Metti che lei capisce tutta un’altra cosa…


… e ti fa subito l’occhietto, recitava un indimenticato verso di Renzo Arbore che mi ha funestato l’adolescenza (non ci crederete, ma io suonavo il clarinetto). In realtà questa giornata è stata un tale crescendo di equivoci e gag fantozziane che si staglia prepotente del panorama delle mie pur di loro peculiari esperienze. Merita una cronaca a caldo.

I presagi non erano buoni. Tata Silvana mi aveva annunciato che doveva accompagnare la di lei madre a una visita cardiologica alle quattro.  Qui io, che ho il viziaccio di pensare e integrare le informazioni parziali, deduco (erroneamente) che la visita avvenisse nello stesso ospedale dove prima di Natale l’arzilla nonna Gentilina aveva fatto l’elettrocardiogramma, a un tiro di schioppo da casa mia. Errore fatale, si vedrà poi. Parto come un treno con il piano alternativo. Assegno a Nizam la ripresa da scuola delle quattro, in considerazione del nuovo turno notturno (che non lo ha esentato, proprio oggi, dall’alzarsi all’alba, tre ore dopo essere andato a letto, ma questo non potevo saperlo, ‘nevvero?). Il padre temporaneamente presente avrebbe poi, alle cinque, depositato la fanciulla alla lezione di yoga, vicino casa. A quel punto il programma prevedeva una fatale variabile: alle cinque, emersa dalla cripta, io avrei chiamato tata Silvana per valutare la durata della visita e la fattibilità della ripresa della Guerrigliera. Solo avuto il suo ok, mi sarei rassegnata alla mia palestra settimanale. Altrimenti con grande gioia avrei marinato l’allenamento per andare a recuperare la progenie. Mi pareva semplice, efficace e lineare. L’unica variabile che la mia fantasia aveva previsto era che Nizam mi si abbioccasse sul più bello, e per questo avevo puntato una sveglia-promemoria per ricordarmi di chiamarlo intorno alle tre e mezzo (la sveglia non ha funzionato e io me ne sono dimenticata, ma questo è stato il meno).

Vado in ufficio, o almeno ci provo. Linea del tram interrotta. Mi affanno con percorsi alternativi che mi portano, sudata e sbuffante, su un autobus pieno come un uovo, incuneata tra due garrule fiorentine che si raccontavano i casi loro, districandosi tra gomiti, borse e ginocchia altrui. Il clima a Roma è migliore, signora mia. Firenze è proprio in una conca. Afoso d’estate e gelido d’inverno. E poi la vita è più cara. Però c’è la coop. Non c’è fiorentino che non vada alla coop. Non lo chiamano neanche supermercato. La coop è la coop. E così, di argomento in argomento, una delle due ne infila uno particolarmente appassionante: la rara e misteriosa malattia di sua figlia ventunenne. Si diffonde ad illustrare sintomi e potenziali rischi, incluse trombosi, atrofie, emorragie devastanti e malformazioni varie. Qui, complice la penuria di ossigeno, rischio seriamente lo svenimento. Per fortuna siamo arrivati (in perfetta simultaneità con il tram, che intanto ha ripreso il servizio. E come sempre se fossi stata capace di starmene ferma e buona ad aspettare mi sarei risparmiata tanti sbattimenti e nausee e sudate).

Piombo in ufficio in nettissimo ritardo sui tempi di marcia. Ho una riunione alle 11 in altra sede, ma prima devo incastrarne un’altra da me e un paio di lavori preparatori alla medesima. Annaspo, annaspo, sto per farcela, quando mi casca l’occhio sull’ordine del giorno della riunione delle 11. Beh, non era alle 11. Era l’11 gennaio, cioè effettivamente oggi. Però alle 9:30. Aaaaargh. Sono le 9:34. In qualche modo mi smaterializzo (non prima di aver giurato e spergiurato di essere di ritorno per le 11 per la nostra riunione) e riappaio a un paio di km di distanza intorno alle 9:49. Dopo di che, discusso quel che dovevo discutere e smadonnato quel che si doveva smadonnare (si parlava degli afgani a Ostiense), riguadagno l’ufficio a grandi falcate.

Qui il lavoro riprende il suo corso in meraviglioso multitasking (con una pausa per ingollare una non molto dietetica polenta ai quattro formaggi al bar degli energumeni), fino alle 16:10, ora in cui mi rendo conto di non aver chiamato Nizam. Donna di poca fede. Il curdo aveva autonomamente provveduto a individuare la giusta scuola, la giusta classe e anche la giusta bambina. Rassicurata, mi rituffo nelle scartoffie sui rifugiati urbani e riemergo alle 17. Chiamo, come da accordi, tata Silvana. Telefono staccato. Vabbè. Fregandomi le mani per la gioia…. oops, volevo dire rammaricandomi tremendamente, mi appresto a cassare la palestra dal mio programma giornaliero. Quand’ecco che mi chiama mia madre per riferirmi che aveva ricevuto apposita telefonata da Silvana, a cui si era scaricato il cellulare: nessun problema, a riprendere Meryem pensa lei. Posso andare in palestra. Ah, ok. Allora vado, eh? Sei sicura mamma? Sicurissima.

Vado in palestra, ne emergo intorno alle 18:20. Sul telefono un numero x di chiamate perse e un messaggio inquietante della maestra di yoga. Alle 18:16 nessuno si è ancora presentato a prendere Meryem. Per interminabili 15 minuti nessuno mi risponde al telefono. Né Silvana, che lo aveva scarico, né la maestra di yoga (scoprirò che nel laboratorio dove fanno lezione non c’è campo). Alla fine un altro sms: “E’ arrivata la nonna (=Silvana). Aveva perso il treno. Tutto a posto”. Il treno??? Per fare 200 m? Mi scapicollo a casa, cercando di recuperare i dieci anni di vita persi e di dominare la furia che mi travolge. Il mistero mi si chiarisce solo all’arrivo. La visita cardiologica non era a Monteverde, ma a Trigoria. Silvana aveva calcolato di tornare con un treno che l’avrebbe lasciata a destinazione in tempo (piuttosto risicato, a dire il vero) per arrivare a prendere Meryem. Se non che la corsa era saltata e aveva tardato, appunto di mezzora. Ovviamente se io avessi saputo l’ubicazione effettiva della visita non sarei mai andata in palestra. Il telefono di Silvana stanotte non si era caricato a dovere. Tutto bene quel che finisce bene. La maestra di yoga, aiutata dalla tecnica e dalla sapienza orientale, non si è scomposta più di tanto e non solo non mi ha denunciato ai carabinieri, ma mi ha detto che, essendo mamma, è successo anche a lei (empatia. Probabilmente mente, ma è stata carina a dirlo).

La bella notizia è che questa giornata volge al termine.

Hammam romano (senza cupola)


L’amica Wonder  lo scriveva, giorni fa, sulla bacheca di Facebook (citando Eleanor Roosvelt): bisognerebbe fare, ogni giorno, qualcosa che ci spaventa. Durante le scorse vacanze natalizie non ho voluto strafare, ma ho individuato almeno un giorno in cui osare con decisione qualcosa che non facevo da molti anni: indossare un due pezzi. Nonostante alcune circostanze avverse, mi ero decisa a utilizzare il mio regalo di compleanno: un buono per tre ore di trattamento presso un prestigioso bagno turco del centro di Roma. Il giorno da me individuato era a ingresso misto. Ho quindi ripescato da un cassetto una roba di colore incerto (vintage, si dice vintage!) e di forma ancora più indefinita. Ho letto lungamente le istruzioni sul sito. Ho cercato affannosamente compagnia, senza successo (chi era piegato dalla malattia, chi non voleva rovinarsi la messa in piega, chi mi ha fanculato senza pensarci un secondo). Poi mi sono detta: basta, vado.

La questione dell’ingresso misto non mi aveva turbato più che tanto. Quanti uomini romani, ho pensato tra me, si recano al bagno turco alle 11 di un giorno feriale? Ebbene, intanto va detto che il giorno feriale era la vigilia della Befana e dunque ricadeva inesorabilmente nelle vacanze di Natale. Ma soprattutto avevo trascurato l’impatto dei regali romantici di coppia. L’ingresso misto serve ad andarci in coppia, perché non ci avevo pensato? Forse perché il kebabbaro se gli dico hammam pensa al luogo in cui sua madre lo portava di forza, con i suoi sette fratelli, per strigliarli ben bene tutti insieme in caso di sospetta pediculosi e dunque non ne coglie subito il lato romantico?

Però ora vi faccio una rivelazione. Se volete fare un regalo romantico al vostro lui, cambiate posto. Perché quello che ho provato io ha molti indubbi pregi (pulito, raffinato, elegante), ma è intimo come un torpedone di gita scolastica.

Arrivo dunque, in preda all’agitazione, al luogo deputato. Con quaranta minuti di anticipo. Passeggio nervosamente in attesa dell’apertura. Allo schiudersi del portone, scatto dentro. Mi registro, ed eccomi lì, nello spogliatoio. Mi applico con particolare zelo al montaggio delle ciabatte. Per fortuna ci sono efficaci disegni illustrativi appesi alle pareti. Altro che Ikea. Chiudo l’armadietto e vado. Falsa partenza. L’armadietto va chiuso con il lucchetto. Risalgo le scale e lo faccio. Sbaglio porta e entro nello spogliatoio degli uomini. Ne esco precipitosamente, salutato rapidamente il tizio (che grazie a Dio era già in costume). Riscendo. Ho dimenticato il gettone per il massaggio. Risalgo (stavolta non mi freghi, spogliatoio. E infatti entro in quello giusto).

Esaurite queste prime fasi concitate, vengo istruita dettagliatamente su tepidarium e bagno di vapore. Procedo alle abluzioni. Mi ungo diligentemente con sapone oleoso in modica quantità, come raccomandato dall’inserviente. Nei minuti che occorrono per saturare la saletta con le due coppiette prenotate per il mio stesso orario, ho preso le fintissime movenze di una veterana. Comincia ad esserci un certo affollamento. Quindi sgattaiolo verso la porta del “bagno turco vero”.

Io mi aspettavo qualcosa del genere:

Capitemi, questo è l’unico bagno turco in cui io sia stata (peraltro, l’ultima volta, rischiando la cottura al vapore, dato che mi ci sono addormentata dentro). E invece mi sono trovata in una raccolta e intima sauna da palestra svedese. Seduti ordinatamente lungo le panche (non c’è posto per sdraiarsi in nessun caso) si sta lì a sudare in gioviale condivisione. Così ho iniziato un balletto di controtempi. I miei compagni entravano, io uscivo. Loro uscivano, io entravo. Salutare e benefico, certo, ma non terribilmente rilassante.

Per fortuna i trattamenti aggiuntivi di cui godevo rispetto ai miei cobagnanti mi hanno consentito di sfalsare i tempi quel tanto che serviva ed essere per un po’ sola nel frigidarium/idromassaggio. Indisturbata ho sguazzato un po’, mi sono piazzata sotto il getto della fontana ornamentale, ci è mancato poco che non mi mettessi a fare gli spruzzi dalla fessura che separa i miei incisivi. All’arrivo della coppietta successiva, mi sono ricomposta e sono passata in sala relax e poi (per tenere i tempi) subito al godurioso e finalmente assolutamente silenzioso massaggio. In pace con il mondo, ho di nuovo sbagliato strada e mi sono infilata ancora nello spogliatoio maschile (altri saluti a altro sconosciuto, costumato anche lui).

Bilancio complessivo? Comunque eccellente. Ho spento il cellulare per quasi quattro ore, che sono volate via senza che me ne accorgessi. I trattamenti sono senz’altro una coccola (oggi presa dall’entusiasmo mi sono comprata una maschera di argilla rasoul. Che sarebbe una crema per il viso, eh, mica un oggetto apotropaico, come avrei pensato io fino a due settimane fa).

Ma una domanda mi sorge spontanea. Il sito dell’hammam recita: I bimbi, fino all’età di 6 anni, possono entrare il primo martedì del mese con i genitori. Ma perché? In un luogo in cui anche la presenza muta di un adulto può risultare fastidiosa, perché mai portarsi dei bambini? Avete presente la vetusta barzelletta degli elefanti che fanno paracadutismo? [Perché è vietato entrare nella foresta tra le cinque e le sei? Perché gli elefanti fanno paracadutismo. E perché i coccodrilli sono piatti? Sono entrati nella foresta tra le cinque e le sei] Evitate assolutamente di recarvi in questo esclusivo hammam il primo martedì del mese.


La libertà non è uno spazio libero


Ultimamente incappo spesso e volentieri nella parola “libertà” e negli aggettivi derivati. A un certo punto stavo passeggiando per le stradine del centro di Roma e mi ha colpito un pensiero: il concetto di libertà, per me, negli anni è cambiato in modo radicale e si sta ancora trasformando. Libertà è fare ciò che voglio, quando voglio? E’ avere disponibilità di soldi e tempo per togliermi qualunque sfizio? Una volta avrei visualizzato una persona libera come qualcuno mobile, leggero, con poco bagaglio e pronto a cambiare allegramente direzione. Oggi, pur cogliendo la piacevolezza di tutte queste cose, associo la libertà a qualcosa di diverso, addirittura di opposto. Una persona libera è una persona solida. Una persona sicura di sé, serena, non volatile. Il che non vuol dire risolta, o giunta a un capolinea di certezze o, peggio, di abitudini. Ma certamente in grado di non farsi portare qua e là dal vento delle emozioni effimere.

Libertà di giudizio, libertà di coscienza. Sono obiettivi importanti, potrebbe non bastare una vita a raggiungerli. Certe volte, nelle discussioni sui più disparati argomenti, si parla della libertà come di una caratteristica connaturata a qualunque individuo, di qualunque età. Per cui magari ci si affanna a difenderla alla cieca, molto più che a lavorare insieme perché ciascuno, qualunque sia la sua condizione, possa raggiungerla davvero. Mille volte sbuffo e sbufferò perché da madre non sono più libera di… (vedi anche post precedente). Ma sarei disonesta se non ammettessi che questa dura scuola del diventare genitore, questo esercizio di punti di vista, discernimenti e ripensamenti, non può che concorrere in modo determinante a fare di me una persona più libera.

Grazie, Iunicorn!


Ci sono certe mattine di festa in cui faresti qualunque cosa per tornare momentaneamente indietro di una manciata di anni. Quelli che basterebbero perché non ci fosse una molla saltellante di un metro e spicci a tirarti giù dal letto a prescindere. La sera prima hai fatto la splendida: hai fatto tardi, hai sbevazzato e ti sei abbuffata di ogni sorta di pietanza portata dalle tue ospiti in imbarazzante abbondanza. Ti sei persino un po’ pavoneggiata perché tua figlia era a letto a dormire prima dell’inizio della cena e non si è neanche svegliata, nonostante il casino fatto. Però… chi va a letto presto, si sveglia presto. Prestissimo. All’alba, direi. Mentre lotti per tapparti la testa con quel che resta del piumone, l’immortale verso di De André ti rimbomba nelle orecchie: “Femmina un giorno e poi madre per sempre…”. Con una breve invocazione a S.Erode, le cui gesta vengono celebrate in queste giorni anche dalla liturgia, cerchi l’unica cosa che può ammorbidirti l’impatto con il mondo: un diversivo.

E così, ancora in stato di semi-incoscienza, ho ripensato al pacchetto della Universal. Dora l’Esploratrice fa al caso nostro. Le avventure di Dora nella foresta incantata è un cartone senza troppi fragorosi effetti sonori, in grado di intrattenere piacevolmente la Guerrigliera con quel tanto di interattività che la tiene avvinta (ok, ogni tanto urla “Mappaaaaa!”, ma tutto non si può avere) e ci ha permesso di oliare il nostro ingresso nella mattinata di festa con una piacevole e rilassante visione di un mondo traboccante di fiori e funghetti, dove il candido unicorno (“Iunicorn!”, come dice Meryem) si appresta a diventare re. Mi piacerebbe che il suo corno magico potesse creare uno scudo sotto il quale sonnecchiare un altro pochino…. Zzzzzzz…..

Novità e vecchie consuetudini


Stamattina mi sono sinceramente rallegrata scoprendo che il ministro Profumo aveva messo a bando 6 posti di collaboratore nel suo ministero. “Su indicazione del Ministro Profumo, i suddetti incarichi, pur caratterizzati dal rapporto fiduciario intuitu personae, sono per la prima volta conferiti previo avviso pubblico e conseguente valutazione comparativa dei curricula”. Mi sembra una nota confortante e non ovvia. Parliamone, dunque. Notiamo questi segnali.

Tuttavia andando avanti nella giornata mi è toccata una seria delusione. In particolare, un comunicato della Presidenza del Consiglio, di cui vorrei proporvi una lettura commentata. Il motivo è che il contenuto è decisamente non condivisibile, e anche la forma rimanda, ahimè, ad altri assurdi parti letterari che avevamo avuto modo di vedere sullo stesso sito (ricordate, vero, le smentite sui pronostici del campionato e via delirando?).

Una premessa. Lo sapete come funziona l’Otto per mille IRPEF? E’ possibile destinarlo allo Stato (invece che alla Chiesa Cattolica o ad altre confessioni religiose), che lo userà per finanziare progetti di intervento straordinario nell’ambito di alcune precise finalità, e cioè (Legge 20 Maggio 1985 n. 222 art. 48) “per fame nel mondo, calamità naturali, assistenza ai rifugiati, conservazione di beni culturali”. In pratica ogni anno si presentano progetti su questi temi, il governo decide in quale percentuale finanziare ciascuna delle finalità e si procede, in ordine di graduatoria, per attivare gli interventi. Si tratta uno dei pochi casi in cui l’assistenza ai rifugiati, sia pure con carattere di straordinarietà, viene espressamente menzionata tra le finalità di devoluzione del contributo. Qualcuno quindi, in perfetta buona fede, potrebbe credere che piuttosto che andare ad alimentare il generico calderone della Chiesa Cattolica, che oltre agli interventi caritativi prevede tra le finalità “esigenze di culto della popolazione” e “sostentamento del clero”, sia un gesto di impegno civile barrare la casellina “Stato” al momento di decidere la destinazione del nostro 8 per Mille, micragnoso o pingue che sia.

Però, come trovate ben documentato qui, l’ignaro cittadino già in passato si è trovato a finanziare la missione italiana in Iraq, l’abolizione dell’ICI, o addirittura per mettere semplicemente una pezza alle spese ordinarie dello Stato. Il punto mi pare semplice: quei soldi non sono donati allo Stato per farne ciò che meglio crede. L’opzione è espressa nella convinzione di sapere cosa con quei soldi verrà finanziato (anche se non si sa a priori in che misura). Non dovrebbe dunque bastare comunicarmi a posteriori che lo Stato medesimo ha cambiato idea e ci farà altro. Come dirlo meglio? Non si può fare. La legge non lo consente. Eppure, anche quest’anno, si ripete il solito scippo. E la comunicazione che lo annuncia è una vera perla del suo genere.

La Presidenza del Consiglio dei ministri rende noto che per l’anno 2011 non è stato predisposto il decreto di ripartizione della quota relativa all’otto per mille dell’Irpef a diretta gestione statale, prevista dagli articoli 47 e 48 della legge 20 maggio 1985, n.222, secondo il Regolamento di cui al DPR 10 marzo 1998, n. 76, per mancanza di disponibilità finanziaria. Pertanto nessuno dei progetti presentati con scadenza 15 marzo 2011 è stato ammesso a contributo. Amen. La “mancanza di disponibilità finanziaria”, visto che ci si riferisce a soldi incassati, mi è un po’ oscura. Ma non sono un’economista. Andiamo avanti. Si ricorda che le risorse relative alla parte dell’8 per mille che gli italiani destinano alle esigenze dello Stato vengono ripartite tra importanti iniziative di interesse nazionale, quale le calamità naturali, i restauri, l’assistenza ai rifugiati o la fame nel mondo. Ok, fin qui ci siamo. La scelta se effettuare interventi a pioggia o concentrare l’investimento prioritariamente in alcuni dei settori di pubblica utilità sopra indicati viene effettuata in ragione della disponibilità del bilancio e dell’impellenza delle necessità. Mmmm. Dell’importo totale relativo all’otto per mille dell’Irpef a gestione statale per il 2011, pari inizialmente a circa 145 milioni di euro, più della metà del fondo (64 milioni di euro) è stato destinato alla Protezione civile per le esigenze della flotta aerea antincendi durante il precedente GovernoI rimanenti 57 milioni sono stati destinati dall’attuale Esecutivo alle esigenze dell’edilizia carceraria e per il miglioramento delle condizioni di vita nelle prigioni. “I rimanenti”? 145-64 mica fa 57. E il resto? Non sono stati toccati quindi i fondi del Ministero per i Beni culturali. Vabbè, è detta in modo un po’ nebuloso, ma immagino che intendiate che i rimanenti (qui ci vuole) 81 milioni saranno usati per la “conservazione dei beni culturali”. Ma la perla è la frase finale: …né sono state tradite in alcun modo, né da questo né dal precedente Governo, le attese degli Italiani che hanno destinato la quota dell’8 per mille alle esigenze dello Stato: tali sono la Protezione civile e l’edilizia carceraria. Ma vogliamo scherzare? Gli italiani non hanno destinato il loro 8 per mille “alle esigenze dello Stato”. Non è questo che dice la legge, che in tal senso è assolutamente inequivocabile. Certo, la legge è stata ignorata già in passato. Ma non è che la si possa riscrivere a piacimento in un comunicato stampa mal scritto.

Vi propongo ben tre conclusioni:

1. Il cambiamento, la discontinuità nel governo del Paese, più che sull’orientamento politico (che è immutato, sostanzialmente) è lecito aspettarsela sul metodo. Il metodo del ministro Profumo sembrerebbe diversificarsi dalle brutte abitudini del passato. Quello della Presidenza del Consiglio molto meno.

2. Le risorse destinate all’assistenza dei rifugiati, sempre molto esigue, sono state cancellate del tutto con assoluta disinvoltura. Senza nulla togliere all’edilizia carceraria e alle flotte aeree antincendi (per questa seconda esigenza andrebbe anche considerata quanto di recente è stata direttamente finanziata la Protezione Civile), mi pare un sopruso e uno scandalo.

3. E’ sempre una buona idea destinare l’8 per mille ai valdesi. Io personalmente lo faccio da anni.

In equilibrio


Ogni volta che mi compiaccio per la mia larghezza di vedute, in breve devo ricredermi. No, non c’è davvero alcun merito nei miei tentativi di abbrancare le cose in qualche modo, anche facendo rocamboleschi esercizi di razionalità flessibile. Avete presente quando uno è in punta di piedi e si sporge, ai limiti delle umane possibilità, sperando contro ogni ragionevole previsione di non spiaccicarsi al suolo? Che poi, qualunque cosa tu stia cercando di raggiungere, si può essere certi che ne spunterà un’altra, qualche centimetro più in là. E tu ricominci ad allungarti, dimenticando il trionfo e soprattutto il passeggero sollievo di averla scampata.

Questa ardita metafora mi serve solo a fissare su carta una sensazione improvvisa (ma, se sono del tutto onesta, ricorrente). Certi punti di vista, tipici di un altro luogo, non potrò mai non dico capirli, ma neanche davvero immaginarli. Io predico spesso e volentieri che in fin dei conti ci si trova sempre a rapportarsi con persone, non con mentalità astratte. Il problema, però, consiste nel fatto che anche il luogo in cui quella specifica persona si trova in quel momento stravolge tutto. Io tendevo a pensare: vediamo come la pensa questa persona. E invece no. Forse bisognerebbe capire dove la pensa, la persona suddetta. Non cominciamo con la coerenza, please. La coerenza è una mera astrazione, una categoria della logica che molto raramente si traduce in vita vissuta, se non per intervalli momentanei (e a quel punto è piuttosto coerenza subitanea con qualcosa di esterno da sé, nulla a che vedere con la prolungata non contraddizione interna allo stesso individuo). “Una cosa è qui, una cosa è lì”, ha riassunto ieri notte Nizam al termine di un’esposizione assai complicata e faticosa. Sembra un insegnamento segreto di Vecchio Maestro, che non a caso piace tanto a sua figlia.

Ok. Ma quando si è un po’ qui e un po’ lì? Quando telefono, sms, skype e più ne ha più ne metta continuano a confondere i piani? Niente, ci si tiene in bilico. Molto pericolosamente. Certe volte ho paura di ripensare a questi momenti di parziale illuminazione come a quelli in cui in realtà avevo capito che no, non era proprio possibile. Che era più saggio arrendersi. Ma vivere in barba a ogni ragionevolezza è sempre stata la mia specialità.

And the winner is….


List Randomizer

There were 25 items in your list. Here they are in random order:

  1. Mcomemamma
  2. Pietro
  3. Deborah
  4. Mammamsterdam
  5. Claudia
  6. Lanterna
  7. Francesca
  8. Rosa
  9. My
  10. Elena
  11. Caterina Mariposina
  12. Piattins
  13. Cecilia
  14. Laura Valzy
  15. Caterina M.
  16. Laride
  17. Valewanda
  18. Francesco B.
  19. Giusy Taccetta
  20. Carmen Rossi
  21. Serena GC
  22. Francescabianca
  23. Arianna
  24. Silvia
  25. M di MS

Timestamp: 2012-01-01 08:42:42 UTC

Complimenti a un’altra mia omonima, Mcomemamma! Scrivimi in privato, Chiara, e dimmi a che indirizzo posso mandarti il libro. Tra l’altro Chiara ha scritto un bel post, che mi ha fatto ripensare alla mia vita passata…

Com’è stato il vostro Capodanno? Il mio lo devo ancora elaborare. Tranquillo ai limiti dell’inesistenza, ancora una volta un po’ diverso da come me lo ero immaginato. L’unica cosa davvero buona che avevo cucinato erano le lasagne, anche se io avrei salvato anche i muffin di patate. La cosa più cattiva però l’avevo comprata (il semifreddo al pistacchio) e questo, in un certo senso, è consolante. Sono un po’ insofferente verso quel satanasso di mia figlia, che non mi/ci dà tregua nemmeno per un minuto. Poi mi dico che anche lei è stata un mese senza il suo papà e che dunque è ben determinata a riprendersi per quanto possibile i suoi spazi. Per altro ci riesce molto meglio di me, ammettiamolo. Quindi, nonostante la voglia ricorrente di fuggire in un monastero zen, oppure a fare follie a New York, oppure dovunque sia possibile, anche da sola… penso che alla fine ci siamo stati, noi tre, anche quest’anno. In un modo o nell’altro, tra scossoni e fatiche.

Questo post ha collezionato il più alto numero di interruzioni registrato nella storia del mommyblogging, sapevatelo. Ho superato il record precedente di un’interruzione ogni due parole, raggiungendo anche picchi di più interruzioni per singola parola. Argh. Per fortuna il tempo qui a Roma è, ancora una volta, favoloso. Guardo fuori dalla finestra, vedo il sole e mi faccio coraggio. Buon anno a voi. Fate buon uso del vostro tempo e godetevi i vostri progetti e i vostri desideri.

Sette e sto


Nelle ultime 48 ore, come dicevo a un’amica, mi sono sentita a dir poco spiazzata. Mi ero fatta tutta un film, abbastanza romantico, e invece ho scoperto che davano un altro programma, molto molto diverso. Tipo film horror, o magari una gara di Formula Uno. Là per là non mi è piaciuto – per usare un eufemismo. Per 24 ore abbondanti non sono stata capace di trattenere la mia delusione. Però ho lo stesso dedicato un po’ di tempo ai piaceri superflui che avevo pianificato di concedermi. Ringhiavo, sbuffavo, ma sono andata dal parrucchiere. Poi pian piano le cose si sono aggiustate. Quasi tutte. Stamattina sono riuscita persino a divertirmi, improvvisandomi cicerone turcofono per una giovane fanciulla molto sorridente e fantasiosa, che adesso avrà un’idea assai particolare della storia e dell’arte di Roma. Ieri sera mi sono concessa persino un’oretta di chiacchiere con il kebabbaro (un lusso sfrenato, non devo abituarmici). E oggi, mentre Meryem ronfa sul divano assolutamente fuori orario e io non faccio nulla per impedirlo, mi chiedo cosa ci sia di così diverso dalle mie fosche previsioni di due giorni fa. Intanto il fatto che erano sostanzialmente erronee. Ma soprattutto è svanita la bolla di aspettativa. Mi sono ricordata della realtà così com’è e di perché, il più delle volte, mi piace.

Non amo e non ho mai amato il gioco di Pollyanna. Non ci sono portata. Però devo ammettere che funziona. Quest’anno, dunque, finisce così. Senza radicali cambiamenti, né svolte epocali (a parte il colore delle mie unghie, si intende). Dovrebbero essercene? Chissà, magari a tempo debito. Per ora mi accontento. Qualcuno direbbe che è una brutta parola. Giocavate a sette e mezzo voi, durante le feste? C’è un’arte nell’imparare a “stare”, a fermarsi. Stare con due è un bluff, magari a volte paga, ma farlo più volte è come non giocare. Tanto vale alzarsi e andare ad abbuffarsi di pandoro. Stare con sette è quasi una regola, osare in quel caso è esperienza da concedersi una tantum. Stare con cinque è in assoluta la cosa più odiosa, ti fa rabbia sia farlo che non farlo. Ma la situazione a cui penso ora è a quando hai la matta. Chiami una carta, magari è un cinque. Tu a quel punto stai. Gli altri magari pensano che ti sei accontentato di poco. E invece vale sette e basta che lo sappia tu. Si potrebbe far meglio? Certo. Non sarebbe neanche un rischio esagerato (ma dipende anche da cosa è uscito). Però certe volte c’è una serena tranquillità nel godersi quel sette segreto, consapevoli che non è nemmeno l’ultimo giro.

Mettersi in mezzo e farsi da parte


In questo ultimo periodo mia madre mi ha passato almeno due libri, davvero importanti. Lo fa così, senza parere. Come sempre. Ma queste letture sono state risposte, in un certo senso, a dubbi e perplessità ricorrenti. Del primo libro, quello di Bregantini, vi ho già ampiamente parlato e non ci torno sopra. Il secondo è questo. Da tempo mi chiedo da dove attingere nuove speranze, nuove contenuti, un nuovo stile di pensiero. Mai credevo di guardare così insistentemente ad alcune figure della Chiesa. Intendiamoci: parlo di impegno civile, di costruzione intellettuale, di punti di partenza. Non di fede o, peggio, di catechismo. Non pensierini per addetti ai lavori, per affiliati di parrocchietta. Pensieri veri e propri, strategie per il nostro tempo.

Questo ritratto del cardinal Martini tocca, certo, molti punti importanti per un cattolico. Ma “non puoi rendere Dio cattolico”, afferma il cardinale. Semplice, lineare, ovvio. Eppure non da tutti. Proteggere l’immensità e l’inclusività del divino è più importante di qualunque particolarismo e impulso a piantare bandierine qua e là. E allora, uno sguardo critico e libero attraversa tutti gli aspetti del mondo contemporaneo. Se si vuole utilizzare il cattolicesimo in politica come ramo moderato di qualsivoglia schieramento, lo si deve prima addormentare: non si tratta di pensiero, di per sé, accomodante e remissivo. La comunicazione? “Se l’idea di partenza è quella di vendere, non di dialogare tutto è distorto. Puntando sul sensazionale, calcando sui particolari che suscitano attrazione, disgusto, ribrezzo, pietà, si genera un’inflazione dei sentimenti e nello stesso tempo un accresciuto bisogno di emozioni sempre più grandi”. E’ una “falsa idea del comunicare”: non si intende dire qualcosa all’altro, ma possederlo, soggiogarlo.

“Oggi non ci dobbiamo concentrare su elementi fissi e immutabili: le religioni non sono nei libri, ma nel vissuto della gente di tutto il mondo”. Ed eccoci al famoso “dialogo” tra le religioni, fonte di tanti malintesi, incongrui protagonismi e brusche frenate. Intanto basta teorie, dibattiti sulle nuvole, definizioni a priori. “Fatti invitare a una preghiera dal tuo interlocutore e un giorno portalo con te a messa. Se vuoi entrare in un altro mondo religioso, hai bisogno di un amico che ti accompagni. Non avere paura dello straniero”. Lo stesso vale per la cattedra dei non credenti, con cui non si dialogava chiedendo loro (come fa il papa attuale) di ragionare “come se Dio ci fosse”. Martini metteva credente e non credente sullo stesso piano, sottolineando come entrambi siano caratterizzati sia da certezze che da dubbi. E’ un problema di metodo. Confrontarsi con un’alterità in modo proficuo e credibile presuppone di dare sinceramente alla posizione dell’altro lo stesso valore della propria, senza condiscendenza, paternalismo, simulazione. Pro veritate adversa diligere.

E ancora tanti spunti. “La vita fisica va rispettata e difesa, ma non è il valore supremo e assoluto”. La dignità umana vale di più. Più esplicitamente? “La prosecuzione della vita umana fisica non è di per sé il principio primo e assoluto”. Non so se mi spiego. Niente regolette, davanti a questioni obiettivamente complesse. Solo una grande umiltà e desiderio di intercessione. Inter-cedere, fare un passo in mezzo. Sporcarsi le mani. Anche nei conflitti politici, anche nei drammi come quello della guerra in Terra Santa. “Intercedere vuol dire mettersi là dove il conflitto ha luogo, mettersi tra le due parti in conflitto. Non si tratta quindi solo di articolare un bisogno davanti a Dio (Signore, dacci la pace!), stando al riparo. Si tratta di mettersi in mezzo”. Non si tratta di fare l’arbitro, o il mediatore. Non si tratta di convincere gli altri a cedere qualcosa e a scendere a compromessi. Se si trattasse solo di questo, saremmo ancora nel campo della politica e resteremmo estranei al conflitto, pronti ad andarcene in qualsiasi momento. “Intercedere è un atteggiamento molto più serio, grave e coinvolgente, è qualcosa di molto più pericoloso. Intercedere è stare là, senza muoversi, senza scampo, cercando di mettere la mano sulla spalla di entrambi e accettando il rischio di questa posizione”.

Ho sempre più netta la sensazione che senza volontà di accettare pienamente il rischio, “senza scampo”, ciascuno nelle proprie corde, nulla si potrà smuovere davvero nelle nostre società. Le sfide del presente e del futuro ci vedranno vittime inermi o arditi interpreti? Non so se esiste davvero una via di mezzo. Perché mai uno dovrebbe esporsi, mi chiedo? Mah, qui ciascuno deve fare i conti per se stesso. Fede, ideale, senso del dovere, fantasia, creatività, sete di giustizia, esasperazione, oppure nulla di tutto ciò. Cosa direbbe Martini? “Non credere che spetti a noi risolvere i grandi problemi dei nostri tempi. Lascia spazio allo Spirito Santo, che lavora meglio di noi e più profondamente”. Peccato che per lasciare quello spazio tocchi darsi molto, molto da fare. Standocene fermi a sospirare blocchiamo ogni spiraglio.

Heroicamente


Anche questo Natale in famiglia è andato. Con qualche colpo di scena e qualche falso allarme, meno mugugni del solito e i soliti preparativi irrazionali dell’ultimo minuto. Il cibo fin troppo abbondante, i regali – che pure abbiamo cercato di contenere – debitamente ammucchiati sotto l’albero. Le canzoni in coro, ma nessuna poesia (Meryem si è rifiutata), il pan brioche per far contenta mia madre, ma anche le lasagne (che mia figlia ha definito, facendomi fare la solita figura da madre degenere, “molto, molto più buone di quelle del bar”. Come se la nutrissi a Quattro Salti in Padella al baretto sotto casa). In questo contesto tradizionale si è inserito un nuovo ospite: il cubotto edizione speciale contenente le quattro confezioni di Lego Heroica. Era stato rivestito di carta da regalo e etichettato come “Antibiotico, confezione risparmio” per depistare il destinatario.

Mio nipote (9 anni) ha gradito. I suoi cugini ventenni sbavavano senza ritegno. Uno mi ha confessato che il Natale più felice della sua vita è stato quello in cui gli è stato regalato un castello Lego con torre svettante. Nel raccontarlo gli tremava la voce dall’emozione. Suo fratello, a parziale risarcimento, ha ricevuto questa.

Il giorno dopo però il vincitore della confezione ha preteso di vagliare con attenzione il contenuto del regalo, non senza una certa diffidenza iniziale (“apriamo solo la prima scatola, così se mi fa schifo regalo le altre a qualcun altro”). Ci siamo quindi messi all’opera.

Il test è stato positivo. Heroica ci è piaciuto, anche se l’abbiamo giocato ovviamente nella sua forma più basica per impratichirci. “Fichissimo”, l’ha definito il fiero neoproprietario, che ha anche vinto la prima partita giocata. Sua sorella, definita “l’eroe più pigro del mondo”, si limitava a seguire i nostri omini evitando perigliosi combattimenti. Grazie dunque per averci dato l’opportunità di sperimentare questa nuova versione delle costruzioni più giustamente famose del mondo. Un’unica piccola critica: se in una confezione ci sono solo due eroi, possono partecipare solo due giocatori (almeno, per come abbiamo inteso noi le regole). Noi le avevamo tutte e quattro, quindi abbiamo immediatamente ovviato: giocare in tre è molto più divertente!