Bangkok, qualche dritta


Cari lettori, uomini e donne di mondo, credo che voi abbiate realizzato che quando mi hanno detto che a Bangkok ci potevo andare davvero, ho formulato un pensiero preciso: “Ma quando mi ricapita?”. Dal che avrete dedotto che, nonostante lo spirito viaggiatore del mio segno zodiacale, tra le aspirazioni e la mia realtà quotidiana ce ne corre. Con la consapevolezza dei miei limiti e delle mie peculiarità, vorrei condividere qualche spunto per la vostra visita di una città che merita di essere conosciuta (magari in un viaggio più lungo, dedicato a scoprire le bellezze naturalistiche del Paese).

Prima confessione: alla fine non ho visitato l’attrazione principale di Bangkok, il Palazzo Reale e il Tempio del Buddha di Smeraldo. Sembra un’eresia, ma alla fine il tempo che avrei potuto dedicare non valeva il prezzo del biglietto, che è rilevante (non tanto in termini assoluti, ma certamente in termini relativi) e probabilmente proporzionato al tempo che la visita merita. Segnalo inoltre che lo stesso biglietto dà accesso al parco reale di Dusit, che pure non ho fatto in tempo a visitare. Quindi a queste cose voi dedicherete uno dei giorni in più che avrete rispetto a me. Ma, secondo me, non il primo. Per il primo approccio io sceglierei qualcosa di più soft e meno preso d’assalto.

L’ho già detto in un altro post: partite dal fiume MaeNam Cho Phraya. I battelli da prendere sono senz’altro quelli pubblici, sia per il prezzo che, soprattutto, per il colore locale. Li riconoscete dalla bandierina arancione. Il viaggio sul fiume è il benvenuto migliore che la città può darvi.

Grattacieli, templi, hotel (date una sbirciata al lussurioso giardino dell’Oriental!), baracche di legno, edifici in stile coloniale un po’ cadenti. In fondo, lo SkyTrain, che imparerete ad amare. Presumibilmente vi muoverete tra il molo di Tha Saton (coincidenza con lo Sky Train Saphan Taksin) e la fermata di Tha Chang, buona per il Palazzo Reale. Però, la prima volta, scendete a Tha Tien, al molo prima. Lo riconoscete, perché è proprio di fonte all’inconfondibile sagoma del Wat Arun, e puntate al tempio Wat Pho, sede della scuola di massaggi. Nessuno dei templi di Bangkok è particolarmente antico, ma questo per me è stato un eccellente debutto in oriente. La statua del Buddha sdraiato è impressionante. Altro che cattedrali gotiche, che farebbero sentire la limitatezza della natura umana rispetto agli slanci celesti delle guglie: provate ad abbracciare con lo sguardo un manufatto di 46 metri rivestito d’oro e ne riparliamo. Io, per caso, ho fatto una magnifica esperienza che voi potreste pianificare: mi sono concessa un massaggio thai di un’ora, che è finito dopo le 19. A quel punto il tempio era deserto (l’ampiezza del complesso comunque fa sì che, anche nelle ore di punta, la presenza dei turisti si ammortizzi bene), il tramonto ha sfumato di rosa le guglie policrome e, al ritorno, il viaggio sul fiume nel buio della notte ha avuto un sapore particolare. Occhio, però: l’ultima barca è alle 19:30. Con un taxi a quell’ora potreste metterci ore a rientrare. Per quanto riguarda il massaggio, i puristi obietteranno che ci sono posti migliori, più confortevoli e probabilmente con un miglior rapporto qualità-prezzo. Probabilmente è vero. Ma il setting conta, ed è difficile immaginarne uno più adatto (e più lontano da ogni possibile ambiguità).

Per uno, come me, a cui le religioni interessano (anche nella loro dimensione antropologica), Bangkok è una pacchia.

Con immensa soddisfazione ho visitato il Wat Saket (da cui si gode un raro panorama d’insieme della città), soffermandomi a guardare i rituali e le preghiere, decisamente intensi e trasversali a classi sociali e generazioni. Mi è piaciuto anche il tranquillo Wat Mahathat, sede di una scuola di meditazione e luogo dove le famiglie trascorrono molte lente ore alla memoria dei loro defunti, nei lunghi portici gremiti di statue d’oro di Buddha, sotto il ventilatori di foggia antiquata. Qui è là, cani sonnacchiosi. Fuori, una via intera dedicata al mercato degli amuleti.

Io credevo fosse una tipica attrazione per turisti alla ricerca di colore locale. E invece ci ho trovato una serietà che non mi aspettavo. Molti clienti esaminavano attentamente oggettini apparentemente identici, servendosi alla bisogna di apposita lente di ingrandimento. Apriamo una parentesi sui monaci. Da un lato mi sentivo a disagio a fotografarli, dall’altro come resistere a quella macchia calda di colore zafferano che parla da solo? Questo della foto sopra, poi, con tutti i suoi tatuaggi, era irresistibile. I monaci hanno precedenza assoluta anche per i posti sull’autobus e persino in aeroporto (confesso che, se non l’avessi saputo, non sarei stata in grado di decifrare il disegnino sul cartello, che ricordava un po’ una mummia e invece rappresenta, stilizzato, il drappeggio della veste arancione).

Il top del top dei templi però non l’ho potuto fotografare (purtroppo è vietato). Non è famoso, ma merita assolutamente una visita. Si chiama Sri Mariamman ed è, in buona sostanza, un tempio induista. Non sono mai stata in India, quindi forse per questo l’atmosfera mi ha colpito così tanto. Io un tempio fenicio me lo immagino un po’ così. Statue, offerte di cibo nelle più varie forme (dai frutti alle focacce di fogge precise), incenso, fiori, statue, musica. Bancarelle che vendono oggetti necessari alla devozione, fedeli che consegnano le loro offerte nelle mani di sacerdoti (oddio, probabilmente non è la parola giusta), che le depositano nel penetrale, che si può soltanto sbirciare. A un certo punto, mentre giravo in punta di piedi, sentendomi allo stesso tempo deliziata e fuori luogo, un addetto del tempio (vestito solo di un panno bianco drappeggiato sui lombi) mi ha fatto segno di avvicinarmi e mi ha apposto il pallino rosso sulla fronte  – che non so neanche come si chiama – usando una sostanza che non saprei definire e, per fortuna, non era indelebile. Tuttavia ho fatto la turista per alcune ore sfoggiando un incongruo pallino dall’aria sanguinolenta. Ebbene, nessuno mi ha guardato con curiosità o con ostilità (o almeno non l’ha fatto in modo evidente).

Il traffico e lo smog, oltre ai marciapiedi dedicati in prevalenza alla compravendita e al consumo di generi alimentari della più varia natura, rendono ardua la vita del pedone. Dopo una mattinata dedicata all’esplorazione di Chinatown e simili, proverete un’ondata di amore per i centri commerciali e soprattutto per il mitico Sky Walk, che permette di spostarsi guardando dall’alto la vita brulicante della città, respirando. Apriamo una parentesi sullo shopping. La mia teoria è che come a Gerusalemme anche le persone meno fervide vengono colte da deliranti crisi mistiche (la cosiddetta sindrome di Gerusalemme), a Bangkok anche i più incalliti downshifter vengono indotti ad acquisti compulsivi e irrazionali. Ho visto con i miei occhi una fanciulla ligia e economicamente sobria comprarsi nove vestiti senza battere ciglio. Per quanto mi riguarda, ho avuto un solo tragico cedimento. Ma chi mi frequenta su Facebook lo sa. Il centro commerciale MBK è giustamente mitico (fermata Skytrain National Stadium). Per la cronaca, giusto davanti al MBK c’è il Bangkok Art & Culture Centre: non perdetelo. E’ un’oasi di tranquillità e io ho visto una notevolissima mostra di quadri realizzati con capelli (un’azione di sensibilizzazione sulla prevenzione del cancro).

Chiudo questo post con un suggerimento, tratto dalla Lonely Planet. Toglietevi lo sfizio della scorciatoia sul canale. Vicino a Wat Saket c’è un canale navigabile, inquinatissimo. Si prende una barca piatta al molo di Tha Phan Fah e in men che non si dica (per soli 15 baht) sarete catapultati dalla Montagna Dorata alla commercialissima Siam Square. E avrete fatto un’esperienza indimenticabile: quella di partecipare, dal basso, all’assalto a un mezzo di trasporto molto instabile durante l’ora di punta (apparentemente è sempre l’ora di punta). 


Team building


Inesorabilmente siamo diventati un gruppo. Non mi è ben chiaro come ciò sia potuto accadere, ma mi sento di dire che è così. Siamo arrivati a condividere confidenze, a prenderci in giro, a giocare insieme, a raccontarci aneddoti di famiglia, a commuoverci senza vergogna particolare. Gli accademici, ospiti esterni in questa accozzaglia di “urban refugees practitioners” – qualunque cosa ciò voglia dire – ci danno grandi soddisfazioni. Tre sono spagnoli, di Madrid. E sono, manco a dirlo, completamente sciroccati. I due uomini, soprattutto. Saltellano, fanno le facce, si buttano a terra a elaborare un complicato modello teorico su un cartellone per poi mollarlo lì per andare a farsi una birra, sono riluttanti a concludere le serate, qualunque ora sia. Se non ci fossero, dovrebbero inventarli. Gli altri, un inglese e uno statunitense di New York, sembrano usciti da due diverse serie tv. Il primo lo vedrei bene a fare i documentari del National Geographic, il secondo non stonerebbe in Criminal Minds.

I lavori procedono, quando più, quando meno speditamente. Il mio inglese zoppica vistosamente, ma almeno ha effetti ricreativi: oggi ho suscitato una risata omerica perché ho cercato di argomentare che uno dei nostri obbiettivi è diventare inutili, ovvero non necessari (cioè arrivare a un punto in cui i rifugiati sono in grado di accedere a tutti i diritti senza alcuna mediazione o sostegno particolare), ma pare che abbia invece detto che dobbiamo diventare incompetenti (il che, in molti casi, non ci costerebbe un grande sforzo, probabilmente). Comunque quasi non riusciamo a credere che ci avviciniamo alla conclusione. Un posto dove mi hanno chiamato Shakira non credo che me lo scorderò facilmente (però da allora cerco sempre di ricordarmi di indossare il badge, così mi chiamano Sciàra).

Non sono ubriachi, sono solo le 9 di mattina


Anche il lavoro che sono venuta a fare a Bangkok merita un post, almeno uno. Sui contenuti tornerò più in là, ma intanto cominciamo dai partecipanti. Una Babele vera. Gente che lavora in continenti diversi, della più varia origine (la polacca lavora in Turchia, l’americana in Cambogia e così via), di diverse religioni e con background variegatissimi. Persino sul look ci sarebbe molto da dire: c’è chi sfoggia loghi di appartenenza su magliette improbabili, chi opta per l’etnico deciso, chi mantiene una relativa sobrietà. Ma una cosa è apparsa subito evidente: siamo gente appassionata e passionale. Molto passionale. La facilitatrice, sudafricana, un po’ se lo aspettava. Più dei principi e della metodologia ignaziana, questo è il nostro vero marchio di fabbrica.

Il mio sottogruppo poi è un gioiellino. Cinque nazioni, tre continenti, cinque teste dure e accomunate da una certa vena polemica. In due giorni di lavoro insieme ci sentiamo davvero una squadra. Ci amiamo follemente. Progettiamo marachelle e blande azioni di boicottaggio al proseguimento dei lavori (salvo poi dare contributi, modestamente, fondamentali).

Oggi lo sparuto gruppo europeo doveva animare la riflessione mattutina di apertura del lavori. Gli asiatici, ieri, ci avevano annichilito con una sorta di meditazione yoga accuratamente pianificata. Noi, ovviamente, abbiamo pianificato per tre minuti ieri sera, dopo un paio di birre. Prima abbiamo accampato tutto il repertorio possibile delle scuse (non sono cattolico, convivo con un musulmano, io invece con un ortodosso). Alla fine, su mia proposta, ci siamo decisi per una lettura. Questa.

Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo.
Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano.
Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere d’esprimersi.
Si trovavano allora in Gerusalemme Giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo.
Venuto quel fragore, la folla si radunò e rimase sbigottita perche ciascuno li sentiva parlare la propria lingua.
Erano stupefatti e fuori di se per lo stupore dicevano: «Costoro che parlano non sono forse tutti Galilei?E com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa?
Siamo Parti, Medi, Elamìti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, stranieri di Roma, Ebrei e prosèliti, Cretesi e Arabi e li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio».
Tutti erano stupiti e perplessi, chiedendosi l’un l’altro: «Che significa questo?». Altri invece li deridevano e dicevano: «Si sono ubriacati di mosto».
Allora Pietro, levatosi in piedi con gli altri Undici, parlò a voce alta così: «Uomini di Giudea, e voi tutti che vi trovate a Gerusalemme, vi sia ben noto questo e fate attenzione alle mie parole: Questi uomini non sono ubriachi come voi sospettate, essendo appena le nove del mattino.Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Accade invece quello che predisse il profeta Gioele: Negli ultimi giorni, dice il Signore, i vostri figli e le vostre figlie profeteranno, i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno dei sogni.»

Ci pareva che rendesse bene lo spirito dei nostri incontri. Sì, è vero, sembriamo ubriachi. Ma in realtà condividiamo visioni e sogni, ciascuno come può.

P.S. La lettura è anche un’esortazione al gruppo a ubriacarsi solo in orari socialmente accettabili. Per questo il JRS ogni sera paga un solo giro di alcolici ai partecipanti.

A Bangkok ho imparato che…


1) No, è inutile che cerchi le strisce pedonali. Nella maggior parte dei casi non esistono. Hai presente quello stradone che sembra un autostrada? Ecco, fai le preghiere del caso (anche più di una religione è ammessa) e lanciati. Ah, non ti avevo ricordato che, sebbene la Thailandia non sia mai stata una colonia inglese, guidano dall’altra parte? Peccato. Se guardavi dalla parte giusta forse avresti visto quel tuk tuk.

2) Prima di un massaggio thai la signorina ti chiede: “Hai qualche dolore?”. L’unica risposta corretta è “Non ancora”. Però il massaggio è un po’ come il parto. Alla fine è tale il sollievo che sia finito che ti senti da Dio.

3) La cucina thai è un po’ come la vita: non sai mai cosa aspettarti. In realtà il fine è farti provare tutto nello stesso piatto: il morbido e il croccante, il piccante e il dolce. Senza risparmiarti davvero nulla. Se poi l’ultimo boccone è un pezzo di peperoncino o un’erba amarissima, pazienza. Puoi sempre ritentare con un’altra porzione, bilanciando meglio. E’ un po’ come il massaggio: l’armonia dell’insieme vale bene un po’ di sofferenza.

4) Ma come, grattacieli e baracche? Skytrain e canoa? Scarpe griffate e piedi nudi? Sei davvero sicuro che sia una contraddizione? Certe volte Bangkok mi ricorda terribilmente Vecchio Maestro. I fan dell’Albero Azzurro capiranno. Mi immagino sempre di leggere da qualche parte un cartello che recita: “Non hai le scarpe? Allora cammina senza”. Forse però sarebbe in thai e non lo capirei. Sta di fatto che questo insieme apparentemente irrazionale in qualche modo funziona e ha una sua efficienza.

Dalla città degli angeli


…cioè Bangkok, mica Los Angeles. Prima impressione? Una signora città. Magari non di una bellezza dirompente, di quella che ti stende al primo colpo (tipo Roma o Istanbul). Ma comunque capace di catturarti con la sua imprevedibilità gentile. Salendo sul taxi all’aeroporto (me ne è toccato uno giallo e verde, quasi sobrio rispetto a quelli fucsia) ho subito capito che ero in Asia da un tocco inconfondibile: il copri-leva del cambio realizzato all’uncinetto. Rosa, con volant viola e bianchi. Queste meraviglie le ho viste solo a est dei Dardanelli. Ammetto che tra volo, fuso orario e stradone anonime, probabilmente ci avrei messo un po’ a entrare nella città. Ma io avevo l’arma segreta: Marielou. Ero arrivata da cinque minuti e mi trovavo sotto la doccia, quando l’ho sentita chiamarmi dal corridoio difronte alla mia stanza. Detto fatto, io e la mia compagna di stanza maltese (arrivata anche lei in quel momento) ci siamo infilate qualcosa addosso e via. L’ottimistica mappa fornita dal JRS situava la fermata della SkyLine (la metro sopraelevata) giusto dietro l’angolo. In realtà c’era da percorrere una ventina di minuti di stradone trafficato. Ma l’olandese volante aveva già la soluzione. La vediamo saltare su una motoretta e indicarcene altre due. Il moto taxi! Così, con allegria, senza casco e senza formalizzarsi troppo. Un’esperienza. La mia prima immagine di Bangkok è senz’altro la testa bionda di Marielou che sparisce a velocità folle nel traffico variopinto della metropoli.

Sappiate che non si coglie nulla di questa città dalle molte facce finché non si arriva al fiume. Bangkok è decisamente una città fluviale, anche se a vederla dai centri commerciali di Siam Square non si direbbe. Qualche istruzione di sopravvivenza: guidano a destra (ah, l’impero britannico!) e la guida è molto sportiva, sia su terra che su acqua. Lo straniamento alfabetico c’è, ma è relativo. I cartelli turistici, marroni, vengono spesso in tuo soccorso. Sono un po’ come i locali: cercano di aiutarti, ti rassicurano (mettendo persino le distanze in metri dalla meta), ma non sempre la comunicazione è efficace. La conoscenza dell’inglese non è così diffusa come si potrebbe credere. I tassisti, tutti, lo ignorano per principio (credo gli facciano un test di non conoscenza di lingue veicolari prima di dargli la licenza), ma anche il cittadino medio non sembra masticarlo granché. Però tutti si danno molto da fare per rendersi utili. E’ un modo di essere servizievoli che non ricorda affatto i Paesi arabi, per dire. Nessuno penserebbe minimamente di chiederti nulla in cambio. Si sbracciano, gesticolano (in modo del tutto inintellegibile), sorridono, si inchinano, fingono di decifrare la mappa che inutilmente gli mostri. Perdersi a Bangkok è stata una delle esperienze meno angoscianti che io abbia mai vissuto da turista. E, girando da sola, non mi è mai accaduto di non sentirmi assolutamente sicura. Il resto a poi.

 

Verso l’ignoto


Eccomi qui. Domani vado a Bangkok. Per una volta questo lavoro mi fa sentire quasi figa. Ovviamente sono in preda a tutto il catalogo di ansie, motivate e soprattutto immotivate. Però un pensiero mi colpisce più di altri: è la prima volta che vado in un posto di cui non sono in grado di decifrare, neanche minimamente, la scrittura. Lo so, non sono normale. E con l’inglese me la caverò in ogni caso. Però questa idea dello spaesamento grafico mi colpisce molto. Vi saprò dire se sarà reale o me lo sto solo immaginando.

Dopo lunga meditazione ho deciso che mi incollerò sia il cosiddetto portatile (che non si porta poi molto), sperando che capti senza troppi traumi qualche wifi in loco, che la fida Canon. Se ce ne sarà la possibilità, potrei azzardare anche qualche impressione in diretta. Non dico dei Bangkok diaries (sono pur sempre lì per lavorare), ma insomma, non credo di farcela a staccare nove giorni dalla rete.  Facciamo outing, ho sviluppato una preoccupante dipendenza.

Tornando a Bangkok, non è che avete delle dritte da darmi? Gironzolando per la rete ho trovato qualcosa, ma anche delle indicazioni agghiaccianti. Visto che questo mese si parla di femminile, stereotipi, etc, mi sento di condividere con voi un paragrafo estremamente istruttivo che ho trovato in bella vista sul sito di un tour operator.

Compagnia e massaggi particolari a Bangkok
Per un massaggio … particolare un po’ di tempo fa a Bangkok era famoso il Velunda, oggi sono molto noti anche i centri massaggi situati nell’area di Paya Thai road ma se chiedete ai taxisti ognuno vi potrà indirizzare in un posto diverso (a seconda di quanto gli viene in tasca). L’importante è che sia un posto di un certo livello [non vi accontenterete mica di una sveltina da quattro soldi! e che figura ci fate con gli amici?] e costo, in modo da essere al sicuro da eventuali imprevisti [trovo meraviglioso questo eufemismo]. Questi massaggi, definiti comunemente “body massages” non hanno nulla a che vedere con il massaggio tradizionale thailandese [meno male che ce lo precisi, dovessimo pensare che le donne thai sono puttane per tradizione]. Solitamente sono eseguiti da avvenenti “masseuses” che provvedono a massaggiare il vostro corpo con il loro, normalmente dopo un’abbondante bagno di schiuma. La tariffa non comprende prestazioni extra, ma non è insolito che, considerata anche l’intimità del luogo, i limiti “professionali” vengano abbondantemente superati. Per quanto riguarda una eventuale “assistenza” femminile [anche questo eufemismo non è male], sempre che non siate gia’ in dolce compagnia [e ci mancherebbe pure!!!!], non avrete problemi a trovarne in tutto il Paese (è più facile e preferibile nei posti di mare come Phuket o Pattaya soprattutto visto che il governo sta cercando di eliminare la brutta immagine che il commercio sessuale dà del Paese [che Governo repressivo, non trovate?]). Certo non sarà una compagnia molto disinteressata [ma non mi dire, non si innamorano?], ma calcolate gli eventuali e noti rischi e poi decidete autonomamente.

Ecco, forse sarò bacchettona, ma non mi pare di aver mai trovato un tour operator di viaggi su Roma che recensisca le location per il “puttan tour”. Mi pare indegno e indecoroso. Sappiate che comunque il paragrafo immediatamente successivo (sì, avete capito bene: successivo) è dedicato a “Andar per monumenti e siti d’arte”. E mi chiedo: anche questa organizzazione delle informazioni è dettato dalla domanda del turista italiano medio, così come la televisione e la pubblicità sarebbero decise dallo spettatore italiano medio? E non sarebbe il caso di indirizzarla un po’ meglio, ‘sta domanda (specialmente dove potrebbe comportare anche reati, ad esempio)?

Demanding


Così si definisce, solitamente, il lavoro con i rifugiati. Il che è, evidentemente, un eufemismo. Nel bene e nel male. Ci sono dei rari sprazzi in cui ti sembra di fare un lavoro normale. Scrivi articoli, archivi documenti, ordini faldoni. Ma poi accade qualcosa, qualsiasi cosa, e ti devi ricredere. Un’altra definizione classica recita che i rifugiati sono persone ordinarie messe in circostanze straordinarie. E non c’è niente da fare, è quella straordinarietà che non può non toccare anche te, che pure ti limiti, il più delle volte, ad ascoltare. Tempo fa, a un corso di formazione, si parlava della “neutralità” dell’operatore. E il relatore, senza mezzi termini (qui a Astalli la diplomazia non va per la maggiore), disse: magari ci riuscite pure a fare gli operatori di un centro di accoglienza, o gli operatori legali, o gli insegnanti di italiano senza farvi toccare emotivamente dall’esperienza delle persone che incontrate. Ma, ammesso che ci riusciate: che persone siete?

No, non c’è niente da fare, nessuno di noi è neutro. L’altro giorno, in mia assenza, un ragazzo qui in ufficio ha tentato il suicidio. E’ stato salvato dall’interprete, che a sua volta giorni fa ci confidava la sua disperazione. Dopo essere avventurosamente riuscito a fare arrivare dalla Somalia i suoi bambini (per chi ha letto “Terre senza promesse”: è la storia del più fiero di tutti, di quello che non si vergogna a dire il suo nome), dopo aver salvato se stesso, loro, e l’altro giorno anche il suo sventurato connazionale, ora non sa come fare. Guadagna mille euro al mese e ha quattro figli. Medita di tornare in Somalia a morire vicino a sua madre. E noi a questa prospettiva ci sentiamo morire un po’ anche noi. Ricordo i ragazzi incontrati nei campi aperti di Malta, quelli che volevano tornare indietro, dopo aver rischiato la vita tante volte, per poter morire con dignità. E’ tutto sbagliato.

Dall’ufficio accanto al mio arrivano i singhiozzi di una madre che non crede di riuscire a fare arrivare qui i suoi bambini. Probabilmente, in effetti, non ci riuscirà. E stamattina si discuteva in ufficio del tema del ricongiungimento familiare ed era chiaro che ciascuno di noi, nell’avanzare questa o quella riserva a una possibile posizione di advocacy, pensava a volti precisi, a mogli precise, a figli precisi. Quelli che ciascuno di noi incontra e ha incontrato, dopo aver seguito per anni le loro peripezie burocratiche e le beffe del destino, varie ed eventuali.

Non ricordo se vi avevo raccontato di quel padre che, per fare arrivare in Italia le tre figlie minorenni, si è sentito chiedere non solo il certificato di morte di sua moglie, ma anche quello di sepoltura. Ok, alla fine l’ha spuntata. Le sue tre figlie sono qui e sono bellissime. Ma è un po’ poco per parlare di lieto fine, non vi pare? Ora devono trovare il loro equilibrio, la loro strada, una sostenibilità di qualche tipo.

Siamo arrabbiati, siamo stanchi, siamo annichiliti dall’ingiustizia che sembra moltiplicarsi sotto i nostri occhi in un groviglio inestricabile. Siamo anche scoraggiati dal fatto che a nessuno, proprio a nessuno pare interessare granché di queste cose. Avete presente quando cerchi di raccontare a un conoscente (o a un parente) qualche cosa che ti affligge, sia essa una malattia o una disavventura?  E quello/a si sente in dovere di interromperti dopo tre secondi cercando di dimostrarti che quello che è capitato a te, qualunque cosa sia, è molto meno grave di ciò che affligge lui/lei? Ecco, parlare di rifugiati in genere è così. “Eh, ma in questo momento…. Certo, sono problemi di tutti, pensa che mia nipote… Qualche sacrificio dovranno pur farlo… Che, sputano nel piatto dove mangiano? (questa, di tutte le obiezioni, mi è sempre parsa la più incomprensibile)”.

Ma poi, condiviso tutto ciò, c’è sempre qualcuno che dice: “Ma siamo sicuri che non si potrebbe magari provare a…”. E non ci si ferma, perché indietro non si torna e noi, ormai, ci siamo in mezzo.

Un senso


Sabato, come già scrivevo sotto, ho partecipato a una sessione di formazione sulla cura dei migranti forzati vittime di tortura (sì, non ditemelo: qui a Roma il sabato mattina ci si diverte follemente). Sono state dette cose che, nonostante la mia esperienza nel ramo, ancora fatico a elaborare. Nel senso che non so come la penso, non so collocarle nella mia mappa mentale. E qui apro una breve parentesi: sono tanti, troppi, gli iceberg vaganti che sfuggono alla classificazione quando si entra in temi che coinvolgono culture, religioni, convenzioni sociali. Quel che rende tutto più ingannevole è che nessuno di noi ha difficoltà a valutare gli estremi: siamo contro le mutilazioni genitali femminili, ad esempio. Però se si comincia a ripercorrere tutte le sfumature dell’esistente, quelle che pochi conoscono nel dettaglio, la scivolata è inevitabile. E uno si trova perso nel dubbio, senza sapere che pesci pigliare. Dove sono i confini tra quel che accettabile e quel che non lo è in nessun caso? E chi sono io per fissarli? Ma non voglio parlare di mutilazioni genitali, almeno per oggi. Mi fermerò a un particolare estremamente più semplice, in apparenza.

La ginecologa che lavora al Centro Samifo raccontava la sua esperienza con le donne vittime di tortura e violenza intenzionale. Una donna rifugiata può vantare una collezioni di violenze subite da manuale degli orrori: al proprio Paese (ed è spesso la causa della fuga), durante il viaggio (quasi la totalità delle donne che sono passate per la Libia sono vittime di violenze sessuali, anche plurime), spesso e volentieri anche in Italia. Anche svolgere una visita ginecologica di routine richiede una lunga preparazione, mediazione a tonnellate, almeno uno psicologo a portata di mano. E’ un lavoro delicatissimo e meritorio. Ma un particolare mi ha stupito. Raccontava che una delle comunicazioni in assoluto più traumatiche e dolorose da dare a una donna in queste condizioni è quella relativa a un’eventuale infertilità o menopausa precoce. Più di qualunque altra cosa, questa è intollerabile. E, per contro, molte di loro dimostrano una sorta di esigenza impellente a procreare, al punto da farsi mettere incinte quasi dal primo venuto, senza minimamente pensare alla sostenibilità sociale o altro. Innegabilmente, raccontava la dottoressa, partorire nella maggior parte dei casi le cura. Diventano da un giorno all’altro donne diverse. Donne con tanti problemi, certo, ma donne che hanno ritrovato la voglia di vivere e di combattere, donne che riattivano risorse che sembravano perse per sempre.

Mentre guardavo le foto di quelle madri, non potevo che essere divisa e combattuta. Come “social worker” dovrei essere orripilata. La spiegazione data (“queste donne sono abituate a considerarsi utili, degne di esistere, esclusivamente nell’ambito della procreazione e dell’accudimento dei figli”) mi fa rabbrividire. Certo, va da sé che la pratica non può essere incoraggiata (ricordo convinte quanto inefficaci campagne di promozione dell’uso della contraccezione nei nostri centri di accoglienza per famiglie, tanto per dirne una). Ma un dato è abbastanza ovvio: incontro una donna così, le propongo un percorso di riabilitazione e inserimento sociale, magari mi propongo di  emanciparla. Nella maggior parte dei casi quella donna specifica (per carità, almeno non generalizziamo) mi tenterà il suicidio. Questi processi sono lenti, prendono generazioni intere per compiersi (anche senza migrazioni di mezzo). E’ più giusto sacrificare il singolo al principio?

Cosa concludo? Nulla. Non so neanche se sono stata capace di porre la questione nei giusti termini. Però rimugino.

Kony 2012


Non credo di potermi esimere dal parlare di questo esperimento/iniziativa/fenomeno. Sia per l’argomento, che mi tocca molto da vicino, sia per le implicazioni (numerose e interessanti) che ha. I fatti li trovate raccontati qui. In sintesi: Joseph Kony, un signore della guerra ugandese, da più di 25 anni terrorizza, rapisce e stupra impunito. Le sue vittime preferite sono i bambini e le loro terribili storie hanno spinto Jason Russel, fondatore di Invisible Children e autore di questo video, a lanciare una campagna per rendere “famoso” Joseph Kony. Il gruppo sta cercando l’appoggio di personaggi celebri e di politici (Janet Jackson e Rihanna hanno già aderito, Obama ha inviato un centinaio di militari in Uganda) e sta preparando una giornata intera dedicata a Joseph Kony per il prossimo 20 aprile.

I fatti non solo sono assolutamente veri, ma sono ben noti non solo a me, ma a chiunque lavori sul tema dei diritti umani. In ufficio ho incontrato, negli anni, vittime del Lord’s Resistance Army. Mi sembra molto interessante e importante che si sia deciso di rendere social e anche trendy, in qualche modo, questo tema.  La cosa sembra inatti avere un certo successo e non posso che rallegrarmene. E devo anche fare i conti con un cumulo di domande che mi trovo a fare a me stessa (e dunque condivido con voi). Ne estrapolo, nel marasma, tre.

1) Ma come cavolo ci si riesce a fare una cosa così? Perché io, noi, registi amici o animati da analoghe intenzioni, attivisti che dedicano la vita a queste cose (e potrei continuare) non riusciamo mai a attirare l’attenzione in modo significativo? Mi rallegro del fatto che ciò possa accadere, non ci avrei scommesso. Le risposte a queste domande esistono, ovviamente, e qualcuna riesco anche a immaginarla. Ma per ora mi basta pormi il problema.

2) Quanto conta, per la popolarità, il fatto che tutto ciò avvenga altrove? E che l’idea sia, fondamentalmente, di fare pressione perché qualcuno intervenga altrove? Come ci poniamo rispetto al fatto che alcune di queste vittime ugandesi (poche) possano riuscire a bussare alle nostre porte, in Europa (negli Stati Uniti, obbiettivamente, la possibilità è più remota)? Lo contempliamo? Questo cambierebbe la nostra percezione del problema? O, piuttosto, rafforzerebbe la nostra convinzione di sposare la causa?

3) E’ triste, si dice da qualche parte nel video italiano, che così tanti giovani rinuncino a priori a voler cambiare il mondo. Questo è vero, quanto è vero. Almeno a 20 anni ce lo vogliamo avere un po’ di zelo? Che poi avremo tutto il tempo di temperare e raddrizzare con la maturità, come descrive benissimo Barbara/Mammafelice in questo post.

Tutti questi pensieri sono in me più forti dopo aver partecipato a una lezione di un corso di formazione sui migranti forzati, rivolto a giovani medici di base (io assistevo in quanto organizzatrice, non ho il doppio lavoro…). Ancora una volta ho toccato con mano di quanto possa essere sconvolgente l’esperienza di incontrare una vittima di tortura. Ma anche di quante sfide, prospettive, possibilità di crescita questo offra a un professionista scrupoloso come quelli che parlavano stamattina (un medico di base/dermatologo e una ginecologa). Le questioni emerse da quattro ore di tranquilla esposizione (per giunta di sabato mattina) meriterebbero una serie di post dedicata. E allora torno a pensare che ben vengano le campagne come questa se ci aiutano anche ad essere più preparati a incontrare le persone fisiche, concrete. Se ci aiutano a immaginare universi di violenza che non conosciamo (ma anche a riflettere meglio sugli universi di violenza che sono propriamente nostri).

…e una (piccola) donna privata


Donne, differenze, riflessioni, qualche polemica. Oggi va così. Leggo anche di testimonianze familiari di femminile: feste, esperienze, memorie. La mia famiglia di origine era prevalentemente femminile (6/7). Oggi, non vivendola più, ci sono alcuni dettagli “da donne” che mi mancano, primo fra tutti il reciproco saccheggio degli armadi e le prove abito davanti allo specchio intero di camera dei miei genitori, con il parquet che scricchiolava (e scricchiola ancora) e la luce che falsava un po’ i colori, attraverso il lampadario a gocce (ma mai quanto il neon dell’ascensore). E poi, prima di uscire, una spruzzata della colonia di mia madre. Ricordo le chiacchiere mentre si lavavano i piatti, oppure davanti all’asse da stiro (io ero sempre e solo quella che chiacchierava, si intende!). Ricordo le condivisioni del bagno, per ottimizzare i tempi (e poi mi chiedo perché il mio senso della privacy è molto molto evanescente…).

Quando ero incinta ho avuto una sola, unica premonizione, poi rivelatasi esatta (avevo il 50% di probabilità di azzeccarci, del resto): era femmina. E la cosa mi sollevava. Ho sempre avuto la sensazione che a un maschio avrei avuto meno da raccontare. La mia piccola donna privata è stata un privilegio che mi è stato concesso, un’occasione per smetterla, finalmente, di fare il maschiaccio. Lo so, lo so, non si dice maschiaccio. Non si pensa nemmeno, non ci si deve impelagare in questioni di genere. Ma ieri, quando sono andata a prendere Meryem dall’amichetta e siamo uscite di corsa perché le dovevo mostrare una luna piena scintillante di luce morbida, mi sono messa ad ascoltarla mentre mi raccontava di come le piacerebbe sedersi su uno spicchio di luna, quello che ieri mancava a completare il tondo perfetto, e fare l’altalena in mezzo al cielo. Così, alla fine di una giornata in cui annaspavo in dubbi tormentosi quanto inutili (c’è qualcosa di più inutile di chiedersi: “non sarebbe stato meglio se avessi…”?), ho provato un’immensa gratitudine per la mia Guerrigliera e per quella via d’uscita che mi indica quasi sempre, come Arianna nel labirinto.