Un 25 aprile sporco


Fin da quando ero piccola, il 25 aprile profumava di sensazioni forti e belle. Avevo l’idea che questa ricorrenza in qualche modo resistesse  all’onda montante del cinismo e del menefreghismo. Bella ciao, la libertà, la resistenza. Questo messaggio che alla fine nessuna dittatura può durare per sempre. Anche il periodo dell’anno aiuta. Quell’inizio di primavera che non è ancora necessariamente bella stagione mi è sempre parso adattissimo a rappresentare un momento che non metteva fine alla guerra (anzi, in qualche misura ne cominciava un’altra), ma che era già una promessa di cambiamento.

I racconti della liberazione avevano anche questa componente dello sforzo che ci accomunava ad altri popoli per un bene comune: gli americani, gli inglesi (con i loro eserciti multietnici) e con loro tutti gli altri popoli d’Europa. La fine della persecuzione degli ebrei, ad oggi simbolo per eccellenza della violenza cieca che non distingue uomini, donne, bambini.

Non la faccio lunga, ma quest’anno, dopo l’incontro straordinario del consiglio d’Europa di ieri, non mi abbandona l’idea che questo 25 aprile me lo abbiano macchiato per sempre. Un’Europa che teorizza l’egoismo e la più miope politichetta volta solo a guadagnare facili consensi. I trionfalismi fuori luogo di chi cerca pateticamente di fare il gioco delle tre carte, con la stessa finalità. No, se scrivo tutto quello che penso la farei lunga sul serio.

Osservo solo che se QUEL 25 aprile ci fossero stati leader politici anche solo paragonabili a quelli di oggi, probabilmente non sarei qui a scriverne. Non perché allora ci fosse questo grande afflato umanitario, ci mancherebbe. Ma semplicemente perché chi governava una nazione forse era ancora in grado di leggere il contesto geopolitico al di là del proprio personalissimo ritorno d’immagine.

Concludo con una citazione dal bell’articolo di Antonio Guterres, alto commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, pubblicato su Time di ieri:

The first thing we must do is be more honest about what is happening. That includes recognizing that this is more than a migrant issue: Many of the people on these boats are refugees, fleeing from conflict and persecution. This means we have an unambiguous legal obligation to protect them. Seeking asylum is not only a universal human right—it’s also a political principle that has guided nations for thousands of years and is at the very foundation of the values upon which modern Europe was built. […]

The 1951 Refugee Convention was not born out of starry-eyed idealism. After years of conflict, and as a new Cold War descended, it was a deeply pragmatic document. What leaders understood then was that, even in the worst of circumstances, security comes from managing a crisis, not hiding from it. That only solidarity and a genuinely collective response can stop suffering on a massive scale.

We need to heed their lesson. The moment has arrived for us all to step up to the plate, not just those on the front lines. We need to put our values into practice. Because values which we relinquish when the going gets tough are no values at all. It is for times like these that we created the humanitarian system. We must not abandon it at precisely the moment when it is needed most.

Aggiungo una dichiarazione congiunta che testimonia che non sono la sola a pensarla così rispetto al tanto esaltato (da noi) meeting di ieri….

P.S. La vignetta, manco a dirlo, è del solito Mauro Biani

Guerra di religione


Mi raccontano che ieri, nel vagone della metropolitana in cui sono stati lasciati bloccati diversi passeggeri per improvvisa adesione anticipata allo sciopero del conducente (pare), la radio della stazione trasmetteva compulsivamente tre notizie: due erano relative all’avanzata dell’ISIS, tra attentati e decapitazioni, la terza era quella relativa all’incriminazione di alcuni migranti musulmani arrivati su un gommone che avrebbero spinto in mare alcuni compagni di viaggio in quanto cristiani. Potete immaginare, in quel concentrato di frustrazioni che era il vagone della metro bloccato in galleria, quali parole di odio siano volate e quanta violenza, sia pur solo verbale.

La sera prima, quando cominciavano ad arrivare le prime telefonate dei giornalisti che avevano individuato la terza notizia come ghiotta e da rilanciare, ho pensato di aver capito male. Davvero vogliamo parlare di guerra religione in una situazione come quella? Un barcone in avaria in mezzo al Mediterraneo, gruppi nazionali che si contendono l’ultima goccia d’acqua, la morte dello sconosciuto che nel delirio del naufrago potrebbe aumentare le possibilità di sopravvivenza per me e per mio fratello… Chiunque abbia sentito i racconti di viaggio di chi arriva (via mare e via deserto) non si stupisce affatto che la vita umana, in quei momenti, non abbia più alcun valore. Se i giornalisti avessero la memoria un po’ meno corta ricorderebbero anche notizie assolutamente analoghe: persone chiuse a morire nella stiva, passeggeri accoltellati e buttati in mare per alleggerire la barca, contrasti tra arabi e africani legati più a motivi storci, politici, economici e di razzismo reciproco che alla religione in sé. Padre Albanesi ieri ricordava che, ad esempio, il governo nigeriano e quello ghanese sono stati ripetutamente coinvolti nelle missioni dell’Ecomog – The Economic Community of West African States Monitoring Group in Africa Occidentale e spesso la loro presenza in alcuni Paesi è stata percepita negativamente, ma ovviamente queste sono cose di cui noi ignoriamo beatamente l’esistenza.

E invece tutta la stampa, nazionale e internazionale, si è lanciata a costruire la notizia facendo abbondante uso di termini come jihad, persecuzione, odio religioso. Ho letto (o ascoltato al tg?) persino un raccontino che potrebbe far invidia alle storie di santi medievali che così argutamente racconta Lucyette: nel pericolo gli uni pregavano Gesù e gli altri Allah, i feroci musulmani avrebbero cercato di convincere i cristiani a pregare Allah pure loro e quelli invece hanno preferito il martirio. Avanti, sembra la canzoncina della Santa Caterina (biribim, biribim, bibum)! Persino la Bibbia è più verosimile, quando racconta che sulla barca di Giona che rischiava di affondare ciascuno dei marinai e dei passeggeri invocava il suo dio.

Scherzi a parte, credo che ci siano due cose che dobbiamo chiederci.

1. Ma che, davvero siamo disposti a berci una notizia raccontata così? Possiamo realisticamente immaginare che su una barca, in punto di morte, persone disperate di tutte e etnie si lancino in dispute teologiche? O piuttosto siamo disposti a lasciarci convincere che i musulmani, come dimostrano anche le vicende internazionali, siano tutti crudeli per natura?

2. Perché che la raccontano così? Io la mia idea un po’ me la sono fatta. Non so voi. Ci sono molte possibili risposte, ovviamente. Ma credo che l’importante sia non smettere di chiederselo.

Rifugiati: quali domande vorrei sentire


Si fa un gran parlare di sbarchi, di naufragi, di arrivi e di ISIS in Libia in questi giorni. Eppure ho la sensazione che le domande poste dai giornalisti non servano a far capire di cosa davvero si stia parlando. Ascolto queste trasmissioni, anche con ospiti competenti (non solo i talkshow pattumiera), leggo le bacheche di amici e conoscenti e l’insoddisfazione continua a crescere. Avete presente quando uno fa uno sforzo supremo, si prepara, affronta un discorso importante e poi realizza che l’interlocutore è comunque lontano mille miglia da quello che volevamo dire?

E’ vero che i rifugiati costano 30 euro al giorno? E’ vero che con la crisi non c’è lavoro per gli italiani figuriamoci per loro? E’ vero che i barconi possono essere utilizzati dai terroristi per infiltrarsi? Ma non si potrebbero fare accordi con i Paesi di transito perché se li tengano lì? Non si potrebbe pattugliare meglio le coste per evitare le partenze?

Le domande incanzano e certo, a tutte c’è una o più possibili risposte. A volte i sì e i no non bastano. Ma soprattutto io comincerei da due concetti preliminari.

1. Un esercizio. Guardate una delle persone distrattamente inquadrate dalle telecamere a Lampedusa o sulle motovedette che li hanno soccorsi. Uno che si è messo su un barcone, a volte con i suoi bambini, consapevole che poteva morire. Uno che, in molti casi, ha già visto molte persone morire durante il viaggio e nonostante questo continua a pagare tutto quello che ha e a volte quello che non ha per continuarlo, quel viaggio. Cercate di immaginare perché lo fa. Documentatevi un minimo sui Paesi di origine. Leggete le storie di queste persone. Provate a chiedervi cosa avreste fatto, voi, al suo posto.

2. “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge”. Costituzione Italiana, principi fondamentali, art. 10. Vi pare troppo? Abbassiamo il tiro, allora. “Nessuno Stato Contraente espellerà o respingerà, in qualsiasi modo, un rifugiato verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza a un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche”. Convenzione di Ginevra, art. 33. E sì, l’Italia è uno Stato contraente. Perché continuiamo a chiederci come fare a respingere queste persone in fuga? Come possiamo evitare che partano? Come essere sicuri che si fermino altrove? Hanno diritto di arrivare. Hanno diritto di chiedere protezione. L’Italia ha il dovere di esaminare le domande di protezione e ha facoltà di verificare se sono fondate o meno. Se non lo sono, esistono leggi che stabiliscono le modalità di espulsione, ovviamente dopo aver usufruito del diritto a fare ricorso. Ma una cosa è certa: il respingimento preventivo è illecito, in ogni caso.

Altre sono le domande che dovremmo porci. Faccio solo due esempi.

1. Non riusciamo a accogliere in forma adeguata e dignitosa? Perché? Come utilizzare gli investimenti in modo più efficace e trasparente?

2. Muoiono migliaia di persone nel tentativo di accedere al loro diritto di chiedere asilo. Cosa si può fare per evitare questa strage e, allo stesso tempo, combattere efficacemente le organizzazioni criminali che lucrano sulla disperazione altrui?

Sui talkshow


Da tempo evito di guardare programmi serali che non farebbero che aumentare la mia frustrazione e il senso di impotenza che provo sempre più spesso. E’ una sorta di regola che mi sono data e ieri l’ho violata clamorosamente. Mi segnalano che a Ballrò interviene Monsignor Perego, una delle persone più competenti e profonde che conosco in tema di migrazioni. Ok. Cedo. Sapevo che mi sarei pentita e infatti è stato così. Anche perché altri ospiti della trasmissione, oltre a Carlotta Sami dell’UNHCR, erano Salvini e Sallusti. E qui stendo un velo di autocensura, perché davvero un “dibattito” così non merita commenti o considerazioni specifiche. Ve lo potete immaginare facilmente.

Però una considerazione più generale voglio farla e condividerla con voi. Qual è esattamente la finalità di questi numerosi talkshow serali, che mi pare ambiscano a commentare i principali fatti di cronaca e di politica? Pensiamo positivo. Immaginiamo che servano a dare a chi guarda un’occasione di approfondire, capire meglio, soffermarsi per qualche minuto su dei concetti al di là dei frenetici strilli delle ultim’ore.

No, basta pensare un attimo per realizzare che non deve essere questa la finalità. Perché altrimenti questa smania del contraddittorio a tutti i costi non si capirebbe. Soprattutto, visto che lo spazio è ridotto, ridottissimo, si cercherebbe di lasciare la parola a chi ha qualcosa di concreto da argomentare, a chi se ne intende. Non a chiunque abbia aperto bocca sull’argomento, magari per mere finalità ideologiche.

Esempio: se voglio spiegare ai lettori la contraccezione, darò la parola a un medico, a un ginecologo, a un operatore di consultorio. Magari lascerò fuori dalla scaletta il leader religioso folkloristico di turno che, dando sulla voce all’esperto, si metterebbe magari a tuonare che “sono tutte porcherie”. Qual è l’utilità, se non precludere la comprensione del messaggio? Una cosa sono diversi punti di vista o interpretazioni, utili a un inquadramento più completo, un’altra sono le tifoserie e i battibecchi sterili.

Ma, mi si dirà, sarebbe noioso. Un po’ di vivacità ci vuole. Altrimenti la gente cambia canale. Solo questa mi sembra la motivazione giornalistica per dare voce, invece che a bravi divulgatori (rari, ma esistono) a politicanti e personaggi beceri, capaci solo di alzar la voce e fare sfoggio di sfrontatezza.

Se è così (e sospetto che sia così), alzo le mani. Ma la finalità di un talkshow politico impostato così qual è, esattamente? Dare spazio al più prepotente? Rafforzare l’opinione di molti in merito al fatto che la politica non ha nulla a che vedere con la competenza, il pensiero, la correttezza del confronto, il bene comune? Perché certo la parola “informazione” mi pare fuori luogo, in questo caso.

Ieri sera, nella prima parte della puntata di Ballarò, non si è fatta informazione sull’emergenza ISIS o sulle migrazioni. Si è solo dimostrato che Monsignor Perego ha un self control ammirevole, che Salvini e Sallusti sono fedeli ai propri rispettivi ripugnanti personaggi e che le signore in studio probabilmente si mangiavano il fegato quanto me e non sono riuscite a nasconderlo, risultando peraltro “perdenti”.

Esagero? C’è qualcosa che mi sfugge? Illuminatemi.

Immagini di un viaggio clandestino


E’ successo di nuovo. Come già nell’ottobre 2013 Meryem, oggi più grande, mi fa domande precise sui morti di Lampedusa (o piuttosto, del Mediterraneo). Mi chiede perché partono, se molti muoiono. Perché non aspettano il bel tempo, almeno. Spiego, aiutandomi con le persone concrete, che lei conosce. Ricordi Adam, Meryem? Lui è arrivato proprio a Lampedusa, su un barcone. “E ha avuto paura?”. Certo, una paura pazzesca. Non sapeva neanche nuotare. Ma anche il deserto, fa paura, sai? Tantissima paura. “Ma allora quelli che arrivano sono degli eroi. Dovremmo aspettarli quando arrivano a fargli una festa”. Vero, quanto è vero.

Poi arriva suo padre e allora anche lui, come quella sera di ottobre, le racconta il suo viaggio verso l’Europa. Una storia lunga, che lui cerca di sintetizzare in immagini precise.

La strada in montagna, tra la Slovenia e Gorizia. Il cammino di notte, al freddo. La paura. La voce troppo squillante del compagno di viaggio e i tentativi bruschi di farlo stare zitto. E lui che fa ridere tutti con una battuta: “Scusate, da piccolo ho ingoiato un microfono”. Sono ragazzi di 18 anni, comunque, anche se magari da lontano non sembra.

La cella del commissariato di Gorizia. I sudanesi alti e grossi, che all’arrivo del gruppetto di curdi, si stringono in un angolo, spaventati. “Noi a vederli così grossi e neri avevamo avuto paura. Mica eravamo abituati a vedere persone così diverse da noi. Ma poi abbiamo capito che loro avevano più paura di noi”. Un lungo silenzio imbarazzato, poi uno del gruppo di curdi azzarda un saluto in arabo. “Siete musulmani?”. Stupore, sollievo, sigarette condivise.

Ancora quella cella, con le pareti coperte di scritte in tutte le lingue. Finalmente ne scoprono alcune in turco. “Europa, dopo tanti tentativi questa volta sono arrivato”. E poi: “Non vi preoccupate, tra poche ore vi lasciano andare”. Rassicurati dal messaggio di uno sconosciuto, le ore di prigionia passano più leggere.

Ventimiglia, o su per giù. Si aspetta di passare il confine con la Francia. Si tenterà anche di passarlo, quel confine, in un tir dove i 200 passeggeri hanno rischiato seriamente di morire soffocati. Salvati dai controlli di frontiera. Si ritorna a piedi in Italia, in fila indiana, ma cantando e felici di essere vivi. Perché la morte, quella volta, è stata davvero vicina. Si aspetta ancora. Nizam va spesso su un ponte a guardare i grossi pesci che nuotano nel mare sottostante. Gli piacerebbe tornarci in quel posto, pieno di grotte che all’epoca pullulavano di stranieri in attesa di andare oltre, alla tappa successiva. I ragazzi si rasano la prima barba nel mare, con un rasoio di plastica comprato in una botteguccia del paese. Forse la stessa dove Nizam comprava il necessario per un picnic: insalata, pomodori, pane e… come si dirà “sale”? Gesticola, non riesce a spiegarsi. “Insomma, sual!”, sbotta lui in zaza. Magia del sostrato comune indoeuropeo, il negoziante capisce.

Il treno da Parigi a Amsterdam. Su consiglio di un parente, Nizam non si siede con gli altri stranieri a fare casino e fumare. Compra un inverosimile giornale francese e si siede davanti a una vecchietta. A un certo punto fa per alzarsi, ma vede arrivare la polizia. Si risiede e finge di addormentarsi sul colpo. Il poliziotto cerca di svegliarlo, lui continua a fingere di dormire, mugugna, allunga il biglietto. Se la cava così. La vecchietta non lo tradisce. Quando riapre gli occhi la vede sorridere e portarsi un dito sulle labbra: “Ssssh”.

Ultimo flash. Casa del fratello in Olanda, finalmente una doccia. Quando ne esce vede che il fratello ha preso i suoi vestiti, comprati nuovi dieci giorni prima per partire per l’Europa, una camicia e dei pantaloni eleganti, e li ha buttati senza pietà nella spazzatura. Lui corre a ripescarli. “Ma sei matto? Li lavo!”. Ma poi si rende conto anche lui. Li ha addosso da allora. Lavarli non basterebbe.

La storia continua, diventa per un tratto anche la mia storia, la nostra storia. Meryem ascolta, immagina, ride, si spaventa e cerca di capire. Perché la prigione, la polizia, la fuga? Cerchiamo di spiegare. Ma la verità è che, se devo essere del tutto onesta, una spiegazione convincente non esiste. E’ solo vita. Di molti. In questo caso anche sua, nostra.

Glory days


A volte va così. Si fanno strategie di comunicazione e alla fine basta una circostanza favorevole per portare il progetto Incontri in prima pagina su La Repubblica. Circostanza favorevole e tanto lavoro ben fatto, ovviamente. Lavoro di squadra di tutto il Centro Astalli, non da ieri. Ma stasera mi concedo il lusso di qualche pensiero e ricordo, rispetto al percorso frastagliato che mi ha fatto dire con sicurezza, oggi, alla giornalista che mi intervistava che sono “responsabile per il dialogo Interreligioso del Centro Astalli”. Per una volta ho una qualifica pertinente.

Non ho inventato io il progetto Incontri, ma l’ho visto nascere e camminare, talora faticosamente. Negli anni però mi è stato sempre più chiaro che quel tentativo artigianale di dialogo dal basso era importante, molto importante. Che aveva attinenza con la missione del JRS, che non era un lusso, un divertimento intellettuale, ma una modalità, uno stile, una pratica da coltivare con pazienza. Dal basso.

La religioni negli ambienti accademici le ho frequentate e non riuscivo a trovarci quello che invece ho adesso: la vita, la quotidianità, le relazioni. Ricordo sempre il mio primo sabato in compagnia di ebrei a Gerusalemme: anni di studio dell’ebraico e tanto dotto studio etimologico mi avevano lasciato analfabeta rispetto a cosa dovevo aspettarmi. Fissavo il sale, il vino e mi chiedevo chi me l’avesse fatto fare. Ero persa. Tanto ebraico, nemmeno un amico ebreo. Il seder di Pesah l’avrei gustato solo molti anni dopo. E ancora quella sensazione prepotente di non aver mai colto l’essenziale.

Una volta ho sentito un professore ordinario di lingua e letteratura ebraica dire: “Non si può ragionare con gli arabi. Sono un popolo rozzo”. Era una battuta in corridoio, non un articolo scientifico. Ma mi sono chiesta cosa potesse cogliere, quel professore, di quell’ antigiudaismo medievale di cui lo si ritiene esperto. Discriminazione, pregiudizio, razzismo, stigmatizzazione: ne disquisiva, ma allo stesso tempo continuava a praticare tutto, senza averne la minima consapevolezza. Studiare non serve? Serve, certo. Ma non è sufficiente. Se scienza e vita percorrono strade parallele, tutto resta teorico. Si pensa, si scrive, si parla, si argomenta e non si vede niente al di fuori delle proprie costruzioni.

Molti anni dopo, sono entrata in un tempio induista a Bangkok. Un’esperienza intensa, anche emotivamente, una tappa di un percorso solitario di osservazione di un popolo in preghiera, di forme di relazione con il divino che parlano ai sensi in modo più complesso e articolato di quelle che conoscevo io. E un pensiero, strambo e allo stesso tempo familiare: un santuario fenicio certo somigliava di più a quel tempio che ai disegnini freddi ricavati diligentemente dalle piantine da archeologi scientificamente solidi. Offerte di cibo,  profumi, colori, simbologie intrecciate, musica. Vita. Per associazione di idee, penso a quello che mi è stato spiegato una volta sulla medicina occidentale: nasce dall’anatomia, dallo studio del corpo morto. Precisa, accurata molto più di altre per la chirurgia. Ma l’energia? Il magnetismo? Tutte le altre componenti che concorrono alla vita non meno del funzionamento meccanico degli organi? Ecco, le religioni che ho studiato all’università mi hanno dato un’infarinata di conoscenza anatomica. Il resto ho iniziato a viverlo con il canto dei muezzin di Istanbul e poi, esponenzialmente, al Centro Astalli.

Il dialogo è possibile? Oggi Papa Francesco ha detto che nessun dialogo autentico è possibile senza conversione. Io forse direi che questa esperienza comporta la disponibilità a rivoluzionare almeno un po’ i propri schemi mentali. A essere pronti ad accogliere logiche diverse. A praticare il pensiero laterale. In altre parole: a sforzarsi di accettare i propri limiti e di andare anche oltre, come si riesce, senza paura. Fidandosi.

Noi chi?


“A Roma non abbiamo più niente, hanno tutto loro”. Un commento di una sconosciuta, nulla a cui dare particolare rilievo. “Loro” nel contesto erano i rom. Potevano essere gli immigrati, i musulmani o, perché no, gli ebrei. Non riesco a fare a meno di notare che uscite del genere sembrano moltiplicarsi. Noi, loro. Mi torna alla mente la voce pacata di Antoine Courban, due sere fa. Il professore di Beirut parlava dei cristiani in Medio Oriente, ponendo un problema di identità: identità individuale o collettiva, magari eco di una realtà esterna? La tentazione storica di consuderarsi (per timore) non cittadini, ma minoranza, millet. Un “loro”, per quanto privilegiato, che infatti prima o poi vedrà comparire un difensore esterno, non disinteressato, come ha efficacemente raccontato Lorenzo Trombetta. Quanti finti drammi epistemologici ci ponevamo, da giovani orientalisti. Credevamo sinceramente che quella intellettuale fosse la violenza più grande che noi, eredi del colonialismo, facevamo a quelle terre. Non conoscevamo se non confusamente le vittime odierne.
Noi, loro. Si è parlato della disgregazione degli imperi, degli stati nazionali, persino delle singole vallate e dei villaggi, l’altra sera. Quando le differenze appaiono improvvisamente come ostacoli insormontabili alla reciproca fiducia. Lo raccontava bene un leader indù della comunità bengalese che abbiamo intervistato a Tor Pignattara: da ragazzi, con i connazionali musulmani, ci si frequentava. Ora no, sarebbe inconcepibile. “C’è stato l’11 settembre e loro sono diventati fondamentalisti”, semplifica lui. Insomma, sono successe altrove cose fatte da altri. E due ragazzi non sono andati più in discoteca insieme e oggi due uomini e due comunità si evitano “perché io li conosco, queli là”. Ancora una volta: siamo noi o siamo eco di realtà esterne alla nostra vita e alla nostra esperienza?
L’ho scritto nel post precedente: questo meccanismo per cui un vicino, un collega, un amico diventa un “loro” da evitare o persino da denunciare dovrebbe esserci familiare, grazie a tanti celebrati film e romanzi. Così come quello per cui una persona può diventare illegale con la sua sola esistenza in un luogo. “Se ne tornino a casa loro”. O ci restino. O se proprio non possono, se ne vadano a casa di qualcun altro, “loro”.
Apro una parentesi. Si dibatte del presunto riscatto pagato per la liberazione delle cooperanti italiane in Siria. Persino le menti più aperte si dolgono perché quei soldi, i nostri soldi, potrebbero essere utilizzati (ammesso che esistano) per uccidere altri uomini. Mi viene spontaneo precisare che nei budget dei nostri Stati, annualmente, sono stanziati molti più soldi per uccidere alle frontiere d’Europa e oltre, direttamente e indirettamente. Immagino che chi fa i conti sull’eventuale uso poco etico delle risorse ne tenga conto e si indigni in proporzione venti volte di più. O forse quelle vittime, per lo più ignote, non hanno lo stesso valore delle potenziali vittime nostre del terrorismo? Forse i morti alla frontiera hanno il torto di essere “loro”.
Sempre per restare all’attualità, arrivo a Papa Francesco. No, oggi non è il pugno a interessarmi. Penso invece alla sua vivida descrizione della convivenza e convivialità delle religioni in Sri Lanka. L’ho già scritto una volta qui nel blog: certe volte ci scopriamo vicini di casa e cambia tutto. Diventiamo io e te, non noi e loro. “Noi cristiani, noi musulmani”, spiegava ieri Felix Koerner alla Gregoriana “siamo in pellergrinaggio”. Non c’è noi e loro perché tutti siamo ugualmente stranieri in una terra non nostra. Nessuna terra è nostra, ce lo ricordano di continuo tutte le scienze umane e non solo la Bibbia.
Quando un uomo si specchia nel suo vicino sono sempre successe cose meravigliose: rivoluzioni, gesti eroici, epoche nuove. Non sarà per questo che tutto pare concorrere a riportare alla ribalta un noi contro un loro, o forse tanti noi, sempre più impauriti e arrabbiati, contro tanti loro oscuri, vagamente caratterizzati, che si fondono l’ uno nell’altro? Non sarà puro e semplice timore della trasformazione stupefacente che potrebbero fare milioni di vicini di casa se si guardassero direttamente negli occhi? Isolare, sigillare, creare muri, mettere distanza. Per sicurezza. Questo pare la priorità dei potenti del mondo, che non badano a spese. E quando la barriera non è, o non è ancora, fisica si coltiva la paura di “loro”. Cercandolo con tenacia un nemico prima o poi si decide a essere tale.

Cinque cose che penso su Parigi (e sull’Italia)


Oggi tornavo da una piacevole gita in Maremma in pullman e inevitabilmente i miei vicini di posto commentavano i recenti fatti. Ho cercato di non sentire, ma non ci sono riuscita del tutto. Poi mi sono detta che non si può nemmeno prendersela con le persone, che in buona fede ripetono ciò che suppongono di avere imparato da giornalisti, opinionisti, vicini e conoscenti. Io pure da oggi sarei fiera di condividere le conoscenze acquisite alla riserva di Burano rispetto alle differenze di escrementi (“fatte”) di animali carnivori e erbivori e persino la storia, ben più stupefacente, delle anguille che vanno a riprodursi nel Mar dei Sargassi. Nei giorni scorsi indubbiamente tutti noi abbiamo sentito e letto di tutto: nessuna meraviglia che in una conversazione di condivida con gli amici ciò che ci è parso più convincente.

Ecco, allora proverò a smettere di mangiarmi il fegato e a fare così anche io. Mi limito a qualche punto di partenza per un ragionamento che probabilmente non sono nemmeno in grado di portare avanti fino in fondo, avendo competenze limitate. Ma per studio, lavoro e esperienza credo di avere qualcosa da dire anche io, e allora lo faccio.

1. Il terrorismo è una cosa molto diversa dalla reazione scomposta di un credente particolarmente pio o sensibile. Almeno cerchiamo di partire da questa considerazione. Abbiamo visto in azione dei killer a sangue freddo, non dei fedeli scandalizzati. Che infatti non si sono fatti alcuno scrupolo nell’uccidere altri musulmani. E qui vi dico che io non credo proprio che la satira del giornale francese sia la causa dell’attacco terroristico. E’ stato piuttosto la ragione della scelta di un obiettivo che causasse una reazione violenza, durevole, mediatica e capace di generare odio e reazioni scomposte, da una parte e dall’altra, in modo esponenziale. Massimizzare l’impatto.
Davvero crediamo che una vignetta francese, per quanto offensiva, abbia una rilevanza internazionale tale da organizzare un attentato su questa scala? Certo, la rilevanza la ha adesso: la diffusione globale della vignetta e di tante altre soffiano sul fuoco in tutto il mondo, velocissimamente.
Vi invito a leggere questo articolo di Michael Deacon (in inglese).

2. Se la reazione alle vignette non è la causa, qual è la causa? Qui mi sento solo di fare qualche ipotesi di respiro un po’ più geopolitico (mi si passi il termine, abusato in queste ore). Questo articolo di Donatella Della Ratta mi pare interessante. Aggiungo solo a margine che la nostra idea che l’Europa sia la pacifica culla della civiltà, al centro dell’universo e metro di tutte le cose, dovrebbe cominciare a suonarci un tantino fuori luogo. Viviamo in un continente che esercita sistematica violenza nei confronti di Paesi terzi: economicamente, con le bombe, con le mine, con le forze di polizia. Probabilmente è sempre stato così, ma forse sarebbe l’ora di deporre l’idea idilliaca che abbiamo di noi stessi come esportatori di arte, cultura e democrazia. Un esempio dell’ultim’ora? Non solo ci guardiamo bene dal creare canali umanitari per i milioni di vittime della guerra in Siria, ma cerchiamo a tutti i costi di tappare ogni via di accesso nel tentativo disperato (e costosissimo, sia detto incidentalmente) di scaricarli a qualcun altro o al limite di farli morire fuori dal nostro territorio (si veda questo ultimo articolo di Marta Bernardini e Francesco Piobbichi).

3. Una parolina sulla libertà di espressione, che secondo me non è la causa, ma certamente è stata presa a bersaglio perché simbolo potentissimo dei valori che qui in Europa ci arroghiamo come nostri. Si dice che la satira non ha vincoli di sorta, che questi “altri” devono accettare che da noi non esistono tabù di alcun genere perché siamo liberi e disinibiti. Mi limito ad osservare che non è davvero così. Anche noi abbiamo i nostri tabù. Non credo che si accetterebbero a cuor leggero vignette che scherzano sulla pedofilia oppure vignette pesantemente sessiste (nessuno organizzerebbe un attentato per questo, ovviamente: ma come ho già detto non è questo il caso nemmeno stavolta). Ricordo perfettamente i commenti che suscitò l’inserto di barzellette sui gay pubblicato da Visto. Mi colpì questa frase di Marco Platti (The Queen Father): “Chiedere ai gay di ‘farsi una risata’ e di far leva sulla propria autoironia di fronte ad un inserto in edicola che li deride, è un enorme schiaffo in faccia, perché se solo fossimo trattati con rispetto quando più ne abbiamo bisogno (adolescenza ed infanzia) e se la nostra dignità non venisse continuamente attaccata e sminuita da chi ci nega diritti, forse oggi saremmo in grado di riderci sopra come vorrebbe la Lucarelli e tutti quelli che pensano che la normalità passi attraverso l’esser messi alla gogna con tutti gli altri” (qui l’intero post). Ricordo che già allora pensai che la stessa cosa si potrebbe dire dei musulmani in Europa e dei migranti (specialmente non comunitari) in Italia, la cui dignità viene continuamente attaccata e sminuita da quello che qualcuno chiama violenza della burocrazia (e non solo). Con questo voglio solo precisare che nelle nostre società da sempre vengono rispettati i tabù di chi ha abbastanza potere (non necessariamente politico: economico, sociale, culturale) per imporsi sugli altri. Oltre al fatto che ogni libertà, come ci insegnavano da piccoli, ha come confine la libertà dell’altro (sempre che tutti gli uomini siano uguali, si intende).

4. Sull’Islam non voglio neanche entrare, tanto mi lasciano senza parole certe spudorate manifestazioni di razzismo in cui ci andiamo esibendo (ad esempio questa). Colgo solo l’occasione per farvi notare quanto sia profondamente offensiva l’espressione musulmano moderato (lo spiega bene Luisa Ciffolilli qui). Va da sé che questo è il punto su cui mi mangio il fegato maggiormente. Purtroppo la nostra ignoranza in materia di religioni, nostre e altrui, è tale e tanta che siamo letteralmente disposti a credere a qualunque cosa. E siccome, ammantandoci della nostra cultura laica, siamo pure convinti che la materia sia irrilevante e quindi semplice, crediamo davvero in perfetta buona fede che basti leggere un paio di frasi sul web o rispolverare qualche antica memoria catechistica per essere informati e consapevoli. “L’ignoranza è un’arma di cui avere molta paura”, scrive la giornalista dell’articolo linkato sopra e io non potrei essere più d’accordo.

5. Men che meno voglio entrare qui sul tema migrazioni. Solo un idiota potrebbe pensare che chi arriva oggi in Europa, magari su un barcone in avaria, sia parte di un complotto per islamizzare l’Europa (eppure si dice, si scrive e quel che è peggio si pensa). Osservo solo che questo tema delle cosiddette seconde generazioni (anche questo termine ha i suoi detrattori) è anch’esso fortemente strumentalizzato. La mancata integrazione (e la politica folle e miope in materia di migrazioni che stiamo portando avanti come Italia e come Europa da almeno 15 anni) è certamente uno strumento potentissimo in mano alle organizzazioni terroristiche. Ma mi colpisce la facilità con cui le nostre società che pretendono di essere libere e laiche si ridividano fulmineamente in maggioranze e minoranze, come se un velo si squarciasse. Dal 1907 al 1913 Roma ebbe un sindaco ebreo, Ernesto Nathan. Tra il 1901 e il 1904 il ghetto di Roma fu praticamente distrutto (più rimosso che ristrutturato) e venne costruita una sinagoga monumentale. Meno di una generazione dopo, le leggi razziali. Non era certo per una mancata integrazione che fu così ridicolmente facile privare di tutti i diritti, inclusa la vita, cittadini in vista, stimati, persino potenti e ricchi.

Non concludo, ma vi esorto a cercare sempre di aggiustare la prospettiva che ci sembra l’unica possibile, ma che quando pretendiamo di parlare di questioni che riguardano tutta l’umanità è spesso deformante. Capisco che le carte geografiche che utilizziamo non ci aiutano, ma non siamo il centro del pianeta. Non siamo speciali. Non siamo più civili per nascita. Non siamo più colti per nascita. Siamo quello che ci riveliamo essere con le nostre parole, le nostre azioni e le nostre scelte. Lo stesso vale per un cittadino del Cameroun, dell’Indonesia, del Guatemala o del Brasile. Questi morti contano quanto i nostri. Così come tutti i morti nel mare delle nostre vacanze, nel deserto controllato dalla tecnologia di Finmeccanica e tutte le vittime innocenti dei muri che, anacronisticamente, continuiamo a costruire spendendo le nostre risorse economiche (alla faccia della crisi).

Natale ucraino a Roma


Premessa: Questo post ha necessariamente un tono molto diverso da quello che immaginavo ieri sera e stamattina e mi rendo conto che persino l’immagine che ho scelto per illustrarlo, a questo punto, potrebbe sembrare involontariamente sinistra. No, non sono qui per dire che la religione ha un lato oscuro. Volevo condividere con voi la gioia di una scoperta e il privilegio di essere stata invitata alla celebrazione tradizionale del Natale presso la chiesa cattolica ucraina di Roma. E questo voglio che resti: un post di riconoscenza e di ammirazione per la ricchezza delle tradizioni del mondo su cui, qui a Roma, abbiamo l’opportunità di affacciarci.

Alla liturgia di rito orientale ero preparata da un’antica consuetudine con quella bizantina. Diversa la lingua e la melodia, ma uguale la struttura e identica la sensazione di essere immersi in una sorta di ipnotica armonia avvolgente, in cui le note del canto si fondono con il profumo degli incensi e sembrano brillare di luce propria come i paramenti colorati dei celebranti. Ero quindi lì, al mio post in prima fila nella chiesa di Santa Maria ai Monti (a cui manca l’iconostasi, che c’è invece nella chiesetta dei Santi Sergio e Bacco, a pochi metri di distanza: ma per le celebrazioni con grande afflusso bisogna arrangiarsi così), intenta a farmi goffi segni della croce quando mi pareva il caso e a godermi la sensazione di non capire una parola una, a parte il classico Signore pietà orecchiato nei canti di Taizé.

Ripensavo alla mia infanzia alla chiesa di S. Atanasio, a padre Fortino e ai canti arbreshe, al diacono che tuonava dal centro della navata perché nessuno sbagliasse il Credo (“e procede dal Padre.” PUNTO. Dal Figlio no). Riconoscevo persino il vezzo di scattare qualche foto anche dall’altare nei momenti salienti della cerimonia, compito affidato a un giovane diacono biondino dall’aria timida. E mentre stavo lì trasognata, immersa nella suggestione della liturgia, ecco che il registro di colpo cambia. Senza troppi complimenti, il tavolino con i panini consacrati viene spostato da un lato e fanno la loro comparsa una serie di personaggi in costume. Davanti dei pastori, uno dei quali porta una vistosissima stella sbrilluccicante. Poi i tre Re Magi (uno è una ragazza, ma siamo ancora nella tradizione). Due angei dai lunghi boccoli biondi, tutto secondo tradizione. Ma poi arriva una specie di Charlotte con bombetta nera e farfallino dorato, accompagnato da una ragazza dall’atteggiamento decisamente comico. Segue il re Erode, cattivo cattivissimo, una specie di soldato romano e niente di meno che il diavolo (una pepata ragazza mora e pienotta, con ciocche rosse, coda e corna) e, dulcis in fundo, la morte, con maschera di Scream e falce.

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“Un presepe vivente”, ce lo aveva preannunciato il seminarista che ci aveva accolto. Oddio. Passino i Magi, i pastori, Erode e financo il centurione. Ma la coppia di strampalati ladruncoli intenti in gag di vario genere ci spiazzava non poco. La recitazione era in rima, l’interpretazione sentitissima e noi, naturalmente, capivamo poco o nulla. Però il finale ci è stato chiaro ed era un chiaro trionfo del bene: il malvagio Erode veniva trascinato via dalla Morte, mentre il diavolo lo punzecchiava con la sua coda. Tra le ovazioni degli astanti, il diavolo e i due manigoldi giravano quindi tra gli spettatori raccogliendo offerte.

Finito lo spettacolo abbiamo provato a chiedere ulteriori lumi e abbiamo appreso che questa rappresentazione in Ucraina si usa fare casa per casa: un gruppo di ragazzi in maschera bussa alle porte e, sia pur più sinteticamente, mette in scena l’episodio (che racconta più o meno l’arrivo dei Magi alla corte di Erode e la disposizione da parte di lui della strage degli innocenti, con conseguente immediata e apocrifa punizione).

Una ricerca sul web mi ha oggi rivelato che ieri, nel rione Monti a Roma, ho assistito a un classico vertep, manifestazione tipica del folklore ucraino di cui ignoravo del tutto l’esistenza e che ha indubbiamente molti risvolti affascinanti per il mio animo di storica della religioni e antropologa mancata. Allo spettacolino è seguita l’unzione, la distribuzione dei panini consacrati e “timbrati” con apposito stampo e poi festa a base di dolci di vario genere nel cortile, con canti tradizionali.

Nonostante la nostra assoluta incapacità linguistica, ci siamo sentiti molto ben accolti. Natale in realtà sarebbe oggi, ma per forza di cose la celebrazione deve essere anticipata al 6 perché la maggior parte dei numerosissimi partecipanti lavora. Questa ultima nota ci ha dato un po’ di tristezza, unita alla considerazione di quanto deve essere difficile per tante madri – che lavorano nelle nostre case come colf, badanti e babysitter – trascorrere questa festività lontane dai loro bambini, che hanno tra l’altro un posto specialissimo in queste celebrazioni.

Tornando a casa, ho rivolto un pensiero a Roma, questa metropoli cosmopolita, sorprendente, millenaria e capace di accogliere tanti dolori silenziosi. Mi è tornata in mente una frase (forse di Amos Oz?) che mi pare si riferisse a Tel Aviv, città dove di giorno si ride in ebraico e di notte si piange in tutte le lingue del mondo.

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Qualche altra foto, qui.

Roma, il gioco si fa duro


Amo Roma, amo la sua complessità e il suo essere metropoli. Per giunta, lavoro nelle politiche sociali. Avete presente Mafia Capitale e compagnia bella? Ecco, noi ci mangiamo il fegato da moltissimi anni per quelle speculazioni efferate. Perché rubare su scala industriale a chi più ne ha bisogno anche quel poco che è previsto è proprio un crimine efferato, che ha un impatto spaventoso su tutti noi. Vi faccio un esempio: se io sono pagato dallo Stato per fare un servizio essenziale (smaltire i rifiuti, oppure offrire assistenza adeguata a un bambino che è scappato dalla guerra da solo o a una vittima di tortura, perché di questo parliamo) non solo sono disonesto perché prendo i soldi per non fare nulla, ma danneggio attivamente tutta la comunità, giorno dopo giorno, per anni. La danneggio con la stessa ottusità del mafioso che seppellisce i rifiuti tossici nella terra dove vivono i suoi parenti: faccio soldi nell’immediato, ma prima o poi ammazzo anche i bambini della mia famiglia. A Roma vediamo succedere da anni piccoli delitti sociali quotidiani e, come noi, li vedono tantissime persone disposte a guardare le cose con gli occhi aperti e e coscienze sveglie, come diceva il mio precedente capo gesuita. Finché le vittime sono “solo” rifugiati, stranieri, poveri o emarginati lo scandalo non fa tanto rumore.

Poi succede, ad esempio, che una persona arrivata su un barcone in preda a una vera e propria malattia mentale soggiorni per quasi un anno in un centro in cui dovrebbe esserci assistenza, anche medica, personalizzata (lo Stato paga per questo). Peccato che c’è chi non si fa scrupolo di intascare il pagamento senza erogare nessun servizio, perché gli immigrati, se li si tratta come merci, rendono più della droga. Quindi nessuno lo guarda in faccia per un anno quell’uomo, nessuno lo cura. E’ un po’ strano, sente le voci, ma è sempre una testa che porta reddito. Finito il periodo finisce a dormire per strada (sarebbe previsto altro ma si sa, le risorse sono poche, povera Italia… c’è chi ha il coraggio di usare ancora frasi così) e un giorno, in preda a una crisi, uccide delle persone innocenti, italiane. Una tragedia spaventosa. Il crudele assassino viene processato e messo alla gogna su tutti i giornali. Chi ha rubato quello che lo Stato ha pagato per assisterlo e curarlo non è mai menzionato in questa triste storia e probabilmente è tra quelli che ha fatto la voce più grossa contro questi stranieri che vengono a delinquere nel nostro bel Paese.

Ma torniamo a Roma. La logica è la stessa. Ammassare centinaia di persone in palazzoni costruiti dalla speculazione edilizia in aree prive di infrastrutture e di servizi (incidentalmente: speculazione fatta magari dagli stessi soggetti che ora “trattano immigrati”), in cui sono già precedentemente finiti a vivere quei cittadini che già sono considerati un po’ meno cittadini degli altri. Più i nuovi arrivati hanno bisogno di assistenza urgente, meglio è: lo Stato paga meglio, il profitto è maggiore. Se scoppia tutto, meglio ancora. Potrei continuare. Io parlo di immigrazione, ma lo stesso discorso vale per moltissimi altri settori vitali per la nostra città. Mi preme dunque dire due cose.

Uno. Le cose possono essere fatte diversamente. Un esempio concreto. Noi l’accoglienza ai rifugiati l’abbiamo sempre fatta con onestà e giustizia, non coprendoci d’oro e anzi spesso e volentieri rimettendoci, danneggiati dalle speculazioni degli altri sia per il continuo gioco al ribasso a cui eravamo chiamati, sia perché dovevamo anche cercare di coprire l’immenso vuoto di assistenza lasciato da chi rubava (non riuscendoci, evidentemente, ma mettendo qualche pezza dove arrivavamo). Qualcuno, che interferiva più direttamente, ha rimediato anche minacce mafiose. Noi no, ma è successo a nostri colleghi che lavorano in altri Paesi del mondo e contrastano gli interessi dei più potenti. Non tutti siamo chiamati a essere eroi, certo. Ma essere diversi, onesti, non conniventi si può. Spesso ci si trova in una posizione scomoda, ovviamente. Difficilmente si è considerati dei vincenti. Ma Roma pullula di realtà sane e competenti, che aspettano solo di essere messe in condizioni di incidere in modo più sostanziale.

Due. Qualcosa si muove. Non mi lancio in analisi politiche, per cui non sono competente. Non credo nel deus ex machina, non credo nei salvatori della patria con l’aureola e il cavallo bianco. Ma ci sono stati dei segnali forti e delle reazioni violentissime. La mia amica Silvia dice che la mafia fa gli attentati quando è in crisi. Certo che quando parliamo di immigrazione, rifiuti, bancarelle di piazza Navona e compagnia parliamo proprio di mafia in senso stretto e tutti lo sanno. In altri casi parliamo “solo” di interessi consolidati, di lobby, di malcostume fatto regola. Non ho le competenze per vagliare tutto quel che si dice, ma ho motivo di credere che la situazione non sia tanto lontana da quella dipinta qui. Non amo il complottismo, ma cercare di capire le cose è il dovere di chiunque abbia un cervello.

Papa Francesco si è guadagnato al stima di molti, me compresa, in questo suo primo anno di pontificato, anche e soprattutto perché ama chiamare le cose con il loro nome. Al Te Deum di fine anno ha parlato degli scandali di Roma in modo esplicito, ricordando che bisogna avere il «coraggio per dire che occorre difendere i poveri e non difendersi dai poveri, servire i deboli e non servirsi dei deboli». «Il nostro vivere a Roma», ha aggiunto, «significa abitare nella città eterna, far parte della Chiesa fondata sul martirio dei santi apostoli Pietro e Paolo. Anche di questo ringraziamo il Signore, ma al tempo stesso questo rappresenta una grande responsabilità. Gesù ha detto: “a chiunque è stato dato molto molto verrà chiesto”. Domandiamoci, in questa città, in questa comunità ecclesiale, se siamo liberi o schiavi, se siamo sale e lievito, o se siamo spenti, ostili, sfiduciati, irrilevanti e stanchi».

Veniamo dunque a noi. Io, da romana e operatrice del sociale, mi sento in dovere di fare del mio meglio per essere sale e lievito, per dirla con il Papa. Non limitarmi a unirmi al mormorio qualunquista di chi dice che tutto farà schifo per sempre, ma cercare di chiamare le cose con il loro nome e, per quanto possibile, pensare con la mia testa e promuovere la giustizia. Il che non vuol dire non vedere i problemi. Al contrario. Piuttosto, essere consapevole che siamo in guerra e che il futuro di questa città dipende anche da quello che noi contribuiamo ad avallare con la nostra superficialità e la nostra pigrizia mentale. A me e ai tanti romani come me serve, come non mai, la vostra solidarietà e il vostro rispetto. Combattere per una Roma più pulita, in tutti i sensi, è interesse di tutti noi (e, più ancora, di tutti i nostri figli).