Due ville


Arriva la primavera. Roma fa l’occhiolino a locali e turisti e sfodera cieli azzurri e scintillii di sole malandrino. La voglia di passeggiare è ai massimi livelli. Amici, romani, concittadini: fatelo. Non lasciamo questo privilegio ai turisti.

Rapidamente, prima delle vacanze pasquali, ci tengo a lasciarvi due consigli spassionati per respirare a pieni polmoni la bellezza di Roma. Due posti dove fino a pochi mesi fa non ero mai stata. No, non vi stupite. Roma è piena di posti dove non sono ancora stata.

La prima meta che voglio consigliarvi è la Villa Farnesina a via della Lungara, a Trastevere. Nel sito trovate tutte le indicazioni di cui avete bisogno, ma se avete bambini con voi non perdetevi la visita guidata che organizza Alessandra Mezzasalma, comprensiva di caccia al tesoro con il naso all’insù alla scoperta dei segni zodiacali e racconto della favola di Amore e Psiche. Meryem ne è rimasta conquistata. Io sono rimasta colpita dai graffiti dei Lanzichenecchi sugli affreschi mozzafiato del primo piano: storia viva e pulsante, a portata di mano.
Volendo si può proseguire la passeggiata all’orto botanico, proprio a due passi.

La seconda meta che mi sento di raccomandarvi è Villa Medici. Io ero abituata a considerarla un po’ parte del panorama e non ricordo di aver notato quando ci ero andata, forse per una mostra moltissimi anni fa, quanto fosse splendido il giardino, la facciata, la terrazza e, in una parola, tutto quanto. Ci ho fatto un salto domenica 29 marzo, quando l’Accademia di Francia ha organizzao una giornata promozionale a ingresso gratuito in cui sono stati offerti dei rapidi assaggi delle ricche visite guidate in programma.  Sono fermamente intenzionata a raccogliere l’invito e a tornarci, magari con Meryem. Intanto sono grata per una mattinata meravigliosa, che ha dato ufficialmente inizio alla mia primavera 2015.

Cosa muove il cuore


Da quando ho scritto lo scorso post mi gira in testa un pensiero, che non riuscivo a tradurre in parole. Poi ieri sono andata alla presentazione di un libro molto speciale, di cui forse vi parlerò più diffusamente e forse no (per ora lo vedete nell’immagine qui a fianco) e padre Giovanni Ladiana ha tradoto quel pensiero confuso in una frase precisa e tagliente.

“Se mi chiedo cosa devo fare, finisco per cercare la risposta nelle urgenze. Piuttosto mi devo chiedere cosa muove il mio cuore nelle cose che vedo, che penso, che scelgo e anche che faccio. Cosa mi consente di non cedere alla tentazione di far dettare la mia vita dalla paura, dalla rabbia, dalla ndrangheta. In mano a chi ho messo la mia coscienza. Cosa, pur nella tenebra fitta, continua a far luce dentro di me”.

Mi sono ricordata di cosa ha scritto una mia collega del JRS in Siria:

Spesso mi chiedono se non trovo deprimente lavorare per il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati (JRS) in questo contesto. Per certi aspetti, se io lo permetto, lo può essere. Il contesto in cui lavoriamo è tutto meno che spensierato. E’ facile sentirsi sopraffatti da un senso di fallimento, dolore e lutto per ciò che abbiamo perso, come comunità mondiale, per come abbiamo deluso il popolo siriano.

Di solito quando mi sento così, succede qualcosa – una conversazione, una mail, un incontro casuale – che mi ricorda che ho il privilegio di lavorare con persone che sfidano ogni giorno questa follia. Loro mi ispirano, anche dopo quattro anni della stessa violenza insensata. In tutta la regione, i miei colleghi stanno lavorando senza sosta per distribuire aiuti umanitari essenziali, istruzione, supporto emotivo, assistenza e soprattutto speranza a chi soffre ed è minacciato quotidianamente dalla banalità della morte.

Lo fanno senza lamentarsi, senza chiedere molto. Lo fanno perché credono che sia loro dovere di cittadini nei confronti di altri cittadini come loro. Anche se siamo tutti diversi per fede religiosa e nazionalità, condividiamo una profonda fede nella nostra comune umanità.

Padre Giovanni ieri parlava di Reggio Calabria come di un contesto in cui ogni possibilità al momento è chiusa, completamente. Padre Nawras, un altro gesuita straordinario di cui vi ho parlato qualche volta, oggi della Siria parla così:

In tutta onestà, è come se fossimo stati più vicini a una soluzione nel 2012/2013 di quanto non lo si sia adesso nel 2015. Sia l’inizio, sia la fine di questa follia sono due punti così distanti che ora come ora non vediamo altro davanti a noi se non oscurità senza fine.
Che speranza abbiamo?
Per i nostri figli – nessun futuro da offrire.
Per i nostri anziani – lapidi senza nome, case vuote, il dolore di seppellire i figli.
Per noi – solo esistenze distrutte.

(La sua lettera completa, da leggere per intero, lo trovate qui).

Ho letto poche pagine del libro di padre Giovanni. Nelle prime pagine lo si descrive su uno scoglio a picco sul mare, vicino Catania, intento a pensare, a ricomporsi, a permettersi di avere dubbi e anche paura. A ricordare a se stesso che se si hanno i piedi ben piantati a terra, come spesso le persone assennate esortano a fare, non si potrebbe muovere un passo. Si resterebbe inchiodati sempre nello stesso punto. Bisogna avere le mani a terra e i piedi in cielo.

Ieri Giovanni ha ricordato di quando, dopo il martirio dei gesuiti in Salvador, chiese a Pedro Arrupe di essere mandato là. Lui, come altri gesuiti entusiasti, che si sono riconosciuti sempre nei documenti coraggiosi di quella congregazione generale 32 che parlava di giustizia come parte irrinunciabile della missione di un gesuita e di un cristiano. Padre Arrupe rispose a quei giovani che si rallegrava che, mentre tanti chiedevano di lasciare la Compagnia, ci fossero altri che invece trovavano rinsaldata in quel martirio la loro vocazione e poi ricordava che si può dare la vita in un momento, ma anche dare la vita in ogni momento, tutta la vita.

Non tutti siamo chiamati ad essere eroi. Certamente tutti troviamo noi stessi, la nostra dignità e anche – ne sono convinta – la nostra felicità nell’essere uomini e donne che non abbassano la testa. Non si tratta necessariamente di chissà quale disobbedienza e obiezione di coscienza. Il più delle volte ci è chiesto solo di non tenere gli occhi bassi e fissi sulla nostra quotidianità, più o meno grigia, e di ricordarsi di guardare anche l’orizzonte.

Cosa muove il nostro cuore?

La teoria. E poi noi, io.


In queste ultime settimane ho fatto almeno due letture che avrebbero dovuto accrescere le mie competenze di genitore e di educatore di fatto. La prima, che potrei definire la pars construens, era I bambini pensano grande, di Franco Lorenzoni. In realtà sono state pagine dense e stimolanti, che mi hanno aperto interrogativi più che sostenermi nelle esitazioni quotidiane. Avevo in mente di parlarne più diffusamente, ma alla fine vedo che i tempi si allungano e rischio di non parlarne affatto, quindi mi tolgo il pensiero qui (riservandomi di tornarci poi). La domanda principale è un po’ il dubbio che mi assale ogni volta che incappo in un educatore pensante (dal vivo o dalle pagine di un libro) e che richiama in qualche modo il principio di indeterminazione di Heisenberg: quando lo strumento di misurazione (il maestro, in questo caso – passatemi il parallelismo approssimativo) va così a fondo, è abbastanza evidente che “il misurato” (ovvero gli alunni) non potranno che esserne influenzati. Il che va benissimo, eh. L’insegnamento mica ha l’obiettivo dell’oggettività. Però alla fine mi chiedo dove sia il confine tra un percorso di ricerca tutto personale dell’educatore e il “servizio” che l’educatore stesso è chiamato a offrire a ciascuno di quei bambini. Pippe mentali, insomma, lo capite da soli. Sempre di compromessi si tratta. E per giunta io finisco per chiedermelo con insistenza soprattutto quando l’educatore in questione esce dalla routine idiota e ci mette del suo, cioè quando si assume almeno la responsabilità più ovvia del suo lavoro. Insomma, non capisco cosa sia questo tarlo che mi impedisce di essere pienamente entusiasta.

Finito quel libro, mi sono data alla lettura di Lei così amata, di Melania Mazzucco. Peggio che andar di notte. A un certo punto di una lettura già di suo piuttosto angosciosa mi è saltato all’occhio un paragrafo terrificante.

“I nostri figli dipendono da noi – assorbono ogni nostro gesto, ogni nostra parola, ogni elogio e ogni divieto. Siamo il loro esempio, e ciò che odiano di più. Siamo responsabili dei nostri figli. Essi diventano ciò che siamo e a volte non sappiamo neanche di essere. Sono le nostre intenzioni. Il peggio e il meglio di noi”.

Vi risparmio, ma forse potrete intuire, che sequela di rimuginamenti mi abbiano scatenato queste poche righe. Si tratta, evidentemente, di una formulazione piuttosto efficace di qualcosa che sento essere vero, anche alla luce della mia esperienza personale. Ma ciò non toglie che mi fa paura da matti. Diventano ciò che a volte non sappiamo neanche di essere. Le nostre intenzioni. Il peggio e il meglio. Io un po’ me lo immagino, il mio peggio e il mio meglio. So altrettanto bene che la parte di peggio che non so di essere, o che cerco di ignorare di essere, pure non sarà risparmiata a mia figlia. So anche, per carità, che bisogna avere fiducia in lei e nella straordinaria capacità dell’essere umano di reagire alle avversità, in primo luogo ai propri genitori.

Sta di fatto che mai come in questo momento mi sento persa in un viaggio senza mappe e senza bussole, impelagata in un’impresa per cui ogni manuale, dotto o sdrammatizzante, appare puerile. Per dirla con Pedro Arrupe, uno dei miei modelli gesuiti: “Pregare. Pregare molto. Gli sforzi umani non risolvono tali problemi”. Lui parlava di rifugiati, ma credo che si adatti benissimo anche ai genitori. E ai figli, soprattutto ai figli.

La Meraviglia


L’attrazione di Meryem per la magia si è manifestata grazie a una trasmissione televisiva inglese, il cui titolo era tradotto malamente in italiano con “Ti faccio una magia” (in realtà era “Help! My Supply Teacher’s Magic”). Io lo trovavo noiosetto, lei straordinario. Da allora c’è tra noi una specie di promessa: quando a Roma ci sono spettacoli di magia, noi cerchiamo di andarci. Ieri quindi era ovvio che fossimo al Teatro Olimpico, in compagnia dell’amichetto storico Adriano, per quello che si è rivelato non uno spettacolo, ma uno spettacolone: il Supermagic 2015. Il biglietto non era economico, per cui abbiamo ripiegato sulla galleria. Ma a conti fatti, valeva assolutamente in prezzo. Lo spettacolo durava due ore abbondanti e comprendeva diverse esibizioni, estremamente varie e coinvolgenti.

I miei preferiti in assoluto sono stati Carlo Truzzi e Simona, dei veri magi delle ombre cinesi. Ma ho apprezzato anche numeri più “metallari” e incalzanti, tipo Enzo Wayne e Ottavio Belli. Il numero con gli uccelli, forse il più scenografico, realizzato magistralmente da Joseph Gabriel, mi ha tuttavia lasciato un filo d’angoscia al pensiero dello stress a cui presumo saranno stati sottoposti i poveri pennuti. Meryem ha amato moltissimo anche il più poetico di tutti, il mago cinese Po Cheng Lai. Insomma, un successone.

La conduzione di Sergio Bustric inseriva poi, in modo un po’ incongruo, delle note di assurdo, di poesia, persino di riflessione. Ci vuole un tempo per lo stupore. Più che giusto. E che vogliamo dire dello spot, anch’esso poeticissimo?

Non posso che raccomandarvelo caldamente. Sarà al Teatro Olimpico di Roma fino all’8 febbraio.

 

Il figlio dell’altra


In questo periodo natalizio si recupera: il sonno (mai quanto servirebbe), le letture (spero, prima o poi), le visioni di film. Questo qui aspettava da più di un anno, ma meglio tardi che mai.

Nei giorni che sono trascorsi dalla visione gli ho trovato, qua e là, qualche debolezza. Ma il fatto stesso che mi sia tornato in mente più volte la dice lunga, specie nel confronto rispetto a tante pellicole inconsistenti, viste una volta e poi dimenticate per sempre. La mia prima impressione comunque è stata del tutto positiva: non è il solito film di identità scambiate. In primo luogo credo che, nella sua sobrietà, dia una visione abbastanza equa della tragedia palestinese, pur conservando un punto di vista onestamente israeliano. Questo fa sì che non si scivoli in irritanti caricature e/o santini.

Ma quello che soprattutto mi ha colpito è il fatto che non parla solo del conflitto in Israele/Palestina. E’ prima ancora e forse soprattutto un film sull’adolescenza. Ha una portata, in qualche misura, universale. Chi sono? Che rapporto ho con la storia della mia famiglia? Come mi pongo rispetto alle contraddizioni apparentemente insanabili in cui sono immerso e, prima di me, i miei genitori? L’estate dei diciotto anni segna in misura forte il passaggio dalla visione della propria famiglia semplificata e in qualche misura monodimensionale dell’infanzia a quella a tutto tondo, del rapporto tra adulti

Oso aggiungere che, sia pure in un modo piuttosto sui generis, è anche un film su quelle che su Genitori Crescono chiamano “famiglie scomposte“. Scomposte e ricomposte, in nuovi equilibri che possono sembrare irragionevoli, ma la cui autenticità in fin dei conti è data solo dall’onestà intellettuale ed emotiva dei componenti.

Una bella storia per tutti, insomma.

Cinque chicche editoriali


Uno dei miei autoregali di compleanno era una lunga e lenta passeggiata in giorno feriale a Più libri più liberi. Senza minori annoiaiati al seguito. Poi, come è naturale che fosse, una parte dei miei acquisti è stata dedicata a Meryem e una fetta rilevante della mia attenzione è stata catturata dall’editoria per bambini e ragazzi, che offre delle verie e proprie eccellenze (vi segnalo soprattutto i miei preferiti: Orecchio Acerbo, Lapis, Sinnos, Topi Pittori e una menzione speciale, meritatissima, ai giochi di CreativaMente). Ma oggi, essendo ancora in mood di attenzione per me stessa, vorrei parlarvi di qualche bella idea per un pubblico adulto, magari anche in vista del vostro shopping natalizio a budget contenuto (la fiera dura fino a lunedì compreso, ma molti editori vendono anche online).

1. La collana “i Quaderni” di Kellermann. Difficile descrivere la bellezza di questi libretti, interamente scritti in elegante corsivo. Gli argomenti sono talmente vari che ne troverete certamente uno, o più probabilmente più di uno, che è perfetto da regalare a qualcuno. O anche a voi stessi, eventualmente. Eccoli qui. Prezzo a prova di crisi, magia garantita.

2. Amici lontani? Per soli 5 euro ci sono “I pacchetti”, un’idea dell’editore L’Orma, che si distingue peraltro per un delizioso catalogo piegato in forma di areoplanino di carta. Si tratta di raccolte ragionate di lettere di artisti e filosofi, pronti per essere affrancati e spediti. Una variante leggermente più costosa (8 euro) sono i “Pacchetti dei luoghi (non comuni)”, piccole monografie dedicate a luoghi simbolo di città europee (per ora, Torre Eiffel e Muro di Berlino). Anche in questo caso, originalità e cura per il particolare sono ciò che colpisce.

3. Per i frequentatori sofferenti di social network, raccomando il nuovo noir di Exorma, intitolato La strage dei congiuntivi (di Massimo Roscia). In fiera era in vendita anche una simpatica maglietta abbinata, con la scritta “Ignoranza, esci da questo corpo”. Sempre utile, da indossare e da regalare a chi ne ha bisogno.

4. Moltissime ottime idee (“Fresche idee per pedalare liberi”, per la precisione) si trovano nel catalogo di Ediciclo.  Io, che pedalo pochino ma vado spesso e volentieri a spasso per l’Italia senz’auto, sono rimasta affascinata e incuriosita da L’arte del viaggiare lento, di Paolo Merlino.

Cosa ho comprato per me? In realtà quasi nulla di tutto questo. Perché, salendo in coda al mio giro, al piano superiore sono incappata in Paolo Izzo e nel suo stand della Stamperia del Valentino. Mi sono sparata lì tutto il mio budget comparndo questo, questo e questo. Il Sarchiapone, che pure mi tentava, l’ho lasciato lì per la prossima volta. Chi mi conosce capirà. Forse. Ho i miei punti deboli, decisamente.

Alice e la magia del teatro


Sabato scorso mi si è presentata l’occasione di portare Meryem in un luogo che mi è sempre sembrato un po’ magico, il Teatro India. Ho un’attrazione particolare per questa zona di Roma, un’area industriale sulle rive del Tevere, con il Gazometro sullo sfondo e grandi spazi con muri in mattoncini. A essere del tutto onesti, ho sempre la sensazione che la qualificazione di quest’area sia rimasta un po’ a metà, non del tutto compiuta. Tuttavia mi piace comunque.

Lo spettacolo che abbiamo visto era Alice, regia di Fabrizio Pallara. Non sono stata mai una fan di Alice nel Paese delle Meraviglie, non saprei dire perché. Quindi mi è parsa una buona occasione per introdurre Meryem alla storia in un modo diverso e non filtrato dal mio naso che si storce (probabilmente non avrei dovuto leggere Camera oscura, di Simonetta Agnello Hornby). Ecco, lo spettacolo si adattava solo in parte allo scopo: più che narrare, suggeriva la storia. Lo spettacolo usa moltissimo la musica, la mimica, le scenografie (semplici, ma d’effetto), meno i dialoghi e la narrazione.

Però per noi ha funzionato. Meryem era stupita, incantata, coinvolta. Un’ora e dieci di magia. Non finisco mai di stupirmi quando mi rendo conto che certe volte non servono sofisticati effetti speciali per rapire l’immaginazione. E se un cartone animato o un film d’animazione, obiettivamente, “invecchiano” (ho il sospetto che sia difficile proporre a Meryem con qualche successo Elliot il drago invisibile, anche se adesso, pensandoci, ci proverò), il teatro conserva per fortuna il suo potere puro e immediato. Se funziona, funziona. Anche senza apparati hollywoodiani.

Lo spettacolo è al Teatro India di Roma fino al 13 dicembre. Consigliato a partire dai 6 anni e io confermerei, anche se in sala c’erano bimbi più piccoli che hanno goduto comunque dello spettacolo.

 

Riparare il mondo


C’è un concetto della cultura ebraica che mi ha sempre colpito, pur nella mia conoscenza piuttosto superficiale (mi scuso fin d’ora per la mia approssimazione, magari qualcuno dei miei lettori nei commenti può integrare e correggere): il tiqqun ‘olam. L’idea, in parole fin troppo povere, è che la creazione del mondo non è esclusiva responsabilità del Creatore, ma che va in qualche misura completata dagli uomini, riparando quello che nel mondo, abbastanza vistosamente, non funziona.

Questa immagine ha sempre colpito la mia immaginazione, per diverse ragioni. E’ bella l’idea che quello che non va non sia una corruzione irrimediabile di una perfezione perduta, ma un non ancora su cui abbiamo voce in capitolo. Soprattutto mi piace il concetto che ciascuno possa e debba fare qualcosa per il bene collettivo, globale, senza per questo essere o sentirsi un supereroe.

Troppe volte, quando racconto sommariamente che lavoro faccio, mi trovo davanti a reazioni di ammirazione che mi imbarazzano molto. In primo luogo il mio è, appunto, un lavoro. Per la mia vita, ovviamente, non è solo un modo per guadagnarmi lo stipendio. Lo faccio con passione, con convinzione. Credo molto nella missione della mia organizzazione, il JRS, soprattutto perché non fa “carità”, ma promozione della giustizia (che poi è un modo cattolico di vedere il tiqqun ‘olam di cui sopra). Noi non ci spendiamo per i diritti dei rifugiati perché “siamo buoni”, ma perché crediamo che sia giusto.

Io, personalmente, credo che nello sfacelo che la mia vita è, da molti punti di vista, svolgere questo lavoro sia in questo momento il pezzettino che devo contribuire a rammendare per la riparazione del mondo. Qui mi ha portato la sorte, qui posso spendere le cose che so fare. Ma credo che non sia necessario lavorare in una ONG per fare questo. Credo che molte persone abbiano nel lavoro l’opportunità di fare giustizia, nel loro piccolo. Il pensiero corre agli insegnanti, ai giornalisti, ai medici, ma anche agli infermieri, agli operatori di sportello, agli impiegati… Fare con coscienza il nostro compito, rammendare il pezzo che è alla nostra portata, è alla fin fine niente di più e niente di meno che fare quello che ci è proprio, in quanto esseri umani. Gli eroi lasciamoli nei fumetti (e nei film americani).

Post scriptum
A proposito di tiqqun ‘olam: vi consiglio di leggere il romanzo di Myla Goldberg, Bee Season. La traduzione italiana non si trova e ne hanno tratto un film con Richard Gere e Juliette Binoche, Parole d’amore, che mi ha incuriosito e spinto a cercare il romanzo per leggerlo. Il romanzo è molto meglio, più complesso e interessante.

Mr Magorium, grazie!


Questa estate una delle tappe del friendsurfing ci ha portato a Zurigo da Bruna e dalla sua famiglia. Una sera i bambini si sono messi a vedere un film sul divano e ben presto anche noi grandi ci siamo messi a far loro compagnia. La prima cosa che mi ha colpito è stata Natalie Portman, una delle attrici che prediligo in assoluto.  La seconda è stata una frase: “Dobbiamo affrontare il futuro qualunque cosa possa accaderci con determinazione, gioia e molto coraggio.

Ora dovete sapere che per me e Meryem questa estate è stato un momento di cambiamento e di passaggio, che abbiamo in qualche modo dovuto affrontare insieme, mano nella mano. Non era inaspettato, ma certamente è stata ed è una prova. Capirete quindi che sia io che lei siamo state folgorate da Mr. Magorium e la bottega delle meraviglie, una favola poetica talmente piena di saggezza da essere quasi una parabola moderna.

Il film parla della preparazione a un distacco definitivo, del dolore e dello smarrimento, ma anche della gratitudine per ciò che si è avuto e di fiducia piena e serena nelle proprie risorse, che sono sempre maggiori di quel che pensiamo.  Meryem ha colto perfettamente il messaggio e ha espresso il desiderio di rivedere il film. Il topo dei denti, con qualche fatica, se l’è procurato e oggi l’abbiamo rivisto.

Aggiungo solo, a mo’ di disclaimer, che io credo nella magia, nei miracoli e nel guizzo imprevedibile del destino. Non avrei vissuto come ho vissuto finora, altrimenti. A volte ho pensato che sarebbe stato più rilassante e appagante avere i piedi per terra, essere almeno un po’ una di quelle persone che dicono “è solo un negozio, è solo un lavoro, è solo una coincidenza”. Mi sarei risparmiata tante, ma tante musate sul selciato. Ma questo film mi ha ricordato che essere come sono può essere meraviglioso.  Del resto perché Bruna, o forse suo marito, che mi conoscevano e mi conoscono appena, avrebbero scelto proprio quel dvd, tra i tanti che hanno, in quella serata d’agosto? C’è voluto un pizzico di magia, certamente.

Incontro con la Norwegian Cruise Line, ovvero: quando la cronista crepuscolare va in crociera


Quando mi è arrivato l’invito della Norwegian Cruise Line a visitare una loro nave e a scoprire i servizi specifici che la compagnia prevede per le fortunate famiglie a bordo, avrei voluto dire subito di sì. Non sono mai stata su una nave da crociera e il massimo dell’esperienza di navigazione che ho fatto è stata la piscina/bacinella del traghetto per la Grecia. Dunque, perché no? Perché ero in Romania, ecco perché. Chiusa in un monastero carmelitano a lavorare per sei giorni, weekend compreso. A malincuore stavo declinando l’invito, quando mi è venuto in mente che potevo mandare un collaboratore.Ecco, questo blog finora non aveva collaboratori. Ma, pensandoci, di collaboratori c’è sempre bisogno. Vi presento oggi la prima collaboratrice di Yeni Belqis, Caterina Moro. Ho pensato di iniziare sparandomi il meglio che avevo sotto mano: una donna capace di leggere i geroglifici e capirli, di cantare da solista, di scrivere saggi, articoli, ma anche racconti e romanzi non capita tutti i giorni. Buona lettura!

Può scrivere degnamente un post su una nave da crociera qualcuno che non è mai stato in crociera? E se quel qualcuno avesse anche un’indole crepuscolare, rinforzata per l’occasione da una molesta lombo-sciatalgia, e fosse più incline ad appuntare il colore del mare e del cielo che i vantaggi di un giro del Tirreno all’insegna della libertà e del divertimento?Tutte domande inutili, considerato che ormai ero lì, avevo accettato l’invito della Norwegian Cruise Line per visitare la nave da crociera Norwegian Epic e attendevo il mio imbarco sotto un enorme balconatissimo condominio dei mari (ci sono 17 piani!), che faceva sembrare l’antica costruzione sul molo a fianco una torre degli scacchi, a confronto.

 La cronista crepuscolare si interroga sull'efficienza delle scialuppe
La cronista crepuscolare si interroga sull’efficienza delle scialuppe

Nel gruppo che attendeva di entrare c’erano diversi bambini: una parte importante della visita sulla nave sarebbe stata dedicata a spiegare le attività dedicate ai ragazzi e alle famiglie. La nostra visita è cominciata quindi dalla Splash Academy, il luogo dove si svolge una buona parte delle attività per bambini e ragazzi. Il centro è aperto tutto il giorno in navigazione, ma il servizio incluso nel prezzo della crociera ha dei limiti di tempo. I ragazzi sono divisi in gruppi di età e le attività sono prevalentemente fisiche, anche se non mancano storie, mascherate a tema, musica e videogiochi. Alcuni eventi sono dedicati alle famiglie, come pure ci sono versioni per famiglie degli eventi principali che si svolgono sulla nave. Sul ponte superiore ci sono le piscine, gli scivoli acquatici e la zona sportiva, accessibile per i disabili come l’adiacente sala riservata ai teenagers. Sul retro degli scivoli si rivela l’attrezzatura più imponente, una parete da arrampicata per adulti e ragazzi, dalla versione più semplice a quella extreme.

Chi arriva in cima, suoni la campana
Chi arriva in cima, suoni la campana

Le crociere della Norwegian Epic si svolgono con la formula Free-style, che permette di svolgere le proprie attività preferite con i tempi che si preferiscono: non ci sono turni per i pasti né ore fatali del gioco aperitivo o dell’aquagym.  È una vacanza adatta per turisti che non hanno bisogno di essere irreggimentati. Si possono consumare i pasti nei ristoranti principali (il più bello è senz’altro il Manhattan, aperto la sera con musica dal vivo), nel pub, in un piccolo circo di acrobati oppure, con un piccolo supplemento, nei ristoranti di specialità come il Bistrot francese o il Teppanyaki.

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Il mio tempo in quella particolare giornata io l’avrei passato spalmata come una manata di fango sulle sdraio del ponte superiore, oppure a mollo in una vasca di acqua calda fino a perdere i sensi, o infine sotto le mani di un robusto massaggiatore che si prendesse cura delle mie vertebre e del mio rachide. Invece stavo in piedi, assentivo, appuntavo, osservavo.  Mi colpiva soprattutto la gentilezza e il lindore dell’equipaggio (qualcosa come duemila persone per circa quattromila passeggeri, un rapporto altissimo), ognuno con la sua bandierina appuntata sul bavero che parlava del luogo lontano dove non stava per stare lì con te e tenere in piedi questo colosso del divertimento. Ve l’ho detto che sono crepuscolare, no?

Cielo bigio, scivolo verde
Cielo bigio, scivolo verde

Per il resto, vedere una nave ferma in porto, con molti dei suoi passeggeri in giro sulla terraferma e molti luoghi di ricreazione chiusi (un singolare autogol non farci vedere la Spa) non induce a entusiasmi eccessivi: è difficile emozionarsi su cose non viste, o fare commenti elettrifrizzanti su panorami metafisici di saloni deserti, abitati solo da una selva ordinata di sedie e da una persona dell’equipaggio che ti sorprendeva con un sorriso e un good evening. Alcune cose, come il gioco d’azzardo e i quadri esposti in alcune sale, non mi avrebbero entusiasmato in ogni caso. Forse una crociera è qualcosa che per apprezzarlo a pieno devi entrare nello spirito, un po’ come il carnevale di Viareggio o le danze folkloristiche. Però oggi a Roma è ancora una bella giornata calda, la lomboeccetera va un po’ meglio e, ci crederete?, sto ripensando alla Norwegian Epic e devo confessare che mi dispiace di non essere in crociera.

[Caterina Moro veste Mercato della Montagnola©. Nella vita è mamma, raramente insegnante e talora scrittrice e saggista]