Accompagnando Meryem stamattina a scuola ho fatto uno scivolone con la maestra che difficilmente recupererò. Credo di averla davvero turbata. Forse ha già chiesto l'intervento di psicologi e servizi sociali. Per farvela breve, io avevo appena congedato la fanciulla e rapidamente, con la coda dell'occhio, mi accertavo che non mi fosse sfuggito nessun cartello di vitale importanza. La maestra, cogliendo il mio sguardo, prontamente mi segnala il cartellone con i provini delle foto della sfilata di Carnevale. "Per prenotare le stampe", aggiunge flautata. Io impreco fra me, mi vergogno di dirle che ne farei tranquillamente a meno e mi sento in dovere di dare una rapida occhiata. Ero di fretta. Il corridoio è scarsamente illuminato. E vabbè, sono anche discretamente cecata (sì, mamma che leggi il mio blog, hai ragione: non ho ancora preso appuntamento dall'oculista). Insomma, scarabocchio una crocetta poco convinta sotto un primo piano di una bimba con la maglietta colorata da farfalla. Una bimba, come mi ha fatto notare subito la maestra inorridita, che non era Meryem e non le assomigliava più di tanto. Oooops. Ho Il premio della madre degenere è senz'altro mio, per quest'anno.
Improvvisazioni e ignoranza
Questa settimana lavorativa è stata accompagnata da un’aura di surreale. Ho scritto e contribuito a scrivere lettere, appelli, note, documenti. Sempre con la consapevolezza che questo senso di urgenza, di vitale importanza, è avvertito quasi solo da noi. Ho letto sui giornali articoli pazzeschi sulla questione dei rifugiati e degli arrivi dal nord Africa: informazioni distorte o più semplicemente scorrette, interpretazioni ancor più fantasiose, uso strumentale delle dichiarazioni altrui. E non credo che sia frutto di un disegno malevolo: mi pare soprattutto che i giornalisti, scartata l’idea di capire nel dettaglio questioni complesse e che farebbero perdere troppo tempo, annusino l’aria e imbastiscano un po’ come gli pare meglio. Più in generale mi verrebbe da osservare che per scrivere di immigrazione senza produrre ameni nonsense bisogna avere una certa competenza. Questa opinione non sembra condivisa dalla maggior parte delle redazioni, che affibbiano l’argomento ai più giovani e sprovveduti, salvo poi trasferirli ad altro appena cominciano a orientarsi. Chissà, forse l’immigrazione è un tema considerato a metà tra la cronaca nera e il costume. Invece tocca conoscere le regole, un po’ come scrivere di calcio (o di rugby, visto che le regole del calcio sembrano geneticamente iscritte nel DNA dell’italiano medio). Mi corre l’obbligo segnalare almeno due eccezioni alla generale incompetenza e improvvisazione: Vladimiro Polchi di Repubblica (che era in tempi remotissimi mio compagno di classe) e Stefano Galieni, che solitamente scrive su Liberazione. Il che non significa che non ce ne siano anche altri che al momento non mi vengono in mente: ma vi assicuro che fare esempi positivi è molto più arduo che segnalare bestialità.
Meno male che domani è lunedì
Ho iniziato questo fine settimana con il piede sbagliato. Venerdì sera, intorno alle undici, Meryem ha annunciato di dover vomitare e poi ha fatto seguire alle parole i fatti (lei è una bambina che vomita, non gomita. Forse perché sua madre non ha mai capito la necessità del secondo termine? Mah). Io con lo scatto più felino che la mia mole mi consente ho salvato il letto e il tappeto. Non ho salvato tutto il resto, inclusa me e i miei vestiti. Si procede al bagnetto e al lavaggio dei capelli della bimba. In quel mentre, rientra il kebabbaro. Gli chiedo di asciugare i capelli di Meryem mentre io provvedo a ben meno piacevoli incombenze. Sono circa le 23:45 quando riemergo. Noto che Meryem non è ancora a letto. Vado in salone per trovarmi davanti una scena sconcertante. Nizam, asciugati i lunghi capelli di Meryem, ha fatto due trecce. Fin qui, tutto bene. Poi, impugnate le forbicine a punta arrotondata per tagliare la carta, sta provvedendo a spuntare le chiome medesime. Non riesco a frenare questo zelo notturno, con il risultato che la mattina dopo, sciolte le trecce, i capelli di Meryem risultano equamente divisi tra due lunghezze molto diverse, con un gradino di svariati centimetri. Ora mi appello al vostro equanime giudizio: se per tre anni non hai mai permesso che venissero tagliati i sacri capelli di tua figlia, con il risultato che Meryem alla sola parola parrucchiere digrigna i denti, proprio a mezzanotte deve venirti il sacro zelo, peraltro con una strumentazione e una metodologia ben discutibili? Confesso che io mi dibattevo tra la crisi isterica e la furia omicida. E qui il curdo, in estremo tentativo di negare l'evidenza, ha assestato un colpo basso: "Basta rifarle le trecce e non si vede. Ma dimenticavo, tu non sei capace…". Sì, è ancora vivo. E non è neanche l'ultima che mi ha combinato questo week end.
Il sabato mattina, al caffé familiare presso il baretto di via Dezza (che ha fatto da sfondo a tanti episodi della saga Peri&Affini), gli astanti si dividevano tra i possibilisti ("Ma dai, che sarà mai") e i sani di mente (io e mia sorella Serena, che mi ha accompagnato di corsa al parrucchiere più vicino). La parrucchiera stava svenendo sul colpo, ma ha abilmente messo una pezza al misfatto, fornendo poi la Guerrigliera di due trecce invidiabili, che ancora sfoggia orgogliosa.
Intanto, sopravvissuta al sabato e a una delle animazioni più squallide che la storia delle feste per bambini ricordi, arriva la domenica mattina. Un risveglio solitamente abbastanza soft. Nizam apre gli occhi e mi fa: "Dimenticavo. Stanotte dormono qui una signora curda incinta e due bambine". Alzo gli occhi al cielo e faccio il possibile. Mi faccio prestare ciò che nella scorsa occasione mancava, smadonno ancora una volta contro i supermercati chiusi di domenica, dò una riordinata nei limiti dell'umano al caos in cui viviamo. Verso le sei del pomeriggio chiedo notizie sugli orari di arrivo degli ospiti. "Non saprei, quando lo so te lo dico", replica lui. Alle otto e un quarto mi comunica che no, non dormono da noi. Io non è che facessi i salti di gioia all'idea di avere tre ospiti con cui non riesco neanche a scambiare due parole. Ma mi è venuto spontaneo chiedere perché avessero cambiato idea. "Non hanno cambiato idea. Il mio amico non mi ha mai detto che avrebbero dormito da noi. Sono io che, saputo che venivano, l'ho dedotto". Ah. E quando ti ha detto che veniva non gli hai chiesto niente? "Ma no, certo. Ok, ciao". Certo. Meno male che domani è lunedì.
Perché sto dalla parte dei perdenti
Un bel post di Anna sulla quotidianità della guerra mi ha fatto venire in mente un’altra riflessione, analoga. Si sono già allestiti, al confine tra Tunisia e Libia, i campi profughi. E qui parte l’immaginario collettivo delle anonime masse di povere vittime nelle tende, parallelo e in un certo senso complementare all’altro immaginario collettivo, quello delle masse (sfigate o minacciose, a seconda da chi le immagina) sui barconi che si riversano sulle nostre coste. Masse, immagini sfuocate, astrazioni. Tipo l’immagine standard del campo di concentramento, quel brulichio di vittime che sono solo tali, che mai e poi mai potrebbero avere le sembianze del nostro macellaio, vicino di casa, familiare, marito, figlio.
Tante volte mi trovo a spiegare le circostanze, in gran parte casuali, per cui ho iniziato a occuparmi di diritto d’asilo. Ma c’è stato un momento, che ricordo distintamente, in cui ho realizzato che il destino di quelli che chiamiamo profughi, rifugiati, potrebbe ben essere il nostro, di destino. Uno dei primi rifugiati che ho conosciuto era un professore universitario di storia antica. Distinto, dotto, benestante, sereno nel suo equilibrio familiare. Abituato a una routine da professionista, a uno standard di vita assolutamente paragonabile al nostro (nessuna capanna sull’albero, tanto per capirci, nessun bambino con la pancia gonfia di denutrizione). Poi ha scritto un libro che gli è costato il lavoro e anche la sicurezza, l’incolumità. Al punto che si è trovato costretto ad arrivare qui, in Italia, ad avere come unica chance di mantenersi un’improbabile candidatura come manovale in un cantiere della periferia romana. Quel professore, per certi versi, era il ritratto di mio padre. Come lui disabituato alle faccende pratiche, come lui incapace di barcamenarsi nella burocrazia, nella violenza quotidiana, nell’arroganza di chi ti dice “ciao bello” solo perché sei straniero, anche se hai sessant’anni e sei plurilaureato.
C’è un altro aspetto che mi colpisce della questione dei rifugiati. Che sono qui, che vivono con noi. Il ragazzo della sicurezza al supermercato potrebbe ben essere un giornalista camerunese, finito in un carcere segreto solo per le sue idee, per la sua resistenza alla corruzione, per un imperativo morale a denunciare qualcosa o qualcuno, a firmare o non firmare un documento. E noi lo trattiamo con condiscendenza, certi della nostra superiorità culturale, certi di essere guardati con invidia, come modelli irragiungibili. Certe volte, dopo dei colloqui con questi giovani rifugiati, mi sono sentita sinceramente a disagio. Penso che sentimenti ben diversi dall’ammirazione mi animerebbero, se fossi al loro posto. Nizam, che questa trafila l’ha passata tutta, ci scherza su amaramente: i rifugiati sono gli extracomunitari degli extracomunitari, sono quelli che non si possono neanche far forza della comunità, dell’import export, della propria ambasciata e della pubblicità dell’ufficio del turismo. Cani sciolti, che spesso – pur avendo resistito alla tortura, a viaggi a piedi durati anche decenni, a prove surreali durante il viaggio – arrivati qui si perdono, travolti dall’indifferenza di una Paese provinciale, retorico, arrogante e anche molto, molto violento verso i “perdenti”.
Ieri nel mio ufficio c’era un padre con una bambina di circa un anno, che muoveva i primi passi con quella spavalderia favolosa dei cuccioli (anche di quelli di uomo). Non so i particolari, ma quell’uomo è qui in Italia solo, con quella bambina. Si sta districando tra pratiche burocratiche, perizie, commissioni. Gli viene chiesto di raccontare la propria storia migliaia di volte, di imparare l’italiano, di fare file interminabili in Questura e altrove, di affannarsi nei meandri incerti e poco lineari di una procedura continuamente messa a rischio anche dai disinvolti provvedimenti come quello di cui ho parlato nel post precedente. E intanto deve crescere una bambina, da solo, sradicato da qualunque contesto e portandosi dietro un lutto che non posso neanche immaginare. Con tutto il rispetto per i nostri compagni, probabilmente questo padre non si chiude in bagno a giocare con l’i-phone, anche se magari lo desidererebbe.
Un’ultima pennellata, sempre scusandomi per la scarsa leggerezza che mi caratterizza in questi giorni. Pensate a una ragazza, giovane, tranquilla. Una ragazza a cui era stato dato un pezzo di carta chiamato “protezione internazionale”, già nel lontano 2008, in riconoscimento di violenze a cui nonostante tutto era sopravvissuta. Una ragazza che aveva fatto del suo meglio per imparare la lingua, per cercare una strada qui in Italia. Pochi giorni fa si è tolta la vita, in perfetta solitudine, in un luogo indegno di essere abitato, ma che era per lei l’unica possibilità di avere un tetto sopra la testa. A Roma, non in un remoto campo profughi africano. Nessuno dei suoi connazionali, che pure si stanno facendo in quattro per dimostrare solidarietà, sa spiegare perché. Nessuno, in fondo, sa nulla di lei. Se non che era tranquilla, a modo, garbata. E sola.
Deportando qua e là
In questi giorni provo uno sbigottimento che non riesco a condividere, se non con i pochi colleghi con cui peraltro non c’è bisogno di condividere alcunché, essendo loro sbigottiti quanto me. Il Ministero dell’Interno sta mettendo in atto un provvedimento che supera tutti i precedenti per assurdità e antieconomicità, nonché per danno concreto a migliaia di persone. Ciò avviene alla luce del sole, senza alcun timore di contestazioni o proteste. Le persone che riescono a decifrarne le conseguenze si contano sulle dita di una mano ed è noto che le violazioni dei diritti dei rifugiati, nel nostro Paese, non scandalizzano nessuno e anzi non sono neanche avvertite come tali.
Mi sento in dovere di cercare di spiegare in parole semplici questo provvedimento, fosse solo per aggiungere due o tre persone al gramo elenco degli indignati sostanzialmente impotenti. Si tratta di un progetto dal nome poetico: il villaggio della solidarietà.
Trattasi di ciò: come qualcuno di voi ricorderà dai telegiornali, il Ministero ha allestito/sta allestendo un grande complesso presso la ex base militare americana di Sigonella. Con quale finalità? Ecco, su questo inizio subito a mordermi la lingua. Diciamo che la finalità esatta non era perfettamente definita, così come la natura giuridica di questa struttura, che poi si aggiusterà a seconda di chi ci sarà “ospitato”. Al momento si parla di circa 1800 posti, che verosimilmente aumenteranno. A gennaio, più o meno in concomitanza, riprendono gli sbarchi in Sicilia, interrotti da tempo a causa dell’accordo di collaborazione con la Libia. Quale fortunata concomitanza, penserete voi. Arrivi straordinari e, per una volta, tanti nuovi posti d’accoglienza disponibili. Ebbene no. Così era troppo logico. Cosa si decide invece di fare? In Italia ci sono nove centri dove i richiedenti asilo aspettano l’esito della loro domanda di protezione internazionale. Sono centri aperti e le persone, durante il giorno, possono uscire e iniziare a capire dove sono piovuti: frequentare un corso di lingua (del volontariato, si intende: lo stato non organizza nulla di simile), farsi assistere da un legale per le pratiche burocratiche, curarsi (quasi un terzo dei richiedenti asilo che arrivano in Italia sono vittime di tortura, stupri e violenze estreme). Gettare le basi insomma per un futuro percorso di integrazione. Ecco l’idea geniale. Prendiamo tutte le persone accolte al momento in questi centri, da Gorizia a Trapani. Spostiamole tutte a Sigonella, alias Mineo (CT), in un immenso comprensorio di villette in mezzo al nulla. Ah, queste persone devono fare un colloquio con le commissioni territoriali per il riconoscimento dello status? Poco male. Vorrà dire che ne allestiremo una in loco. Prima o poi. Il centro di Mineo è nuovo di zecca: metti 1800 richiedenti asilo tutti insieme in una struttura allestita dal giorno alla notte e vedrete che “la qualità della loro integrazione” risulterà certamente migliorata. Come? Ad esempio (cito testualmente dalla nota del Ministero) grazie alla “realizzazione di sistemi integrati di videosorveglianza per garantire il massimo della sicurezza”. Se fosse il primo aprile si potrebbe pensare a uno scherzo di cattivo gusto.
Ma soprattutto, perché organizzare questa macchinosa e costosa deportazione di massa, facendo saltare completamente il sia pur fragile sistema d’asilo di cui l’Italia si era dotata? Perché i nove centri così svuotati potranno accogliere i tunisini sbarcati a Lampedusa, semplice. Ora vi chiedo: ma vi pare logico? Vi pare consequenziale? Si vocifera (ma questo nella nota del Ministero non c’è) che le villette di Mineo sarebbero “troppo belle” per i tunisini. Che hanno paura che le rovinino. E quindi ora si procede così, un po’ a casaccio. Certo, qualche migliaio di persone si troverà in una situazione assurda, senza che nessuno le assista, probabilmente private di qualunque diritto e tutela. Ma a chi importa di qualche migliaio di richiedenti asilo?
Scuotersi la polvere dai calzari
Venerdì scorso mi sono presa una giornata di vacanza da tutto: dal lavoro e, in buona parte, anche dalla maternità. Parrucchiere, pranzo da Nizam, ceretta, cena con le amiche. Avevo appena concluso un impegno di lavoro abbastanza stressante e un giorno di pausa ci stava tutto. Buffo, però, che per prenderlo abbia sentito il bisogno di fabbricarmi un alibi. No, non un alibi per i miei datori di lavoro. Un alibi per me stessa. Durante il tempo, relativamente ridotto, che ho dedicato all'alibi in questione, ho potuto effettuare una rapida osservazione antropologica. Quel che ho visto non mi ha molto sorpreso. Però non mi è piaciuto lo stesso. Ho ripensato a una circostanza simile a quella che avevo sotto gli occhi, situata cronologicamente in un passato piuttosto remoto. Sala del CNR, commemorazione di illustre studioso organizzata dallo studioso stesso. Anche allora, ovviamente, c'erano rivalità, non detti, allusioni, schermaglie. Ma, per intenderci, guardando quei protagonisti di allora si pensava non dico ai duelli medievali, ma quantomeno a Romanzo Criminale. La scena di venerdì mi è parsa più facilmente collocabile nel corridoio di una scuola media. Senza nemmeno l'attenuante della giovane età. Sono stata un po' criptica, in questo post. Me ne scuso. Alla fine venerdì ho guardato quello che meritava di essere visto, le sfolgoranti fotografie dell'isola di Mozia. Ho sentito quello che volevo sentire. Poi ho scosso bene la polvere dai miei calzari e me ne sono andata a prendere la metropolitana.
Il cinismo nuove gravemente alla salute
La sensazione più intensa di questi giorni è che davvero qualcosa stia cambiando, che si stia scrivendo una pagina di storia che probabilmente noi non saremo neanche in grado di leggere. Come tutte le pagine di storia, non è esattamente una pagina rosa. Anzi, oserei dire che gronda di sangue. Qui al lavoro cerchiamo faticosamente di seguire le possibili strategie che saranno messe in atto per accogliere gli arrivi dal Nord Africa. Fatica quasi inutile, dato che quel che arriva (per lo più a mezzo stampa) è fantasioso, surreale e assolutamente contraddittorio. Ma al di là del quasi inevitabile pasticcio che combineremo noi, lo scenario si allarga e si approfondisce a vista d’occhio. Leggevo qui: “Il vento della democrazia può cambiare la percezione che abbiamo dei musulmani”. Io pensavo qualcosa di vagamente analogo, ma in chiave persino più ambiziosa. Sembrerebbe che il sistema scricchioli, che a tratti ceda. Ora, essendo cinici, si potrebbe dire che rapidamente la struttura di ingiustizia reagirà e troverà il modo di riassorbire le piccole perdite per ricalibrarsi in un sistema magari diverso, ma analogo. Ma vogliamo sognare? Sarà pure l’ora di cominciare. Vogliamo immaginare che il Nord Africa si porti dietro molti altri Paesi africani e riesca a scardinare la dinamica dello stato/i occidentale/i che supporta/no regime antidemocratico accampando scuse più o meno nobili (la laicità, lo sviluppo, il progresso, gli aiuti umanitari)? A quel punto non ci sarebbero più musulmani e cristiani. Sarebbero (oltre che sognatori, siamo pure ingenui) oppressi contro oppressori. Sarebbe rimettere in discussione sistemi geopolitici, ma soprattutto economici. Sarebbe ripensare alla radice tutti i rapporti di potere. Già vi vedo scuotere la testa. Le rivoluzioni non sono mai una cosa romantica, lo so anche io. Alla fine, gira gira, a vincere sono sempre i soliti, magari sotto mentite spoglie. O forse si finirà col perdere tutti quanti, chi può dirlo. Però sapete che c’è? Il cinismo, oltre una certa soglia, dovrebbe essere proibito per legge. Nuoce gravemente alla salute e, in particolar modo, alla voglia di fare. Noi brillanti e profondi analisti non riteniamo valga la pena nemmeno formularli, certi pensieri. Sospiriamo, argomentiamo. E infatti siamo al punto in cui siamo, come Paese. Ovvero molto in basso.
Migrazione inconsapevole
A mia insaputa, sto migrando. Da Fastweb a (credo) Tiscali. Non so a che condizioni, non so come. Non l'ho evidentemente chiesto io. Diciamo che una fanciulla, presumibilmente scosciata, si è presentata al kebab. Nizam non ha memoria di cosa abbia firmato di preciso. Fatto sta che il telefono di casa, intestato a me, sta per cambiare gestore. Che pazienza che ci vuole….
Se non ora…
Il titolo della giornata di oggi mi ha fatto ricordare una lettrice di ebraico moderno le cui lezioni frequentavo con una certa timidezza, a causa della mia imbranataggine con le lingue vive (preferisco di gran lunga quelle morte). “Im lo ani li, mi li?…. ” Vi risparmio la citazione completa, passo direttamente alla traduzione, un po’ approssimativa: “Se a me non penso io, che ci penserà? E quando sono sola davanti a me stessa, cosa sono io? E se non ora, quando?”. Alla fine, esitante, sono andata alla manifestazione. Ho trovato esattamente quello che pensavo di trovare. Gratificazione di massa, bella gente, bei cartelli spiritosi. Ma sempre questa strisciante sensazione di coreografia. Mi ero aggregata al coro composito e autoconvocato che si proponeva di cantare il Dies Irae, con tanto di direttore e strumenti. Una bella idea. Che purtroppo non è stata valorizzata abbastanza, a mio parere. Quella musica a palla dal palco, un “People have the power” che a me è parso un po’ stonato dopo il minuto e mezzo di silenzio. Prima, addirittura, un improbabile Que sera sera. Dal format televisivo non si esce, nonostante la marea umana vera, sincera, profondamente dignitosa. In questa dimensione collettiva la mia solitudine mi sta proprio stretta. “Im lo ani li” e quel che segue.
Procedura comparativa
Il concorso pubblico per il reclutamento di un ricercatore si chiama “procedura comparativa”. Io sono una filologa, quindi i testi scritti esercitano su di me un richiamo irresistibile. Non parlo di manoscritti inaccessibili o di documenti segreti. In questo caso, sto parlando dei verbali della procedura comparativa di cui sopra. Mi seguite in una piccola analisi testuale?
La procedura comparativa si base sui seguenti elementi: valutazione del curriculum, dei titoli e delle pubblicazioni scientifiche dei candidati (chiamiamolo punto A); prove scritte (punto B), prova orale (punto C).
E ora compariamo.
Candidato 1
punto A: curriculum “La candidata è laureata in Lettere (Università di Roma “La Sapienza”) e ha conseguito il Dottorato di ricerca in Ebraistica (Università di Torino); ha maturato occasionale esperienza didattica a livello universitario nel SSD L-OR/07 (Semitistica) come professore a contratto presso l’ Università di Roma “La Sapienza”) (a.a. 2003-04); ha presentato relazioni scientifiche ad alcuni congressi italiani sui temi della religione dell’antico Israele e dei Fenici; ha svolto e tuttora svolge copiosa attività editoriale nell’ambito delle scienze bibliche.” Pubblicazioni: “La candidata presenta 1 monografia, 1 raccolta di poesia ugaritica in traduzione annotata, 17 articoli su riviste scientifiche o atti di congressi e 4 recensioni“.
punto B: “Il risultato delle prove scritte è stato complessivamente buono“
punto C: “L’esposizione della candidata è particolarmente brillante ed esemplica in modo appropriato il contributo che la filologia semitica nord-occidentale può recare agli studi storico-religiosi.”…. “veramente eccellente il colloquio conclusivo
Candidato 2
punto A: curriculum “Il candidato è laureato in Lettere (Università di Firenze) e ha conseguito il Dottorato di ricerca in Linguistica (Università di Firenze); ha esperienza archeologica sul campo in Italia e in Yemen; ha maturato esperienza didattica a livello universitario nel SSD L-OR/07 come professore a contratto presso l’Università di Firenze (2004-06); ha presentato relazioni scientifiche ad alcuni congressi internazionali, soprattutto sui temi dell’epigrafia sudarabica e della storia culturale e religiosa dello Yemen antico, risultando ben inserito nell’ambito internazionale della sabeologia”. Pubblicazioni: “Il candidato presenta un breve ma denso articolo su rivista di rilevanza internazionale … e la propria tesi di dottorato”. O, nelle parole di un altro commissario, “Il candidato presenta un convincente articolo di lessicografia sudarabica, che lascia presagire le sue buone capacità scientifiche”.
punto B: “Molto buoni i suoi due elaborati scritti”
punto C: “Il candidato ha esposto con competenza le proprie ricerche e illustrato la propria attività scientifica e didattica in ambito nazionale e internazionale”
Per giustizia vi aggiungo degli elementi. Per il Candidato 2 ha pesato molto anche la considerazione in merito ai risultato raggiunti “in considerazione della giovane età”: 35 anni, rispetto ai 38 del candidato 1. Mi rendo anche conto che la presentazione è leggermente fuorviante: le prove B e C del Candidato 2 nella valutazione complessiva sono diventate “eccellenti”. Una delle due prove scritte del candidato 1 non è stata brillante: il candidato medesimo l’avrebbe valutrata appena sufficiente.
Chi ha vinto? Evidentemente in Candidato 2. Il candidato 1 non ne è sorpreso. Ciò nonostante, si pone qualche domanda.