmente. E’ una copia pirata, venduta in fotocopia per le strade di una città indiana. La leggenda narra che l’autrice stessa si sia imbattuta in un venditore delle copie taroccate della sua opera e sia rimasta tra il perplesso e il lusingato. Se la leggenda è vera, io non mi capacito del fatto che una ricerca di sociologia/scienze sociali, pur accattivante, possa essere venduta per strada in copie non autorizzate. Ma che lettori assatanati ci sono in India? Vabbè, prescindendo da ciò, la lettura è interessante, anche se a tratti un po’ faticosa. Nessun pietismo, analisi articolata – storica, sociale, economica – della vita di uno slum indiano, dei suoi punti di forza e delle sue – molto più ovvie – criticità. Ma, ancora una volta, un richiamo a complicare le nostre mappe mentali. Non è solo miseria, non è solo degrado, non basta spazzare via con una ruspa. Bisogna fare la fatica di capire, analizzare, mediare, negoziare con chi ci vive percorsi inediti. La politica, del resto, non è un gioco da ragazzi. Neanche quella locale. Peccato che troppo pochi la prendano seriamente (e chissà se qualcuno di quei pochi vive in Italia).

A freddo


Lunedì sera ho seguito con attenzione la puntata di Presa Diretta, che trovate qui, se ve la siete persa. Mi ha fatto piacere anche di condividerne la visione con alcune amiche on line. Mi sembra importante e sicuramente positivo che una prima serata della RAI sia stata dedicata ai respingimenti di rifugiati e alla guerra in Libia. Però oggi non è di questo che voglio parlarvi, o forse non solo. Ho dovuto lasciar sedimentare per qualche giorno le sensazioni contrastanti che la trasmissione mi ha lasciato. Perché ho avuto la sensazione, fin da subito, che – nonostante le intenzioni e l’impegno civile e di denuncia, che di per sé sono un valore – ci fosse qualcosa che non funzionava. E non mi riferisco tanto e solo alle inevitabili omissioni, alle forzature necessarie, a questo o quel dettaglio. Alla fine forse ho capito qual è il punto vero. E’ un problema che sta alla base, che non riguarda il lavoro di quella specifica redazione. Il problema sta nel mezzo, il mezzo televisivo.

Mi spiego meglio. Qualunque addetto ai lavori sa, ed è pronto a spiegare, che il format televisivo ha le sue regole, le sue peculiarità. Soprattutto, i suoi tempi. Ecco, a me sembra che questi tempi televisivi non solo non aiutino a veicolare un messaggio sensato di impegno civile e di consapevolezza, ma che anzi necessariamente passino – in certa misura – il messaggio opposto. In un format del genere non si può mai approfondire: troppo lungo, l’attenzione calerebbe. Servono colori, toni forti. Se non lo sono abbastanza, vanno sapientemente calcati. La priorità è catturare l’attenzione, sempre. Il conduttore è sacerdote unico di questa liturgia: ergo, legittimamente, soprattutto interrompe. Gli intervistati, i suoi collaboratori, eventualmente il pubblico. Tiene i tempi.

Faccio un esempio concreto dalla puntata di Iacona. L’intervista ai rifugiati sopravvissuti del barcone è apparta fredda, inutilmente aggressiva, poco rispettosa. Sono certa che il tono sia stato scelto volutamente, per non indulgere a pietismi e comunicare obiettività. Eppure non posso fare a meno di notare che l’interlocutore, in questo efficace (?) scelta stilistica, sparisce. Si riduce a mera macchia di colore, fa atto di presenza. Ma più ancora mi colpiva il modo in cui il giornalista interpellava e poi toglieva subito la parola alla sua collaboratrice in studio, incaricata di riferire i feedback da internet. Sono sfumature, certo (e mi corre l’obbligo di precisare che escludo che il sesso del collaboratore abbia a che fare con questo). Ma certamente, in generale, l’atteggiamento era singolarmente privo di rispetto.

Si arriva alla fine della puntata con l’ansia, la sensazione che tutto fosse troppo complicato o poco pertinente, e soprattutto che noi della trasmissione (autori e pubblico) fossimo davvero troppo impegnati, troppo presi, troppo di fretta per lasciare davvero spazio a qualcosa. Ma è così? Una trasmissione televisiva deve trasmettere l’urgenza di un’operazione chirurgica a cuore aperto? Quale missione superiore ci si impone? Arrivare alla fine del programma? Tenere alta l’audience?

Soprattutto, qual è il messaggio implicito di una trasmissione del genere? In primo luogo, non è certo un’educazione all’ascolto e al rispetto. Quale che sia il tema, quello che lo spettatore coglie (almeno a me pare) è che il conduttore, è lui e solo lui quello che sa. Le sue “fonti”, i testimoni, gli esperti, hanno un ruolo meramente accessorio. Devono parlare e tacere a comando, devono intervenire a sottolineare e avvalorare quello che viene detto. Non si ha mai l’idea di condividere con il pubblico l’opportunità straordinaria di ascoltare qualcosa da chi davvero la sa. [N.B. Questo non è impossibile in televisione, in generale. Mi vengono in mente esempi in cui ciò viene fatto. Ma mai in trasmissioni di questo tipo].

Io sono convinta che per capire qualcosa di rifugiati (o di qualunque altro tema) si necessario, in estrema sintesi: a) non essere superficiali, riflettere, approfondire;  b) entrare per quanto possibile in rapporto con le fonti dirette e con i testimoni, senza filtri e senza mediatori (che a volte sono interessati); c) ascoltare con pazienza e umiltà, senza sovrapporre pre-giudizi propri o altrui, disponibili davvero a cambiare opinione o a iniziare a crearsene una. Tutte e tre queste cose, anche con le migliori intenzioni, sono incompatibili con i ritmi di una trasmissione come Presa Diretta, Report o simili. Forse sono incompatibili con i ritmi televisivi in genere. 

Dunque? Non lo so. Non sono mai stata contraria alla televisione, che è uno strumento potentissimo e potenzialmente di grande utilità educativa e civile. Mi pare, tuttavia, che forse bisognerebbe ripensare un po’ priorità e obiettivi. Voi che ne dite?

Ma è una femmina!


Tempo fa, alla festa di compleanno di un’amichetta, a Meryem è stato regalato un gatto con gli stivali di plastica. Per una volta, dunque, all’arrivo del pacchetto della Universal, mi sentivo meno impreparata del solito. Avevamo persino il gadget! Sabato, rientrate dal parco, ci siamo dedicate alla visione del film, che avevo accuratamente evitato di guardare sul volo della Emirates per Bangkok per non rovinarmi la sorpresa di gustarmelo insieme a mia figlia.

Credo che fossi l’unica al mondo a non sapere di chi è la voce del protagonista. Prima piacevole sorpresa: Antonio Banderas! L’inizio del film è piuttosto concitato e ho temuto che Meryem, che ha quattro anni e mezzo, non riuscisse a seguire bene la storia. E invece siamo state catapultate subito nel vivo. La scena cruciale, quella che ci ha definitivamente conquistato, è stata decisamente quella che inizia così… “Mamma, ma è una FEMMINA!”,  la Guerrigliera ha fatto  eco con tutto il suo stupore alla battuta del protagonista. Il nostro pupazzetto ha assunto tutta un’altra luce: non lui, ma lei, Kitty (con la voce di Salma Hayek, per la cronaca).

La scena del duello di ballo, ripresa nei titoli di coda, mi ha ricordato per maestria quella, famosissima, degli Aristogatti. Il mix di favole funziona, eccome. L’oca dalle uova d’oro e la sua mamma, in particolare, hanno colpito parecchio l’immaginazione di mia figlia. Come messaggio, è a prova di educatore. Amicizia, solidarietà, gratitudine, riscatto… senza mai essere stucchevole. Bellissimi e inaspettati alcuni gesti, dove il colpo di scena sottolinea la pregnanza della scelta generosa.

Meryem ha apprezzato molto anche il contenuto speciale, la storia del Gatto alle prese con i tre Diablos. Nel suo racconto concitato al padre, che è stato omaggiato dell’adesivo dei tre micini staccato dalla custodia del dvd, anche questo più breve video ha avuto un posto d’onore. Ma la Guerrigliera ha deciso: questo film il padre lo dovrà vedere con i suoi occhi. Scommetterei che non gli dispiacerà. Già ieri si è staccato a fatica dallo schermo per andare a lavorare, mentre le note del flamenco crescevano di intensità…

Dodici


Dodici ore, dodici mesi, dodici anni. Penso a una me stessa soddisfatta di ogni dettaglio e convinta di avere il mondo in mano. Penso a una me stessa ancora giovane e sotto sotto convinta di essersi presa una bella rivincita. Penso a me stessa oggi e al pensiero che per tutto il giorno non mi ha lasciato: sarebbe consolante pensare che la reincarnazione esista. Proverei un gran sollievo a pensare che se non sono andata a parare da nessuna parte in particolare, pazienza; ma che il molto di buono che occasionalmente ho avuto possa magari essere messo a frutto in un’altra vita, da qualcuno più saggio, più paziente e più determinato. Lo so, non è esattamente così che funzionerebbe. E, soprattutto: sono così inguaribilmente cattolica in questo bisogno di assoluzione. Non basterebbe forse accontentarsi?

Città


Come scriveva l’architetto Giovanni Michelucci già 25 anni fa in una lettera a Padre Balducci per un convegno a Firenze sulla città, l’ospitalità non nasce solo da un dovere di accoglienza, ma dall’esigenza di un progetto di revisione della città, alla luce delle situazioni d’incontro nuove. L’architetto, partendo da due metafore, la città carcere e la città tenda, scriveva: “La città carcere e la città tenda non sono solo dei luoghi identificabili nello spazio, sono due metafore che stanno ad indicare tutto ciò che nella città esiste come edificio, talvolta perfino di pregevole fattura , senza per questo avere con la città alcun rapporto attivo, rappresentando anzi la negazione della città”. E concludeva il noto architetto: “la sfida che propongo alla città attuale è dunque la sfida di saper accogliere al suo interno i diversi di ogni tipo, non per dovere di ospitalità, ma come speranza progettuale… Il modello di una società civile che accetta dentro di sé il diverso, come ipotesi positiva di cambiamento rappresenta di fatto una cultura superiore rispetto agli equilibri militari che ci sovrastano. La società del sospetto, dell’isolamento con cui sono regolate le nostre città rappresentano purtroppo un’agghiacciante analogia a quegli equilibri”. (G. MICHELUCCI, La città tenda e la città carcere; in: La sfida delle città, Atti Convegno testimonianze, 19-20 dicembre 1987, Firenze, pp. 132-134).

Invitare monsignor Perego, Direttore generale della Fondazione Migrantes, alla presentazione del Rapporto Annuale del Centro Astalli si è rivelata un’ottima idea. Non solo ci ha offerto delle considerazioni importanti e documentate sulle migrazioni forzate in Europa, oggi e nella storia, ma decisamente è riuscito a dare respiro alla riflessione, con spunti come quello che mi interessa oggi. Accogliere “i diversi di ogni tipo” non solo è un’esigenza logistica emergenziale, da dare in gestione alla Protezione Civile o a qualche addetto ai lavori: è una sfida concettuale, è una sollecitazione culturale e politica nel senso più ampio e alto del termine. Questo passo del discorso di Perego, che se siete curiosi trovate qui (purtroppo senza le molte integrazioni e sottolineature che ha aggiunto oralmente, nel corso dell’esposizione), mi ha richiamato un documento molto diverso, letto qualche giorno fa sulla pagina Facebook di alcuni amici palermitani. Sembra che non c’entri nulla, eppure… Si tratta degli Appunti del Laboratorio Zeta sulle prossime amministrative, dal titolo “Ai bordi della palude”. Ve ne propongo qualche passaggio.

“Sparare a zero contro tutto il ceto politico del centro-sinistra palermitano sarebbe sin troppo facile, a tratti anche noioso e sicuramente poco utile, almeno per il momento. Certo è che esistono responsabilità tanto diffuse quanto precise se dopo dieci anni di Cammarata ci si trova ad un mese dalla elezioni in una situazione frammentata, confusa e di debolezza. Questioni che hanno a che fare con vanità personali e ambiguità strategiche, e con la crisi generale della politica intesa come pratica collettiva di partecipazione.

Eppure doveva essere abbastanza semplice costruire un’alternativa credibile dopo anni in cui – è bene ricordarlo – sono stati regalati milioni di euro ai responsabili delle municipalizzate che hanno ridotto Palermo una discarica a cielo aperto, in cui interi nuclei familiari sono stati mandati a vivere nei container, in cui tristi rappresentazioni postcoloniali fatte di mandolini e carretti siciliani sono state spacciate per politiche culturali, per non parlare di inquinamento, viabilità, scomparsa dei sevizi sociali e skipper personalizzati. […]

La categoria del Bene Comune, al di là della sloganistica democratica dell’ultima ora, rappresenta per noi un punto di partenza importante per costruire un piano della partecipazione collettiva fatto del coinvolgimento diretto dei cittadini alla costruzione di nuove istituzioni a tutela del comune. Su questo terreno si gioca ad esempio la battaglia per smantellare gli assetti di potere che governano le municipalizzate e pensare nuove forme partecipate di gestione delle risorse pubbliche. Come anche l’opposizione tra un’idea di città chiusa e segmentata, in cui le linee di sviluppo sono guidate degli interessi proprietari dei piani di confindustria, e un percorso di partecipazione diretta come quello che sta alla base, ad esempio, del movimento I cantieri che vogliamo all’interno dei Cantieri della Zisa. Pensare la città come bene comune vuol dire anche guardarla nella sua complessità, scardinare le retoriche di centro e periferia e pensarla a partire dai flussi locali e globali di cui partecipa.

Vuol dire, infine, guardare in faccia le condizioni di disastrosa diffusione della povertà e di assenza di ogni forma anche minima di garanzie sociali che coinvolge larghissima parte della città. Lavoratori in nero, migranti di prima e seconda generazione, lavoratori informali, disoccupati, precari non sono una parte marginale di Palermo, ma ne rappresentano, tutti insieme, la condizione generale. Una molteplicità che vive il territorio senza avere accesso ai diritti anche minimi di cittadinanza e che con la crisi globale vedrà la propria condizione peggiorare ulteriormente”.

Sospetto, equilibri militari, politica gestita come scontro vacuo di tifoserie, negazione della complessità. Credo che questi siano i nodi più difficili da affrontare davvero, quando si parla di riforme sociali, di bene comune, più in generale di prospettiva per il futuro. E qui si salda un’altra riflessione, che pure apparentemente c’entra poco. Su Genitori Crescono (una delle mie letture quotidiane!) impazza il dibattito sul downshifting (leggete qui e qui, con relativi importanti commenti). Non entro nella pienezza del tema, che ha tante sfaccettature. Ma mi colpisce il titolo di uno dei libri di riferimento dei downshifter di oggi: “Scappo dalla città, manuale pratico di downshifting, decrescita, autoproduzione”. Pausa di riflessione. Io condivido molti splendidi concetti che mi argomentano le mie amiche che già fanno, o sono tentate, da questa esperienza: sobrietà, riciclo, attenzione all’ambiente, uso più consapevole del tempo, ricostituzione di legami. Ma io no, dalla città non scappo.

Il perché credo che sia meravigliosamente espresso dalla lettera di Michelucci, con cui ho iniziato questo post. In questa straordinaria potenzialità della città come catalizzatore del cambiamento continuo io, nonostante tutto, a crederci. Nonostante tutti gli innegabili contro. Sono una fan della rivoluzione urbana, quella che migliaia di anni fa ha dato un corso unico – qui e là nel mondo – alla storia della civiltà umana. Perché, come rilevato bene dalla mostra Homo Sapiens che non mi stancherò di raccomandare, noi siamo frutto di migrazioni e incontri, altrimenti non saremmo uomini. E le città sono da sempre i nodi della rete di incontri, di relazioni, di traffici di cose, persone e idee. Un punto di raccolta di diversità e di sfide che, idealmente, dovrebbe proiettarci con creatività sempre oltre il nostro orizzonte, verso modelli nuovi e rivoluzionati. Decrescere sì, quindi, ma per quanto mi riguarda io decrescerei volentieri in città. Se potessi esprimere il mio ideale in uno slogan, direi “vivere semplice e pensare complesso”. Del pensiero semplice ho profondo timore. Non è per snobismo, non fraintendetemi. Ma quel che è semplice da comunicare, spesso – troppo spesso – fa violenza, se non alle persone, almeno alla verità.

Un pensiero


A un ragazzo giovane, tanto giovane, che ieri è stato ricoverato in ospedale per la seconda volta. Che forse al corpo non ha nulla, ma certamente ha tanto male all’anima. Mi ricordo i suoi occhi seri, quest’estate, quando l’ho incontrato per la prima volta. La determinazione e la costanza. Infine quel sorriso pieno che avevamo immortalato a settembre. Avevamo detto: “Che sollievo”. E invece, come a volte avviene, non era affatto finita.

Ripenso a quando ti ho visto, ieri, accasciato su una sedia. Le facce preoccupare dei tuoi amici. Il racconto della collega che ha temuto il peggio. Ci vorrebbero 24 ore di servizio non stop e i superpoteri per disperazioni come la tua, B. E non è detto che basterebbe. Noi non abbiamo né le prime né tanto meno i secondi. In compenso, certe volte, ci portiamo dentro, con un po’ di vergogna, le nostre disperazioni da principiante. In bocca al lupo.