Una “maglifica” giornata milanese


Certi inviti sembrano fatti a posta per darti il coraggio e l’occasione di dar forma ai desideri, anche quelli più frivoli. Per questo ieri, cogliendo al volo il richiamo di Fattore Mamma (sempre una garanzia), mi sono trovata a passare buona parte della giornata nei pressi di via Montenapoleone, dividendomi tra chiacchiere tra amiche e aperitivi, alcolici e analcolici. Una giornata di leggerezza, ebbene sì. Che però si è rivelata anche molto istruttiva, a modo suo.

Milano mi ha accolto con un allegro cielo azzurro e, persino, un filo di arietta (considerata la stagione, ci si poteva stare). La mattinata e il pranzo, piuttosto particolari, mi avevano già messo di splendido umore quando ho varcato, in veste di mamma blogger, la soglia di Palazzo Morando per la visita alla mostra Maglifico! Sublime Italian Knitscape. Come immaginerete, io sono (o forse dovrei dire ero) solita bazzicare mostre di ben diverso appeal, tipo “Le iscrizioni rupestri mutile dello Yemen centrale pre-Islamico” e “I cinquemila manoscritti miniati di canto gregoriano tutti uguali che vi faranno venire la nausea alla terza vetrina”. Scherzi a parte, sono rimasta piacevolmente sorpresa: anche una profana assoluta come me può apprezzare (aiutata anche dalle spiegazioni dei nostri accompagnatori, che alternavano note esplicative al giusto sfoggio di termini e aggettivi peculiari che la situazione richiedeva) un percorso espositivo originale, curato e decisamente gradevole. E’ aperta fino al 2 settembre, vi consiglio di approfittane. Qui trovate qualche scatto del povero, arrancante Androide. Qui un servizio di Vanity Fair da cui potete farvi davvero un’idea.

Ma veniamo alla parte formativa di questa esperienza, che non si è fermata al mero lato estetico. Si parlava di lana, di filati stupendi tipo la lana Merinos (si potevano anche toccare! Godimento…), del marchio Woolmark (sì, anche io pensavo di non sapere cos’era, invece certo che lo sapete anche voi: è quel gomitolino genialmente stilizzato che vedere sull’etichetta dei prodotti in pura lana vergine). Si parlava, specialmente, del fatto che quando la lana di qualità entra nel nostro guardaroba (o, ancor più, in quello dei nostri figli) le madri/casalinghe sgarrupate come me si sentono assalire da un’ondata di panico irrefrenabile. E come la lavo? E se si macchia? Confesso: io mi affido (tanto per cambiare) a tata Silvana – e confesso altresì che un paio di anni fa i due maglioncini comprati dalla nonna li ho anche un po’ imbucati in fondo al cassettone, fischiettando.

Perché non ci sono santi, per lavare la lana ci vuole un certo know-how. Due dei partecipanti all’evento di ieri, decisamente, lo avevano. Una era una irrefrenabile nonna blogger, che solitamente scrive di cucina, ma che potrebbe facilmente cimentarsi in un’enciclopedia illustrata di tecniche per lavare, stendere, stirare e conservare la lana. Fin qui siamo nello stereotipo: le nonne, si sa, sono di un’altra pasta rispetto a noi madri debosciate. Ma la scoperta vera è stata lui: prima timidamente, poi con sempre maggiore autorevolezza, questo giovane fashion blogger siculo ci ha messe al tappeto con la sua spaventosa competenza. Tipo: in albergo aprite la valigia e i vostri capi sono un po’ ciancicati, che fare? Elementare, Watson: spalancate la doccia alla massima temperatura e fate fare loro un salutare bagnetto di vapore. Macchia di cioccolato, macchia di olio? Trattare sempre al rovescio, dall’esterno verso l’interno. Indispensabili ferri del mestiere: aceto bianco e limone. Anche lui è stato formato da una nonna, la nonna Rosa che ci immaginiamo mitica e soprattutto animata da spirito didattico non comune, se i risultati sono questi (bravo Giuseppe, comunque!).

E noi comuni mortali, che, certe di pasticciare, magari non ci applichiamo nemmeno (salvo poi piangere sul latte, sul caffè e sul pomodoro versati?). A nostro beneficio sono stati presentati due prodotti: l’Applicazione gratuita WooLover, disponibile da settembre, dove Hotpoint ha raccolto tutte le dritte che vi potrebbe dare nonna Rosa (e che un tempo, infatti, si leggevano sul Manuale di Nonna Papera… ah, altri tempi) e la mirabolante lavatrice Aqualtis, con Woolmark Platinum Care, in cui pare che anche una pippa come me possa infilare fiduciosa il maglione di cachemire di cui rimando il lavaggio da mesi per il fondato timore di ridurlo a una pezzetta per le scarpe. Dicono che faccia tutto lei. Io posso solo testimoniare, per ora, che si presenta bene. E che l’abbinamento con il rosso la valorizza.

Chiudo il post con un doveroso saluto, in ordine di apparizione, a tutti i protagonisti della mia spumeggiante trasferta (in ordine di apparizione): la dolcissima Valewanda, a cui anche Maria Grazia Cucinotta ha copiato la collana; la sorprendente Paola Maria, finalmente vista nel suo ambiente (lavorativo); la comunità di gesuiti di San Fedele, che mi ha rifocillata con un pranzo del tutto autoprodotto e persino con un dessert esotico nella splendida cornice di una piazza che è un gioiello (e poi con qualcuno, almeno un attimo, di copto si deve pur parlare); Jolanda, organizzatrice impeccabile nonché montanara da non sottovalutare (veniva giù direttamente da una baita ad agili falcate, immortalando come prova marmotte e stambecchi con il fido i-Phone); Gabriella, Giuseppe, Valeria, Silvia,  Elena, Donata e le mie compagne di avventura; la mia omonima pavese, che si conferma fonte inesauribile di gustose narrazioni (e di qualche necessario spetteguless). Grazie a tutti e a presto! Sappiate che ieri avete contribuito non poco alla distruzione di uno dei miei più radicati pregiudizi.

Eataly, secondo noi


Premessa: la recensione più godibile che abbia letto sul nuovo Eataly Roma è questa, a fumetti. Tutta vera, fin nei dettagli. In particolare ho fatto notare al curdo il sistema che suppone che tu paghi educatamente alle casse uscendo tutto ciò che peschi qui e là, senza trangugiarti a scrocco pacchetti di patatine sbarazzandoti dell’involucro nel cestino più vicino. Il massimo deterrente è un cartello che ti fa notare che chi fa così, ruba. Che fa il paio con il cartello che spiega che non ci sono numeretti ai vari stand perché non vogliono chiamarti con un numero ma guardarti in faccia e che chi furbescamente passa avanti non è un cliente gradito, da Eataly. Affascinante. Funzionerà? Il curdo si è sbellicato dalle risa: “Entro luglio non venderanno più nulla lungo i corridoi”, ha profetizzato.

Ma andiamo con ordine. Sabato, ore dodici e trenta. Trentanove gradi. “Mpfff… dove vorresti andare?”. Nizam ha la voce impastata di chi tenta di recuperare di giorno le ore di sonno perse di notte. “Ma dài, chi vuoi che vada in un posto così di luglio, a quest’ora?”, prova a smontarmi. Non demordo. Poco dopo l’una siamo sul luogo. Carino davvero. Non troppa ressa, in effetti, ma c’è gente. Aria condizionata a temperatura gradevole. Iniziamo l’esplorazione. Meryem apprezza (ma anche noi, in realtà) i vari punti in cui si assiste alla lavorazione dei prodotti: la mozzarella di bufala, la pasta fresca, il pane. Assaggia diffidente un quadratino di pecorino da degustazione e poi ci dà il tormento per tutto il resto della visita per tornare dal “signore del formaggio” (che saggiamente frattanto si è defilato, lasciando il posto al signore della porchetta. Ma quella non è tanto halal). Carine le simulazioni di orti, in cui anche noi cittadine possiamo scoprire come è fatta una pianta di melanzana. Ci perdiamo in contemplazione scientifica prima della pescheria (aragoste, pesce spada,scorfani, calamari, razze…) e poi persino del banco della macelleria: “Guarda il coniglietto, Meryem!” “Ma… ha perso la pelliccia? Povero coniglietto!” e giù a ridere. E’ proprio curda. Sadica. Senza cuore. Non contenta, trascina il padre allo stand a fianco: “Guarda, papà: la quaglia (in verità spiaccicata e anche avvolta nel lardo, credo)… e le sue uova!”. Nizam disapprova il pollame: sostiene che il fatto che sia esposto completo di testa rivela che è stato ucciso in modo non consono. Mah, non mi addentro in questioni tecniche.

Finita la disamina dei cadaveri, ci scegliamo un tavolo al ristorante di pasta. Preparati, seguiamo correttamente la procedura. Pasto decisamente soddisfacente e non costosissimo:  pasta corta al ragù di vitella per noi, pasta fresca ripiena di carne e verdure condita con burro e salvia per Meryem, che la trangugia quasi tutta commentando: “Sapete quanto mi piace,da uno a dieci? Sessantasei!”. Io mi godo una piccola soddisfazione extra. Ci serve al tavolo Samba, giovanissimo rifugiato che ha frequentato ad Astalli un corso di formazione. Ha un sorriso più largo della faccia quando ci augura buon appetito. E anche io. So che non è l’unico dei “nostri” ad aver trovato qui una buona opportunità di lavoro: anche M., un ragazzo eritreo la cui storia ho raccontato in Terre Senza Promesse lavora qui. E già che ci troviamo, apriamo una parentesi sul personale. Sono rimasta positivamente colpita: giovani, sorridenti, con l’atteggiamento giusto (oddio, magari bisogna vederli col pienone per metterli davvero alla prova). Non tutti paiono espertissimi, ma certamente sembrano volenterosi. Ho sentito un cameriere spiegare un po’ vivacemente a una signora che no, non poteva lasciare il tavolo libero mentre ordinava: “Ielo fregano, signo’!”. Insomma, ci diamo un tono newyorkese, ma siamo pur sempre all’ombra del Cuppolone. Poi, vedendo che sogghignavo, invece di prendersela è stato al gioco. Con uno smagliante sorriso mi fa: “Dice che sono stato un pochino esplicito?”. “Inequivocabile ed efficace!”, gli rispondo io.

Il gelato artigianale non era male, ma non era neanche indimenticabile. Meryem ha criticato molto il fatto che, essendo erogato con una sorta di dispenser, i due gusti non sono uno a fianco all’altro, ma sovrapposti. Quindi prima se ne mangia uno, poi l’altro. La Guerrigliera, dopo aver sospettato a lungo che la signorina avesse dimenticato il pistacchio, alla fine ha capito, ma continuava a scuotere la testa. “Due gusti io li voglio insieme”. Ok, mi pare un’obiezione lecita. Comunque ce la siamo goduta abbastanza. Nizam ha deciso che deve imparare a fare la mozzarella, cosa che certo, vista così, sembra pure abbastanza veloce. Lo staff dei mozzarellari era particolarmente multietnico. A un primo esame sembrerebbe: due maestri indigeni (casertani, verosimilmente), due ragazzi bengalesi, un egiziano e commesse dell’est Europa. Magari ci sbagliamo, eh? In ogni caso era un piacere stare a guardare quelle treccione che galleggiavano opulente.

Ultima nota sui prezzi. Medi, direi. Non inavvicinabili, non stracciati. Un pasto da tre, con mezzo litro di vino e acqua grande lo abbiamo pagato 39 euro. Era buono e abbondante, comprensivo di pane più che soddisfacente. Per gli acquisti, suppongo dipenda dai prodotti. Certo, non è luogo da spesa quotidiana. Ma uno sfizio ogni tanto, un regalo originale, una voglia improvvisa… Non è nemmeno Castroni. Insomma, promosso. Ha la nostra benedizione (anche se Nizam bofonchiava non so che contro le piadine al piano terra. Non ho approfondito, ma immagino sia sensibile nei confronti della concorrenza. Ha però speso parole di sincera ammirazione per l’aspetto delle patate al forno dello stand rosticceria).

Amici o nemici?


Il primo regalo ricevuto da mia figlia per il compleanno più sfortunato della sua giovane vita è stata “La villetta d’Olivia”, premiato con il “Toy Award 2012” alla Fiera del Giocattolo di Norimberga. Lego Friends, dunque, ovvero quei “lego per bambine” di cui avevo letto in rete pareri molto discordi. Troppo rosa, è stato scritto, con pezzi grandi e più facili da montare rispetto al lego dei maschietti.

Ecco, le tinte saranno pure pastello, ma sulla dimensione dei pezzi mi sento di garantire. Sono piccoli. Infinitesimali. In numero esponenziale e disposti in sottobuste distinte (il massimo del virtuosismo si raggiunge nell’ambito della busta 7). Due libretti di istruzioni in stile IKEA. Se era una prova di destrezza, io l’ho superata con molta fatica, in due mattine (non avrei mai potuto fare tutto di seguito). Se vostra figlia riesce a fare tutto da sola, state certe che a montare una Billy se la caverebbe senza difficoltà. Fossi in voi, considererei anche l’ipotesi di avviarla a qualche redditizia attività artigianale, tipo restauratore di tappeti persiani.

I dettagli sono maniacali, al confine col modellismo professionale. Frigorifero apribile contenente cartone di latte, barbecue completo di griglia, cabina doccia a soffietto, sdraio reclinabile, persino un tagliaerba da comporre (ci hanno risparmiato giusto le lame). Bellissima, niente da dire. Se l’intento era lasciarci a bocca aperta, il risultato è garantito.

Mi vengono in mente solo due “ma”. Non so se è la mia insufficienza a parlare, però mi sembra che una roba del genere, in cui ogni micropezzettino ha una e una sola collocazione corretta, non sia esattamente un incentivo alla creatività. Io pensavo ai Lego come componenti di combinazioni infinite e mi ha spiazzato non poco utilizzarli in questa modalità leggermente ansiogena (“Dove è sparito il quinto pirulino trasparente?”). Immagino che l’uso di gioco vero e proprio, a parte l’opera titanica del montaggio, sia equiparabile a quello di una casa delle bambole classica. Qui però c’è oggettivamente qualche controindicazione. Oltre al fatto, ovviamente, che non riesco a trattenere un’acuta fitta allo stomaco a vedere le ditine di Meryem attentare all’integrità di una cosa che mi è costata ore di sforzi indefessi. Più seriamente, le dimensioni miniaturistiche del tutto e la relativa fragilità si prestano poco a un uso pienamente rilassato. I personaggi non stanno ben seduti su poltrone e divani (tendono a scivolare) e lo spazio all’interno delle singole stanze, a causa degli spettacolosi arredi, finisce per essere pochino.

Resta oggettivamnte un bel prodotto e solo il tempo dirà se riuscirà davvero a conquistare il cuore di Meryem (che, va detto, ha solo 5 anni mentre l’età minima consigliata è 6). Io, per quanto mi riguarda, mi immedesimerei volentieri con Olivia, la padrona di casa…

La responsabilità della gioia di vivere


Ieri sera mi sono guardata questo film. Non mi ha rallegrato la serata, ma non mi è dispiaciuto affatto. Fin dalle prime scene, sono rimasta folgorata dalla capacità di rendere immediatamente uno dei temi centrali: la delicatezza di un’età in cui le protagoniste non sono più bambine e non sono ancora donne. La storia, ispirata a fatti realmente accaduti, può apparire paradossale. Ma ben realistico è, invece, il quadro desolante che ne emerge. Non tanto l’ambiente di assoluta inconsistenza di relazioni in cui queste ragazzine annaspano, sempre con una sigaretta in mano e una bottiglia di alcolici nell’altra. Ma la pochezza, l’inadeguatezza degli adulti di riferimento.

In un certo senso questo è un film di denuncia, molto amara. La scena dell’assemblea scolastica, in cui genitori e preside si rimpallano la responsabilità della situazione (“La maggior parte del tempo la passano qui”/ “Io non mi considero responsabile della vita privata delle alunne dell’istituto”), è tragicamente realistica. La riunione del collegio dei docenti, in cui questi adulti si limitano a ripetere posizioni ideologiche che nulla hanno a che vedere con le persone concrete, per il mero gusto di ascoltare la propria voce (“Un tempo essere ragazza madre era una stigma, quindi questo è un progresso”; “Ambire a essere esclusivamente madre di famiglia è una limitazione, quindi è male”; “Questo gesto è un messaggio politico”) è altrettanto desolante e trova la sua corrispondenza nella aperta ribellione delle protagoniste verso questi educatori, che tutto fanno meno che educare. Proprio quelli che pretendono di essere più impegnati sono particolarmente poco credibili (“Lei ha figli?” “Mi preoccupo abbastanza di quelli degli altri”).

E i genitori, in tutto ciò? Emergono poco. La madre di Camille però è una figura che interpella molte di noi, credo. Anche quelle che si sentono – a ragione – attente, impegnate, dialoganti. Madre sola, lavora molto, ora che ha i figli abbastanza adulti crede in buona fede di potersi concedere qualche libertà (“Ti lascio sola? Sì, ti lascio sola. Sei grande, ormai”). Ci immaginiamo la fatica di anni a crescere due bambini, che emerge in quella frase infelice che colpisce al cuore come una coltellata: “Non ho intenzione di ricominciare da capo dopo 18 anni”.

Il motore di tutta la vicenda è il legittimo rifiuto della vita rassegnata, triste, senza speranza, schiacciata dalla fatica e dalla rassegnazione che gli adulti prospettano come unica possibile. “Studiare per un futuro migliore” è l’unica formula che viene opposta contro la “vita di merda”, ma è evidente che nessuno degli adulti che la usa ci crede davvero. Il messaggio implicito è che la vita è quella e che l’unica via è l’accettazione. Però, tragicamente, l’impulso comprensibile delle ragazze non trova alcuno strumento di realizzazione concreta. Queste adolescenti sono, nella loro poetica rivoluzione, del tutto sprovvedute. Per non parlare dei loro coetanei maschi, balbettanti strumenti apparentemente privi di personalità propria.

Non credo che questi genitori, questi insegnanti, siano dipinti come dei mostri. Sono l’immagine, un po’ caricata, di noi quando siamo stanchi, sfiduciati, risucchiati dalle mille legittime incombenze quotidiane. “Deve essere difficile essere una mamma”, mi ha detto un giorno Meryem. E io ho sentito una fitta acuta al cuore. E’ giusto non mentire, è giusto non recitare. Ma dobbiamo stare molto attenti, come genitori, a non trasmettere un messaggio di disperazione. La disperazione è l’unica cosa che proprio non ci possiamo permettere. La vita non è un gioco, insegnare la responsabilità è fondamentale. Ma non dimentichiamoci di insegnare la gioia di vivere e la capacità di sognare. Nell’unico modo possibile: con l’esempio.

Non si può dire


Per festeggiare il suo compleanno, mia sorella Vittoria è andata a Gerusalemme. E dintorni. Mi ha proposto di andare con lei e la tentazione è stata forte. Però non potevo, quindi non sono andata. Gerusalemme, insieme a Istanbul, è stata uno dei posti emotivamente determinanti per la mia vita. Sarebbe lungo spiegare perché. E comunque non è questo l’argomento del post di stasera. Dicevo che Vittoria è tornata dalla Palestina, perché lì – più che in Israele – è andata ed era scossa, esterrefatta, indignata. Mentre raccontava cose che non ho visto (se non in minima parte), ma so benissimo, mi sono sorpresa a cercare di censurare persino il mio ascolto. Non volevo davvero sentirle, quelle cose. Mi ripetevo che sì, certo, figurati se non lo so. Ma la realtà è che cercavo di chiudere le orecchie. Non è difficile capire perché mi mettono a disagio. A denunciare, senza esitazioni, le violazioni dei diritti umani non ho in genere particolari problemi. Ma in questo caso, ecco, sono sulle spine. Ne ho parlato già qui.

Poi ho letto questo romanzo, acquistato da mia sorella d’impulso, letto e promosso a pieni voti da mia madre. Mi sono trovata di fronte, in modo estremamente efficace, quei fatti – pure noti – riflessi in chi li ha vissuti e li vive. Mi sono chiesta come ho fatto, finora, a conservare questa parvenza di equilibrio salomonico. E mi sono risposta che la rimozione costante dell’emotività a scapito dell’intelletto e del raziocinio storico o pseudostorico ha avuto una parte importante in questo. Ho pianto senza ritegno, leggendo questo romanzo. In autobus, al bar, sul divano la sera. Ho pianto come se una maschera di controllo che apparentemente mi appagava mi si fosse infranta, lanciando schegge da tutte le parti.

Non si può accettare ma, apparentemente, non si può neanche dire. Chissà quanti, per rispetto a un grande popolo che tanto ha sofferto e tanto ha dato e dà all’umanità, si comportano come me. Chissà quanti, infastiditi dalla retorica violenta e sguaiata di certi sostenitori della causa palestinese, si comportano come me. Eludendo. “Questa devastazione è al di là di ogni comprensione. Israele non può continuare a nasconderla. Il mondo alla fine saprà tutto. Le cose cambieranno”.

Leggendo questo romanzo ho pensato a Ritorno a Haifa (e poi ho scoperto che a quel racconto straordinario infatti si ispira) e anche a Jasmina Khadra. Nella quarta di copertina si sottolinea che l’autrice non cerca colpevoli, che descrive gli israeliani con pietà, rispetto e consapevolezza. Mi sento di condividere questo giudizio. Le accuse più pesanti sono altre: verso i leader cinici e spietati, verso i media che manipolano la realtà, o semplicemente la ignorano. Però non è un libro imparziale, non vuole esserlo affatto. E dopo averlo letto credo che la giustizia esiga che anche io sia un po’ meno imparziale, in futuro.

Parole, parole, parole


Si fa un gran parlare del programma di Fazio e Saviano su La7, la cui serata conclusiva è oggi. Ho fatto del mio meglio per seguirlo, ma confesso che alla fine il mio bottino di telespettatrice è stato scarsino: faccio fatica a restare sveglia, per cui ho assistito solo a tratti. A onor del vero, la cosa non si può imputare del tutto al programma: anche lo spettacolo di Marco Paolini, sempre su La7, che pure mi piace e mi interessa, l’ho visto (e non al 100%) solo perché ho potuto usufruire anche della replica.

Mi sembra che ci sia molta enfasi rispetto a questa trasmissione, al punto che ho pensato fosse il caso di guardarla e, in un certo senso, di capire cosa (finora) ne ho pensato. Vedo che altri, sui social network e sui blog, hanno avvertito la stessa esigenza.

Per semplicità, mi atterrò a una lista di “like” e “dislike”, riservandomi di aggiornarla in futuro (magari anche grazie alle vostre osservazioni).

Mi piace
– il fatto di affrontare alcuni temi forti (la Cecenia, il soccorso in mare, la tratta…) in un format leggero, diretto, facile, fuori dagli schemi delle trasmissioni come Report, Presa Diretta etc (il cui frequente sconfinamento nell’autoflagellazione seleziona il pubblico alla fonte);

– la partecipazione di molti personaggi di livello, di testimoni scelti, di persone che faticherebbero ad essere conosciute al grande pubblico;

– la programmazione in prima serata;

– Elisa;

– Paolo Rumiz… lo so, lo so, non è corretto valutare un solo intervento individuale quando non si sono neanche sentiti tutti gli altri. Ma lui mi piace da morire ed è riuscito a trattare il tema scarpe/piedi/viaggio senza essere banale e senza neanche scimmiottare Erri De Luca.

Non mi piace
– l’enfasi su e di Roberto Saviano. In tutti i sensi. Mi pare un calzante esempio italico in cui chi fa un buon servizio pubblico rischi di essere trasformato/trasformarsi in un carismatico profeta, con sgradevoli protagonismi da predicatore che mettono a tratti in ombra i contenuti;

– la presenza privilegiata di troppi personaggi già presenti nel programma di Fazio su Rai3 (Littizzetto, Gramellini…), che non era veramente necessaria (potevano partecipare nella stessa modalità di tutti gli altri). La messa in onda su La7 è autoesplicativa, non aveva bisogno di essere accentuata, a mio parere (ma magari sottovaluto);

– la sensazione che la buona idea alla base del programma non sia stata lavorata a sufficienza. Forse questa impressione è dovuta anche alla discontinuità della mia visione, ma sono rimasta con l’idea che magari si potesse andare un poco più in là nella costruzione del copione, pensarlo un po’ di più.

Nella sua gigioneria (what’s gigioneria, mi diranno i non romani?), comunque, il giochino delle parole è stimolante. Mi sono chiesta io, in questo momento della vita, che parole sceglierei. Una, in effetti, tempo fa l’ho scelta. Era “interfaccia“. Un’altra, probabilmente, sarebbe “rappresentanza”. Ma per svilupparla mi ci vuole più tempo e ulteriori rimuginamenti.

Verde come il teatro


Il blogger navigato si riconosce dall’autocontrollo. Stavo per scrivere un post talmente grondante banalità e autocommiserazione che avrebbe probabilmente fatto scattare l’antignolla di cui tutti i browser sono dotati, con il risultato di disconnettere da internet all’istante tutti i miei pochi lettori. Dunque vi darò prova di grande responsabilità, ripiegando su un post di servizio mammesco, che fa sempre brodo.

Oggi parliamo di teatro e, in particolare, di Teatro Verde. Abbiamo la fortuna di averlo molto vicino casa e, già dall’anno scorso, io e Meryem abbiamo assistito a svariate rappresentazioni. Quest’anno abbiamo optato per la formula dell’abbonamento (5 spettacoli a 40 euro anziché 50): in realtà alla fine abbiamo usato solo 4 ingressi, ma siamo riusciti facilmente a rivendere a un altro padre in fila l’ingresso mancante, cosicché siamo rientrati della spesa. L’abbonamento dà diritto alla prenotazione telefonica del posto, con la possibilità di non arrivare con mezzora d’anticipo. Lo spettacolo è alle 17 e, la domenica, anche alle 11. Va segnalato che un’ora prima gli attori del teatro a turno intrattengono i bambini con una lettura a voce alta di libri, molto ben fatta. Tra l’altro al teatro c’è una biblioteca, aperta il sabato e la domenica dalle 11 alle 16.

Il Teatro Verde organizza anche cicli di spettacoli gratuiti (solitamente con burattini) qua e là per la città, di domenica mattina: noi siamo andati a quelli a Villa Pamphili, vicino al Vivibistrò (ripresi anche quest’anno) e a quelli invernali presso il teatro della Parrocchia di S. Pancrazio. Le sere d’estate ci sono le rassegne a Villa Pamphili del teatro dei ragazzi (sempre ingresso gratuito), vicino alla Casa dei Teatri.

Ciò detto, vorrei menzionarvi i tre spettacoli più belli che abbiamo visto in questi due anni. Due fanno parte del repertorio storico del Teatro Verde, uno invece è della compagnia il Baule Volante. Giusto qualche commentino e l’apposito link, in modo che semmai potete approfittarne anche voi. In ordine di gradimento.

Scope, stregoni e magiche pozioni. Che dire? Un gioiellino. Avvincente, ironico, coinvolgente, bellissimo anche esteticamente, pieno di trovate sceniche e di idee non ovvie. Musiche molto graziose. Vi segnalo che è anche un libro/copione con CD, un regalo perfetto.

Il sogno di tartaruga. Pluripremiato, assolutamente a ragione. Un’esperienza magica, un pezzo di bravura, nonché uno dei (rari) casi in cui l’intercultura non sa di artificioso, neanche minimamente. Non trascurabile l’aspetto musicale e la possibilità di visionare da vicino gli strumenti, dopo lo spettacolo.

I cavalieri della favola gioconda. Il marchio di fabbrica si riconosce. Coinvolgente, intelligente, spiritoso e con un bel messaggio, pensato e azzeccato. Anch’esso è un’audiofavola e anche in questo caso le canzoni sono all’altezza.

Sono stata brava? Nemmeno una lagna. E sì che avrei un potenziale in grado di fare secco da sola un drago volante…

P.S. No, non è un post sponsorizzato. Magari. Però è il secondo anno che io e Meryem partecipiamo fedelmente alla giuria dei bambini, compilando le schede gialle di gradimento alla fine di ciascuno spettacolo. Chissà che un giorno la mitica borsa di studio da 500 euro messa in palio ogni anno non tocchi a noi…

Un incontro felice


Stamattina presto è nato il secondo nipotino di tata Silvana: inizia quindi una settimana di arrangiamenti, compromessi e soluzioni di fortuna, in attesa del suo ritorno. La manovra di emergenza prevede la temporanea soppressione di attività sportive di Meryem e mie (troppo complicato) e un certo spirito di adattamento. Oggi per la ripresa da scuola è subentrata zia Vittoria, di ritorno in volata dalla ridente località dei Castelli Romani dove lavora. Il pomeriggio ci ha comunque poi portato, brevemente, alla biblioteca Marconi, dove abbiamo fatto in tempo a leggiucchiare qualche libro.

Ci tengo assolutamente a segnalarvi questo. Geniale, nella sua semplicità. Interattivo nel senso più proprio del termine. Io e Meryem ci siamo divertite come pazze. E io poi, per tutto il pomeriggio, ho pensato a quanto le cose semplici siano davvero piene di ricchezza. Come un’idea di fantasia purissima sia ancora più potente di sofisticatissimi 3D. Certo, non è da tutti. Questo è davvero un gioiellino, di quelli che ti fa pensare: ma come mai non ci aveva ancora pensato nessuno? Insomma, un modesto, economico colpo di genio. Ve lo raccomando.

Peppa è già parte della nostra vita (ahimè)


L’ultimo pacco della Universal conteneva una incredibile borsa dell’acqua calda a forma di stivale e un dvd dell’Universal Miniclub con 10 episodi di Peppa Pig. Sospiro. Peppa Pig è una vecchia conoscenza per Meryem e me. Abbiamo visto e rivisto episodi su Rai Yoyo e persino su Youtube (in varie lingue). Vi offro una breve rassegna delle principali influenze che il porcellino britannico ha sulle nostre vite:

1) Saltare su e giù nelle pozzanghere di fango. Per fortuna è sempre chiaro, anche dai cartoni, che è necessario indossare stivali di gomma per dedicarsi a questo divertimento che, a detta della famiglia Pig, piace a proprio a tutto. Certo che poi, quando per caso si trova a indossarli, nulla la trattiene… (ma ci sono blogger più celebri di me che hanno lo stesso problema).

2) L’uovo alla coque. Meryem dopo averlo visto mangiare da Peppa e George lo pretende. Mi ha detto bene. Già le frittelle attaccate sul soffitto mi avrebbero messo maggiormente in difficoltà.

3) La canzoncina della stella polare. Mi perseguita da quasi due anni. “Luccica, luccica…”. Non c’è verso di trovarsi in macchina, in tram o a piedi al calar delle tenebre senza che la Guerrigliera parta a squarciagola con questa melodia fortemente evocativa.

Probabilmente ci sono altri elementi, che ora rimuovo. Io invece, tutte le volte che mi trovo davanti a un cartone di Pepa Pig, mi chiedo: ma la signora Coniglio è una persona così inaffidabile da perdere il lavoro a ogni episodio? Il suo caso andrebbe segnalato al sindacato. L’ho vista vendere gelati, fare la bigliettaia al museo, vendere palloncini, fare la truccabimbi alle feste (ma sa fare solo il trucco da tigre, qui forse si capisce che sia stata defenestrata), guidare treni e pullman per le gite scolastiche, fare la pompiera volontaria, persino gestire uno sfasciacarrozze. Alla faccia della flessibilità. Gli altri personaggi, viceversa, sembrano avere dei posti fissi: il signor Zebra fa il postino, nonno Cane guida il carroattrezzi, il signor Volpe fa il piazzista porta a porta (vabbè, lui è piuttosto un libero imprenditore, diciamo). Il signor Pig lavora in ufficio, mentre la signora Pig, mamma moderna, lavora da casa con il computer. Non si capisce bene che tipo di telelavoro sia: apparentemente scrive lettere e poi le stampa faticosamente con una stampante a aghi (l’unica rimasta sulla terra, probabilmente) che fa un chiasso indiavolato. Mandare una mail no?

Ma sto divagando. Meryem ha salutato con entusiasmo la sua amichetta storica. Chissà che faccia farà quando vedrà lo stivale del Gatto con gli Stivali, che per ora ho lasciato in ufficio.

Leggendo qua e là


Da quando ho scoperto anobii, mi sento come se facesse parte di me. Doma il mio disordine. Mi aiuta a tenere traccia delle letture fatte, mi suggerisce idee per nuove esplorazioni libresche, soprattutto attraverso gli scambi, che ho praticato abbastanza nel corso dell’ultimo  anno.

Questo periodo lavorativo, pur piuttosto faticoso, mi ha messo voglia di fare anche letture complementari alla mia sfera professionale. Non succedeva da un po’, nel senso che spesso tendo a privilegiare letture di evasione (pur senza riuscire a reprimere i miei interessi, sempre un po’ bizzarri) o, all’estremo opposto, saggi di media pesantezza che a volte mi danno da recensire (ma anche quelli li prendo come uno stimolo a tentare strade nuove, che da sola non avrei preso in considerazione – a volte a ragione, va detto). Oggi vorrei segnalarvi tre di queste mie letture semi-professionali. La premessa, piuttosto bizzarra, è che – a parte forse il secondo dei volumi – nessuna mi ha del tutto appagato. Tuttavia tutte hanno alimentato la voglia di procedere nell’approfondimento dei rispettivi temi, e per questo soprattutto mi va di parlarvene.

More about Decolonizzare la follia Il primo è una raccolta di saggi di Frantz Fanon. E chi era costui, dirà il mio sparuto gruppo di lettori (ad eccezione, forse dei due-tre più secchioni)? Lasciate stare Google, vi soccorro io direttamente da Wikipedia. I “miei” psichiatri lo citano, per comprensibili ragioni, ogni due per tre. Mi sono dunque decisa a comprare questo volume e, per inciso, credo di aver toppato alla grande. Avrei dovuto prendere qualche scritto più significativo, che mi desse la possibilità di confrontarmi con questo autore con un respiro maggiore, meno inquinato da dibattucoli polemici di stampo accademico (l’introduzione ai saggi, scritta dall’autorevole curatore dell’opera, è davvero un caso studio di per sé). Tuttavia, leggendo, un collegamento fortissimo mi è saltato agli occhi: mi ricorda da morire Orientalismo di Said. Da un lato il nesso era fin troppo ovvio, eppure a me era sfuggito, a causa delle diverse sfere professionali che mi hanno portato alla lettura dei due saggi. Colonizzare e decolonizzare: due processi storici di portata spaventosa, che investono prepotentemente e trasversalmente tutti i miei campi di interesse (e forse, più in generale, molti campi del sapere e dell’agire umano). In Fanon come in Said salta all’occhio la rabbia. Una rabbia ferocissima, una reazione intellettuale che si tiene in equilibrio precario sul limite del fanatismo. Nel riflesso della reazione credo che noi oggi abbiamo la possibilità davvero di sperimentare in modo indiretto la violenza coloniale, pur senza averla vissuta. E qui si pone la domanda metodologica: come salvare tutta l’energia rivoluzionaria di queste reazioni per sublimarle, per dir così, in un approccio più equilibrato, capace di riconciliarsi con il passato senza rimuoverlo? Come avviarsi verso una sintesi su questioni tanto brucianti ancora oggi? Ma mi riprometto di andare avanti nella mia finora fugace conoscenza di Fanon. Forse ci tornerò sopra, più specificamente (con vostra profonda gioia, presumo: come non adorarmi quando all’astrusità tento di aggiungere il tecnicismo?).
More about Un indovino mi disseCambiamo decisamente argomento, come si direbbe in TV. Sono rimasta fedele alla tradizione del’acquisto di impulso di un libro in aeroporto prima di un viaggio. Ho resistito a un libro di ricette di Claudia Roden e ho superato uno dei miei tabù: ho letto il mio primo libro di Tiziano Terzani. Scelta azzeccatissima. Mi ha portato esattamente lì dove volevo andare, nell’atmosfera di incontro tra culture non dominato dall’intellettualismo (pur supportato da lucida e puntuale analisi, ai limiti dell’assurdo), ma guidato in buona parte da una irrazionale curiosità. Ci ho sguazzato. Era come una colonna sonora azzeccata per il mio viaggio a Bangkok. Forse leggerò altro di questo autore, forse no. Ma sono soddisfatta. Alla fine la cosiddetta intercultura, qualsiasi cosa ciò voglia dire, non si fa senza un pizzico di irrazionalità. Quella fiducia immotivata che ti spinge ad assaggiare un piatto che non toccheresti mai, se ne sapessi gli ingredienti. Poi non è detto mica che ti piaccia, sia chiaro. Ma ti sei lasciato trasportare in un viaggio in cui non eri tu con i tuoi pregiudizi a predeterminare la rotta. Se c’è una possibilità di capire qualche cosa è questa: aprire una finestra perché possa entrare qualcosa che nei tuoi schemi mentali ancora non c’è.

More about Rediscovering Dharavi Ed eccoci arrivati al terzo libro. Tema: la povertà urbana. Il libro in effetti mi è piovuto tra le mani casualmente. E’ una copia pirata, venduta in fotocopia per le strade di una città indiana. La leggenda narra che l’autrice stessa si sia imbattuta in un venditore delle copie taroccate della sua opera e sia rimasta tra il perplesso e il lusingato. Se la leggenda è vera, io non mi capacito del fatto che una ricerca di sociologia/scienze sociali, pur accattivante, possa essere venduta per strada in copie non autorizzate. Ma che lettori assatanati ci sono in India? Vabbè, prescindendo da ciò, la lettura è interessante, anche se a tratti un po’ faticosa. Nessun pietismo, analisi articolata – storica, sociale, economica – della vita di uno slum indiano, dei suoi punti di forza e delle sue – molto più ovvie – criticità. Ma, ancora una volta, un richiamo a complicare le nostre mappe mentali. Non è solo miseria, non è solo degrado, non basta spazzare via con una ruspa. Bisogna fare la fatica di capire, analizzare, mediare, negoziare con chi ci vive percorsi inediti. La politica, del resto, non è un gioco da ragazzi. Neanche quella locale. Peccato che troppo pochi la prendano seriamente (e chissà se qualcuno di quei pochi vive in Italia).