Un giorno rideremo di tutto questo


…ma quel giorno non è oggi.

Nizam soggiorna regolarmente in Italia da 14 (quattordici) anni. E’ titolare di un permesso di soggiorno CE per lungo soggiornanti, altrimenti detto carta di soggiorno, che ha validità illimitata. Lo ha per molte buone ragioni, una delle quali è che è padre di una cittadina italiana dal 2007 (mia figlia). Ma lo avrebbe comunque, visto che risiede regolarmente in Italia da ben più di 5 anni e ha a suo tempo dimostrato e poi (per ben due volte) ri-dimostrato di avere adeguato reddito e di pagare le dovute tasse. Incidentalmente, avrebbe diritto alla cittadinanza italiana. Peccato che tra quando ha maturato tale diritto (settembre 2012) e quando siamo faticosamente riusciti ad ottenere un appuntamento per presentare la documentazione (febbraio 2014) sia passato un anno e mezzo. E una domanda presentata quasi due anni fa ovviamente non è stata neanche presa in considerazione ancora, è troppo presto. Incidentalmente, in questa pratica il fatto che sia il padre di una cittadina italiana non conta nulla.

Oggi Nizam deve aggiornare la carta di soggiorno, ancora in corso di validità, perché i turchi gli hanno rinnovato il passaporto e il numero non corrisponde a quello indicato sulla carta di soggiorno. Finché ciò non si sistema, non può lasciare l’Italia. Andando un mese fa a chiedere che ciò venisse sistemato, Nizam ha scoperto le seguenti cose:

  • deve essere nuovamente fotosegnalato (????)
  • deve nuovamente dimostrare tutti i requisiti per il rilascio (e questo, mi sento di dire, è una richiesta assolutamente illegittima di per sé).

Oggi, presentandosi all’appuntamento munito di certificato di nascita di Meryem con indicate le generalità dei genitori per esteso (richiesto, a pagamento, in Municipio, visto che per la questura è complicato verificare che Meryem sia sua figlia, sebbene la medesima Meryem sia titolare di passaporto italiano su cui Nizam risulta genitore), ha scoperto un’altra cosa:

  • non bastano i documenti. Deve portare Meryem lì di persona, munita di passaporto.

Quindi io devo far saltare a mia figlia un giorno di scuola per mandarla a fare ore di fila in una questura all’estrema periferia della città, dove (parlo per esperienza diretta) vedrà suo padre trattato con sgarbo e disprezzo da svariati uomini in divisa, che gli danno del tu pur non avendolo mai visto prima. La interrogheranno pure? Chissà.

Tralasciamo il dettaglio che, se pure tutto va bene, di fare questo aggiornamento non se ne parla prima di svariati mesi.

Ma non trascurerei di riferire che, quando lui ha provato a chiedere se potevano dargli un appuntamento durante le vacanze di Natale per non far perdere la scuola alla bambina, gli è stato risposto: “L’appuntamento te lo do quando mi pare, così impari”.

Posso provare (potete leggere i post qui sotto) che io ho sempre cercato di vivere questa situazione con la massima ironia. La prima gita in quel posto l’abbiamo fatta tutti insieme quando Meryem aveva un mese. Ci siamo tornati quando Meryem aveva 3 anni. Ho cercato con tutta la buona volontà di prenderla a ridere.

Oggi no, non ci riesco. Non sopporto l’idea che il padre di mia figlia debba essere trattato in questo modo. Non viviamo più insieme (questo è parte del problema, pare, visto che lo stato di famiglia è inestricabilmente connesso alla residenza), ma non pensavo francamente di dover argomentare la nostra storia più privata a tutti i poliziotti che incontriamo. E’ una persona incensurata, titolare di una regolare attività, che non ha mai commesso nulla per meritarsi un trattamento del genere, stimabile da molti punti di vista e, soprattutto, rientra perfettamente nei requisiti previsti dalla legge per avere quel titolo di soggiorno. Perché deve passare un’altra mattinata come quella di stamattina, umiliato davanti a sua figlia?

Poi ci chiediamo perché le “seconde generazioni” provino questo rancore per gli stati europei di cui pure sono cittadini. Io credo che un’esperienza come quella che vivrà Meryem il prossimo mese – ammesso che non riesca prima di allora a trovare una soluzione a questa assurdità – conterà molto di più sulla sua formazione civica di tante belle parole che io o i suoi maestri possiamo spendere sulla partecipazione, sull’accoglienza e sull’intercultura.

Il pregresso
Noi e Ringhio, parte prima 
Noi e Ringhio, parte seconda
Surreale

Impostori, fino a prova contraria


In questi giorni cerco freneticamente di aggiornarmi e prepararmi sui rapidi cambiamenti che riguardano i rifugiati che sbarcano sulle nostre coste. Studio documenti ufficiali, ricevo aggiornamenti da amici e colleghi. Non mi diffondo in tecnicismi tediosi. Ma una cosa salta all’occhio, da tutti i documenti ufficiali: l’ossessione collettiva è quella del migrante-truffatore. Quello che simula di essere un rifugiato, ma in realtà è solo “un migrante in posizione irregolare”e che va etichettatato come tale tempestivamente. Subito. Già sulla barca che lo ha salvato dalle onde del Mediterraneo.

In queste settimane ho avuto modo di parlare di questo tema con persone interessate a titolo diverso da me. Esperti, consulenti, funzionari, persino un ministro. Ciascuno di loro descriveva i rifugiati come informati e scaltri, pronti ad attaccarsi a cavilli legali per prolungare indebitamente il loro soggiorno. Li si descriveva come poliglotti, sempre connessi a internet, con una meta già in mente. Un nemico furbo, contro cui è necessario mettere in campo procedure altrettanto “furbe”.

Io penso che una persona che si è messa in mare per disperazione, è sopravvissuta per miracolo e magari ha da poche ore gettato in mare il cadavere di suo figlio, su quella barca che la soccorre non pensi a come imbrogliare chicchessia. Con addosso ancora i vestiti bagnati, durante l’epilogo di un viaggio attraverso ogni genere di violenza e di abuso, davvero è onesto sottoporlo a un interrogatorio frettoloso da cui dipende la sua sorte? Io credo che Jacopo, uno studente di Milano, abbia capito meglio di tutti questi funzionari cosa passa per la testa di un migrante salvato da una motovedetta della Guardia di Finanza nel Canale di Sicilia. Lo ha scritto in un bel racconto, diventato video.

Ma voi, come vi sentireste, se i vigili del fuoco che vi hanno appena salvato da un edificio in fiamme in cui avete visto morire i vostri familiari, prima ancora di portarvi in ospedale a curare le ustioni vi sottoponessero a un interrogatorio? Forse vi verrebbe da dire: “Ok, ma prima lasciatemi realizzare che sono ancora vivo. Lasciatemi piangere. Lasciatemi ringraziare o maledire il mio dio. Lasciatemi il tempo per ritornare in me. Non pensate che i vostri moduli a risposta multipla possano aspettare?”.

Ma noi siamo noi, non è vero? Noi abbiamo il diritto di essere traumatizzati dopo un incidente, grave o non grave. Abbiamo diritto a capire e, se non capiamo, a farlo presente. A protestare, se qualcuno si permette di calpestare i diritti previsti dalla legge. Nessuno può trattenerci in strutture chiuse che ufficialmente ancora non esistono neanche. Queste cose accadono in Africa, non è vero? Non a Pozzallo, Sicilia.

Niente di personale


Ieri, nel bel mezzo di una conversazione di lavoro con lo staff di un progetto europeo (si parlava di politiche europeee in materia di migrazione e asilo, tanto per fare una cosa nuova), mi sono guardata per un attimo dall’esterno. Era un contesto in cui, in linea del tutto teorica, si stava esprimendo la mia parte professionale. Niente di personale, dunque. Giusto un paio di giorni prima, a un convegno universitario, mi ero subita l’esposizione di una notoria querelle antropologica sul distacco/coinvolgimento dell’osservatore/ricercatore (in gergo: il pippone metodologico) che, con poche varianti, mi accompagna costantemente dai tempi in cui in gioventù mi appassionavo delle vicende di Rib-Adda e di altri oscuri personaggi levantini del secondo millennio a.C.

Eppure quello che stavo dicendo, in un inglese che malamente faceva da schermo alla mia indignazione, lo sentivo assolutamente personale almeno da quattro punti di vista:

– come cittadina italiana, perché vedo disattesa e calpestata una costituzione bellissima e alta, frutto del lavoro e dell’esperienza di molti (“Una cattiva politica è sempre figlia di una cattiva cultura”, diceva l’altro giorno Stefano Rodotà in Gregoriana);

– come europea, perché mi sembra che  questa piccineria meschina mi rubi il sogno di un’Europa casa comune e offenda nel profondo le istanze di libertà e giustizia sociale che l’hanno percorsa nel passato lontano e recente;

– come madre, perché i valori di chi governa il mondo sono sempre più in contrasto con i valori che cerco ogni giorno di insegnare a mia figlia;

– come donna e come persona, perché ad oggi, se dovessi scegliere un Paese del mondo dove migrare (ci pensavamo per scherzo ieri con un amico) fatico a pensarne uno che non si stia macchiando di delitti gravi contro l’umanità. La qualità della vita riservata a un club esclusivo di persone scelte ai danni di altri uomini, donne, bambini è qualcosa che dovremmo far più fatica ad accettare, oggi che le dirette conseguenze di alcune scelte economiche e politiche sono sotto i nostri occhi tutti i giorni, in ogni momento.

Quindi, mi scuseranno i colleghi più professionali di me, la prendo sul personale, sempre.

(La vignetta è, come è ormai tradizione, di Mauro Biani)

Non dispero


Improvvisamente mi trovo a vivere in un Paese che discute animatamente di rifugiati. Quello stesso Paese che ignorava felicemente e compattamente tutte le questioni di cui vi parlo da un po’ di anni: il Regolamento di Dublino, il fotosegnalamento, Eurodac e compagnia bella. Non fraintendetemi, non dico che adesso queste cose siano conosciute e comprese. Però se ne parla un sacco. Anche in televisione.

Che bello, direte voi. Insomma, vi dico io. Improvvisamente capisco pienamente la frustrazione dei nutrizionisti veri davanti agli articoli intitolati “10 trucchi per affrontare la prova costume”. Degli archeologi universalmente rappresentati, agli occhi del pubblico, da Indiana Jones. Se mi mettessi ad elencare l’intero catalogo di fesserie, imprecisioni, assurdità e semplici falsità che vengono sciorinate ogni dove, nonché amplificate e commentate sui social, questo post non arriverebbe mai a conclusione.

Non vi nascondo che ogni tanto mi assale lo sconforto. Ma, ne sono convinta, questa tenace e assidua ondiata mediatica di allarme, terrore e considerazioni orrende può e deve essere contrastata, almeno nel nostro piccolo. In questi anni, qui sul blog e sui social, ho provato a condividere i miei pensieri e la mia esperienza. E qualcosa oggi, in questi momenti difficili, torna. Un’amica che suggerisce ai suoi colleghi una donazione; un’altra che mi racconta dell’incontro con un giovane rifugiato eritreo, a casa di amici; un’altra che, di passaggio a Roma, stasera viene al convegno del Centro Astalli. L’altro giorno la mia amica Natalia mi ha parlato dell’impegno di un gruppo scout che lei conosce bene a sostegno dei rifugiati in transitano a Roma. Mi sono incuriosita e le ho chiesto di mettermi in contatto con Marco, il capo scout con cui collabora.

Ecco qui, dunque, una testimonianza a due voci. Di Marco, capo scout, e di Natalia Cattelani, che conoscete come cuoca e foodblogger, ma qui nelle vesti di mamma e soprattutto della splendida persona che è. Grazie a tutti e due.

Faccio una premessa: l’associazione scout di cui fa parte il nostro gruppo è la FSE-Federazione Scout d’Europa, a cui aderiscono più di 19.000 soci in Italia. 

Ogni gruppo viene gestito da una comunità di capi, e l’insieme dei gruppi di una stessa zona forma un distretto, gestito a sua volta da un responsabile (chiamato in gergo “commissario”): nel nostro caso si tratta di Andrea Stabile per il distretto Roma Est. Andrea ha ricevuto più di un mese fa una prima richiesta di aiuto, da parte di uno dei capi dell’associazione, per dare una mano con la preparazione e distribuzione viveri per l’emergenza a Ponte Mammolo [Ponte Mammolo, nei pressi della fermata della metro B, era una baraccopoli dove da anni risiedeva un gruppo di rifugiati eritrei: negli ultimi tempi l’insediamento si era assai allargato a causa dell’arrivo di profughi in transito, diretti verso il nord Europa].
Subito Andrea ha coinvolto noi singoli capi dei vari gruppi del distretto per garantire la presenza di un gruppo di almeno 5-6 persone ogni domenica di maggio e giugno. La risposta è stata ovviamente scontata, tenendo fede al nostro motto “sempre pronti!” 🙂 Andrea è in contatto anche adesso con don Marco Fibbi, parroco di San Romano, che coordina questo tipo di servizio e si stanno dando un gran da fare spendendo tempo ed energie per una gestione attenta e pronta a soddisfare le richieste.

Come dicevo, la prima esperienza per i capi del mio gruppo (e quindi anche per me) è stata a metà maggio, mentre altri capi del distretto avevano già distribuito nelle domeniche precedenti. Se fino a pochi giorni prima si parlava di dover preparare panini e 1 pasto cucinato per un massimo di 150-200 persone: venerdi sera le comunicazioni di don Marco erano abbastanza preoccupanti: a Ponte Mammolo infatti erano già arrivate almeno 400 persone (si sarebbero poi rivelate molte di più la domenica sera per il servizio).

Abbiamo inizialmente coinvolto solo i capi maggiorenni e qualche genitore disponibile a darci una mano nella preparazione di 400 panini. Durante il pomeriggio di domenica è partita la preparazione del cous cous, circa 15-20 kg. Abbiamo conosciuto di persona don Marco che ci ha prospettato una situazione difficile. Non sapevamo ancora cosa avremmo trovato nel parcheggio di ponte mammolo e ovviamente in queste situazioni la voglia di servire si scontra con la paura di non essere preparati alla gestione di una situazione umanitaria così sconvolgente. Ma, come recita uno degli articoli della nostra legge, “lo scout sorride e canta anche nelle difficoltà”, e dunque abbiamo caricato tutto in macchina, compresi circa 100 lt di latte offerti dalla caritas della nostra parrocchia e siamo partiti.

La visione di tutte queste persone ammassate nel parcheggio e nella baraccopoli (che sarebbe stata abbattuta il giorno successivo dalle ruspe) ci ha sicuramente colpito emotivamente, ma allo stesso tempo ci ha caricato: le persone si sono messe educatamente in fila. La paura più grossa era il timore che avremmo potuto finire il cibo prima che tutti e 500 o 600 avessero potuto mangiare: temevamo più che altro di deluderli, di leggere il disappunto nei loro occhi.

Invece tutti questi pregiudizi sono scomparsi vedendo i sorrisi, i ringraziamenti, e in particolare vedendo i ragazzi chiederci buste dell’immondizia per girare e pulire il parcheggio dai piatti e bicchieri di plastica.

Le domeniche successive Ponte Mammolo era tornata nella “normalità”: erano presenti meno di cento persone e la distribuzione da parte di altri capi è stata più tranquilla.

Poi è stata la volta del parcheggio Stazione Tiburtina, la domenica prima del nuovo sgombero da parte delle forze di polizia. Se a Ponte Mammolo la situazione sembrava isolata, per la particolare posizione del parcheggio, qui ci trovavamo in zone normalmente di passaggio. Parlando con uno dei capi più giovani, qualche giorno dopo, ho potuto constatare come il pessimo giornalismo contribuisca ad aumentare i pregiudizi. Nascono facilmente nelle loro menti associazioni del tipo: “Ma se se la passano così male perchè hanno i cellulari”, o “Che gli ci vuole a rubare una macchina”, senza che ci si renda pienamente conto dell’assurdità di certe affermazioni. Ma dopo, attraverso l’esperienza diretta, hanno capito che si trattava di pensieri infondati.

Dopo lo sgombero, la situazione profughi è balzata all’onore delle cronache e la gestione della distribuzione viveri è passata alla CRI, come ci aveva avvisato don Marco. Con Andrea abbiamo così cambiato strategia, invitando i capi e le famiglie a portare viveri già cucinati presso le sedi del nostro gruppo. La risposta è stata molto positiva e tante famiglie hanno contribuito cucinando riso e cous cous da destinare al centro Baobab e alla tendopoli da poco installata dietro la Stazione Tiburtina (via delle Cave di pietralata).

Nel corso delle settimante le poche notizie che arrivavano dai mezzi di comunicazione raccontavano solamente sgomberi e suggerivano che “il problema” era stato risolto, senza precisare che invece i profughi si trovavano principalmente al Baobab. Molte famiglie erano preoccupate della situazione e ci chiedevano continuamente se ancora servisse preparare cibo perchè dai TG sembrava tutto risolto. Ma non è affatto così, come ho potuto constatare di persona domenica scorsa al Centro Baobab.

Uno dei genitori che ha cucinato cuscus alle verdure per i rifugiati di via Cupa è Natalia, che commenta così questa esperienza.

I miei genitori mi hanno sempre insegnato a vivere da buona cristiana anche per gli altri , ad avere quell’attenzione in più verso “un prossimo” che poteva anche essere uno sconosciuto ma anche far parte della famiglia, il prossimo era chiunque avesse avuto bisogno di qualcosa .
Da grande questo aiuto l’ho trasformato in qualcosa di concreto per conciliare anche i miei impegni di mamma e di lavoratrice: ho cercato di donare quello che mi veniva di fare meglio , in modo più spontaneo e anche , lo ammetto, con il dispendio di poche energie. Non sono una super donna: io aiuto il prossimo rendendomi disponibile a preparare cibo per chi non ne ha.
Come potevo rimanere insensibile ora, non rispondere alla richiesta di Marco, il capo scout delle mie figlie di preparare pasti per i migranti di Roma? Però credetemi, come sono felice nel fare questo alolo stesso tempo sono assalita dall’angoscia di sapere che non sarà nulla in confronto al bisogno di queste persone, alle loro tragedie, alla vita che li ha scelti per un destino così crudele. E allora mi chiedo, facendo riflettere anche i miei famigliari: perché loro e non noi?

Qui trovate qualche scatto che documenta la loro esperienza.

Perché vi racconto questa storia, una delle tante storie di solidarietà che sono raccontate troppo poco, ma caratterizzano ancora le nostre città? Perché è un esempio di quello che tante volte ho scritto in questo blog e dell’invito che vi faccio, anche quest’anno, in occasione della Giornata del Rifugiato: non accontentatevi di leggere i titoli dei giornali, o di farvi stordire dai dibattiti televisivi sui rifugiati. Cercate di incontrare loro, direttamente. Di capire chi sono davvero. Per smontare un pregiudizio anche il migliore dei discorsi è meno efficace di mezzora di esperienza vissuta.

P.S. La vignetta è sempre di Mauro Biani.

Il cuore dell’Europa


In questi giorni cerco di astenermi dal commentare la posizione dell’Unione Europea rispetto alla nuova agenda su migrazione e asilo. Per non trascendere. Anche adesso non sto facendo altro che scrivere e cancellare.

Soffermiamoci solo su uno dei provvedimenti, che sarà adottato con ogni probabilità a giugno prossimo. Gli Stati dell’Unione, mossi dalla commozione in seguito all’ecatombe nel Mediterraneo del 19 aprile scorso, decidono che sì, visto lo straordinario afflusso di rifugiati in Italia possono fare una temporanea e limitata eccezione al Regolamento di Dublino e accettare che alcuni di questi profughi siano distribuiti negli altri Stati membri (non proprio tutti gli altri, ovviamente: chi può chiamarsi fuori l’ha già fatto). Tenetevi forte: si tratta di 24.000 persone in due anni. 12.000 persone l’anno.

A condizione, si intende, che tutti siano identificati e fotosegnalati: il documento precisa che se le persone non collaborano gli Stati sono tenuti al ricorrere alla detenzione e, al limite, alla “coercizione”.

Già così la sensazione di presa per i fondelli è piuttosto forte. Nel 2014 in Italia sono sbarcate 170.000 persone in un anno e le domande d’asilo sono state 64.886. Questo significa che hanno lasciato spontaneamente l’Italia almeno 105.114 persone. Altro che 12.000.

Attenzione. L’Europa è disposta a ricollocare solo persone con chiaro bisogno di protezione, cioè esclusivamente siriani e eritrei. Qui la beffa diventa surreale. Nel 2014 in Italia i siriani e gli eritrei che si sono fermati per presentare domanda d’asilo sono stati complessivamente 985. Considerato che, solo via mare, nel 2014 ne erano arrivati 81.974, fate un po’ due conti.

L’anno scorso delle 105.114 persone che mancavano all’appello sui 170.000 sbarcati, 81.974 erano rifugiati siriani ed eritrei. L’UE generosamente se ne prenderebbe 12.000, a patto che ci teniamo qui tutti gli altri. Il trend degli arrivi nel 2015 non solo non è diminuito, ma è in leggero aumento.

Possiamo immaginare quale sollievo questo sarà per il sistema di asilo e di accoglienza in Italia. Non verrà trasferito nessuno di quelli che già resterebbe (le proiezioni dicono che, lasciando tutto così, sarebbero almeno 100.000), ma in compenso si pagano misure straordinarie per lasciarne in Italia almeno altre 90.000 persone se va bene. Grazie, eh. Ma ringrazieranno soprattutto i rifugiati. Anche e soprattutto quelli con un “chiaro bisogno di protezione”.

E meno male che sono commossi, questi zelanti decisori UE.

Del “chiaro bisogno di protezione” forse parliamo la prossima volta, perché anche su quello ci sarebbe moltissimo da dire.

Però intanto leggetevi e fate leggere questo bellissimo discorso.

La vignetta è di Mauro Biani, che vi consiglio di seguire attentamente perché illustra in tempo reale, con efficaci immagini, le decisioni che vengono via via prese dai nostri politici.

Un 25 aprile sporco


Fin da quando ero piccola, il 25 aprile profumava di sensazioni forti e belle. Avevo l’idea che questa ricorrenza in qualche modo resistesse  all’onda montante del cinismo e del menefreghismo. Bella ciao, la libertà, la resistenza. Questo messaggio che alla fine nessuna dittatura può durare per sempre. Anche il periodo dell’anno aiuta. Quell’inizio di primavera che non è ancora necessariamente bella stagione mi è sempre parso adattissimo a rappresentare un momento che non metteva fine alla guerra (anzi, in qualche misura ne cominciava un’altra), ma che era già una promessa di cambiamento.

I racconti della liberazione avevano anche questa componente dello sforzo che ci accomunava ad altri popoli per un bene comune: gli americani, gli inglesi (con i loro eserciti multietnici) e con loro tutti gli altri popoli d’Europa. La fine della persecuzione degli ebrei, ad oggi simbolo per eccellenza della violenza cieca che non distingue uomini, donne, bambini.

Non la faccio lunga, ma quest’anno, dopo l’incontro straordinario del consiglio d’Europa di ieri, non mi abbandona l’idea che questo 25 aprile me lo abbiano macchiato per sempre. Un’Europa che teorizza l’egoismo e la più miope politichetta volta solo a guadagnare facili consensi. I trionfalismi fuori luogo di chi cerca pateticamente di fare il gioco delle tre carte, con la stessa finalità. No, se scrivo tutto quello che penso la farei lunga sul serio.

Osservo solo che se QUEL 25 aprile ci fossero stati leader politici anche solo paragonabili a quelli di oggi, probabilmente non sarei qui a scriverne. Non perché allora ci fosse questo grande afflato umanitario, ci mancherebbe. Ma semplicemente perché chi governava una nazione forse era ancora in grado di leggere il contesto geopolitico al di là del proprio personalissimo ritorno d’immagine.

Concludo con una citazione dal bell’articolo di Antonio Guterres, alto commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, pubblicato su Time di ieri:

The first thing we must do is be more honest about what is happening. That includes recognizing that this is more than a migrant issue: Many of the people on these boats are refugees, fleeing from conflict and persecution. This means we have an unambiguous legal obligation to protect them. Seeking asylum is not only a universal human right—it’s also a political principle that has guided nations for thousands of years and is at the very foundation of the values upon which modern Europe was built. […]

The 1951 Refugee Convention was not born out of starry-eyed idealism. After years of conflict, and as a new Cold War descended, it was a deeply pragmatic document. What leaders understood then was that, even in the worst of circumstances, security comes from managing a crisis, not hiding from it. That only solidarity and a genuinely collective response can stop suffering on a massive scale.

We need to heed their lesson. The moment has arrived for us all to step up to the plate, not just those on the front lines. We need to put our values into practice. Because values which we relinquish when the going gets tough are no values at all. It is for times like these that we created the humanitarian system. We must not abandon it at precisely the moment when it is needed most.

Aggiungo una dichiarazione congiunta che testimonia che non sono la sola a pensarla così rispetto al tanto esaltato (da noi) meeting di ieri….

P.S. La vignetta, manco a dirlo, è del solito Mauro Biani

Buon compleanno, Roma


Domenica scorsa, per rifarci da qualche giorno di clausura a causa dell’influenza, io e Meryem siamo state a spasso per quasi tutto il giorno. Proprio alla mostra dei Numeri, insieme a varie cose interessanti, abbiamo avuto modo di riflettere sulla relatività dei calendari e su quanti modi possibili esistono per definire date (che per alcuni sono) storiche.

Eppure, in barba alla ragionevolezza storico-scientifica, oggi ho voglia di festeggiarlo, questo 2768° Natale di Roma. Mi piacerebbe partecipare alle iniziative proposte dal comune (visite guidate, ingresso gratuito nei musei, illuminazioni…): con tutte le difficoltà che ci sono e che non staremo qui oggi ad elencare, credo faccia un gran bene a noi romani ricordare che la nostra è una città speciale e meravigliosa.

Domenica, non del tutto studiatamente, uscite dalla mostra abbiamo reso omaggio alla Città Eterna e al suo talento più straordinario: riuscire a stupirci e a sorprenderci sempre con qualcosa di nuovo. Quest’anno al corteo storico classico lungo i Fori, a cui negli anni scorsi abbiamo partecipato, abbiamo preferito il Nagar Kitan della comunità sikh. Perciò abbiamo puntato con decisione verso Piazza Vittorio.

11117464_10152696586655047_1745750698_nMeryem là per là era convinta di essere l’unica di tutta la folla variopinta a parlare italiano. Non so se l’aver incontrato vari amici vistosamente italofoni incuriositi come me dalla festa l’abbia fatta ricredere. Una cosa è certa: è rimasta assolutamente rapita dal fascino delle esibizioni dei “pirati”, che saltavano roteando scimitarre, sbattendo bastoni e facendo roteare delle reti colorate con delle palline (che per l’entusiasmo di documentare io alla fine sono riuscita a prendermi in testa). E’ rimasta colpita anche dalla signora rom che, passando accanto alla processione, ha gridato con entusiasmo: “Buona festa!”.

Quella stessa mattina, mentre camminavamo verso l’Esquilino, siamo passate davanti alla chiesa ucraina, dove un nutrito gruppo di fedeli che seguiva la messa dalla piazza antistante (la chiesa è piccolissima) e abbiamo anche visto un ambulante musulmano che pregava sul marciapiede. Una piccola antologia della città multireligiosa che ho imparato a scoprire in questi anni e che mi piace far notare anche a Meryem.

Ieri poi ho completato la mia personale celebrazione del Natale di Roma con una visita alla Moschea di Monte Antenne, la più grande d’Europa. Un edificio imponente, in cui sampietrini e travertino convivono con le geometrie riprese dall’Andalusia spagnola e con le cupole che ammiccano a Istanbul, la Roma del Bosforo.  L’unica cosa che mi ha fatto un po’ tristezza è stato vedere che, dopo il richiamo della preghiera, la moschea restava occupata solo da noi visitatori. Il che, ovviamente, è normale, considerato il fatto che era un pomeriggio lavorativo e che la Moschea sorge alle pendici di Parioli, in un luogo sostanzialmente distante da negozi e abitazioni. “Se fossimo a Centocelle, a questo punto sarebbero già arrivate un centinaio di persone”, ha commentato uno dei musulmani presenti, aggiungendo anche: “Questo per questo luogo è un grande vantaggio, così resta bello e pulito”. Ora io non so se questa chiosa fosse dettata dal desiderio di non sfigurare o da una convinzione effettiva. Io, per conto mio, preferirei che questo spazio così bello e significativo non restasse la moschea delle grandi occasioni, ma potesse effettivamente servire a raccogliere la fede vissuta di tanti uomini e donne. Una fede che fa rumore, non è sempre esteticamente piacevole e magari, in effetti, sporca anche. Ma è la vera ricchezza che tutti noi abbiamo bisogno di scoprire.

Mi torna in mente un passo del discorso del Papa al Presidente Mattarella in visita al Vaticano: “Un sano pluralismo non si chiuderà allo specifico apporto offerto dalle varie componenti ideali e religiose che compongono la società, purché naturalmente esse accolgano i fondamentali principi che presiedono alla vita civile e non strumentalizzino o distorcano le loro credenze a fini di violenza e sopraffazione. In altre parole, lo sviluppo ordinato di una civile società pluralistica postula che non si pretenda di confinare l’autentico spirito religioso nella sola intimità della coscienza, ma che si riconosca anche il suo ruolo significativo nella costruzione della società, legittimando il valido apporto che esso può offrire”. Una convivialità della cittadinanza attiva, insomma, che faccia delle differenze un punto di forza per accogliere, sperimentare, immaginare.

Il mio augurio a Roma, oggi, è che non smetta di essere metropoli nello spirito. Per quanto limitata, provinciale e chiusa nei suoi confini possa essere l’Italia o l’Europa in questa stagione, Roma non smetterà mai di guardare al mondo. Di più. Dentro Roma, il mondo, ci sta comodamente tutto.

Rifugiati: quali domande vorrei sentire


Si fa un gran parlare di sbarchi, di naufragi, di arrivi e di ISIS in Libia in questi giorni. Eppure ho la sensazione che le domande poste dai giornalisti non servano a far capire di cosa davvero si stia parlando. Ascolto queste trasmissioni, anche con ospiti competenti (non solo i talkshow pattumiera), leggo le bacheche di amici e conoscenti e l’insoddisfazione continua a crescere. Avete presente quando uno fa uno sforzo supremo, si prepara, affronta un discorso importante e poi realizza che l’interlocutore è comunque lontano mille miglia da quello che volevamo dire?

E’ vero che i rifugiati costano 30 euro al giorno? E’ vero che con la crisi non c’è lavoro per gli italiani figuriamoci per loro? E’ vero che i barconi possono essere utilizzati dai terroristi per infiltrarsi? Ma non si potrebbero fare accordi con i Paesi di transito perché se li tengano lì? Non si potrebbe pattugliare meglio le coste per evitare le partenze?

Le domande incanzano e certo, a tutte c’è una o più possibili risposte. A volte i sì e i no non bastano. Ma soprattutto io comincerei da due concetti preliminari.

1. Un esercizio. Guardate una delle persone distrattamente inquadrate dalle telecamere a Lampedusa o sulle motovedette che li hanno soccorsi. Uno che si è messo su un barcone, a volte con i suoi bambini, consapevole che poteva morire. Uno che, in molti casi, ha già visto molte persone morire durante il viaggio e nonostante questo continua a pagare tutto quello che ha e a volte quello che non ha per continuarlo, quel viaggio. Cercate di immaginare perché lo fa. Documentatevi un minimo sui Paesi di origine. Leggete le storie di queste persone. Provate a chiedervi cosa avreste fatto, voi, al suo posto.

2. “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge”. Costituzione Italiana, principi fondamentali, art. 10. Vi pare troppo? Abbassiamo il tiro, allora. “Nessuno Stato Contraente espellerà o respingerà, in qualsiasi modo, un rifugiato verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza a un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche”. Convenzione di Ginevra, art. 33. E sì, l’Italia è uno Stato contraente. Perché continuiamo a chiederci come fare a respingere queste persone in fuga? Come possiamo evitare che partano? Come essere sicuri che si fermino altrove? Hanno diritto di arrivare. Hanno diritto di chiedere protezione. L’Italia ha il dovere di esaminare le domande di protezione e ha facoltà di verificare se sono fondate o meno. Se non lo sono, esistono leggi che stabiliscono le modalità di espulsione, ovviamente dopo aver usufruito del diritto a fare ricorso. Ma una cosa è certa: il respingimento preventivo è illecito, in ogni caso.

Altre sono le domande che dovremmo porci. Faccio solo due esempi.

1. Non riusciamo a accogliere in forma adeguata e dignitosa? Perché? Come utilizzare gli investimenti in modo più efficace e trasparente?

2. Muoiono migliaia di persone nel tentativo di accedere al loro diritto di chiedere asilo. Cosa si può fare per evitare questa strage e, allo stesso tempo, combattere efficacemente le organizzazioni criminali che lucrano sulla disperazione altrui?

Immagini di un viaggio clandestino


E’ successo di nuovo. Come già nell’ottobre 2013 Meryem, oggi più grande, mi fa domande precise sui morti di Lampedusa (o piuttosto, del Mediterraneo). Mi chiede perché partono, se molti muoiono. Perché non aspettano il bel tempo, almeno. Spiego, aiutandomi con le persone concrete, che lei conosce. Ricordi Adam, Meryem? Lui è arrivato proprio a Lampedusa, su un barcone. “E ha avuto paura?”. Certo, una paura pazzesca. Non sapeva neanche nuotare. Ma anche il deserto, fa paura, sai? Tantissima paura. “Ma allora quelli che arrivano sono degli eroi. Dovremmo aspettarli quando arrivano a fargli una festa”. Vero, quanto è vero.

Poi arriva suo padre e allora anche lui, come quella sera di ottobre, le racconta il suo viaggio verso l’Europa. Una storia lunga, che lui cerca di sintetizzare in immagini precise.

La strada in montagna, tra la Slovenia e Gorizia. Il cammino di notte, al freddo. La paura. La voce troppo squillante del compagno di viaggio e i tentativi bruschi di farlo stare zitto. E lui che fa ridere tutti con una battuta: “Scusate, da piccolo ho ingoiato un microfono”. Sono ragazzi di 18 anni, comunque, anche se magari da lontano non sembra.

La cella del commissariato di Gorizia. I sudanesi alti e grossi, che all’arrivo del gruppetto di curdi, si stringono in un angolo, spaventati. “Noi a vederli così grossi e neri avevamo avuto paura. Mica eravamo abituati a vedere persone così diverse da noi. Ma poi abbiamo capito che loro avevano più paura di noi”. Un lungo silenzio imbarazzato, poi uno del gruppo di curdi azzarda un saluto in arabo. “Siete musulmani?”. Stupore, sollievo, sigarette condivise.

Ancora quella cella, con le pareti coperte di scritte in tutte le lingue. Finalmente ne scoprono alcune in turco. “Europa, dopo tanti tentativi questa volta sono arrivato”. E poi: “Non vi preoccupate, tra poche ore vi lasciano andare”. Rassicurati dal messaggio di uno sconosciuto, le ore di prigionia passano più leggere.

Ventimiglia, o su per giù. Si aspetta di passare il confine con la Francia. Si tenterà anche di passarlo, quel confine, in un tir dove i 200 passeggeri hanno rischiato seriamente di morire soffocati. Salvati dai controlli di frontiera. Si ritorna a piedi in Italia, in fila indiana, ma cantando e felici di essere vivi. Perché la morte, quella volta, è stata davvero vicina. Si aspetta ancora. Nizam va spesso su un ponte a guardare i grossi pesci che nuotano nel mare sottostante. Gli piacerebbe tornarci in quel posto, pieno di grotte che all’epoca pullulavano di stranieri in attesa di andare oltre, alla tappa successiva. I ragazzi si rasano la prima barba nel mare, con un rasoio di plastica comprato in una botteguccia del paese. Forse la stessa dove Nizam comprava il necessario per un picnic: insalata, pomodori, pane e… come si dirà “sale”? Gesticola, non riesce a spiegarsi. “Insomma, sual!”, sbotta lui in zaza. Magia del sostrato comune indoeuropeo, il negoziante capisce.

Il treno da Parigi a Amsterdam. Su consiglio di un parente, Nizam non si siede con gli altri stranieri a fare casino e fumare. Compra un inverosimile giornale francese e si siede davanti a una vecchietta. A un certo punto fa per alzarsi, ma vede arrivare la polizia. Si risiede e finge di addormentarsi sul colpo. Il poliziotto cerca di svegliarlo, lui continua a fingere di dormire, mugugna, allunga il biglietto. Se la cava così. La vecchietta non lo tradisce. Quando riapre gli occhi la vede sorridere e portarsi un dito sulle labbra: “Ssssh”.

Ultimo flash. Casa del fratello in Olanda, finalmente una doccia. Quando ne esce vede che il fratello ha preso i suoi vestiti, comprati nuovi dieci giorni prima per partire per l’Europa, una camicia e dei pantaloni eleganti, e li ha buttati senza pietà nella spazzatura. Lui corre a ripescarli. “Ma sei matto? Li lavo!”. Ma poi si rende conto anche lui. Li ha addosso da allora. Lavarli non basterebbe.

La storia continua, diventa per un tratto anche la mia storia, la nostra storia. Meryem ascolta, immagina, ride, si spaventa e cerca di capire. Perché la prigione, la polizia, la fuga? Cerchiamo di spiegare. Ma la verità è che, se devo essere del tutto onesta, una spiegazione convincente non esiste. E’ solo vita. Di molti. In questo caso anche sua, nostra.

Documento


Lo so che non dovrei. Che queste cose vanno ignorate, dimenticate al più presto, mai citate. Ma oggi un quotidiano del mio Paese pubblica un articolo intitolato “Male Nostrum” in cui si afferma, tra l’altro:

All`opposto, secondo un principio di legittimo interesse nazionale e di salvaguardia legalitaria, esiste la possibilità di una chiusura ermetica che riduca i costi materiali diretti e abbandoni ad altri – a cominciare dai responsabili delle ondate migratorie africane, e cioè i terroristi islamici, per poi toccare i loro distratti metronomi occidentali – la responsabilità indiretta dei costi umani. In poche parole – ripetersi è sempre meglio che dissimulare – l`alternativa non è cambiata, se vogliamo difenderci dalle vittime e dai sensi di colpa dobbiamo scegliere tra un`apertura indiscriminata delle frontiere euro-mediterranee (fornendo documenti a chiunque) e una forma spietata di autodifesa, meglio se aggressiva fino ai limiti dello sconfinamento in acque straniere. La linea mediana, si chiami Mare nostrum o no, ha dimostrato di non funzionare.

Soprassediamo (ma perché, poi?) sul fatto che dare accesso al diritto d’asilo non significa fornire documenti a chiunque. Pensiamo solo a come stiamo definendo la strage quotidiana di famiglie innocenti: “costi umani”, di cui noi abbandoneremmo anche la “responsabilità indiretta”, ricorrendo a un’ipotetica “chiusura ermetica” (del Mediterraneo? Ammesso che si possa anche solo provarci, costerebbe uno sproposito quasi incalcolabile, altro che riduzione dei “costi materiali diretti”).

Possibile che pubblicare idiozie infondate e immorali come questa sia legale? Io credo che questo abbia tutti i requisiti per diventare un documento sui libri di storia. La nostra storia. Una storia di barbarie sconfinata.

P.S. L’autore di queste parole (forse in un barlume di autoconsapevolezza o di pudore?) non si firma. L’articolo è attribuito all’intera Redazione.